mercoledì 29 luglio 2020

Dall’Europa soldi Sud…ati


Cuccurese

L’ultimo Consiglio Europeo, il più lungo della storia, si è concluso con un compromesso che ha accontentato tutti. Il super sconto ha placato i Paesi “frugali” che si sono accontentati del “freno” al posto del veto. Si sono evidenziate una serie di contraddizioni ed egoismi di carattere nazionale che fan ben capire che dell’idea originaria di Unione Europea dei “padri fondatori” è rimasto ben poco.

In questo quadro giocato tutto sulle politiche neoliberiste ci sono comunque aspetti positivi per il Mezzogiorno, visto anche che la ribadita centralità delle politiche di coesione pare fatta su misura per colmare i divari del Sud.Un’opportunità storica per provare realmente a invertire il divario e ridurre le disuguaglianze territoriali. In quest’ottica è assolutamente indispensabile quanto previsto l’applicazione della clausola 34%, che attende il decreto attuativo dal 2016, che obbliga ad investire nelle regioni del Sud il 34% (la percentuale sul totale dei cittadini del Sud) di tutti gli investimenti ordinari nazionali, prevedendo almeno la stessa quota per i fondi in arrivo dall’Europa, visto inoltre che la Ministra per le Infrastrutture De Micheli pochi giorni fa ha dichiarato: «Il governo ha già deciso: al Sud il 40% del Recovery fund», e visto che L’Europa dice che se non cresce il Sud, non cresce l’Italia.

La quale, senza il Sud, si trascina in una stagnazione costante; altro che crescita!

Guardando il bicchiere mezzo pieno, di positivo c’è anche che il Ministro Boccia, dopo che negli ultimi mesi non ha fermato il progetto leghista, sposato dal Pd emiliano, di Autonomia differenziata e dopo aver presentato mesi fa bozze di discussione di “ Legge Cornice” ancora sulla base della “spesa storica”, “almeno per un anno” in attesa della definizione dei Lep, ha specificato in una intervista di pochi giorni fa sul Messaggero “che bisogna definire i Lep e finanziarli integralmente. Non ci sono più alibi e non si deve più perdere tempo”, avviando così il percorso che dovrebbe, finalmente, portare alla definizione dei Lep.

La svolta, oltre che dalla spinta dell’Europa, è arrivata anche dal Sose, società del Mef e Banca d’Italia, che mercoledì scorso ha consegnato in Parlamento la “ricognizione dei livelli delle prestazioni garantite nei territori delle Regioni a Statuto ordinario e i relativi costi”. Le valutazioni del Sose sono nell’ordine di grandezza di finanziamenti aggiuntivi per 9 miliardi di euro annui, per le sei Regioni meridionali a statuto ordinario, solo per raggiungere i diritti sociali minimi. Dal conteggio è esclusa la Sanità dove sono attivi i Lea e il trasporto pubblico locale. Per il resto l’analisi Sose mette in rilievo gli attuali divari notevolissimi fra le Regioni del Sud e del Nord. Purtroppo i Lep non sono la panacea per ogni attuale differenza, ma solo un argine all’eccesso di diseguaglianze e la cui mancata definizione dal 2001 ha contribuito allo scippo di risorse a solo vantaggio delle Regioni “virtuose” del Nord dal 2000 al 2017 per ben 840 miliardi di euro come evidenziato dal rapporto Eurispes dello scorso gennaio, scippo che continua al ritmo di 61,3 miliardi all’anno come da conteggi del QdS. Boccia inoltre propone, a mio avviso giustamente, di escludere sanità, organizzazione scuola, trasporto pubblico dal tavolo della Autonomia differenziata, ma ovviamente, soprattutto sulla sanità, alcuni governatori, a partire da quelli leghisti e protoleghisti, hanno alzato le barricate, troppo ghiotto il piatto.

Per quanto riguarda la Sanità è inoltre assolutamente necessario cambiare i criteri del riparto del fondo sanitario nazionale che da sempre penalizzano il Mezzogiorno, basandosi sulla quota paritaria pesata solo con la ponderazione per età e che privilegiano così le regioni con una maggiore popolazione anziana, cioè quelle del Nord. In questa babele di fregature ai danni del Sud anche l’arrivo dei fondi europei non potrà invertire la situazione sul lungo periodo.

È inoltre assolutamente doveroso vigilare su possibili e nuove sottrazioni di fondi al Sud e e ricordare che al momento tutto prosegue con le solite logiche a vantaggio di solo una parte del territorio nazionale: il Nord.

Infatti nel recentissimo DL Semplificazioni, l’art. 47 prevede, ancora una volta, che le risorse destinate al Mezzogiorno possono essere usate per risolvere le emergenze dell’intero Paese. Purtroppo al momento, in attesa dell’ arrivo dei fondi del Ricovey Fund, che non saranno rapidissimi, le uniche risorse disponibili sono quelle del Fondo di Coesione e Sviluppo e la paura è che in assenza, nel breve periodo, di altre risorse il Mezzogiorno assista, ancora una volta, ad un trasferimento dei fondi verso altre finalità e altri territori come già accaduto più volte in passato. In conclusione, detto che è positivo il linguaggio deciso usato da Boccia, anche al fine di riportare la “Questione meridionale” al centro dell’agenda del governo, è giusto ricordare che la definizione dei Lep non mette al riparo dalla possibile frammentazione del Paese in Regioni e di conseguenza cittadini di serie A al Nord e serie B al Sud, in barba a decenza e dettato costituzionale.

Fonte:Transform!italia


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Cuccurese

L’ultimo Consiglio Europeo, il più lungo della storia, si è concluso con un compromesso che ha accontentato tutti. Il super sconto ha placato i Paesi “frugali” che si sono accontentati del “freno” al posto del veto. Si sono evidenziate una serie di contraddizioni ed egoismi di carattere nazionale che fan ben capire che dell’idea originaria di Unione Europea dei “padri fondatori” è rimasto ben poco.

In questo quadro giocato tutto sulle politiche neoliberiste ci sono comunque aspetti positivi per il Mezzogiorno, visto anche che la ribadita centralità delle politiche di coesione pare fatta su misura per colmare i divari del Sud.Un’opportunità storica per provare realmente a invertire il divario e ridurre le disuguaglianze territoriali. In quest’ottica è assolutamente indispensabile quanto previsto l’applicazione della clausola 34%, che attende il decreto attuativo dal 2016, che obbliga ad investire nelle regioni del Sud il 34% (la percentuale sul totale dei cittadini del Sud) di tutti gli investimenti ordinari nazionali, prevedendo almeno la stessa quota per i fondi in arrivo dall’Europa, visto inoltre che la Ministra per le Infrastrutture De Micheli pochi giorni fa ha dichiarato: «Il governo ha già deciso: al Sud il 40% del Recovery fund», e visto che L’Europa dice che se non cresce il Sud, non cresce l’Italia.

La quale, senza il Sud, si trascina in una stagnazione costante; altro che crescita!

Guardando il bicchiere mezzo pieno, di positivo c’è anche che il Ministro Boccia, dopo che negli ultimi mesi non ha fermato il progetto leghista, sposato dal Pd emiliano, di Autonomia differenziata e dopo aver presentato mesi fa bozze di discussione di “ Legge Cornice” ancora sulla base della “spesa storica”, “almeno per un anno” in attesa della definizione dei Lep, ha specificato in una intervista di pochi giorni fa sul Messaggero “che bisogna definire i Lep e finanziarli integralmente. Non ci sono più alibi e non si deve più perdere tempo”, avviando così il percorso che dovrebbe, finalmente, portare alla definizione dei Lep.

La svolta, oltre che dalla spinta dell’Europa, è arrivata anche dal Sose, società del Mef e Banca d’Italia, che mercoledì scorso ha consegnato in Parlamento la “ricognizione dei livelli delle prestazioni garantite nei territori delle Regioni a Statuto ordinario e i relativi costi”. Le valutazioni del Sose sono nell’ordine di grandezza di finanziamenti aggiuntivi per 9 miliardi di euro annui, per le sei Regioni meridionali a statuto ordinario, solo per raggiungere i diritti sociali minimi. Dal conteggio è esclusa la Sanità dove sono attivi i Lea e il trasporto pubblico locale. Per il resto l’analisi Sose mette in rilievo gli attuali divari notevolissimi fra le Regioni del Sud e del Nord. Purtroppo i Lep non sono la panacea per ogni attuale differenza, ma solo un argine all’eccesso di diseguaglianze e la cui mancata definizione dal 2001 ha contribuito allo scippo di risorse a solo vantaggio delle Regioni “virtuose” del Nord dal 2000 al 2017 per ben 840 miliardi di euro come evidenziato dal rapporto Eurispes dello scorso gennaio, scippo che continua al ritmo di 61,3 miliardi all’anno come da conteggi del QdS. Boccia inoltre propone, a mio avviso giustamente, di escludere sanità, organizzazione scuola, trasporto pubblico dal tavolo della Autonomia differenziata, ma ovviamente, soprattutto sulla sanità, alcuni governatori, a partire da quelli leghisti e protoleghisti, hanno alzato le barricate, troppo ghiotto il piatto.

Per quanto riguarda la Sanità è inoltre assolutamente necessario cambiare i criteri del riparto del fondo sanitario nazionale che da sempre penalizzano il Mezzogiorno, basandosi sulla quota paritaria pesata solo con la ponderazione per età e che privilegiano così le regioni con una maggiore popolazione anziana, cioè quelle del Nord. In questa babele di fregature ai danni del Sud anche l’arrivo dei fondi europei non potrà invertire la situazione sul lungo periodo.

È inoltre assolutamente doveroso vigilare su possibili e nuove sottrazioni di fondi al Sud e e ricordare che al momento tutto prosegue con le solite logiche a vantaggio di solo una parte del territorio nazionale: il Nord.

Infatti nel recentissimo DL Semplificazioni, l’art. 47 prevede, ancora una volta, che le risorse destinate al Mezzogiorno possono essere usate per risolvere le emergenze dell’intero Paese. Purtroppo al momento, in attesa dell’ arrivo dei fondi del Ricovey Fund, che non saranno rapidissimi, le uniche risorse disponibili sono quelle del Fondo di Coesione e Sviluppo e la paura è che in assenza, nel breve periodo, di altre risorse il Mezzogiorno assista, ancora una volta, ad un trasferimento dei fondi verso altre finalità e altri territori come già accaduto più volte in passato. In conclusione, detto che è positivo il linguaggio deciso usato da Boccia, anche al fine di riportare la “Questione meridionale” al centro dell’agenda del governo, è giusto ricordare che la definizione dei Lep non mette al riparo dalla possibile frammentazione del Paese in Regioni e di conseguenza cittadini di serie A al Nord e serie B al Sud, in barba a decenza e dettato costituzionale.

Fonte:Transform!italia


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giovedì 23 luglio 2020

REGIONALI, NASCE “TERRA” , LISTA CIVICA AMBIENTALISTA IN CAMPANIA.

CONFERENZA DI PRESENTAZIONE MARTEDI 28 LUGLIO ORE 11 DAVANTI ASSESSORATO AMBIENTE
Conferenza stampa di presentazione di “Terra” , la lista civica ecologista per le regionali in Campania, in programma martedì 28 Luglio alle ore 11.00 davanti all'Assessorato regionale all'ambiente per presentare ufficialmente la lista e i due candidati "copresidenti": Luca Saltalamacchia, avvocato ambientalista e Stefania Fanelli, consigliera comunale di Marano, ma soprattutto storica attivista del movimento antidiscarica dell'area nord di Napoli.
Abbiamo scelto la copresidenza , la candidatura di un uomo e di una donna insieme, seguendo la lezione femminista e democratica del popolo curdo, un popolo per cui Luca ha lottato con le armi del diritto.
"Oggi le grandi mobilitazioni internazionali relative al disastro climatico incombente ridanno centralità a quello che noi diciamo da sempre - spiegano gli attivisti - ossia che ripensare il modello di sviluppo che fa arricchire pochi e ammalare molti va ripensato dalle fondamenta, altrimenti le conseguenze saranno catastrofiche.
La Campania non è un isola. È terra inquinata in un mondo malato.
Con questo progetto vogliamo sfruttare la campagna elettorale per riportare al centro della riflessione pubblica non un tema qualsiasi, ma quello su cui si giocherà il futuro del nostro territorio e delle generazioni a venire. Salute e ambiente oggi sono la posta in gioco più alta della sfida che abbiamo di fronte: noi ci siamo. Ripartiamo da settembre per non fermarci, come mai abbiamo fatto, con la convinzione che questa scommessa ci aiuterà ad intrecciare esperienze, intelligenze, passioni, desideri di cambiamento che non possono che rafforzarsi a vicenda in un orizzonte collettivo. Quello di chi pensa che la terra non sia un regalo scontato, ma la posta in gioco di un guerra contro chi la avvelena in nome del profitto"- concludono.
Terra nasce dal mondo dell'ambientalismo campano che ha l'ambizione di sfidare le compagini di centro-sinistra e centro-destra che storicamente governano la regione. Se il nome e il simbolo di questo progetto sono nuovi, le storie che lo compongono vengono da lontano: si tratta infatti di una coalizione di tante e tanti attivisti che, ormai da anni, si spendono contro inquinamento e eco mafie, in difesa del suolo, dell'acqua pubblica, dei beni comuni, dell'aria, dei diritti violati dei cittadini del Sud: della terra, appunto, in una terra ammalata da ecomafie e mala politica. All'appello nato ormai un mese fa hanno però aderito molte forze, con l'entusiasmo di chi pensa che il destino della regione non sia già scritto: associazioni, collettività, organizzazioni del mondo del lavoro e del non lavoro, forze politiche e anche tante e tanti singoli cittadini che ritengono sia l'ora di mettersi in gioco per non lasciare che tutto sia deciso sempre dai soliti noti.
E’ il mondo di chi non crede che il destino sia già scritto, di chi non ha paura di scendere in campo contro i “giganti” della vecchia politica, contro chi vince a tavolino con le armi del consenso in cambio di promesse e illusioni.


