giovedì 22 settembre 2022

Elezioni, Piera Aiello di Unione Popolare: “Sono qui per il processo Grimilde”. VIDEO




Nei giorni scorsi in città la testimone di giustizia e membro della Commissione parlamentare antimafia. E’ candidata con De Magistris

REGGIO EMILIA – Piera Aiello è una testimone di giustizia. Ha denunciato gli assassini del marito, ammazzato nel 1991 davanti a lei in Sicilia e ha iniziato a collaborare con la magistratura, in particolare con il giudice Paolo Borsellino. Fino al 2018 ha vissuto con un’altra identità. In quell’anno è stata eletta parlamentare con i 5 Stelle, ma è uscita dal Movimento nel 2020.

Componente della commissione Giustizia e della Commissione parlamentare antimafia, ora è candidata con ‘Unione popolare’ l’alleanza che fa capo all’ex magistrato ed ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris. ‘Sono qui per la ripresa del processo Grimilde- spiega- e perchè anche a Reggio si diceva che la mafia non esiste invece è il contrario, Unione popolare vuole giustizia per la gente’

A Reggio nei giorni scorsi per sostenere i candidati sul nostro territorio e sta girando l’Italia per riportare all’attenzione dell’opinione pubblica in campagna elettorale il tema delle infiltrazioni. ‘La devastante crisi che colpisce le famiglie e le aziende, il fiume di risorse in arrivo con il PNRR rischiano di aumentare l’azione criminale fra usura e taglieggiamento’ ha detto.

 ‘E’ importante andare a votare a prescindere da chi si voti, noi siamo gente del popolo’

Unione Popolare con De Magistris, unisce Rifondazione Comunista, Potere al popolo e Partito del Sud. Sul nostro territorio sono candidati Paola Varesi dell’Istituto Cervi, capolista nel collegio plurinominale del Senato; il segretario regionale di Rifondazione, Stefano Lugli; Natale Cuccurese, candidato all’uninominale a Reggio e Alberto Montelaghi, operaio di Casalgrande.

Capolista nel collegio plurinominale della Camera è Andrea Bui, membro del coordinamento nazionale di Potere al Popolo.

Fonte: Reggioonline




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Nei giorni scorsi in città la testimone di giustizia e membro della Commissione parlamentare antimafia. E’ candidata con De Magistris

REGGIO EMILIA – Piera Aiello è una testimone di giustizia. Ha denunciato gli assassini del marito, ammazzato nel 1991 davanti a lei in Sicilia e ha iniziato a collaborare con la magistratura, in particolare con il giudice Paolo Borsellino. Fino al 2018 ha vissuto con un’altra identità. In quell’anno è stata eletta parlamentare con i 5 Stelle, ma è uscita dal Movimento nel 2020.

Componente della commissione Giustizia e della Commissione parlamentare antimafia, ora è candidata con ‘Unione popolare’ l’alleanza che fa capo all’ex magistrato ed ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris. ‘Sono qui per la ripresa del processo Grimilde- spiega- e perchè anche a Reggio si diceva che la mafia non esiste invece è il contrario, Unione popolare vuole giustizia per la gente’

A Reggio nei giorni scorsi per sostenere i candidati sul nostro territorio e sta girando l’Italia per riportare all’attenzione dell’opinione pubblica in campagna elettorale il tema delle infiltrazioni. ‘La devastante crisi che colpisce le famiglie e le aziende, il fiume di risorse in arrivo con il PNRR rischiano di aumentare l’azione criminale fra usura e taglieggiamento’ ha detto.

 ‘E’ importante andare a votare a prescindere da chi si voti, noi siamo gente del popolo’

Unione Popolare con De Magistris, unisce Rifondazione Comunista, Potere al popolo e Partito del Sud. Sul nostro territorio sono candidati Paola Varesi dell’Istituto Cervi, capolista nel collegio plurinominale del Senato; il segretario regionale di Rifondazione, Stefano Lugli; Natale Cuccurese, candidato all’uninominale a Reggio e Alberto Montelaghi, operaio di Casalgrande.

Capolista nel collegio plurinominale della Camera è Andrea Bui, membro del coordinamento nazionale di Potere al Popolo.

Fonte: Reggioonline




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UP, Cuccurese: “Al Sud non si voti il Partito Unico del Nord”




Purtroppo, da più di centosessanta anni l’Italia è un paese letteralmente spaccato in due. Da un lato, un Nord colonizzatore, relativamente più sviluppato. Dall’altro, un Sud colonia estrattiva interna, da sempre in ritardo di sviluppo.

Pertanto, l’Italia a due velocità non è soltanto una metafora per indicare lo storico divario tra le due parti di un paese sempre più diviso e diseguale, ma  anche la descrizione di un paese letteralmente spaccato in due per l’offerta di treni sulla rete ferroviaria sedicente nazionale: oltre 150 treni al giorni al Centro-Nord e meno di 15 treni al giorno al Sud.

nazionale per lo sviluppo del Sud è scesa ulteriormente. Dimenticando che il miracolo economico italiano si è avuto quando con la Cassa del Mezzogiorno si è incluso il Sud nello sviluppo, confermando che l’unica maniera per crescere è includere il Sud, non escluderlo. Che il motore del Paese può essere anche il Sud”.

Ora – denuncia – per predare ancora e disintegrare il Paese arriva l’Autonomia differenziata, a cui solo Unione Popolare è contraria”.

Un voto – conclude Cuccurese – a Unione Popolare è un voto per il Sud, tutto il resto sono chiacchiere, razzismo e furti di Stato da parte dei soliti politicanti del centrosinistradestra anche del Sud, con la testa rivolta esclusivamente a Nord”.

Fonte: VesuvianoNews - articolo di Salvatore Lucchese


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Purtroppo, da più di centosessanta anni l’Italia è un paese letteralmente spaccato in due. Da un lato, un Nord colonizzatore, relativamente più sviluppato. Dall’altro, un Sud colonia estrattiva interna, da sempre in ritardo di sviluppo.

Pertanto, l’Italia a due velocità non è soltanto una metafora per indicare lo storico divario tra le due parti di un paese sempre più diviso e diseguale, ma  anche la descrizione di un paese letteralmente spaccato in due per l’offerta di treni sulla rete ferroviaria sedicente nazionale: oltre 150 treni al giorni al Centro-Nord e meno di 15 treni al giorno al Sud.

nazionale per lo sviluppo del Sud è scesa ulteriormente. Dimenticando che il miracolo economico italiano si è avuto quando con la Cassa del Mezzogiorno si è incluso il Sud nello sviluppo, confermando che l’unica maniera per crescere è includere il Sud, non escluderlo. Che il motore del Paese può essere anche il Sud”.

Ora – denuncia – per predare ancora e disintegrare il Paese arriva l’Autonomia differenziata, a cui solo Unione Popolare è contraria”.

Un voto – conclude Cuccurese – a Unione Popolare è un voto per il Sud, tutto il resto sono chiacchiere, razzismo e furti di Stato da parte dei soliti politicanti del centrosinistradestra anche del Sud, con la testa rivolta esclusivamente a Nord”.

Fonte: VesuvianoNews - articolo di Salvatore Lucchese


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mercoledì 21 settembre 2022

La prova del candidato di lunedì 19 settembre 2022

 


Quarto e ultimo appuntamento della trasmissione di Telereggio dedicata al voto del 25 settembre. In studio Ilenia Malvasi (Pd), Roberta Rigon (Fratelli d’Italia), Natale Cuccurese (Unione Popolare), ed Enrico Aimi (Forza Italia)

Fonte:Telereggio





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Quarto e ultimo appuntamento della trasmissione di Telereggio dedicata al voto del 25 settembre. In studio Ilenia Malvasi (Pd), Roberta Rigon (Fratelli d’Italia), Natale Cuccurese (Unione Popolare), ed Enrico Aimi (Forza Italia)

Fonte:Telereggio





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martedì 20 settembre 2022

A NAPOLI-LEZIONI MERIDIONALI CON I CANDIDATI DI UNIONE POPOLARE

 A Napoli...contro ogni Autonomia Differenziata
















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 A Napoli...contro ogni Autonomia Differenziata
















domenica 18 settembre 2022

A Napoli, Lezioni meridionali: per la riscossa del Sud - Lunedì 19 Settembre 2022 ore 17,00

 Un nuovo evento del #SudLab a #Napoli lunedì 19

Lezioni meridionali: per la riscossa del Sud
Insieme a
Antonio Luogo
Marina Boscaino
Franco Russo
Paola Nugnes
Sergio Marotta
Domenico Ciruzzi
Elena Coccia
Loredana Marino
Giovanni Russo Spena
Coordina: Roberto Morea

Ore 17.00, presso Il tempo del vino e le rose, Piazza Dante 44 Napoli




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 Un nuovo evento del #SudLab a #Napoli lunedì 19

Lezioni meridionali: per la riscossa del Sud
Insieme a
Antonio Luogo
Marina Boscaino
Franco Russo
Paola Nugnes
Sergio Marotta
Domenico Ciruzzi
Elena Coccia
Loredana Marino
Giovanni Russo Spena
Coordina: Roberto Morea

Ore 17.00, presso Il tempo del vino e le rose, Piazza Dante 44 Napoli




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mercoledì 14 settembre 2022

VOTO UTILE? MA UTILE A CHI? A CHI CONVIENE?



