domenica 20 febbraio 2022

VICENZA: LE PIU' COMPLESSE VICENDE DEL CONFINE ORIENTALE

Anche a Vicenza il Partito del Sud - Meridionalisti Progressisti....

Piazza Matteotti oggi Sabato 19 febbraio alle 16.30. È intervenuta la prof.ssa Alessandra Kersevan contro il becero e violento revisionismo storico delle destre fascioleghiste sulle complesse vicende del confine orientale. Un momento culturale, di liberta, ma soprattutto un momento "antifascista".

Un segnale anche per il sindaco di Vicenza Francesco Rucco che con un atto illiberale e antidemocratico ci ha negato la sala di villa Lattes adducendo la falsa motivazione di negazionismo.
Gli unici negazionisti sono le forze politiche di centrodestra che dall'istituzione del giorno del ricordo del 2004, usano il 10 febbraio come grimaldello per sabotare i fatti storici avvenuti e per infangare la Resistenza....






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Anche a Vicenza il Partito del Sud - Meridionalisti Progressisti....

Piazza Matteotti oggi Sabato 19 febbraio alle 16.30. È intervenuta la prof.ssa Alessandra Kersevan contro il becero e violento revisionismo storico delle destre fascioleghiste sulle complesse vicende del confine orientale. Un momento culturale, di liberta, ma soprattutto un momento "antifascista".

Un segnale anche per il sindaco di Vicenza Francesco Rucco che con un atto illiberale e antidemocratico ci ha negato la sala di villa Lattes adducendo la falsa motivazione di negazionismo.
Gli unici negazionisti sono le forze politiche di centrodestra che dall'istituzione del giorno del ricordo del 2004, usano il 10 febbraio come grimaldello per sabotare i fatti storici avvenuti e per infangare la Resistenza....






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lunedì 1 maggio 2017

INTERVISTA CON IL DOTT. ANDREA BALIA , VICEPRESIDENTE DEL PARTITO DEL SUD, DELEGATO DAL SINDACO DE MAGISTRIS ALLA COMMISSIONE PER LA TOPONOMASTICA DI NAPOLI [VIDEO]

https://www.youtube.com/watch?v=LI0DnV9lFLg


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https://www.youtube.com/watch?v=LI0DnV9lFLg


Video completo,con i diversi interventi,della cerimonia titolazione con lapide "Piazza Martiri di Pietrarsa" [VIDEO]

Video completo,con i diversi interventi,della cerimonia titolazione con lapide "Piazza Martiri di Pietrarsa" 1° Maggio 2017 in via Taverna del Ferro,angolo via Atripaldi - Quartiere S.Giovanni a Teduccio (Na) su proposta del Partito del Sud!



https://www.youtube.com/embed/4NzRM5URH04


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Video completo,con i diversi interventi,della cerimonia titolazione con lapide "Piazza Martiri di Pietrarsa" 1° Maggio 2017 in via Taverna del Ferro,angolo via Atripaldi - Quartiere S.Giovanni a Teduccio (Na) su proposta del Partito del Sud!



https://www.youtube.com/embed/4NzRM5URH04


PIETRARSA 1° MAGGIO:TITOLAZIONE PIAZZA MARTIRI DI PIETRARSA

A Pietrarsa un Primo Maggio in ricordo della prima strage operaia dell'Italia unita.
Come da proposta del 2013 in Commissione Toponomastica ad opera del Partito del Sud, a Napoli una Piazza in ricordo dei primi Martiri Operai, caduti in difesa del posto di lavoro sotto il fuoco dei bersaglieri del regio esercito.

Come da proposta del PARTITO DEL SUD, con relazione del Resp.le Regionale Campania arch.tto Bruno Pappalardo (http://www.partitodelsud.eu/2013/06/la-relazione-di-bruno-pappalardo-per-il.html?m=1) presentata da Andrea Balia (Delegato diretto del sindaco de Magistris in Commissione Toponomastica Comune di Napoli e Vicepresidente Partito del Sud) e a suo tempo deliberata, il 1° Maggio 2017 alle ore 12.45 si è svolta in Pietrarsa la cerimonia della titolazione di "Piazza Martiri di Pietrarsa-Operai trucidati il 6 agosto 1863 in difesa del lavoro" in ricordo della prima strage operaia in Italia. (Strada comunale Taverna del Ferro, angolo via Domenico Atripadi)

Ha presenziato il Sindaco Luigi de Magistris, l'Assessore Alessandra Clemente, il Prefetto, il Comando della Questura di Napoli, delegazioni del Partito del Sud dalla Campania, Puglia, Calabria, Basilicata, Emilia Romagna, Veneto, Lazio, Lombardia, Spagna, Grecia, Lussemburgo e altre istituzioni. Per il Partito del Sud ha parlato il Vicepresidente Nazionale Andrea Balia.

Fieri d'un risultato importante e concreto ottenuto in memoria dei martiri operai, delle grandi lotte operaie del Sud e della verità storica. Un grazie alla sensibilità del primo cittadino, all'attenzione della Commissione Toponomastica di Napoli e al Partito del Sud di Napoli.

Partito del Sud









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A Pietrarsa un Primo Maggio in ricordo della prima strage operaia dell'Italia unita.
Come da proposta del 2013 in Commissione Toponomastica ad opera del Partito del Sud, a Napoli una Piazza in ricordo dei primi Martiri Operai, caduti in difesa del posto di lavoro sotto il fuoco dei bersaglieri del regio esercito.

Come da proposta del PARTITO DEL SUD, con relazione del Resp.le Regionale Campania arch.tto Bruno Pappalardo (http://www.partitodelsud.eu/2013/06/la-relazione-di-bruno-pappalardo-per-il.html?m=1) presentata da Andrea Balia (Delegato diretto del sindaco de Magistris in Commissione Toponomastica Comune di Napoli e Vicepresidente Partito del Sud) e a suo tempo deliberata, il 1° Maggio 2017 alle ore 12.45 si è svolta in Pietrarsa la cerimonia della titolazione di "Piazza Martiri di Pietrarsa-Operai trucidati il 6 agosto 1863 in difesa del lavoro" in ricordo della prima strage operaia in Italia. (Strada comunale Taverna del Ferro, angolo via Domenico Atripadi)

Ha presenziato il Sindaco Luigi de Magistris, l'Assessore Alessandra Clemente, il Prefetto, il Comando della Questura di Napoli, delegazioni del Partito del Sud dalla Campania, Puglia, Calabria, Basilicata, Emilia Romagna, Veneto, Lazio, Lombardia, Spagna, Grecia, Lussemburgo e altre istituzioni. Per il Partito del Sud ha parlato il Vicepresidente Nazionale Andrea Balia.

Fieri d'un risultato importante e concreto ottenuto in memoria dei martiri operai, delle grandi lotte operaie del Sud e della verità storica. Un grazie alla sensibilità del primo cittadino, all'attenzione della Commissione Toponomastica di Napoli e al Partito del Sud di Napoli.

Partito del Sud









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giovedì 27 aprile 2017

PIETRARSA 1° MAGGIO 2017: CERIMONIA TITOLAZIONE PIAZZA "MARTIRI DI PIETRARSA"!

A Pietrarsa un Primo Maggio in ricordo della prima strage operaia dell'Italia unita. Come da proposta del 2013 in Commissione Toponomastica ad opera del Partito del Sud, a Napoli una Piazza in ricordo dei primi Martiri Operai, caduti in difesa del posto di lavoro sotto il fuoco dei bersaglieri del regio esercito.

Come da proposta del PARTITO DEL SUD, con relazione del Resp.le Regionale Campania arch.tto Bruno Pappalardo ( http://www.partitodelsud.eu/2013/06/la-relazione-di-bruno-pappalardo-per-il.html?m=1) presentata da Andrea Balia (Delegato diretto del sindaco de Magistris in Commissione Toponomastica Comune di Napoli e Vicepresidente Partito del Sud) e a suo tempo deliberata, il 1° Maggio 2017 alle ore 12.45 avverrà in Pietrarsa la cerimonia della titolazione di "Piazza Martiri di Pietrarsa-Operai trucidati il 6 agosto 1863 in difesa del lavoro" in ricordo della prima strage operaia in Italia. (Strada comunale Taverna del Ferro, angolo via Domenico Atripadi)

Presenzierà il Sindaco Luigi de Magistris, una delegazione del Partito del Sud e altre istituzioni.
Fieri d'un risultato importante e concreto ottenuto in memoria dei martiri operai, delle grandi lotte operaie del Sud e della verità storica.

Un grazie alla sensibilità del primo cittadino, all'attenzione della Commissione Toponomastica di Napoli e al Partito del Sud di Napoli.

Partito del Sud


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A Pietrarsa un Primo Maggio in ricordo della prima strage operaia dell'Italia unita. Come da proposta del 2013 in Commissione Toponomastica ad opera del Partito del Sud, a Napoli una Piazza in ricordo dei primi Martiri Operai, caduti in difesa del posto di lavoro sotto il fuoco dei bersaglieri del regio esercito.

Come da proposta del PARTITO DEL SUD, con relazione del Resp.le Regionale Campania arch.tto Bruno Pappalardo ( http://www.partitodelsud.eu/2013/06/la-relazione-di-bruno-pappalardo-per-il.html?m=1) presentata da Andrea Balia (Delegato diretto del sindaco de Magistris in Commissione Toponomastica Comune di Napoli e Vicepresidente Partito del Sud) e a suo tempo deliberata, il 1° Maggio 2017 alle ore 12.45 avverrà in Pietrarsa la cerimonia della titolazione di "Piazza Martiri di Pietrarsa-Operai trucidati il 6 agosto 1863 in difesa del lavoro" in ricordo della prima strage operaia in Italia. (Strada comunale Taverna del Ferro, angolo via Domenico Atripadi)

Presenzierà il Sindaco Luigi de Magistris, una delegazione del Partito del Sud e altre istituzioni.
Fieri d'un risultato importante e concreto ottenuto in memoria dei martiri operai, delle grandi lotte operaie del Sud e della verità storica.

Un grazie alla sensibilità del primo cittadino, all'attenzione della Commissione Toponomastica di Napoli e al Partito del Sud di Napoli.

Partito del Sud


mercoledì 19 aprile 2017

CONFERMATA A PIETRARSA 1° MAGGIO 2017 CERIMONIA TITOLAZIONE "MARTIRI DI PIETRARSA"!


Come da proposta del PARTITO DEL SUD, con relazione nel 2013 del Resp.le Regionale Campania arch.tto Bruno Pappalardo ( http://www.partitodelsud.eu/2013/06/la-relazione-di-bruno-pappalardo-per-il.html?m=1) presentata da Andrea Balia (Delegato diretto del sindaco de Magistris in Commissione Toponomastica Comune di Napoli e Vicepresidente Partito del Sud) e a suo tempo deliberata, il 1° Maggio 2017 (orario da comunicare a giorni) avverrà in Pietrarsa la cerimonia della titolazione con la lapide ai Martiri di Pietrarsa (prima strage operaia in Italia). Presenzierà il sindaco, una delegazione del Partito del Sud e altre istituzioni.