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CONFERENZA DI PRESENTAZIONE MARTEDI 28 LUGLIO ORE 11 DAVANTI ASSESSORATO AMBIENTE
Conferenza stampa di presentazione di “Terra” , la lista civica ecologista per le regionali in Campania, in programma martedì 28 Luglio alle ore 11.00 davanti all'Assessorato regionale all'ambiente per presentare ufficialmente la lista e i due candidati "copresidenti": Luca Saltalamacchia, avvocato ambientalista e Stefania Fanelli, consigliera comunale di Marano, ma soprattutto storica attivista del movimento antidiscarica dell'area nord di Napoli.
Abbiamo scelto la copresidenza , la candidatura di un uomo e di una donna insieme, seguendo la lezione femminista e democratica del popolo curdo, un popolo per cui Luca ha lottato con le armi del diritto.
"Oggi le grandi mobilitazioni internazionali relative al disastro climatico incombente ridanno centralità a quello che noi diciamo da sempre - spiegano gli attivisti - ossia che ripensare il modello di sviluppo che fa arricchire pochi e ammalare molti va ripensato dalle fondamenta, altrimenti le conseguenze saranno catastrofiche.
La Campania non è un isola. È terra inquinata in un mondo malato.
Con questo progetto vogliamo sfruttare la campagna elettorale per riportare al centro della riflessione pubblica non un tema qualsiasi, ma quello su cui si giocherà il futuro del nostro territorio e delle generazioni a venire. Salute e ambiente oggi sono la posta in gioco più alta della sfida che abbiamo di fronte: noi ci siamo. Ripartiamo da settembre per non fermarci, come mai abbiamo fatto, con la convinzione che questa scommessa ci aiuterà ad intrecciare esperienze, intelligenze, passioni, desideri di cambiamento che non possono che rafforzarsi a vicenda in un orizzonte collettivo. Quello di chi pensa che la terra non sia un regalo scontato, ma la posta in gioco di un guerra contro chi la avvelena in nome del profitto"- concludono.
Terra nasce dal mondo dell'ambientalismo campano che ha l'ambizione di sfidare le compagini di centro-sinistra e centro-destra che storicamente governano la regione. Se il nome e il simbolo di questo progetto sono nuovi, le storie che lo compongono vengono da lontano: si tratta infatti di una coalizione di tante e tanti attivisti che, ormai da anni, si spendono contro inquinamento e eco mafie, in difesa del suolo, dell'acqua pubblica, dei beni comuni, dell'aria, dei diritti violati dei cittadini del Sud: della terra, appunto, in una terra ammalata da ecomafie e mala politica. All'appello nato ormai un mese fa hanno però aderito molte forze, con l'entusiasmo di chi pensa che il destino della regione non sia già scritto: associazioni, collettività, organizzazioni del mondo del lavoro e del non lavoro, forze politiche e anche tante e tanti singoli cittadini che ritengono sia l'ora di mettersi in gioco per non lasciare che tutto sia deciso sempre dai soliti noti.
E’ il mondo di chi non crede che il destino sia già scritto, di chi non ha paura di scendere in campo contro i “giganti” della vecchia politica, contro chi vince a tavolino con le armi del consenso in cambio di promesse e illusioni.


