venerdì 8 marzo 2019

PARTITO DELLA SINISTRA EUROPEA: Per una lista di sinistra alle elezioni europee Il tempo è ora!

Dichiarazione del vicepresidente della Partito della sinistra europea, Paolo Ferrero:
Le organizzazioni italiane che fanno riferimento al Partito della Sinistra Europea – Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana, L’altra Europa, Partito del Sud, Convergenza Socialista, Transform! Italia – hanno deciso di mettersi a disposizione per la presentazione di una lista della sinistra alle prossime elezioni europee.
In questi giorni tale percorso ha fatto decisi passi in avanti, cercando il coinvolgimento di altre forze che si muovono sul terreno dell’alternativa, con l’obiettivo di presentare a breve il logo e il nome della lista che correrà alle europee.
La posta in gioco è molto alta. C’è il rischio che la lunga stagione dell’austerità e delle politiche neoliberiste favorisca l’aumento della presenza nelle istituzioni comunitarie delle destre nazionaliste e xenofobe. Per questo occorre contrastare sia il neoliberismo che il nazionalismo e costruire in Italia e in Europa un terzo polo che metta al centro i diritti delle donne e degli uomini – di tutte le donne e gli uomini – a partire da quelli del e nel lavoro, la salvaguardia della natura, la cooperazione tra i popoli e la pace.
Al fine di realizzare questa confluenza tra esperienze sociali, politiche e culturali, tra soggetti politici diversi italiani ed europei, abbiamo aperto un confronto con le donne e gli uomini, i partiti le associazioni e i movimenti che si riconoscono in questo orizzonte politico di alternativa. Il successo della lista sarà strettamente legato al protagonismo che questi soggetti esprimeranno perché l’unica strada per rovesciare la situazione attuale, come ci insegna il movimento delle donne, è il protagonismo di massa.
Il Partito della Sinistra Europea, segue con attenzione e speranza il cammino intrapreso in Italia.
Roma, 8 marzo 2019
COMUNICATO STAMPA


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Dichiarazione del vicepresidente della Partito della sinistra europea, Paolo Ferrero:
Le organizzazioni italiane che fanno riferimento al Partito della Sinistra Europea – Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana, L’altra Europa, Partito del Sud, Convergenza Socialista, Transform! Italia – hanno deciso di mettersi a disposizione per la presentazione di una lista della sinistra alle prossime elezioni europee.
In questi giorni tale percorso ha fatto decisi passi in avanti, cercando il coinvolgimento di altre forze che si muovono sul terreno dell’alternativa, con l’obiettivo di presentare a breve il logo e il nome della lista che correrà alle europee.
La posta in gioco è molto alta. C’è il rischio che la lunga stagione dell’austerità e delle politiche neoliberiste favorisca l’aumento della presenza nelle istituzioni comunitarie delle destre nazionaliste e xenofobe. Per questo occorre contrastare sia il neoliberismo che il nazionalismo e costruire in Italia e in Europa un terzo polo che metta al centro i diritti delle donne e degli uomini – di tutte le donne e gli uomini – a partire da quelli del e nel lavoro, la salvaguardia della natura, la cooperazione tra i popoli e la pace.
Al fine di realizzare questa confluenza tra esperienze sociali, politiche e culturali, tra soggetti politici diversi italiani ed europei, abbiamo aperto un confronto con le donne e gli uomini, i partiti le associazioni e i movimenti che si riconoscono in questo orizzonte politico di alternativa. Il successo della lista sarà strettamente legato al protagonismo che questi soggetti esprimeranno perché l’unica strada per rovesciare la situazione attuale, come ci insegna il movimento delle donne, è il protagonismo di massa.
Il Partito della Sinistra Europea, segue con attenzione e speranza il cammino intrapreso in Italia.
Roma, 8 marzo 2019
COMUNICATO STAMPA


martedì 26 febbraio 2019

A Palermo per il lavoro! Su Transform!Italia un testo prodotto dal gruppo di lavoro di Palermo del Partito del Sud.



Riteniamo necessario fare alcune considerazioni sulle politiche del governo dell’Unione Europea, che di fatto condizionano tutti gli stati membri imponendo ai cittadini dell’Unione politiche economiche di austerità che non favoriscono e non tutelano i diritti dei lavoratori e lo stato sociale dei cittadini, ma tutelano gli interessi economici del capitalismo finanziario che ormai governa l’Europa e quasi, tutto il mondo intero (ovvero la globalizzazione dell’economia).
Dal 1989, poi, con il crollo del muro di Berlino, il mondo capitalistico ha cancellato ogni confine che lo limitava entro più o meno precisi confini e si è imposto a livello simbolico, come unica realtà possibile.
L’Unione Europea, come si è visto, segna una tappa ulteriore del costituirsi del capitalismo nella sua forma assoluto-totalitaria: abbattuta la potenza UNIONE SOVIETICA che per ampia parte del “secolo scorso” aveva tenuto a freno il dilagare del capitale, rimaneva solo una realtà da abbattere. Tale realtà era lo stato sovrano nazionale, con annesso primato del politico sull’economico: A QUESTO E’ SERVITA LA POLITICA DELL’ATTUALE UNIONE EUROPEA, momento culminante della spoliticizzazione dell’economico non più limitato, imponendo politiche di austerità, che riducono al minimo gli investimenti statali per lo sviluppo economico del paese, facendo venire meno le opportunità di posti di lavoro.
L’austerità stringe nella sua morsa l’Italia e ancor più il suo Mezzogiorno, aggravando la Questione Meridionale.
I vincoli di bilancio europei allontanano sempre più il sud dal nord Italia. E il sud Europa dal nord Europa.
La crisi in cui versa il nostro paese, da oltre un decennio, colpisce con particolare violenza i territori storicamente più svantaggiati, il Sud e le Isole causando l’emigrazione giovanile verso il nord del nostro paese ed all’estero verso gli altri stati europei.
PROPOSTE PER UN NUOVO SVILUPPO DELL’AREA METROPOLITANA E PROVINCIALE DI PALERMO
La ripresa economica della città metropolitana e della provincia di Palermo deve in primo luogo assolutamente transitare dalla messa in sicurezza, dalla prevenzione e dalla valorizzazione del territorio/paesaggio e del patrimonio edilizio esistente sia pubblico (scuole, edifici pubblici, ecc.) che privato, della innovazione tecnologica e dei materiali, della rigenerazione urbana e della sostenibilità ambientale che da soli rappresentano di per sé un piano straordinario di creazione diretta di lavoro e in secondo luogo dal consolidamento e da un rilancio del manifatturiero, dell’istruzione e della ricerca. Serve un progetto complessivo di riorganizzazione del sistema dell’innovazione, valorizzando le esperienze positive esistenti e creando i presupposti per fare emergere tutte quelle vocazioni presenti nel territorio.
Pertanto è necessario puntare prioritariamente su:
  1. L’industria manifatturiera nelle aree industriali di Termini Imerese – Carini – Brancaccio. Garantire una fiscalità di vantaggio per le tre aree industriali Palermitane nell’ambito della Z.E.S (zona economica speciale) e definire misure di sostegno alle assunzioni, alla formazione, alla riqualificazione delle competenze, alla ricerca e alla innovazione tecnologica:
  • Occorre un disegno organico di politica industriale, che tenga conto delle competenze ( Know how) presenti e delle potenzialità di sviluppo nell’ambito della cosiddetta industria 4.0, dotato di idonee risorse finanziarie, che si ponga chiari e quantificati obbiettivi a medio e lungo termine.
  • Occorrono investimenti pubblici dedicati e addizionali rispetto a quelli comunitari e nazionali coerenti con la vocazione manifatturiera del territorio: alimentare, automobilistica, navale, chimica, ecc., e con il potenziamento infrastrutturale a cominciare dal cantiere navale di Palermo.
  1. L’economia circolarecome nuovo modello economico per il rilancio dell’industria nell’area Palermitana. Puntare sulla produzione secondo il modello di una economia circolare ha due vantaggi: un risparmio sui costi di produzione e l’acquisizione di un vantaggio competitivo. Prolungare l’uso produttivo dei materiali, riutilizzarli e aumentare l’efficienza serve a rafforzare la competitività, a ridurre l’impatto ambientale. Corretta gestione dei rifiuti, prevenzione, riduzione, riutilizzo, riciclaggio e compostaggio attraverso la cosiddetta “strategia rifiuti zero” può avere importanti e positive ricadute occupazionali.
  1. Reti e innovazione tecnologica:
  • Ammodernamento della rete elettrica ad alta media e bassa tensione;
  • Ristrutturazione della rete di distribuzione idrica;
  • Riassetto normativo in Sicilia per il superamento della frammentazione nella gestione del servizio idrico integrato anche al fine di prevenire le emergenze idriche;
  • Banda Larga: Potenziare la connessione digitale è obbiettivo primario per lo sviluppo delle aziende e del territorio.
  1. Industria Culturale:
  • Occorre coniugare le forme differenti di sviluppo con il rispetto del paesaggio: innovazione e valorizzazione del nostro enorme patrimonio storico, artistico e culturale come condizione indispensabile e preliminare per favorire e rafforzare l’industria turistica palermitana.
  1. Mobilità e Trasporti:
  • Interporto di Termini Imerese: è necessaria struttura intermodale per il trasporto delle merci e l’interscambio mare terra di tutta la provincia anche nell’ambito della ZES;
  • Raddoppio/ammodernamento delle reti ferroviarie e delle linee del tram a Palermo
  • Porto di Palermo: Riqualificazione e definizione della mission produttiva, erilancio nel mediterraneo. Il porto di Palermo è uno dei maggiori porti per traffico passeggieri e per dimensioni del mediterraneo. Le origini del porto di Palermo (fondato dai Fenici) coincidono con quelle della città, perché fu proprio il porto a essere il fulcro centrale dello sviluppo della città. Fu al centro degli scambi commerciali per i Fenici, i Cartaginesi, i Romani e gli Arabi, durante la dominazione musulmana della Sicilia. L’attuale porto ha visto la sua nascita nel 1567 sotto la dominazione Spagnola, quando l’antico porto Fenicio diviene insufficiente per le crescenti esigenze cittadine. L’area del porto andò sempre più spandendosi verso nord con la creazione nel XlX secolo dei cantieri navali, che si sono sviluppati sempre più per la posizione al centro del mediterraneo, punto di passaggio, tra la rotta del canale di Suez e lo stretto di Gibilterra collegando il mar Rosso e l’oceano Atlantico. Allo stato attuale il porto è collegato con servizi regolari di navi traghetto con Napoli, Livorno, Cagliari, Civitavecchia, Genova e Tunisi. Esso inoltre ospita un notevole traffico settimanale di navi da crociera e merci provenienti, via Gioia Tauro (Calabria) da tutte le parti del mondo. Per il futuro è stato approvato il nuovo piano regolatore portuale che prevede nei prossimi dieci anni una quasi dismissione del settore merci che verrà spostato a Termini Imerese (una cittadina a circa 30 Km. Da Palermo e collegata con l’asse autostradale PA-CT), mentre il porto di Palermo si svilupperà nel settore turistico- crocieristico.
  • Strade provinciali: Occorre un piano di recupero ed ammodernamento della viabilità secondaria. Lo stato delle vie di comunicazioni in una parte significativa del nostro territorio come l’area delle Madonie, del Corleonese e del Partinicese è a dir poco catastrofica. E’ indispensabile mettere in connessione le aree interne e montane con l’area metropolitana per potere sfruttare al meglio il sistema integrato dei trasporti.
  1. Semplificazione e sburocratizzazione
  • Occorre promuovere ed attuare tutte quelle politiche di semplificazione normativa ed amministrativa al fine di migliorare la qualità dei rapporti tra cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche. Da sempre il livello burocratico è stato considerato da imprese e cittadini come il principale fattore ostativo per la crescita e lo sviluppo. Occorre individuare una struttura che curi l’attività di monitoraggio e al contempo promuova tutte quelle iniziative che migliorino i rapporti tra i cittadini, imprese e pubblica amministrazione.
  1. Il Cantiere Navale di Palermo
Riteniamo necessario approfondire le problematiche che riguardano il cantiere navale di Palermo che negli anni 60 dava lavoro a circa 5000 operai ed oggi dà lavoro a 330 operai diretti, circa 100 gli impiegati e a circa 100 lavoratori di ditte esterne.
  • La società Fincantieri spa (proprietaria del cantiere navale) è in ripresa in Italia e nel mercato mondiale e la sua produzione è a pieno regime.
  • Aspetti unici del cantiere di Palermo: la posizione geografica del cantiere al centro del mediterraneo; la profondità dei fondali (20 mt.)
  • Si possono ospitare contemporaneamente 4 navi per le opportune lavorazioni.
  • Il cantiere di Palermo, come spazio disponibile, è il secondo cantiere più grande d’Italia, dopo Monfalcone e tra i primi del mediterraneo, con il bacino, di 400 mila tonnellate, più grande d’Europa.
  • La scelta politica del gruppo, cioè l’aumento degli impiegati, e la costante diminuzione del numero degli operai, è funzionale alla decisione di esternalizzare/delocalizzare le lavorazioni.
  • Nell’attuale proposta aziendale di Fincantieri, non è prevista una missione produttiva per il cantiere navale di Palermo, escluse le riparazioni da fare assieme ad altri due cantieri del gruppo.
  • Le lavorazioni avvengono solo all’interno del bacino di 400 mila tonnellate essendo gli altri bacini fuori uso: quello da 19 mila t e 52 mila t (di proprietà della Regione Siciliana), mentre si aspetta ancora il finanziamento per il completamento di quello di di 150 mila t.
  • E’ evidente la scarsa volontà politica ad una valorizzazione del cantiere di Palermo, puntando maggiormente a sviluppare i cantieri del nord Italia, lontani dalla rotta mediterranea Suez- Gibilterra che collega l’Asia Minore e l’africa orientale con l’oceano Atlantico incluso l’africa occidentale, da secoli rotta principale del mediterraneo dove si sono sviluppati i commerci delle grandi civiltà del bacino mediterraneo.
Palermo può rilanciare la sua economia proprio ripartendo dal porto. E’necessario che questo, che si trova al centro del mediterraneo, sia inserito dalla politica nazionale fra i porti compresi nella cosiddetta “via della seta”, che ad oggi non vede coinvolto nessun porto del Mezzogiorno, a riprova che come sempre il Sud è visto solo come una sorta di “colonia interna” anche dall’attuale governo del “cambiamento”. Un Sud utile per fornire manodopera e sbocco al mercato interno per le merci provenienti dal Nord, tenendo a bella posta bloccati infrastrutturazione e sviluppo. Una visione miope che vive il suo culmine in questi giorni con la cosiddetta “secessione dei ricchi” a tutto vantaggio delle sole Regioni del Nord ea danno di diritti e servizi di tutti gli altri cittadini del paese, ad iniziare da quelli del Sud.