Fieri d'un risultato importante e concreto portato a casa nella memoria del grande Sud e della verità storica.
Un grazie alla sensibilità del primo cittadino, all'attenzione della Commissione preposta e al Partito del Sud.



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Come da proposta del PARTITO DEL SUD, con relazione nel 2013 del Resp.le Regionale Campania arch.tto Bruno Pappalardo ( http://www.partitodelsud.eu/2013/06/la-relazione-di-bruno-pappalardo-per-il.html?m=1) presentata da Andrea Balia (Delegato diretto del sindaco de Magistris in Commissione Toponomastica Comune di Napoli e Vicepresidente Partito del Sud) e a suo tempo deliberata, il 1° Maggio 2017 (orario da comunicare a giorni) avverrà in Pietrarsa la cerimonia della titolazione con la lapide ai Martiri di Pietrarsa (prima strage operaia in Italia). Presenzierà il sindaco, una delegazione del Partito del Sud e altre istituzioni.

Fieri d'un risultato importante e concreto portato a casa nella memoria del grande Sud e della verità storica.
Un grazie alla sensibilità del primo cittadino, all'attenzione della Commissione preposta e al Partito del Sud.



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martedì 28 marzo 2017

L'UFFICIO STAMPA DEL PARTITO DEL SUD SCRIVE ALLA REDAZIONE DE "LA STAMPA" PER UNA PRECISAZIONE

Gentile Redazione de "La Stampa",
nel vostro articolo di ieri sulle manifestazioni del 25 marzo a Roma, ci avete citati come "Partito del Sud progressista e borbonico".
Vi ringraziamo per averci menzionato correttamente tra i partecipanti alla manifestazione pacifica del 25/03 partita da Piazza Vittorio, manifestazione per un'altra Europa possibile diversa da quella attuale, cioè piu' giusta e piu' solidale, e anche per averci citato correttamente come movimento "progressista" ma, visto anche il tono dell'articolo, dobbiamo precisare, a futura memoria, due righe sul termine "borbonico" utilizzato nello stesso, termine che spesso in questo paese viene utilizzato a sproposito e quasi sempre in modo dispregiativo, come quando si parla di "burocrazia borbonica" quando invece si dovrebbe parlare più correttamente di "burocrazia sabauda" visto che quella abbiamo ereditato e subito per decenni.
In un paese dalle etichette e stereotipi facili, quindi dobbiamo precisare che il termine "borbonico" ci sta bene se vuole indicare un riferimento e una critica storica a COME è stata fatta l'unità d'Italia come del resto dicono i meridionalisti classici da Gramsci, a Dorso, a Salvemini, ai quali ci ispiriamo....non ci sta bene se indica, come spesso vuol far trasparire una certo tipo di storiografia, un movimento reazionario, ultra-cattolico e nostalgico di antiche monarchie e antichi confini...visto che siamo orgogliosamente repubblicani e dalla nostra vera storia guardiamo verso il futuro, per un paese davvero unito con l'applicazione integrale della nostra bella Costituzione repubblicana (se si applicasse l'articolo 3 la "questione meridionale" non esisterebbe ancora oggi dopo piu' di 150 anni....) e per un'Europa diversa, senza muri e paure e non dominata dagli interessi dalla finanza, ma piu' giusta , piu' democratica e solidale, con a cuore i veri interessi dei propri cittadini, senza doppie velocità o distinzioni tra Europa del Sud ed Europa del Nord, per non diventare l'Italia stessa una colonia di interessi finanziari stranieri e il Mezzogiorno a sua volta una colonia di una colonia.




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Gentile Redazione de "La Stampa",
nel vostro articolo di ieri sulle manifestazioni del 25 marzo a Roma, ci avete citati come "Partito del Sud progressista e borbonico".
Vi ringraziamo per averci menzionato correttamente tra i partecipanti alla manifestazione pacifica del 25/03 partita da Piazza Vittorio, manifestazione per un'altra Europa possibile diversa da quella attuale, cioè piu' giusta e piu' solidale, e anche per averci citato correttamente come movimento "progressista" ma, visto anche il tono dell'articolo, dobbiamo precisare, a futura memoria, due righe sul termine "borbonico" utilizzato nello stesso, termine che spesso in questo paese viene utilizzato a sproposito e quasi sempre in modo dispregiativo, come quando si parla di "burocrazia borbonica" quando invece si dovrebbe parlare più correttamente di "burocrazia sabauda" visto che quella abbiamo ereditato e subito per decenni.
In un paese dalle etichette e stereotipi facili, quindi dobbiamo precisare che il termine "borbonico" ci sta bene se vuole indicare un riferimento e una critica storica a COME è stata fatta l'unità d'Italia come del resto dicono i meridionalisti classici da Gramsci, a Dorso, a Salvemini, ai quali ci ispiriamo....non ci sta bene se indica, come spesso vuol far trasparire una certo tipo di storiografia, un movimento reazionario, ultra-cattolico e nostalgico di antiche monarchie e antichi confini...visto che siamo orgogliosamente repubblicani e dalla nostra vera storia guardiamo verso il futuro, per un paese davvero unito con l'applicazione integrale della nostra bella Costituzione repubblicana (se si applicasse l'articolo 3 la "questione meridionale" non esisterebbe ancora oggi dopo piu' di 150 anni....) e per un'Europa diversa, senza muri e paure e non dominata dagli interessi dalla finanza, ma piu' giusta , piu' democratica e solidale, con a cuore i veri interessi dei propri cittadini, senza doppie velocità o distinzioni tra Europa del Sud ed Europa del Nord, per non diventare l'Italia stessa una colonia di interessi finanziari stranieri e il Mezzogiorno a sua volta una colonia di una colonia.




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sabato 18 giugno 2016

111 ANNI FA, IL 18 Giugno 1905, MORIVA IL MIO AVO CARMINE CROCCO...

Ormai da un po’ di anni, in un misto d’orgoglio e tristezza, assolgo al dovere di ricordare che in data odierna di 111 anni fa lasciava la vita terrena nel carcere di Portoferraio il mio avo da ramo materno Carmine Crocco detto il “Donatelli” (e non l’inverso come erroneamente talvolta si dice), forse il capobrigante più famoso per le sue gesta passato alla storia come emblema del brigantaggio, fenomeno di resistenza postunitaria.

Catturato,processato,fu lasciato morire in carcere.
Da piccolo,in famiglia si raccontavano e ricordavano le sue imprese, sottraendole subito però alla curiosità di noi bambini, per un malinteso senso di minorità a parlare di cose tanto delicate, quasi da doverle sottacere. La verità può tardare, avere tempi lunghi, ma inevitabilmente arriva e reclama il conto.

Interessandomi di meridionalismo, da ormai 26 anni ho avuto modo di sapere, approfondire, avere informazioni da mio cugino Giovanni Crocco (stesso nome di mio nonno materno) che ne ha ricavate in quel di Rionero in Vulture (Pz), paesino della Basilicata natìo di Carmine Crocco, dove ricordo infatti mia madre Elisa Crocco con mio padre erano stati ”sfollati” in tempo di guerra, approfittando di residui di parentela.

E’ un’eredità di sicuro portatrice d’un suo peso ma anche di tanta fierezza per ciò che rappresenta : la resistenza indomita del popolo del Sud, all’occupazione, ai soprusi e ad un’unità, magari non discutibile nel suo fine ultimo, ma attuata in modo vessatorio e d’annessione con espropri e delitti e, cosa ancor più insopportabile, occultata nella sua verità storica.

Resta alto e fiero l’insegnamento di resistenza e lotta,quanto mai attuale, alle malefatte verso la nostra terra e la sua gente e l’anelito al riscatto, all’organizzazione, pur se con metodi democratici e pacifici, per la riappropriazione orgogliosa del senso di appartenenza territoriale.

Andrea Balìa
Vicepresidente Nazionale del Partito del Sud



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Ormai da un po’ di anni, in un misto d’orgoglio e tristezza, assolgo al dovere di ricordare che in data odierna di 111 anni fa lasciava la vita terrena nel carcere di Portoferraio il mio avo da ramo materno Carmine Crocco detto il “Donatelli” (e non l’inverso come erroneamente talvolta si dice), forse il capobrigante più famoso per le sue gesta passato alla storia come emblema del brigantaggio, fenomeno di resistenza postunitaria.

Catturato,processato,fu lasciato morire in carcere.
Da piccolo,in famiglia si raccontavano e ricordavano le sue imprese, sottraendole subito però alla curiosità di noi bambini, per un malinteso senso di minorità a parlare di cose tanto delicate, quasi da doverle sottacere. La verità può tardare, avere tempi lunghi, ma inevitabilmente arriva e reclama il conto.

Interessandomi di meridionalismo, da ormai 26 anni ho avuto modo di sapere, approfondire, avere informazioni da mio cugino Giovanni Crocco (stesso nome di mio nonno materno) che ne ha ricavate in quel di Rionero in Vulture (Pz), paesino della Basilicata natìo di Carmine Crocco, dove ricordo infatti mia madre Elisa Crocco con mio padre erano stati ”sfollati” in tempo di guerra, approfittando di residui di parentela.

E’ un’eredità di sicuro portatrice d’un suo peso ma anche di tanta fierezza per ciò che rappresenta : la resistenza indomita del popolo del Sud, all’occupazione, ai soprusi e ad un’unità, magari non discutibile nel suo fine ultimo, ma attuata in modo vessatorio e d’annessione con espropri e delitti e, cosa ancor più insopportabile, occultata nella sua verità storica.

Resta alto e fiero l’insegnamento di resistenza e lotta,quanto mai attuale, alle malefatte verso la nostra terra e la sua gente e l’anelito al riscatto, all’organizzazione, pur se con metodi democratici e pacifici, per la riappropriazione orgogliosa del senso di appartenenza territoriale.

Andrea Balìa
Vicepresidente Nazionale del Partito del Sud



sabato 11 giugno 2016

A VICENZA UNA PIAZZA INTITOLATA ALLA CITTA' DI PONTELANDOLFO

A VICENZA UNA PIAZZA INTITOLATA ALLA CITTA' DI PONTELANDOLFO

PRESENTE ALL'EVENTO UNA DELEGAZIONE DELLA SEZIONE DI VICENZA DEL PARTITO DEL SUD CHE NELLA PERSONA DI FILIPPO ROMEO, PRESENTE, COME INDIPENDENTE, NELLA LISTA VARIATI ALLE ULTIME ELEZIONI AMMINISTRATIVE DI VICENZA, HA CALDEGGIATO E PERORARATO LE NOSTRE IDEE MERIDIONALISTE PROGRESSISTE-GRAMSCIANE E NATURALMENTE QUESTA INIZIATIVA.



