martedì 13 febbraio 2018

Il Partito del Sud alla manifestazione di solidarietà ai Curdi del 17 febbraio a Roma!



Il Partito del Sud parteciperà con una sua delegazione, insieme alle altre di "Potere al Popolo", alla manifestazione del 17 febbraio a Roma #DefendAfrin, per portare la nostra solidarietà ai curdi e protestare contro l'aggressione militare turca!

Abbiamo comunicato la nostra adesione e partecipazione al corteo agli organizzatori e siamo citati tra gli aderenti nella relativa pagina di Rete Kurdistan Italia.

Tutti gli iscritti e simpatizzanti che vogliono prendere parte alla manifestazione di Roma sono invitati a darcene informazione  per tempo inviando una mail a :
partitodelsud.roma@gmail.com


Segreteria Organizzativa Nazionale Partito del Sud




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Il Partito del Sud parteciperà con una sua delegazione, insieme alle altre di "Potere al Popolo", alla manifestazione del 17 febbraio a Roma #DefendAfrin, per portare la nostra solidarietà ai curdi e protestare contro l'aggressione militare turca!

Abbiamo comunicato la nostra adesione e partecipazione al corteo agli organizzatori e siamo citati tra gli aderenti nella relativa pagina di Rete Kurdistan Italia.

Tutti gli iscritti e simpatizzanti che vogliono prendere parte alla manifestazione di Roma sono invitati a darcene informazione  per tempo inviando una mail a :
partitodelsud.roma@gmail.com


Segreteria Organizzativa Nazionale Partito del Sud




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martedì 26 gennaio 2010

Razzismo su Facebook: 400 i gruppi antimeridionali, 100 gli antimusulmani

Il social network come luogo di confessioni e violenze verbali: oltre 800 i gruppi italiani che fomentano il razzismo.

di Danilo Massa

I fatti di Rosarno ed una tensione crescente hanno spinto numerosi italiani a dimostrare la propria solidarietà nei confronti degli immigrati. Solidarietà che è stata visibile sia nella realtà, sia nella virtualità. Dopo gli scontri calabresi, infatti, è sorto su Facebook il gruppo "Solidarietà agli immigrati di Rosarno". Ma al di là dell'evento di cronaca - pericoloso segnale di tendenze maggiori - non mancano gruppi che avversano la discrimiazione biologica in generale, come "No-razzismo".

Tuttavia, crescita dei flussi migratori, flessibilità e disoccupazione hanno aggiunto alle motivazioni biologiche del razzismo anche le fobie legate a tendenze di medio-lungo periodo. Questa è la sintesi della ricerca condotta da Swg, che rileva su Facebook la presenza di centinaia di gruppi italiani chiaramente rivolti contro gli immigrati.

Le motivazioni dell’avversione nei confronti dello straniero vanno dalla diversità biologica alla paura di aggressioni, fino alla perdita del lavoro. Talvolta sono gruppi che hanno vita breve, nascono per poi scomparire poco dopo. Altri sono attivi da tempo, arrivando talvolta a fondersi tra loro. In alcuni, infine, possono ritrovarsi anche 7 mila iscritti.

Molteplice il target degli internauti: su Facebook si può incappare tanto nel gruppo ostile allo straniero in generale, quanto a quello “dedicato” ad un determinato popolo. Contro i musulmani vi sono circa 100 gruppi, 300 quelli rivolti contro gli zingari. Numeri elevati anche per le pagine rivolte a marocchini, rumeni, cinesi ed ebrei.

Ma a condurre la classifica, a quota 400, sono i gruppi anti-terroni e anti-napoletani: uno dei razzismi più antichi, con il quale si dimostra che per la condivisione di un'identità non è sufficiente nemmeno la cittadinanza e la convivenza nello stesso territorio politico. Anzi, quanto più la compresenza è imposta con coercizione e violenza, tanto più il razzismo interviene per ristabilire quelle distanze azzeratesi nello spazio fisico.

http://magazine.ciaopeople.com/Cellulari_Web-10/Facebook-1000021/Razzismo_su_Facebook:_400_i_gruppi_antimeridionali,_100_gli_antimusulmani-17966
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Il social network come luogo di confessioni e violenze verbali: oltre 800 i gruppi italiani che fomentano il razzismo.

di Danilo Massa

I fatti di Rosarno ed una tensione crescente hanno spinto numerosi italiani a dimostrare la propria solidarietà nei confronti degli immigrati. Solidarietà che è stata visibile sia nella realtà, sia nella virtualità. Dopo gli scontri calabresi, infatti, è sorto su Facebook il gruppo "Solidarietà agli immigrati di Rosarno". Ma al di là dell'evento di cronaca - pericoloso segnale di tendenze maggiori - non mancano gruppi che avversano la discrimiazione biologica in generale, come "No-razzismo".