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Riteniamo necessario fare alcune considerazioni sulle politiche del governo dell’Unione Europea, che di fatto condizionano tutti gli stati membri imponendo ai cittadini dell’Unione politiche economiche di austerità che non favoriscono e non tutelano i diritti dei lavoratori e lo stato sociale dei cittadini, ma tutelano gli interessi economici del capitalismo finanziario che ormai governa l’Europa e quasi, tutto il mondo intero (ovvero la globalizzazione dell’economia).
Dal 1989, poi, con il crollo del muro di Berlino, il mondo capitalistico ha cancellato ogni confine che lo limitava entro più o meno precisi confini e si è imposto a livello simbolico, come unica realtà possibile.
L’Unione Europea, come si è visto, segna una tappa ulteriore del costituirsi del capitalismo nella sua forma assoluto-totalitaria: abbattuta la potenza UNIONE SOVIETICA che per ampia parte del “secolo scorso” aveva tenuto a freno il dilagare del capitale, rimaneva solo una realtà da abbattere. Tale realtà era lo stato sovrano nazionale, con annesso primato del politico sull’economico: A QUESTO E’ SERVITA LA POLITICA DELL’ATTUALE UNIONE EUROPEA, momento culminante della spoliticizzazione dell’economico non più limitato, imponendo politiche di austerità, che riducono al minimo gli investimenti statali per lo sviluppo economico del paese, facendo venire meno le opportunità di posti di lavoro.
L’austerità stringe nella sua morsa l’Italia e ancor più il suo Mezzogiorno, aggravando la Questione Meridionale.
I vincoli di bilancio europei allontanano sempre più il sud dal nord Italia. E il sud Europa dal nord Europa.
La crisi in cui versa il nostro paese, da oltre un decennio, colpisce con particolare violenza i territori storicamente più svantaggiati, il Sud e le Isole causando l’emigrazione giovanile verso il nord del nostro paese ed all’estero verso gli altri stati europei.
PROPOSTE PER UN NUOVO SVILUPPO DELL’AREA METROPOLITANA E PROVINCIALE DI PALERMO
La ripresa economica della città metropolitana e della provincia di Palermo deve in primo luogo assolutamente transitare dalla messa in sicurezza, dalla prevenzione e dalla valorizzazione del territorio/paesaggio e del patrimonio edilizio esistente sia pubblico (scuole, edifici pubblici, ecc.) che privato, della innovazione tecnologica e dei materiali, della rigenerazione urbana e della sostenibilità ambientale che da soli rappresentano di per sé un piano straordinario di creazione diretta di lavoro e in secondo luogo dal consolidamento e da un rilancio del manifatturiero, dell’istruzione e della ricerca. Serve un progetto complessivo di riorganizzazione del sistema dell’innovazione, valorizzando le esperienze positive esistenti e creando i presupposti per fare emergere tutte quelle vocazioni presenti nel territorio.
Pertanto è necessario puntare prioritariamente su:
  1. L’industria manifatturiera nelle aree industriali di Termini Imerese – Carini – Brancaccio. Garantire una fiscalità di vantaggio per le tre aree industriali Palermitane nell’ambito della Z.E.S (zona economica speciale) e definire misure di sostegno alle assunzioni, alla formazione, alla riqualificazione delle competenze, alla ricerca e alla innovazione tecnologica:
  • Occorre un disegno organico di politica industriale, che tenga conto delle competenze ( Know how) presenti e delle potenzialità di sviluppo nell’ambito della cosiddetta industria 4.0, dotato di idonee risorse finanziarie, che si ponga chiari e quantificati obbiettivi a medio e lungo termine.
  • Occorrono investimenti pubblici dedicati e addizionali rispetto a quelli comunitari e nazionali coerenti con la vocazione manifatturiera del territorio: alimentare, automobilistica, navale, chimica, ecc., e con il potenziamento infrastrutturale a cominciare dal cantiere navale di Palermo.
  1. L’economia circolarecome nuovo modello economico per il rilancio dell’industria nell’area Palermitana. Puntare sulla produzione secondo il modello di una economia circolare ha due vantaggi: un risparmio sui costi di produzione e l’acquisizione di un vantaggio competitivo. Prolungare l’uso produttivo dei materiali, riutilizzarli e aumentare l’efficienza serve a rafforzare la competitività, a ridurre l’impatto ambientale. Corretta gestione dei rifiuti, prevenzione, riduzione, riutilizzo, riciclaggio e compostaggio attraverso la cosiddetta “strategia rifiuti zero” può avere importanti e positive ricadute occupazionali.
  1. Reti e innovazione tecnologica:
  • Ammodernamento della rete elettrica ad alta media e bassa tensione;
  • Ristrutturazione della rete di distribuzione idrica;
  • Riassetto normativo in Sicilia per il superamento della frammentazione nella gestione del servizio idrico integrato anche al fine di prevenire le emergenze idriche;
  • Banda Larga: Potenziare la connessione digitale è obbiettivo primario per lo sviluppo delle aziende e del territorio.
  1. Industria Culturale:
  • Occorre coniugare le forme differenti di sviluppo con il rispetto del paesaggio: innovazione e valorizzazione del nostro enorme patrimonio storico, artistico e culturale come condizione indispensabile e preliminare per favorire e rafforzare l’industria turistica palermitana.
  1. Mobilità e Trasporti:
  • Interporto di Termini Imerese: è necessaria struttura intermodale per il trasporto delle merci e l’interscambio mare terra di tutta la provincia anche nell’ambito della ZES;
  • Raddoppio/ammodernamento delle reti ferroviarie e delle linee del tram a Palermo
  • Porto di Palermo: Riqualificazione e definizione della mission produttiva, erilancio nel mediterraneo. Il porto di Palermo è uno dei maggiori porti per traffico passeggieri e per dimensioni del mediterraneo. Le origini del porto di Palermo (fondato dai Fenici) coincidono con quelle della città, perché fu proprio il porto a essere il fulcro centrale dello sviluppo della città. Fu al centro degli scambi commerciali per i Fenici, i Cartaginesi, i Romani e gli Arabi, durante la dominazione musulmana della Sicilia. L’attuale porto ha visto la sua nascita nel 1567 sotto la dominazione Spagnola, quando l’antico porto Fenicio diviene insufficiente per le crescenti esigenze cittadine. L’area del porto andò sempre più spandendosi verso nord con la creazione nel XlX secolo dei cantieri navali, che si sono sviluppati sempre più per la posizione al centro del mediterraneo, punto di passaggio, tra la rotta del canale di Suez e lo stretto di Gibilterra collegando il mar Rosso e l’oceano Atlantico. Allo stato attuale il porto è collegato con servizi regolari di navi traghetto con Napoli, Livorno, Cagliari, Civitavecchia, Genova e Tunisi. Esso inoltre ospita un notevole traffico settimanale di navi da crociera e merci provenienti, via Gioia Tauro (Calabria) da tutte le parti del mondo. Per il futuro è stato approvato il nuovo piano regolatore portuale che prevede nei prossimi dieci anni una quasi dismissione del settore merci che verrà spostato a Termini Imerese (una cittadina a circa 30 Km. Da Palermo e collegata con l’asse autostradale PA-CT), mentre il porto di Palermo si svilupperà nel settore turistico- crocieristico.
  • Strade provinciali: Occorre un piano di recupero ed ammodernamento della viabilità secondaria. Lo stato delle vie di comunicazioni in una parte significativa del nostro territorio come l’area delle Madonie, del Corleonese e del Partinicese è a dir poco catastrofica. E’ indispensabile mettere in connessione le aree interne e montane con l’area metropolitana per potere sfruttare al meglio il sistema integrato dei trasporti.
  1. Semplificazione e sburocratizzazione
  • Occorre promuovere ed attuare tutte quelle politiche di semplificazione normativa ed amministrativa al fine di migliorare la qualità dei rapporti tra cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche. Da sempre il livello burocratico è stato considerato da imprese e cittadini come il principale fattore ostativo per la crescita e lo sviluppo. Occorre individuare una struttura che curi l’attività di monitoraggio e al contempo promuova tutte quelle iniziative che migliorino i rapporti tra i cittadini, imprese e pubblica amministrazione.
  1. Il Cantiere Navale di Palermo
Riteniamo necessario approfondire le problematiche che riguardano il cantiere navale di Palermo che negli anni 60 dava lavoro a circa 5000 operai ed oggi dà lavoro a 330 operai diretti, circa 100 gli impiegati e a circa 100 lavoratori di ditte esterne.
  • La società Fincantieri spa (proprietaria del cantiere navale) è in ripresa in Italia e nel mercato mondiale e la sua produzione è a pieno regime.
  • Aspetti unici del cantiere di Palermo: la posizione geografica del cantiere al centro del mediterraneo; la profondità dei fondali (20 mt.)
  • Si possono ospitare contemporaneamente 4 navi per le opportune lavorazioni.
  • Il cantiere di Palermo, come spazio disponibile, è il secondo cantiere più grande d’Italia, dopo Monfalcone e tra i primi del mediterraneo, con il bacino, di 400 mila tonnellate, più grande d’Europa.
  • La scelta politica del gruppo, cioè l’aumento degli impiegati, e la costante diminuzione del numero degli operai, è funzionale alla decisione di esternalizzare/delocalizzare le lavorazioni.
  • Nell’attuale proposta aziendale di Fincantieri, non è prevista una missione produttiva per il cantiere navale di Palermo, escluse le riparazioni da fare assieme ad altri due cantieri del gruppo.
  • Le lavorazioni avvengono solo all’interno del bacino di 400 mila tonnellate essendo gli altri bacini fuori uso: quello da 19 mila t e 52 mila t (di proprietà della Regione Siciliana), mentre si aspetta ancora il finanziamento per il completamento di quello di di 150 mila t.
  • E’ evidente la scarsa volontà politica ad una valorizzazione del cantiere di Palermo, puntando maggiormente a sviluppare i cantieri del nord Italia, lontani dalla rotta mediterranea Suez- Gibilterra che collega l’Asia Minore e l’africa orientale con l’oceano Atlantico incluso l’africa occidentale, da secoli rotta principale del mediterraneo dove si sono sviluppati i commerci delle grandi civiltà del bacino mediterraneo.
Palermo può rilanciare la sua economia proprio ripartendo dal porto. E’necessario che questo, che si trova al centro del mediterraneo, sia inserito dalla politica nazionale fra i porti compresi nella cosiddetta “via della seta”, che ad oggi non vede coinvolto nessun porto del Mezzogiorno, a riprova che come sempre il Sud è visto solo come una sorta di “colonia interna” anche dall’attuale governo del “cambiamento”. Un Sud utile per fornire manodopera e sbocco al mercato interno per le merci provenienti dal Nord, tenendo a bella posta bloccati infrastrutturazione e sviluppo. Una visione miope che vive il suo culmine in questi giorni con la cosiddetta “secessione dei ricchi” a tutto vantaggio delle sole Regioni del Nord ea danno di diritti e servizi di tutti gli altri cittadini del paese, ad iniziare da quelli del Sud.

venerdì 8 febbraio 2019

IL PARTITO DEL SUD-MERIDIONALISTI PROGRESSISTI ENTRA NEL PARTITO DELLA SINISTRA EUROPEA


COMUNICATO STAMPA

Dopo un percorso durato alcuni mesi, anche con incontri diretti sempre all'insegna della cordiale collaborazione e dell'impegno al servizio della comune causa progressista, il Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti, nella riunione di Bruxelles dello scorso 26 e 27 gennaio, è stato ammesso dal Comitato EL del Partito della Sinistra Europea a far parte dello stesso in "Cooperazione rafforzata".

Siamo pertanto a comunicare, con grande soddisfazione, che metteremo a disposizione del Partito della Sinistra Europea le nostre tesi meridionaliste progressiste già a partire dai prossimi incontri europei, essendo stati abilitati a partecipare ai gruppi di lavoro dell'EL e del Forum europeo.

"In tale forum, la circolazione delle informazioni sulle attività dell'EL sarà garantita e potranno essere intraprese iniziative congiunte, a partire dalla partecipazione comune alle prossime elezioni europee e dalla scelta di trasformare Transform! Europe in un punto comune di riferimento ad opera del Vicepresidente italiano (Paolo Ferrero ndr) del Partito della Sinistra Europea."

Un passo in avanti decisivo, già dai prossimi mesi, per portare, in una ottica meridionalista europea, i problemi del Sud Italia e dei Sud d'Europa sempre più all'attenzione del dibattito politico continentale, al fine di trovare le giuste soluzioni condivise a richieste, problematiche, progetti a favore del Sud Italia e dei Sud d'Europa, per superare al più presto ogni tipo di discriminazione e disparità.


Natale Cuccurese
Presidente Nazionale
Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti





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COMUNICATO STAMPA

Dopo un percorso durato alcuni mesi, anche con incontri diretti sempre all'insegna della cordiale collaborazione e dell'impegno al servizio della comune causa progressista, il Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti, nella riunione di Bruxelles dello scorso 26 e 27 gennaio, è stato ammesso dal Comitato EL del Partito della Sinistra Europea a far parte dello stesso in "Cooperazione rafforzata".

Siamo pertanto a comunicare, con grande soddisfazione, che metteremo a disposizione del Partito della Sinistra Europea le nostre tesi meridionaliste progressiste già a partire dai prossimi incontri europei, essendo stati abilitati a partecipare ai gruppi di lavoro dell'EL e del Forum europeo.

"In tale forum, la circolazione delle informazioni sulle attività dell'EL sarà garantita e potranno essere intraprese iniziative congiunte, a partire dalla partecipazione comune alle prossime elezioni europee e dalla scelta di trasformare Transform! Europe in un punto comune di riferimento ad opera del Vicepresidente italiano (Paolo Ferrero ndr) del Partito della Sinistra Europea."

Un passo in avanti decisivo, già dai prossimi mesi, per portare, in una ottica meridionalista europea, i problemi del Sud Italia e dei Sud d'Europa sempre più all'attenzione del dibattito politico continentale, al fine di trovare le giuste soluzioni condivise a richieste, problematiche, progetti a favore del Sud Italia e dei Sud d'Europa, per superare al più presto ogni tipo di discriminazione e disparità.