Le celebrazioni per l'Unità d'Italia, avvenute nel 2011, sono state un momento importante anche per ricordare verità storiche e pagine non degne del processo unitario e restituire onore e giustizia a miglia di vittime innocenti. 
Si è iniziato a cogliere finalmente l'occasione per analizzare con onestà e serenità il complesso svolgimento del processo di unificazione del Paese, ribadendone il carattere sostanzialmente progressivo ma anche cercando di riconoscerne gli errori e i limiti che hanno comportato gravi sofferenze per molti degli italiani stessi. 
Seppur in ritardo, è necessario, per poter dire che l’unità sia pienamente realizzata, affrontare questa e altre ferite aperte, nella convinzione che la verità, e non la rimozione, sia la terapia migliore per lenire le lacerazioni del passato per superarle nei valori della modernità democratica consolidata dalla Costituzione Repubblicana del 1948. Mai come in questo caso è necessario ribadire che la verità rafforza l’unità. Come affermato in cerimonie diverse anche dai Sindaci di Gaeta e Reggio Emilia durante la consegna del primo tricolore alla città di Pontelandolfo.

In questo quadro, per noi meridionalisti progressisti, ma direi per tutti i cittadini di questo paese, è stato particolarmente significativo il gesto compiuto dal Sindaco Variati che si è recato il 15 agosto 2011 a Pontelandolfo, una delle città martiri del sud, a chiedere scusa per il massacro colà perpetrato nel 1861 da una colonna piemontese al comando di un colonnello originario della città berica; impegnandosi pubblicamente ad intitolare, come tangibile segno di riconciliazione, una via di Vicenza alla città di Pontelandolfo. 

L'eccidio di Pontelandolfo, compiuto da una colonna di 400 bersaglieri il 14 agosto del 1861, è tra le pagine più oscure del Risorgimento. La vicenda si inquadra nell'anno più caldo del cosiddetto brigantaggio post-unitario. 
L'11 agosto 1861, 41 dei 44 soldati al comando furono uccisi da uomini della banda Giordano nei pressi di Pontelandolfo, una zona dove da giorni erano in corso azioni di resistenza ad opera di bande di ex soldati borbonici. 
Dopo la morte dei 41 soldati, fu comandata un'azione di rappresaglia militare a Pontelandolfo e Casalduni. Il luogotenente Enrico Cialdini, disse che di Pontelandolfo non doveva rimanere più pietra su pietra. L'azione militare fu spietata, la colonna di soldati distrusse l'intero paese radendolo al suolo, uccidendo un migliaio di persone innocenti, fra cui donne, bambini, anziani. E’da quel lontano giorno del 1861 che Pontelandolfo attendeva che venisse riconosciuto il massacro.

Sabato 11 Giugno 2016 il Sindaco Variati inaugurando Piazza Pontelandolfo a Vicenza ha mantenuto fede alla parola data quel 15 agosto del 2011.
Oggi è una giornata di festa per noi Meridionalisti Progressisti del Partito del Sud, che abbiamo partecipato a questa cerimonia, e per tutti gli uomini liberi di questo paese.  Dopo tante incomprensioni da oggi Pontelandolfo e Vicenza sono più vicine all’insegna dell’onestà intellettuale e della verità storica. Complimenti Sindaco Variati e Sindaco Rinaldi, grazie!

Filippo Romeo
Coord. Regionale Veneto del PdelSUD











IL SINDACO RINALDI DI PONTELANDOLFO CON FILIPPO ROMEO COORD. PdSUD




FILIPPO ROMEO CON IL SINDACO DI VICENZA ACHILLE VARIATI E IL SINDACO DI PONTELANDOLFO RINALDI

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A VICENZA UNA PIAZZA INTITOLATA ALLA CITTA' DI PONTELANDOLFO

PRESENTE ALL'EVENTO UNA DELEGAZIONE DELLA SEZIONE DI VICENZA DEL PARTITO DEL SUD CHE NELLA PERSONA DI FILIPPO ROMEO, PRESENTE, COME INDIPENDENTE, NELLA LISTA VARIATI ALLE ULTIME ELEZIONI AMMINISTRATIVE DI VICENZA, HA CALDEGGIATO E PERORARATO LE NOSTRE IDEE MERIDIONALISTE PROGRESSISTE-GRAMSCIANE E NATURALMENTE QUESTA INIZIATIVA.



Le celebrazioni per l'Unità d'Italia, avvenute nel 2011, sono state un momento importante anche per ricordare verità storiche e pagine non degne del processo unitario e restituire onore e giustizia a miglia di vittime innocenti. 
Si è iniziato a cogliere finalmente l'occasione per analizzare con onestà e serenità il complesso svolgimento del processo di unificazione del Paese, ribadendone il carattere sostanzialmente progressivo ma anche cercando di riconoscerne gli errori e i limiti che hanno comportato gravi sofferenze per molti degli italiani stessi. 
Seppur in ritardo, è necessario, per poter dire che l’unità sia pienamente realizzata, affrontare questa e altre ferite aperte, nella convinzione che la verità, e non la rimozione, sia la terapia migliore per lenire le lacerazioni del passato per superarle nei valori della modernità democratica consolidata dalla Costituzione Repubblicana del 1948. Mai come in questo caso è necessario ribadire che la verità rafforza l’unità. Come affermato in cerimonie diverse anche dai Sindaci di Gaeta e Reggio Emilia durante la consegna del primo tricolore alla città di Pontelandolfo.

In questo quadro, per noi meridionalisti progressisti, ma direi per tutti i cittadini di questo paese, è stato particolarmente significativo il gesto compiuto dal Sindaco Variati che si è recato il 15 agosto 2011 a Pontelandolfo, una delle città martiri del sud, a chiedere scusa per il massacro colà perpetrato nel 1861 da una colonna piemontese al comando di un colonnello originario della città berica; impegnandosi pubblicamente ad intitolare, come tangibile segno di riconciliazione, una via di Vicenza alla città di Pontelandolfo. 

L'eccidio di Pontelandolfo, compiuto da una colonna di 400 bersaglieri il 14 agosto del 1861, è tra le pagine più oscure del Risorgimento. La vicenda si inquadra nell'anno più caldo del cosiddetto brigantaggio post-unitario. 
L'11 agosto 1861, 41 dei 44 soldati al comando furono uccisi da uomini della banda Giordano nei pressi di Pontelandolfo, una zona dove da giorni erano in corso azioni di resistenza ad opera di bande di ex soldati borbonici. 
Dopo la morte dei 41 soldati, fu comandata un'azione di rappresaglia militare a Pontelandolfo e Casalduni. Il luogotenente Enrico Cialdini, disse che di Pontelandolfo non doveva rimanere più pietra su pietra. L'azione militare fu spietata, la colonna di soldati distrusse l'intero paese radendolo al suolo, uccidendo un migliaio di persone innocenti, fra cui donne, bambini, anziani. E’da quel lontano giorno del 1861 che Pontelandolfo attendeva che venisse riconosciuto il massacro.

Sabato 11 Giugno 2016 il Sindaco Variati inaugurando Piazza Pontelandolfo a Vicenza ha mantenuto fede alla parola data quel 15 agosto del 2011.
Oggi è una giornata di festa per noi Meridionalisti Progressisti del Partito del Sud, che abbiamo partecipato a questa cerimonia, e per tutti gli uomini liberi di questo paese.  Dopo tante incomprensioni da oggi Pontelandolfo e Vicenza sono più vicine all’insegna dell’onestà intellettuale e della verità storica. Complimenti Sindaco Variati e Sindaco Rinaldi, grazie!

Filippo Romeo
Coord. Regionale Veneto del PdelSUD











IL SINDACO RINALDI DI PONTELANDOLFO CON FILIPPO ROMEO COORD. PdSUD




FILIPPO ROMEO CON IL SINDACO DI VICENZA ACHILLE VARIATI E IL SINDACO DI PONTELANDOLFO RINALDI

lunedì 25 aprile 2016

MIO NONNO ERA PARTIGIANO

 Di Susy Terzo

...la storia della civiltà in età romantica fu sentita e riscritta dalle popolazioni dell' Europa centrale ; prima fra tutte, la Germania che, con la sua Kulturgeschische riprese l'incipit della Germania di Tacito: "...una razza pura senza mescolanze, che non assomiglia che a se stessa". 
Il concetto di razza si fuse con quello di identità, si intrecciò, ingarbugliandosi, con quello di civiltà e da lì in poi divenne storia... quella imbevuta di orroried atrocità.

Bastò un travisamento di natura prima filologica e poi semantica, ed ecco le truppe nemiche invadere il mondo... ci ritrovammo coi fucili puntati alle spalle. Delle tante guerre che l'Italia combatté , quella del 25 aprile non fu semplicemente "Resistenza", ma Vera, Giusta, guerra "patriottica" di liberazione dallo straniero e, da parte dei comunisti, dei socialisti e degli azionisti, fu anche una lotta per una maggiore giustizia sociale. Ma fu anche guerra civile, come la definiva in quei due anni la stampa clandestina di sinistra. 

La Resistenza italiana ebbe la complessità di quella degli altri paesi europei, ma da noi, in particolare al Sud, ebbe un sostegno di massa: i partigiani, vennero sempre aiutati, sostenuti e protetti dalla popolazione.
Il tentativo di Mussolini di trovare un sostegno nella classe operaia nella "socializzazione" delle fabbriche, recuperando alcuni elementi anticapitalistici del programma fascista delle origini fallì.
Mio nonno era partigiano, scappò dalla Grecia ed impiegò mesi e mesi per ritornare. 

Scampato più volte alla decimazione, ha rivendicato, assieme a molti altri, il sangue di quei compagni, sparso dovunque ma fecondo di seme di giustizia ... ha desiderato, assieme agli oppressi d'Italia, la libertà e l'ha ottenuta.

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 Di Susy Terzo

...la storia della civiltà in età romantica fu sentita e riscritta dalle popolazioni dell' Europa centrale ; prima fra tutte, la Germania che, con la sua Kulturgeschische riprese l'incipit della Germania di Tacito: "...una razza pura senza mescolanze, che non assomiglia che a se stessa". 
Il concetto di razza si fuse con quello di identità, si intrecciò, ingarbugliandosi, con quello di civiltà e da lì in poi divenne storia... quella imbevuta di orroried atrocità.

Bastò un travisamento di natura prima filologica e poi semantica, ed ecco le truppe nemiche invadere il mondo... ci ritrovammo coi fucili puntati alle spalle. Delle tante guerre che l'Italia combatté , quella del 25 aprile non fu semplicemente "Resistenza", ma Vera, Giusta, guerra "patriottica" di liberazione dallo straniero e, da parte dei comunisti, dei socialisti e degli azionisti, fu anche una lotta per una maggiore giustizia sociale. Ma fu anche guerra civile, come la definiva in quei due anni la stampa clandestina di sinistra. 