Tuttavia, crescita dei flussi migratori, flessibilità e disoccupazione hanno aggiunto alle motivazioni biologiche del razzismo anche le fobie legate a tendenze di medio-lungo periodo. Questa è la sintesi della ricerca condotta da Swg, che rileva su Facebook la presenza di centinaia di gruppi italiani chiaramente rivolti contro gli immigrati.

Le motivazioni dell’avversione nei confronti dello straniero vanno dalla diversità biologica alla paura di aggressioni, fino alla perdita del lavoro. Talvolta sono gruppi che hanno vita breve, nascono per poi scomparire poco dopo. Altri sono attivi da tempo, arrivando talvolta a fondersi tra loro. In alcuni, infine, possono ritrovarsi anche 7 mila iscritti.

Molteplice il target degli internauti: su Facebook si può incappare tanto nel gruppo ostile allo straniero in generale, quanto a quello “dedicato” ad un determinato popolo. Contro i musulmani vi sono circa 100 gruppi, 300 quelli rivolti contro gli zingari. Numeri elevati anche per le pagine rivolte a marocchini, rumeni, cinesi ed ebrei.

Ma a condurre la classifica, a quota 400, sono i gruppi anti-terroni e anti-napoletani: uno dei razzismi più antichi, con il quale si dimostra che per la condivisione di un'identità non è sufficiente nemmeno la cittadinanza e la convivenza nello stesso territorio politico. Anzi, quanto più la compresenza è imposta con coercizione e violenza, tanto più il razzismo interviene per ristabilire quelle distanze azzeratesi nello spazio fisico.

http://magazine.ciaopeople.com/Cellulari_Web-10/Facebook-1000021/Razzismo_su_Facebook:_400_i_gruppi_antimeridionali,_100_gli_antimusulmani-17966

giovedì 7 maggio 2009

Lampedusa. Isola senza diritti



Un breve reportage di 10 minuti sulla situazione immigrazione a Lampedusa, che il governo vorrebbe trasformare in un carcere a cielo aperto.
Le posizioni contraddittorie del sindaco e la voce di Legambiente.
Cie si o Cie no?



ARCOIRIS TV
webmaster: webmaster@arcoiris.tv
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Un breve reportage di 10 minuti sulla situazione immigrazione a Lampedusa, che il governo vorrebbe trasformare in un carcere a cielo aperto.
Le posizioni contraddittorie del sindaco e la voce di Legambiente.
Cie si o Cie no?



ARCOIRIS TV
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martedì 3 febbraio 2009

Quando erano i meridionali a subire la cattiveria che il ministro Maroni invoca verso gli immigrati. Pregiudizi e malcreanze, una storia di inciviltà


Di Salvatore Parlagreco


Enrico Cuccia, il grande vecchio della finanza italiana, nacque a Roma da una famiglia siciliana di Patti. Anche il chiacchieratissimo banchiere Michele Sindona era originario di Patti. Fecero la storia della finanza italiana, il primo come saggio dispensatore di benefici e perdite dell’economia italiana, il secondo come rampante scalatore di fortune in odore di mafia.

Sfogliando i giornali degli anni settanta le origini siciliane di Enrico Cuccia non compaiono mai, bisogna andare a cercarsele nella biografia del banchiere. L’interessato non fece nulla perché venissero nascoste.

Cuccia ebbe una buona immagine per meriti propri (era una persona schiva e competente), per il grande potere che esercitava e per il fatto che ai redattori dei giornali non mancavano aggettivi.

Michele Sindona inondò i giornali del suo tempo come Cuccia: fino al giorno della sua morte in carcere, dove era finito come mandante di un omicidio, la cronaca si occupò di lui diffusamente. Ciò che tutti sapevano di lui, sin dai primi passi della sua travolgente carriera, fu l’origine siciliana. Negli anni del declino e della ingloriosa fine, Michele Sindona fu sempre e comunque “il bancarottiere siciliano”.

Negli anni settanta questa diversità di trattamento non veniva colta. Strano davvero, perché era viva l’irritazione dei meridionali che ritenevano di essere additati come la causa di tutti i mali. La Sicilia in particolare viveva la sindrome del dio minore.


Ogni volta che l’inviato di un grande giornale faceva “colore” in un reportage, mettendo in luce aspetti poco commendevoli della società siciliana - costume, le tradizioni, politica - le reazioni erano immediate ed assai aspre. Si finiva anche con il negare l’evidenza sull’altare del “difendi il tuo, a torto o a ragione”.


Ai pregiudizi del Nord corrispose una difesa acritica della Sicilia.

Ragioni per lamentarsi ce n’erano tante che l’origine siciliana dei delinquenti sbattuta nei titoli non fu degnata di alcuna attenzione, fatta qualche sparuta eccezione. Eppure era la spia di una condizione di obiettiva discriminazione.