Di Antonio Luongo

Si parla tanto di voto utile; ma l'unico voto utile è per Unione Popolare


Riflettiamo: bisogna evitare che la destra vada al potere. Fin qui tutti d'accordo.
Ma in che modo? Qui c'è tutta la differenza del mondo.

Fare la guerra alla destra non serve a nulla, se non si segna una distanza significativa nei contenuti e nel futuro che si vuole dare al paese.
Sono troppi anni ormai che agli italiani viene chiesto il voto con i toni più accesi e gli argomenti più creativi, salvo poi cancellare tutti i buoni propositi qualche settimana dopo in Parlamento. Quanti governi di larghe intese avete visto? Tutti dentro, compresi quelli che si dichiaravano "alternativi". Questo è il vero male della nostra democrazia: il consociativismo. È cosi che si riesce a non cambiare nulla, e si continuano a fare gli interessi dei potenti a discapito della povera gente.

Se chi milita in un partito di centrosinistra accetta o addirittura propone azioni di destra, che senso ha votarlo?
E siamo così convinti che la coalizione che fino all'altro ieri avrebbe condiviso le stesse posizioni di Calenda, con l'abolizione del reddito di cittadinanza vi sia "utile"?
Siamo così convinti che un partito che vuole l'autonomia differenziata al pari della Lega Nord, sia utile? Utile per chi? Certamente solo per una certa élites benestante.

Diamo il voto a idee, contenuti, posizioni, non alle chiacchiere da talk show. E occorre coerenza e certezza che quello che si dice in campagna elettorale non venga svenduto e stravolto alla prima convenienza per accaparrare una poltrona in più.
Rappresentanti credibili, non banderuole.
Il vero rischio democratico è avere un Parlamento col pensiero unico sulle principali questioni strategiche, come energia, lavoro e pressione fiscale.
Oggi l'unica forza che si colloca fuori da questo sistema di compromessi e inciuci è unione popolare. Unione Popolare ha scelto di rappresentare i cittadini e non i poteri forti o le lobby. Anche se ci costa il doppio della fatica.
E soprattutto: non siamo soli come vogliono farvi credere e come l'appoggio incondizionato di Melanchon a Luigi de Magistris ha dimostrato. È l'Italia che deve svegliarsi e intraprendere una strada che in gran parte dei paesi europei è realtà!
Pensateci.





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Di Antonio Luongo

Si parla tanto di voto utile; ma l'unico voto utile è per Unione Popolare


Riflettiamo: bisogna evitare che la destra vada al potere. Fin qui tutti d'accordo.
Ma in che modo? Qui c'è tutta la differenza del mondo.

Fare la guerra alla destra non serve a nulla, se non si segna una distanza significativa nei contenuti e nel futuro che si vuole dare al paese.
Sono troppi anni ormai che agli italiani viene chiesto il voto con i toni più accesi e gli argomenti più creativi, salvo poi cancellare tutti i buoni propositi qualche settimana dopo in Parlamento. Quanti governi di larghe intese avete visto? Tutti dentro, compresi quelli che si dichiaravano "alternativi". Questo è il vero male della nostra democrazia: il consociativismo. È cosi che si riesce a non cambiare nulla, e si continuano a fare gli interessi dei potenti a discapito della povera gente.

Se chi milita in un partito di centrosinistra accetta o addirittura propone azioni di destra, che senso ha votarlo?
E siamo così convinti che la coalizione che fino all'altro ieri avrebbe condiviso le stesse posizioni di Calenda, con l'abolizione del reddito di cittadinanza vi sia "utile"?
Siamo così convinti che un partito che vuole l'autonomia differenziata al pari della Lega Nord, sia utile? Utile per chi? Certamente solo per una certa élites benestante.

Diamo il voto a idee, contenuti, posizioni, non alle chiacchiere da talk show. E occorre coerenza e certezza che quello che si dice in campagna elettorale non venga svenduto e stravolto alla prima convenienza per accaparrare una poltrona in più.
Rappresentanti credibili, non banderuole.
Il vero rischio democratico è avere un Parlamento col pensiero unico sulle principali questioni strategiche, come energia, lavoro e pressione fiscale.
Oggi l'unica forza che si colloca fuori da questo sistema di compromessi e inciuci è unione popolare. Unione Popolare ha scelto di rappresentare i cittadini e non i poteri forti o le lobby. Anche se ci costa il doppio della fatica.
E soprattutto: non siamo soli come vogliono farvi credere e come l'appoggio incondizionato di Melanchon a Luigi de Magistris ha dimostrato. È l'Italia che deve svegliarsi e intraprendere una strada che in gran parte dei paesi europei è realtà!
Pensateci.





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Lo scippo di parlamentari a danno del Mezzogiorno

 


Tra candidati del Nord paracadutati nelle regioni del Meridione e il taglio dei parlamentari che colpisce in particolare alcuni territori del Sud, le prossime elezioni provocheranno un’ulteriore spaccatura territoriale del Paese

Di Natale Cuccurese

Il taglio dei parlamentari a seguito del referendum del settembre 2020, fortemente voluto dal Movimento 5 stelle, unito all’attuale e deleteria legge elettorale, priva i territori del Mezzogiorno di una rappresentanza parlamentare degna di questo nome. Già lo avevamo previsto su queste pagine. Il Partito consociativo del Nord non si accontenta più di sfruttare il Mezzogiorno, di opprimere i suoi cittadini con i tanti, continui, scippi di fondi, ma adesso occupa, esautora e soppianta con propri candidati paracadutati in collegi “sicuri” da altri territori del Centro-Nord, anche le liste elettorali, proprio come si fa con una colonia, con l’effetto che i cittadini di molti territori del Sud resteranno senza una propria rappresentanza politica territoriale diretta. A meno che non si pensi davvero che un Franceschini, un Salvini o una Boschi, fra gli altri, abbiano a cuore e conoscano le problematiche dei territori nei quali sono stati paracadutati.

Analizziamo le conseguenze per il Mezzogiorno della riduzione dei parlamentari, in quello che potrebbe essere l’ultimo imbroglio, forse quello definitivo, per il Sud ed i suoi cittadini, approfondendo la spaccatura già presente nel Paese. La densità di popolazione, parametro per l’assegnazione del numero dei seggi alla Camera e al Senato, al Sud è più bassa che al Nord, mentre la desertificazione demografica causata dall’emigrazione cresce di anno in anno. La conseguenza è che il Sud, in un Parlamento ridotto, avrà un peso politico ancora minore del precedente.

Sicilia e Sardegna, ad esempio, avranno una più pesante riduzione dei rappresentanti in termini percentuali al Senato rispetto ad altre Regioni a Statuto speciale come il Trentino Alto Adige e la Val d’Aosta. La Basilicata e l’Umbria subiscono il taglio maggiore al Senato, i rappresentanti passano dagli attuali 7 a soli 3 (-57,1%) e qualsiasi partito sotto il 20% dei voti non eleggerà alcun rappresentante, inoltre visto che il Senato è eletto su base regionale, la Sardegna finisce per avere un senatore ogni 328mila abitanti, mentre il Trentino-Alto Adige uno ogni 172mila (a causa della legge che taglia i parlamentari, che tutela particolarmente la rappresentatività delle province autonome di Bolzano e Trento, ndr) rendendo evidente la sperequazione per cui il voto di un cittadino trentino vale il doppio di quello di un cittadino sardo.

