venerdì 3 febbraio 2023

AUTONOMIA DIFFERENZIATA: E’ LA FINE DELLA REPUBBLICA NATA DALLA RESISTENZA - Comunicato stampa Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti




Sovranisti senza vergogna e soprattutto senza sovranità, visto come si prostrano a Ue e Nato, che applaudono l’inizio della balcanizzazione del Paese, mentre solo tre giorni fa Giorgia Meloni dichiarava: “no a cittadini di serie A e di serie B”.

Poche ore fa, senza imbarazzo, la stessa Giorgia Meloni nel Consiglio dei Ministri ha varato lo Spacca-Italia leghista, che in nome del razzismo Stato allarga i divari, affossa il Sud e danneggia anche il Nord, come dichiarato persino da Bonomi.
Per rendere effettivi i Lep poi non basta definirli, occorre garantirne il finanziamento.
La domanda è: resterà unita una Repubblica dove alcuni cittadini vanteranno diritti che altri non avranno in base alla Regione di residenza?!
Sanità e Scuola pubblica non esisteranno più, tutto sarà suddiviso in 20 signorie regionali dove le privatizzazioni saranno all’ordine del giorno.
Il disegno di legge Calderoli sull’autonomia differenziata implica trasformazioni radicali degli assetti di potere in Italia. Sono temi cruciali. E a definirli non può essere una semplice intesa tra stato e singola regione, travalicando il Parlamento.
Lo spacca Italia va insieme al «presidenzialismo»: lo scambio che tiene insieme la maggioranza leghista e post-fascista, con la clamorosa contraddizione di un governo di destra che vuole differenziare per legge i diritti dei cittadini in base alla regione di residenza con l’Autonomia differenziata, alimentata da pregiudizi e conformismi ad opera di leghisti e protoleghisti.
In questa giornata che segna la fine della Repubblica nata dalla Resistenza per cedere il passo ad una repubblichetta di stampo Sudamericano, va anche ricordato che questo abominio è stato reso possibile dalla irresponsabile modifica del Titolo V della Costituzione nel 2001 da parte del centrosinistra e dalla sponda offerta dal 2018 da Bonaccini a Zaia e Fontana.
Natale Cuccurese a nome del Consiglio Direttivo Nazionale del Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti
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Sovranisti senza vergogna e soprattutto senza sovranità, visto come si prostrano a Ue e Nato, che applaudono l’inizio della balcanizzazione del Paese, mentre solo tre giorni fa Giorgia Meloni dichiarava: “no a cittadini di serie A e di serie B”.

Poche ore fa, senza imbarazzo, la stessa Giorgia Meloni nel Consiglio dei Ministri ha varato lo Spacca-Italia leghista, che in nome del razzismo Stato allarga i divari, affossa il Sud e danneggia anche il Nord, come dichiarato persino da Bonomi.
Per rendere effettivi i Lep poi non basta definirli, occorre garantirne il finanziamento.
La domanda è: resterà unita una Repubblica dove alcuni cittadini vanteranno diritti che altri non avranno in base alla Regione di residenza?!
Sanità e Scuola pubblica non esisteranno più, tutto sarà suddiviso in 20 signorie regionali dove le privatizzazioni saranno all’ordine del giorno.
Il disegno di legge Calderoli sull’autonomia differenziata implica trasformazioni radicali degli assetti di potere in Italia. Sono temi cruciali. E a definirli non può essere una semplice intesa tra stato e singola regione, travalicando il Parlamento.
Lo spacca Italia va insieme al «presidenzialismo»: lo scambio che tiene insieme la maggioranza leghista e post-fascista, con la clamorosa contraddizione di un governo di destra che vuole differenziare per legge i diritti dei cittadini in base alla regione di residenza con l’Autonomia differenziata, alimentata da pregiudizi e conformismi ad opera di leghisti e protoleghisti.
In questa giornata che segna la fine della Repubblica nata dalla Resistenza per cedere il passo ad una repubblichetta di stampo Sudamericano, va anche ricordato che questo abominio è stato reso possibile dalla irresponsabile modifica del Titolo V della Costituzione nel 2001 da parte del centrosinistra e dalla sponda offerta dal 2018 da Bonaccini a Zaia e Fontana.
Natale Cuccurese a nome del Consiglio Direttivo Nazionale del Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti

mercoledì 1 febbraio 2023

DOMANI ARRIVERA' IN CdM LA PROPOSTA CALDEROLI SULL'AUTONOMIA DIFFERENZIATA, ALCUNE CONSIDERAZIONI DI NATALE CUCCURESE AL RIGUARDO [VIDEO]

 


L’#AutonomiaDifferenziata arriverà domani in Consiglio dei Ministri, con qualche (fondamentale) incognita.
Non si sa se è una legge quadro o una legge cornice, ma si sa con certezza che è una legge truffa.
La domanda è: resterà unita una Repubblica dove alcuni cittadini vanteranno diritti che altri non avranno in base alla Regione di residenza?! Io non credo...
Alcune, brevi, considerazioni al riguardo...






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L’#AutonomiaDifferenziata arriverà domani in Consiglio dei Ministri, con qualche (fondamentale) incognita.
Non si sa se è una legge quadro o una legge cornice, ma si sa con certezza che è una legge truffa.
La domanda è: resterà unita una Repubblica dove alcuni cittadini vanteranno diritti che altri non avranno in base alla Regione di residenza?! Io non credo...
Alcune, brevi, considerazioni al riguardo...






martedì 31 gennaio 2023

Roma. Assemblea organizzata dal Tavolo Nazionale NO Autonomia differenziata (Video)



Introducono: Gaetano Azzariti (Professore Ordinario di Diritto costituzionale - Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Roma - La Sapienza), Adriano Giannola (Presidente SVIMEZ - Associazione per lo Sviluppo dell'Industria nel Mezzogiorno), Paolo Liberati (Professore Ordinario di Scienza delle Finanze - Università degli Studi Roma Tre).

Registrazione video dell'assemblea "Assemblea organizzata dal Tavolo Nazionale NO Autonomia differenziata", svoltasi a Roma domenica 29 gennaio 2023 alle 11:00.

Sono intervenuti: Marina Boscaino (portavoce del Comitato Contro ogni Autonomia
 Differenziata), Gaetano Azzariti (docente di diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma), Paolo Liberati (professore Ordinario di Scienza delle Finanze, Università degli Studi Roma Tre), Lorenzo Varaldo (rappresentante del Comitato Nazionale per il Ritiro di Qualunque Autonomia Differenziata), Francesco Silvestri (capogruppo alla Camera M5S), Anna Maria Bianchi (Carte in Regola), Alessandra Algostino (ordinaria di diritto costituzionale presso l’Università di Torino), Maria Longo (componente del Comitato nazionale contro ogni Autonomia Differenziata Emilia Romagna), Fanio Giannetto (comitato NOAD Lazio), Tina Balì (capolista Polo progressista elezioni reg Lazio), Maura Cossutta (presidente della Casa Internazionale delle Donne di Roma), Rino Capasso (Esecutivo Naz. Cobas), Vincenzo Calò (membro della Segreteria Nazionale dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia), Rosa Rinaldi (candidata presidente reg Lazio Unione Popolare), Davide Carlucci (sindaco di Acquaviva delle Fonti, Rete Recovery Sud), Corrado Nicola De Benedittis (sindaco di Corato), Andrea Del Monaco (giornalista, componente del Comitato nazionale contro ogni autonomia differenziata di Roma), Elisabetta Papini (coordinatrice nazionale del Forum per il Diritto alla Salute), Sonia Pecorilli (candidata PCI), Marco Cacciatore (consigliere regionale del Lazio di Europa Verde), Giordana Pallone (coordinatrice dell’Area stato sociale e diritto Confederazione CGIL), Tonia Guerra (Comitato di Bari e PRC), Carmen D’Anzi (comitato Basilicata), Gaia Celeste (candidata alle elezioni regionali per Possibile), Graziamaria Pistorino ((FLCGIL)), Chiara Benegiamo (Comitato NoAd Pesaro e Urbino), Andrea Tesini (SGB), Adriano Labbucci (segretario SI Roma e assessore Mun. I), Pietro De Sarlo (rappresentante della "Carta di Venosa"), Luigi Galloni (Associazione Nazionale Giuristi Democratici), Monica Grilli (Comitato di Torino), Carla Corsetti (Democrazia Atea), Franco Russo (membro del coordinamento contro ogni autonomia differenziata), Emanuele de Martiis (Comitato NOAD RM), Lucio Gentili (membro del Forum Italiano dei movimenti per l’Acqua), Marco Morosini (componente della Confederazione Sinistre Italiane), Simona Suriano (Associazione Manifesta), Alessia De Bellis (Futuro Meridiano), Francesca Perri (medico di primo soccorso, rappresentante di Potere al Popolo), Giovanni Russo Spena (giuslavorista, Left), Walter Tucci (esponente del Partito Comunista Italiano), Tommaso Sorrentino (Coordinamento metropolitano di Napoli), Valentino Romano (Partito del Sud), Alfredo Agustoni (Risorgimento Socialista), Massimo Converso (PRC Calabria), Giorgio Cremaschi (sindacalista, Potere al Popolo), Carlo Salmaso (Comitato NO AD di Padova).

La registrazione video dell'assemblea ha una durata di 5 ore e 20 minuti.



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Introducono: Gaetano Azzariti (Professore Ordinario di Diritto costituzionale - Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Roma - La Sapienza), Adriano Giannola (Presidente SVIMEZ - Associazione per lo Sviluppo dell'Industria nel Mezzogiorno), Paolo Liberati (Professore Ordinario di Scienza delle Finanze - Università degli Studi Roma Tre).

Registrazione video dell'assemblea "Assemblea organizzata dal Tavolo Nazionale NO Autonomia differenziata", svoltasi a Roma domenica 29 gennaio 2023 alle 11:00.