mercoledì 15 luglio 2020

Per il Sud e per l’Italia



Noi donne e uomini che abitiamo le regioni meridionali d’Italia e le vediamo continuamente attraversate dal degrado e dalla povertà;
noi che abbiamo molta storia difficile alle spalle, ma non ci siamo abbrutiti nelle sofferenze e non ci siamo consegnati all’apatia e all’indifferenza dei sudditi consenzienti, come avrebbero voluto i tanti re che si sono succeduti nell’arco della modernità, ed anche prima, e come avrebbero voluto le classi possidenti e parassitarie che facevano loro da corona,
noi che non siamo stati piegati neppure dalla ingenerosità di una Italia unita che non ha mantenuto ciò che prometteva e non ha modificato, se non tenuamente, le condizioni di miseria e abbandono,
noi che abbiamo conosciuto soprattutto i risvolti negativi del decollo economico, largamente segnato, nel nostro Sud, dalla carenza dei servizi pubblici, dalla fatiscenza del sistema viario e ferroviario, dalla insufficienza del credito alle imprese, dalla prevalenza delle produzioni obsolete e tecnologicamente povere;
noi che viviamo questi luoghi bellissimi, stracolmi di memorie e patrimoni culturali, ma incapaci di dare un futuro lavorativo a tanti nostri figli e figlie, e a tanti padri e madri di famiglia, ancora costretti a cercare altrove, nel nord dell’Italia e fuori dall’Italia, la possibilità di un futuro. Come cinquant’anni fa, cent’anni fa, centocinquant’anni fa;
noi che sappiamo quanto poco sia cambiato dai silenzi rabbiosi dei nostri trisavoli, col cappello in mano davanti ai possidenti nobili e borghesi. E non basta che nei vicoli tortuosi delle città, i popolani non camminino più a piedi nudi,
noi che capiamo sempre più chiaramente quanto abbia a vedere con la nostra condizione disperante il sistema sociale che si basa sul profitto di pochi e il lavoro di molti, e che concentra in alcuni poli il buon vivere e la ricchezza e ad altri poli lascia la miseria e la vita di scarto,
noi che sperimentiamo giorno per giorno quanto continui ad esser duro lo scontro di civiltà tra le regole del vivere solidale e le regole della sopraffazione brutale dei potentati economici, politici, criminali,
noi che ricordiamo quanto questo Sud abbia combattuto, come sia stato punteggiato da grandi lotte bracciantili e contadine e come i nostri operai non siano stati da meno degli operai del Nord nel rivendicare dignità e diritti,
noi che solidarizziamo con le tante resistenze che continuano in questo nostro Sud martoriato: dalla tutela dell’ambiente, della salute e dell’istruzione alle battaglie contro l’affarismo clientelare e mafioso che sfregia il paesaggio e le comunità; dalle mobilitazioni per la salvaguardia dei beni comuni ai movimenti che si battono per il potenziamento dei servizi pubblici; dalla denuncia del lavoro precario e sottopagato alla difesa dei diritti di chiunque abiti i nostri paesi e le nostre città, vi sia nato o vi sia giunto con la speranza nel cuore; dalle lotte del lavoro e per il lavoro alla rivendicazione di un reddito e un vivere dignitosi per tutte e tutti; dalla costruzione di spazi aperti di condivisione, solidarietà e accoglienza all’affermazione di una cultura che metta assieme lo tradizioni territoriali e la rottura delle barriere, con lo sguardo inclusivo, aperto al futuro e alla vastità dell’orizzonte,
noi, insomma, che vogliamo un nuovo Sud in una nuova Italia solidale, resa finalmente uguale per qualità di vita e prospettive di futuro
presentiamo al Parlamento, al Governo e all’insieme delle Istituzioni nazionali e locali la seguente CARTA DEI DIRITTI DEL SUD, redatta, a un tempo, come rivendicazione e proposta.
RITENIAMO IMPRESCINDIBILI ED EVIDENTI DI PER SÉ I SEGUENTI
DIRITTI DELLE POPOLAZIONI DEL SUD DELL’ITALIA:
  1. Diritto ad una qualità della vita uguale a quella delle altre regioni d’Italia.
Chiediamo che si ponga mano ai guasti creati dalla modifica del Titolo V della Costituzione, che a partire dal 2001 ha spezzato l’unitarietà nazionale dei servizi pubblici essenziali e ha moltiplicato le distanze tra le diverse regioni del Paese. In particolare, pretendiamo che vengano mantenute, anche nell’emergenza del Covid19, sia la destinazione dei finanziamenti europei a valere sul Fondo di coesione, destinati al Sud per l’80%, sia la percentuale del 34% degli investimenti diretti statali, normativamente prevista per il Sud dalla Legge n. 18/2017, incredibilmente ancora priva di decreti di attuazione. Anzi, riteniamo indispensabile estendere la clausola del 34% anche ai piani di investimento delle aziende a partecipazione pubblica o comunque controllate dal Ministero del Tesoro, e ciò perché è assolutamente necessario ed urgente il recupero del gap tra il Sud e il resto dell’Italia, cresciuto ulteriormente negli ultimi decenni con lo sciagurato paradigma delle cosiddette “spese storiche” delle regioni. Con tale sistema, chi aveva speso di meno per l’istruzione, la sanità e la cura dei beni comuni rimaneva inchiodato, anno dopo anno, alle stesse cifre di sempre, e riceveva concretamente di meno dallo Stato nazionale. Diventava, cioè, ininfluente che il Sud avesse speso di meno soprattutto perché aveva avuto sempre meno risorse a disposizione, perché si era trovato nel “posto sbagliato” quando la storia concreta del nostro Paese andava determinando, da un lato, i poli di sviluppo e, dall’altro, i poli di declino. È una situazione non più sostenibile. E chi addirittura prospetta il rafforzamento dell’autonomia regionale davvero vuole non solo il male del Sud, ma proprio il male dell’Italia intera. Per noi è dunque indispensabile mettere da parte qualsiasi discorso di autonomia regionale differenziata ed affidare allo Stato politiche attive di costruzione dell’uguaglianza sostanziale fra tutte le zone nel nostro Paese.
  1. Diritto ad un ambiente sano, amico agli esseri umani.
Il degrado ambientale del Sud è sotto gli occhi di tutti: dai veleni sotterrati ovunque dalle mafie e dalla grande industria al disboscamento intensivo, dal consumo onnivoro di suolo pubblico al degrado delle falde acquifere e delle produzioni agricole. È urgente e indispensabile una grande opera di rimboschimento e di risanamento del suolo e del sottosuolo, in uno con la difesa e lo sviluppo degli spazi agricoli. Occorre, a tal fine, l’azione coordinata di tutte le istituzioni pubbliche e la vigilanza attiva della cittadinanza e dei comitati ambientalisti. Occorre anche il concreto sostegno pubblico alle filiere produttive che recuperino spazi per una agricoltura e una zootecnia di qualità incentrate sulle vocazioni territoriali. Occorre inoltre la difesa intransigente del paesaggio e il reintegro degli spazi di vivibilità, anche, e forse soprattutto, degli spazi di vivibilità urbana, legando a tale contesto il riordino del ciclo dei rifiuti e delle merci, e puntando sul riciclaggio e sul riuso contro la logica dell’usa e getta. Occorre infine una tutela inflessibile dei territori dalle aggressioni speculative grandi e piccole, che ancora insistono, in questo nostro Sud, con la logica della rapina e dello sfregio ambientale.
  1. Diritto ad essere curati al meglio, senza distinzioni di censo.
La tragedia del coronavirus in Italia ha chiarito a tutti come la sanità non possa rientrare nella logica del profitto. Lo smantellamento progressivo della Legge 833, che nel dicembre 1978 aveva istituito il servizio sanitario nazionale basato sul diritto uguale dei cittadini a ricevere assistenza contro le patologie, è stato davvero uno dei più gravi disastri vissuti dall’Italia. Si è passati da un sistema unitario, sorretto dalla fiscalità generale e incentrato sul concetto di solidarietà, ad un sistema non solo spezzettato per regioni, ma anche sempre più privatizzato e con differenze vistose che penalizzano regolarmente il Sud: per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro e appena 18 nel Mezzogiorno. Ed anche con risorse diversificate, costi per l’utenza e prestazioni di qualità frammiste a prestazioni di scarso valore. Noi lo ribadiamo con forza: la sanità deve essere gestita direttamente dallo Stato – ovvero, dal soggetto che può esprimere, più di ogni altra istituzione, l’interesse generale e, di conseguenza, l’impegno (articolo 3 della Costituzione) a “rimuovere gli ostacoli” che impediscono l’effettiva uguaglianza dei cittadini. Non solo. Vogliamo anche che si privilegi l’ambito della prevenzione e della medicina pubblica di prossimità, del tutto abbandonata per favorire la medicalizzazione ospedaliera e la diagnostica privata. In tale quadro, va recuperato l’insostenibile divario tra il Sud e il resto dell’Italia in termini di personale sanitario complessivo e posti letto (28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord), ridimensionando lo strapotere dei privati sulla sanità meridionale (per dare qualche riferimento, basti pensare che mentre la media nazionale si attesta su 0,75 posti letto in strutture private accreditate ogni 1.000 residenti, la Campania ha invece 1,6 posti letto ogni 1.000 residenti. E gli stessi dati della Federlab, l’associazione che riunisce gli imprenditori della Diagnostica di Laboratorio privata in Italia, dicono che a fronte delle circa 2.000 strutture sul territorio nazionale, ben 700 – più di un terzo! – operano nella sola Campania…)
  1. Diritto ad un lavoro stabile, tutelato dalla legge.
Siamo in un’epoca che vede la società e l’economia interagire molto più che in passato, e in modo diverso, perché c’è addirittura una preminenza della qualità della società sulla qualità della economia: Nella difesa del lavoro e dei diritti del lavoro non si può procedere, in particolare nel Sud, all’identica maniera degli ultimi decenni, senza l’intervento della mano pubblica nella programmazione economica. Chiediamo perciò una ripresa della politica industriale nel nostro Mezzogiorno, guidata dallo Stato; e, di contro, giudichiamo riduttiva una prospettiva che assegni alle regioni meridionali un ruolo di pura piattaforma turistica e logistica. Ma ciò non basta. Occorre, infatti, una qualificazione sociale degli investimenti, una loro aperta finalizzazione in direzione del modello di società. Diventano stringenti, in altre parole, non solo le questioni del “dove produrre”, ma esattamente le tematiche più ampie e ultimative del “cosa” produrre, del “come” produrre, del “quanto” produrre. Si tratta di intervenire contemporaneamente su tutti i punti del vivere sociale, sugli spazi della produzione e del lavoro non meno che su quelli del vivere e delle relazioni interpersonali. E soprattutto di intervenire avendo in testa, ancor prima che un modello di economia, proprio un modello di società. È questo il nodo di fondo: la sfida del Sud si pone oggi esattamente sulla linea di confine dell’alternativa di sistema. Il ragionamento va fatto fin da subito, oltre che dal versante dell’economia, anche da quello della cultura e della politica. È proprio in questo Sud disarmonico, che ha pienamente senso proporre le acquisizioni sulle quali il movimento dei movimenti ha insistito negli ultimi anni, dai processi di sviluppo de-mercificato alla critica del consumismo, dalla difesa dei beni comuni all’apertura comunicativa. È proprio in questo Sud difficile, che vede le concentrazioni urbane caotiche e invivibili, e al tempo stesso la dorsale appenninica in fase di progressivo spopolamento, che ha senso proporre il ciclo breve di produzione e consumo, oppure l’energia pulita, o anche il recupero ambientale come riqualificazione non solo dell’economia ma dell’intero vivere sociale. In sostanza, la questione meridionale non può essere affrontata con la pura logica del trasferimento delle risorse. Piuttosto che sulle quantità, bisogna ragionare esattamente sulle caratteristiche qualitative degli investimenti. Ovviamente, il punto di partenza di una tale prospettiva non può che essere la condizione del lavoro stabilizzato e normativamente tutelato. Che, in ogni caso, va fatto valere subito, con appositi programmi pubblici di riqualificazione dei lavoratori nonché coni investimenti e sostegno pubblico alla riconversione eco-compatibile delle aziende in crisi.
  1. Diritto ad un reddito certo, che permetta una esistenza dignitosa.
Poter disporre di un reddito sicuro è un desiderio, una aspirazione irrealizzata per larghissime fasce della popolazione del Sud. Non basta il reddito di cittadinanza recentemente varato, largamente insufficiente sul piano quantitativo e viziato da una logica familistica che costringe i giovani all’impossibilità pratica di costruirsi una vita autonoma dalla famiglia di origine. Non è accompagnato, inoltre, proprio nelle regioni del Sud, da alcuna vera prospettiva di inserimento lavorativo. Noi riteniamo urgente una riforma di questo istituto, che lo renda quantitativamente più consiste, in particolare per chi ha familiari a carico, e ne faciliti la fruizione per i singoli in quanto tali. Inoltre, vanno riorganizzati dalle fondamenta i Centri per l’impiego: la gestione può continuare ad essere delle Regioni. ma il coordinamento deve essere dello Stato, collegato all’ insieme dell’intervento pubblico in economia. Non è una misura specificamente per il Sud; ma nel Sud acquista particolare importanza per le percentuali abnormi di disoccupazione e per la diffusione, altrettanto abnorme, del lavoro nero. Non serve soltanto a chi indirettamente ne usufruisce, ma serve anche all’insieme della forza-lavoro: per difendere le proprie condizioni salariali in un mercato che ovunque, e nel Mezzogiorno in particolare, penalizza duramente il lavoro sia sul piano dell’orario e della quantità della fatica che sul piano delle retribuzioni.
  1. Diritto ad una abitazione che garantisca la dignità delle persone.