Bisogna poi considerare che, in linea generale, gli attuali collegi sono diventati grandissimi, soprattutto al Senato, e che con la riduzione dei seggi il rischio, o meglio la certezza, è che solo il maggior partito riuscirà ad eleggere, soprattutto nelle regioni più piccole, così con questo meccanismo mancherà una rappresentanza di tutte le opposizioni al Senato non solo in Basilicata e Umbria, ma anche in Calabria, Abruzzo, Sardegna oltre a Liguria, Friuli, Marche, Umbria e Trentino.

Inoltre la riduzione degli eletti al Sud comporterà una loro minore autonomia, visto che sui pochi eletti graverà una maggiore pressione dei gruppi di potere economico e delle varie lobby, che come è noto sono concentrate al Nord. In altre parole, i già minori eletti del Sud saranno sottoposti a pressioni di ogni tipo per spingerli a scelte che spesso potrebbero essere contro l’interesse dei territori che devono rappresentare, inoltre l’inevitabile riduzione degli eletti del territorio a favore dei paracadutati sposterà ulteriormente il piatto della bilancia politica e di rappresentanza verso Nord.

Dunque, considerato che il numero dei seggi è minore di prima e che le liste dei candidati sono, come si è visto, compilate dalle segreterie di partito, e fatta salva la buonafede di tutti, la domanda che si pone è: sono stati candidati, al Sud come al Nord, i personaggi più autonomi, quelli che maggiormente possono fare gli interessi dei propri elettori oppure il rischio è quello che siano stati candidati quelli più propensi ad obbedire alle direttive del partito, a maggior ragione di fronte all’evidenza che, come visto, solo i maggiori partiti avranno possibilità di eleggere? Forse sarebbe stato il caso di procedere, parallelamente alla riduzione dei parlamentari a seguito del referendum, ad un ritorno ad una legge elettorale proporzionale, così come aveva detto durante la campagna referendaria l’allora segretario del Pd Zingaretti, ma purtroppo le cose non sono andate così.

Stupisce che l’artefice primo di questa manovra di riduzione dei parlamentari e di rappresentanza sia proprio il M5s che al Sud ha avuto un grande risultato alle ultime elezioni del 2018. L’ennesima giravolta, dopo il governo con la Lega, che mortifica i territori del Sud e ne tradisce le aspettative.

Ciliegina sulla torta in questa sottrazione di rappresentanza è il fatto che, non potendo comunque vietare il voto ai cittadini meridionali, lo si impedisce nei fatti ad oltre 4,9 milioni di cittadini “fuori sede”, cioè domiciliati in Italia ma che per motivi di studio, lavoro o perché devono curarsi, hanno momentaneamente il domicilio lontano dal Comune di residenza. Infatti, mentre un italiano che vive all’estero può votare con facilità, uno studente, un lavoratore, un malato in Italia deve necessariamente tornare al Comune di residenza per poter esprimere il suo voto. Inutile dire che la stragrande maggioranza di questi cittadini, privati così di un diritto costituzionale, sono meridionali.

Una vergogna indegna di un Paese civile che (a chiacchiere) si definisce democratico. L’ennesima evidente prova di una sottrazione di rappresentanza voluta e dettata da un razzismo di Stato che opprime da decenni il Mezzogiorno, tramutato così sempre di più in una colonia interna in cui larga parte dei cittadini non hanno, nei fatti, nemmeno più il diritto di voto. Politicanti e media mainstream come sempre diranno dopo le lezioni che nel Mezzogiorno l’astensionismo è molto alto, segno di un disinteresse per la politica. Insomma al danno si aggiungerà come sempre la beffa del pubblico ludibrio.

Ecco perché per il Sud si prepara l’ennesimo scippo. Uno scippo di rappresentanza e di democrazia che prelude consequenzialmente all’ennesimo furto di risorse.

 

* In foto: il ministro della Cultura Dario Franceschini, candidato al Senato nel collegio di Napoli nella lista del Pd

L’autore: Natale Cuccurese è presidente del Partito del Sud

Fonte: Left



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Tra candidati del Nord paracadutati nelle regioni del Meridione e il taglio dei parlamentari che colpisce in particolare alcuni territori del Sud, le prossime elezioni provocheranno un’ulteriore spaccatura territoriale del Paese

Di Natale Cuccurese

Il taglio dei parlamentari a seguito del referendum del settembre 2020, fortemente voluto dal Movimento 5 stelle, unito all’attuale e deleteria legge elettorale, priva i territori del Mezzogiorno di una rappresentanza parlamentare degna di questo nome. Già lo avevamo previsto su queste pagine. Il Partito consociativo del Nord non si accontenta più di sfruttare il Mezzogiorno, di opprimere i suoi cittadini con i tanti, continui, scippi di fondi, ma adesso occupa, esautora e soppianta con propri candidati paracadutati in collegi “sicuri” da altri territori del Centro-Nord, anche le liste elettorali, proprio come si fa con una colonia, con l’effetto che i cittadini di molti territori del Sud resteranno senza una propria rappresentanza politica territoriale diretta. A meno che non si pensi davvero che un Franceschini, un Salvini o una Boschi, fra gli altri, abbiano a cuore e conoscano le problematiche dei territori nei quali sono stati paracadutati.

Analizziamo le conseguenze per il Mezzogiorno della riduzione dei parlamentari, in quello che potrebbe essere l’ultimo imbroglio, forse quello definitivo, per il Sud ed i suoi cittadini, approfondendo la spaccatura già presente nel Paese. La densità di popolazione, parametro per l’assegnazione del numero dei seggi alla Camera e al Senato, al Sud è più bassa che al Nord, mentre la desertificazione demografica causata dall’emigrazione cresce di anno in anno. La conseguenza è che il Sud, in un Parlamento ridotto, avrà un peso politico ancora minore del precedente.

Sicilia e Sardegna, ad esempio, avranno una più pesante riduzione dei rappresentanti in termini percentuali al Senato rispetto ad altre Regioni a Statuto speciale come il Trentino Alto Adige e la Val d’Aosta. La Basilicata e l’Umbria subiscono il taglio maggiore al Senato, i rappresentanti passano dagli attuali 7 a soli 3 (-57,1%) e qualsiasi partito sotto il 20% dei voti non eleggerà alcun rappresentante, inoltre visto che il Senato è eletto su base regionale, la Sardegna finisce per avere un senatore ogni 328mila abitanti, mentre il Trentino-Alto Adige uno ogni 172mila (a causa della legge che taglia i parlamentari, che tutela particolarmente la rappresentatività delle province autonome di Bolzano e Trento, ndr) rendendo evidente la sperequazione per cui il voto di un cittadino trentino vale il doppio di quello di un cittadino sardo.

Bisogna poi considerare che, in linea generale, gli attuali collegi sono diventati grandissimi, soprattutto al Senato, e che con la riduzione dei seggi il rischio, o meglio la certezza, è che solo il maggior partito riuscirà ad eleggere, soprattutto nelle regioni più piccole, così con questo meccanismo mancherà una rappresentanza di tutte le opposizioni al Senato non solo in Basilicata e Umbria, ma anche in Calabria, Abruzzo, Sardegna oltre a Liguria, Friuli, Marche, Umbria e Trentino.

Inoltre la riduzione degli eletti al Sud comporterà una loro minore autonomia, visto che sui pochi eletti graverà una maggiore pressione dei gruppi di potere economico e delle varie lobby, che come è noto sono concentrate al Nord. In altre parole, i già minori eletti del Sud saranno sottoposti a pressioni di ogni tipo per spingerli a scelte che spesso potrebbero essere contro l’interesse dei territori che devono rappresentare, inoltre l’inevitabile riduzione degli eletti del territorio a favore dei paracadutati sposterà ulteriormente il piatto della bilancia politica e di rappresentanza verso Nord.

Dunque, considerato che il numero dei seggi è minore di prima e che le liste dei candidati sono, come si è visto, compilate dalle segreterie di partito, e fatta salva la buonafede di tutti, la domanda che si pone è: sono stati candidati, al Sud come al Nord, i personaggi più autonomi, quelli che maggiormente possono fare gli interessi dei propri elettori oppure il rischio è quello che siano stati candidati quelli più propensi ad obbedire alle direttive del partito, a maggior ragione di fronte all’evidenza che, come visto, solo i maggiori partiti avranno possibilità di eleggere? Forse sarebbe stato il caso di procedere, parallelamente alla riduzione dei parlamentari a seguito del referendum, ad un ritorno ad una legge elettorale proporzionale, così come aveva detto durante la campagna referendaria l’allora segretario del Pd Zingaretti, ma purtroppo le cose non sono andate così.