Sono intervenuti: Marina Boscaino (portavoce del Comitato Contro ogni Autonomia
 Differenziata), Gaetano Azzariti (docente di diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma), Paolo Liberati (professore Ordinario di Scienza delle Finanze, Università degli Studi Roma Tre), Lorenzo Varaldo (rappresentante del Comitato Nazionale per il Ritiro di Qualunque Autonomia Differenziata), Francesco Silvestri (capogruppo alla Camera M5S), Anna Maria Bianchi (Carte in Regola), Alessandra Algostino (ordinaria di diritto costituzionale presso l’Università di Torino), Maria Longo (componente del Comitato nazionale contro ogni Autonomia Differenziata Emilia Romagna), Fanio Giannetto (comitato NOAD Lazio), Tina Balì (capolista Polo progressista elezioni reg Lazio), Maura Cossutta (presidente della Casa Internazionale delle Donne di Roma), Rino Capasso (Esecutivo Naz. Cobas), Vincenzo Calò (membro della Segreteria Nazionale dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia), Rosa Rinaldi (candidata presidente reg Lazio Unione Popolare), Davide Carlucci (sindaco di Acquaviva delle Fonti, Rete Recovery Sud), Corrado Nicola De Benedittis (sindaco di Corato), Andrea Del Monaco (giornalista, componente del Comitato nazionale contro ogni autonomia differenziata di Roma), Elisabetta Papini (coordinatrice nazionale del Forum per il Diritto alla Salute), Sonia Pecorilli (candidata PCI), Marco Cacciatore (consigliere regionale del Lazio di Europa Verde), Giordana Pallone (coordinatrice dell’Area stato sociale e diritto Confederazione CGIL), Tonia Guerra (Comitato di Bari e PRC), Carmen D’Anzi (comitato Basilicata), Gaia Celeste (candidata alle elezioni regionali per Possibile), Graziamaria Pistorino ((FLCGIL)), Chiara Benegiamo (Comitato NoAd Pesaro e Urbino), Andrea Tesini (SGB), Adriano Labbucci (segretario SI Roma e assessore Mun. I), Pietro De Sarlo (rappresentante della "Carta di Venosa"), Luigi Galloni (Associazione Nazionale Giuristi Democratici), Monica Grilli (Comitato di Torino), Carla Corsetti (Democrazia Atea), Franco Russo (membro del coordinamento contro ogni autonomia differenziata), Emanuele de Martiis (Comitato NOAD RM), Lucio Gentili (membro del Forum Italiano dei movimenti per l’Acqua), Marco Morosini (componente della Confederazione Sinistre Italiane), Simona Suriano (Associazione Manifesta), Alessia De Bellis (Futuro Meridiano), Francesca Perri (medico di primo soccorso, rappresentante di Potere al Popolo), Giovanni Russo Spena (giuslavorista, Left), Walter Tucci (esponente del Partito Comunista Italiano), Tommaso Sorrentino (Coordinamento metropolitano di Napoli), Valentino Romano (Partito del Sud), Alfredo Agustoni (Risorgimento Socialista), Massimo Converso (PRC Calabria), Giorgio Cremaschi (sindacalista, Potere al Popolo), Carlo Salmaso (Comitato NO AD di Padova).

La registrazione video dell'assemblea ha una durata di 5 ore e 20 minuti.



domenica 29 gennaio 2023

IL SUD È SOTTO ATTACCO!




Di Antonio Luongo

Dov’è la democrazia in questo Paese?

Faccio mio l'allarme di Padre Alex Zanotelli ("Salviamo l'acqua della Campania" su Repubblica-Napoli, ndr) che per l'ennesima volta ci mette in guardia dalla deriva in cui stanno spingendo il paese i governi neo liberisti.
La strategia delle privatizzazioni, che è inarrestabile nel paese da circa tre decenni, prevede oggi una precisa declinazione predatoria, intrisa di razzismo territoriale.
In un quadro di debolezza economica e povertà crescente, le azioni degli ultimi governi stanno puntando a privare le comunità meridionali anche del controllo sulle loro risorse. Non si spiegherebbe diversamente l'impossibilità per i Consorzi Pubblici o le Aziende Speciali come la napoletana Abc, ad accedere ai fondi del Pnrr, agevolmente concessi a multiutility e multinazionali private come la Gori S.p.A.

Al Sud in molti Comuni, faticosamente, persiste un sistema di controllo pubblico della risorsa idrica, nel rispetto del mandato referendario del 2011. Ora il governo sta facendo in modo di farlo crollare. A beneficiarne, per l'ennesima volta, solo aziende settentrionali legate a grandi multinazionali. A farne le spese sono i cittadini, con bollette vittime delle speculazioni dei mercati, esattamente come sta avvenendo per gas e elettricità.
È un nuovo colonialismo, avviato da Draghi che il governo Meloni sta sta ulteriormente esasperando, con l'aggravante dell'Autonomia Differenziata.
Tutto ciò sta avvenendo senza nessuna vera opposizione politica. A sinistra abbiamo lasciato il pallino in mano ai "collaborazionisti": rappresentanti che si limitano a dichiarazioni di facciata, senza fare davvero da guida e raccordo nella società per impedire concretamente questa politica scellerata e predatoria.
Basta pensare alla pantomima per la segreteria Pd quanto sia ad appannaggio esclusivo di rappresentanti della fantomatica locomotiva del Nord (Bonaccini &C.) Riuscite a ricordare un'istanza sul Sud in quel dibattito?
Urge una seria presa di coscienza e una ripresa della lotta dal basso. Insieme al Partito del Sud sostengo da tempo questa necessità. In difesa dell'acqua pubblica, in difesa del meridione, in difesa della democrazia.



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Di Antonio Luongo

Dov’è la democrazia in questo Paese?

Faccio mio l'allarme di Padre Alex Zanotelli ("Salviamo l'acqua della Campania" su Repubblica-Napoli, ndr) che per l'ennesima volta ci mette in guardia dalla deriva in cui stanno spingendo il paese i governi neo liberisti.
La strategia delle privatizzazioni, che è inarrestabile nel paese da circa tre decenni, prevede oggi una precisa declinazione predatoria, intrisa di razzismo territoriale.
In un quadro di debolezza economica e povertà crescente, le azioni degli ultimi governi stanno puntando a privare le comunità meridionali anche del controllo sulle loro risorse. Non si spiegherebbe diversamente l'impossibilità per i Consorzi Pubblici o le Aziende Speciali come la napoletana Abc, ad accedere ai fondi del Pnrr, agevolmente concessi a multiutility e multinazionali private come la Gori S.p.A.

Al Sud in molti Comuni, faticosamente, persiste un sistema di controllo pubblico della risorsa idrica, nel rispetto del mandato referendario del 2011. Ora il governo sta facendo in modo di farlo crollare. A beneficiarne, per l'ennesima volta, solo aziende settentrionali legate a grandi multinazionali. A farne le spese sono i cittadini, con bollette vittime delle speculazioni dei mercati, esattamente come sta avvenendo per gas e elettricità.
È un nuovo colonialismo, avviato da Draghi che il governo Meloni sta sta ulteriormente esasperando, con l'aggravante dell'Autonomia Differenziata.
Tutto ciò sta avvenendo senza nessuna vera opposizione politica. A sinistra abbiamo lasciato il pallino in mano ai "collaborazionisti": rappresentanti che si limitano a dichiarazioni di facciata, senza fare davvero da guida e raccordo nella società per impedire concretamente questa politica scellerata e predatoria.
Basta pensare alla pantomima per la segreteria Pd quanto sia ad appannaggio esclusivo di rappresentanti della fantomatica locomotiva del Nord (Bonaccini &C.) Riuscite a ricordare un'istanza sul Sud in quel dibattito?
Urge una seria presa di coscienza e una ripresa della lotta dal basso. Insieme al Partito del Sud sostengo da tempo questa necessità. In difesa dell'acqua pubblica, in difesa del meridione, in difesa della democrazia.



venerdì 27 gennaio 2023

Cuccurese: “Scuola, salari differenziati? No, grazie!

Tra disegni legge sull’autonomia differenziata a favore delle regioni ricche del Nord e di proposte di stipendi diversificati su base territoriale per il personale docente ed amministrativo della scuola statale si moltiplicano da parte del Governo di destra gli attacchi a quello che rimane della Repubblica democratica italiana “una” e “indivisibile”.

Su questi temi è intervenuto il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese, che, via social, ha osservato: “Luca Bianchi dello Svimez spiega con chiarezza e precisione perché l’idea di differenziare i salari degli insegnanti su base territoriale è ingiusta e immotivata”.

Un’idea leghista e proto leghista – ha concluso Cuccurese – da contrastare con decisione, prodromica all’Autonomia differenziata e utile per spaccare l’Italia”.

Fonte: VesuvianoNews- articolo di Salvatore Lucchese



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Tra disegni legge sull’autonomia differenziata a favore delle regioni ricche del Nord e di proposte di stipendi diversificati su base territoriale per il personale docente ed amministrativo della scuola statale si moltiplicano da parte del Governo di destra gli attacchi a quello che rimane della Repubblica democratica italiana “una” e “indivisibile”.

Su questi temi è intervenuto il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese, che, via social, ha osservato: “Luca Bianchi dello Svimez spiega con chiarezza e precisione perché l’idea di differenziare i salari degli insegnanti su base territoriale è ingiusta e immotivata”.

Un’idea leghista e proto leghista – ha concluso Cuccurese – da contrastare con decisione, prodromica all’Autonomia differenziata e utile per spaccare l’Italia”.

Fonte: VesuvianoNews- articolo di Salvatore Lucchese



giovedì 26 gennaio 2023

LA TRUFFA DEL PNRR (6) "…dalle privatizzazioni allo sterminio delle zombie firms…"

 


Le "Rubriche della Meridionalità" | …di LEGGI, di NORME, di DIVARI.
di Natale Cuccurese (*)


“Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto”.
Con l’approvazione più di un anno fa, da parte del governo Draghi dell’art. 6 del Ddl Concorrenza, si sono sottratti al Popolo anche gli ultimi beni di proprietà collettiva demaniale per farli passare nelle mani di prenditori e speculatori della finanza a cui sono stati serviti su di un piatto d’argento, con la complicità di tutti, o quasi, i partiti presenti in Parlamento
Con l’art. 6, divenuto l’articolo 8 della delibera di approvazione del Senato, il governo Draghi ha così spogliato l’Italia delle sue ultime fonti di produzione di “lavoro” e di “ricchezza nazionale”. Tali disposizioni, infatti, impongono la collocazione sul mercato interno europeo, inscindibilmente legato al mercato generale, di beni e gestione di servizi pubblici del demanio costituzionale, che ha come fine il perseguimento di interessi generali e pertanto non possono essere ceduti o gestiti da privati e S.p.A. private, cioè che devono perseguire gli interessi di privati.