Natale Cuccurese
Presidente Nazionale
Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti





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mercoledì 6 febbraio 2019

LA SECESSIONE DEI RICCHI: come la Lega vuol tagliare le risorse alle regioni più povere grazie alla complicità del M5s




Di Natale Cuccurese e Michele Dell'Edera 
[Pubblicato su Compagne e Compagni]

Grazie al M5s e ai suoi parlamentari, utili cavalli di Troia al servizio di Salvini, la Lega sta per raggiungere dopo decenni il suo obiettivo storico ai danni del Mezzogiorno: la secessione.
Il progetto vedrà la luce, nei suoi dettagli, il 15 febbraio, approderà, a marce e voti forzati in Parlamento dove, una volta approvato, non potrà essere modificato per 10 anni, senza l’assenso delle regioni interessate. C'è il rischio che l'Italia vada in frantumi a causa dell'autonomia differenziata: un processo decisivo per le sorti del Paese che si sta avviando in maniera caotica, localistica e sottotraccia, mentre i ministri parlano d'altro e la televisione ignora appositamente il tema. Parte così a fari spenti la secessione dei ricchi, appunto, dal momento che Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna da sole producono oltre il 50 per cento del Pil italiano.
Un federalismo iniquo, che divide l'Italia e penalizza il Sud, a partire da temi fondamentali: scuola, salute, welfare.
“Che le Regioni fossero troppo costose per il bilancio dello Stato italiano lo aveva già detto, in Assemblea costituente, Francesco Saverio Nitti che certo di conti pubblici se ne intendeva, essendo stato uno dei massimi studiosi di scienza delle finanze noto e apprezzato in tutta Europa. Dopo vari passaggi alla fine degli anni Novanta si stabilirono i nuovi criteri di riparto dei fondi per la sanità che furono riassunti nel decreto legislativo 56 del 2000. Tale importante decreto, pur mantenendo ferma l’idea di un servizio sanitario nazionale, portò ad una distribuzione differenziata – e sbilanciata a favore delle Regioni settentrionali – dei fondi per la sanità che costituivano, e costituiscono ancor oggi, la parte più cospicua dei bilanci regionali.
La riforma del Titolo V della Costituzione, con la legge costituzionale n. 3 del 2001, approvata in Parlamento con soli quattro voti di maggioranza nell’ultima decisiva votazione e sottoposta a un referendum popolare al quale partecipò poco più del 34 per cento degli aventi diritto, realizzò una nuova forma di regionalismo volta a trasferire alle Regioni poteri, funzioni e competenze paragonabili a quelle più proprie di Stati federali. In effetti, il nuovo Titolo V della Costituzione, elaborato da una maggioranza di centrosinistra nel tentativo di inseguire gli elettori della Lega, introdusse nell’ordinamento italiano alcuni principi di cosiddetto federalismo fiscale e ribaltò il principio stabilito dai Costituenti secondo cui le competenze non espressamente attribuite ad altro ente dovessero rimanere in capo allo Stato nel suo esatto contrario: ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato doveva spettare alle Regioni e non più allo Stato.
In particolare, mentre l’art. 117 introdusse i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, che dovevano essere uguali per tutti i cittadini, l’art. 119 cancellava ogni riferimento al Mezzogiorno, introduceva la formula secondo cui gli enti locali compartecipano al gettito dei tributi erariali «riferibile al loro territorio» e istituiva, nel contempo, un fondo di perequazione per i territori con minore capacità fiscale. Insomma si cercava di salvare l’unità dello Stato affermando che, in teoria, i servizi devono essere uguali per tutti, ma si riconosceva che in alcune regioni virtuose – solo perché economicamente più forti – i servizi pubblici potevano essere anche migliori rispetto a quelli previsti dai semplici livelli essenziali.
Che queste diverse prescrizioni normative non potessero stare insieme, perché creavano un’artificiale sperequazione tra Regioni più ricche e Regioni più povere, era stato subito chiaro alla maggioranza delle forze politiche presenti in Parlamento. Così il Titolo V era stato oggetto di riscritture e correzioni tanto da parte del centrodestra che del centrosinistra; mentre la Corte costituzionale, con una giurisprudenza quasi ventennale, ha contribuito a districare e chiarire le evidenti contraddizioni presenti nel testo del 2001. Infine si è passati dalle velleità di riscrittura o di semplice correzione del Titolo V da parte del Parlamento nazionale, alla richiesta di alcune Regioni di passare all’effettiva attuazione di quanto contenuto nel testo della riforma del 2001.
Ciò è stato reso possibile dal nuovo art. 114 che, ponendo sullo stesso piano Stato, Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane, ha aperto la strada a forme di legislazione ‘contrattata’. Le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, dopo il fallimento del referendum costituzionale del 2016, hanno preso l’iniziativa per realizzare «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» secondo il dettato del terzo comma dell’art. 116 della Costituzione, introdotto dal centrosinistra con la riforma del 2001.
Si tratta di procedure inedite e complesse, mai applicate prima, interpretate in modo diverso dalle tre Regioni che le hanno finora utilizzate: la Lombardia e il Veneto hanno basato le proprie richieste su appositi referendum regionali svoltisi il 22 ottobre del 2017 (in Lombardia hanno partecipato al voto solo il 36% degli aventi diritto ndr); mentre la giunta regionale dell’Emilia Romagna, ha ritenuto di poter procedere con la sola approvazione della richiesta di ulteriore autonomia da parte del Consiglio regionale. Il 28 febbraio del 2018 il governo Gentiloni ha approvato tre accordi preliminari con il Veneto, la Lombardia e l’Emilia-Romagna.[1]”
Da allora e grazie alla nascita del governo pentaleghista, la secessione dei ricchi ha preso un rapido avvio a tappe forzate, favorita dal fatto che tutti gli attori in scena sono leghisti. Gli ultimi incontri Governo-Regioni per la messa a punto del progetto di nuove autonomie regionali sono stati di fatto vertici operativi della Lega, suscitando infatti nei giorni scorsi la protesta del Presidente dell’Emilia-Romagna per il mancato invito: “presenti Salvini, il suo braccio destro nei corridoi del governo, Giorgetti, i governatori leghisti di Veneto e Lombardia, Zaia e Fontana, il ministro per gli Affari Regionali Erika Stefani (leghista). Su un tema che – proclama ad alta voce una petizione firmata da 15 mila fra giuristi, economisti, esperti – riguarda tutti gli italiani, ma che la Lega ha praticamente sequestrato, recintando accuratamente ogni possibilità di dibattito e di discussione. E che intende portare fino in fondo, sulla punta del ricatto di una crisi di governo, a tempi serratissimi. Il progetto vedrà la luce, nei suoi dettagli, il 15 febbraio, approderà, a marce e voti forzati in Parlamento dove, una volta approvato, non potrà essere modificato per 10 anni, senza l’assenso delle regioni interessate. Dopo quel voto l’Italia non sarà più la stessa.[3]
Verrà infatti ratificata ufficialmente l’ esistenza di cittadini di serie A (quelli delle regioni ricche) e cittadini di serie B ( tutti gli altri). Ai cittadini italiani non saranno più riconosciuti gli stessi diritti, ma questi cambieranno in base al luogo di nascita.
Secondo uno studio degli economisti Adriano Giannola presidente Svimez e Gaetano Stornaiuolo dell’Università di Napoli “Federico II”, «le Regioni che attueranno il federalismo differenziato vedranno incrementata nella situazione ex post la quota delle risorse erogata e gestita dalle loro Amministrazioni rispetto alle situazioni ex ante (+106 miliardi per la Lombardia, +41 miliardi per il Veneto e +43 miliardi per l’Emilia-Romagna), mentre si assisterà ad una diminuzione di pari importo delle risorse gestite direttamente dall’Amministrazione centrale».
“Ma la «secessione dei ricchi» si baserebbe, in realtà, su un equivoco consistente nel ritenere effettivamente esistente nelle pieghe del bilancio dello Stato un residuo fiscale a favore di alcune Regioni e, in particolare, della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia-Romagna. Il residuo fiscale, infatti, sarebbe nient’altro che la «differenza tra l’ammontare di risorse (sotto forma di imposte pagate dai cittadini) che lo Stato centrale riceve dai territori e l’entità della spesa pubblica che lo stesso eroga (sotto forma di servizi) a favore dei cittadini degli stessi territori». Sempre secondo Giannola e Stornaiuolo, da un punto di vista di contabilità pubblica, saremmo di fronte a un equivoco perché in uno Stato unitario non ci sono residui fiscali dal momento che il rapporto fiscale si svolge tra il cittadino e lo Stato e non con lo specifico territorio di residenza dei soggetti che pagano le imposte. Inoltre, anche ammettendo l’ipotesi dell’esistenza di un residuo fiscale, vi sarebbe un palese errore di calcolo in quanto non si terrebbe conto del fatto che una parte della differenza di quanto versato all’erario rispetto a quanto trasferito dallo Stato alle Regioni ritornerebbe sul territorio regionale in forma di pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico posseduti dai soggetti residenti in quelle regioni.
Insomma, prendendo in considerazione la distribuzione territoriale dei detentori dei titoli del debito pubblico statale e scomputando il pagamento dei relativi interessi, assisteremmo a un’enorme riduzione del presunto residuo fiscale delle Regioni interessate dal momento che una gran parte del debito pubblico è posseduto da soggetti residenti proprio in quelle Regioni. L’attuazione dell’art. 116 terzo comma, dunque, mentre, da un lato, determina lo spostamento di ingenti flussi finanziari dallo Stato alle Regioni, non tiene conto dei flussi di spesa che arrivano ai territori sotto forma di interessi sul debito pubblico statale.
In ultima analisi il rischio contenuto nell’attuazione del terzo comma dell’art. 116 non sarebbe soltanto quello politico di una possibile rottura dell’Unità nazionale, quanto quello, ben più concreto, di rendere non più sostenibile il debito pubblico statale a causa della riduzione dei flussi di cassa di livello statale come conseguenza del trasferimento di funzioni fondamentali, come la sanità e l’istruzione, alle Regioni.
In uno Stato unitario bisogna assicurare gli stessi servizi in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Sono i cittadini più ricchi che, pagando più tasse, finanziano i servizi per i cittadini più poveri su tutto il territorio nazionale. Le eventuali differenze andrebbero semplicemente corrette attraverso una riforma delle organizzazioni pubbliche o private che offrono tali servizi mettendole in condizioni di offrire gli stessi servizi su tutto il territorio nazionale. Una possibile via d’uscita per potrebbe essere quella di stabilire per legge i cosiddetti Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) e i cosiddetti Lea (Livelli essenziali di assistenza), [ad oggi dal 2001 guarda caso colpevolmente mai fissati ndr], e di fissarli nella media di quelli attualmente garantiti in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ciò significa che l’eventuale residuo fiscale potrebbe effettivamente spettare alle Regioni interessate soltanto laddove i servizi siano effettivamente deficitari.
Facendo l’esempio della sanità, siccome i livelli dei servizi in quelle tre Regioni sono già più alti rispetto a quelli di tutte le altre a statuto ordinario, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna non avrebbero diritto a ulteriori trasferimenti rispetto alle altre Regioni perché, se così fosse, si andrebbe incontro alla lesione del diritto fondamentale alla salute. Lo Stato dovrebbe, cioè, impiegare i residui fiscali per portare i servizi nelle Regioni deficitarie ai livelli essenziali delle Regioni più efficienti e non per rafforzare quelli delle Regioni più ricche. Se ciò non fosse accettato dal Veneto, dalla Lombardia e dall’Emilia-Romagna, non resta che minacciare il trasferimento del debito pubblico italiano alle singole Regioni in proporzione alla ricchezza prodotta da ciascuna di esse e alla residenza territoriale dei possessori dei titoli al fine di scoraggiare coloro che oggi vorrebbero portare lo scontro politico fino alla rottura dell’Unità nazionale. [1]”
“Il presidente Svimez Giannola intervenendo sul Corriere del Mezzogiorno sulla “secessione dei ricchi” ha lanciato l’allarme sui risvolti negativi che si avranno soprattutto su sanità e istruzione al Sud. La concorrenza sleale tra i territori provocherà tensioni ed il rischio di un rifiuto dello Stato.
Così mentre il leghista Giorgetti annuncia la fine delle risorse per il Sud, Salvini cerca di gestire la sperequazione a vantaggio del Nord acquisendo, con una propaganda fuorviante, consensi proprio al Sud grazie all’aiuto del M5s alleato e sodale, ad un’abile strategia comunicativa e all’aiuto dei media.
“Il giornalista di Repubblica Marco Ruffolo, prevede infatti che «dopo il primo anno (ed entro i successivi cinque) i fabbisogni di spesa per le nuove competenze regionali vengano legati al gettito fiscale. E quindi saranno tanto più alti quanto più elevato è il gettito di quella regione. In altre parole, il principio che sta per passare è questo: se sei un cittadino abbiente e quindi paghi più tasse, hai diritto a più spesa pubblica. Da finanziare come? Non con un aumento fiscale a carico della Regione, ma con una maggiore “compartecipazione al gettito di uno o più tributi erariali”. Ossia si consente a quella Regione di ritagliarsi una fetta più grande della torta complessiva. A scapito quindi del resto del Paese». Ne consegue che si riconoscono ai cittadini più ricchi più diritti al welfare, inoltre queste spese aggiuntive (per le regioni più ricche) peseranno sul resto del Paese.
Per di più, tutto questo si verificherà, e qui sta l’inganno, senza che siano definiti i livelli essenziali delle prestazioni sociali (i Lep) da assicurare omogeneamente in tutta Italia, come prescrive la legge mai rispettata.
La secessione dei ricchi impatterà anche sulla scuola e sull’università. Il governo sembra infatti orientato ad accettare, sia pure gradualmente, la “regionalizzazione” della scuola, a cominciare dal personale, con contratti collettivi regionali, ai programmi scolastici e alle dotazioni. Altrettanto viene previsto per i “fondi statali all’università”. L’obiettivo non è tanto e non è solo quello di introdurre istanze regionalistiche nell’organizzazione e nella stessa didattica, ma soprattutto quello di aumentare lo stipendio dei propri insegnanti.
“Chi insegna in una scuola al centro di Milano o di Treviso – spiega l’economista Viesti – potrebbe essere pagato di più di chi lavora, con difficoltà molto maggiori, nelle periferie di Roma o di Napoli, in base al principio che i suoi studenti sono più ricchi”.
Ma il punto più importante è quello delle tasse. E del residuo fiscale, che rappresentava il punto di solidarietà insuperabile per le richieste degli autonomisti, che vivono in Regioni le cui tasse sono maggiori delle spese e quindi i loro soldi finiscono alle regioni dove invece le tasse sono inferiori alle spese. Loro ufficialmente chiedono solo di trasferire le competenze. Ma poi nelle trattative con il governo cercano di strappare, attraverso la nuova stima dei fabbisogni, una spesa maggiore da finanziare trattenendo tasse sul territorio.
Qualche giorno fa Il Messaggero raccontava in un articolo a firma di Francesco Pacifico che l’autonomia del Nord, così come è stata concepita finora, rischia di far perdere tra uno e due miliardi alle regioni del Sud. Basta guardare ai residui fiscali, cioè la differenza tra quanto si raccoglie di gettito e quanto si spende per i propri cittadini: Stando all’ultimo monitoraggio realizzato con i Conti pubblici territoriali, riferito al 2016, la Campania registra un saldo negativo di 12 miliardi di euro, la Calabria di 10,8 miliardi, la Puglia di 10 miliardi, la Sicilia – a Statuto speciale – di 5 miliardi, l’Abruzzo di 3,1 miliardi, la Basilicata di 2,2 miliardi e il Molise di 1,2 miliardi di euro. Per la cronaca, il residuo fiscale della sola Lombardia supera i 56 miliardi.
Se si applicasse l’ipotesi più spinta di autonomia le principali regionali del Sud perderebbero ognuna tra gli uno e i duemiliardi di euro per la sanità. Senza dimenticare che sotto il Liri Garigliano vive un terzo della popolazione nazionale, un terzo delle entrate è legato a “contributi sociali” e c’è un Pil procapite pari a poco meno della metà di quello del Nord.
E questo è l’altro lato della medaglia. Il CNR-Issirfa ha quantificato che con i nuovi poteri la spesa pubblica in Lombardia salirà di circa 5,2 miliardi di euro all’anno, di 2,9 miliardi in Veneto e di 2,6 miliardi in Emilia-Romagna. E siccome lo Stato fa fatica a indebitarsi, si avrà «una riduzione delle risorse a disposizione nelle altre Regioni». Il conto totale è presto fatto: la secessione dei ricchi costerà agli altri 20 miliardi di euro. [2]”
Lo smantellamento del SSN continuerà così nel segno dell’egoismo diffuso e del profitto di pochi, a danno di solidarietà ed equità ed in spregio all’art. 32 della Costituzione. Una decina di giorni fa si sono riunite tutte le federazioni degli ordini professionali della sanità per un totale di un milione e mezzo di operatori, per dire “no” al regionalismo differenziato, mentre, nello stesso giorno, a dire inspiegabilmente “sì”, spiazzando tutti, è stata proprio la ministra della Salute Giulia Grillo, in barba ai tanti voti presi nel Mezzogiorno dal M5S.
Il tutto mentre al Sud scende l’aspettativa di vita, come certifica l’ultimo rapporto Crea. La salute è un diritto universale che non dovrebbe generare disuguaglianze.
Dal 2009 la spesa pubblica generale continua a scendere. Curarsi è un lusso per oltre una famiglia su 20. L’impoverimento sanitario aumenta e riguarda oltre 400 mila famiglie. Al Sud va peggio, curarsi è un lusso per l’8% delle famiglie.
Da leggere al proposito le giuste dichiarazioni su Repubblica del 21 gennaio dell’ex Presidente dell’Emilia-Romagna Vasco Errani a proposito di autonomia differenziata, che evidentemente la pensa diversamente all’attuale Presidente Stefano Bonaccini: “l’autonomia differenziata non può diventare una rincorsa ad un neo- secessionismo mascherato che pregiudicherebbe l’unità nazionale e l’eguale trattamento di tutti cittadini. Per questo è indispensabile definire un quadro nazionale nel quale le risorse, le competenze e l’autonomia si possano esercitare assicurando i livelli dei servizi e dei diritti civili e sociali per tutti i cittadini. Sulle risorse va chiarito un punto essenziale: spesa storica, residuo fiscale, costi standard sono concetti che debbono fare sempre i conti in primo luogo con la storica disparità tra Nord e Sud dal punto di vista sia delle risorse disponibili sia della reale dotazione dei servizi a disposizione dei cittadini.”
Di parere ovviamente opposto il Presidente lombardo Fontana, con un linguaggio che ricorda tempi bui, in una intervista del 5 gennaio vuole che l’efficienza lombarda “infetti” il resto del Paese e, molto democraticamente, ritiene che chi non è d’accordo con lui sia un cialtrone. Infine avverte il M5s e Di Maio, che non a caso lo ha rassicurato in merito nei giorni scorsi, che senza accordo salta il governo.
Vedremo ora cosa accadrà il 15 febbraio nell’incontro fra i Presidenti “secessionisti” ed il Presidente del Consiglio Conte. In poche parole le Regioni del Nord si illudono di trasformarsi in tanti piccoli Stati. Questa arroganza non sfida solo la legge e la Costituzione, ma a lungo andare andrà anche contro i loro stessi interessi visto che l’80% dei prodotti del Nord viene venduto nelle altre Regioni dello stivale.
Domanda: cosa accadrà non appena l’opinione pubblica del Mezzogiorno, che già ribolle come un vulcano pronto ad esplodere, verrà finalmente a conoscenza (visto il mutismo assoluto delle televisioni in merito) della truffa ordita a loro danni e si inizieranno ad avvertire le conseguenze reali nei prossimi mesi del calo di risorse disponibili ? Sicuramente per iniziare ci sarà quantomeno un rifiuto all’acquisto di prodotti di queste tre Regioni. Sono cose già viste nella storia col finale già scritto, nulla di nuovo, ad iniziare dal Boston Tea Party, primo atto della rivoluzione americana del 1773, quando una compagine di giovani americani,travestiti da indiani Mohawk e si imbarcò a bordo delle navi inglesi ancorate nel porto di Boston e gettarono in mare le casse di tè trasportate. Non a caso il meridionalista Nicola Zitara, già direttore di Lotta Continua, profetizzò che “il riscatto del SUD passa per un camioncino della Galbani che viene buttato da un viadotto della Salerno - Reggio Calabria.”
Sembra che lo sguardo di una parte rilevante delle classi dirigenti politico-economiche del Nord (ben al di là del perimetro leghista) si sia decisamente accorciato. Posizione assai miope, sia consentito dirlo e che arruola anche il PD visto che la Vicepresidente dei Deputati PD Alessia Rotta sostiene con forza la secessione dei ricchi (dal Gazzettino). Non solo ma addirittura attacca Zaia, perché secondo lei non rivendicherebbe con sufficiente forza i 9/10 del gettito fiscale. Ovviamente togliendolo a tutti gli altri italiani. In altre parole sorpasso a destra: più leghista della Lega.
Pare che l’equità sia un concetto passato di moda. Se non si rilancia l’intero Paese, se non si fa “ripartire” il Sud, se non si investe in tutte le sue città e in tutti i suoi territori, le stesse aree più forti ne soffriranno. Tenderanno a ridiventare, come in un passato non così lontano, piccole economie satelliti di quella germanica; e non la parte più avanzata di un grande Paese.
E’giusto ricordare che senza investimenti pubblici il Sud già nell’attuale situazione si appresta a sprofondare. Considerando poi che con il cosiddetto “governo del cambiamento” nulla è in realtà cambiato per il Sud se non in peggio.
Nella manovra del “cambiamento “del fascio pentaleghista sono previsti infatti i seguenti segni meno per il Mezzogiorno: meno 1,65 miliardi di investimenti, meno 800 mln. del Fondo di Sviluppo e Coesione , meno 850 mln. del cofinanziamento dei Fondi Ue e meno 150 milioni di credito di imposta.
Il tutto in una situazione che a contraddire la propaganda leghista, vede il Sud già penalizzato enormemente dagli investimenti in opere pubbliche degli ultimi cinquat’anni rispetto al Nord (come da tabella Svimez, Ance, Banca d’Italia allegata).
La situazione nel Mezzogiorno è già esplosiva da anni, se consideriamo che il Sud è afflitto appunto da bassi livelli d’investimenti e scarsità di infrastrutture rispetto al nord, alta disoccupazione ( maggiore di tre volte rispetto al Nord), disoccupazione giovanile al record europeo in Calabria (58,7%), record europeo di Neet ( tre milioni e mezzo di giovani che non studiano più e non lavorano), povertà assoluta al 10% della popolazione più un 40% in povertà relativa, emigrazione verso il nord e l’estero a livelli record da dati OCSE, emergenze ambientali e sanitarie, evasione scolastica vicina al 20%, ben 6 punti sopra la media nazionale, il doppio di quella europea, un sistema universitario messo alle strette per effetto di criteri "folli" nella ripartizione dei fondi che premiano le Università del nord, i comuni prossimi al default grazie alle folli politiche del pareggio di bilancio, con conseguenti politiche socio-sanitarie quasi azzerate e trasporti locali ai minimi storici, un'aspettativa di vita più bassa di 5 anni rispetto alla media nazionale, natalità in forte calo causa emigrazione giovanile e si potrebbe ancora continuare a lungo ...
“I grandi meridionalisti (Salvemini, Gramsci, Fiore, Rossi-Doria, Nitti, etc.) non hanno mai coltivato lo sfascio della nazione. Al contrario, il testo della nostra Costituzione è visibilmente attraversato dal grande fiume del pensiero meridionalista, il quale ne costituì un substrato fecondo. Il miope tentativo di trattenere più risorse su una o più regioni che oggi sono più ricche è sconveniente per una serie di ragioni: in primis, perché lo sono anche grazie a risorse in passato investite dal governo nazionale su quei territori; poi, perché questo approccio confligge col concetto di interdipendenza economica e si corre il rischio di costruire un boomerang che danneggerà anche quei territori che oggi puntano a salvarsi sulla propria piccola scialuppa di salvataggio. È quantomeno bizzarro che coloro i quali lanciano slogan come “prima gli italiani” si trincerino in battaglie dal vago sapore secessionista nel nome di un localismo peraltro verosimilmente contrario allo spirito costituzionale.”[4]
E così lentamente muore lo spirito unitario e i “ricchi secessionisti” alzano sempre più la posta, non solo vogliono le tante competenze richieste, ma Zaia ora vuole gestire anche le autostrade, magari con un bel casello di pedaggio al confine ( Gazzettino del 23/12/18) e mentre in televisione nessuno ne parla, il Nord chiede, grazie al Decreto semplificazioni già approvato al Senato, anche la proprietà ed il controllo delle reti idriche sottraendole allo Stato. La posta in gioco è la riscossione di ricchi canoni di cui beneficeranno le regioni del Nord a scapito di quelle del Sud. Si stimano (lo scrive la relazione tecnica approvata dalla Ragioneria dello Stato) entrate totali per Regioni e Province di circa 300 milioni l’anno solo per la prima fase delle riassegnazioni — 9 miliardi nell’arco di 30 anni — senza contare 60 milioni di euro l’anno in elettricità gratis «da destinare per servizi pubblici e categorie di utenti dei territori interessati dalle concessioni».
Insomma, come si leggeva nei manifesti di una decina d’anni fa della Lega Nord — dove Umberto Bossi compariva agitando un pugno chiuso — «da oggi i soldi delle nostre dighe sono della nostra gente».
E così grazie al supporto fondamentale del M5s, che ha tradito il voto del Sud, la Lega si appresta a raggiungere il suo obiettivo storico: la secessione della “Padania”.
Il tutto mentre addirittura la ministra per il Mezzogiorno,senza portafoglio, Barbara Lezzi del M5s afferma in una intervista (Mattino di Padova del 23 gennaio) che “L’autonomia differenziata non è il nemico”.
In conclusione: chi ha di più dovrebbe pagare di più, a prescindere dal fatto che viva a Milano o a Reggio Calabria, e di conseguenza a prescindere dal luogo in cui risiede dovrebbe avere la stessa qualità di servizi pubblici. Ma visto che nè i Lep né il Fondo Perequativo, previsti entrambi dagli articoli 117 e 119 della Costituzione, sono stati mai realizzati, si è consentito in modo a dir poco miope che andasse avanti un regionalismo fortemente sbilanciato a favore delle zone ricche del paese.
Si aprirà così una nuova stagione di tagli ai servizi e di emigrazioni dalle regioni povere a quelle ricche, sostenute anche dal meccanismo della emigrazione forzata prevista dal recente decreto sul reddito di cittadinanza. E’ ovvio che questo processo non potrà che peggiorare le già fortissime disuguaglianze sociali che esistono nel paese.
Ai tagli ai servizi pubblici, alle privatizzazioni, alla mancanza di lavoro soprattutto per i giovani, alla precarizzazione dello stesso e al contenimento dei salari che hanno attraversato in questi anni tutto il paese, ispirati dalle politiche neoliberiste di Bruxelles, si aggiungerà come detonatore del malcontento di gran parte del paese” la secessione dei ricchi”, che non potrà che accrescere queste disparità, preparando così un periodo di tensioni e scontri sociali come mai prima d’ora nella storia repubblicana del nostro Paese.
E mentre sono in corso petizioni e proteste sostenute da meridionalisti, scrittori, giornalisti, solo pochi sindaci del Sud hanno preso posizione decisa in merito, così come la giunta regionale calabrese che pochi giorni fa ha votato all’unanimità un documento di diffida al governo nel procedere alla secessione dei ricchi.
Per il resto si ringraziano sentitamente i meridionali e gli italiani tutti che continuano ad essere complici di questo governo a trazione leghista malgrado l’evidenza dei fatti.
La storia vi giudicherà