Stupisce che l’artefice primo di questa manovra di riduzione dei parlamentari e di rappresentanza sia proprio il M5s che al Sud ha avuto un grande risultato alle ultime elezioni del 2018. L’ennesima giravolta, dopo il governo con la Lega, che mortifica i territori del Sud e ne tradisce le aspettative.

Ciliegina sulla torta in questa sottrazione di rappresentanza è il fatto che, non potendo comunque vietare il voto ai cittadini meridionali, lo si impedisce nei fatti ad oltre 4,9 milioni di cittadini “fuori sede”, cioè domiciliati in Italia ma che per motivi di studio, lavoro o perché devono curarsi, hanno momentaneamente il domicilio lontano dal Comune di residenza. Infatti, mentre un italiano che vive all’estero può votare con facilità, uno studente, un lavoratore, un malato in Italia deve necessariamente tornare al Comune di residenza per poter esprimere il suo voto. Inutile dire che la stragrande maggioranza di questi cittadini, privati così di un diritto costituzionale, sono meridionali.

Una vergogna indegna di un Paese civile che (a chiacchiere) si definisce democratico. L’ennesima evidente prova di una sottrazione di rappresentanza voluta e dettata da un razzismo di Stato che opprime da decenni il Mezzogiorno, tramutato così sempre di più in una colonia interna in cui larga parte dei cittadini non hanno, nei fatti, nemmeno più il diritto di voto. Politicanti e media mainstream come sempre diranno dopo le lezioni che nel Mezzogiorno l’astensionismo è molto alto, segno di un disinteresse per la politica. Insomma al danno si aggiungerà come sempre la beffa del pubblico ludibrio.

Ecco perché per il Sud si prepara l’ennesimo scippo. Uno scippo di rappresentanza e di democrazia che prelude consequenzialmente all’ennesimo furto di risorse.

 

* In foto: il ministro della Cultura Dario Franceschini, candidato al Senato nel collegio di Napoli nella lista del Pd

L’autore: Natale Cuccurese è presidente del Partito del Sud

Fonte: Left



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martedì 13 settembre 2022

TUTTI SI DIMENTICANO DELLA MAFIA, TRANNE UNIONE POPOLARE…


"Tutti si dimenticano della mafia È ovunque e va all’assalto del Pnrr"

La deputata Piera Aiello, candidata per Unione Popolare, ieri era in città per il suo tour elettorale "I soldi in arrivo sono tanti e la criminalità organizzata li sta puntando da tempo: serve massima attenzione"


Di Rosaria Napodano

"Trent’anni fa mi dicevano vieni al Nord perché la mafia non c’ é. Tutti pensavano che fossi pazza a dire il contrario, poi si sono resi conto che la mafia è ovunque, pure qui al Nord". Questa è la premessa di Piera Aiello, candidata siciliana del partito Unione Popolare di Luigi De Magistris, ieri mattina a Reggio per il suo tour elettorale.

Sin dalle prime battute del suo discorso, si riallaccia al lungo passato di lotta alla mafia. Infatti Aiello, deputata parlamentare ed ex 5 stelle, è nota ai fatti di cronaca per essere diventata testimone di giustizia dopo aver denunciato gli assassini del marito, il boss Nicola Atria, sancendo da allora l’inizio della sua collaborazione con polizia e magistratura. E proprio su questi temi si è espressa ieri a Reggio, al Chiostro della Ghiara in via Guasco, dove si è svolta la conferenza stampa dedicata alla campagna elettorale del partito Unione Popolare. Nella terra di Aemilia e del processo Grimilde, ripreso proprio ieri, Piera Aiello ha voluto porre l’accento sull’esigenza della lotta alla criminalità organizzata come punto essenziale del suo programma elettorale.

"Siamo gli unici– commenta Aiello– a parlare di mafia. Gli altri partiti si sono dimenticati di questo problema, che esiste ed è ovunque". A supporto della sua tesi Aiello porta l’esempio dei fondi del Pnrr, considerandoli una risorsa fortemente a rischio: "L’accesso ai soldi del Pnrr è troppo semplice, bisognerebbe mettere dei paletti per impedire che li usi la mafia, che ormai li punta da un po’. Ci sono state anche aziende che, durante la pandemia, hanno avuto problemi economici seri e si sono esposte alle estorsioni della criminalità organizzata. Su questi temi ho scritto anche una lettera a Mario Draghi, ma, purtroppo, non ho mai ricevuto risposte".

Presenti all’evento anche i due candidati reggiani di Unione Popolare: Natale Cuccurese, consigliere comunale di Quattro Castella, candidato alla Camera nel collegio uninominale 03 (che comprende tutti i comuni di Reggio tranne Boretto, Brescello, Casalgrande e Castellarano) e Alberto Montelaghi, al terzo posto in lista, e candidato alla Camera nel collegio plurinominale 01 (Piacenza, Reggio e Parma). Entrambi prendendo spunto dal discorso della parlamentare hanno aggiunto alcuni riflessioni sull’argomento."La situazione è preoccupante– ammette Cuccurese– Crisi, Covid, aziende in difficoltà e, adesso, anche un’enorme speculazione sulle materie prime. Tutto ciò non fa che favorire perniciose infiltrazioni della criminalità organizzata. Questi temi dovrebbero trovare spazio ogni giorno, sia sui media e giornali che nei dibattiti politici, invece, ad oggi giacciono nel dimenticatoio". Anche Montelaghi non rinuncia a sottolineare quanto il problema sia radicato e diffuso nel tessuto sociale anche nel nostro territorio: "Io vengo dalla zone ceramiche e ne so qualcosa. La mafia s’insinua silenziosa e strisciante. Ma per riconoscerla bisogna smettere di pensare all’aspetto folkloristico del mafioso con coppola e lupara, adesso sono tutti colletti bianchi".

Fonte: Resto del Carlino-Reggio Emilia



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"Tutti si dimenticano della mafia È ovunque e va all’assalto del Pnrr"

La deputata Piera Aiello, candidata per Unione Popolare, ieri era in città per il suo tour elettorale "I soldi in arrivo sono tanti e la criminalità organizzata li sta puntando da tempo: serve massima attenzione"


Di Rosaria Napodano

"Trent’anni fa mi dicevano vieni al Nord perché la mafia non c’ é. Tutti pensavano che fossi pazza a dire il contrario, poi si sono resi conto che la mafia è ovunque, pure qui al Nord". Questa è la premessa di Piera Aiello, candidata siciliana del partito Unione Popolare di Luigi De Magistris, ieri mattina a Reggio per il suo tour elettorale.

Sin dalle prime battute del suo discorso, si riallaccia al lungo passato di lotta alla mafia. Infatti Aiello, deputata parlamentare ed ex 5 stelle, è nota ai fatti di cronaca per essere diventata testimone di giustizia dopo aver denunciato gli assassini del marito, il boss Nicola Atria, sancendo da allora l’inizio della sua collaborazione con polizia e magistratura. E proprio su questi temi si è espressa ieri a Reggio, al Chiostro della Ghiara in via Guasco, dove si è svolta la conferenza stampa dedicata alla campagna elettorale del partito Unione Popolare. Nella terra di Aemilia e del processo Grimilde, ripreso proprio ieri, Piera Aiello ha voluto porre l’accento sull’esigenza della lotta alla criminalità organizzata come punto essenziale del suo programma elettorale.

"Siamo gli unici– commenta Aiello– a parlare di mafia. Gli altri partiti si sono dimenticati di questo problema, che esiste ed è ovunque". A supporto della sua tesi Aiello porta l’esempio dei fondi del Pnrr, considerandoli una risorsa fortemente a rischio: "L’accesso ai soldi del Pnrr è troppo semplice, bisognerebbe mettere dei paletti per impedire che li usi la mafia, che ormai li punta da un po’. Ci sono state anche aziende che, durante la pandemia, hanno avuto problemi economici seri e si sono esposte alle estorsioni della criminalità organizzata. Su questi temi ho scritto anche una lettera a Mario Draghi, ma, purtroppo, non ho mai ricevuto risposte".