Esemplificativo di questa operazione, che alcuni definiscono Agenda Draghi, è Il cosiddetto ‘Patto per Napoli’, le cui clausole sono imposte dallo Stato e che il Comune ha solo firmato per accettazione. Un atto, che senza alcuna discussione pubblica, vincolerà le generazioni future per i prossimi venti anni e che, nella sostanza, prevede un incremento delle tasse comunali, l’alienazione del patrimonio immobiliare e dei servizi pubblici locali. Il “Piano” porterà l’ulteriore aumento della tassazione dei cittadini, già tra le più alte in Italia, tenendo bene aperta la porta alla svendita del patrimonio immobiliare e alle privatizzazioni dei servizi pubblici.
Di contro, a fronte dei tanti proclami, arriveranno soltanto 1 miliardo e 231 milioni di euro spalmati nei prossimi 20 anni, cifra insufficiente se messa a confronto con gli enormi tagli fatti in questi anni al Comune e che comporteranno l’aumento anche di tasse come l’Irpef.
Si procede quindi con una ricetta liberista, che comporta il rischio, per non dire la certezza, che a pagare la privatizzazione dei servizi saranno le fasce più deboli della popolazione, già gravate dall'aumento indiscriminato dei prezzi, delle bollette e dall’inflazione…

Misure come questa cedono alla speculazione dei privati ciò che resta del pubblico, come l’acqua, un tentativo questo malcelato di eliminare definitivamente l’anomalia meridionale della gestione pubblica dell’acqua a cominciare appunto da Napoli.
Non a caso la mappa del tipo di gestione di questo preziosissimo bene comune si riflette in una ben precisa distribuzione territoriale. Infatti, per ora, la cessione delle fonti pubbliche alle multiutility nazionali e internazionali non è ancora riuscita a attecchire con forza oltre il Sud Pontino.

Non bisogna poi dimenticare a supporto di questa spinta verso le privatizzazioni il Pnrr, che è in gran parte un prestito che bisognerà restituire alla Ue nei prossimi decenni e che vincola il nostro Paese ad ambiti di investimento decisi all’estero e soprattutto alle solite “riforme” (privatizzazioni) imposte da Bruxelles. E così il governo Meloni dopo quello Draghi prosegue lo smantellamento dei beni comuni e, tramite il Pnrr, mira a collocare sul mercato, a favore delle multinazionali l’acqua pubblica e i servizi pubblici essenziali.
Inoltre nessuno delle decine di obiettivi del Pnrr prevede la riduzione degli squilibri territoriali, malgrado le raccomandazioni europee.

Meloni procede così il lavoro iniziato da Draghi per chiudere le "zombie firms" (piccole e medie imprese), come programmato dal documento 'Reviging and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid', a doppia firma di Mario Draghi e di Raghuram Rajan, pubblicato a dicembre 2020 dal Gruppo dei 30. Cioè la codifica della macelleria sociali di stampo greco. Un documento che si trova in rete e che tutti possono (e potevano) leggere, anche i partiti che hanno sostenuto Draghi e la sua Agenda in Parlamento, ben prima della “congiura di Palazzo” che ha imposto a suo tempo Draghi come PdC. Se c'è una cosa che non si poteva imputare a Draghi era la mancanza di chiarezza, tutto era spiegato per tempo nero su bianco e pubblicamente.
I Paesi "frugali" del Nord Europa, i veri padroni della Ue, sono così pronti a spolpare definitivamente l'Italia, prima della sua balcanizzazione grazie all'Autonomia differenziata e alle conseguenti privatizzazioni che questa porta in dono a loro.
Dopo le privatizzazioni delle aziende di Stato iniziate a fine anni ‘90, ora le famiglie italiane rappresentano con il loro risparmio, investito soprattutto nella casa, la principale ricchezza d'Italia. Questa distruzione di ricchezza a favore della finanza internazionale è forse la vera missione affidata prima a Draghi e oggi a Meloni, che sta, come da programma, continuando a demolire le piccole attività, le zombie firms appunto, anche queste a conduzione famigliare.
L'IRI non fu “pensionata troppo presto”, come scriveva pochi giorni fa un quotidiano nazionale ricordandone i novantanni dalla nascita. Fu svenduta per una chiara volontà politica da parte di servili Quisling italiani eterodiretti da potentati internazionali.
È stata l'agnello sacrificale smembrato per entrare in una Unione Europa prona alle volontà americane e Nato, oltre che dei Paesi del Nord Europa. Una chiara rinuncia ad ogni residuo di sovranità nazionale. Il più grande errore della nostra storia recente insieme al divorzio Banca d'Italia/Tesoro. Basti pensare che, mentre ci raccontavano che le privatizzazioni portavano benessere, prima dell’inizio della svendita nel 1992, l’IRI era il 6° gruppo industriale al mondo con 67,5 miliardi di dollari di fatturato e più di 400.000 dipendenti. Appena 2 anni dopo l’inizio della svendita, l’IRI era scesa al 16° posto con 50,4 mld di fatturato e 366.471 dipendenti
Ora l’Autonomia differenziata, fortemente voluta dagli stessi politicanti di sinistra e destra che hanno causato l’attuale perdita di sovranità nazionale, è l’ultimo tassello che serve per spaccare definitivamente l’unità Paese e farne, grazie al presidenzialismo, definitivamente una colonia. Una “repubblica delle banane” di stampo sudamericano, in mano ad oligarchi, massomafie e lobby straniere, mentre i principali gruppi “prenditoriali” italiani, dopo avere per decenni tosato i cittadini, hanno portato per tempo le loro sedi sociali all’estero…

In questa direzione predatoria non a caso va anche quanto scritto nel Pnrr, volto a velocizzare le procedure di pignoramento immobiliare a danno di famiglie alle prese con nuove e vecchie povertà, acuite negli ultimi anni dal Covid, dalla crisi energetica, dall’inflazione, dalla stagnazioni trentennale dei salari...
Famiglie o singoli a cui casomai è venuto a mancare del tutto il lavoro o che presto verrà a mancare, visto che non c'è più nessun blocco dei licenziamenti. Famiglie che già oggi fanno fatica a pagare le bollette o non riescono a pagare il mutuo e nemmeno a curarsi viste le privatizzazioni sempre più pervasive anche in campo sanitario.

ll risparmio privato degli italiani era fra i più alti al mondo, da tempo i banchieri Ue e i paesi del Nord Europa avevano messo gli occhi su questo tesoretto. Nell’ultimo anno, grazie alla sponda offerta da sempre dai politicanti italiani del “ce lo chiede l’Europa”, con “l’enorme truffa” (cit) dei costi energetici, l’inflazione più alta dei Paesi Ue, l’aumento dei generi alimentari, di tutto l’aumentabile e il blocco ormai trentennale dei salari questi risparmi si sono ridotti in un solo anno di quasi 20 miliardi di Euro. Contemporaneamente stanno aumentando in modo importante anche i debiti degli italiani di ben 256 miliardi di Euro.
Se la tendenza dovesse proseguire verrebbe messa a rischio la “sostenibilità finanziaria delle famiglie italiane” a causa “del peso ancora più influente di rincari e dei tassi crescenti”.
A dimostrarlo sono i numeri contenuti in una ricerca della Federazione autonoma bancari italiani (Fabi) diffusi la scorsa settimana. In tutto questo disastro il governo Meloni, così apparentemente critico e all’opposizione con Draghi, cosa fa? Un bel niente! Mentre il candidato alla segreteria del Partito Democratico, Bonaccini, partito teoricamente all’opposizione del Governo Meloni, sul Corriere della sera la scorsa settimana dichiara condidamente “di essere pronto a votare a favore di provvedimenti del governo Meloni, se condivisibili”, in una plastica rappresentazione di totale consociativismo. Poi si meravigliano se i cittadini non vanno più a votare.

Ciliegina sulla torta sono gli aumenti di luce, gas, benzina, generi alimentari ecc. che i politicanti addebitano alla guerra in Ucraina, ma che vedono in realtà il loro inizio mesi prima l’inizio della guerra, generando abnormi extraprofitti utili solo ad ingrassare ulteriormente le grandi imprese energetiche italiane e straniere a danno di cittadini e aziende, che stanno accelerando questo travaso di ricchezza. Eppure nessuno interviene, tantomeno il governo, mentre questa “nuova tassa” colpisce indistintamente e senza nessun criterio di progressività tutti i cittadini. Aumenti che trovano la loro radice nelle scellerate scelte europee degli ultimi anni, a partire dalla liberalizzazione del settore energetico, al passaggio dai contratti a lungo termine al mercato spot e solo più recentemente alle sanzioni verso la Russia, tutte misure acriticamente recepite dai nostri politicanti in nome del “ce lo chiede l’Europa”.
Doveroso ricordare che anche questo governo di destracentro, si guarda bene da interviene sugli extraprofitti generati da questa “colossale truffa”, come dichiarato dal Ministro Cingolani. Extraprofitti che se fossimo in un Paese normale sarebbero da tassare al 90%, con finalità redistributive verso gli utenti, a partire da quelli meno abbienti. Purtroppo l’Italia con tutta evidenza non è un Paese normale, ma è ridotta solo ad una democratura che a furia di seguire appelli a “cedere quote sempre maggiori di sovranità” (cit.), si ritrova ora ad avere nella stana condizione di avere al governo “sovranisti” senza sovranità.