La questione delle abitazioni in questo XXI secolo si presenta ovunque, e in particolare nel Sud dell’Italia, con caratteri del tutto simili a quelli denunciati dal movimento operaio dell’Ottocento e del Novecento. È vero che l’Italia abbonda di case di proprietà, e che anche negli strati popolari l’essere proprietari della propria abitazione non è una rarità. Ma quali case? Quelle nei paesi di origine, abitate, da chi lavora al Nord o all’estero, solo 3 o 4 settimane l’anno? O quelle fatiscenti dei centri storici in rovina, quinto piano senza ascensore? E poi: da quando non si costruiscono più case popolari? Da quando manca in Italia un vero “piano casa”? Tutti lo sappiamo: chi è precario nell’attività lavorativa, seppure non vive nella casa dei genitori anziani, può permettersi appena l’affitto di abitazioni (o mezze abitazioni) fatiscenti, piccole, mal servite, e comunque costose. Chi ha un lavoro più stabile può affittare case leggermente migliori, e magari accendere un mutuo per l’acquisto, ma non deve guardare troppo alle distanze, ai servizi, agli spazi, alla qualità degli infissi. E poi ovunque abbondano le coabitazioni: dagli immigrati che pagano 100, 150 euro per un posto letto ai giovani part-time, agli studenti fuorisede. È venuto il tempo di un riordino generale del sistema casa. Noi vogliamo una ripresa dell’edilizia pubblica popolare, che privilegi il recupero urbanistico dei centri cittadini ed eviti il consumo di suolo. E vogliamo il controllo popolare sulle assegnazioni. Vogliamo anche un sistema di netta penalizzazione fiscale per le case sfitte o falsamente abitate, che favorisca l’offerta di case e l’emersione dei contratti. E vogliamo il sostegno pubblico a chi vive in affitto con bassi redditi, da far valere sulle bollette di luce, gas, acqua e spazzatura.
  1. Diritto a una istruzione ricca e completa, che favorisca personalità consapevoli.
Invece di dare milioni alle scuole private, tradendo il dettato costituzionale, occorre concentrare tutte le risorse possibili sulla scuola e sull’università statali. E non è solo questione di coronavirus: prevedere un massimo di 15 alunni per classe è necessario proprio per rafforzare la qualità e l’efficacia della didattica. Ed occorre subito innalzare l’obbligo scolastico a 18 anni, incentivando in tutti i modi le pratiche di recupero dell’abbandono e della dispersione scolastica. La scuola italiana vive molte difficoltà, a partire dalle carenze strutturali degli edifici e delle dotazioni, particolarmente gravi nel Sud; ma essa resta ancora un punto di forza del sistema-Italia. E però non si può continuare a fare assegnamento sulla sola dedizione dei docenti e del personale scolastico in genere. A tal proposito, noi vogliamo che il personale impegnato nell’istruzione e nella formazione abbia retribuzioni davvero equivalenti a quelle dei principali paesi europei. Del resto, sono queste le cose che chiedono da anni gli studenti e i lavoratori della scuola e dell’università.
  1. Diritto ad un sistema efficiente di mobilità pubblica.
È sotto gli occhi di tutti che il traffico privato diventa sempre più insostenibile, mentre il trasporto pubblico diventa sempre peggio sia sul piano quantitativo che qualitativo. È dunque una necessità obiettiva, imposta dalla drammaticità dell’inquinamento, nonché dalla sempre più marcata invivibilità degli spazi urbani: va assolutamente invertito il pauroso declino del trasporto pubblico locale, dando reale alternativa alla mobilità privata. Ciò significa intervenire con urgenza sulle reti ferroviarie secondarie, ammodernandole, nonché sull’insieme del trasporto locale: non solo moltiplicando le corse e rinnovando le vetture, ma anche ripristinando la presenza del personale nelle piccole stazioni ferroviarie, un tempo esse stesse piccoli presidi di civiltà nei paesi più isolati. Significa anche rimettere ordine, con apposite provvidenze, nel sistema dei bus cittadini, provinciali e regionali, incentivando le reti consortili e le partecipate pubbliche, e mettendo in condizione gli enti territoriali di offrire un efficiente servizio di mobilità all’intera cittadinanza. Significa infine una cura puntuale del sistema viario, in particolare quello cosiddetto “secondario”, che collega i tanti paesi della nostra Italia e del nostro Sud.
  1. Diritto all’accoglienza e all’inclusione come valori fondanti del vivere civile.
Nel nostro tempo le migrazioni sono inevitabili e nessun muro, nessuna barriera potrà mai impedire a chi spera un futuro migliore di perseguire il suo sogno. Tanto più che i paesi ricchi dell’Occidente hanno pesantissime responsabilità storiche per le terribili condizioni di miseria e insicurezza che segnano l’Africa, l’Asia e l’America Latina. D’altra parte, ci sono interi comparti produttivi che stanno su, in Italia, proprio grazie al lavoro dei migranti. Ma se le cose stanno così, è mai possibile che le leggi, la burocrazia e le istituzioni dello Stato continuino a frapporre ostacoli ad una chiara e lineare accoglienza? E che solo con incredibile fatica le associazioni di volontariato riescano ad attivare concrete dinamiche di inclusione? Nel nostro Sud non si possono lasciare migliaia di immigrati allo sbando e alla miseria più assoluta, con l’unica alternativa o del supersfruttamento o delle offerte di lavoro criminali. Noi vogliamo che i decreti che beffardamente si autodefiniscono “decreti sicurezza” vengano cancellati. Vogliamo che sia facilitato in tutti i modi l’impegno delle associazioni di volontariato tramite “Tavoli di ascolto territoriali”, che mettano le istituzioni in grado di recepire i molti suggerimenti che proprio le associazioni di volontariato possono dare: dalla modulistica ai sistemi informativi, dalle situazioni di degrado che vanno recuperate alle situazioni critiche che vanno affrontate. Vogliamo anche una normativa e un iter procedurale più agevoli per la regolarizzazione di chi lavora, e ciò anche al fine di favorire l’emersione del lavoro nero e tutelare la dignità delle persone e dei lavoratori. Vogliamo anche il potenziamento dei percorsi scolastici e formativi tesi all’inclusione effettiva delle persone migranti e dei loro familiari. Vogliamo infine un programma statale di ripopolamento della dorsale appenninica, che offra ai migranti, e a chiunque voglia farlo, la possibilità di rimettere a cultura produttiva tante aree abbandonate del nostro Mezzogiorno, ricostruendo un tessuto di vita e di civiltà aperto alla pluralità delle culture, delle lingue e delle esperienze.
  1. Diritto alla piena valorizzazione del patrimonio culturale materiale ed immateriale.
È fuor di dubbio che l’Italia sia una grande potenza sul piano culturale. L’intera nostra penisola è punteggiata di straordinarie testimonianze storiche e artistiche, che non sempre sono adeguatamente valorizzate, sia per la carenza di fondi e sia per la carenza di personale. Investire in cultura non vuol dire scrivere semplicemente dei depliant illustrativi, ma rendere il nostro patrimonio storico e paesaggistico, che costituisce uno dei principali punti di forza del nostro Mezzogiorno, una presenza viva non solo per i turisti ma anche per la cittadinanza più prossima. Noi vogliamo che ci sia un vero investimento pubblico in cultura, a partire dalla manutenzione e dal recupero dei centri storici. E questo vale per tanti comuni, piccoli e grandi del nostro Sud. Vogliamo perciò un immediato censimento dei siti su cui intervenire, e parallelamente vogliamo un diffuso sostegno pubblico a favore del nostro enorme patrimonio culturale immateriale, quello fatto di tradizioni musicali, antropologiche, religiose, artistiche, linguistico-letterarie, ludiche e culinarie. Vanno salvaguardate non in nome di un passato astratto, ma proprio in nome di una memoria capace di costruire comunità e apertura comunicativa al tempo stesso. Vogliamo, a tal proposito, che il Ministero dei beni culturali istituisca un tavolo permanente di coordinamento con le singole Regioni e gli enti locali sul piano provinciale. aperto al contributo attivo dell’associazionismo culturale.
  1. Diritto ad una amministrazione davvero democratica e trasparente della vita pubblica.
C’è bisogno di una moralizzazione profonda delle istituzioni e della pubblica amministrazione, che riguarda non solo lo strato dei politici, ma anche lo strato dei funzionari. Vogliamo, perciò, non soltanto regole più chiare di funzionamento, ma un vero e proprio codice etico che presieda alla vita normale delle pubbliche amministrazioni. La questione morale, ovvero la consapevolezza piena dello stato di degrado in cui versa la vita amministrativa del Sud – che langue quasi ovunque tra arroganza, sprechi, incompetenze, clientele, commistioni affaristiche e contiguità col malaffare -, dovrebbe attraversare come un lievito decisivo l’intera azione istituzionale, nonché tutte le istanze di progresso, le rivendicazioni dei movimenti, le stesse vertenze specifiche. E un elemento decisivo di questo processo virtuoso dovrebbe essere costituito, a nostro avviso, dalla effettiva permeabilità delle amministrazioni alle istanze dei movimenti e delle associazioni impegnate sul versante dei diritti e nelle pratiche di solidarietà. Non sono cose difficili: tavoli di ascolto e bilanci partecipati da parte degli Enti locali; effettivo valore al confronto pubblico per limare e limitare le asperità burocratiche da parte di chiunque abbia ruoli istituzionali; rendiconto trasparente di cosa si delibera e su come si attuano concretamente i dispositivi normativi.
  1. Diritto alla tutela dalle pressioni affaristiche e mafiose.
Noi lo sappiamo: nessuna ricetta esclusivamente economica può davvero affrontare una questione meridionale diventata oggi così complessa, e una realtà sociale così lacerata e lacerante, così piena di contraddizioni. Siamo nell’epoca in cui un reale ed armonico avanzamento economico riesce solo se si colloca entro l’alveo di una società attraversata da relazioni positive al suo interno, che costruisce e conserva elementi di civiltà finanche sul piano dei più minuti legami interpersonali. Occorre perciò guardare con grande attenzione non soltanto ai dati nudi e crudi dell’economia, ma anche alla qualità intrinseca del tessuto sociale, al segno che contraddistingue le relazioni interpersonali, al comune senso civico, al grado di autonomia intellettuale degli strati popolari, ai codici comportamentali, al formarsi dei processi di identità e di appartenenza. Occorre, in beve, far pienamente interagire società ed economia, tanto sul piano dell’indagine quanto sul piano della proposta, proprio perché già esse interagiscono nella concreta realtà del nostro tempo. Per questo, anche per questo, è necessario porre nel modo giusto il tema della lotta alla criminalità organizzata, così pervicacemente presente in larga parte dei territori del Sud. Essa è espressione di un determinato assetto sociale, e le mafie e le camorre sono parti reali del sistema dei poteri dominanti. Con l’aggravante che la criminalità organizzata si alimenta continuamente della illegalità diffusa, che in particolare nelle cinture urbane è una pratica di massa e coinvolge fasce amplissime di popolazione, e cresce anche grazie alle sue intersecazioni con un diffuso circuito di microdelinquenza aggressivo e privo di scrupoli. Nel combattere i fenomeni mafiosi e delinquenziali, le classi dominanti evitano accuratamente di chiamare in causa lo sviluppo capitalistico per come concretamente si articola e si struttura nel Mezzogiorno. Il risultato è una prospettiva puramente securitaria oppure un lasciar correre e un convivere. Noi additiamo, invece, la via di una vera e propria lotta sociale contro la criminalità organizzata e la via di una iniziativa sociale e politica specifica contro l’illegalità diffusa e la microdelinquenza. Si tratta, in sostanza, di rendere protagonisti di una tale iniziativa non le istituzioni separate, ma direttamente le popolazioni, legando questa lotta al loro riscatto sociale e alla costruzione di contenuti e presidi di civiltà. La via maestra è proprio la moltiplicazione dei presidi di civiltà. Non si batte la criminalità con la semplice intensificazione della repressione. Da un lato essa si limiterebbe a contenere solo gli effetti di una più complessiva dinamica economica e sociale, e potrebbe contenerli, del resto, solo momentaneamente; dall’altro, se spinta all’eccesso, fino alla militarizzazione del territorio, essa riprodurrebbe per altre vie la stessa insicurezza che si vorrebbe combattere: una sparatoria tra agenti di polizia e malviventi non è meno micidiale di una sparatoria tra bande criminali… Ma anche invocando maggiore sviluppo per combattere mafia e camorra, si rischia di porre male il problema: fin quando lo sviluppo avrà come centro il profitto e la mercificazione, fin quando esso genererà una domanda assolutamente squilibrata, con la mitologia del consumismo opulento da un lato e la rincorsa affannosa alla sopravvivenza dall’altro, fin quando, in una parola, si limiterà a produrre e riprodurre l’attuale società, questo sviluppo s’accompagnerà sempre al degrado, alla barbarie, alla violenza e alla morte. Occorre allora tesaurizzare pienamente il fatto che la criminalità si distende tra degrado e profitto, e che perciò occorre muoversi esattamente contro il sistema del degrado e contro l’opacità del profitto. La legalità e il rispetto delle regole non si impongono con gli stati d’assedio, ma moltiplicando i punti di vivibilità autentica dei territori. Le scuole, le strutture sanitarie, il reticolo funzionante dei trasporti pubblici, l’associazionismo, il volontariato: sono tutti presidi che fanno barriera contro la criminalità organizzata e contro l’illegalità diffusa allo stesso modo, e a volte anche di più, delle caserme dei carabinieri, dei commissariati di polizia e dei tribunali. Si vogliono più sicure le regioni meridionali? Allora la prima risposta è il lavoro, e la seconda sono i servizi sociali. Ed è anche necessario, parallelamente, che la politica si modifichi realmente nel rapporto con i cittadini, puntando ad essere più trasparente e più partecipata. Quando la cosa pubblica è attraversata dalle istanze della gente normale, allora gli interessi particolari dei ceti privilegiati, anche gli interessi perversamente intrecciati con i poteri criminali, sono costretti ad indietreggiare. Ma il degrado di cui parliamo non è soltanto il degrado dei quartieri, delle città, dell’ambiente; il riferimento è anche a punti specifici di degrado, per esempio le carceri. E poi c’è una seconda prospettiva d’intervento: contro la sacralità, contro i santuari del profitto, le banche e i segreti bancari, i patrimoni e i segreti patrimoniali, i paradisi fiscali e la cortina di protezione che sta intorno ai paradisi fiscali. Si tratta insomma di far valere, anche sul tema della criminalità, la critica alle ingiustizie e alla barbarie della moderna società capitalistica, sfidando le logiche securitarie e riproponendo la centralità assoluta degli esseri umani e dei loro diritti di cittadinanza.
Questo insieme di diritti, noi sottoscritti li rivendichiamo apertamente di fronte all’insieme delle istituzioni del nostro Paese.
È una CARTA DEI DIRITTI che si misura con le condizioni difficili del Sud.
Ma essa vale, nei nostri convincimenti, tanto per il Sud quanto per l’Italia intera.