Riferimenti:
[1] Regionalismo differenziato | Analisi dei rischi del regionalismo differenziato, di Sergio Marotta
[2] Next quotidianino – La secessione dei ricchi è servita, di Alessandro D’Amato
[3] La secessione dei ricchi, così la Lega vuol tagliare le risorse alle regioni più povere, di Maurizio Ricci su Notizie.Tiscali
[4] Auguri al Sud di Alessandro Cannavale su Basilicata 24
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Di Natale Cuccurese e Michele Dell'Edera 
[Pubblicato su Compagne e Compagni]

Grazie al M5s e ai suoi parlamentari, utili cavalli di Troia al servizio di Salvini, la Lega sta per raggiungere dopo decenni il suo obiettivo storico ai danni del Mezzogiorno: la secessione.
Il progetto vedrà la luce, nei suoi dettagli, il 15 febbraio, approderà, a marce e voti forzati in Parlamento dove, una volta approvato, non potrà essere modificato per 10 anni, senza l’assenso delle regioni interessate. C'è il rischio che l'Italia vada in frantumi a causa dell'autonomia differenziata: un processo decisivo per le sorti del Paese che si sta avviando in maniera caotica, localistica e sottotraccia, mentre i ministri parlano d'altro e la televisione ignora appositamente il tema. Parte così a fari spenti la secessione dei ricchi, appunto, dal momento che Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna da sole producono oltre il 50 per cento del Pil italiano.
Un federalismo iniquo, che divide l'Italia e penalizza il Sud, a partire da temi fondamentali: scuola, salute, welfare.
“Che le Regioni fossero troppo costose per il bilancio dello Stato italiano lo aveva già detto, in Assemblea costituente, Francesco Saverio Nitti che certo di conti pubblici se ne intendeva, essendo stato uno dei massimi studiosi di scienza delle finanze noto e apprezzato in tutta Europa. Dopo vari passaggi alla fine degli anni Novanta si stabilirono i nuovi criteri di riparto dei fondi per la sanità che furono riassunti nel decreto legislativo 56 del 2000. Tale importante decreto, pur mantenendo ferma l’idea di un servizio sanitario nazionale, portò ad una distribuzione differenziata – e sbilanciata a favore delle Regioni settentrionali – dei fondi per la sanità che costituivano, e costituiscono ancor oggi, la parte più cospicua dei bilanci regionali.
La riforma del Titolo V della Costituzione, con la legge costituzionale n. 3 del 2001, approvata in Parlamento con soli quattro voti di maggioranza nell’ultima decisiva votazione e sottoposta a un referendum popolare al quale partecipò poco più del 34 per cento degli aventi diritto, realizzò una nuova forma di regionalismo volta a trasferire alle Regioni poteri, funzioni e competenze paragonabili a quelle più proprie di Stati federali. In effetti, il nuovo Titolo V della Costituzione, elaborato da una maggioranza di centrosinistra nel tentativo di inseguire gli elettori della Lega, introdusse nell’ordinamento italiano alcuni principi di cosiddetto federalismo fiscale e ribaltò il principio stabilito dai Costituenti secondo cui le competenze non espressamente attribuite ad altro ente dovessero rimanere in capo allo Stato nel suo esatto contrario: ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato doveva spettare alle Regioni e non più allo Stato.
In particolare, mentre l’art. 117 introdusse i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, che dovevano essere uguali per tutti i cittadini, l’art. 119 cancellava ogni riferimento al Mezzogiorno, introduceva la formula secondo cui gli enti locali compartecipano al gettito dei tributi erariali «riferibile al loro territorio» e istituiva, nel contempo, un fondo di perequazione per i territori con minore capacità fiscale. Insomma si cercava di salvare l’unità dello Stato affermando che, in teoria, i servizi devono essere uguali per tutti, ma si riconosceva che in alcune regioni virtuose – solo perché economicamente più forti – i servizi pubblici potevano essere anche migliori rispetto a quelli previsti dai semplici livelli essenziali.
Che queste diverse prescrizioni normative non potessero stare insieme, perché creavano un’artificiale sperequazione tra Regioni più ricche e Regioni più povere, era stato subito chiaro alla maggioranza delle forze politiche presenti in Parlamento. Così il Titolo V era stato oggetto di riscritture e correzioni tanto da parte del centrodestra che del centrosinistra; mentre la Corte costituzionale, con una giurisprudenza quasi ventennale, ha contribuito a districare e chiarire le evidenti contraddizioni presenti nel testo del 2001. Infine si è passati dalle velleità di riscrittura o di semplice correzione del Titolo V da parte del Parlamento nazionale, alla richiesta di alcune Regioni di passare all’effettiva attuazione di quanto contenuto nel testo della riforma del 2001.
Ciò è stato reso possibile dal nuovo art. 114 che, ponendo sullo stesso piano Stato, Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane, ha aperto la strada a forme di legislazione ‘contrattata’. Le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, dopo il fallimento del referendum costituzionale del 2016, hanno preso l’iniziativa per realizzare «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» secondo il dettato del terzo comma dell’art. 116 della Costituzione, introdotto dal centrosinistra con la riforma del 2001.
Si tratta di procedure inedite e complesse, mai applicate prima, interpretate in modo diverso dalle tre Regioni che le hanno finora utilizzate: la Lombardia e il Veneto hanno basato le proprie richieste su appositi referendum regionali svoltisi il 22 ottobre del 2017 (in Lombardia hanno partecipato al voto solo il 36% degli aventi diritto ndr); mentre la giunta regionale dell’Emilia Romagna, ha ritenuto di poter procedere con la sola approvazione della richiesta di ulteriore autonomia da parte del Consiglio regionale. Il 28 febbraio del 2018 il governo Gentiloni ha approvato tre accordi preliminari con il Veneto, la Lombardia e l’Emilia-Romagna.[1]”
Da allora e grazie alla nascita del governo pentaleghista, la secessione dei ricchi ha preso un rapido avvio a tappe forzate, favorita dal fatto che tutti gli attori in scena sono leghisti. Gli ultimi incontri Governo-Regioni per la messa a punto del progetto di nuove autonomie regionali sono stati di fatto vertici operativi della Lega, suscitando infatti nei giorni scorsi la protesta del Presidente dell’Emilia-Romagna per il mancato invito: “presenti Salvini, il suo braccio destro nei corridoi del governo, Giorgetti, i governatori leghisti di Veneto e Lombardia, Zaia e Fontana, il ministro per gli Affari Regionali Erika Stefani (leghista). Su un tema che – proclama ad alta voce una petizione firmata da 15 mila fra giuristi, economisti, esperti – riguarda tutti gli italiani, ma che la Lega ha praticamente sequestrato, recintando accuratamente ogni possibilità di dibattito e di discussione. E che intende portare fino in fondo, sulla punta del ricatto di una crisi di governo, a tempi serratissimi. Il progetto vedrà la luce, nei suoi dettagli, il 15 febbraio, approderà, a marce e voti forzati in Parlamento dove, una volta approvato, non potrà essere modificato per 10 anni, senza l’assenso delle regioni interessate. Dopo quel voto l’Italia non sarà più la stessa.[3]
Verrà infatti ratificata ufficialmente l’ esistenza di cittadini di serie A (quelli delle regioni ricche) e cittadini di serie B ( tutti gli altri). Ai cittadini italiani non saranno più riconosciuti gli stessi diritti, ma questi cambieranno in base al luogo di nascita.
Secondo uno studio degli economisti Adriano Giannola presidente Svimez e Gaetano Stornaiuolo dell’Università di Napoli “Federico II”, «le Regioni che attueranno il federalismo differenziato vedranno incrementata nella situazione ex post la quota delle risorse erogata e gestita dalle loro Amministrazioni rispetto alle situazioni ex ante (+106 miliardi per la Lombardia, +41 miliardi per il Veneto e +43 miliardi per l’Emilia-Romagna), mentre si assisterà ad una diminuzione di pari importo delle risorse gestite direttamente dall’Amministrazione centrale».
“Ma la «secessione dei ricchi» si baserebbe, in realtà, su un equivoco consistente nel ritenere effettivamente esistente nelle pieghe del bilancio dello Stato un residuo fiscale a favore di alcune Regioni e, in particolare, della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia-Romagna. Il residuo fiscale, infatti, sarebbe nient’altro che la «differenza tra l’ammontare di risorse (sotto forma di imposte pagate dai cittadini) che lo Stato centrale riceve dai territori e l’entità della spesa pubblica che lo stesso eroga (sotto forma di servizi) a favore dei cittadini degli stessi territori». Sempre secondo Giannola e Stornaiuolo, da un punto di vista di contabilità pubblica, saremmo di fronte a un equivoco perché in uno Stato unitario non ci sono residui fiscali dal momento che il rapporto fiscale si svolge tra il cittadino e lo Stato e non con lo specifico territorio di residenza dei soggetti che pagano le imposte. Inoltre, anche ammettendo l’ipotesi dell’esistenza di un residuo fiscale, vi sarebbe un palese errore di calcolo in quanto non si terrebbe conto del fatto che una parte della differenza di quanto versato all’erario rispetto a quanto trasferito dallo Stato alle Regioni ritornerebbe sul territorio regionale in forma di pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico posseduti dai soggetti residenti in quelle regioni.
Insomma, prendendo in considerazione la distribuzione territoriale dei detentori dei titoli del debito pubblico statale e scomputando il pagamento dei relativi interessi, assisteremmo a un’enorme riduzione del presunto residuo fiscale delle Regioni interessate dal momento che una gran parte del debito pubblico è posseduto da soggetti residenti proprio in quelle Regioni. L’attuazione dell’art. 116 terzo comma, dunque, mentre, da un lato, determina lo spostamento di ingenti flussi finanziari dallo Stato alle Regioni, non tiene conto dei flussi di spesa che arrivano ai territori sotto forma di interessi sul debito pubblico statale.
In ultima analisi il rischio contenuto nell’attuazione del terzo comma dell’art. 116 non sarebbe soltanto quello politico di una possibile rottura dell’Unità nazionale, quanto quello, ben più concreto, di rendere non più sostenibile il debito pubblico statale a causa della riduzione dei flussi di cassa di livello statale come conseguenza del trasferimento di funzioni fondamentali, come la sanità e l’istruzione, alle Regioni.
In uno Stato unitario bisogna assicurare gli stessi servizi in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Sono i cittadini più ricchi che, pagando più tasse, finanziano i servizi per i cittadini più poveri su tutto il territorio nazionale. Le eventuali differenze andrebbero semplicemente corrette attraverso una riforma delle organizzazioni pubbliche o private che offrono tali servizi mettendole in condizioni di offrire gli stessi servizi su tutto il territorio nazionale. Una possibile via d’uscita per potrebbe essere quella di stabilire per legge i cosiddetti Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) e i cosiddetti Lea (Livelli essenziali di assistenza), [ad oggi dal 2001 guarda caso colpevolmente mai fissati ndr], e di fissarli nella media di quelli attualmente garantiti in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ciò significa che l’eventuale residuo fiscale potrebbe effettivamente spettare alle Regioni interessate soltanto laddove i servizi siano effettivamente deficitari.
Facendo l’esempio della sanità, siccome i livelli dei servizi in quelle tre Regioni sono già più alti rispetto a quelli di tutte le altre a statuto ordinario, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna non avrebbero diritto a ulteriori trasferimenti rispetto alle altre Regioni perché, se così fosse, si andrebbe incontro alla lesione del diritto fondamentale alla salute. Lo Stato dovrebbe, cioè, impiegare i residui fiscali per portare i servizi nelle Regioni deficitarie ai livelli essenziali delle Regioni più efficienti e non per rafforzare quelli delle Regioni più ricche. Se ciò non fosse accettato dal Veneto, dalla Lombardia e dall’Emilia-Romagna, non resta che minacciare il trasferimento del debito pubblico italiano alle singole Regioni in proporzione alla ricchezza prodotta da ciascuna di esse e alla residenza territoriale dei possessori dei titoli al fine di scoraggiare coloro che oggi vorrebbero portare lo scontro politico fino alla rottura dell’Unità nazionale. [1]”
“Il presidente Svimez Giannola intervenendo sul Corriere del Mezzogiorno sulla “secessione dei ricchi” ha lanciato l’allarme sui risvolti negativi che si avranno soprattutto su sanità e istruzione al Sud. La concorrenza sleale tra i territori provocherà tensioni ed il rischio di un rifiuto dello Stato.
Così mentre il leghista Giorgetti annuncia la fine delle risorse per il Sud, Salvini cerca di gestire la sperequazione a vantaggio del Nord acquisendo, con una propaganda fuorviante, consensi proprio al Sud grazie all’aiuto del M5s alleato e sodale, ad un’abile strategia comunicativa e all’aiuto dei media.
“Il giornalista di Repubblica Marco Ruffolo, prevede infatti che «dopo il primo anno (ed entro i successivi cinque) i fabbisogni di spesa per le nuove competenze regionali vengano legati al gettito fiscale. E quindi saranno tanto più alti quanto più elevato è il gettito di quella regione. In altre parole, il principio che sta per passare è questo: se sei un cittadino abbiente e quindi paghi più tasse, hai diritto a più spesa pubblica. Da finanziare come? Non con un aumento fiscale a carico della Regione, ma con una maggiore “compartecipazione al gettito di uno o più tributi erariali”. Ossia si consente a quella Regione di ritagliarsi una fetta più grande della torta complessiva. A scapito quindi del resto del Paese». Ne consegue che si riconoscono ai cittadini più ricchi più diritti al welfare, inoltre queste spese aggiuntive (per le regioni più ricche) peseranno sul resto del Paese.
Per di più, tutto questo si verificherà, e qui sta l’inganno, senza che siano definiti i livelli essenziali delle prestazioni sociali (i Lep) da assicurare omogeneamente in tutta Italia, come prescrive la legge mai rispettata.