(*) Presidente del Partito del Sud, Aderente Carta di Venosa


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Le "Rubriche della Meridionalità" | …di LEGGI, di NORME, di DIVARI.
di Natale Cuccurese (*)


“Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto”.
Con l’approvazione più di un anno fa, da parte del governo Draghi dell’art. 6 del Ddl Concorrenza, si sono sottratti al Popolo anche gli ultimi beni di proprietà collettiva demaniale per farli passare nelle mani di prenditori e speculatori della finanza a cui sono stati serviti su di un piatto d’argento, con la complicità di tutti, o quasi, i partiti presenti in Parlamento
Con l’art. 6, divenuto l’articolo 8 della delibera di approvazione del Senato, il governo Draghi ha così spogliato l’Italia delle sue ultime fonti di produzione di “lavoro” e di “ricchezza nazionale”. Tali disposizioni, infatti, impongono la collocazione sul mercato interno europeo, inscindibilmente legato al mercato generale, di beni e gestione di servizi pubblici del demanio costituzionale, che ha come fine il perseguimento di interessi generali e pertanto non possono essere ceduti o gestiti da privati e S.p.A. private, cioè che devono perseguire gli interessi di privati.

Esemplificativo di questa operazione, che alcuni definiscono Agenda Draghi, è Il cosiddetto ‘Patto per Napoli’, le cui clausole sono imposte dallo Stato e che il Comune ha solo firmato per accettazione. Un atto, che senza alcuna discussione pubblica, vincolerà le generazioni future per i prossimi venti anni e che, nella sostanza, prevede un incremento delle tasse comunali, l’alienazione del patrimonio immobiliare e dei servizi pubblici locali. Il “Piano” porterà l’ulteriore aumento della tassazione dei cittadini, già tra le più alte in Italia, tenendo bene aperta la porta alla svendita del patrimonio immobiliare e alle privatizzazioni dei servizi pubblici.
Di contro, a fronte dei tanti proclami, arriveranno soltanto 1 miliardo e 231 milioni di euro spalmati nei prossimi 20 anni, cifra insufficiente se messa a confronto con gli enormi tagli fatti in questi anni al Comune e che comporteranno l’aumento anche di tasse come l’Irpef.
Si procede quindi con una ricetta liberista, che comporta il rischio, per non dire la certezza, che a pagare la privatizzazione dei servizi saranno le fasce più deboli della popolazione, già gravate dall'aumento indiscriminato dei prezzi, delle bollette e dall’inflazione…

Misure come questa cedono alla speculazione dei privati ciò che resta del pubblico, come l’acqua, un tentativo questo malcelato di eliminare definitivamente l’anomalia meridionale della gestione pubblica dell’acqua a cominciare appunto da Napoli.
Non a caso la mappa del tipo di gestione di questo preziosissimo bene comune si riflette in una ben precisa distribuzione territoriale. Infatti, per ora, la cessione delle fonti pubbliche alle multiutility nazionali e internazionali non è ancora riuscita a attecchire con forza oltre il Sud Pontino.

Non bisogna poi dimenticare a supporto di questa spinta verso le privatizzazioni il Pnrr, che è in gran parte un prestito che bisognerà restituire alla Ue nei prossimi decenni e che vincola il nostro Paese ad ambiti di investimento decisi all’estero e soprattutto alle solite “riforme” (privatizzazioni) imposte da Bruxelles. E così il governo Meloni dopo quello Draghi prosegue lo smantellamento dei beni comuni e, tramite il Pnrr, mira a collocare sul mercato, a favore delle multinazionali l’acqua pubblica e i servizi pubblici essenziali.
Inoltre nessuno delle decine di obiettivi del Pnrr prevede la riduzione degli squilibri territoriali, malgrado le raccomandazioni europee.

Meloni procede così il lavoro iniziato da Draghi per chiudere le "zombie firms" (piccole e medie imprese), come programmato dal documento 'Reviging and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid', a doppia firma di Mario Draghi e di Raghuram Rajan, pubblicato a dicembre 2020 dal Gruppo dei 30. Cioè la codifica della macelleria sociali di stampo greco. Un documento che si trova in rete e che tutti possono (e potevano) leggere, anche i partiti che hanno sostenuto Draghi e la sua Agenda in Parlamento, ben prima della “congiura di Palazzo” che ha imposto a suo tempo Draghi come PdC. Se c'è una cosa che non si poteva imputare a Draghi era la mancanza di chiarezza, tutto era spiegato per tempo nero su bianco e pubblicamente.
I Paesi "frugali" del Nord Europa, i veri padroni della Ue, sono così pronti a spolpare definitivamente l'Italia, prima della sua balcanizzazione grazie all'Autonomia differenziata e alle conseguenti privatizzazioni che questa porta in dono a loro.
Dopo le privatizzazioni delle aziende di Stato iniziate a fine anni ‘90, ora le famiglie italiane rappresentano con il loro risparmio, investito soprattutto nella casa, la principale ricchezza d'Italia. Questa distruzione di ricchezza a favore della finanza internazionale è forse la vera missione affidata prima a Draghi e oggi a Meloni, che sta, come da programma, continuando a demolire le piccole attività, le zombie firms appunto, anche queste a conduzione famigliare.
L'IRI non fu “pensionata troppo presto”, come scriveva pochi giorni fa un quotidiano nazionale ricordandone i novantanni dalla nascita. Fu svenduta per una chiara volontà politica da parte di servili Quisling italiani eterodiretti da potentati internazionali.
È stata l'agnello sacrificale smembrato per entrare in una Unione Europa prona alle volontà americane e Nato, oltre che dei Paesi del Nord Europa. Una chiara rinuncia ad ogni residuo di sovranità nazionale. Il più grande errore della nostra storia recente insieme al divorzio Banca d'Italia/Tesoro. Basti pensare che, mentre ci raccontavano che le privatizzazioni portavano benessere, prima dell’inizio della svendita nel 1992, l’IRI era il 6° gruppo industriale al mondo con 67,5 miliardi di dollari di fatturato e più di 400.000 dipendenti. Appena 2 anni dopo l’inizio della svendita, l’IRI era scesa al 16° posto con 50,4 mld di fatturato e 366.471 dipendenti
Ora l’Autonomia differenziata, fortemente voluta dagli stessi politicanti di sinistra e destra che hanno causato l’attuale perdita di sovranità nazionale, è l’ultimo tassello che serve per spaccare definitivamente l’unità Paese e farne, grazie al presidenzialismo, definitivamente una colonia. Una “repubblica delle banane” di stampo sudamericano, in mano ad oligarchi, massomafie e lobby straniere, mentre i principali gruppi “prenditoriali” italiani, dopo avere per decenni tosato i cittadini, hanno portato per tempo le loro sedi sociali all’estero…

In questa direzione predatoria non a caso va anche quanto scritto nel Pnrr, volto a velocizzare le procedure di pignoramento immobiliare a danno di famiglie alle prese con nuove e vecchie povertà, acuite negli ultimi anni dal Covid, dalla crisi energetica, dall’inflazione, dalla stagnazioni trentennale dei salari...
Famiglie o singoli a cui casomai è venuto a mancare del tutto il lavoro o che presto verrà a mancare, visto che non c'è più nessun blocco dei licenziamenti. Famiglie che già oggi fanno fatica a pagare le bollette o non riescono a pagare il mutuo e nemmeno a curarsi viste le privatizzazioni sempre più pervasive anche in campo sanitario.

ll risparmio privato degli italiani era fra i più alti al mondo, da tempo i banchieri Ue e i paesi del Nord Europa avevano messo gli occhi su questo tesoretto. Nell’ultimo anno, grazie alla sponda offerta da sempre dai politicanti italiani del “ce lo chiede l’Europa”, con “l’enorme truffa” (cit) dei costi energetici, l’inflazione più alta dei Paesi Ue, l’aumento dei generi alimentari, di tutto l’aumentabile e il blocco ormai trentennale dei salari questi risparmi si sono ridotti in un solo anno di quasi 20 miliardi di Euro. Contemporaneamente stanno aumentando in modo importante anche i debiti degli italiani di ben 256 miliardi di Euro.
Se la tendenza dovesse proseguire verrebbe messa a rischio la “sostenibilità finanziaria delle famiglie italiane” a causa “del peso ancora più influente di rincari e dei tassi crescenti”.
A dimostrarlo sono i numeri contenuti in una ricerca della Federazione autonoma bancari italiani (Fabi) diffusi la scorsa settimana. In tutto questo disastro il governo Meloni, così apparentemente critico e all’opposizione con Draghi, cosa fa? Un bel niente! Mentre il candidato alla segreteria del Partito Democratico, Bonaccini, partito teoricamente all’opposizione del Governo Meloni, sul Corriere della sera la scorsa settimana dichiara condidamente “di essere pronto a votare a favore di provvedimenti del governo Meloni, se condivisibili”, in una plastica rappresentazione di totale consociativismo. Poi si meravigliano se i cittadini non vanno più a votare.

Ciliegina sulla torta sono gli aumenti di luce, gas, benzina, generi alimentari ecc. che i politicanti addebitano alla guerra in Ucraina, ma che vedono in realtà il loro inizio mesi prima l’inizio della guerra, generando abnormi extraprofitti utili solo ad ingrassare ulteriormente le grandi imprese energetiche italiane e straniere a danno di cittadini e aziende, che stanno accelerando questo travaso di ricchezza. Eppure nessuno interviene, tantomeno il governo, mentre questa “nuova tassa” colpisce indistintamente e senza nessun criterio di progressività tutti i cittadini. Aumenti che trovano la loro radice nelle scellerate scelte europee degli ultimi anni, a partire dalla liberalizzazione del settore energetico, al passaggio dai contratti a lungo termine al mercato spot e solo più recentemente alle sanzioni verso la Russia, tutte misure acriticamente recepite dai nostri politicanti in nome del “ce lo chiede l’Europa”.
Doveroso ricordare che anche questo governo di destracentro, si guarda bene da interviene sugli extraprofitti generati da questa “colossale truffa”, come dichiarato dal Ministro Cingolani. Extraprofitti che se fossimo in un Paese normale sarebbero da tassare al 90%, con finalità redistributive verso gli utenti, a partire da quelli meno abbienti. Purtroppo l’Italia con tutta evidenza non è un Paese normale, ma è ridotta solo ad una democratura che a furia di seguire appelli a “cedere quote sempre maggiori di sovranità” (cit.), si ritrova ora ad avere nella stana condizione di avere al governo “sovranisti” senza sovranità.