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Noi donne e uomini che abitiamo le regioni meridionali d’Italia e le vediamo continuamente attraversate dal degrado e dalla povertà;
noi che abbiamo molta storia difficile alle spalle, ma non ci siamo abbrutiti nelle sofferenze e non ci siamo consegnati all’apatia e all’indifferenza dei sudditi consenzienti, come avrebbero voluto i tanti re che si sono succeduti nell’arco della modernità, ed anche prima, e come avrebbero voluto le classi possidenti e parassitarie che facevano loro da corona,
noi che non siamo stati piegati neppure dalla ingenerosità di una Italia unita che non ha mantenuto ciò che prometteva e non ha modificato, se non tenuamente, le condizioni di miseria e abbandono,
noi che abbiamo conosciuto soprattutto i risvolti negativi del decollo economico, largamente segnato, nel nostro Sud, dalla carenza dei servizi pubblici, dalla fatiscenza del sistema viario e ferroviario, dalla insufficienza del credito alle imprese, dalla prevalenza delle produzioni obsolete e tecnologicamente povere;
noi che viviamo questi luoghi bellissimi, stracolmi di memorie e patrimoni culturali, ma incapaci di dare un futuro lavorativo a tanti nostri figli e figlie, e a tanti padri e madri di famiglia, ancora costretti a cercare altrove, nel nord dell’Italia e fuori dall’Italia, la possibilità di un futuro. Come cinquant’anni fa, cent’anni fa, centocinquant’anni fa;
noi che sappiamo quanto poco sia cambiato dai silenzi rabbiosi dei nostri trisavoli, col cappello in mano davanti ai possidenti nobili e borghesi. E non basta che nei vicoli tortuosi delle città, i popolani non camminino più a piedi nudi,
noi che capiamo sempre più chiaramente quanto abbia a vedere con la nostra condizione disperante il sistema sociale che si basa sul profitto di pochi e il lavoro di molti, e che concentra in alcuni poli il buon vivere e la ricchezza e ad altri poli lascia la miseria e la vita di scarto,
noi che sperimentiamo giorno per giorno quanto continui ad esser duro lo scontro di civiltà tra le regole del vivere solidale e le regole della sopraffazione brutale dei potentati economici, politici, criminali,
noi che ricordiamo quanto questo Sud abbia combattuto, come sia stato punteggiato da grandi lotte bracciantili e contadine e come i nostri operai non siano stati da meno degli operai del Nord nel rivendicare dignità e diritti,
noi che solidarizziamo con le tante resistenze che continuano in questo nostro Sud martoriato: dalla tutela dell’ambiente, della salute e dell’istruzione alle battaglie contro l’affarismo clientelare e mafioso che sfregia il paesaggio e le comunità; dalle mobilitazioni per la salvaguardia dei beni comuni ai movimenti che si battono per il potenziamento dei servizi pubblici; dalla denuncia del lavoro precario e sottopagato alla difesa dei diritti di chiunque abiti i nostri paesi e le nostre città, vi sia nato o vi sia giunto con la speranza nel cuore; dalle lotte del lavoro e per il lavoro alla rivendicazione di un reddito e un vivere dignitosi per tutte e tutti; dalla costruzione di spazi aperti di condivisione, solidarietà e accoglienza all’affermazione di una cultura che metta assieme lo tradizioni territoriali e la rottura delle barriere, con lo sguardo inclusivo, aperto al futuro e alla vastità dell’orizzonte,
noi, insomma, che vogliamo un nuovo Sud in una nuova Italia solidale, resa finalmente uguale per qualità di vita e prospettive di futuro
presentiamo al Parlamento, al Governo e all’insieme delle Istituzioni nazionali e locali la seguente CARTA DEI DIRITTI DEL SUD, redatta, a un tempo, come rivendicazione e proposta.
RITENIAMO IMPRESCINDIBILI ED EVIDENTI DI PER SÉ I SEGUENTI
DIRITTI DELLE POPOLAZIONI DEL SUD DELL’ITALIA:
  1. Diritto ad una qualità della vita uguale a quella delle altre regioni d’Italia.
Chiediamo che si ponga mano ai guasti creati dalla modifica del Titolo V della Costituzione, che a partire dal 2001 ha spezzato l’unitarietà nazionale dei servizi pubblici essenziali e ha moltiplicato le distanze tra le diverse regioni del Paese. In particolare, pretendiamo che vengano mantenute, anche nell’emergenza del Covid19, sia la destinazione dei finanziamenti europei a valere sul Fondo di coesione, destinati al Sud per l’80%, sia la percentuale del 34% degli investimenti diretti statali, normativamente prevista per il Sud dalla Legge n. 18/2017, incredibilmente ancora priva di decreti di attuazione. Anzi, riteniamo indispensabile estendere la clausola del 34% anche ai piani di investimento delle aziende a partecipazione pubblica o comunque controllate dal Ministero del Tesoro, e ciò perché è assolutamente necessario ed urgente il recupero del gap tra il Sud e il resto dell’Italia, cresciuto ulteriormente negli ultimi decenni con lo sciagurato paradigma delle cosiddette “spese storiche” delle regioni. Con tale sistema, chi aveva speso di meno per l’istruzione, la sanità e la cura dei beni comuni rimaneva inchiodato, anno dopo anno, alle stesse cifre di sempre, e riceveva concretamente di meno dallo Stato nazionale. Diventava, cioè, ininfluente che il Sud avesse speso di meno soprattutto perché aveva avuto sempre meno risorse a disposizione, perché si era trovato nel “posto sbagliato” quando la storia concreta del nostro Paese andava determinando, da un lato, i poli di sviluppo e, dall’altro, i poli di declino. È una situazione non più sostenibile. E chi addirittura prospetta il rafforzamento dell’autonomia regionale davvero vuole non solo il male del Sud, ma proprio il male dell’Italia intera. Per noi è dunque indispensabile mettere da parte qualsiasi discorso di autonomia regionale differenziata ed affidare allo Stato politiche attive di costruzione dell’uguaglianza sostanziale fra tutte le zone nel nostro Paese.
  1. Diritto ad un ambiente sano, amico agli esseri umani.
Il degrado ambientale del Sud è sotto gli occhi di tutti: dai veleni sotterrati ovunque dalle mafie e dalla grande industria al disboscamento intensivo, dal consumo onnivoro di suolo pubblico al degrado delle falde acquifere e delle produzioni agricole. È urgente e indispensabile una grande opera di rimboschimento e di risanamento del suolo e del sottosuolo, in uno con la difesa e lo sviluppo degli spazi agricoli. Occorre, a tal fine, l’azione coordinata di tutte le istituzioni pubbliche e la vigilanza attiva della cittadinanza e dei comitati ambientalisti. Occorre anche il concreto sostegno pubblico alle filiere produttive che recuperino spazi per una agricoltura e una zootecnia di qualità incentrate sulle vocazioni territoriali. Occorre inoltre la difesa intransigente del paesaggio e il reintegro degli spazi di vivibilità, anche, e forse soprattutto, degli spazi di vivibilità urbana, legando a tale contesto il riordino del ciclo dei rifiuti e delle merci, e puntando sul riciclaggio e sul riuso contro la logica dell’usa e getta. Occorre infine una tutela inflessibile dei territori dalle aggressioni speculative grandi e piccole, che ancora insistono, in questo nostro Sud, con la logica della rapina e dello sfregio ambientale.
  1. Diritto ad essere curati al meglio, senza distinzioni di censo.
La tragedia del coronavirus in Italia ha chiarito a tutti come la sanità non possa rientrare nella logica del profitto. Lo smantellamento progressivo della Legge 833, che nel dicembre 1978 aveva istituito il servizio sanitario nazionale basato sul diritto uguale dei cittadini a ricevere assistenza contro le patologie, è stato davvero uno dei più gravi disastri vissuti dall’Italia. Si è passati da un sistema unitario, sorretto dalla fiscalità generale e incentrato sul concetto di solidarietà, ad un sistema non solo spezzettato per regioni, ma anche sempre più privatizzato e con differenze vistose che penalizzano regolarmente il Sud: per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro e appena 18 nel Mezzogiorno. Ed anche con risorse diversificate, costi per l’utenza e prestazioni di qualità frammiste a prestazioni di scarso valore. Noi lo ribadiamo con forza: la sanità deve essere gestita direttamente dallo Stato – ovvero, dal soggetto che può esprimere, più di ogni altra istituzione, l’interesse generale e, di conseguenza, l’impegno (articolo 3 della Costituzione) a “rimuovere gli ostacoli” che impediscono l’effettiva uguaglianza dei cittadini. Non solo. Vogliamo anche che si privilegi l’ambito della prevenzione e della medicina pubblica di prossimità, del tutto abbandonata per favorire la medicalizzazione ospedaliera e la diagnostica privata. In tale quadro, va recuperato l’insostenibile divario tra il Sud e il resto dell’Italia in termini di personale sanitario complessivo e posti letto (28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord), ridimensionando lo strapotere dei privati sulla sanità meridionale (per dare qualche riferimento, basti pensare che mentre la media nazionale si attesta su 0,75 posti letto in strutture private accreditate ogni 1.000 residenti, la Campania ha invece 1,6 posti letto ogni 1.000 residenti. E gli stessi dati della Federlab, l’associazione che riunisce gli imprenditori della Diagnostica di Laboratorio privata in Italia, dicono che a fronte delle circa 2.000 strutture sul territorio nazionale, ben 700 – più di un terzo! – operano nella sola Campania…)
  1. Diritto ad un lavoro stabile, tutelato dalla legge.
Siamo in un’epoca che vede la società e l’economia interagire molto più che in passato, e in modo diverso, perché c’è addirittura una preminenza della qualità della società sulla qualità della economia: Nella difesa del lavoro e dei diritti del lavoro non si può procedere, in particolare nel Sud, all’identica maniera degli ultimi decenni, senza l’intervento della mano pubblica nella programmazione economica. Chiediamo perciò una ripresa della politica industriale nel nostro Mezzogiorno, guidata dallo Stato; e, di contro, giudichiamo riduttiva una prospettiva che assegni alle regioni meridionali un ruolo di pura piattaforma turistica e logistica. Ma ciò non basta. Occorre, infatti, una qualificazione sociale degli investimenti, una loro aperta finalizzazione in direzione del modello di società. Diventano stringenti, in altre parole, non solo le questioni del “dove produrre”, ma esattamente le tematiche più ampie e ultimative del “cosa” produrre, del “come” produrre, del “quanto” produrre. Si tratta di intervenire contemporaneamente su tutti i punti del vivere sociale, sugli spazi della produzione e del lavoro non meno che su quelli del vivere e delle relazioni interpersonali. E soprattutto di intervenire avendo in testa, ancor prima che un modello di economia, proprio un modello di società. È questo il nodo di fondo: la sfida del Sud si pone oggi esattamente sulla linea di confine dell’alternativa di sistema. Il ragionamento va fatto fin da subito, oltre che dal versante dell’economia, anche da quello della cultura e della politica. È proprio in questo Sud disarmonico, che ha pienamente senso proporre le acquisizioni sulle quali il movimento dei movimenti ha insistito negli ultimi anni, dai processi di sviluppo de-mercificato alla critica del consumismo, dalla difesa dei beni comuni all’apertura comunicativa. È proprio in questo Sud difficile, che vede le concentrazioni urbane caotiche e invivibili, e al tempo stesso la dorsale appenninica in fase di progressivo spopolamento, che ha senso proporre il ciclo breve di produzione e consumo, oppure l’energia pulita, o anche il recupero ambientale come riqualificazione non solo dell’economia ma dell’intero vivere sociale. In sostanza, la questione meridionale non può essere affrontata con la pura logica del trasferimento delle risorse. Piuttosto che sulle quantità, bisogna ragionare esattamente sulle caratteristiche qualitative degli investimenti. Ovviamente, il punto di partenza di una tale prospettiva non può che essere la condizione del lavoro stabilizzato e normativamente tutelato. Che, in ogni caso, va fatto valere subito, con appositi programmi pubblici di riqualificazione dei lavoratori nonché coni investimenti e sostegno pubblico alla riconversione eco-compatibile delle aziende in crisi.
  1. Diritto ad un reddito certo, che permetta una esistenza dignitosa.
Poter disporre di un reddito sicuro è un desiderio, una aspirazione irrealizzata per larghissime fasce della popolazione del Sud. Non basta il reddito di cittadinanza recentemente varato, largamente insufficiente sul piano quantitativo e viziato da una logica familistica che costringe i giovani all’impossibilità pratica di costruirsi una vita autonoma dalla famiglia di origine. Non è accompagnato, inoltre, proprio nelle regioni del Sud, da alcuna vera prospettiva di inserimento lavorativo. Noi riteniamo urgente una riforma di questo istituto, che lo renda quantitativamente più consiste, in particolare per chi ha familiari a carico, e ne faciliti la fruizione per i singoli in quanto tali. Inoltre, vanno riorganizzati dalle fondamenta i Centri per l’impiego: la gestione può continuare ad essere delle Regioni. ma il coordinamento deve essere dello Stato, collegato all’ insieme dell’intervento pubblico in economia. Non è una misura specificamente per il Sud; ma nel Sud acquista particolare importanza per le percentuali abnormi di disoccupazione e per la diffusione, altrettanto abnorme, del lavoro nero. Non serve soltanto a chi indirettamente ne usufruisce, ma serve anche all’insieme della forza-lavoro: per difendere le proprie condizioni salariali in un mercato che ovunque, e nel Mezzogiorno in particolare, penalizza duramente il lavoro sia sul piano dell’orario e della quantità della fatica che sul piano delle retribuzioni.
  1. Diritto ad una abitazione che garantisca la dignità delle persone.
La questione delle abitazioni in questo XXI secolo si presenta ovunque, e in particolare nel Sud dell’Italia, con caratteri del tutto simili a quelli denunciati dal movimento operaio dell’Ottocento e del Novecento. È vero che l’Italia abbonda di case di proprietà, e che anche negli strati popolari l’essere proprietari della propria abitazione non è una rarità. Ma quali case? Quelle nei paesi di origine, abitate, da chi lavora al Nord o all’estero, solo 3 o 4 settimane l’anno? O quelle fatiscenti dei centri storici in rovina, quinto piano senza ascensore? E poi: da quando non si costruiscono più case popolari? Da quando manca in Italia un vero “piano casa”? Tutti lo sappiamo: chi è precario nell’attività lavorativa, seppure non vive nella casa dei genitori anziani, può permettersi appena l’affitto di abitazioni (o mezze abitazioni) fatiscenti, piccole, mal servite, e comunque costose. Chi ha un lavoro più stabile può affittare case leggermente migliori, e magari accendere un mutuo per l’acquisto, ma non deve guardare troppo alle distanze, ai servizi, agli spazi, alla qualità degli infissi. E poi ovunque abbondano le coabitazioni: dagli immigrati che pagano 100, 150 euro per un posto letto ai giovani part-time, agli studenti fuorisede. È venuto il tempo di un riordino generale del sistema casa. Noi vogliamo una ripresa dell’edilizia pubblica popolare, che privilegi il recupero urbanistico dei centri cittadini ed eviti il consumo di suolo. E vogliamo il controllo popolare sulle assegnazioni. Vogliamo anche un sistema di netta penalizzazione fiscale per le case sfitte o falsamente abitate, che favorisca l’offerta di case e l’emersione dei contratti. E vogliamo il sostegno pubblico a chi vive in affitto con bassi redditi, da far valere sulle bollette di luce, gas, acqua e spazzatura.
  1. Diritto a una istruzione ricca e completa, che favorisca personalità consapevoli.
Invece di dare milioni alle scuole private, tradendo il dettato costituzionale, occorre concentrare tutte le risorse possibili sulla scuola e sull’università statali. E non è solo questione di coronavirus: prevedere un massimo di 15 alunni per classe è necessario proprio per rafforzare la qualità e l’efficacia della didattica. Ed occorre subito innalzare l’obbligo scolastico a 18 anni, incentivando in tutti i modi le pratiche di recupero dell’abbandono e della dispersione scolastica. La scuola italiana vive molte difficoltà, a partire dalle carenze strutturali degli edifici e delle dotazioni, particolarmente gravi nel Sud; ma essa resta ancora un punto di forza del sistema-Italia. E però non si può continuare a fare assegnamento sulla sola dedizione dei docenti e del personale scolastico in genere. A tal proposito, noi vogliamo che il personale impegnato nell’istruzione e nella formazione abbia retribuzioni davvero equivalenti a quelle dei principali paesi europei. Del resto, sono queste le cose che chiedono da anni gli studenti e i lavoratori della scuola e dell’università.
  1. Diritto ad un sistema efficiente di mobilità pubblica.
È sotto gli occhi di tutti che il traffico privato diventa sempre più insostenibile, mentre il trasporto pubblico diventa sempre peggio sia sul piano quantitativo che qualitativo. È dunque una necessità obiettiva, imposta dalla drammaticità dell’inquinamento, nonché dalla sempre più marcata invivibilità degli spazi urbani: va assolutamente invertito il pauroso declino del trasporto pubblico locale, dando reale alternativa alla mobilità privata. Ciò significa intervenire con urgenza sulle reti ferroviarie secondarie, ammodernandole, nonché sull’insieme del trasporto locale: non solo moltiplicando le corse e rinnovando le vetture, ma anche ripristinando la presenza del personale nelle piccole stazioni ferroviarie, un tempo esse stesse piccoli presidi di civiltà nei paesi più isolati. Significa anche rimettere ordine, con apposite provvidenze, nel sistema dei bus cittadini, provinciali e regionali, incentivando le reti consortili e le partecipate pubbliche, e mettendo in condizione gli enti territoriali di offrire un efficiente servizio di mobilità all’intera cittadinanza. Significa infine una cura puntuale del sistema viario, in particolare quello cosiddetto “secondario”, che collega i tanti paesi della nostra Italia e del nostro Sud.
  1. Diritto all’accoglienza e all’inclusione come valori fondanti del vivere civile.
Nel nostro tempo le migrazioni sono inevitabili e nessun muro, nessuna barriera potrà mai impedire a chi spera un futuro migliore di perseguire il suo sogno. Tanto più che i paesi ricchi dell’Occidente hanno pesantissime responsabilità storiche per le terribili condizioni di miseria e insicurezza che segnano l’Africa, l’Asia e l’America Latina. D’altra parte, ci sono interi comparti produttivi che stanno su, in Italia, proprio grazie al lavoro dei migranti. Ma se le cose stanno così, è mai possibile che le leggi, la burocrazia e le istituzioni dello Stato continuino a frapporre ostacoli ad una chiara e lineare accoglienza? E che solo con incredibile fatica le associazioni di volontariato riescano ad attivare concrete dinamiche di inclusione? Nel nostro Sud non si possono lasciare migliaia di immigrati allo sbando e alla miseria più assoluta, con l’unica alternativa o del supersfruttamento o delle offerte di lavoro criminali. Noi vogliamo che i decreti che beffardamente si autodefiniscono “decreti sicurezza” vengano cancellati. Vogliamo che sia facilitato in tutti i modi l’impegno delle associazioni di volontariato tramite “Tavoli di ascolto territoriali”, che mettano le istituzioni in grado di recepire i molti suggerimenti che proprio le associazioni di volontariato possono dare: dalla modulistica ai sistemi informativi, dalle situazioni di degrado che vanno recuperate alle situazioni critiche che vanno affrontate. Vogliamo anche una normativa e un iter procedurale più agevoli per la regolarizzazione di chi lavora, e ciò anche al fine di favorire l’emersione del lavoro nero e tutelare la dignità delle persone e dei lavoratori. Vogliamo anche il potenziamento dei percorsi scolastici e formativi tesi all’inclusione effettiva delle persone migranti e dei loro familiari. Vogliamo infine un programma statale di ripopolamento della dorsale appenninica, che offra ai migranti, e a chiunque voglia farlo, la possibilità di rimettere a cultura produttiva tante aree abbandonate del nostro Mezzogiorno, ricostruendo un tessuto di vita e di civiltà aperto alla pluralità delle culture, delle lingue e delle esperienze.
  1. Diritto alla piena valorizzazione del patrimonio culturale materiale ed immateriale.
È fuor di dubbio che l’Italia sia una grande potenza sul piano culturale. L’intera nostra penisola è punteggiata di straordinarie testimonianze storiche e artistiche, che non sempre sono adeguatamente valorizzate, sia per la carenza di fondi e sia per la carenza di personale. Investire in cultura non vuol dire scrivere semplicemente dei depliant illustrativi, ma rendere il nostro patrimonio storico e paesaggistico, che costituisce uno dei principali punti di forza del nostro Mezzogiorno, una presenza viva non solo per i turisti ma anche per la cittadinanza più prossima. Noi vogliamo che ci sia un vero investimento pubblico in cultura, a partire dalla manutenzione e dal recupero dei centri storici. E questo vale per tanti comuni, piccoli e grandi del nostro Sud. Vogliamo perciò un immediato censimento dei siti su cui intervenire, e parallelamente vogliamo un diffuso sostegno pubblico a favore del nostro enorme patrimonio culturale immateriale, quello fatto di tradizioni musicali, antropologiche, religiose, artistiche, linguistico-letterarie, ludiche e culinarie. Vanno salvaguardate non in nome di un passato astratto, ma proprio in nome di una memoria capace di costruire comunità e apertura comunicativa al tempo stesso. Vogliamo, a tal proposito, che il Ministero dei beni culturali istituisca un tavolo permanente di coordinamento con le singole Regioni e gli enti locali sul piano provinciale. aperto al contributo attivo dell’associazionismo culturale.
  1. Diritto ad una amministrazione davvero democratica e trasparente della vita pubblica.
C’è bisogno di una moralizzazione profonda delle istituzioni e della pubblica amministrazione, che riguarda non solo lo strato dei politici, ma anche lo strato dei funzionari. Vogliamo, perciò, non soltanto regole più chiare di funzionamento, ma un vero e proprio codice etico che presieda alla vita normale delle pubbliche amministrazioni. La questione morale, ovvero la consapevolezza piena dello stato di degrado in cui versa la vita amministrativa del Sud – che langue quasi ovunque tra arroganza, sprechi, incompetenze, clientele, commistioni affaristiche e contiguità col malaffare -, dovrebbe attraversare come un lievito decisivo l’intera azione istituzionale, nonché tutte le istanze di progresso, le rivendicazioni dei movimenti, le stesse vertenze specifiche. E un elemento decisivo di questo processo virtuoso dovrebbe essere costituito, a nostro avviso, dalla effettiva permeabilità delle amministrazioni alle istanze dei movimenti e delle associazioni impegnate sul versante dei diritti e nelle pratiche di solidarietà. Non sono cose difficili: tavoli di ascolto e bilanci partecipati da parte degli Enti locali; effettivo valore al confronto pubblico per limare e limitare le asperità burocratiche da parte di chiunque abbia ruoli istituzionali; rendiconto trasparente di cosa si delibera e su come si attuano concretamente i dispositivi normativi.
  1. Diritto alla tutela dalle pressioni affaristiche e mafiose.
Noi lo sappiamo: nessuna ricetta esclusivamente economica può davvero affrontare una questione meridionale diventata oggi così complessa, e una realtà sociale così lacerata e lacerante, così piena di contraddizioni. Siamo nell’epoca in cui un reale ed armonico avanzamento economico riesce solo se si colloca entro l’alveo di una società attraversata da relazioni positive al suo interno, che costruisce e conserva elementi di civiltà finanche sul piano dei più minuti legami interpersonali. Occorre perciò guardare con grande attenzione non soltanto ai dati nudi e crudi dell’economia, ma anche alla qualità intrinseca del tessuto sociale, al segno che contraddistingue le relazioni interpersonali, al comune senso civico, al grado di autonomia intellettuale degli strati popolari, ai codici comportamentali, al formarsi dei processi di identità e di appartenenza. Occorre, in beve, far pienamente interagire società ed economia, tanto sul piano dell’indagine quanto sul piano della proposta, proprio perché già esse interagiscono nella concreta realtà del nostro tempo. Per questo, anche per questo, è necessario porre nel modo giusto il tema della lotta alla criminalità organizzata, così pervicacemente presente in larga parte dei territori del Sud. Essa è espressione di un determinato assetto sociale, e le mafie e le camorre sono parti reali del sistema dei poteri dominanti. Con l’aggravante che la criminalità organizzata si alimenta continuamente della illegalità diffusa, che in particolare nelle cinture urbane è una pratica di massa e coinvolge fasce amplissime di popolazione, e cresce anche grazie alle sue intersecazioni con un diffuso circuito di microdelinquenza aggressivo e privo di scrupoli. Nel combattere i fenomeni mafiosi e delinquenziali, le classi dominanti evitano accuratamente di chiamare in causa lo sviluppo capitalistico per come concretamente si articola e si struttura nel Mezzogiorno. Il risultato è una prospettiva puramente securitaria oppure un lasciar correre e un convivere. Noi additiamo, invece, la via di una vera e propria lotta sociale contro la criminalità organizzata e la via di una iniziativa sociale e politica specifica contro l’illegalità diffusa e la microdelinquenza. Si tratta, in sostanza, di rendere protagonisti di una tale iniziativa non le istituzioni separate, ma direttamente le popolazioni, legando questa lotta al loro riscatto sociale e alla costruzione di contenuti e presidi di civiltà. La via maestra è proprio la moltiplicazione dei presidi di civiltà. Non si batte la criminalità con la semplice intensificazione della repressione. Da un lato essa si limiterebbe a contenere solo gli effetti di una più complessiva dinamica economica e sociale, e potrebbe contenerli, del resto, solo momentaneamente; dall’altro, se spinta all’eccesso, fino alla militarizzazione del territorio, essa riprodurrebbe per altre vie la stessa insicurezza che si vorrebbe combattere: una sparatoria tra agenti di polizia e malviventi non è meno micidiale di una sparatoria tra bande criminali… Ma anche invocando maggiore sviluppo per combattere mafia e camorra, si rischia di porre male il problema: fin quando lo sviluppo avrà come centro il profitto e la mercificazione, fin quando esso genererà una domanda assolutamente squilibrata, con la mitologia del consumismo opulento da un lato e la rincorsa affannosa alla sopravvivenza dall’altro, fin quando, in una parola, si limiterà a produrre e riprodurre l’attuale società, questo sviluppo s’accompagnerà sempre al degrado, alla barbarie, alla violenza e alla morte. Occorre allora tesaurizzare pienamente il fatto che la criminalità si distende tra degrado e profitto, e che perciò occorre muoversi esattamente contro il sistema del degrado e contro l’opacità del profitto. La legalità e il rispetto delle regole non si impongono con gli stati d’assedio, ma moltiplicando i punti di vivibilità autentica dei territori. Le scuole, le strutture sanitarie, il reticolo funzionante dei trasporti pubblici, l’associazionismo, il volontariato: sono tutti presidi che fanno barriera contro la criminalità organizzata e contro l’illegalità diffusa allo stesso modo, e a volte anche di più, delle caserme dei carabinieri, dei commissariati di polizia e dei tribunali. Si vogliono più sicure le regioni meridionali? Allora la prima risposta è il lavoro, e la seconda sono i servizi sociali. Ed è anche necessario, parallelamente, che la politica si modifichi realmente nel rapporto con i cittadini, puntando ad essere più trasparente e più partecipata. Quando la cosa pubblica è attraversata dalle istanze della gente normale, allora gli interessi particolari dei ceti privilegiati, anche gli interessi perversamente intrecciati con i poteri criminali, sono costretti ad indietreggiare. Ma il degrado di cui parliamo non è soltanto il degrado dei quartieri, delle città, dell’ambiente; il riferimento è anche a punti specifici di degrado, per esempio le carceri. E poi c’è una seconda prospettiva d’intervento: contro la sacralità, contro i santuari del profitto, le banche e i segreti bancari, i patrimoni e i segreti patrimoniali, i paradisi fiscali e la cortina di protezione che sta intorno ai paradisi fiscali. Si tratta insomma di far valere, anche sul tema della criminalità, la critica alle ingiustizie e alla barbarie della moderna società capitalistica, sfidando le logiche securitarie e riproponendo la centralità assoluta degli esseri umani e dei loro diritti di cittadinanza.
Questo insieme di diritti, noi sottoscritti li rivendichiamo apertamente di fronte all’insieme delle istituzioni del nostro Paese.
È una CARTA DEI DIRITTI che si misura con le condizioni difficili del Sud.
Ma essa vale, nei nostri convincimenti, tanto per il Sud quanto per l’Italia intera.