Non si trattò di razzismo, ma scattò come un riflesso condizionato: ciò che arrivava dal Sud, dalla Sicilia in particolare, era visto in una luce diversa: se ne scoprivano le malefatte.

Il filone cinematografico dedicato alla Sicilia (mafia e costume) testimonia in modo palese questa condizione. L’Isola ha stimolato curiosità ed attenzione nel bene e nel male. Baroni squattrinati, mariti gelosi, donne con gli occhi bassi, mafiosi virili e feroci furono i protagonisti della Sicilia di celluloide e della letteratura del tempo.

Enrico Cuccia fu il banchiere saggio e Sindona il bancarottiere siciliano.

Una questione di titoli?

Enrico Montanelli non nascose mai i suoi pregiudizi verso la Sicilia. Scrisse tanto sull’Isola e qualche volta commise degli errori. Per esempio, dedicò un editoriale ai guai provocati dallo Statuto speciale della Regione siciliana, citando una norma che affidava al Presidente della Regione il comando della polizia.

Il grande giornalista toscano non sapeva che quella norma non era mai stata attuata, come tante altre, e sviluppò con dotte considerazioni l’equazione fra mafia siciliana e potere di vigilanza delle forze dell’ordine affidato ad un siciliano dallo Statuto.

Non c’è da sorprendersi più di tanto. L’ottica con cui la sicilianità è stata vissuta nel Paese è quella, consueta, di qualunque Paese che accolgie gli stranieri: servono, fanno i mestieri più utili, risolvono un sacco di problemi, ma restano i paria, quelli gli invasori, i diversi, quelli che delinquono, turbano la quiete delle città una volta tranquille e non si lavano.

Dando uno sguardo, anche superficiale, alla storia dell’emigrazione italiana (e siciliana) nel mondo, ma non solo a quella, si capisce subito che i siciliani sono stati trattati, in casa, allo stesso modo che negli Stati Uniti, in Svizzera, Belgio o Germania nei primi anni dell’emigrazione.

Se si riflette sull’immigrazione di questi anni in Italia, si ritrovano puntualmente le discriminazioni, l’intolleranza, l’astio, i pregiudizi verso gli stranieri. I quali non meritano l’aureola sul capo, ma non sono nemmeno tutti delinquenti, farabutti e ladri di lavoro altrui.

Sentire un ministro della Repubblica, il leghista Maroni, predicare la necessità della cattiveria verso gli immigrati, è un pugno nello stomaco. Dicono che sia una invocazione pre-elettorale, che ha il compito di consolidare l’identità leghista. Ingiustificabile, qualunque sia la motivazione. Resta l’inciviltà e la pericolosità di una così autorevole manifestazione di volontà.

Quando messaggi siffatti arrivano a teste calde, si trasformano in qualcos’altro. Qualcuno pensa che la cattiveria debba essere esercitata dando fuoco agli stranieri, invece che con leggi severe, come Maroni ritiene.


Quanto ai titoli, beh, i siciliani se ne facciano una ragione.

Se uno di loro delinque, sarà siciliano, se è saggio, canta belle canzoni, allora è un italiano che non ha bisogno di aggettivi geografici.

Ci si deve dispiacere?

Manco per niente, bisogna piuttosto trarre motivi di compiacimento, per esempio, nel fatto che i cento tecnici arrivati in Gran Bretagna da Siracusa, ed impossibilitati a fare i loro lavoro per le proteste dei disoccupati britannici, siano nei titoli “italiani” e non siciliani.

Significa che godono di buona immagine, hanno goduto della buona sorte di Enrico Cuccia.

Fonte:Siciliainformazioni del 03/febbraio 2009
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Di Salvatore Parlagreco


Enrico Cuccia, il grande vecchio della finanza italiana, nacque a Roma da una famiglia siciliana di Patti. Anche il chiacchieratissimo banchiere Michele Sindona era originario di Patti. Fecero la storia della finanza italiana, il primo come saggio dispensatore di benefici e perdite dell’economia italiana, il secondo come rampante scalatore di fortune in odore di mafia.

Sfogliando i giornali degli anni settanta le origini siciliane di Enrico Cuccia non compaiono mai, bisogna andare a cercarsele nella biografia del banchiere. L’interessato non fece nulla perché venissero nascoste.

Cuccia ebbe una buona immagine per meriti propri (era una persona schiva e competente), per il grande potere che esercitava e per il fatto che ai redattori dei giornali non mancavano aggettivi.

Michele Sindona inondò i giornali del suo tempo come Cuccia: fino al giorno della sua morte in carcere, dove era finito come mandante di un omicidio, la cronaca si occupò di lui diffusamente. Ciò che tutti sapevano di lui, sin dai primi passi della sua travolgente carriera, fu l’origine siciliana. Negli anni del declino e della ingloriosa fine, Michele Sindona fu sempre e comunque “il bancarottiere siciliano”.