(*) Presidente del Partito del Sud, Aderente Carta di Venosa


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venerdì 20 gennaio 2023

OPPONIAMOCI ALLO SPACCA-ITALIA

Il 29 gennaio parteciperemo come Partito del Sud all’Assemblea nazionale di Roma indetta dal Tavolo NO Autonomia Differenziata, al fine di organizzare, insieme, la mobilitazione in difesa dell’unità della Repubblica nata dalla Resistenza e dell’uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini da Sud a Nord.





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Il 29 gennaio parteciperemo come Partito del Sud all’Assemblea nazionale di Roma indetta dal Tavolo NO Autonomia Differenziata, al fine di organizzare, insieme, la mobilitazione in difesa dell’unità della Repubblica nata dalla Resistenza e dell’uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini da Sud a Nord.





giovedì 19 gennaio 2023

LA TRUFFA DEL PNRR (5) "…dall’abolizione del RdC alle (solite) discriminazioni contro il Mezzogiorno"

 


Le "Rubriche della Meridionalità" | …di LEGGI, di NORME, di DIVARI.
di Natale Cuccurese (*)

Le politiche dei Governi dell'ultimo ventennio, che han visto cieca obbedienza alle indicazioni di Bruxelles, privatizzazioni a pioggia, modifica del Titolo V della Costituzione, pareggio di bilancio e così via, hanno prodotto, anno dopo anno, i loro frutti avvelenati, fra cui un aumento sempre maggiore della povertà assoluta della popolazione oggi arrivata al record di più di 6 Milioni di cittadini, in larga maggioranza nel Mezzogiorno, la Macroarea più povera di tutto il Continente, con Sicilia e Campania da tempo ai primi due posti per rischio povertà della classifica Eurostat.
Sembra impossibile eppure anche con il governo Meloni, già inginocchiato di fronte ai tecnocrati Ue malgrado le promesse in campagna elettorale, si vuole continuare su di una strada iper liberista e profondamente classista che data la situazione di forte crisi economica potrebbe portare a gravi problemi sociali.
In questa direzione classista va la proposta Meloni di abolizione del Reddito di Cittadinanza. Attenzione: non correggere il RdC, magari migliorarlo, ma semplicemente cancellarlo, lasciando così le persone in difficoltà senza un sostegno e letteralmente in balia del ricatto occupazionale da parte di prenditori senza scrupoli che ricercano manovalanza a basso costo e senza diritti. La dichiarazione sul carattere “diseducativo” del RdC fattasi pressante negli ultimi mesi da parte dei media e di esponenti dal centrosinistradestra apparare particolarmente ingiusta e classista.
A questo punto non si capisce perché non chiedere, senza ledere la dignità di nessuno e per ripagare l’aiuto della collettività, a tutti gli imprenditori che hanno percepito sussidi per la loro attività, beneficiato di condoni, saldo e stralcio o supporto ai dipendenti con cig, di andare anche loro a spazzare i marciapiedi o a lavorare nei campi, così come richiesto da alcuni politici per i percettori di RdC?!
In questa direzione classista, da “divoratori di carne cruda”, beninteso carne di operai, piccoli commercianti, artigiani e disoccupati, va anche lo sblocco dei licenziamenti preteso e ottenuto da Confindustria già con Draghi; sblocco che da mesi sta producendo i suoi effetti disastrosi sull’occupazione con licenziamenti, alcuni addirittura via email, che hanno trasformato il mercato del lavoro in un vero e proprio “Far West”.
Bisogna ricordare che sia i sindacati confederali che hanno accettato a suo tempo lo schema governativo, sia alcuni dei partiti che sostenevano il governo Draghi, dopo aver fatto da sponda alle richieste di Confindustria ora si stupiscono se le aziende licenziano. Era altrettanto inevitabile che ottenuto lo sblocco dei licenziamenti, oltretutto senza colpo ferire, si passasse da parte di esponenti ultra liberisti, che ben poco hanno oramai a che fare anche solo con un progressismo moderato, a maggior ragione con la destra al governo, all’attacco del RdC unico strumento, come detto, che impedisce ai prenditori più miserabili di ricattare cittadini e lavoratori.
Interessante notare che i dati del Rapporto Inps, con la fredda logica dei numeri, hanno confermato che senza sussidi e RdC e senza il blocco dei licenziamenti l’Italia negli anni della pandemia sarebbe andata incontro ad un vera e propria catastrofe sociale, con la diseguaglianza, che già è altissima, che sarebbe addirittura raddoppiata. Cosa che farà non appena saranno passati i pochi mesi che ci separano dalla abolizione totale del RdC
A proposito di diseguaglianza è doveroso ricordare la situazione che sta vivendo il Mezzogiorno, che già da prima della crisi Covid era in enorme difficoltà.
Leggendo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) si è scoperto già un anno fa, governo Draghi, che in realtà solo 35 miliardi, degli 82 miliardi annunciati dal governo, erano effettivamente allocati nel Mezzogiorno, mentre dei restanti 47 miliardi nel testo ufficiale inviato in Europa da Draghi, controllando misura per misura, non c’è traccia. La restante parte degli investimenti, a detta dell’allora ministra Carfagna, avrebbe poi dovuta essere ripartita attraverso bandi con quote territoriali con monitoraggio.
Questo aspetto sarebbe però stato meglio scriverlo subito nel Piano, visto che su molti bandi non c’è alcuna quota minima territoriale e dove c’è (come il 34% nel bando nidi da 700 milioni) è una quota iniqua, perché il fabbisogno di nidi è per il 90% nel Mezzogiorno. In Italia, in 1 provincia su 4 vengono offerti almeno 33 posti in asili nido ogni 100 bimbi. Nessuna di queste province si trova a Sud, dove invece è più alta la quota di anticipatari e dove alla scuola dell'infanzia sono appena 13,5 i posti offerti, come rivelato dall’Osservatorio “Con i bambini”. Un bambino del Sud, per questo Stato, ha sì diritto all'asilo nido, ma solo nella misura nella quale gli enti locali del suo territorio sono stati capaci di vincere dei bandi competitivi con altri enti locali in luoghi più ricchi (anche grazie ai trasferimenti statali da sempre diseguali) più collegati e con più personale. Altrimenti tale diritto decade e lui e la sua famiglia (che paga le stesse tasse delle famiglie che risiedono in territori più ricchi) si devono arrangiare.
Lo stesso capita per le Università con “premialità” concesse agli atenei (quelli con il bilancio più ricco, etc) in una competizione tra disuguali che mai aiuterà a migliorare chi sta indietro, anzi lo affonderà del tutto. È la logica del cofinanziamento che avvantaggia da sempre SSN o atenei ecc. che insistono su territori già avvantaggiati.
Proprio una tabella pubblicata un paio di giorni fa sul Sole 24 ore ci mostra che per gli anni 2018 e 2023 gli Atenei del Nord hanno ottenuto il 62% dei finanziamenti, quelli del Centro il 26% e quelli del Sud il 12%, quasi tutti della Federico II di Napoli.
Non parliamo poi della Sanità, apriti cielo…
Se sei del Sud sei condannato a morire mediamente fino a 10 anni prima di un tuo omologo del Nord. Non è poco. Conseguenza anche di una spesa sanitaria pubblica pro capite del tutto diseguale, molto più elevata al Nord rispetto al Sud (nel 2020 infatti questa a fronte di una media nazionale di 2,120 euro annui, vanno ad esempio 2.261 euro alla Liguria e 2.012 euro alla Basilicata). Non a caso tempo fa la Corte dei Conti lo ha confermato: “Il Sistema sanitario nazionale non è in grado di garantire un’assistenza uniforme per quantità e qualità”. L’Autonomia differenziata, che piace al Pd di Bonaccini e alla Lega, dovrebbe essere applicata solo dopo aver stabilito i livelli essenziali di prestazioni (Lep), che attendono la definizione da anni, così da poter assicurare su tutto il territorio nazionale e a difesa dei diritti di ogni cittadino, a prescindere dalla latitudine a cui vive, una uguaglianza almeno formale. Una situazione in netto contrasto con i principi di equità e universalismo a cui dovrebbe uniformarsi il SSn di un paese civile. Invece nella proposta Calderoli, presentata il mese scorso, si vuole procastinare ancora questo punto…
Se non è discriminazione di Stato questa cosa è?! Non è questa una battaglia da combattere insieme?
(*) Aderente Carta di Venosa, Presidente del Partito del Sud




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Le "Rubriche della Meridionalità" | …di LEGGI, di NORME, di DIVARI.
di Natale Cuccurese (*)