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Assise meridionalista di Lab-Sud


Sabato 11 luglio alla sala Bianca di via Flaminia, si è tenuta l’assise meridionalista di Lab-Sud a cui hanno partecipato Roberto Morea, Loredana Marino, Natale Cuccurese, Rosa Rinaldi, Roberto Musacchio, Valentina Restaino, Antonio Mazzeo, Eleonora Forenza, Francesco Brigati, Francesco Campolongo, Marina Boscaino, Fortunato Maria Cacciatore, Alessandro Cannavale, Giorgio Squadra, Franco Ingrilli, Alessio Malinconico, Francesca Pesce, Gianni Fabbris, Rosa Tavella, Giosuè Bove, Enzo Ciconte, Sergio Marotta, Antonio Luongo, Marta Puntillo, Paola Nugnes, Rino Malinconico, Giovanni Russo Spena.
Ecco la registrazione della mattinata
e quella del pomeriggio



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Sabato 11 luglio alla sala Bianca di via Flaminia, si è tenuta l’assise meridionalista di Lab-Sud a cui hanno partecipato Roberto Morea, Loredana Marino, Natale Cuccurese, Rosa Rinaldi, Roberto Musacchio, Valentina Restaino, Antonio Mazzeo, Eleonora Forenza, Francesco Brigati, Francesco Campolongo, Marina Boscaino, Fortunato Maria Cacciatore, Alessandro Cannavale, Giorgio Squadra, Franco Ingrilli, Alessio Malinconico, Francesca Pesce, Gianni Fabbris, Rosa Tavella, Giosuè Bove, Enzo Ciconte, Sergio Marotta, Antonio Luongo, Marta Puntillo, Paola Nugnes, Rino Malinconico, Giovanni Russo Spena.
Ecco la registrazione della mattinata
e quella del pomeriggio



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venerdì 10 luglio 2020

Una carta dei diritti per il Mezzogiorno

Riconversione ecologica, salvaguardia della salute, valorizzazione delle risorse agricole sono solo alcuni dei nodi cruciali da risolvere per impedire l’ulteriore marginalizzazione del Sud. Che vede allontanarsi sempre più investimenti e fondi europei