Presenti all’evento anche i due candidati reggiani di Unione Popolare: Natale Cuccurese, consigliere comunale di Quattro Castella, candidato alla Camera nel collegio uninominale 03 (che comprende tutti i comuni di Reggio tranne Boretto, Brescello, Casalgrande e Castellarano) e Alberto Montelaghi, al terzo posto in lista, e candidato alla Camera nel collegio plurinominale 01 (Piacenza, Reggio e Parma). Entrambi prendendo spunto dal discorso della parlamentare hanno aggiunto alcuni riflessioni sull’argomento."La situazione è preoccupante– ammette Cuccurese– Crisi, Covid, aziende in difficoltà e, adesso, anche un’enorme speculazione sulle materie prime. Tutto ciò non fa che favorire perniciose infiltrazioni della criminalità organizzata. Questi temi dovrebbero trovare spazio ogni giorno, sia sui media e giornali che nei dibattiti politici, invece, ad oggi giacciono nel dimenticatoio". Anche Montelaghi non rinuncia a sottolineare quanto il problema sia radicato e diffuso nel tessuto sociale anche nel nostro territorio: "Io vengo dalla zone ceramiche e ne so qualcosa. La mafia s’insinua silenziosa e strisciante. Ma per riconoscerla bisogna smettere di pensare all’aspetto folkloristico del mafioso con coppola e lupara, adesso sono tutti colletti bianchi".

Fonte: Resto del Carlino-Reggio Emilia



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La Legge sulla concorrenza. Servizi pubblici dati in gestione agli usurai

 



Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto

Con l’approvazione da parte del governo Draghi dell’art. 6 del Ddl Concorrenza, si sono sottratti al Popolo anche gli ultimi beni di proprietà collettiva demaniale per farli passare nelle mani di prenditori e speculatori della finanza a cui sono stati serviti su di un piatto d’argento, con la complicità di tutti, o quasi, i partiti presenti in Parlamento.

Con l’art. 6, divenuto l’articolo 8 della delibera di approvazione del Senato, il governo ha così spogliato l’Italia delle sue ultime fonti di produzione di “lavoro” e di “ricchezza nazionale”. Tali disposizioni, infatti, impongono la collocazione sul mercato interno europeo, inscindibilmente legato al mercato generale, di beni e gestione di servizi pubblici che fanno parte del demanio costituzionale, che ha come fine il perseguimento di interessi generali e pertanto non possono essere ceduti o gestiti da privati e S.p.A. private, cioè che devono perseguire gli interessi di privati.

Esemplificativo di questa operazione, che alcuni definiscono Agenda Draghi, è Il cosiddetto ‘Patto per Napoli’, le cui clausole sono imposte dallo Stato e che il Comune ha solo firmato per accettazione. Un atto, che senza alcuna discussione pubblica, vincolerà le generazioni future per i prossimi venti anni e che, nella sostanza, prevede un incremento delle tasse comunali, l’alienazione del patrimonio immobiliare e dei servizi pubblici locali, attraverso l’attuazione di un piano da presentare entro il primo settembre 2022 e che prevede l’ulteriore aumento della tassazione dei cittadini, già tra le più alte in Italia, e tiene aperta la porta alla svendita del patrimonio immobiliare e alle privatizzazioni dei servizi pubblici.

Di contro, a fronte dei tanti proclami fatti in campagna elettorale, arriveranno soltanto 1 miliardo e 231 milioni di euro spalmati nei prossimi 20 anni, cifra insufficiente se messa a confronto con gli enormi tagli fatti in questi anni al Comune e che comporteranno l’aumento anche di tasse come l’Irpef.
Si procede quindi con una ricetta liberista, che comporta il rischio, per non dire la certezza, che a pagare la privatizzazione dei servizi possano essere le fasce più deboli della popolazione, già gravate dall’aumento indiscriminato dei prezzi, delle bollette e dall’inflazione.

Misure come questa cedono alla speculazione dei privati ciò che resta del pubblico, come l’acqua, un tentativo questo mal celato di eliminare definitivamente l’anomalia meridionale della gestione pubblica dell’acqua a cominciare appunto da Napoli, che grazie all’azione incisiva dell’ex sindaco Luigi de Magistris ha dato forza all’Azienda speciale Abc (Acqua bene comune), facendo così di Napoli l’unica metropoli italiana a rispettare ed applicare il risultato del referendum popolare del 2011, funzionando anche come stimolo ed esempio per tanti piccoli Comuni che ancora oggi gestiscono “in house” le loro reti idriche nell’interesse dei loro cittadini.
Non a caso la mappa del tipo di gestione di questo preziosissimo bene comune si riflette in una ben precisa distribuzione territoriale. Infatti, per ora, la cessione delle fonti pubbliche alle multiutility nazionali e internazionali non è riuscita a attecchire con forza oltre il Sud Pontino.

Non bisogna poi dimenticare a supporto di questa spinta verso le privatizzazioni il Pnrr, che è in gran parte un prestito che bisognerà restituire alla Ue nei prossimi decenni e che vincola il nostro Paese ad ambiti di investimento decisi all’estero e soprattutto alle solite “riforme” (privatizzazioni) imposte da Bruxelles. E così il governo Draghi prosegue lo smantellamento dei beni comuni e, tramite il Pnrr, mira a collocare sul mercato, a favore delle multinazionali l’acqua pubblica e i servizi pubblici essenziali.
Inoltre nessuno delle decine di obiettivi del Pnrr prevede la riduzione degli squilibri territoriali, malgrado le raccomandazioni europee.

Procede così il lavoro di Draghi per chiudere le “zombie firms” (piccole e medie imprese), come programmato dal documento ‘Reviging and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid’, a doppia firma di Mario Draghi e di Raghuram Rajan, pubblicato a dicembre 2020 dal Gruppo dei 30. Cioè la codifica della macelleria sociali di stampo greco. Un documento che si trova in rete e che tutti possono (e potevano) leggere, anche i partiti che hanno sostenuto Draghi in Parlamento. Se c’è una cosa che non si può imputare a Draghi è la mancanza di chiarezza, tutto è spiegato nero su bianco e pubblicamente.

I Paesi “frugali” del Nord Europa, i veri padroni della Ue, sono così pronti a spolpare l’Italia, prima della sua balcanizzazione grazie all’Autonomia differenziata.

Dopo le privatizzazioni delle aziende di Stato iniziate a fine anni ‘90, ora le famiglie italiane rappresentano con il loro risparmio, investito soprattutto nella casa, la principale ricchezza d’Italia. Questa distruzione di ricchezza a favore della finanza internazionale è forse la vera missione di Draghi, che sta, come da programma, demolendo le piccole attività, le zombie firms appunto, anche queste a conduzione famigliare.

In questa direzione predatoria non a caso va anche quanto scritto nel Pnrr, volto a velocizzare le procedure di pignoramento immobiliare a danno di famiglie alle prese con nuove e vecchie povertà, acuite nell’ultimo anno dal Covid. Famiglie o singoli a cui casomai è venuto a mancare del tutto il lavoro o che presto verrà a mancare, visto che non c’è più nessun blocco dei licenziamenti. Famiglie che già oggi fanno fatica a pagare le bollette o non riescono a pagare il mutuo e nemmeno a curarsi viste le privatizzazioni sempre più pervasive anche in campo sanitario.

Ciliegina sulla torta gli aumenti di luce, gas, benzina, generi alimentari ecc. che i politicanti addebitano alla guerra in Ucraina, ma che vedono in realtà il loro inizio più di un anno fa, generando abnormi extraprofitti utili solo ad ingrassare ulteriormente le grandi imprese energetiche italiane e straniere a danno di cittadini e aziende, stanno accelerando questo travaso di ricchezza.
Eppure nessuno interviene, tantomeno il governo, mentre questa “nuova tassa” colpisce indistintamente e senza nessun criterio di progressività tutti i cittadini. Aumenti che trovano la loro radice nelle scellerate scelte europee degli ultimi anni, a partire dalla liberalizzazione del settore energetico, al passaggio dai contratti a lungo termine al mercato spot e solo più recentemente alle sanzioni verso la Russia, tutte misure acriticamente recepite dai nostri politicanti in nome del “ce lo chiede l’Europa.

Doveroso ricordare che questo governo, di cui fanno parte sia che il centrosinistra che il centrodestra, si guarda bene da interviene sugli extraprofitti generati da questa “colossale truffa”, come dichiarato dal Ministro Cingolani. Extraprofitti che se fossimo in un Paese normale sarebbero da tassare al 90%, con finalità redistributive verso gli utenti, a partire da quelli meno abbienti.