La Resistenza italiana ebbe la complessità di quella degli altri paesi europei, ma da noi, in particolare al Sud, ebbe un sostegno di massa: i partigiani, vennero sempre aiutati, sostenuti e protetti dalla popolazione.
Il tentativo di Mussolini di trovare un sostegno nella classe operaia nella "socializzazione" delle fabbriche, recuperando alcuni elementi anticapitalistici del programma fascista delle origini fallì.
Mio nonno era partigiano, scappò dalla Grecia ed impiegò mesi e mesi per ritornare. 

Scampato più volte alla decimazione, ha rivendicato, assieme a molti altri, il sangue di quei compagni, sparso dovunque ma fecondo di seme di giustizia ... ha desiderato, assieme agli oppressi d'Italia, la libertà e l'ha ottenuta.

giovedì 17 marzo 2016

Il 17 marzo noi non festeggiamo!!!

Probabilmente non esisterebbe il Partito del Sud se non fosse stato per lo shock dovuto alla scoperta di cosa realmente è stato il cosiddetto “risorgimento” per il meridione d’Italia. Tant’è che anche nello statuto del Partito Del Sud è presente un punto che sottolinea la nostra linea identitaria, culturale e storica e non a caso a livello nazionale il Partito del Sud nacque proprio a Gaeta quasi 10 anni fa e non a caso il nostro movimento nacque proprio dopo iniziative locali nella stessa Gaeta del nostro Antonio Ciano che lì già da anni parlava di questi argomenti storici in ottica revisionista e fu il primo autore di un libro polemico e sanguigno come “I Savoia ed il massacro del Sud” che ha avuto parecchi lettori e molti di questi che si sono avvicinati, anche dopo questa lettura, alla causa meridionalista. E non è la prima volta che parliamo e protestiamo contro l'istituzione di una festa nazionale il 17 marzo....

In effetti parecchi di noi sono rimasti colpiti dalla scoperta di una verità a lungo nascosta dalla storiografia ufficiale e mai studiata a scuola, di sapere di stragi, di fucilazioni sommarie, la legge Pica, l’eccidio di Bronte, l’assedio di Gaeta, Casalduni e Pontelandolfo, Fenestrelle, etc etc, tutti episodi oramai ben noti e sui quali non ci interessa disquisire a lungo su numeri e sui fatti, una cosa in sintesi oramai è certa e nota a molte più persone di anni fa, la storia non è quella che ci hanno raccontato di “liberatori” venuti dal nord e che ci hanno portato “libertà” e “progresso”. Certo non vogliamo esagerare cifre, numeri e fatti e lasciamo agli storici il compito di continuare ad indagare, senza preconcetti o verità precostituite, non vogliamo nemmeno basarci su questi fatti per rivendicazioni nostalgiche o impossibili ritorni al passato, ma la nostra Storia è importante e va studiata, approfondita e compresa per bene, senza trascurare alcune fonti e accettarne solo altre e senza liquidare un periodo importante come quello del Regno delle Due Sicilie con le sue (molte) luci ed (alcune) ombre solo in base alla lettura del vincitore piemontese e garibaldino.
Se consideriamo la lista delle stragi post-unitarie, soprattutto quelle commesse nel nome della cosiddetta “guerra al brigantaggio”, questa è lunghissima, e non è per mancanza di rispetto che non citiamo altri luoghi martiri per la mano sanguinaria del “fratello d’Italia” giunto dal Piemonte con il fucile carico, e parlante una lingua sconosciuta, e che da fratello proprio non si è comportato….su questi argomenti oramai c’è una letteratura molto vasta, alla quale si sono aggiunti negli ultimi anni giornalisti e storici seri come il nostro amico Gigi Di Fiore e soprattutto persone semplici ma oneste e con la voglia di spulciare archivi e fonti d’epoca come il nostro Presidente Onorario Antonio Ciano, un antesignano del revisionismo meridionalista.
Uno dei luoghi simbolo di questa tragedia nascosta è il Real Ponte Borbonico, gioiello di arte e di architettura, voluto da un grande Re come Ferdinando II col suo napoletanissimo “lassate fa ‘o uaglione”, dette l’incarico a Luigi Giura.  E’ per noi un luogo simbolo per tante cose,  innanzitutto dimostra una volontà ed una grande capacità tecnica e realizzativa che avevamo nel nostro ex Regno con il primo ponte sospeso in Italia e nell’Europa continentale, e paragonata alla povertà di strutture di oggi del nostro Sud questo ci dice tante cose, ma il Ponte è anche il luogo di un’ importante battaglia tra borbonici e piemontesi, con una strenua difesa dei “nostri” soldati rimasti fedele al loro Re e che parlavano napoletano o abruzzese o pugliese o calabrese. Questi nostri soldati che avevano prima respinto i garibaldini e poi inizialmente sul Garigliano avevano ben difeso le postazione e respinto i primi attacchi dei bersaglieri piemontesi, furono costretti a ritirarsi solo dopo l’abbandono della nave francese e l’arrivo delle navi piemontesi che iniziarono a cannoneggiare i borbonici che furono così stretti tra due fuochi; fu l’ultima battaglia prima poi di Mola e dell’assedio di Gaeta, quindi la battaglia sul Garigliano fu tra gli ultimi episodi della  resistenza all’invasore di un Regno all’epoca riconosciuto da tutti gli Stati e trattati internazionali.
Abbiamo saputo che proprio presso il “nostro” Real Ponte sul Garigliano, che ha resistito parecchi altri decenni e addirittura fino alla 2 guerra mondiale quando fu bombardato e solo recentemente ben restaurato, sarà nei prossimi giorni oggetto di un evento. Quest’evento fatto proprio di 17 marzo, data di proclamazione di quel Regno d’Italia che di fatto fu un estensione territoriale del Regno di Sardegna aggressore del Sud (non a caso Vittorio Emanuele II restò Vittorio Emanuele II e la prima legislatura del neonato Regno d’Itala fu l’VIII legislatura…) , fatta proprio lì sul Ponte e che vuole ricordare i 155 anni dell’unità d’Italia,  a nostro avviso manca di rispetto alle migliaia di meridionali e non che si sentono offesi da questa data utilizzata come ricorrenza.
Non per rinnegare un’unità oramai raggiunta, anche se ancora scarsamente praticata nei diritti fondamentali, ma noi ci sentiamo offesi dal festeggiare il 17 marzo, offesi da una festa che osanna un aggressore che ha stuprato donne e bambini fin sopra gli altari sacri delle chiese dove si erano rifugiati i nostri contadini, ha massacrato anche preti e vecchi,  donne e bambini che ha bruciato vivi nelle loro umili case. Erano i nostri avi, il nostro popolo. Una festa inopportuna, e inopportunamente voluta in uno dei luoghi simbolo di quello che a mezzogiorno ancora non è perdonato del tutto e ancora non è ben digerito, soprattutto se poi all’origine del colonialismo  del belpaese che ci ha visti sempre come “briganti o emigranti”. Un luogo oserei dire SACRO il nostro Real Ponte sul Garigliano, un po’ come lo è il fiume Sand Creek (per un episodio di strage avvenuta singolarmente negli stessi anni guarda caso…) per i nativi americani. E un po’ come festeggiare Hitler davanti al museo dell’olocausto di Tel Aviv o davanti ai cancelli di Auschwitz oppure festeggiare Ataturk nella strade di Armenia. Perlomeno inopportuno, se vogliamo essere buoni e un pugno nello stomaco bello e buono al meridione, alla sua storia e alla sua gente. Noi il 17 marzo non festeggiamo!
Ci meraviglia molto intanto, che tale iniziativa venga promossa proprio da chi della storia e dell’archeologia ne fa un mestiere. E il coinvolgimento delle scolaresche locali, per incidere ancora una volta su quella storia scritta dai vincitori che studiano a scuola e un altro pugno nello stomaco per chi come noi vorrebbe studiare la vera storia, e non quelle favolette eroiche deamicisiane che nulla hanno a che fare con la storia.

Per rispetto alla nostra storia e alla nostra identità, senza nessuna volontà nostalgica o separatista e nel pieno rispetto delle leggi del nostro paese, noi protestiamo contro questa festa irriverente che avrà luogo la mattina del 17 marzo e contro chiunque vuole festeggiare questa data e ricorrenza per noi nefasta ed anzi invitiamo pacificamente i nostri iscritti e simpatizzanti a manifestare con noi in loco contro questa festa, come già fatto in passato a Gaeta ed in altri luoghi. 
Il 17 marzo noi del Partito del Sud non festeggiamo!




Antonio Rosato & Enzo Riccio
Partito del Sud - Lazio

http://partitodelsud-roma.blogspot.com
www.partitodelsud.eu

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Probabilmente non esisterebbe il Partito del Sud se non fosse stato per lo shock dovuto alla scoperta di cosa realmente è stato il cosiddetto “risorgimento” per il meridione d’Italia. Tant’è che anche nello statuto del Partito Del Sud è presente un punto che sottolinea la nostra linea identitaria, culturale e storica e non a caso a livello nazionale il Partito del Sud nacque proprio a Gaeta quasi 10 anni fa e non a caso il nostro movimento nacque proprio dopo iniziative locali nella stessa Gaeta del nostro Antonio Ciano che lì già da anni parlava di questi argomenti storici in ottica revisionista e fu il primo autore di un libro polemico e sanguigno come “I Savoia ed il massacro del Sud” che ha avuto parecchi lettori e molti di questi che si sono avvicinati, anche dopo questa lettura, alla causa meridionalista. E non è la prima volta che parliamo e protestiamo contro l'istituzione di una festa nazionale il 17 marzo....