La secessione dei ricchi impatterà anche sulla scuola e sull’università. Il governo sembra infatti orientato ad accettare, sia pure gradualmente, la “regionalizzazione” della scuola, a cominciare dal personale, con contratti collettivi regionali, ai programmi scolastici e alle dotazioni. Altrettanto viene previsto per i “fondi statali all’università”. L’obiettivo non è tanto e non è solo quello di introdurre istanze regionalistiche nell’organizzazione e nella stessa didattica, ma soprattutto quello di aumentare lo stipendio dei propri insegnanti.
“Chi insegna in una scuola al centro di Milano o di Treviso – spiega l’economista Viesti – potrebbe essere pagato di più di chi lavora, con difficoltà molto maggiori, nelle periferie di Roma o di Napoli, in base al principio che i suoi studenti sono più ricchi”.
Ma il punto più importante è quello delle tasse. E del residuo fiscale, che rappresentava il punto di solidarietà insuperabile per le richieste degli autonomisti, che vivono in Regioni le cui tasse sono maggiori delle spese e quindi i loro soldi finiscono alle regioni dove invece le tasse sono inferiori alle spese. Loro ufficialmente chiedono solo di trasferire le competenze. Ma poi nelle trattative con il governo cercano di strappare, attraverso la nuova stima dei fabbisogni, una spesa maggiore da finanziare trattenendo tasse sul territorio.
Qualche giorno fa Il Messaggero raccontava in un articolo a firma di Francesco Pacifico che l’autonomia del Nord, così come è stata concepita finora, rischia di far perdere tra uno e due miliardi alle regioni del Sud. Basta guardare ai residui fiscali, cioè la differenza tra quanto si raccoglie di gettito e quanto si spende per i propri cittadini: Stando all’ultimo monitoraggio realizzato con i Conti pubblici territoriali, riferito al 2016, la Campania registra un saldo negativo di 12 miliardi di euro, la Calabria di 10,8 miliardi, la Puglia di 10 miliardi, la Sicilia – a Statuto speciale – di 5 miliardi, l’Abruzzo di 3,1 miliardi, la Basilicata di 2,2 miliardi e il Molise di 1,2 miliardi di euro. Per la cronaca, il residuo fiscale della sola Lombardia supera i 56 miliardi.
Se si applicasse l’ipotesi più spinta di autonomia le principali regionali del Sud perderebbero ognuna tra gli uno e i duemiliardi di euro per la sanità. Senza dimenticare che sotto il Liri Garigliano vive un terzo della popolazione nazionale, un terzo delle entrate è legato a “contributi sociali” e c’è un Pil procapite pari a poco meno della metà di quello del Nord.
E questo è l’altro lato della medaglia. Il CNR-Issirfa ha quantificato che con i nuovi poteri la spesa pubblica in Lombardia salirà di circa 5,2 miliardi di euro all’anno, di 2,9 miliardi in Veneto e di 2,6 miliardi in Emilia-Romagna. E siccome lo Stato fa fatica a indebitarsi, si avrà «una riduzione delle risorse a disposizione nelle altre Regioni». Il conto totale è presto fatto: la secessione dei ricchi costerà agli altri 20 miliardi di euro. [2]”
Lo smantellamento del SSN continuerà così nel segno dell’egoismo diffuso e del profitto di pochi, a danno di solidarietà ed equità ed in spregio all’art. 32 della Costituzione. Una decina di giorni fa si sono riunite tutte le federazioni degli ordini professionali della sanità per un totale di un milione e mezzo di operatori, per dire “no” al regionalismo differenziato, mentre, nello stesso giorno, a dire inspiegabilmente “sì”, spiazzando tutti, è stata proprio la ministra della Salute Giulia Grillo, in barba ai tanti voti presi nel Mezzogiorno dal M5S.
Il tutto mentre al Sud scende l’aspettativa di vita, come certifica l’ultimo rapporto Crea. La salute è un diritto universale che non dovrebbe generare disuguaglianze.
Dal 2009 la spesa pubblica generale continua a scendere. Curarsi è un lusso per oltre una famiglia su 20. L’impoverimento sanitario aumenta e riguarda oltre 400 mila famiglie. Al Sud va peggio, curarsi è un lusso per l’8% delle famiglie.
Da leggere al proposito le giuste dichiarazioni su Repubblica del 21 gennaio dell’ex Presidente dell’Emilia-Romagna Vasco Errani a proposito di autonomia differenziata, che evidentemente la pensa diversamente all’attuale Presidente Stefano Bonaccini: “l’autonomia differenziata non può diventare una rincorsa ad un neo- secessionismo mascherato che pregiudicherebbe l’unità nazionale e l’eguale trattamento di tutti cittadini. Per questo è indispensabile definire un quadro nazionale nel quale le risorse, le competenze e l’autonomia si possano esercitare assicurando i livelli dei servizi e dei diritti civili e sociali per tutti i cittadini. Sulle risorse va chiarito un punto essenziale: spesa storica, residuo fiscale, costi standard sono concetti che debbono fare sempre i conti in primo luogo con la storica disparità tra Nord e Sud dal punto di vista sia delle risorse disponibili sia della reale dotazione dei servizi a disposizione dei cittadini.”
Di parere ovviamente opposto il Presidente lombardo Fontana, con un linguaggio che ricorda tempi bui, in una intervista del 5 gennaio vuole che l’efficienza lombarda “infetti” il resto del Paese e, molto democraticamente, ritiene che chi non è d’accordo con lui sia un cialtrone. Infine avverte il M5s e Di Maio, che non a caso lo ha rassicurato in merito nei giorni scorsi, che senza accordo salta il governo.
Vedremo ora cosa accadrà il 15 febbraio nell’incontro fra i Presidenti “secessionisti” ed il Presidente del Consiglio Conte. In poche parole le Regioni del Nord si illudono di trasformarsi in tanti piccoli Stati. Questa arroganza non sfida solo la legge e la Costituzione, ma a lungo andare andrà anche contro i loro stessi interessi visto che l’80% dei prodotti del Nord viene venduto nelle altre Regioni dello stivale.
Domanda: cosa accadrà non appena l’opinione pubblica del Mezzogiorno, che già ribolle come un vulcano pronto ad esplodere, verrà finalmente a conoscenza (visto il mutismo assoluto delle televisioni in merito) della truffa ordita a loro danni e si inizieranno ad avvertire le conseguenze reali nei prossimi mesi del calo di risorse disponibili ? Sicuramente per iniziare ci sarà quantomeno un rifiuto all’acquisto di prodotti di queste tre Regioni. Sono cose già viste nella storia col finale già scritto, nulla di nuovo, ad iniziare dal Boston Tea Party, primo atto della rivoluzione americana del 1773, quando una compagine di giovani americani,travestiti da indiani Mohawk e si imbarcò a bordo delle navi inglesi ancorate nel porto di Boston e gettarono in mare le casse di tè trasportate. Non a caso il meridionalista Nicola Zitara, già direttore di Lotta Continua, profetizzò che “il riscatto del SUD passa per un camioncino della Galbani che viene buttato da un viadotto della Salerno - Reggio Calabria.”
Sembra che lo sguardo di una parte rilevante delle classi dirigenti politico-economiche del Nord (ben al di là del perimetro leghista) si sia decisamente accorciato. Posizione assai miope, sia consentito dirlo e che arruola anche il PD visto che la Vicepresidente dei Deputati PD Alessia Rotta sostiene con forza la secessione dei ricchi (dal Gazzettino). Non solo ma addirittura attacca Zaia, perché secondo lei non rivendicherebbe con sufficiente forza i 9/10 del gettito fiscale. Ovviamente togliendolo a tutti gli altri italiani. In altre parole sorpasso a destra: più leghista della Lega.
Pare che l’equità sia un concetto passato di moda. Se non si rilancia l’intero Paese, se non si fa “ripartire” il Sud, se non si investe in tutte le sue città e in tutti i suoi territori, le stesse aree più forti ne soffriranno. Tenderanno a ridiventare, come in un passato non così lontano, piccole economie satelliti di quella germanica; e non la parte più avanzata di un grande Paese.
E’giusto ricordare che senza investimenti pubblici il Sud già nell’attuale situazione si appresta a sprofondare. Considerando poi che con il cosiddetto “governo del cambiamento” nulla è in realtà cambiato per il Sud se non in peggio.
Nella manovra del “cambiamento “del fascio pentaleghista sono previsti infatti i seguenti segni meno per il Mezzogiorno: meno 1,65 miliardi di investimenti, meno 800 mln. del Fondo di Sviluppo e Coesione , meno 850 mln. del cofinanziamento dei Fondi Ue e meno 150 milioni di credito di imposta.
Il tutto in una situazione che a contraddire la propaganda leghista, vede il Sud già penalizzato enormemente dagli investimenti in opere pubbliche degli ultimi cinquat’anni rispetto al Nord (come da tabella Svimez, Ance, Banca d’Italia allegata).
La situazione nel Mezzogiorno è già esplosiva da anni, se consideriamo che il Sud è afflitto appunto da bassi livelli d’investimenti e scarsità di infrastrutture rispetto al nord, alta disoccupazione ( maggiore di tre volte rispetto al Nord), disoccupazione giovanile al record europeo in Calabria (58,7%), record europeo di Neet ( tre milioni e mezzo di giovani che non studiano più e non lavorano), povertà assoluta al 10% della popolazione più un 40% in povertà relativa, emigrazione verso il nord e l’estero a livelli record da dati OCSE, emergenze ambientali e sanitarie, evasione scolastica vicina al 20%, ben 6 punti sopra la media nazionale, il doppio di quella europea, un sistema universitario messo alle strette per effetto di criteri "folli" nella ripartizione dei fondi che premiano le Università del nord, i comuni prossimi al default grazie alle folli politiche del pareggio di bilancio, con conseguenti politiche socio-sanitarie quasi azzerate e trasporti locali ai minimi storici, un'aspettativa di vita più bassa di 5 anni rispetto alla media nazionale, natalità in forte calo causa emigrazione giovanile e si potrebbe ancora continuare a lungo ...
“I grandi meridionalisti (Salvemini, Gramsci, Fiore, Rossi-Doria, Nitti, etc.) non hanno mai coltivato lo sfascio della nazione. Al contrario, il testo della nostra Costituzione è visibilmente attraversato dal grande fiume del pensiero meridionalista, il quale ne costituì un substrato fecondo. Il miope tentativo di trattenere più risorse su una o più regioni che oggi sono più ricche è sconveniente per una serie di ragioni: in primis, perché lo sono anche grazie a risorse in passato investite dal governo nazionale su quei territori; poi, perché questo approccio confligge col concetto di interdipendenza economica e si corre il rischio di costruire un boomerang che danneggerà anche quei territori che oggi puntano a salvarsi sulla propria piccola scialuppa di salvataggio. È quantomeno bizzarro che coloro i quali lanciano slogan come “prima gli italiani” si trincerino in battaglie dal vago sapore secessionista nel nome di un localismo peraltro verosimilmente contrario allo spirito costituzionale.”[4]
E così lentamente muore lo spirito unitario e i “ricchi secessionisti” alzano sempre più la posta, non solo vogliono le tante competenze richieste, ma Zaia ora vuole gestire anche le autostrade, magari con un bel casello di pedaggio al confine ( Gazzettino del 23/12/18) e mentre in televisione nessuno ne parla, il Nord chiede, grazie al Decreto semplificazioni già approvato al Senato, anche la proprietà ed il controllo delle reti idriche sottraendole allo Stato. La posta in gioco è la riscossione di ricchi canoni di cui beneficeranno le regioni del Nord a scapito di quelle del Sud. Si stimano (lo scrive la relazione tecnica approvata dalla Ragioneria dello Stato) entrate totali per Regioni e Province di circa 300 milioni l’anno solo per la prima fase delle riassegnazioni — 9 miliardi nell’arco di 30 anni — senza contare 60 milioni di euro l’anno in elettricità gratis «da destinare per servizi pubblici e categorie di utenti dei territori interessati dalle concessioni».
Insomma, come si leggeva nei manifesti di una decina d’anni fa della Lega Nord — dove Umberto Bossi compariva agitando un pugno chiuso — «da oggi i soldi delle nostre dighe sono della nostra gente».
E così grazie al supporto fondamentale del M5s, che ha tradito il voto del Sud, la Lega si appresta a raggiungere il suo obiettivo storico: la secessione della “Padania”.
Il tutto mentre addirittura la ministra per il Mezzogiorno,senza portafoglio, Barbara Lezzi del M5s afferma in una intervista (Mattino di Padova del 23 gennaio) che “L’autonomia differenziata non è il nemico”.
In conclusione: chi ha di più dovrebbe pagare di più, a prescindere dal fatto che viva a Milano o a Reggio Calabria, e di conseguenza a prescindere dal luogo in cui risiede dovrebbe avere la stessa qualità di servizi pubblici. Ma visto che nè i Lep né il Fondo Perequativo, previsti entrambi dagli articoli 117 e 119 della Costituzione, sono stati mai realizzati, si è consentito in modo a dir poco miope che andasse avanti un regionalismo fortemente sbilanciato a favore delle zone ricche del paese.
Si aprirà così una nuova stagione di tagli ai servizi e di emigrazioni dalle regioni povere a quelle ricche, sostenute anche dal meccanismo della emigrazione forzata prevista dal recente decreto sul reddito di cittadinanza. E’ ovvio che questo processo non potrà che peggiorare le già fortissime disuguaglianze sociali che esistono nel paese.
Ai tagli ai servizi pubblici, alle privatizzazioni, alla mancanza di lavoro soprattutto per i giovani, alla precarizzazione dello stesso e al contenimento dei salari che hanno attraversato in questi anni tutto il paese, ispirati dalle politiche neoliberiste di Bruxelles, si aggiungerà come detonatore del malcontento di gran parte del paese” la secessione dei ricchi”, che non potrà che accrescere queste disparità, preparando così un periodo di tensioni e scontri sociali come mai prima d’ora nella storia repubblicana del nostro Paese.
E mentre sono in corso petizioni e proteste sostenute da meridionalisti, scrittori, giornalisti, solo pochi sindaci del Sud hanno preso posizione decisa in merito, così come la giunta regionale calabrese che pochi giorni fa ha votato all’unanimità un documento di diffida al governo nel procedere alla secessione dei ricchi.
Per il resto si ringraziano sentitamente i meridionali e gli italiani tutti che continuano ad essere complici di questo governo a trazione leghista malgrado l’evidenza dei fatti.
La storia vi giudicherà