Negli anni settanta questa diversità di trattamento non veniva colta. Strano davvero, perché era viva l’irritazione dei meridionali che ritenevano di essere additati come la causa di tutti i mali. La Sicilia in particolare viveva la sindrome del dio minore.


Ogni volta che l’inviato di un grande giornale faceva “colore” in un reportage, mettendo in luce aspetti poco commendevoli della società siciliana - costume, le tradizioni, politica - le reazioni erano immediate ed assai aspre. Si finiva anche con il negare l’evidenza sull’altare del “difendi il tuo, a torto o a ragione”.


Ai pregiudizi del Nord corrispose una difesa acritica della Sicilia.

Ragioni per lamentarsi ce n’erano tante che l’origine siciliana dei delinquenti sbattuta nei titoli non fu degnata di alcuna attenzione, fatta qualche sparuta eccezione. Eppure era la spia di una condizione di obiettiva discriminazione.

Non si trattò di razzismo, ma scattò come un riflesso condizionato: ciò che arrivava dal Sud, dalla Sicilia in particolare, era visto in una luce diversa: se ne scoprivano le malefatte.

Il filone cinematografico dedicato alla Sicilia (mafia e costume) testimonia in modo palese questa condizione. L’Isola ha stimolato curiosità ed attenzione nel bene e nel male. Baroni squattrinati, mariti gelosi, donne con gli occhi bassi, mafiosi virili e feroci furono i protagonisti della Sicilia di celluloide e della letteratura del tempo.

Enrico Cuccia fu il banchiere saggio e Sindona il bancarottiere siciliano.

Una questione di titoli?

Enrico Montanelli non nascose mai i suoi pregiudizi verso la Sicilia. Scrisse tanto sull’Isola e qualche volta commise degli errori. Per esempio, dedicò un editoriale ai guai provocati dallo Statuto speciale della Regione siciliana, citando una norma che affidava al Presidente della Regione il comando della polizia.

Il grande giornalista toscano non sapeva che quella norma non era mai stata attuata, come tante altre, e sviluppò con dotte considerazioni l’equazione fra mafia siciliana e potere di vigilanza delle forze dell’ordine affidato ad un siciliano dallo Statuto.

Non c’è da sorprendersi più di tanto. L’ottica con cui la sicilianità è stata vissuta nel Paese è quella, consueta, di qualunque Paese che accolgie gli stranieri: servono, fanno i mestieri più utili, risolvono un sacco di problemi, ma restano i paria, quelli gli invasori, i diversi, quelli che delinquono, turbano la quiete delle città una volta tranquille e non si lavano.

Dando uno sguardo, anche superficiale, alla storia dell’emigrazione italiana (e siciliana) nel mondo, ma non solo a quella, si capisce subito che i siciliani sono stati trattati, in casa, allo stesso modo che negli Stati Uniti, in Svizzera, Belgio o Germania nei primi anni dell’emigrazione.

Se si riflette sull’immigrazione di questi anni in Italia, si ritrovano puntualmente le discriminazioni, l’intolleranza, l’astio, i pregiudizi verso gli stranieri. I quali non meritano l’aureola sul capo, ma non sono nemmeno tutti delinquenti, farabutti e ladri di lavoro altrui.

Sentire un ministro della Repubblica, il leghista Maroni, predicare la necessità della cattiveria verso gli immigrati, è un pugno nello stomaco. Dicono che sia una invocazione pre-elettorale, che ha il compito di consolidare l’identità leghista. Ingiustificabile, qualunque sia la motivazione. Resta l’inciviltà e la pericolosità di una così autorevole manifestazione di volontà.

Quando messaggi siffatti arrivano a teste calde, si trasformano in qualcos’altro. Qualcuno pensa che la cattiveria debba essere esercitata dando fuoco agli stranieri, invece che con leggi severe, come Maroni ritiene.


Quanto ai titoli, beh, i siciliani se ne facciano una ragione.

Se uno di loro delinque, sarà siciliano, se è saggio, canta belle canzoni, allora è un italiano che non ha bisogno di aggettivi geografici.

Ci si deve dispiacere?

Manco per niente, bisogna piuttosto trarre motivi di compiacimento, per esempio, nel fatto che i cento tecnici arrivati in Gran Bretagna da Siracusa, ed impossibilitati a fare i loro lavoro per le proteste dei disoccupati britannici, siano nei titoli “italiani” e non siciliani.

Significa che godono di buona immagine, hanno goduto della buona sorte di Enrico Cuccia.

Fonte:Siciliainformazioni del 03/febbraio 2009

 
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