In effetti parecchi di noi sono rimasti colpiti dalla scoperta di una verità a lungo nascosta dalla storiografia ufficiale e mai studiata a scuola, di sapere di stragi, di fucilazioni sommarie, la legge Pica, l’eccidio di Bronte, l’assedio di Gaeta, Casalduni e Pontelandolfo, Fenestrelle, etc etc, tutti episodi oramai ben noti e sui quali non ci interessa disquisire a lungo su numeri e sui fatti, una cosa in sintesi oramai è certa e nota a molte più persone di anni fa, la storia non è quella che ci hanno raccontato di “liberatori” venuti dal nord e che ci hanno portato “libertà” e “progresso”. Certo non vogliamo esagerare cifre, numeri e fatti e lasciamo agli storici il compito di continuare ad indagare, senza preconcetti o verità precostituite, non vogliamo nemmeno basarci su questi fatti per rivendicazioni nostalgiche o impossibili ritorni al passato, ma la nostra Storia è importante e va studiata, approfondita e compresa per bene, senza trascurare alcune fonti e accettarne solo altre e senza liquidare un periodo importante come quello del Regno delle Due Sicilie con le sue (molte) luci ed (alcune) ombre solo in base alla lettura del vincitore piemontese e garibaldino.
Se consideriamo la lista delle stragi post-unitarie, soprattutto quelle commesse nel nome della cosiddetta “guerra al brigantaggio”, questa è lunghissima, e non è per mancanza di rispetto che non citiamo altri luoghi martiri per la mano sanguinaria del “fratello d’Italia” giunto dal Piemonte con il fucile carico, e parlante una lingua sconosciuta, e che da fratello proprio non si è comportato….su questi argomenti oramai c’è una letteratura molto vasta, alla quale si sono aggiunti negli ultimi anni giornalisti e storici seri come il nostro amico Gigi Di Fiore e soprattutto persone semplici ma oneste e con la voglia di spulciare archivi e fonti d’epoca come il nostro Presidente Onorario Antonio Ciano, un antesignano del revisionismo meridionalista.
Uno dei luoghi simbolo di questa tragedia nascosta è il Real Ponte Borbonico, gioiello di arte e di architettura, voluto da un grande Re come Ferdinando II col suo napoletanissimo “lassate fa ‘o uaglione”, dette l’incarico a Luigi Giura.  E’ per noi un luogo simbolo per tante cose,  innanzitutto dimostra una volontà ed una grande capacità tecnica e realizzativa che avevamo nel nostro ex Regno con il primo ponte sospeso in Italia e nell’Europa continentale, e paragonata alla povertà di strutture di oggi del nostro Sud questo ci dice tante cose, ma il Ponte è anche il luogo di un’ importante battaglia tra borbonici e piemontesi, con una strenua difesa dei “nostri” soldati rimasti fedele al loro Re e che parlavano napoletano o abruzzese o pugliese o calabrese. Questi nostri soldati che avevano prima respinto i garibaldini e poi inizialmente sul Garigliano avevano ben difeso le postazione e respinto i primi attacchi dei bersaglieri piemontesi, furono costretti a ritirarsi solo dopo l’abbandono della nave francese e l’arrivo delle navi piemontesi che iniziarono a cannoneggiare i borbonici che furono così stretti tra due fuochi; fu l’ultima battaglia prima poi di Mola e dell’assedio di Gaeta, quindi la battaglia sul Garigliano fu tra gli ultimi episodi della  resistenza all’invasore di un Regno all’epoca riconosciuto da tutti gli Stati e trattati internazionali.
Abbiamo saputo che proprio presso il “nostro” Real Ponte sul Garigliano, che ha resistito parecchi altri decenni e addirittura fino alla 2 guerra mondiale quando fu bombardato e solo recentemente ben restaurato, sarà nei prossimi giorni oggetto di un evento. Quest’evento fatto proprio di 17 marzo, data di proclamazione di quel Regno d’Italia che di fatto fu un estensione territoriale del Regno di Sardegna aggressore del Sud (non a caso Vittorio Emanuele II restò Vittorio Emanuele II e la prima legislatura del neonato Regno d’Itala fu l’VIII legislatura…) , fatta proprio lì sul Ponte e che vuole ricordare i 155 anni dell’unità d’Italia,  a nostro avviso manca di rispetto alle migliaia di meridionali e non che si sentono offesi da questa data utilizzata come ricorrenza.
Non per rinnegare un’unità oramai raggiunta, anche se ancora scarsamente praticata nei diritti fondamentali, ma noi ci sentiamo offesi dal festeggiare il 17 marzo, offesi da una festa che osanna un aggressore che ha stuprato donne e bambini fin sopra gli altari sacri delle chiese dove si erano rifugiati i nostri contadini, ha massacrato anche preti e vecchi,  donne e bambini che ha bruciato vivi nelle loro umili case. Erano i nostri avi, il nostro popolo. Una festa inopportuna, e inopportunamente voluta in uno dei luoghi simbolo di quello che a mezzogiorno ancora non è perdonato del tutto e ancora non è ben digerito, soprattutto se poi all’origine del colonialismo  del belpaese che ci ha visti sempre come “briganti o emigranti”. Un luogo oserei dire SACRO il nostro Real Ponte sul Garigliano, un po’ come lo è il fiume Sand Creek (per un episodio di strage avvenuta singolarmente negli stessi anni guarda caso…) per i nativi americani. E un po’ come festeggiare Hitler davanti al museo dell’olocausto di Tel Aviv o davanti ai cancelli di Auschwitz oppure festeggiare Ataturk nella strade di Armenia. Perlomeno inopportuno, se vogliamo essere buoni e un pugno nello stomaco bello e buono al meridione, alla sua storia e alla sua gente. Noi il 17 marzo non festeggiamo!
Ci meraviglia molto intanto, che tale iniziativa venga promossa proprio da chi della storia e dell’archeologia ne fa un mestiere. E il coinvolgimento delle scolaresche locali, per incidere ancora una volta su quella storia scritta dai vincitori che studiano a scuola e un altro pugno nello stomaco per chi come noi vorrebbe studiare la vera storia, e non quelle favolette eroiche deamicisiane che nulla hanno a che fare con la storia.

Per rispetto alla nostra storia e alla nostra identità, senza nessuna volontà nostalgica o separatista e nel pieno rispetto delle leggi del nostro paese, noi protestiamo contro questa festa irriverente che avrà luogo la mattina del 17 marzo e contro chiunque vuole festeggiare questa data e ricorrenza per noi nefasta ed anzi invitiamo pacificamente i nostri iscritti e simpatizzanti a manifestare con noi in loco contro questa festa, come già fatto in passato a Gaeta ed in altri luoghi. 
Il 17 marzo noi del Partito del Sud non festeggiamo!




Antonio Rosato & Enzo Riccio
Partito del Sud - Lazio

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www.partitodelsud.eu

17 Marzo: Non ci può essere unità se non c’è uguaglianza. Cosa dovremmo festeggiare ?


Tre anni fa il Partito del Sud uscì con un interessante documento sul perché non ancora si possa festeggiare il 17 marzo l’Unità d’Italia. Non si può festeggiare non perché si è separatisti o nostalgici, non si può festeggiare perché in 155 anni non si è costruito un Paese uguale. Fino a quando non ci sarà uguaglianza vorremmo sapere qui a sud cosa avremmo da festeggiare. Fino a che si parlerà di Italia per enunciare dati positivi e di Sud quando si vogliono mettere in risalto negatività non ci potrà essere alcuna festa. 


Ecco l’ottimo documento del Partito del Sud.
Ci accingiamo a festeggiare il 17 marzo l’Unità d’Italia e ancora una volta, purtroppo, il rischio (molto concreto) è che la retorica prenda il sopravvento sulla sostanza.
L’Unità d’Italia acquista valore se gli italiani sono messi in condizioni di unità davanti alle sfide del futuro e del presente.
Non ci può essere unità se non c’è uguaglianza. E’ per questo motivo che il Partito del Sud invita istituzioni e cittadini a riflettere su quanto della sbandierata unità oggi è stato attuato a 152 anni dalla proclamazione (in francese) del Regno d’Italia.
Quello che oggi sappiamo è:
  • Che la storia che viene raccontata e fatta studiare nelle scuole non è ciò che è veramente accaduto 152 (155 nel 2016 ndr) anni fa.
  • Che il Sud non era così arretrato così come lo si è voluto dipingere
  • Che l’emigrazione dalle nostre terre  è iniziata dopo 1861
  • Che la chiusura delle fabbriche, fiore all’occhiello del sud, si è avuta dopo l’Unità d’Italia
  • Che il Brigantaggio non è stato un evento di delinquenza comune, ma è stato anche, e soprattutto, rivolta ai soprusi degli occupanti e dei signori subito passati con i vincitori.
  • Che al Sud, ancora oggi, non ci sono ferrovie degne di questo nome
  • Che al Sud, non ci sono investimenti infrastrutturali degni di questo nome
  • Che al Sud, gli interessi bancari sono più elevati che al nord
  • Che al Sud, le assicurazioni costano di più e che non è vero che al sud ci sono più truffe che in altre parti d’Italia (dati ISVAP)
  • Che le assicurazioni auto sono obbligatorie e che quindi i cittadini del Sud onesti non possono essere discriminati rispetto a quelli del nord. (articolo 3 della Costituzione)
  • Che l’agricoltura e l’agroalimentare sono l’ossatura portante della nostra economia e che invece vengono considerati come un elemento secondario del PIL.
  • Che ciò che nei decenni è stato spacciato come intervento straordinario al sud da parte dello stato, si è rivelato in realtà un intervento sostituivo di quanto l’Italia doveva al Sud.
  • Che non è vero che il Sud vive alle spalle del Nord.
  • Che non è vero che il sistema universitario del Sud sia peggiore di quello del nord pur in presenza di investimenti minori, di forte discriminazione e di un’infima propaganda.
  • Che quasi la totalità degli interventi per favorire le imprese al Sud sono finiti alle imprese del nord che sono venute, hanno intercettato i finanziamenti e poi sono scappate via.
  • Che il Sud è visto solo come un grande immenso mercato.
  • Che il Sud non deve intraprendere.
  • Che al Sud è concesso, per disperazione, di subire solo  il ricatto o lavoro o salute
  • Che il Sud è visto, grazie a una connivenza vomitevole tra malavita, politica e imprese senza scrupoli (quasi sempre del nord), come una grande discarica.
  • Che sulle scuole del Sud si investe molto meno (quasi nulla) rispetto alle scuole del nord
  • Che le risorse del sud, petrolio, energie alternative, risorse varie del suolo e del sottosuolo, sono prelevate al sud per arricchire aziende del nord o del resto d’Europa per lasciare al sud solo l’inquinamento
  • Che il Sud non merita una classe politica pronta a cedere tutto per un piatto di lenticchie
  • Che tutti gli italiani hanno il diritto, con le preferenze, di votare gli uomini e le donne che li rappresentano.

Allora, se è vero tutto questo, chiediamo quanto meno di festeggiare la verità.
L’Unità si costruisce con i fatti, l’attenzione alle persone,
ai cittadini e non con la retorica.

Buon 17 Marzo !”

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Tre anni fa il Partito del Sud uscì con un interessante documento sul perché non ancora si possa festeggiare il 17 marzo l’Unità d’Italia. Non si può festeggiare non perché si è separatisti o nostalgici, non si può festeggiare perché in 155 anni non si è costruito un Paese uguale. Fino a quando non ci sarà uguaglianza vorremmo sapere qui a sud cosa avremmo da festeggiare. Fino a che si parlerà di Italia per enunciare dati positivi e di Sud quando si vogliono mettere in risalto negatività non ci potrà essere alcuna festa. 