Riferimenti:
[1] Regionalismo differenziato | Analisi dei rischi del regionalismo differenziato, di Sergio Marotta
[2] Next quotidianino – La secessione dei ricchi è servita, di Alessandro D’Amato
[3] La secessione dei ricchi, così la Lega vuol tagliare le risorse alle regioni più povere, di Maurizio Ricci su Notizie.Tiscali
[4] Auguri al Sud di Alessandro Cannavale su Basilicata 24

venerdì 1 febbraio 2019

L'Europa tra conflitti ed elezioni

Natale Cuccurese (Presidente del Partito del Sud):

”Lunedì 4 febbraio parteciperò a Roma al forum organizzato da transform! Italia, ”L’Europa tra conflitti ed elezioni”, fra i soggetti politici facenti parte del Partito della Sinistra Europea a nome del Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti. Porterò nel dibattito la nostra visione meridionalista gramsciana, su possibili soluzioni dei problemi di integrazione europea e sui temi del rafforzamento della sinistra in Italia. Invito tutti a seguire lunedì 4 febbraio dalle 17 alle 19 il dibattito su fb”

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transform! Italia :

"Lunedi 4 febbraio dalle ore 17 alle 19, transform! Italia ha invitato a discutere in un forum i soggetti politici che fanno già parte, o hanno chiesto di farlo, del Partito della Sinistra Europea, per discutere e confrontarci su quali siano i problemi e le possibili soluzioni alla crisi dell'integrazione europea e quella della sinistra in Italia. Il forum potrà essere seguito nella sua parte iniziale su fb e poi verrà pubblicato sul sito di transform! Italia. Parteciperà Paolo Ferrero vicepresidente di Sinistra Europea.

Per seguire la diretta facebook collegarsi alla pagina transform! Italia 




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Natale Cuccurese (Presidente del Partito del Sud):

”Lunedì 4 febbraio parteciperò a Roma al forum organizzato da transform! Italia, ”L’Europa tra conflitti ed elezioni”, fra i soggetti politici facenti parte del Partito della Sinistra Europea a nome del Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti. Porterò nel dibattito la nostra visione meridionalista gramsciana, su possibili soluzioni dei problemi di integrazione europea e sui temi del rafforzamento della sinistra in Italia. Invito tutti a seguire lunedì 4 febbraio dalle 17 alle 19 il dibattito su fb”

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transform! Italia :

"Lunedi 4 febbraio dalle ore 17 alle 19, transform! Italia ha invitato a discutere in un forum i soggetti politici che fanno già parte, o hanno chiesto di farlo, del Partito della Sinistra Europea, per discutere e confrontarci su quali siano i problemi e le possibili soluzioni alla crisi dell'integrazione europea e quella della sinistra in Italia. Il forum potrà essere seguito nella sua parte iniziale su fb e poi verrà pubblicato sul sito di transform! Italia. Parteciperà Paolo Ferrero vicepresidente di Sinistra Europea.

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domenica 27 gennaio 2019

27 GENNAIO-GIORNATA DELLA MEMORIA. SE SI DIMENTICA IL PASSATO...SI RITORNA AL PASSATO...


Di Natale Cuccurese

Oggi giornata della memoria. Si ricordano le vittime dell'Olocausto, delle leggi razziali, le minoranze discriminate e deportate, coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati, nonché tutti i deportati militari e politici nella Germania nazista. In altre parole si ricordano oltre agli ebrei anche le altre minoranze perseguitate, rom, neri e altre "razze inferiori", disabili fisici e mentali, perseguitati politici, testimoni di Geova, omosessuali, disertori, obiettori di coscienza... tutti indistintamente vittime dell'Olocausto. 

La celebrazione si svolge oggi in ricordo della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche dell'Armata Rossa.
Fra le vittime moltissimi cittadini italiani, anche meridionali. Uno fra tutti il piccolo Sergio de Simone (nella foto) un bambino napoletano ebreo , massacrato insieme ad altre creature innocenti come lui nel campo di Auschwitz dal dottor Mengele, di cui come PdelSUD abbiamo sostenuto in Commissione Toponomastica, tramite il nostro rappresentante e su proposta del Sindaco Luigi de Magistris, la delibera, poi approvata, per l’apposizione di una targa commemorativa a Napoli.
Basta ricordare questi nomi, vedere in fotografia questi volti, per capire quanto questa giornata sia opportuna per una doverosa ed adeguata riflessione affinchè queste mostruosità non si ripetano mai più, in un periodo in cui si vedono tornare alla luce in Italia, in Europa e nel Mondo vergognose pulsioni razziste e xenofobe verso altri popoli, altre etnie, altre religioni, altre minoranze.
Credo poi sia utile ricordare l'olocausto anche per richiamare l'assurdità evidente che quel re che firmò le leggi razziali in Italia nel 1938, e che permise pertanto la deportazione verso il genocidio degli ebrei italiani e non solo, è quel Vittorio Emanuele III che ancora oggi ha vergognosamente intitolate in Italia vie, piazze, monumenti. Una ipocrisia atroce che segnala l'urgenza di procedere rapidamente ad una rapida cancellazione di queste titolazioni, e noi del PdelSUD ce ne stiamo facendo portavoce proprio a partire da Napoli, per richiamare ad un minimo di coerenza una classe politica che in gran parte oggi commemora, ma che in realtà non solo non ha fatto i conti con la storia, o addirittura la ignora, ma fa il percorso del gambero se solo pensiamo all'omaggio alle tombe di casa savoia fatto da Napolitano al Pantheon il 17 marzo 2011 o al rientro recente della salma in Italia di Vittorio Emanuele III a spese della comunità ed in gran riserbo. 

Oppure, ancor più grave, per restare alla cronaca politica quotidiana, il degrado anche del dibattito politico, in larga parte per colpa della maggioranza attualmente al governo. Dibattito focalizzato sui muri da innalzare, i porti chiusi, gli atteggiamenti e le parole xenofe e razziste o addirittura la recentissima deportazione di migranti e l’evocazione dei “protocolli dei savi di Sion” da parte di un senatore della maggioranza.
Quando poi si arriva a questa data c'è sempre qualcuno che tira fuori il "si, però ci sono stati anche altri massacri e genocidi nella storia".
E' purtroppo vero, stragi anche durante le repressioni del cosiddetto brigantaggio ve ne furono anche al Sud ed è giusto e doveroso ricordarle, ma non c'è contrapposizione alcuna, ogni genocidio, ogni massacro è un crimine verso l'umanità che non prevede alcun tipo di giustificazione, anzi la memoria va tenuta ben viva affinchè mostruosità di ogni tipo non si ripetano a danno di nessuno.
Ben venga pertanto oggi questa giornata della memoria, nell'auspicio che possa servire non solo a far riflettere e ricordare, come doveroso, ma anche a favorire una lettura storica che faccia ben comprendere alle nuove generazioni chi sono i falsi eroi, alcuni ancora come detto oscenamente celebrati in Italia, e chi i martiri, affinchè la guardia resti alta, oggi più che mai, contro ogni rigurgito razzista perchè quel che accadde non si ripeta mai più.
Per tutte queste ragioni oggi 27 gennaio una delegazione del nostro Partito sarà presente alle ore 11:00 alla cerimonia di deposizione di una corona d’alloro ad opera del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris in ricordo di Luciana Pacifici, in via Luciana Pacifici, zona Borgo Orefici, vittima delle leggi razziale. Sarà presente l’Assessore alla cultura Nino Daniele.
Il Sindaco de Magistris ha anche disposto l’invio di un fascio di fiori in via Morghen, 65 dove una targa ricorda il piccolo Sergio de Simone vittima dell’orrore nazista.