Così il governo, mentre i diritti delle famiglie e i sudati risparmi vanno lentamente in fumo, avanza con le sole parole d’ordine della competitività e delle privatizzazioni, sempre a favore di potentati e multinazionali.
Infine la domanda che dobbiamo farci è: dove si trovano le maggiori sacche di povertà in Italia? Ovviamente al Sud!
Campania e Sicilia sono infatti secondo i dati Eurostat le Regioni più povere non solo d’Italia, ma addirittura d’Europa. Ecco che tutto torna in attesa della prossima fine dell’unità nazionale, spolpare il Sud mandandogli meno fondi possibile e impoverirlo prima dei saluti finali.
Eppure non solo i media a supporto osannano Draghi come salvatore della patria, ma anche i partiti e parlamentari a supporto dopo averlo eletto Presidente del Consiglio continuano anche in campagna elettorale a dichiarare di volerne seguire “l’agenda”.

In questo quadro, come in un gioco di scatole cinesi, si innesta non a caso il programma economico della destra volto tramite la Flat Tax a sottrarre ulteriori risorse alle classi più deboli a livello nazionale, a partire dai cittadini del Mezzogiorno, a favore delle classi più ricche che si trovano principalmente al Nord del Paese.
Infatti l’aliquota proposta dalla Lega del 23% già si applica a a 18,3 milioni di contribuenti italiani con reddito fino a 15.000€. Ovviamente questi non avranno alcun beneficio da una riforma fiscale così come promessa dalla Lega.

I circa 6 milioni di contribuenti con reddito fra 29 e 50mila € avrebbero un beneficio medio di circa 2.500€, mentre i circa 2 milioni di contribuenti con reddito oltre i 50mila €, i più ricchi, otterrebbero un risparmio di ben 13mila €. Quindi solo il 20% dei contribuenti e dell’elettorato, i più ricchi, avrebbero un grande vantaggio da questa riforma.

Come detto questo segmento si trova in larghissima parte ad avere residenza al Nord. Dunque la Flat Tax redistribuisce le risorse a favore dei più ricchi, del Nord, a danno dei più poveri, concentrati al Sud. Infatti è stato calcolato che questa riforma trasferirebbe dal Sud (poveri) al Nord (ricchi) 50 Miliardi di €.

Ovviamente in questa guerra alle classi popolari la simulazione è possibile farla anche all’interno dei territori del Nord, non trattandosi esclusivamente di una lotta imposta dal razzismo di Stato contro il Sud, ma anche di una lotta di classe a livello nazionale da parte delle classi “digerenti” della destra liberale.
Secondo l’Istat, infatti il reddito medio in Italia è pari a 21.570 euro all’anno e la città di Milano ha un reddito medio pro capite di quasi 34mila euro all’anno. Ma, secondo la CGIL e basandosi sui numeri dell’Agenzia delle Entrate, il 27,7% del reddito prodotto è nelle mani del solo 2,4% della popolazione. Alla voce “deboli”, secondo la CIGL, ci sono i lavoratori part time, sia a tempo determinato che indeterminato: operai e impiegati che, avendo chiesto il tempo pieno ma senza risultato, portano a casa poco più di 12 mila euro all’anno. A questi si aggiungono tutti i lavoratori a chiamata: il loro reddito medio annuo si attesta sotto gli 8 mila euro.
A queste fasce si aggiunge quella fetta pari a circa il 40-50% dei 23mila nuclei familiari che percepiscono il Reddito di Cittadinanza a Milano. Secondo il Comune questa parte di percettori sono lavoratori che percepiscono in media 500 euro al mese, quindi 6 mila euro all’anno.

In questa guerra ai poveri non è quindi un caso che Meloni, Renzi, Calenda, Salvini, vogliano abolire il Reddito di Cittadinanza, così come richiedono da tempo quei prenditori, del Nord come del Sud, che han più difficoltà a trovare salariati da sfruttare. Il Reddito di Cittadinanza, per la prima volta in Italia, ha determinato un diritto dei poveri al welfare, senza chiedere un favore ai potenti di turno. Forse è questa anomalia che alcuni politici vogliono cancellare.
L’agenda Draghi (cioè l’agenda Ue) serve esattamente a questo scopo: dividere i tantissimi sommersi dai pochissimi salvati.

E’ l’agenda del partito consociativo della guerra, delle privatizzazioni, della precarizzazione del lavoro e dell’Autonomia differenziata.
Lo schema seguito, visto che l’Italia è un grande boccone, è stato dapprima quello di trasferire e concentrare la ricchezza al Nord (Teoria della Locomotiva), per poi apprestarsi, ora, al passaggio di questa ricchezza dal Nord Italia a chi gestisce la grande finanza internazionale, soprattutto del Nord Europa, e ai quei pochissimi oligarchi italiani che reggono da sempre il gioco ai potentati internazionali. Il tutto ovviamente in barba alla Costituzione. Una vicenda questa che pochi anni fa, su scala più piccola, si è già vista in Grecia, anche lì, guarda caso, gestita in prima persona da Draghi quando era Presidente BCE.

L’Italia è così un Paese sempre più disuguale e povero e sarebbe ora che le classi popolari riuscissero a far blocco esprimendo una propria rappresentanza politica nazionale, per impedire e contrastare, entrando in Parlamento, l’attacco portato dalla destra liberale che ha nell’ultimo trentennio quasi sempre fatto sponda con il cosiddetto centrosinistra del “voto utile”. Un voto che è poi sempre stato utilizzato contro gli interessi delle classi popolari, dimostrandosi così un voto del tutto inutile. Le elezioni però arrivano in leggero anticipo rispetto alla grande crisi economica prevista dagli osservatori per l’autunno. E’forse questo il vero motivo della repentina, inattesa, caduta del Governo Draghi e la decisione di chiudere la Legislatura e di stabilire le Elezioni il 25 settembre 2022, per poter così definire anticipatamente un Parlamento ancora più appiattito sull’asse NATO-UE-USA-DRAGHI e per evitare, con l’acuirsi della crisi economica, una risposta popolare nelle urne contraria allo status quo.

La sinistra non deve avere paura di ricordare che meno tasse, e soprattutto meno tasse per i ricchi (la flat tax appunto), significano una scuola peggiore, un sistema sanitario peggiore, trasporti peggiori, maggiori diseguaglianze territoriali. Bisogna poi interrogarsi se chi dichiara da “sinistra” di voler continuare a seguire l’Agenda Draghi possa ancora continuare a definirsi di “sinistra” o se, come appare da tempo evidente, è semplicemente il più pericoloso e insidioso nemico delle classi popolari.

Basta rileggere il Gramsci dei Quaderni dal carcere per chiarirsi subito le idee: «La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente, a piccole tappe e non di un solo colpo (ciò che avrebbe ben altro significato, per l’effetto psicologico condensato, e potrebbe far nascere una forza concorrente attiva a quella che passivamente si adatta alla «fatalità», o rafforzarla se già esiste)».

Anche per porre fine a questo infingimento da parte di quella “sinistra” che da un trentennio ci ammorba con il racconto della Lega “costola della sinistra” e che non a caso vede il Pd pronto a far da sponda alla richiesta di autonomia differenziata presentate dalle regioni leghiste, che si è formata e opera Unione Popolare: sosteniamola!

Natale Cuccurese

Presidente del Partito del Sud
Candidato al Parlamento per Unione Popolare

Fonte: LavoroeSalute




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Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto

Con l’approvazione da parte del governo Draghi dell’art. 6 del Ddl Concorrenza, si sono sottratti al Popolo anche gli ultimi beni di proprietà collettiva demaniale per farli passare nelle mani di prenditori e speculatori della finanza a cui sono stati serviti su di un piatto d’argento, con la complicità di tutti, o quasi, i partiti presenti in Parlamento.

Con l’art. 6, divenuto l’articolo 8 della delibera di approvazione del Senato, il governo ha così spogliato l’Italia delle sue ultime fonti di produzione di “lavoro” e di “ricchezza nazionale”. Tali disposizioni, infatti, impongono la collocazione sul mercato interno europeo, inscindibilmente legato al mercato generale, di beni e gestione di servizi pubblici che fanno parte del demanio costituzionale, che ha come fine il perseguimento di interessi generali e pertanto non possono essere ceduti o gestiti da privati e S.p.A. private, cioè che devono perseguire gli interessi di privati.

Esemplificativo di questa operazione, che alcuni definiscono Agenda Draghi, è Il cosiddetto ‘Patto per Napoli’, le cui clausole sono imposte dallo Stato e che il Comune ha solo firmato per accettazione. Un atto, che senza alcuna discussione pubblica, vincolerà le generazioni future per i prossimi venti anni e che, nella sostanza, prevede un incremento delle tasse comunali, l’alienazione del patrimonio immobiliare e dei servizi pubblici locali, attraverso l’attuazione di un piano da presentare entro il primo settembre 2022 e che prevede l’ulteriore aumento della tassazione dei cittadini, già tra le più alte in Italia, e tiene aperta la porta alla svendita del patrimonio immobiliare e alle privatizzazioni dei servizi pubblici.