Le politiche dei Governi dell'ultimo ventennio, che han visto cieca obbedienza alle indicazioni di Bruxelles, privatizzazioni a pioggia, modifica del Titolo V della Costituzione, pareggio di bilancio e così via, hanno prodotto, anno dopo anno, i loro frutti avvelenati, fra cui un aumento sempre maggiore della povertà assoluta della popolazione oggi arrivata al record di più di 6 Milioni di cittadini, in larga maggioranza nel Mezzogiorno, la Macroarea più povera di tutto il Continente, con Sicilia e Campania da tempo ai primi due posti per rischio povertà della classifica Eurostat.
Sembra impossibile eppure anche con il governo Meloni, già inginocchiato di fronte ai tecnocrati Ue malgrado le promesse in campagna elettorale, si vuole continuare su di una strada iper liberista e profondamente classista che data la situazione di forte crisi economica potrebbe portare a gravi problemi sociali.
In questa direzione classista va la proposta Meloni di abolizione del Reddito di Cittadinanza. Attenzione: non correggere il RdC, magari migliorarlo, ma semplicemente cancellarlo, lasciando così le persone in difficoltà senza un sostegno e letteralmente in balia del ricatto occupazionale da parte di prenditori senza scrupoli che ricercano manovalanza a basso costo e senza diritti. La dichiarazione sul carattere “diseducativo” del RdC fattasi pressante negli ultimi mesi da parte dei media e di esponenti dal centrosinistradestra apparare particolarmente ingiusta e classista.
A questo punto non si capisce perché non chiedere, senza ledere la dignità di nessuno e per ripagare l’aiuto della collettività, a tutti gli imprenditori che hanno percepito sussidi per la loro attività, beneficiato di condoni, saldo e stralcio o supporto ai dipendenti con cig, di andare anche loro a spazzare i marciapiedi o a lavorare nei campi, così come richiesto da alcuni politici per i percettori di RdC?!
In questa direzione classista, da “divoratori di carne cruda”, beninteso carne di operai, piccoli commercianti, artigiani e disoccupati, va anche lo sblocco dei licenziamenti preteso e ottenuto da Confindustria già con Draghi; sblocco che da mesi sta producendo i suoi effetti disastrosi sull’occupazione con licenziamenti, alcuni addirittura via email, che hanno trasformato il mercato del lavoro in un vero e proprio “Far West”.
Bisogna ricordare che sia i sindacati confederali che hanno accettato a suo tempo lo schema governativo, sia alcuni dei partiti che sostenevano il governo Draghi, dopo aver fatto da sponda alle richieste di Confindustria ora si stupiscono se le aziende licenziano. Era altrettanto inevitabile che ottenuto lo sblocco dei licenziamenti, oltretutto senza colpo ferire, si passasse da parte di esponenti ultra liberisti, che ben poco hanno oramai a che fare anche solo con un progressismo moderato, a maggior ragione con la destra al governo, all’attacco del RdC unico strumento, come detto, che impedisce ai prenditori più miserabili di ricattare cittadini e lavoratori.
Interessante notare che i dati del Rapporto Inps, con la fredda logica dei numeri, hanno confermato che senza sussidi e RdC e senza il blocco dei licenziamenti l’Italia negli anni della pandemia sarebbe andata incontro ad un vera e propria catastrofe sociale, con la diseguaglianza, che già è altissima, che sarebbe addirittura raddoppiata. Cosa che farà non appena saranno passati i pochi mesi che ci separano dalla abolizione totale del RdC
A proposito di diseguaglianza è doveroso ricordare la situazione che sta vivendo il Mezzogiorno, che già da prima della crisi Covid era in enorme difficoltà.
Leggendo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) si è scoperto già un anno fa, governo Draghi, che in realtà solo 35 miliardi, degli 82 miliardi annunciati dal governo, erano effettivamente allocati nel Mezzogiorno, mentre dei restanti 47 miliardi nel testo ufficiale inviato in Europa da Draghi, controllando misura per misura, non c’è traccia. La restante parte degli investimenti, a detta dell’allora ministra Carfagna, avrebbe poi dovuta essere ripartita attraverso bandi con quote territoriali con monitoraggio.
Questo aspetto sarebbe però stato meglio scriverlo subito nel Piano, visto che su molti bandi non c’è alcuna quota minima territoriale e dove c’è (come il 34% nel bando nidi da 700 milioni) è una quota iniqua, perché il fabbisogno di nidi è per il 90% nel Mezzogiorno. In Italia, in 1 provincia su 4 vengono offerti almeno 33 posti in asili nido ogni 100 bimbi. Nessuna di queste province si trova a Sud, dove invece è più alta la quota di anticipatari e dove alla scuola dell'infanzia sono appena 13,5 i posti offerti, come rivelato dall’Osservatorio “Con i bambini”. Un bambino del Sud, per questo Stato, ha sì diritto all'asilo nido, ma solo nella misura nella quale gli enti locali del suo territorio sono stati capaci di vincere dei bandi competitivi con altri enti locali in luoghi più ricchi (anche grazie ai trasferimenti statali da sempre diseguali) più collegati e con più personale. Altrimenti tale diritto decade e lui e la sua famiglia (che paga le stesse tasse delle famiglie che risiedono in territori più ricchi) si devono arrangiare.
Lo stesso capita per le Università con “premialità” concesse agli atenei (quelli con il bilancio più ricco, etc) in una competizione tra disuguali che mai aiuterà a migliorare chi sta indietro, anzi lo affonderà del tutto. È la logica del cofinanziamento che avvantaggia da sempre SSN o atenei ecc. che insistono su territori già avvantaggiati.
Proprio una tabella pubblicata un paio di giorni fa sul Sole 24 ore ci mostra che per gli anni 2018 e 2023 gli Atenei del Nord hanno ottenuto il 62% dei finanziamenti, quelli del Centro il 26% e quelli del Sud il 12%, quasi tutti della Federico II di Napoli.
Non parliamo poi della Sanità, apriti cielo…
Se sei del Sud sei condannato a morire mediamente fino a 10 anni prima di un tuo omologo del Nord. Non è poco. Conseguenza anche di una spesa sanitaria pubblica pro capite del tutto diseguale, molto più elevata al Nord rispetto al Sud (nel 2020 infatti questa a fronte di una media nazionale di 2,120 euro annui, vanno ad esempio 2.261 euro alla Liguria e 2.012 euro alla Basilicata). Non a caso tempo fa la Corte dei Conti lo ha confermato: “Il Sistema sanitario nazionale non è in grado di garantire un’assistenza uniforme per quantità e qualità”. L’Autonomia differenziata, che piace al Pd di Bonaccini e alla Lega, dovrebbe essere applicata solo dopo aver stabilito i livelli essenziali di prestazioni (Lep), che attendono la definizione da anni, così da poter assicurare su tutto il territorio nazionale e a difesa dei diritti di ogni cittadino, a prescindere dalla latitudine a cui vive, una uguaglianza almeno formale. Una situazione in netto contrasto con i principi di equità e universalismo a cui dovrebbe uniformarsi il SSn di un paese civile. Invece nella proposta Calderoli, presentata il mese scorso, si vuole procastinare ancora questo punto…
Se non è discriminazione di Stato questa cosa è?! Non è questa una battaglia da combattere insieme?
(*) Aderente Carta di Venosa, Presidente del Partito del Sud




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giovedì 12 gennaio 2023

LA TRUFFA DEL PNRR (4) "da Salvemini alle gabbie salariali"

 



Le "Rubriche della Meridionalità" | …di LEGGI, di NORME, di DIVARI.

di Natale Cuccurese (*)
LA TRUFFA DEL PNRR (4) | "da Salvemini alle gabbie salariali"
L’Italia post-unitaria era un’oligarchia ancorata al potere con le classi popolari ridotte a masse di salariati a basso costo e nel caso di proteste erano sempre pronti il manganello o il fucile. Il governo, grazie anche ad una legge elettorale ad hoc, era bloccato nelle mani dei soli “migliori”. Completamente traditi gli ideali del Risorgimento che si era rivelato essere stato, nei fatti, una “Rivoluzione del ricco”, utile solo alle classi sociali “ricche” e a danno delle classi popolari.
Se analizziamo la situazione dell’Italia attuale con i lavoratori con contratti sempre più precari e quindi a rischio, per non dire certezza, di sfruttamento, con l’apparato repressivo sempre pronto ad impedire le proteste di chi ancora si oppone, poche regole e solo a vantaggio dei più ricchi e delle loro imprese, con le elezioni bloccate da una legge elettorale sicuramente non rappresentativa dell’intero Paese e che vede la riduzione dei parlamentari a danno della rappresentanza democratica dei territori, ci rendiamo facilmente conto come l’Italia del 2023 sia più simile a quella oligarchica del 1921 che non alla modernità e alla democrazia.
Come se ciò non bastasse e visto che “i cittadini devono soffrire” (cit) il Governo di Destra-Centro oltre a voler presto abbattere il Reddito di Cittadinanza, vuole proseguire sulla via dell’Autonomia differenziata ed inoltre si appresta a validare l’idea di gabbie salariali, visto anche gli articoli sul tema dei giornali, mai in passato così frequenti e pressanti. Gli esempi sono molteplici nelle ultime settimane e vanno fra gli altri da “I percettori di reddito di cittadinanza fanno vita grama, ma non al Sud”, a chi scrive che “uno stipendio di 35.000 euro a Milano equivale a uno di 20.000 a Palermo”, fino ad arrivare a Carlo Cottarelli che sul Foglio pochi giorni fa dimostra di non vedere le diseguaglianze, dato che evidentemente per lui 18.500 euro procapite in Lombardia e 13.700 in Campania sono dati “uniformi”. Per Cottarelli evidentemente i prezzi della Sanità o di autobus e treni dipendono dalla latitudine. Con tutta evidenza leghisti e protoleghisti, di governo e oppofinzione, stanno già studiando l’arrivo di gabbie salariali, contro gli interessi dei lavoratori del Mezzogiorno, dopo il via libero definitivo allo Spacca-Italia di Calderoli a cui dicono, a parole, di opporsi.
In realtà in Italia le gabbie salariali sono in vigore già da tempo.
Dal 2003 al 2018, il reddito medio in termini reali ha perso l’8,3% del suo valore. Nello stesso periodo, il divario Nord-Sud è aumentato dell’1,6% e rispetto alla media nazionale le famiglie del Mezzogiorno guadagnano 478 euro al mese in meno. Nei nuclei in cui prevale il reddito da lavoro autonomo la crisi ha picchiato ancora più duramente: la perdita in termini reali è stata pari al 28,4%.
Nel 2018 il reddito medio nel Mezzogiorno era pari a 2.159 euro contro i 2.930 del Nord-Est e 2.887 euro del Nord-Ovest. Mentre una famiglia lombarda nel 2003 mediamente guadagnava 30.390 euro, nel 2017 è passata a 36.101 euro; stesso discorso in Emilia Romagna, dove i redditi sono saliti da 30.591 euro a 35.431 euro. Al Sud c’è stata, sì, una crescita ma più contenuta: in Campania, ad esempio, nel 2003 una famiglia aveva un reddito medio pari 23.124 euro, nel 2017 si è passati a 25.544 euro.
Ma è vero che al Sud “la vita costa meno”? No!
Soprattutto se consideriamo la scarsità di servizi: sanitari, scolastici, culturali e ricreativi, impiantistica sportiva, mercato (energetici assicurativi), pubblici essenziali, collegamenti. Di conseguenza per il cittadino si impennano i costi da sopportare, anche perché molto più spesso, rispetto ai cittadini del Nord, per sopperire alla mancanza di servizi si è obbligati a rivolgersi ai privati. A ciò si aggiunga che la tassazione regionale e comunale che grava sui cittadini del Sud è molto più alta a causa degli scarsi trasferimenti dello Stato
Chi lo dice? L’Istat, basta controllare le relative tabelle.
Le gabbie salariali accentuerebbero così solo la desertificazione del Mezzogiorno. Invece che pensare a come avere servizi e infrastrutture uguali in tutta l’Italia per far crescere le opportunità per l’intero Paese, si pensa a come ridurre i salari alla Macroregione più povera d’Europa, come da classifiche Eurostat. L’impoverimento del Mezzogiorno non è avvenuto per caso visto che, in modo particolare negli ultimi venticinque anni, guarda caso dalle prime affermazioni elettorali della Lega Nord, la forbice degli investimenti pubblici è andata a divaricarsi sempre più fra Nord e Sud del Paese, con una spesa costantemente maggiore, di almeno cinque volte, a favore del Nord anno su anno. Infatti al Sud mai sono andati finanziamenti statali corrispondenti almeno al 34% della popolazione residente, con tutta evidenza considerata di serie B.
Nel frattempo le tasse statali che gravano sui cittadini meridionali, quelli che ancora non sono emigrati, sono ovviamente le stesse di quelle dei cittadini delle Regioni più ricche e tali resteranno anche nella disgraziata ipotesi di introduzione delle gabbie salariali. E’questa la parte essenziale della “truffa” del PNRR. Non si capisce già oggi perché al Sud si devono pagare le tasse nella stessa percentuale dei cittadini del Nord data la disparità di investimenti statali ed il continuo trasferimento monoculare di risorse che al Sud si ripercuote appunto in meno servizi, figuriamoci se ora venissero introdotte le gabbie salariali. Tutto ciò che fa correre Milano rallenta Napoli (Teoria della Locomotiva), come ha dichiarò tempo fa Tambellini ex rettore della Bocconi al Foglio. Dichiarazioni subito dopo riprese ed elogiate all’epoca, sullo stesso quotidiano, da Padoan ex ministro economia dei governi Renzi e Gentiloni. Ovviamente per questa teoria, recentemente considerata priva di fondamento dagli economisti americani, vale anche il contrario: ciò che fa correre Napoli rallenta Milano. Con tutta evidenza il differenziale Nord/Sud è quindi voluto e ricercato da chi da sempre guida la politica del Paese, in barba alla Costituzione, in particolare dell’Art. 3.
Pertanto non desta stupore il taglio dei fondi del Pnrr, dal 65% da destinare al Sud come indicato dall’Europa, al 40%, fino al più recente 24% definito pochi già fa dal MISE (come già ricordato nella prima puntata di questa Rubrica), senza fornire nessuna giustificazione da parte del Governo, visto poi che questa percentuale già ridotta rischia di rimanere solo sulla carta senza definizione di target territoriali. La Commissione europea al corrente della situazione tace rendendosi complice della sottrazione.
Poco più di un anno fa Bankitalia ha proposto un approccio totalmente diverso al problema, basato su studi e tabelle inoppugnabili che dimostrano quello che appare sempre più evidente a tutti, tranne che ai liberisti al governo, e cioè che per crescere l'Italia deve ridurre il divario tra Nord e Sud e rilanciare gli investimenti pubblici al Sud: "La competitività delle imprese è strettamente legata alla disponibilità di una rete adeguata di trasporti e di telecomunicazioni", rete trasporti in particolare che come risaputo al Sud non è adeguata. Purtroppo l’appello di Via Nazionale non pare aver suscitato particolare attenzione nel Governo.
Privatizzare tutto e anche di più, prossimo aumento età pensionabile, gabbie salariali, SSN sempre più svuotato, Autonomia differenziata in dirittura d’arrivo, taglio dei finanziamenti alle Università del Centro Sud, mancanza di lavoro, eliminazione del RdC. Questo e anche di peggio prevede il progetto ultra liberista del governo. Un Paese che va a marcia indietro, dove non si intravede un futuro ma solo un passato che non passa, in attesa di una primavera che si preannuncia calda come non mai.
(*) Aderente Carta di Venosa, Presidente del Partito del Sud