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Di Natale Cuccurese

Oggi giornata della memoria. Si ricordano le vittime dell'Olocausto, delle leggi razziali, le minoranze discriminate e deportate, coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati, nonché tutti i deportati militari e politici nella Germania nazista. In altre parole si ricordano oltre agli ebrei anche le altre minoranze perseguitate, rom, neri e altre "razze inferiori", disabili fisici e mentali, perseguitati politici, testimoni di Geova, omosessuali, disertori, obiettori di coscienza... tutti indistintamente vittime dell'Olocausto. 

La celebrazione si svolge oggi in ricordo della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche dell'Armata Rossa.
Fra le vittime moltissimi cittadini italiani, anche meridionali. Uno fra tutti il piccolo Sergio de Simone (nella foto) un bambino napoletano ebreo , massacrato insieme ad altre creature innocenti come lui nel campo di Auschwitz dal dottor Mengele, di cui come PdelSUD abbiamo sostenuto in Commissione Toponomastica, tramite il nostro rappresentante e su proposta del Sindaco Luigi de Magistris, la delibera, poi approvata, per l’apposizione di una targa commemorativa a Napoli.
Basta ricordare questi nomi, vedere in fotografia questi volti, per capire quanto questa giornata sia opportuna per una doverosa ed adeguata riflessione affinchè queste mostruosità non si ripetano mai più, in un periodo in cui si vedono tornare alla luce in Italia, in Europa e nel Mondo vergognose pulsioni razziste e xenofobe verso altri popoli, altre etnie, altre religioni, altre minoranze.
Credo poi sia utile ricordare l'olocausto anche per richiamare l'assurdità evidente che quel re che firmò le leggi razziali in Italia nel 1938, e che permise pertanto la deportazione verso il genocidio degli ebrei italiani e non solo, è quel Vittorio Emanuele III che ancora oggi ha vergognosamente intitolate in Italia vie, piazze, monumenti. Una ipocrisia atroce che segnala l'urgenza di procedere rapidamente ad una rapida cancellazione di queste titolazioni, e noi del PdelSUD ce ne stiamo facendo portavoce proprio a partire da Napoli, per richiamare ad un minimo di coerenza una classe politica che in gran parte oggi commemora, ma che in realtà non solo non ha fatto i conti con la storia, o addirittura la ignora, ma fa il percorso del gambero se solo pensiamo all'omaggio alle tombe di casa savoia fatto da Napolitano al Pantheon il 17 marzo 2011 o al rientro recente della salma in Italia di Vittorio Emanuele III a spese della comunità ed in gran riserbo. 

Oppure, ancor più grave, per restare alla cronaca politica quotidiana, il degrado anche del dibattito politico, in larga parte per colpa della maggioranza attualmente al governo. Dibattito focalizzato sui muri da innalzare, i porti chiusi, gli atteggiamenti e le parole xenofe e razziste o addirittura la recentissima deportazione di migranti e l’evocazione dei “protocolli dei savi di Sion” da parte di un senatore della maggioranza.
Quando poi si arriva a questa data c'è sempre qualcuno che tira fuori il "si, però ci sono stati anche altri massacri e genocidi nella storia".
E' purtroppo vero, stragi anche durante le repressioni del cosiddetto brigantaggio ve ne furono anche al Sud ed è giusto e doveroso ricordarle, ma non c'è contrapposizione alcuna, ogni genocidio, ogni massacro è un crimine verso l'umanità che non prevede alcun tipo di giustificazione, anzi la memoria va tenuta ben viva affinchè mostruosità di ogni tipo non si ripetano a danno di nessuno.
Ben venga pertanto oggi questa giornata della memoria, nell'auspicio che possa servire non solo a far riflettere e ricordare, come doveroso, ma anche a favorire una lettura storica che faccia ben comprendere alle nuove generazioni chi sono i falsi eroi, alcuni ancora come detto oscenamente celebrati in Italia, e chi i martiri, affinchè la guardia resti alta, oggi più che mai, contro ogni rigurgito razzista perchè quel che accadde non si ripeta mai più.
Per tutte queste ragioni oggi 27 gennaio una delegazione del nostro Partito sarà presente alle ore 11:00 alla cerimonia di deposizione di una corona d’alloro ad opera del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris in ricordo di Luciana Pacifici, in via Luciana Pacifici, zona Borgo Orefici, vittima delle leggi razziale. Sarà presente l’Assessore alla cultura Nino Daniele.
Il Sindaco de Magistris ha anche disposto l’invio di un fascio di fiori in via Morghen, 65 dove una targa ricorda il piccolo Sergio de Simone vittima dell’orrore nazista.


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giovedì 24 gennaio 2019

PRIMA AFFAMANO I SUD AMERICANI (E DEL MONDO), POI COSTRUISCONO MURI


La nostra solidarietà meridionalista al Presidente del Venezuela Maduro contro il tentativo di golpe imperialista.
Con Trump assistiamo al ritorno agli anni ‘70 in America Latina. Dopo quanto avvenuto in Brasile, il riconoscimento lampo degli USA a Guaidó spinge il Venezuela verso una possibile, disastrosa, guerra civile.
Il governo italiano, ancora in silenzio, prenda posizione a difesa della democrazia e del popolo venezuelano!

Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti


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La nostra solidarietà meridionalista al Presidente del Venezuela Maduro contro il tentativo di golpe imperialista.
Con Trump assistiamo al ritorno agli anni ‘70 in America Latina. Dopo quanto avvenuto in Brasile, il riconoscimento lampo degli USA a Guaidó spinge il Venezuela verso una possibile, disastrosa, guerra civile.
Il governo italiano, ancora in silenzio, prenda posizione a difesa della democrazia e del popolo venezuelano!

Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti


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mercoledì 9 gennaio 2019

La campagna di adesione al Partito del Sud riprende con il Tesseramento 2019

La campagna di adesione al Partito del SUD riprende con il Tesseramento 2019 


L’obiettivo del Partito del Sud è quello della difesa e promozione della identità, delle istanze e degli interessi del Sud, non in contrapposizione al Nord ma in sinergia e volano per la crescita e sviluppo dell'intero Paese.

Noi del Partito del Sud
  • ci ispiriamo agli scritti e alle azioni di Antonio Gramsci, Guido Dorso e Gaetano Salvemini, come padri del pensiero meridionalista.
  • siamo sicuri che la rinascita del sud possa concretizzarsi attraverso una buona politica, laica, progressista e nel rispetto della Costituzione repubblicana.
  • siamo sicuri che la soluzione dei problemi del Sud italiano non risponda soltanto a un’esigenza di equità storica e di giustizia sociale, ma che rappresenti la soluzione ai problemi che affliggono l'Italia.
  • desideriamo creare le condizioni per la nascita di una nuova classe dirigente meridionale più idonea a rappresentare gli interessi legittimi e veri dei nostri territori
  • lavoriamo per creare una società basata su valori e principi di libertà, giustizia, eguaglianza, solidarietà e progresso
  • non vogliamo che il Meridione sia percepito ancora come zavorra nazionale
  • vogliamo un Mezzogiorno nuovo che ha voglia di proporre, che valorizzi le eccellenze del suo territorio, che sia esempio di legalità e di lotta al malaffare
  • vogliamo un Sud che desidera affermare con forza la propria dignità e giocare il ruolo che gli compete in ambito nazionale, europeo e internazionale.
A seguito dell'Unità d'Italia, il Sud si è avvitato in una spirale del sottosviluppo che è arrivata, con la sua onda lunga, fino ad oggi.

L'unità monetaria prima e lo spostamento del centro economico e decisionale nel nord del paese, hanno provocato (tra le altre cose) il progressivo deterioramento del tessuto economico e produttivo del sud.

Il Meridione si è trasformato in un “serbatoio di voti” per una classe politica dirigente inetta e corrotta e che è stata fedele a quel “patto” scellerato e non scritto su cui è stata edificata l’unità nazionale: il Nord produce e il Sud consuma.

Consapevoli di questo peccato originale che ha generato le storture nel sistema economico e sociale italiano, il Partito del Sud lavora per:
  • riposizionare il Meridione nello scenario nazionale ed europeo
  • portare avanti i progetti e le azioni necessarie perché finalmente si possano innescare processi di sviluppo durevoli, tali da arrestare il fenomeno migratorio che è il dramma del nostro territorio da oltre 150 anni
  • promuovere una riforma costituzionale che, preveda l’autonomia dei territori, nel rispetto della solidarietà, specificità territoriali, culturali e storiche
  • contrastare le mafie, le forze occulte criminali che si sono insediate nel tessuto socio-economico, impedendo il rilancio e la ripresa economica.


Le quote di adesione anche per quest'anno restano invariate:
  • 20 Euro per Soci Ordinari; 
  • 50 Euro per Soci Sostenitori
  • 10 Euro quota ridotta solo per Disoccupati, Studenti, Casalinghe e Pensionati; 
E' possibile aderire al partito con diverse modalità. 

On line, con pagamento della quota tramite paypal o bonifico bancario
Tesseramento tramite sezione o referente territoriale.
Per le adesioni tramite le nostre sezioni locali, la consegna della domanda di adesione ed il pagamento della quota può essere fatto rivolgendosi ai nostri presidi sul territorio (vedi "Contatti")

(vedi "Contatti")


Ricordiamo che per i già iscritti il rinnovo del tesseramento al Partito del Sud  si può effettuare entro  31 Marzo 2019 mentre per le nuove iscrizioni il termine è fissato a tutto il 30 Giugno 2019



Leggi tutto »
La campagna di adesione al Partito del SUD riprende con il Tesseramento 2019 


L’obiettivo del Partito del Sud è quello della difesa e promozione della identità, delle istanze e degli interessi del Sud, non in contrapposizione al Nord ma in sinergia e volano per la crescita e sviluppo dell'intero Paese.

Noi del Partito del Sud
  • ci ispiriamo agli scritti e alle azioni di Antonio Gramsci, Guido Dorso e Gaetano Salvemini, come padri del pensiero meridionalista.
  • siamo sicuri che la rinascita del sud possa concretizzarsi attraverso una buona politica, laica, progressista e nel rispetto della Costituzione repubblicana.
  • siamo sicuri che la soluzione dei problemi del Sud italiano non risponda soltanto a un’esigenza di equità storica e di giustizia sociale, ma che rappresenti la soluzione ai problemi che affliggono l'Italia.
  • desideriamo creare le condizioni per la nascita di una nuova classe dirigente meridionale più idonea a rappresentare gli interessi legittimi e veri dei nostri territori
  • lavoriamo per creare una società basata su valori e principi di libertà, giustizia, eguaglianza, solidarietà e progresso
  • non vogliamo che il Meridione sia percepito ancora come zavorra nazionale
  • vogliamo un Mezzogiorno nuovo che ha voglia di proporre, che valorizzi le eccellenze del suo territorio, che sia esempio di legalità e di lotta al malaffare
  • vogliamo un Sud che desidera affermare con forza la propria dignità e giocare il ruolo che gli compete in ambito nazionale, europeo e internazionale.
A seguito dell'Unità d'Italia, il Sud si è avvitato in una spirale del sottosviluppo che è arrivata, con la sua onda lunga, fino ad oggi.

L'unità monetaria prima e lo spostamento del centro economico e decisionale nel nord del paese, hanno provocato (tra le altre cose) il progressivo deterioramento del tessuto economico e produttivo del sud.

Il Meridione si è trasformato in un “serbatoio di voti” per una classe politica dirigente inetta e corrotta e che è stata fedele a quel “patto” scellerato e non scritto su cui è stata edificata l’unità nazionale: il Nord produce e il Sud consuma.

Consapevoli di questo peccato originale che ha generato le storture nel sistema economico e sociale italiano, il Partito del Sud lavora per:
  • riposizionare il Meridione nello scenario nazionale ed europeo
  • portare avanti i progetti e le azioni necessarie perché finalmente si possano innescare processi di sviluppo durevoli, tali da arrestare il fenomeno migratorio che è il dramma del nostro territorio da oltre 150 anni
  • promuovere una riforma costituzionale che, preveda l’autonomia dei territori, nel rispetto della solidarietà, specificità territoriali, culturali e storiche
  • contrastare le mafie, le forze occulte criminali che si sono insediate nel tessuto socio-economico, impedendo il rilancio e la ripresa economica.


Le quote di adesione anche per quest'anno restano invariate:
  • 20 Euro per Soci Ordinari; 
  • 50 Euro per Soci Sostenitori
  • 10 Euro quota ridotta solo per Disoccupati, Studenti, Casalinghe e Pensionati; 
E' possibile aderire al partito con diverse modalità. 