Che l’emergenza Covid sia stata e sia una delle principali questioni a cui chi governa deve dedicarsi è fuori di dubbio e nessuno lo contesta, anzi.
L’azione di governo, l’azione dei governi europei, l’informazione paiono concentrarsi da mesi solo ed esclusivamente attorno a quello che sembra essere l’unico problema o l’unica questione sul tavolo.
La vicenda di Mondragone, con le palazzine isolate dall’esercito perché ad alta concentrazione contagio, il fatto che le persone lì residenti siano “bulgare”, come se fosse una colpa, pare essere l’unico problema nazionale.
Proviamo a fare mente locale, andiamo proprio in quella zona a nord della Campania in cui si colloca, secondo i più, la Terra dei fuochi. In quel territorio si muore, oltre che di Covid, anche in giovanissima età, per i veleni sversati per decenni da multinazionali e criminalità organizzata con la connivenza delle molte amministrazioni che nei decenni si sono susseguite. In quella zona è ancora presente (si dice bonificata) la centrale nucleare posta sul fiume Garigliano. Secondo alcune testimonianze degli abitanti della zona le morti per tumore anche lì superano le concentrazioni normali presenti sul resto del territorio nazionale.
Nel tempo questa questione è stata affrontata in tre modi: il problema non esiste; è tutta colpa dei rifiuti sversati dagli abitanti nelle campagne; si muore non per inquinamento, ma per una errata alimentazione. Questa storia dell’errata alimentazione negli ultimi anni è diventata una specie di mantra con qualche piccola variante: ad esempio a Taranto gli abitanti del rione Tamburi non muoiono per le polveri sottili prodotte dall’impianto siderurgico, ma per “un loro cattivo stile di vita”. Cattivo stile di vita che ritroviamo anche in Basilicata dove non è l’inquinamento da idrocarburi a creare problemi alla popolazione, ma anche qui pessime abitudini alimentari.
Da anni cittadini, comitati, poche amministrazioni illuminate chiedono ai governi regionali e nazionali di intervenire su queste emergenze, di bonificare le aree, di non concedere più ad aziende senza scrupoli di ferire a morte i territori. È da anni che questi stessi soggetti chiedono che vengano stanziati fondi per queste aree del Sud Italia, ma cosa accade: si concedono altre autorizzazioni a società petrolifere in mare e sulla terra in particolare tra Basilicata e Taranto, si decide di creare un deposito unico nazionale di scorie nucleari in Basilicata.
Si dirà: “notizie vecchie”. Certo, “notizie vecchie”, ma emergenze mai risolte, tanto si sa, in Italia un’emergenza lava l’altra e al Sud in particolare le lava tutte ed ogni volta che pare esserci una destinazione di fondi che va verso Sud, ecco che puntuale arriva una qualche emergenza utile a dirottare fondi altrove.
Nelle scorse settimane, in piena emergenza Covid, per affrontare la programmazione e il coordinamento della politica economica è stata proposta la sospensione della regola di destinazione del 34% degli investimenti a valere sulle risorse ordinarie al Sud, nonché una diversa distribuzione dei fondi europei di sviluppo e coesione.
Teniamo conto che la legge sul 34% di investimenti da destinarsi al Sud ha vita breve, tanto breve che certamente non ha ancora avuto modo di incidere realmente sulle politiche di uno Stato da sempre strabico e da sempre ipnotizzato da una visione che vede una parte del Paese “locomotiva” e un’altra parte “vagone”, anche un po’ malandato.
Al Mezzogiorno, come sempre, non rimane che l’elemosina, in perfetta coerenza con la complessiva linea politica dei governi Conte e precedenti. Se il Conte 1 si è caratterizzato per il sostegno all’autonomia differenziata, il Conte bis, pur annoverando al suo interno numerosi ministri, oltre allo stesso presidente del Consiglio, provenienti proprio dalle regioni meridionali, si è caratterizzato e si caratterizzerà per la sottrazione al Mezzogiorno di quei finanziamenti che sarebbero stati necessari a rallentare e a restringere il divario di sviluppo tra Nord e Sud del Paese sempre e comunque in aumento.
Scelte che restano incomprensibili e irresponsabili perché, se una crisi è anche un’opportunità, da una crisi non si può che uscire insieme, tutelando tutti i cittadini, senza esclusioni né contrapposizioni territoriali.
Senza il Mezzogiorno non c’è ripresa che tenga e il Sud va concepito come una effettiva risorsa del Paese e non un luogo marginalizzato o solo come un mercato di sfruttamento e consumo.
L’unico modo per uscire dalle emergenze e diseguaglianze, da tutte, è la rimozione degli squilibri economici e infrastrutturali tra le regioni. È necessario mettere in sicurezza il carattere unitario e indivisibile della nostra Repubblica, già messo in crisi da modifiche costituzionali quali quella del Titolo V.
Tali modifiche hanno costituito terreno fertile per la richiesta di autonomia differenziata, altra sciagura nazionale.
In questa drammatica emergenza Covid, il transito alla Fase 2 ci consegna un’immagine distopica del futuro segnata anche da elementi di odio razziale, di matrice antropologica e biologica. Ecco perché è interessante articolare, a proposito di Sud e di aree marginalizzate del Paese, una proposta per “una nuova questione meridionale”.
Nel conflitto sempre esistente e mai estinto tra capitale e vita umana, i temi come: salvaguardia del territorio, inquinamento industriale, riconversione ecologica, valorizzazione delle risorse agricole pongono in modo nuovo il tema della salute, della difesa dell’ambiente, del lavoro/non lavoro, delle migrazioni, del reddito quale risposta al bisogno individuale della persona.
Oggi chi non vuole soccombere e far soccombere il Sud sotto il macigno di un potere costituito deve riprendere le fila di una discussione di cambiamento e di riscatto. Questo Sud così difficile e lacerato può rappresentare un terreno di sperimentazione politica e di politiche straordinario con la messa in discussione delle caratteristiche di fondo del capitalismo contemporaneo rivolto più alla conservazione e all’arricchimento dei capitali esistenti che non alla creazione di un benessere diffuso. Per superare la politica delle emergenze che ne cancellano altre non puntando mai alla risoluzione delle questioni, il Mezzogiorno d’Italia necessita di un progetto globale di sviluppo che parta da una vera e propria “Carta dei diritti del Sud” che incarni la vocazione di un’intera area vasta, che veda nella riconversione e nell’innovazione ambientale, nell’agricoltura e nel turismo settori di crescita ed occupazione. Per gli uomini e le donne che abitano il Sud è necessario costruire insieme il proprio futuro. Il luogo certamente può essere l’assise meridionale che si terrà l’11 luglio a Roma. Il titolo: Il meridionalismo che cambia.
Perché le emergenze non diventino questioni, e perché le questioni non vengano oscurate da altre emergenze.

Michele Dell’Edera e Loredana Marino fanno parte del Lab-Sud la riscossa del Sud che promuove per l’11 luglio a Roma (via Flaminia 53, ore 10.30) l’incontro Il meridionalismo che cambia. Diretta streaming sulle pagine Facebook di Transform! Italia e di Left.

Fonte: Left




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Riconversione ecologica, salvaguardia della salute, valorizzazione delle risorse agricole sono solo alcuni dei nodi cruciali da risolvere per impedire l’ulteriore marginalizzazione del Sud. Che vede allontanarsi sempre più investimenti e fondi europei

Che l’emergenza Covid sia stata e sia una delle principali questioni a cui chi governa deve dedicarsi è fuori di dubbio e nessuno lo contesta, anzi.
L’azione di governo, l’azione dei governi europei, l’informazione paiono concentrarsi da mesi solo ed esclusivamente attorno a quello che sembra essere l’unico problema o l’unica questione sul tavolo.
La vicenda di Mondragone, con le palazzine isolate dall’esercito perché ad alta concentrazione contagio, il fatto che le persone lì residenti siano “bulgare”, come se fosse una colpa, pare essere l’unico problema nazionale.
Proviamo a fare mente locale, andiamo proprio in quella zona a nord della Campania in cui si colloca, secondo i più, la Terra dei fuochi. In quel territorio si muore, oltre che di Covid, anche in giovanissima età, per i veleni sversati per decenni da multinazionali e criminalità organizzata con la connivenza delle molte amministrazioni che nei decenni si sono susseguite. In quella zona è ancora presente (si dice bonificata) la centrale nucleare posta sul fiume Garigliano. Secondo alcune testimonianze degli abitanti della zona le morti per tumore anche lì superano le concentrazioni normali presenti sul resto del territorio nazionale.
Nel tempo questa questione è stata affrontata in tre modi: il problema non esiste; è tutta colpa dei rifiuti sversati dagli abitanti nelle campagne; si muore non per inquinamento, ma per una errata alimentazione. Questa storia dell’errata alimentazione negli ultimi anni è diventata una specie di mantra con qualche piccola variante: ad esempio a Taranto gli abitanti del rione Tamburi non muoiono per le polveri sottili prodotte dall’impianto siderurgico, ma per “un loro cattivo stile di vita”. Cattivo stile di vita che ritroviamo anche in Basilicata dove non è l’inquinamento da idrocarburi a creare problemi alla popolazione, ma anche qui pessime abitudini alimentari.
Da anni cittadini, comitati, poche amministrazioni illuminate chiedono ai governi regionali e nazionali di intervenire su queste emergenze, di bonificare le aree, di non concedere più ad aziende senza scrupoli di ferire a morte i territori. È da anni che questi stessi soggetti chiedono che vengano stanziati fondi per queste aree del Sud Italia, ma cosa accade: si concedono altre autorizzazioni a società petrolifere in mare e sulla terra in particolare tra Basilicata e Taranto, si decide di creare un deposito unico nazionale di scorie nucleari in Basilicata.
Si dirà: “notizie vecchie”. Certo, “notizie vecchie”, ma emergenze mai risolte, tanto si sa, in Italia un’emergenza lava l’altra e al Sud in particolare le lava tutte ed ogni volta che pare esserci una destinazione di fondi che va verso Sud, ecco che puntuale arriva una qualche emergenza utile a dirottare fondi altrove.
Nelle scorse settimane, in piena emergenza Covid, per affrontare la programmazione e il coordinamento della politica economica è stata proposta la sospensione della regola di destinazione del 34% degli investimenti a valere sulle risorse ordinarie al Sud, nonché una diversa distribuzione dei fondi europei di sviluppo e coesione.
Teniamo conto che la legge sul 34% di investimenti da destinarsi al Sud ha vita breve, tanto breve che certamente non ha ancora avuto modo di incidere realmente sulle politiche di uno Stato da sempre strabico e da sempre ipnotizzato da una visione che vede una parte del Paese “locomotiva” e un’altra parte “vagone”, anche un po’ malandato.
Al Mezzogiorno, come sempre, non rimane che l’elemosina, in perfetta coerenza con la complessiva linea politica dei governi Conte e precedenti. Se il Conte 1 si è caratterizzato per il sostegno all’autonomia differenziata, il Conte bis, pur annoverando al suo interno numerosi ministri, oltre allo stesso presidente del Consiglio, provenienti proprio dalle regioni meridionali, si è caratterizzato e si caratterizzerà per la sottrazione al Mezzogiorno di quei finanziamenti che sarebbero stati necessari a rallentare e a restringere il divario di sviluppo tra Nord e Sud del Paese sempre e comunque in aumento.
Scelte che restano incomprensibili e irresponsabili perché, se una crisi è anche un’opportunità, da una crisi non si può che uscire insieme, tutelando tutti i cittadini, senza esclusioni né contrapposizioni territoriali.
Senza il Mezzogiorno non c’è ripresa che tenga e il Sud va concepito come una effettiva risorsa del Paese e non un luogo marginalizzato o solo come un mercato di sfruttamento e consumo.
L’unico modo per uscire dalle emergenze e diseguaglianze, da tutte, è la rimozione degli squilibri economici e infrastrutturali tra le regioni. È necessario mettere in sicurezza il carattere unitario e indivisibile della nostra Repubblica, già messo in crisi da modifiche costituzionali quali quella del Titolo V.
Tali modifiche hanno costituito terreno fertile per la richiesta di autonomia differenziata, altra sciagura nazionale.
In questa drammatica emergenza Covid, il transito alla Fase 2 ci consegna un’immagine distopica del futuro segnata anche da elementi di odio razziale, di matrice antropologica e biologica. Ecco perché è interessante articolare, a proposito di Sud e di aree marginalizzate del Paese, una proposta per “una nuova questione meridionale”.
Nel conflitto sempre esistente e mai estinto tra capitale e vita umana, i temi come: salvaguardia del territorio, inquinamento industriale, riconversione ecologica, valorizzazione delle risorse agricole pongono in modo nuovo il tema della salute, della difesa dell’ambiente, del lavoro/non lavoro, delle migrazioni, del reddito quale risposta al bisogno individuale della persona.
Oggi chi non vuole soccombere e far soccombere il Sud sotto il macigno di un potere costituito deve riprendere le fila di una discussione di cambiamento e di riscatto. Questo Sud così difficile e lacerato può rappresentare un terreno di sperimentazione politica e di politiche straordinario con la messa in discussione delle caratteristiche di fondo del capitalismo contemporaneo rivolto più alla conservazione e all’arricchimento dei capitali esistenti che non alla creazione di un benessere diffuso. Per superare la politica delle emergenze che ne cancellano altre non puntando mai alla risoluzione delle questioni, il Mezzogiorno d’Italia necessita di un progetto globale di sviluppo che parta da una vera e propria “Carta dei diritti del Sud” che incarni la vocazione di un’intera area vasta, che veda nella riconversione e nell’innovazione ambientale, nell’agricoltura e nel turismo settori di crescita ed occupazione. Per gli uomini e le donne che abitano il Sud è necessario costruire insieme il proprio futuro. Il luogo certamente può essere l’assise meridionale che si terrà l’11 luglio a Roma. Il titolo: Il meridionalismo che cambia.
Perché le emergenze non diventino questioni, e perché le questioni non vengano oscurate da altre emergenze.

Michele Dell’Edera e Loredana Marino fanno parte del Lab-Sud la riscossa del Sud che promuove per l’11 luglio a Roma (via Flaminia 53, ore 10.30) l’incontro Il meridionalismo che cambia. Diretta streaming sulle pagine Facebook di Transform! Italia e di Left.

Fonte: Left




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giovedì 9 luglio 2020

Roma 11 Luglio Lab-Sud: “Il Meridionalismo Che Cambia”

Riesplosa nel corso dell’ultimo ventennio a causa di precise scelte politiche che, ancora oggi, mirano a foraggiare sistematicamente la “locomotiva” Nord a discapito della “palla al piede Sud”, a partire dalla mobilitazione contro l’attuazione del federalismo asimmetrico ed estrattivo richiesto dalle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, la “nuova questione meridionale” è tornata ad essere oggetto di un serrato confronto politico-culturale alimentato da partiti politici, comitati, associazioni, movimenti, giornali, centri di ricerca, università, riviste, attivisti, militanti, studiosi ed intellettuali.
E’ all’interno di questo contesto che, promossa da Rif. Comunista, dal Partito del Sud, da Transform!Italia e dalla rivista Left, è nato “Lab-Sud. La riscossa del Sud.
Ora, dopo quasi un anno di analisi, approfondimenti e dibattiti, sabato 11 luglio, alle ore 10:30, a Roma, via Flaminia 53, promosso proprio da Lab-Sud, si terrà l’incontro-dibattito: “Il meridionalismo che cambia”.
In occasione dell’incontro, che sarà trasmesso in diretta streaming sulle pagine facebook di Transform!Italia e di Left, sarà presentata la “Carta dei diritti per il Mezzogiorno”, incentrata, tra gli altri, sui temi della riconversione ecologica, della tutela della salute e della valorizzazione delle risorse agricole.