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Le "Rubriche della Meridionalità" | …di LEGGI, di NORME, di DIVARI.

di Natale Cuccurese (*)
LA TRUFFA DEL PNRR (4) | "da Salvemini alle gabbie salariali"
L’Italia post-unitaria era un’oligarchia ancorata al potere con le classi popolari ridotte a masse di salariati a basso costo e nel caso di proteste erano sempre pronti il manganello o il fucile. Il governo, grazie anche ad una legge elettorale ad hoc, era bloccato nelle mani dei soli “migliori”. Completamente traditi gli ideali del Risorgimento che si era rivelato essere stato, nei fatti, una “Rivoluzione del ricco”, utile solo alle classi sociali “ricche” e a danno delle classi popolari.
Se analizziamo la situazione dell’Italia attuale con i lavoratori con contratti sempre più precari e quindi a rischio, per non dire certezza, di sfruttamento, con l’apparato repressivo sempre pronto ad impedire le proteste di chi ancora si oppone, poche regole e solo a vantaggio dei più ricchi e delle loro imprese, con le elezioni bloccate da una legge elettorale sicuramente non rappresentativa dell’intero Paese e che vede la riduzione dei parlamentari a danno della rappresentanza democratica dei territori, ci rendiamo facilmente conto come l’Italia del 2023 sia più simile a quella oligarchica del 1921 che non alla modernità e alla democrazia.
Come se ciò non bastasse e visto che “i cittadini devono soffrire” (cit) il Governo di Destra-Centro oltre a voler presto abbattere il Reddito di Cittadinanza, vuole proseguire sulla via dell’Autonomia differenziata ed inoltre si appresta a validare l’idea di gabbie salariali, visto anche gli articoli sul tema dei giornali, mai in passato così frequenti e pressanti. Gli esempi sono molteplici nelle ultime settimane e vanno fra gli altri da “I percettori di reddito di cittadinanza fanno vita grama, ma non al Sud”, a chi scrive che “uno stipendio di 35.000 euro a Milano equivale a uno di 20.000 a Palermo”, fino ad arrivare a Carlo Cottarelli che sul Foglio pochi giorni fa dimostra di non vedere le diseguaglianze, dato che evidentemente per lui 18.500 euro procapite in Lombardia e 13.700 in Campania sono dati “uniformi”. Per Cottarelli evidentemente i prezzi della Sanità o di autobus e treni dipendono dalla latitudine. Con tutta evidenza leghisti e protoleghisti, di governo e oppofinzione, stanno già studiando l’arrivo di gabbie salariali, contro gli interessi dei lavoratori del Mezzogiorno, dopo il via libero definitivo allo Spacca-Italia di Calderoli a cui dicono, a parole, di opporsi.
In realtà in Italia le gabbie salariali sono in vigore già da tempo.
Dal 2003 al 2018, il reddito medio in termini reali ha perso l’8,3% del suo valore. Nello stesso periodo, il divario Nord-Sud è aumentato dell’1,6% e rispetto alla media nazionale le famiglie del Mezzogiorno guadagnano 478 euro al mese in meno. Nei nuclei in cui prevale il reddito da lavoro autonomo la crisi ha picchiato ancora più duramente: la perdita in termini reali è stata pari al 28,4%.
Nel 2018 il reddito medio nel Mezzogiorno era pari a 2.159 euro contro i 2.930 del Nord-Est e 2.887 euro del Nord-Ovest. Mentre una famiglia lombarda nel 2003 mediamente guadagnava 30.390 euro, nel 2017 è passata a 36.101 euro; stesso discorso in Emilia Romagna, dove i redditi sono saliti da 30.591 euro a 35.431 euro. Al Sud c’è stata, sì, una crescita ma più contenuta: in Campania, ad esempio, nel 2003 una famiglia aveva un reddito medio pari 23.124 euro, nel 2017 si è passati a 25.544 euro.
Ma è vero che al Sud “la vita costa meno”? No!
Soprattutto se consideriamo la scarsità di servizi: sanitari, scolastici, culturali e ricreativi, impiantistica sportiva, mercato (energetici assicurativi), pubblici essenziali, collegamenti. Di conseguenza per il cittadino si impennano i costi da sopportare, anche perché molto più spesso, rispetto ai cittadini del Nord, per sopperire alla mancanza di servizi si è obbligati a rivolgersi ai privati. A ciò si aggiunga che la tassazione regionale e comunale che grava sui cittadini del Sud è molto più alta a causa degli scarsi trasferimenti dello Stato
Chi lo dice? L’Istat, basta controllare le relative tabelle.
Le gabbie salariali accentuerebbero così solo la desertificazione del Mezzogiorno. Invece che pensare a come avere servizi e infrastrutture uguali in tutta l’Italia per far crescere le opportunità per l’intero Paese, si pensa a come ridurre i salari alla Macroregione più povera d’Europa, come da classifiche Eurostat. L’impoverimento del Mezzogiorno non è avvenuto per caso visto che, in modo particolare negli ultimi venticinque anni, guarda caso dalle prime affermazioni elettorali della Lega Nord, la forbice degli investimenti pubblici è andata a divaricarsi sempre più fra Nord e Sud del Paese, con una spesa costantemente maggiore, di almeno cinque volte, a favore del Nord anno su anno. Infatti al Sud mai sono andati finanziamenti statali corrispondenti almeno al 34% della popolazione residente, con tutta evidenza considerata di serie B.
Nel frattempo le tasse statali che gravano sui cittadini meridionali, quelli che ancora non sono emigrati, sono ovviamente le stesse di quelle dei cittadini delle Regioni più ricche e tali resteranno anche nella disgraziata ipotesi di introduzione delle gabbie salariali. E’questa la parte essenziale della “truffa” del PNRR. Non si capisce già oggi perché al Sud si devono pagare le tasse nella stessa percentuale dei cittadini del Nord data la disparità di investimenti statali ed il continuo trasferimento monoculare di risorse che al Sud si ripercuote appunto in meno servizi, figuriamoci se ora venissero introdotte le gabbie salariali. Tutto ciò che fa correre Milano rallenta Napoli (Teoria della Locomotiva), come ha dichiarò tempo fa Tambellini ex rettore della Bocconi al Foglio. Dichiarazioni subito dopo riprese ed elogiate all’epoca, sullo stesso quotidiano, da Padoan ex ministro economia dei governi Renzi e Gentiloni. Ovviamente per questa teoria, recentemente considerata priva di fondamento dagli economisti americani, vale anche il contrario: ciò che fa correre Napoli rallenta Milano. Con tutta evidenza il differenziale Nord/Sud è quindi voluto e ricercato da chi da sempre guida la politica del Paese, in barba alla Costituzione, in particolare dell’Art. 3.
Pertanto non desta stupore il taglio dei fondi del Pnrr, dal 65% da destinare al Sud come indicato dall’Europa, al 40%, fino al più recente 24% definito pochi già fa dal MISE (come già ricordato nella prima puntata di questa Rubrica), senza fornire nessuna giustificazione da parte del Governo, visto poi che questa percentuale già ridotta rischia di rimanere solo sulla carta senza definizione di target territoriali. La Commissione europea al corrente della situazione tace rendendosi complice della sottrazione.
Poco più di un anno fa Bankitalia ha proposto un approccio totalmente diverso al problema, basato su studi e tabelle inoppugnabili che dimostrano quello che appare sempre più evidente a tutti, tranne che ai liberisti al governo, e cioè che per crescere l'Italia deve ridurre il divario tra Nord e Sud e rilanciare gli investimenti pubblici al Sud: "La competitività delle imprese è strettamente legata alla disponibilità di una rete adeguata di trasporti e di telecomunicazioni", rete trasporti in particolare che come risaputo al Sud non è adeguata. Purtroppo l’appello di Via Nazionale non pare aver suscitato particolare attenzione nel Governo.
Privatizzare tutto e anche di più, prossimo aumento età pensionabile, gabbie salariali, SSN sempre più svuotato, Autonomia differenziata in dirittura d’arrivo, taglio dei finanziamenti alle Università del Centro Sud, mancanza di lavoro, eliminazione del RdC. Questo e anche di peggio prevede il progetto ultra liberista del governo. Un Paese che va a marcia indietro, dove non si intravede un futuro ma solo un passato che non passa, in attesa di una primavera che si preannuncia calda come non mai.
(*) Aderente Carta di Venosa, Presidente del Partito del Sud