Di contro, a fronte dei tanti proclami fatti in campagna elettorale, arriveranno soltanto 1 miliardo e 231 milioni di euro spalmati nei prossimi 20 anni, cifra insufficiente se messa a confronto con gli enormi tagli fatti in questi anni al Comune e che comporteranno l’aumento anche di tasse come l’Irpef.
Si procede quindi con una ricetta liberista, che comporta il rischio, per non dire la certezza, che a pagare la privatizzazione dei servizi possano essere le fasce più deboli della popolazione, già gravate dall’aumento indiscriminato dei prezzi, delle bollette e dall’inflazione.

Misure come questa cedono alla speculazione dei privati ciò che resta del pubblico, come l’acqua, un tentativo questo mal celato di eliminare definitivamente l’anomalia meridionale della gestione pubblica dell’acqua a cominciare appunto da Napoli, che grazie all’azione incisiva dell’ex sindaco Luigi de Magistris ha dato forza all’Azienda speciale Abc (Acqua bene comune), facendo così di Napoli l’unica metropoli italiana a rispettare ed applicare il risultato del referendum popolare del 2011, funzionando anche come stimolo ed esempio per tanti piccoli Comuni che ancora oggi gestiscono “in house” le loro reti idriche nell’interesse dei loro cittadini.
Non a caso la mappa del tipo di gestione di questo preziosissimo bene comune si riflette in una ben precisa distribuzione territoriale. Infatti, per ora, la cessione delle fonti pubbliche alle multiutility nazionali e internazionali non è riuscita a attecchire con forza oltre il Sud Pontino.

Non bisogna poi dimenticare a supporto di questa spinta verso le privatizzazioni il Pnrr, che è in gran parte un prestito che bisognerà restituire alla Ue nei prossimi decenni e che vincola il nostro Paese ad ambiti di investimento decisi all’estero e soprattutto alle solite “riforme” (privatizzazioni) imposte da Bruxelles. E così il governo Draghi prosegue lo smantellamento dei beni comuni e, tramite il Pnrr, mira a collocare sul mercato, a favore delle multinazionali l’acqua pubblica e i servizi pubblici essenziali.
Inoltre nessuno delle decine di obiettivi del Pnrr prevede la riduzione degli squilibri territoriali, malgrado le raccomandazioni europee.

Procede così il lavoro di Draghi per chiudere le “zombie firms” (piccole e medie imprese), come programmato dal documento ‘Reviging and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid’, a doppia firma di Mario Draghi e di Raghuram Rajan, pubblicato a dicembre 2020 dal Gruppo dei 30. Cioè la codifica della macelleria sociali di stampo greco. Un documento che si trova in rete e che tutti possono (e potevano) leggere, anche i partiti che hanno sostenuto Draghi in Parlamento. Se c’è una cosa che non si può imputare a Draghi è la mancanza di chiarezza, tutto è spiegato nero su bianco e pubblicamente.

I Paesi “frugali” del Nord Europa, i veri padroni della Ue, sono così pronti a spolpare l’Italia, prima della sua balcanizzazione grazie all’Autonomia differenziata.

Dopo le privatizzazioni delle aziende di Stato iniziate a fine anni ‘90, ora le famiglie italiane rappresentano con il loro risparmio, investito soprattutto nella casa, la principale ricchezza d’Italia. Questa distruzione di ricchezza a favore della finanza internazionale è forse la vera missione di Draghi, che sta, come da programma, demolendo le piccole attività, le zombie firms appunto, anche queste a conduzione famigliare.

In questa direzione predatoria non a caso va anche quanto scritto nel Pnrr, volto a velocizzare le procedure di pignoramento immobiliare a danno di famiglie alle prese con nuove e vecchie povertà, acuite nell’ultimo anno dal Covid. Famiglie o singoli a cui casomai è venuto a mancare del tutto il lavoro o che presto verrà a mancare, visto che non c’è più nessun blocco dei licenziamenti. Famiglie che già oggi fanno fatica a pagare le bollette o non riescono a pagare il mutuo e nemmeno a curarsi viste le privatizzazioni sempre più pervasive anche in campo sanitario.

Ciliegina sulla torta gli aumenti di luce, gas, benzina, generi alimentari ecc. che i politicanti addebitano alla guerra in Ucraina, ma che vedono in realtà il loro inizio più di un anno fa, generando abnormi extraprofitti utili solo ad ingrassare ulteriormente le grandi imprese energetiche italiane e straniere a danno di cittadini e aziende, stanno accelerando questo travaso di ricchezza.
Eppure nessuno interviene, tantomeno il governo, mentre questa “nuova tassa” colpisce indistintamente e senza nessun criterio di progressività tutti i cittadini. Aumenti che trovano la loro radice nelle scellerate scelte europee degli ultimi anni, a partire dalla liberalizzazione del settore energetico, al passaggio dai contratti a lungo termine al mercato spot e solo più recentemente alle sanzioni verso la Russia, tutte misure acriticamente recepite dai nostri politicanti in nome del “ce lo chiede l’Europa.

Doveroso ricordare che questo governo, di cui fanno parte sia che il centrosinistra che il centrodestra, si guarda bene da interviene sugli extraprofitti generati da questa “colossale truffa”, come dichiarato dal Ministro Cingolani. Extraprofitti che se fossimo in un Paese normale sarebbero da tassare al 90%, con finalità redistributive verso gli utenti, a partire da quelli meno abbienti.

Così il governo, mentre i diritti delle famiglie e i sudati risparmi vanno lentamente in fumo, avanza con le sole parole d’ordine della competitività e delle privatizzazioni, sempre a favore di potentati e multinazionali.
Infine la domanda che dobbiamo farci è: dove si trovano le maggiori sacche di povertà in Italia? Ovviamente al Sud!
Campania e Sicilia sono infatti secondo i dati Eurostat le Regioni più povere non solo d’Italia, ma addirittura d’Europa. Ecco che tutto torna in attesa della prossima fine dell’unità nazionale, spolpare il Sud mandandogli meno fondi possibile e impoverirlo prima dei saluti finali.
Eppure non solo i media a supporto osannano Draghi come salvatore della patria, ma anche i partiti e parlamentari a supporto dopo averlo eletto Presidente del Consiglio continuano anche in campagna elettorale a dichiarare di volerne seguire “l’agenda”.

In questo quadro, come in un gioco di scatole cinesi, si innesta non a caso il programma economico della destra volto tramite la Flat Tax a sottrarre ulteriori risorse alle classi più deboli a livello nazionale, a partire dai cittadini del Mezzogiorno, a favore delle classi più ricche che si trovano principalmente al Nord del Paese.
Infatti l’aliquota proposta dalla Lega del 23% già si applica a a 18,3 milioni di contribuenti italiani con reddito fino a 15.000€. Ovviamente questi non avranno alcun beneficio da una riforma fiscale così come promessa dalla Lega.

I circa 6 milioni di contribuenti con reddito fra 29 e 50mila € avrebbero un beneficio medio di circa 2.500€, mentre i circa 2 milioni di contribuenti con reddito oltre i 50mila €, i più ricchi, otterrebbero un risparmio di ben 13mila €. Quindi solo il 20% dei contribuenti e dell’elettorato, i più ricchi, avrebbero un grande vantaggio da questa riforma.

Come detto questo segmento si trova in larghissima parte ad avere residenza al Nord. Dunque la Flat Tax redistribuisce le risorse a favore dei più ricchi, del Nord, a danno dei più poveri, concentrati al Sud. Infatti è stato calcolato che questa riforma trasferirebbe dal Sud (poveri) al Nord (ricchi) 50 Miliardi di €.