On line, con pagamento della quota tramite paypal o bonifico bancario
Tesseramento tramite sezione o referente territoriale.
Per le adesioni tramite le nostre sezioni locali, la consegna della domanda di adesione ed il pagamento della quota può essere fatto rivolgendosi ai nostri presidi sul territorio (vedi "Contatti")

(vedi "Contatti")


Ricordiamo che per i già iscritti il rinnovo del tesseramento al Partito del Sud  si può effettuare entro  31 Marzo 2019 mentre per le nuove iscrizioni il termine è fissato a tutto il 30 Giugno 2019



martedì 1 gennaio 2019

L’ANNO CHE È APPENA INIZIATO E CHE VERRÀ

Ho letto nei giorni scorsi un titolo di un “famoso” quotidiano che diceva: “Non se ne può più dei piagnistei del Sud”.
La prima reazione che ho avuto è stata quella che ti viene sempre di pancia, quella che sale su senza che neanche ti impegni più di tanto: la rabbia.
La solita rabbia che prende noi meridionali quando un giorno si e l’altro pure sei preso nel fuoco incrociato dei luoghi comuni e dell’arte del far diventare le vittime i veri colpevoli. E allora ti viene voglia di protestare, di mettere in risalto quanto sei offeso, di cercare di far capire, anche ai meridionali infatuati dai nuovi conquistadores, che forse è meglio capire ciò che è stato o non è stato fatto al sud e per il sud nel corso di questi decenni e nel corso di questi ultimi mesi.
A riflettere bene però, se vogliamo cambiare qualcosa e vogliamo che l’anno appena iniziato sia migliore di quello che si è chiuso, dobbiamo cominciare a pretendere ciò che ci è dovuto e non più solo segnalare ciò che non va.
Partiamo dal primo presupposto: il nostro Paese ha una Costituzione, questa va applicata, non può essere più un fatto che rientra solo “negli auspici” (gergo politichese che odio). La Costituzione della Repubblica Italiana va applicata, non solo nella scellerata parte che ci obbliga al “pareggio di bilancio”, ma in tutte le sue ben più nobili parti.
Cominciando dal suo articolo 2 che recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
Non ci può essere una Repubblica che sostiene i cittadini in base al PIL della loro regione e al loro gettito fiscale. Non ci può essere una Repubblica che “investe” risorse dove “conviene” non dove c’è bisogno. Non ci può essere una Repubblica che non aspiri a rendere “uguali” tutti i suoi cittadini e a concedere loro tutto il necessario (servizi – infrastrutture – istruzione – sanità – opportunità), nel luogo in cui si trovano per poter competere, ma soprattutto per poter dire, con pari dignità, di essere italiani, europei, mediterranei. Non prima gli italiani, ma prima l’uomo, con la sua dignità e il suo valore in quanto persona.
“La Repubblica garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Quante volte, ogni santissimo giorno, questo principio viene tradito ?
Tra l’altro il famoso mantra: “prima gli italiani”, mi fa venire in mente una domanda semplice semplice: “Quali italiani ?”
Quelli del SUD in che percentuale hanno diritto di vedere soddisfatti i “diritti” garantiti dalla Costituzione ? Ci siamo infilati in una spirale che vede, per assurdo, politica, media, intellettuali, cittadini, preoccupati per il futuro dei “fratelli” più ricchi e non per quelli che da sempre vengono considerati una zavorra.
Ci siamo presi le nostre colpe di meridionali e ce le continuiamo a prendere:
Non essere capaci di pretendere delle politiche che portino il sud al passo del Paese
Non aver mai preteso di poter scegliere una classe dirigente veramente in grado di modificare le sorti del nostro territorio
Aver sempre accettato le mance che le segreterie politiche hanno di tanto in tanto concesso a questo a quel territorio senza mai un disegno di sviluppo, sempre con un disegno, nella migliore delle ipotesi, di tappare questa o quella falla…
Aver sempre accettato che diagnosi e cura per questa terra siano decise da altre parti, in modo paternalistico e sempre come una concessione che la parte più ricca del Paese concede alla parte improduttiva dello stesso (per restare nei luoghi comuni).
Abbiamo concesso di venire a dirci che il reddito di cittadinanza (misura che non mi fa impazzire) sia stato concesso a “quella parte del Paese che non ci piace” (ha detto un importante esponente leghista del governo), a noi praticamente…
Abbiamo concesso alla criminalità e al malaffare di parlare a nostro nome e a far emergere questo lato del sud e non i mille altri lati positivi (complice anche una certa stampa)
Non abbiamo sostenuto mai abbastanza le centinaia di vittime di mafia e soprattutto chi lotta (e muore) contro le mafie, per altro quasi tutti meridionali
Non stiamo ancora valorizzando le grandi esperienze amministrative e di gestione del territorio presenti al Sud, una su tutte: Napoli.
Abbiamo concesso di distruggere il nostro essere mediterranei e aperti alle contaminazioni da secoli. Abbiamo fatto distruggere il modello Riace.
Stiamo facendo consumare le grandissime risorse naturali della Sicilia senza che essa ne abbia vantaggi.
Abbiamo sempre accettato la nostra presunta “minorità”. Una litania che nelle nostre famiglie spesso spinge (per disperazione) i giovani ad andare a cercare fortuna lontano.
Concediamo che strade, autostrade e ferrovie siano ancora una specie di regalo che ci viene concesso e non un diritto in un Paese che si dice uguale.
Che i nostri pendolari viaggino ancora in condizioni subumane
Stiamo accettando che opere tipo: Tampa Rossa, TAP, Cerano, Ilva, l’eolico e il fotovoltaico selvaggio, le decine di centrali a carbone, a gas e altro ancora siano considerati gli investimenti dello Stato a favore del Sud e non il consumo del territorio meridionale a favore di chi è veramente energivoro e non solo.
Accettiamo supinamente assurde classifiche stilate da quotidiani che non sono la Bibbia, e che ci relegano sempre e comunque agli ultimi posti, guardando solo ai risultati e non a quanto viene investito sui nostri territori, rispetto a quelli virtuosi.
Subiamo supinamente l’attacco alle nostre Università e alla nostra cultura senza alzare mai una voce in dissenso.
Mi fermo qui, anche se riprenderò questi discorsi anche a breve. Qui non si tratta più di lamentarsi, segnalare, sperare.
L’anno che verrà non ispira in me “una speranza”, ma determinazione: O lavoro a pretendere che per questa terra e i suoi abitanti siano garantiti i diritti previsti dalla Carta Costituzionale, oppure non avrebbe senso un qualsiasi tipo d’impegno.
O coloro i quali sono che fanno politica (per me me a sinistra) capiscono che mettere mano a risolvere la “questione dello svantaggio procurato al meridione”, oppure non ha senso pensare di lavorare a progetti general generici.
Un campo che vuole combattere per abbattere le diseguaglianze non può non vedere o far finta di non vedere che quella tra nord e sud è una diseguaglianza che viene sancita giorno dopo giorno, anno dopo anno, con leggi di investimento inique e mai attente al sud. Purtroppo al Sud ci sono ultimi più ultimi di altri, proprio grazie a queste politiche.
Andiamo quindi oltre la denuncia, passiamo alla proposta e pretendiamo risposte, altrimenti “l’Anno che verrà” sarà un altro anno che è passato.

Buon Anno !
Michele Dell’Edera

Vicepresidente nazionale Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti



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Ho letto nei giorni scorsi un titolo di un “famoso” quotidiano che diceva: “Non se ne può più dei piagnistei del Sud”.
La prima reazione che ho avuto è stata quella che ti viene sempre di pancia, quella che sale su senza che neanche ti impegni più di tanto: la rabbia.
La solita rabbia che prende noi meridionali quando un giorno si e l’altro pure sei preso nel fuoco incrociato dei luoghi comuni e dell’arte del far diventare le vittime i veri colpevoli. E allora ti viene voglia di protestare, di mettere in risalto quanto sei offeso, di cercare di far capire, anche ai meridionali infatuati dai nuovi conquistadores, che forse è meglio capire ciò che è stato o non è stato fatto al sud e per il sud nel corso di questi decenni e nel corso di questi ultimi mesi.
A riflettere bene però, se vogliamo cambiare qualcosa e vogliamo che l’anno appena iniziato sia migliore di quello che si è chiuso, dobbiamo cominciare a pretendere ciò che ci è dovuto e non più solo segnalare ciò che non va.
Partiamo dal primo presupposto: il nostro Paese ha una Costituzione, questa va applicata, non può essere più un fatto che rientra solo “negli auspici” (gergo politichese che odio). La Costituzione della Repubblica Italiana va applicata, non solo nella scellerata parte che ci obbliga al “pareggio di bilancio”, ma in tutte le sue ben più nobili parti.
Cominciando dal suo articolo 2 che recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
Non ci può essere una Repubblica che sostiene i cittadini in base al PIL della loro regione e al loro gettito fiscale. Non ci può essere una Repubblica che “investe” risorse dove “conviene” non dove c’è bisogno. Non ci può essere una Repubblica che non aspiri a rendere “uguali” tutti i suoi cittadini e a concedere loro tutto il necessario (servizi – infrastrutture – istruzione – sanità – opportunità), nel luogo in cui si trovano per poter competere, ma soprattutto per poter dire, con pari dignità, di essere italiani, europei, mediterranei. Non prima gli italiani, ma prima l’uomo, con la sua dignità e il suo valore in quanto persona.
“La Repubblica garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Quante volte, ogni santissimo giorno, questo principio viene tradito ?
Tra l’altro il famoso mantra: “prima gli italiani”, mi fa venire in mente una domanda semplice semplice: “Quali italiani ?”
Quelli del SUD in che percentuale hanno diritto di vedere soddisfatti i “diritti” garantiti dalla Costituzione ? Ci siamo infilati in una spirale che vede, per assurdo, politica, media, intellettuali, cittadini, preoccupati per il futuro dei “fratelli” più ricchi e non per quelli che da sempre vengono considerati una zavorra.
Ci siamo presi le nostre colpe di meridionali e ce le continuiamo a prendere:
Non essere capaci di pretendere delle politiche che portino il sud al passo del Paese
Non aver mai preteso di poter scegliere una classe dirigente veramente in grado di modificare le sorti del nostro territorio
Aver sempre accettato le mance che le segreterie politiche hanno di tanto in tanto concesso a questo a quel territorio senza mai un disegno di sviluppo, sempre con un disegno, nella migliore delle ipotesi, di tappare questa o quella falla…
Aver sempre accettato che diagnosi e cura per questa terra siano decise da altre parti, in modo paternalistico e sempre come una concessione che la parte più ricca del Paese concede alla parte improduttiva dello stesso (per restare nei luoghi comuni).
Abbiamo concesso di venire a dirci che il reddito di cittadinanza (misura che non mi fa impazzire) sia stato concesso a “quella parte del Paese che non ci piace” (ha detto un importante esponente leghista del governo), a noi praticamente…
Abbiamo concesso alla criminalità e al malaffare di parlare a nostro nome e a far emergere questo lato del sud e non i mille altri lati positivi (complice anche una certa stampa)
Non abbiamo sostenuto mai abbastanza le centinaia di vittime di mafia e soprattutto chi lotta (e muore) contro le mafie, per altro quasi tutti meridionali
Non stiamo ancora valorizzando le grandi esperienze amministrative e di gestione del territorio presenti al Sud, una su tutte: Napoli.
Abbiamo concesso di distruggere il nostro essere mediterranei e aperti alle contaminazioni da secoli. Abbiamo fatto distruggere il modello Riace.
Stiamo facendo consumare le grandissime risorse naturali della Sicilia senza che essa ne abbia vantaggi.
Abbiamo sempre accettato la nostra presunta “minorità”. Una litania che nelle nostre famiglie spesso spinge (per disperazione) i giovani ad andare a cercare fortuna lontano.
Concediamo che strade, autostrade e ferrovie siano ancora una specie di regalo che ci viene concesso e non un diritto in un Paese che si dice uguale.
Che i nostri pendolari viaggino ancora in condizioni subumane
Stiamo accettando che opere tipo: Tampa Rossa, TAP, Cerano, Ilva, l’eolico e il fotovoltaico selvaggio, le decine di centrali a carbone, a gas e altro ancora siano considerati gli investimenti dello Stato a favore del Sud e non il consumo del territorio meridionale a favore di chi è veramente energivoro e non solo.
Accettiamo supinamente assurde classifiche stilate da quotidiani che non sono la Bibbia, e che ci relegano sempre e comunque agli ultimi posti, guardando solo ai risultati e non a quanto viene investito sui nostri territori, rispetto a quelli virtuosi.
Subiamo supinamente l’attacco alle nostre Università e alla nostra cultura senza alzare mai una voce in dissenso.
Mi fermo qui, anche se riprenderò questi discorsi anche a breve. Qui non si tratta più di lamentarsi, segnalare, sperare.
L’anno che verrà non ispira in me “una speranza”, ma determinazione: O lavoro a pretendere che per questa terra e i suoi abitanti siano garantiti i diritti previsti dalla Carta Costituzionale, oppure non avrebbe senso un qualsiasi tipo d’impegno.
O coloro i quali sono che fanno politica (per me me a sinistra) capiscono che mettere mano a risolvere la “questione dello svantaggio procurato al meridione”, oppure non ha senso pensare di lavorare a progetti general generici.
Un campo che vuole combattere per abbattere le diseguaglianze non può non vedere o far finta di non vedere che quella tra nord e sud è una diseguaglianza che viene sancita giorno dopo giorno, anno dopo anno, con leggi di investimento inique e mai attente al sud. Purtroppo al Sud ci sono ultimi più ultimi di altri, proprio grazie a queste politiche.
Andiamo quindi oltre la denuncia, passiamo alla proposta e pretendiamo risposte, altrimenti “l’Anno che verrà” sarà un altro anno che è passato.

Buon Anno !
Michele Dell’Edera

Vicepresidente nazionale Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti



Buon 2019 !

Scorrendo gli avvenimenti dell'ultimo anno si può tranquillamente affermare che anche nel 2018 il Partito del Sud è cresciuto in consapevolezza, adesioni, concretezza, visibilità, organizzazione e i suoi membri hanno svolto attività continua e politicamente proficua sui territori. 

Il nostro Partito intende proseguire nella strada tracciata della ricerca di sinergie con quei soggettiche, per visione e strategia politica, sono più vicini ai nostri ideali meridionalisti progressisti-gramsciani e con cui confermiamo di voler continuare a collaborare sinergicamente al fine di creare, anche in Europa, un fronte popolare coeso, inclusivo, serio e credibile, sulle orme di quella mobilitazione popolare che così bene ha figurato in occasione dell'ultimo Referendum Costituzionale.
In altre parole ci attende, come già l'anno scorso, un 2019 ancora di duro lavoro se vogliamo sempre più e meglio definire la nostra missione politica che, partendo da una proposta inclusiva, possa portare la nostra visione politica e con essa le reali necessità di sviluppo e crescita di tutto il Sud, in quell'ottica di riscatto non revanscista che sola può aiutarci, in connessione con le forze sane e non oscurantiste, per superare nel Paese quei pregiudizi che ne hanno ormai avvelenato l'anima e che solo se superati porteranno ad una nuova alba di progresso che tutti auspichiamo per il bene comune. L'auspicio è che questo 2019 possa portarci a compiere un ulteriore balzo in avanti, anche di consapevolezza, come singoli e come Partito.

Un augurio particolare a tutta la comunità del Partito del Sud, ai militanti, ai simpatizzanti, ai tanti amici che ci seguono sui social network, ai meridionalisti e alle loro famiglie.

Buon Anno!

Natale Cuccurese

Presidente nazionale Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti 



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Scorrendo gli avvenimenti dell'ultimo anno si può tranquillamente affermare che anche nel 2018 il Partito del Sud è cresciuto in consapevolezza, adesioni, concretezza, visibilità, organizzazione e i suoi membri hanno svolto attività continua e politicamente proficua sui territori. 

Il nostro Partito intende proseguire nella strada tracciata della ricerca di sinergie con quei soggettiche, per visione e strategia politica, sono più vicini ai nostri ideali meridionalisti progressisti-gramsciani e con cui confermiamo di voler continuare a collaborare sinergicamente al fine di creare, anche in Europa, un fronte popolare coeso, inclusivo, serio e credibile, sulle orme di quella mobilitazione popolare che così bene ha figurato in occasione dell'ultimo Referendum Costituzionale.
In altre parole ci attende, come già l'anno scorso, un 2019 ancora di duro lavoro se vogliamo sempre più e meglio definire la nostra missione politica che, partendo da una proposta inclusiva, possa portare la nostra visione politica e con essa le reali necessità di sviluppo e crescita di tutto il Sud, in quell'ottica di riscatto non revanscista che sola può aiutarci, in connessione con le forze sane e non oscurantiste, per superare nel Paese quei pregiudizi che ne hanno ormai avvelenato l'anima e che solo se superati porteranno ad una nuova alba di progresso che tutti auspichiamo per il bene comune. L'auspicio è che questo 2019 possa portarci a compiere un ulteriore balzo in avanti, anche di consapevolezza, come singoli e come Partito.

Un augurio particolare a tutta la comunità del Partito del Sud, ai militanti, ai simpatizzanti, ai tanti amici che ci seguono sui social network, ai meridionalisti e alle loro famiglie.

Buon Anno!

Natale Cuccurese

Presidente nazionale Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti 



 
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