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Riesplosa nel corso dell’ultimo ventennio a causa di precise scelte politiche che, ancora oggi, mirano a foraggiare sistematicamente la “locomotiva” Nord a discapito della “palla al piede Sud”, a partire dalla mobilitazione contro l’attuazione del federalismo asimmetrico ed estrattivo richiesto dalle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, la “nuova questione meridionale” è tornata ad essere oggetto di un serrato confronto politico-culturale alimentato da partiti politici, comitati, associazioni, movimenti, giornali, centri di ricerca, università, riviste, attivisti, militanti, studiosi ed intellettuali.
E’ all’interno di questo contesto che, promossa da Rif. Comunista, dal Partito del Sud, da Transform!Italia e dalla rivista Left, è nato “Lab-Sud. La riscossa del Sud.
Ora, dopo quasi un anno di analisi, approfondimenti e dibattiti, sabato 11 luglio, alle ore 10:30, a Roma, via Flaminia 53, promosso proprio da Lab-Sud, si terrà l’incontro-dibattito: “Il meridionalismo che cambia”.
In occasione dell’incontro, che sarà trasmesso in diretta streaming sulle pagine facebook di Transform!Italia e di Left, sarà presentata la “Carta dei diritti per il Mezzogiorno”, incentrata, tra gli altri, sui temi della riconversione ecologica, della tutela della salute e della valorizzazione delle risorse agricole.



giovedì 2 luglio 2020

Cuccurese (Partito del Sud): 'Perché sosteniamo Emiliano'

Il Partito del Sud - Meridionalisti Progressisti conferma la presentazione, per le prossime elezioni regionali in Puglia, di una lista con il proprio simbolo a sostegno del presidente uscente Michele Emiliano. Il Presidente nazionale, Natale Cuccurese, espone alcuni dei motivi alla base della decisione:
Partito Sud
Si dice che il paese non riparte senza il Sud. Ma poi permangono le differenze. Perchè?
Perché come dimostrato anche dall’ultimo Rapporto Eurispes 2020, la sottrazione al Sud di risorse a vantaggio del Nord, dovute in base alla semplice percentuale della popolazione residente (34%) è massiccia e pervasiva ed ammonta a ben 840 Miliardi di Euro solo nel periodo dal 2000 al 2017, a ancora continua al ritmo di 61,3 Miliardi all’anno. 
Basta guardare solamente la differenza in infrastrutture per rendersene conto. Si è arrivati all’attuale situazione di un Paese a due velocità che ha portato alla richiesta egoistica di Autonomia differenziata da parte di alcune Regioni del Nord. Una deriva pericolosa per l’unità nazionale che noi avversiamo. Abbiamo molto apprezzato su questo tema la posizione di Michele Emiliano, è anche questo uno dei motivi, non il solo, che ci ha convinto a sostenerlo anche in queste elezioni regionali, confermando il sostegno che già gli avevamo garantito nelle precedenti. 
Emiliano Cuccurese
Perché votare la lista Partito del Sud?
Quella delle prossime elezioni regionali è un’occasione che la Puglia deve saper cogliere ponendosi come obiettivo quello di ribaltare la prospettiva geografica ed essere tra le Regioni guida del Sud, aiutando la ripartenza di quest’area della penisola e con essa dell’intero sistema Paese. La Lega, con la sua dottrina di odio e rancore, è la nostra principale avversaria. Dobbiamo costruire, insieme alle altre forze di sinistra un argine contro questa destra aggressiva e che si presenta in Puglia con tratti tutt’altro che nuovi, mescolando all’antimeridionalismo che la Lega ha abbandonato solo di facciata, forti pulsioni d'ispirazione neo-fascista, in un crogiolo esplosivo fatto di forze in cerca di radicamento e di leadership nella gestione del malcontento soprattutto in questo momento di emergenza causa pandemia.
Sarebbe un danno molto serio, per la Puglia, per il Sud, per la tenuta democratica del Paese l’affermarsi di queste derive. Bisogna impedirlo! Anche per questo è per noi essenziale sostenere Michele Emiliano. Nel contempo le pretese regionalistiche impongono la presenza meridionalista all’interno delle Regioni in funzione non solo di contrasto ma anche di proposta alternativa.
"Noi del Partito del Sud - conclude Cuccurese - su questi temi non ci arrendiamo e chiediamo a tutti i cittadini pugliesi di unirsi a noi in questa lotta per dare al futuro governo della Puglia un’impronta sempre più meridionalista".
(geormini@gmail.com)


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Il Partito del Sud - Meridionalisti Progressisti conferma la presentazione, per le prossime elezioni regionali in Puglia, di una lista con il proprio simbolo a sostegno del presidente uscente Michele Emiliano. Il Presidente nazionale, Natale Cuccurese, espone alcuni dei motivi alla base della decisione:
Partito Sud
Si dice che il paese non riparte senza il Sud. Ma poi permangono le differenze. Perchè?
Perché come dimostrato anche dall’ultimo Rapporto Eurispes 2020, la sottrazione al Sud di risorse a vantaggio del Nord, dovute in base alla semplice percentuale della popolazione residente (34%) è massiccia e pervasiva ed ammonta a ben 840 Miliardi di Euro solo nel periodo dal 2000 al 2017, a ancora continua al ritmo di 61,3 Miliardi all’anno. 
Basta guardare solamente la differenza in infrastrutture per rendersene conto. Si è arrivati all’attuale situazione di un Paese a due velocità che ha portato alla richiesta egoistica di Autonomia differenziata da parte di alcune Regioni del Nord. Una deriva pericolosa per l’unità nazionale che noi avversiamo. Abbiamo molto apprezzato su questo tema la posizione di Michele Emiliano, è anche questo uno dei motivi, non il solo, che ci ha convinto a sostenerlo anche in queste elezioni regionali, confermando il sostegno che già gli avevamo garantito nelle precedenti. 
Emiliano Cuccurese
Perché votare la lista Partito del Sud?
Quella delle prossime elezioni regionali è un’occasione che la Puglia deve saper cogliere ponendosi come obiettivo quello di ribaltare la prospettiva geografica ed essere tra le Regioni guida del Sud, aiutando la ripartenza di quest’area della penisola e con essa dell’intero sistema Paese. La Lega, con la sua dottrina di odio e rancore, è la nostra principale avversaria. Dobbiamo costruire, insieme alle altre forze di sinistra un argine contro questa destra aggressiva e che si presenta in Puglia con tratti tutt’altro che nuovi, mescolando all’antimeridionalismo che la Lega ha abbandonato solo di facciata, forti pulsioni d'ispirazione neo-fascista, in un crogiolo esplosivo fatto di forze in cerca di radicamento e di leadership nella gestione del malcontento soprattutto in questo momento di emergenza causa pandemia.
Sarebbe un danno molto serio, per la Puglia, per il Sud, per la tenuta democratica del Paese l’affermarsi di queste derive. Bisogna impedirlo! Anche per questo è per noi essenziale sostenere Michele Emiliano. Nel contempo le pretese regionalistiche impongono la presenza meridionalista all’interno delle Regioni in funzione non solo di contrasto ma anche di proposta alternativa.
"Noi del Partito del Sud - conclude Cuccurese - su questi temi non ci arrendiamo e chiediamo a tutti i cittadini pugliesi di unirsi a noi in questa lotta per dare al futuro governo della Puglia un’impronta sempre più meridionalista".
(geormini@gmail.com)


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mercoledì 1 luglio 2020

Regionali Campania, Partito del Sud aderisce all’appello di Stop Biocidio.


“Aderiamo all’appello di Stop Biocidio”. È quanto dichiara il responsabile area metropolitana del Partito del Sud, Antonio Luongo. Una decisione presa con piena adesione degli attivisti di tutta la regione Campania.
“Da uomo delle periferie – dichiara Luongo – ho un’esperienza, purtroppo vasta, di devastazioni ambientali che vanno a braccetto con le speculazione economica e finanziaria. Proprio sull’immondizia e sugli abusi che si celano dietro il ciclo dei rifiuti ho speso tantissimi anni, a partire dalla bomba ambientale che era la discarica dei Pisani, a Pianura”.
Un impegno sul territorio che oggi si traduce in appoggio ai movimenti di Stop Biocidio.
“Come attivista, prima, e successivamente, come consigliere dell’ente idrico Campano, combatto una battaglia, su cui pure si intrecciano in continuazione grandi interessi capitalisti e sfruttamento, senza mai cedere a pressioni e compromessi al ribasso: la battaglia è quella dell’acqua pubblica.
Non posso e non possiamo quindi non dare sostegno ad un percorso che punta a rompere il cartello di istituzioni deviate, collusione, mafie, degrado ambientale e impoverimento economico, i cittadini campani devono poter scegliere almeno una forza politica che rivendichi un punto di vista altro, un vero cambiamento di registro, un nuovo corso che si smarchi dalle solite logiche espressioni di lobby e interessi”. “Sono sempre gli stessi nomi, le stesse ramificazioni in quella mala politica che ha voluto e decretato la devastazione dei territori sui quali ha sciacallato, o quando ha tentato, ha dimostrato di non sapere nemmeno da dove iniziare per provare a incidere.   Un maldestro remake di un film visto e rivisto, con un finale che, purtroppo, non è mai piaciuto a nessuno”.
Il Partito del Sud, con forza sottolinea quanto questa politica sia in rapporto di sudditanza con i centri di potere che si trovano al settentrione. Rapporto confermato dal fatto che “in nessun programma troverete un NO chiaro e netto all’Autonomia differenziata, che condannerebbe la Campania a sprofondare nel degrado relegandola al ruolo di una colonia da spolpare”. “La presenza di Partito del Sud, in una aggregazione progressista che vedrà presto la luce, alternativa a Caldoro e De Luca, per la candidatura alle regionali, metterà al centro una battaglia: uno sviluppo sano che riparta dal Sud, che si traduce in una equa distribuzione delle risorse da parte dello stato centrale, per scrollarsi di dosso la puzza di vecchio e la convinzione che nulla mai cambierà”.


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“Aderiamo all’appello di Stop Biocidio”. È quanto dichiara il responsabile area metropolitana del Partito del Sud, Antonio Luongo. Una decisione presa con piena adesione degli attivisti di tutta la regione Campania.
“Da uomo delle periferie – dichiara Luongo – ho un’esperienza, purtroppo vasta, di devastazioni ambientali che vanno a braccetto con le speculazione economica e finanziaria. Proprio sull’immondizia e sugli abusi che si celano dietro il ciclo dei rifiuti ho speso tantissimi anni, a partire dalla bomba ambientale che era la discarica dei Pisani, a Pianura”.
Un impegno sul territorio che oggi si traduce in appoggio ai movimenti di Stop Biocidio.
“Come attivista, prima, e successivamente, come consigliere dell’ente idrico Campano, combatto una battaglia, su cui pure si intrecciano in continuazione grandi interessi capitalisti e sfruttamento, senza mai cedere a pressioni e compromessi al ribasso: la battaglia è quella dell’acqua pubblica.
Non posso e non possiamo quindi non dare sostegno ad un percorso che punta a rompere il cartello di istituzioni deviate, collusione, mafie, degrado ambientale e impoverimento economico, i cittadini campani devono poter scegliere almeno una forza politica che rivendichi un punto di vista altro, un vero cambiamento di registro, un nuovo corso che si smarchi dalle solite logiche espressioni di lobby e interessi”. “Sono sempre gli stessi nomi, le stesse ramificazioni in quella mala politica che ha voluto e decretato la devastazione dei territori sui quali ha sciacallato, o quando ha tentato, ha dimostrato di non sapere nemmeno da dove iniziare per provare a incidere.   Un maldestro remake di un film visto e rivisto, con un finale che, purtroppo, non è mai piaciuto a nessuno”.
Il Partito del Sud, con forza sottolinea quanto questa politica sia in rapporto di sudditanza con i centri di potere che si trovano al settentrione. Rapporto confermato dal fatto che “in nessun programma troverete un NO chiaro e netto all’Autonomia differenziata, che condannerebbe la Campania a sprofondare nel degrado relegandola al ruolo di una colonia da spolpare”. “La presenza di Partito del Sud, in una aggregazione progressista che vedrà presto la luce, alternativa a Caldoro e De Luca, per la candidatura alle regionali, metterà al centro una battaglia: uno sviluppo sano che riparta dal Sud, che si traduce in una equa distribuzione delle risorse da parte dello stato centrale, per scrollarsi di dosso la puzza di vecchio e la convinzione che nulla mai cambierà”.


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