Ovviamente in questa guerra alle classi popolari la simulazione è possibile farla anche all’interno dei territori del Nord, non trattandosi esclusivamente di una lotta imposta dal razzismo di Stato contro il Sud, ma anche di una lotta di classe a livello nazionale da parte delle classi “digerenti” della destra liberale.
Secondo l’Istat, infatti il reddito medio in Italia è pari a 21.570 euro all’anno e la città di Milano ha un reddito medio pro capite di quasi 34mila euro all’anno. Ma, secondo la CGIL e basandosi sui numeri dell’Agenzia delle Entrate, il 27,7% del reddito prodotto è nelle mani del solo 2,4% della popolazione. Alla voce “deboli”, secondo la CIGL, ci sono i lavoratori part time, sia a tempo determinato che indeterminato: operai e impiegati che, avendo chiesto il tempo pieno ma senza risultato, portano a casa poco più di 12 mila euro all’anno. A questi si aggiungono tutti i lavoratori a chiamata: il loro reddito medio annuo si attesta sotto gli 8 mila euro.
A queste fasce si aggiunge quella fetta pari a circa il 40-50% dei 23mila nuclei familiari che percepiscono il Reddito di Cittadinanza a Milano. Secondo il Comune questa parte di percettori sono lavoratori che percepiscono in media 500 euro al mese, quindi 6 mila euro all’anno.

In questa guerra ai poveri non è quindi un caso che Meloni, Renzi, Calenda, Salvini, vogliano abolire il Reddito di Cittadinanza, così come richiedono da tempo quei prenditori, del Nord come del Sud, che han più difficoltà a trovare salariati da sfruttare. Il Reddito di Cittadinanza, per la prima volta in Italia, ha determinato un diritto dei poveri al welfare, senza chiedere un favore ai potenti di turno. Forse è questa anomalia che alcuni politici vogliono cancellare.
L’agenda Draghi (cioè l’agenda Ue) serve esattamente a questo scopo: dividere i tantissimi sommersi dai pochissimi salvati.

E’ l’agenda del partito consociativo della guerra, delle privatizzazioni, della precarizzazione del lavoro e dell’Autonomia differenziata.
Lo schema seguito, visto che l’Italia è un grande boccone, è stato dapprima quello di trasferire e concentrare la ricchezza al Nord (Teoria della Locomotiva), per poi apprestarsi, ora, al passaggio di questa ricchezza dal Nord Italia a chi gestisce la grande finanza internazionale, soprattutto del Nord Europa, e ai quei pochissimi oligarchi italiani che reggono da sempre il gioco ai potentati internazionali. Il tutto ovviamente in barba alla Costituzione. Una vicenda questa che pochi anni fa, su scala più piccola, si è già vista in Grecia, anche lì, guarda caso, gestita in prima persona da Draghi quando era Presidente BCE.

L’Italia è così un Paese sempre più disuguale e povero e sarebbe ora che le classi popolari riuscissero a far blocco esprimendo una propria rappresentanza politica nazionale, per impedire e contrastare, entrando in Parlamento, l’attacco portato dalla destra liberale che ha nell’ultimo trentennio quasi sempre fatto sponda con il cosiddetto centrosinistra del “voto utile”. Un voto che è poi sempre stato utilizzato contro gli interessi delle classi popolari, dimostrandosi così un voto del tutto inutile. Le elezioni però arrivano in leggero anticipo rispetto alla grande crisi economica prevista dagli osservatori per l’autunno. E’forse questo il vero motivo della repentina, inattesa, caduta del Governo Draghi e la decisione di chiudere la Legislatura e di stabilire le Elezioni il 25 settembre 2022, per poter così definire anticipatamente un Parlamento ancora più appiattito sull’asse NATO-UE-USA-DRAGHI e per evitare, con l’acuirsi della crisi economica, una risposta popolare nelle urne contraria allo status quo.

La sinistra non deve avere paura di ricordare che meno tasse, e soprattutto meno tasse per i ricchi (la flat tax appunto), significano una scuola peggiore, un sistema sanitario peggiore, trasporti peggiori, maggiori diseguaglianze territoriali. Bisogna poi interrogarsi se chi dichiara da “sinistra” di voler continuare a seguire l’Agenda Draghi possa ancora continuare a definirsi di “sinistra” o se, come appare da tempo evidente, è semplicemente il più pericoloso e insidioso nemico delle classi popolari.

Basta rileggere il Gramsci dei Quaderni dal carcere per chiarirsi subito le idee: «La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente, a piccole tappe e non di un solo colpo (ciò che avrebbe ben altro significato, per l’effetto psicologico condensato, e potrebbe far nascere una forza concorrente attiva a quella che passivamente si adatta alla «fatalità», o rafforzarla se già esiste)».

Anche per porre fine a questo infingimento da parte di quella “sinistra” che da un trentennio ci ammorba con il racconto della Lega “costola della sinistra” e che non a caso vede il Pd pronto a far da sponda alla richiesta di autonomia differenziata presentate dalle regioni leghiste, che si è formata e opera Unione Popolare: sosteniamola!

Natale Cuccurese

Presidente del Partito del Sud
Candidato al Parlamento per Unione Popolare

Fonte: LavoroeSalute




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sabato 10 settembre 2022

De Magistris: “Centro-destra, centro-sinistra e M5S vogliono l’autonomia differenziata a discapito del Sud”

 Nel corso di questa singolare campagna elettorale estiva, quasi tutte le formazioni politiche si sono riempite la bocca con la parola Sud. Peccato, però, che le stesse formazioni politiche che hanno promesso mari e monti al Mezzogiorno, oltre a non essere credibili, in quanto, nel corso degli ultimi venti anni, dal cosiddetto Centro-Sinistra al Centro-Destra passando per il sempre ambiguo ed ipocrita Movimento 5 Stelle, sono state parimenti responsabili degli “scippi” di Stato perpetrati nei confronti dei bisogni e dei diritti disattesi dei cittadini meridionali, contemplino nei loro programmi anche l’attuazione dell’autonomia differenziata, tramite la quale si vuole statuire definitivamente la condizione del Sud come “colonia estrattiva interna”.

L’unica formazione politica che nel suo programma politico ha inserito in modo credibile un NO fermo e deciso al “progetto di Autonomia differenziata” ed un SÌ altrettanto fermo e deciso a “politiche orientate a riequilibrarle le disparità tra Nord e Sud del Paese”, è quella dell’Unione Popolare, promossa, tra le altre formazioni della sinistra radicale e sociale che la costituiscono, dal Partito del Sud presieduto da Natale Cuccurese, da sempre impegnato politicamente e culturalmente nelle lotte a favore della definitiva soluzione della questione meridionale.

Di recente, il leader di Unione Popolare, Luigi de Magistris, è intervenuto su questi temi. “Centro-destra, centro-sinistra, 5S – ha dichiarato l’ex Sindaco di Napoli via social – vogliono tutti l’autonomia differenziata, per lasciare il Sud ancora più indietro e per rafforzare i poteri burocratico-clientelari della politica regionale contro sindaci ed autonomie territoriali”.

Fonte: Vesuvianonews-articolo di Salvatore Lucchese




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 Nel corso di questa singolare campagna elettorale estiva, quasi tutte le formazioni politiche si sono riempite la bocca con la parola Sud. Peccato, però, che le stesse formazioni politiche che hanno promesso mari e monti al Mezzogiorno, oltre a non essere credibili, in quanto, nel corso degli ultimi venti anni, dal cosiddetto Centro-Sinistra al Centro-Destra passando per il sempre ambiguo ed ipocrita Movimento 5 Stelle, sono state parimenti responsabili degli “scippi” di Stato perpetrati nei confronti dei bisogni e dei diritti disattesi dei cittadini meridionali, contemplino nei loro programmi anche l’attuazione dell’autonomia differenziata, tramite la quale si vuole statuire definitivamente la condizione del Sud come “colonia estrattiva interna”.

L’unica formazione politica che nel suo programma politico ha inserito in modo credibile un NO fermo e deciso al “progetto di Autonomia differenziata” ed un SÌ altrettanto fermo e deciso a “politiche orientate a riequilibrarle le disparità tra Nord e Sud del Paese”, è quella dell’Unione Popolare, promossa, tra le altre formazioni della sinistra radicale e sociale che la costituiscono, dal Partito del Sud presieduto da Natale Cuccurese, da sempre impegnato politicamente e culturalmente nelle lotte a favore della definitiva soluzione della questione meridionale.

Di recente, il leader di Unione Popolare, Luigi de Magistris, è intervenuto su questi temi. “Centro-destra, centro-sinistra, 5S – ha dichiarato l’ex Sindaco di Napoli via social – vogliono tutti l’autonomia differenziata, per lasciare il Sud ancora più indietro e per rafforzare i poteri burocratico-clientelari della politica regionale contro sindaci ed autonomie territoriali”.

Fonte: Vesuvianonews-articolo di Salvatore Lucchese




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