Ecco l’ottimo documento del Partito del Sud.
Ci accingiamo a festeggiare il 17 marzo l’Unità d’Italia e ancora una volta, purtroppo, il rischio (molto concreto) è che la retorica prenda il sopravvento sulla sostanza.
L’Unità d’Italia acquista valore se gli italiani sono messi in condizioni di unità davanti alle sfide del futuro e del presente.
Non ci può essere unità se non c’è uguaglianza. E’ per questo motivo che il Partito del Sud invita istituzioni e cittadini a riflettere su quanto della sbandierata unità oggi è stato attuato a 152 anni dalla proclamazione (in francese) del Regno d’Italia.
Quello che oggi sappiamo è:
  • Che la storia che viene raccontata e fatta studiare nelle scuole non è ciò che è veramente accaduto 152 (155 nel 2016 ndr) anni fa.
  • Che il Sud non era così arretrato così come lo si è voluto dipingere
  • Che l’emigrazione dalle nostre terre  è iniziata dopo 1861
  • Che la chiusura delle fabbriche, fiore all’occhiello del sud, si è avuta dopo l’Unità d’Italia
  • Che il Brigantaggio non è stato un evento di delinquenza comune, ma è stato anche, e soprattutto, rivolta ai soprusi degli occupanti e dei signori subito passati con i vincitori.
  • Che al Sud, ancora oggi, non ci sono ferrovie degne di questo nome
  • Che al Sud, non ci sono investimenti infrastrutturali degni di questo nome
  • Che al Sud, gli interessi bancari sono più elevati che al nord
  • Che al Sud, le assicurazioni costano di più e che non è vero che al sud ci sono più truffe che in altre parti d’Italia (dati ISVAP)
  • Che le assicurazioni auto sono obbligatorie e che quindi i cittadini del Sud onesti non possono essere discriminati rispetto a quelli del nord. (articolo 3 della Costituzione)
  • Che l’agricoltura e l’agroalimentare sono l’ossatura portante della nostra economia e che invece vengono considerati come un elemento secondario del PIL.
  • Che ciò che nei decenni è stato spacciato come intervento straordinario al sud da parte dello stato, si è rivelato in realtà un intervento sostituivo di quanto l’Italia doveva al Sud.
  • Che non è vero che il Sud vive alle spalle del Nord.
  • Che non è vero che il sistema universitario del Sud sia peggiore di quello del nord pur in presenza di investimenti minori, di forte discriminazione e di un’infima propaganda.
  • Che quasi la totalità degli interventi per favorire le imprese al Sud sono finiti alle imprese del nord che sono venute, hanno intercettato i finanziamenti e poi sono scappate via.
  • Che il Sud è visto solo come un grande immenso mercato.
  • Che il Sud non deve intraprendere.
  • Che al Sud è concesso, per disperazione, di subire solo  il ricatto o lavoro o salute
  • Che il Sud è visto, grazie a una connivenza vomitevole tra malavita, politica e imprese senza scrupoli (quasi sempre del nord), come una grande discarica.
  • Che sulle scuole del Sud si investe molto meno (quasi nulla) rispetto alle scuole del nord
  • Che le risorse del sud, petrolio, energie alternative, risorse varie del suolo e del sottosuolo, sono prelevate al sud per arricchire aziende del nord o del resto d’Europa per lasciare al sud solo l’inquinamento
  • Che il Sud non merita una classe politica pronta a cedere tutto per un piatto di lenticchie
  • Che tutti gli italiani hanno il diritto, con le preferenze, di votare gli uomini e le donne che li rappresentano.

Allora, se è vero tutto questo, chiediamo quanto meno di festeggiare la verità.
L’Unità si costruisce con i fatti, l’attenzione alle persone,
ai cittadini e non con la retorica.

Buon 17 Marzo !”

venerdì 19 febbraio 2016

La lingua italiana….ed alcune riflessioni sul napoletano e siciliano ( di A. Rosato)

Di Antonio Rosato

Sebbene il ruolo della lingua italiana non sia contemplato nella Costituzione, si è provveduto nel 1999 a legiferare qualcosa in merito che avesse come scopo sia quello di tutelare le minoranze linguistiche, sia quello di unire lo stivale almeno linguisticamente. L’art. 1 della legge n. 482 del 15 dicembre 1999 dice e ordina al popolo italiano che la sola lingua ufficiale è l’italiano. 

Seppur, come detto, la tutela delle minoranze linguistiche sarde (anche qui parliamo di una lingua...), albanesi, slovene, croate, germaniche, franco-provenzale, greche, occitane, ladine, friulane, perfino catalane  sono tutelate,  non c’è il napoletano e il siciliano, che, seppur lingue riconosciute dall’UNESCO,  non sono tutelate dalla legge n.482 sopracitata. 

Questo se mai ve ne fosse bisogno testimonia la sensibilità che le istituzioni riservano al meridione. E parliamo di napoletano e siciliano che non possono essere considerati dialetti,  ma sono "Lingue" vere e proprie, di cui del primo ad esempio abbiamo prime tracce già nella lingua osca a Pompei nel 79 d.c..

Ma il napoletano, il siciliano e le loro varianti come dialetti meridionali,  possiedono una ricchissima tradizione letteraria, ad iniziare da quel documento del 960 del famoso "Placito di Capua" considerato il primo documento in lingua italiana, seppur di fatto, poi, è in napoletano. Nel medioevo, a Montecassino, i monaci benedettini furono particolarmente sensibili all’interesse letterario e a alla pubblicazione di manoscritti che già nel XI secolo erano in volgare e napoletano il cui pregio stilistico fu eguagliato solo tre secoli dopo da poeti toscani come Dante ad esempio, che utilizzò in qualche occasione, a quanto sembra, anche lui lo stile e la lingua appena descritti . Le stesse prose di San Benedetto ne sono la testimonianza storica letteraria.  L’inizio del volgare si affinò e i poeti siciliani nel XIII secolo, piantano i semi nel terreno di quella che successivamente maturò come letteratura italiana vera e propria, aprendo una nuova ed importante era letteraria italiana. 

Chi conosce Basile, ed ha letto il suo capolavoro tradotto successivamente da Benedetto Croce, “Lu Cunto dè li Cunti”, non farà fatica a capire quanto detto fin’ora, e non farà fatica a capire che la prosa e la letteratura meridionale sono l’impianto  di quella che solo oggi conosciamo come lingua italiana. Mi fa specie che tutta questa popò di storia, cultura letteraria autoctona non venga riconosciuta dallo stato alla stessa maniera del croato o albanese. Possiamo parlare greco o tedesco in Alto Adige se vogliamo, e redigerne anche documenti ufficiali in quei posti o comuni dove queste lingue sono tutelate. Ma guai se scritte in napoletano o siciliano seppur lingue parlate da oltre 12 milioni di persone. Mi fa specie che per legge dovremmo promuovere, parlare e scrivere in lingua italiana, ma poi sono per primi i parlamentari a trasgredire a questa legge. 

Basta pensare alla valanga di termini inglesi..."Stepchild adoption", si legge e sente in questi giorni a proposito di Unioni civili, "Welfare" tanto di moda nei palazzi della politica romana, jobs act, spread, il Premier (una volta Presidente del Consiglio) ma adesso forse fa più figo Premier...ticket, bond, addirittura TROIKA, che all’inizio sembrava una parolaccia, e potremmo riempire pagine e pagine di termini che non dovrebbero essere utilizzati per legge. 

Ma il Napoletano no. Il siciliano guai. 

Anche nello sport l’inquinamento anglofono prende piede facendo prendere di fatto ancor di più le distanze da quelle lingue che una volta si esportavano da sole all’estero in letteratura, canzoni, teatro etc etc. Quella che da bambino ricordavo come Pallacanestro, adesso e Basket. Quello che una volta era “'O pallone”, il calcio, adesso è football. Quando si ascoltava la radio “tutto il calcio minuto per minuto” si aspettava il calcio di rigore e si discuteva sul fuori gioco e il successivo gol venuto da un calcio d’angolo. Adesso sono diventate Penalty, off side, corner. Carnera e Nino Benvenuti erano dei pugili che tenevano sveglia l’Italia intera. Adesso sarebbero dei boxeur. Eppure se vai in Giappone, Vietnam, Nuova Zelanda o Russia conoscono “ 'O Sole mio” scritta nel 1898 parola per parola, “'O surdato 'nnammurato” del 1915, “Santa Lucia” del 1848, “Te voglio bene assaje” del 1839,  “Ciuri ciuri” del 1833 e tante altre ancora, sono state, e forse lo sono ancora,  la sola lingua italica conosciuta fuori dallo stivale. Eppure conosciuta e riconosciuta all’estero, ma straniera e condannata in patria a favore di altre lingue lontanissime da noi e che ancora non tutti comprendono in Italia. 

Penso che la coscienza identitaria che c’è in ogni uno di noi, dovrebbe prevalere e non permettere la distruzione di un patrimonio genetico culturale che ci appartiene visceralmente. Dobbiamo sforzarci di insegnare ai nostri figli la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia. 

Il dialetto o meglio la lingua nostra, soprattutto nel caso di napoletano o siciliano, non è una vergogna o un segnale di ignoranza, bensì un patrimonio immenso che va preservato e tramandato. Rispettiamo quello che ci impone lo stato e usiamo la lingua italiana. Ma chiamiamolo fuori gioco invece che off side. Giochiamo a pallacanestro invece che a Basket. Assieme ai libri in lingua madre in inglese, compriamo e leggiamo ai nostri bambini “Lu cunto degli cunti”. E agli insegnati non penso sia vietato, ad esempio, preparare i bambini a recitare prima del pranzo di Natale davanti a papà e mamma,  una poesia di Salvatore Di Giacomo dedicata al Natale. Lingua italiana imposta non vuol dire cancellare millenni di cultura. Tutti possiamo fare qualcosa, e se iniziamo ad usare qualche parola in inglese di meno e la lingua dei nostri padri in più, forse renderemo un servigio all’umanità e ai nostri posteri che forse apprezzeranno più di quanto magari si immagina oggi. L’identità, la cultura, le tradizioni, la letteratura, la sua storia, non può essere cancella da nessuno, e tutti noi abbiamo il dovere di preservarla e il diritto di divulgarla. Da un secolo e mezzo subiamo questa oppressione culturale, e ancora oggi facciamo tanta fatica a darle il peso che meriterebbe. I tempi non sono ancora maturi al cento per cento, ma come diceva de Filippo “ adda passa a nuttata”.


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Di Antonio Rosato

Sebbene il ruolo della lingua italiana non sia contemplato nella Costituzione, si è provveduto nel 1999 a legiferare qualcosa in merito che avesse come scopo sia quello di tutelare le minoranze linguistiche, sia quello di unire lo stivale almeno linguisticamente. L’art. 1 della legge n. 482 del 15 dicembre 1999 dice e ordina al popolo italiano che la sola lingua ufficiale è l’italiano. 

Seppur, come detto, la tutela delle minoranze linguistiche sarde (anche qui parliamo di una lingua...), albanesi, slovene, croate, germaniche, franco-provenzale, greche, occitane, ladine, friulane, perfino catalane  sono tutelate,  non c’è il napoletano e il siciliano, che, seppur lingue riconosciute dall’UNESCO,  non sono tutelate dalla legge n.482 sopracitata. 

Questo se mai ve ne fosse bisogno testimonia la sensibilità che le istituzioni riservano al meridione. E parliamo di napoletano e siciliano che non possono essere considerati dialetti,  ma sono "Lingue" vere e proprie, di cui del primo ad esempio abbiamo prime tracce già nella lingua osca a Pompei nel 79 d.c..