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martedì 10 gennaio 2023

Nasce il “Fronte Meridionalista-La Riscossa del Sud”



Nasce il “Fronte meridionalista-La riscossa del Sud”, come luogo di convergenze tra soggettività politiche, culturali e sociali meridionaliste.

I promotori del “Fronte Meridionalista-La riscossa del Sud” sono: Natale  Cuccurese del Partito del Sud, Loredana Marino del Laboratorio permanente per la riscossa del Sud, Nicola Manfredelli dell’Associazione Culturale Carta di Venosa, Salvatore Lucchese del Comitato Gaetano Salvemini.

Un’idea forza nata, in seguito all’assemblea di lancio delle piazze del Sud, tenutasi a Salerno, in cui è stato illustrato e discusso il progetto di un fronte comune per costruire una forza critica autonoma e progressista di matrice gramsciana, un salto di qualità nella costruzione di un’alternativa meridionalista che ha preso forma attraverso comuni obiettivi, ovvero: il no all’autonomia differenzia, il rovesciamento del senso comune della passività di cui il Sud soffre e la necessità teorica di avanzare culturalmente e politicamente sulla cartografia della questione meridionale e dei Sud del mondo.

Questa alleanza è aperta a tutte quelle soggettività meridionaliste che vorranno partecipare, nel rispetto della propria autonomia e a pari condizioni, perché l’obiettivo che ci poniamo è una convergente iniziativa politica, culturale e sociale frutto di una reale democrazia partecipativa, un Fronte che possa vedete anche un coinvolgimento diretto di quella società civile meridionale sensibile alla riscossa del Sud.

Il “Fronte Meridionalista – La riscossa del Sud”, lotta contro le diseguaglianze per reddito di base e per la coesione solidale sancita dalla Costituzione contro il dilagare delle forze politiche antimeridionali. Il nostro modello di Fronte è molto distante nei programmi e nel linguaggio dal razzismo populista leghista, e da modelli secessionisti che si agitano da Nord a Sud.

Il Mezzogiorno quale luogo di millenaria cultura euromediterranea, un “ponte” del Mediterraneo di scambi di cooperazione, di pace e solidarietà di la prosperità di tutti i popoli che vi si affacciano.

A breve presenteremo il nostro Manifesto d’azione rivolto al riscatto del Sud. Promuoveremo insieme ogni azione programmatica a tutela dell’intera area vasta, un modello di sviluppo basato sulla naturale vocazione del territorio meridionale, rifiutando i modelli liberisti a cui occorre sempre più un sud di sfruttamento e di scarto.
Abbiamo uno spazio politico, culturale e sociale enorme da occupare, in tutto lo scenario politico attuale del “Belpaese” manca la voce del Sud, la nostra ambizione e lavorare fianco a fianco con movimenti, associazioni, con la gente del Sud, uomini e donne impegnati da anni nelle dinamiche di lotta ambientali, sociali, per il lavoro, nel continuismo dicotomico capitale – vita,  per insieme  rilanciare un meridionalismo classista di lotta di liberazione e di riscatto.

Per il “Fronte Meridionalista-La riscossa del Sud” Loredana Marino, Natale Cuccurese, Salvatore Lucchese, Nicola Manfredelli.

Per adesioni e informazioni scrivere: frontemeridionalistaRdS@gmail.com

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La notizia della nascita del Fronte è al momento riportata su questi siti e testate giornalistiche:

https://www.basilicata24.it/2023/01/nasce-il-fronte-meridionalista-la-riscossa-del-sud-121152/

https://www.vesuvianonews.it/nasce-il-fronte-meridionalista-la-riscossa-del-sud/?fbclid=IwAR1gos-RrOC35j1XzXr95bQQY-igaXRK6thTcy9wDYjwVNpE8iy4dXmeUCg

https://giornalemio.it/politica/la-riscossa-del-sud-ci-prova-il-fronte-meridionalista/

https://ildispaccio.it/agora/2023/01/09/nasce-il-fronte-meridionalista-la-riscossa-del-sud/

https://calabria.live/e-nato-il-fronte-meridionalista-la-riscossa-del-sud/




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Nasce il “Fronte meridionalista-La riscossa del Sud”, come luogo di convergenze tra soggettività politiche, culturali e sociali meridionaliste.

I promotori del “Fronte Meridionalista-La riscossa del Sud” sono: Natale  Cuccurese del Partito del Sud, Loredana Marino del Laboratorio permanente per la riscossa del Sud, Nicola Manfredelli dell’Associazione Culturale Carta di Venosa, Salvatore Lucchese del Comitato Gaetano Salvemini.

Un’idea forza nata, in seguito all’assemblea di lancio delle piazze del Sud, tenutasi a Salerno, in cui è stato illustrato e discusso il progetto di un fronte comune per costruire una forza critica autonoma e progressista di matrice gramsciana, un salto di qualità nella costruzione di un’alternativa meridionalista che ha preso forma attraverso comuni obiettivi, ovvero: il no all’autonomia differenzia, il rovesciamento del senso comune della passività di cui il Sud soffre e la necessità teorica di avanzare culturalmente e politicamente sulla cartografia della questione meridionale e dei Sud del mondo.

Questa alleanza è aperta a tutte quelle soggettività meridionaliste che vorranno partecipare, nel rispetto della propria autonomia e a pari condizioni, perché l’obiettivo che ci poniamo è una convergente iniziativa politica, culturale e sociale frutto di una reale democrazia partecipativa, un Fronte che possa vedete anche un coinvolgimento diretto di quella società civile meridionale sensibile alla riscossa del Sud.

Il “Fronte Meridionalista – La riscossa del Sud”, lotta contro le diseguaglianze per reddito di base e per la coesione solidale sancita dalla Costituzione contro il dilagare delle forze politiche antimeridionali. Il nostro modello di Fronte è molto distante nei programmi e nel linguaggio dal razzismo populista leghista, e da modelli secessionisti che si agitano da Nord a Sud.

Il Mezzogiorno quale luogo di millenaria cultura euromediterranea, un “ponte” del Mediterraneo di scambi di cooperazione, di pace e solidarietà di la prosperità di tutti i popoli che vi si affacciano.

A breve presenteremo il nostro Manifesto d’azione rivolto al riscatto del Sud. Promuoveremo insieme ogni azione programmatica a tutela dell’intera area vasta, un modello di sviluppo basato sulla naturale vocazione del territorio meridionale, rifiutando i modelli liberisti a cui occorre sempre più un sud di sfruttamento e di scarto.
Abbiamo uno spazio politico, culturale e sociale enorme da occupare, in tutto lo scenario politico attuale del “Belpaese” manca la voce del Sud, la nostra ambizione e lavorare fianco a fianco con movimenti, associazioni, con la gente del Sud, uomini e donne impegnati da anni nelle dinamiche di lotta ambientali, sociali, per il lavoro, nel continuismo dicotomico capitale – vita,  per insieme  rilanciare un meridionalismo classista di lotta di liberazione e di riscatto.

Per il “Fronte Meridionalista-La riscossa del Sud” Loredana Marino, Natale Cuccurese, Salvatore Lucchese, Nicola Manfredelli.

Per adesioni e informazioni scrivere: frontemeridionalistaRdS@gmail.com

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La notizia della nascita del Fronte è al momento riportata su questi siti e testate giornalistiche:

https://www.basilicata24.it/2023/01/nasce-il-fronte-meridionalista-la-riscossa-del-sud-121152/

https://www.vesuvianonews.it/nasce-il-fronte-meridionalista-la-riscossa-del-sud/?fbclid=IwAR1gos-RrOC35j1XzXr95bQQY-igaXRK6thTcy9wDYjwVNpE8iy4dXmeUCg

https://giornalemio.it/politica/la-riscossa-del-sud-ci-prova-il-fronte-meridionalista/

https://ildispaccio.it/agora/2023/01/09/nasce-il-fronte-meridionalista-la-riscossa-del-sud/

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