Ma il napoletano, il siciliano e le loro varianti come dialetti meridionali,  possiedono una ricchissima tradizione letteraria, ad iniziare da quel documento del 960 del famoso "Placito di Capua" considerato il primo documento in lingua italiana, seppur di fatto, poi, è in napoletano. Nel medioevo, a Montecassino, i monaci benedettini furono particolarmente sensibili all’interesse letterario e a alla pubblicazione di manoscritti che già nel XI secolo erano in volgare e napoletano il cui pregio stilistico fu eguagliato solo tre secoli dopo da poeti toscani come Dante ad esempio, che utilizzò in qualche occasione, a quanto sembra, anche lui lo stile e la lingua appena descritti . Le stesse prose di San Benedetto ne sono la testimonianza storica letteraria.  L’inizio del volgare si affinò e i poeti siciliani nel XIII secolo, piantano i semi nel terreno di quella che successivamente maturò come letteratura italiana vera e propria, aprendo una nuova ed importante era letteraria italiana. 

Chi conosce Basile, ed ha letto il suo capolavoro tradotto successivamente da Benedetto Croce, “Lu Cunto dè li Cunti”, non farà fatica a capire quanto detto fin’ora, e non farà fatica a capire che la prosa e la letteratura meridionale sono l’impianto  di quella che solo oggi conosciamo come lingua italiana. Mi fa specie che tutta questa popò di storia, cultura letteraria autoctona non venga riconosciuta dallo stato alla stessa maniera del croato o albanese. Possiamo parlare greco o tedesco in Alto Adige se vogliamo, e redigerne anche documenti ufficiali in quei posti o comuni dove queste lingue sono tutelate. Ma guai se scritte in napoletano o siciliano seppur lingue parlate da oltre 12 milioni di persone. Mi fa specie che per legge dovremmo promuovere, parlare e scrivere in lingua italiana, ma poi sono per primi i parlamentari a trasgredire a questa legge. 

Basta pensare alla valanga di termini inglesi..."Stepchild adoption", si legge e sente in questi giorni a proposito di Unioni civili, "Welfare" tanto di moda nei palazzi della politica romana, jobs act, spread, il Premier (una volta Presidente del Consiglio) ma adesso forse fa più figo Premier...ticket, bond, addirittura TROIKA, che all’inizio sembrava una parolaccia, e potremmo riempire pagine e pagine di termini che non dovrebbero essere utilizzati per legge. 

Ma il Napoletano no. Il siciliano guai. 

Anche nello sport l’inquinamento anglofono prende piede facendo prendere di fatto ancor di più le distanze da quelle lingue che una volta si esportavano da sole all’estero in letteratura, canzoni, teatro etc etc. Quella che da bambino ricordavo come Pallacanestro, adesso e Basket. Quello che una volta era “'O pallone”, il calcio, adesso è football. Quando si ascoltava la radio “tutto il calcio minuto per minuto” si aspettava il calcio di rigore e si discuteva sul fuori gioco e il successivo gol venuto da un calcio d’angolo. Adesso sono diventate Penalty, off side, corner. Carnera e Nino Benvenuti erano dei pugili che tenevano sveglia l’Italia intera. Adesso sarebbero dei boxeur. Eppure se vai in Giappone, Vietnam, Nuova Zelanda o Russia conoscono “ 'O Sole mio” scritta nel 1898 parola per parola, “'O surdato 'nnammurato” del 1915, “Santa Lucia” del 1848, “Te voglio bene assaje” del 1839,  “Ciuri ciuri” del 1833 e tante altre ancora, sono state, e forse lo sono ancora,  la sola lingua italica conosciuta fuori dallo stivale. Eppure conosciuta e riconosciuta all’estero, ma straniera e condannata in patria a favore di altre lingue lontanissime da noi e che ancora non tutti comprendono in Italia. 

Penso che la coscienza identitaria che c’è in ogni uno di noi, dovrebbe prevalere e non permettere la distruzione di un patrimonio genetico culturale che ci appartiene visceralmente. Dobbiamo sforzarci di insegnare ai nostri figli la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia. 

Il dialetto o meglio la lingua nostra, soprattutto nel caso di napoletano o siciliano, non è una vergogna o un segnale di ignoranza, bensì un patrimonio immenso che va preservato e tramandato. Rispettiamo quello che ci impone lo stato e usiamo la lingua italiana. Ma chiamiamolo fuori gioco invece che off side. Giochiamo a pallacanestro invece che a Basket. Assieme ai libri in lingua madre in inglese, compriamo e leggiamo ai nostri bambini “Lu cunto degli cunti”. E agli insegnati non penso sia vietato, ad esempio, preparare i bambini a recitare prima del pranzo di Natale davanti a papà e mamma,  una poesia di Salvatore Di Giacomo dedicata al Natale. Lingua italiana imposta non vuol dire cancellare millenni di cultura. Tutti possiamo fare qualcosa, e se iniziamo ad usare qualche parola in inglese di meno e la lingua dei nostri padri in più, forse renderemo un servigio all’umanità e ai nostri posteri che forse apprezzeranno più di quanto magari si immagina oggi. L’identità, la cultura, le tradizioni, la letteratura, la sua storia, non può essere cancella da nessuno, e tutti noi abbiamo il dovere di preservarla e il diritto di divulgarla. Da un secolo e mezzo subiamo questa oppressione culturale, e ancora oggi facciamo tanta fatica a darle il peso che meriterebbe. I tempi non sono ancora maturi al cento per cento, ma come diceva de Filippo “ adda passa a nuttata”.


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giovedì 11 febbraio 2016

Il Partito del Sud presente a Gaeta per rispetto ad una città simbolo della nostra identità

Una delegazione del Partito del Sud del Lazio, con il Coordinatore regionale Antonio Rosato. insieme ad Enzo Riccio del Direttivo Nazionale ed ovviamente il "padrone di casa" Antonio Ciano, nostro Presidente Onorario e capo-brigante di Gaeta, era presente sabato scorso 6 febbraio all'evento di Gaeta.
Nel rispetto delle differenze di vedute e soprattutto di strategie, non possiamo non condividere un omaggio commosso alla "fedelissima" città simbolo dell'identità meridionale, simbolo di una tenace "resistenza" all'invasione militare portata dai piemontesi, e l'omaggio ad una grande figura storica come quella di Carlo di Borbone, che è stato ricordato nello scorso settimana da Gaeta e sarà ricordato presto anche a Napoli, nella nostra "Capitale", durante il prossimo maggio dei monumenti, anche grazie ad una giunta sempre più autonoma e meridionalista.

Ovviamente secondo noi non bisogna confondere i simboli con la realtà, cullando illusioni nostalgiche di impossibili ritorni al passato o peggio ancora velleità separatiste basate sul nulla. Anche la grande partecipazione all'evento, il sabato la sala era piena con centinaia di partecipanti, per noi non basta ad illuderci che questo cambi subito le cose per la nostra terra....ma cerchiamo di inaugurare una nuova stagione verso altri movimenti e associazioni che, invece delle polemiche inutili e sterili, sia foriera di unità sulle cose e sulle azioni che ci uniscono, come il rispetto dell'identità e della nostra vera storia, insieme al rispetto delle strategie diverse per raggiungere lo scopo comune di liberazione della nostra terra, liberazione da uno stato coloniale che perdura da più di 150 anni. La nostra strategia del perseguimento della strada culturale e politica, di matrice progressista, è chiara; saremo rispettosi anche di idee e strategie diverse dalle nostre, ovviamente se gli altri saranno rispettosi di noi e delle nostre idee ed iniziative.


Enzo Riccio
Partito del Sud


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Una delegazione del Partito del Sud del Lazio, con il Coordinatore regionale Antonio Rosato. insieme ad Enzo Riccio del Direttivo Nazionale ed ovviamente il "padrone di casa" Antonio Ciano, nostro Presidente Onorario e capo-brigante di Gaeta, era presente sabato scorso 6 febbraio all'evento di Gaeta.
Nel rispetto delle differenze di vedute e soprattutto di strategie, non possiamo non condividere un omaggio commosso alla "fedelissima" città simbolo dell'identità meridionale, simbolo di una tenace "resistenza" all'invasione militare portata dai piemontesi, e l'omaggio ad una grande figura storica come quella di Carlo di Borbone, che è stato ricordato nello scorso settimana da Gaeta e sarà ricordato presto anche a Napoli, nella nostra "Capitale", durante il prossimo maggio dei monumenti, anche grazie ad una giunta sempre più autonoma e meridionalista.

Ovviamente secondo noi non bisogna confondere i simboli con la realtà, cullando illusioni nostalgiche di impossibili ritorni al passato o peggio ancora velleità separatiste basate sul nulla. Anche la grande partecipazione all'evento, il sabato la sala era piena con centinaia di partecipanti, per noi non basta ad illuderci che questo cambi subito le cose per la nostra terra....ma cerchiamo di inaugurare una nuova stagione verso altri movimenti e associazioni che, invece delle polemiche inutili e sterili, sia foriera di unità sulle cose e sulle azioni che ci uniscono, come il rispetto dell'identità e della nostra vera storia, insieme al rispetto delle strategie diverse per raggiungere lo scopo comune di liberazione della nostra terra, liberazione da uno stato coloniale che perdura da più di 150 anni. La nostra strategia del perseguimento della strada culturale e politica, di matrice progressista, è chiara; saremo rispettosi anche di idee e strategie diverse dalle nostre, ovviamente se gli altri saranno rispettosi di noi e delle nostre idee ed iniziative.


Enzo Riccio
Partito del Sud


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sabato 6 febbraio 2016

A NAPOLI TITOLATA UNA STRADA AI MARTIRI DI PIETRARSA GRAZIE ALLA PROPOSTA DEI DELEGATI DEL PARTITO DEL SUD IN COMMISSIONE TOPONOMASTICA DEL COMUNE DI NAPOLI, COME DA RIUNIONE DEL 12 GIUGNO 2013. GRAZIE SINDACO DE MAGISTRIS, GRAZIE PARTITO DEL SUD!



Martiri di Pietrarsa: dopo San Giorgio a Cremano, anche Napoli dedicherà una strada
La Commissione Toponomastica presieduta dal sindaco de Magistris ha deliberato nuove scelte per le strade cittadine. Agli operai trucidati il 6 agosto 1863 sarà dedicata una via della Sesta Municipalità. Previste intitolazioni anche per Elena Croce, John Lennon e George Harrison
Dopo San Giorgio a Cremano, anche Napoli dedica una strada ai Martiri di Pietrarsa. La Commissione Toponomastica, presieduta dal sindaco Luigi de Magistris, ha «deciso di intitolare un luogo della città, nella Sesta Municipalità, ai Martiri di Pietrarsa, mentre in zona Posillipo, nei pressi di Salita Villanova, ci sarà l’intitolazione di un toponimo dedicato ad Elena Croce», sottolinea un comunicato del Comune di Napoli
La Sesta Municipalità di Napoli è quella che comprende i quartieri Ponticelli, Barra e San Giovanni a Teduccio. Proprio quest’ultimo, presumibilmente, sarà il rione dove troverà spazio la via dedicata agli operai trucidati il 6 agosto 1863, data la vicinanza dell’allora opificio borbonico.
A tal proposito riportiamo dal nostro sito la relazione di Bruno Pappalardo per il Partito del Sud sui Martiri di Pietrarsa alla Commissione Toponomastica del Comune di Napoli.
Riportiamo a futura memoria anche perchè riteniamo il documento degno di nota e come ringraziamento doveroso al nostro Dirigente napoletano Bruno Pappalardo, la sua relazione sui Martiri di Pietrarsa, che è stata a suo tempo consegnata al sindaco di Napoli Luigi de Magistris, e argomento di discussione approvazione per una piazza o strada da nominare nella prima seduta del 12 Giugno 2013 della Commissione Toponomastica del Comune di Napoli.
Alla Commissione Toponomastica cittadina del Comune di Napoli - Uffici
Palazzo San Giacomo – S E D E
Napoli, 13.05.2013
OGGETTO: richiesta di nuovo toponimo per iscrizione de’ “ i MARTIRI DI PIETRARSA”
Il PARTITO DEL SUD,
nel pieno rispetto della tutela dell’ attuale storia toponomastica di Napoli, del suo assetto linguistico dei luoghi crede che bisognerà curare anche le nuove denominazioni, nel pieno rispetto dell'identità culturale e civile della città. Esse in passato hanno prodotto quei toponimi tradizionali, quelli storici formatisi spontaneamente nella tradizione orale e quelli di eventi successivi afferenti alle vicende della storia della città come dell’Italia.
Talvolta si è mancato di ricordare il nome e l’evento.
Talvolta si è cancellato il nome e l’evento.
Talvolta, invece, si è nascosto il nome e l’evento.
Nell’ipotesi di nuove denominazioni, ossia quelle collimanti alla logica naturale di un dinamismo storico riformista - e non vacuo revisionismo - , dunque, proprio riguardanti quei processi storici generanti da un innegabile documentario, allora, si dovranno onorare i nomi o i fatti di quelle vicende, in tanti casi tragici, che hanno investito la vita della città e del Paese.
Il Partito del Sud ritiene, tuttavia,di tener da conto tutte quelle esistenti, purché abbiano ancora mantenuto la virtù del segno del probo agire, del vero eroismo, del martirio, della legalità e dunque dell’ indubitabile valore.
Considerando, dunque, che da questo si sono aggiunte al giudizio storico nuovi elementi, nuove valutazioni, questi non possono essere separatati dai luoghi in cui si generarono e avvennero. La città deve diventare un testo, un racconto urbico e umano che ha la necessità di mostrare una nuova grammatica perché non resti muta. Essa si muove e determina nuovi segni, genesi di nuove narrazioni, di felici o tragiche scoperte e ritrovati siti rinvigorendo la memoria della propria storia e cultura umana e insegnandone la lettura
A tal fine e nella piena consapevolezza di offrire il giusto esempio che attende solo la legittimità storica e semantica, il Partito del Sud,
CHIEDE
che vengano celebrati i martiri dimenticati della sua città, quelli di Pietrarsa con l’apposizione di lapide o istallazione stradale o urbana da definire
I MARTIRI DI PIETRARSA: rappresentazione dei fatti
Erano le tre del pomeriggio del 6 agosto del 1863.
Sui cancelli dell’opificio di Pietrarsa, - il primo e il più grande in assoluto in tutta l’Italia, posto proprio sul confine tra San Giovanni a Teduccio e San Giorgio-Portici -, degli operai aprono ignari a un gruppo di bersaglieri.
Non potevano sapere, inermi e sprovveduti, quale sciagura sarebbe accaduta in un baleno da quell’atto.
Erano stati chiamati dal un tale Zimmermann un fidato dirigente dell’impresa Bozza, che aveva chiesto la presenza del Delegato della Polizia con un primo soccorso di sei di quelli alla cancellata.
Nasceva dal timore che la massa di circa 600 operai, che s’era invelenita e aggruppata proprio nel primo grande piazzale davanti all’accesso, stavano impegnandosi in cori di protesta. La cosa aveva allarmato il nuovo proprietario della fabbrica, il signor Jacopo Bozza, “… uomo di dubbia fama, ex impiegato del Borbone, già proprietario e direttore del giornale
“La Patria” che vendutosi al nuovo governo aveva avuto, in merzede la concessione di Pietrarsa.
Quel pomeriggio era atterrito! Pare che allontanandosi di corsa inciampasse per ben tre volte. La storia era diventata insopportabile!
Dei 1050 operai, assunti e cresciuti durante i 15 anni di attività, ossia dal 1840, giorno in cui Ferdinando II inaugurò l’officina, ebbene nel 1861 s’erano già ridotti a 800.
Le maestranza sapevano che taluni appalti già s’avviavano verso la settentrionale Ansaldo che impiegava la metà degli operai.
Ma la corsa al trasferimento o smobilitazione di tutte le risorse industriali del meridione aveva preso una perversa velocità.
Dopo l’Inghilterra e la Francia, il polo industriale di massima produzione e prosperità, era proprio quello del Regno delle Due Sicilie. La diminuzione dei dazi sulle importazioni ed esportazioni aveva accresciuto enormemente il divario di produzione e benessere tra il meridione e il povero Nord e “Non ci si può stupire, a questo punto,che nel 1856, l’Esposizione Internazionale di Parigi abbia premiato il Regno Delle Due Sicilie come terzo paese al mondo per sviluppo industriale”.
Forse fu, invece un losco compagno del Bozza, un certo Pinto, ex impiegato e collaboratore che chiese una intera guarnigione di bersaglieri presente in Portici. Non sappiamo come furono raccontati i fatti al Maggiore.
Ai restanti operai, poco meno di 600, era stato assicurato il rientro dei 440 circa messi diciamo in attesa. Venne detto loro che bisognava ulteriormente diminuire la paga e aumentare le ore di lavoro, da 10 a 11 ore ad dì e la paga ch’era di 35 grana era già intanto passata a 30. Il contratto d’appalto non prevedeva questo come neppure l’allontanamento dei compagni. Era inspiegabile che le commesse sparissero. Si minacciava il licenziamento di altri 200 maestranze. Il 31 Luglio 1863 gli operai scendono ad appena 458 ma se ne prevedono altri. Allora, i residuiminacciarono di lasciare la fabbrica a fronte dell’insulsa ingiustizia e offesa alla loro professionalità. Chiedevano, allora il certificato di “buon servito” che veniva negato. Ecco i fatti!
Trascriviamo ciò che venne raccolto da Aldo Jaco, pagg.215-216“il brigantaggio meridionale:
“ Ma ecco che invece giunsero i bersaglieri con le baionette in canna: gli operai stessi che erano tutti inermi aprirono il cancello, ed i soldati con impeto inqualificabile si slanciarono su di essi sparando i fucili e tirando colpi baionetta alla cieca, trattandoli da briganti e non da cittadini italiani, qual erano quegli infelici!...Il capitano che dirigeva i lavori ( era piemontese e interno alla fabbrica per altri incarichi) e del quale abbiamo accennato più sopra, si fece innanzi con kèpi in mano, e gridando a nome del Re fece cessare l’ira soldatesca (…) Fu una scena di sangue che amareggerà l’anima di ogni italiano, che farà meravigliare gli stranieri e gioire i nemici interni. Cinque operai rimasero morti (sul piazzale) per quanto si asserisce: altri che gettaronsi in mare, cercando di salvarsi a nuoto, ebbero delle fucilate nell’acqua, e due restarono cadaveri. I feriti son in tutto venti: sette feriti gravemente furono trasportati all’Ospedale de’ Pellegrini altri andarono nelle proprie case”
Quel pomeriggio, in quel piazzale, nacque il primo sciopero di lavoratori a cui erano stato sottratto, col sangue, appannaggi e diritti concordati ma avvenne anche il primo eccidio spietato e inumano contro una massa impotente che difendeva non solo i propri diritti per il lavoro, mai visto e sentito prima in qualsiasi parte del mondo, ma soprattutto l’orgoglio di una umanità sfrontatamente offesa nella dignità e fieramente radicati nella storia dei propri
luoghi.
COLLOCAZIONE: Riteniamo utile ribadire che la denominazione del nuovo toponimo dovrebbe, in prima e non comunque esclusiva istanza, rispondere al naturale principio che gli eventi abbiano una manifesta corrispondenza con i luoghi e, dunque, limitare la collocazione della lapide o targa stradale, proprio nell’area urbana/ Comune, in cui avvennero i luttuosi fatti.
Arch. Bruno Pappalardo
in nome e per conto del
PARTITO DEL SUD

Fonti: Gustavo Rinaldi, “il Regno delle Due Sicilie, tutta la verità” pagg.276-277 – ed.
Controcorrente 2001
Gigi Di Fiore, “ Controstoria dell’Unità d’Italia” fatti e misfatti del
Risorgimento”pagg.186-187 – Ed. Rizzoli 2007
Gigi Di Fiore, articolo “Pietrarsa, la strage operaia dimenticata: dopo 150 anni Napoli
ricorda l’eccidio” 01.05.2013. da “ il Mattino”
Giordano Bruno Guerri: Il sangue del Sud” , pagg. 39, 40, 41, le Scie, Mondadori
Archivio di Stato di Napoli, “Fondo Questura”, Fascio 16, inventario 78. Citato in: Angelo Forgione – 1º Maggio. Napoletane le prime vittime operaie Pietrarsa 1863: Bersaglieri e Carabinieri sparano sui lavoratori.
Il museo nazionale di Pietrarsa. pdf a pag 21
Carlo Ciccarelli, Stefano Fenoaltea (Luglio 2010). Through the Magnifying Glass: Provincial Aspects of Industrial Growth in Post-Unification Italy. Quaderni di Storia Economica (in inglese).
Fenoaltea, Stefano (2007). I due fallimenti della storia economica: il periodo post-unitario. Rivista di Politica Economica (in italiano).
Mario Di Gianfrancesco, La rivoluzione dei trasporti in Italia nell'età risorgimentale, 1979, L'Aquila, pp. 151 ss.


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Martiri di Pietrarsa: dopo San Giorgio a Cremano, anche Napoli dedicherà una strada
La Commissione Toponomastica presieduta dal sindaco de Magistris ha deliberato nuove scelte per le strade cittadine. Agli operai trucidati il 6 agosto 1863 sarà dedicata una via della Sesta Municipalità. Previste intitolazioni anche per Elena Croce, John Lennon e George Harrison
Dopo San Giorgio a Cremano, anche Napoli dedica una strada ai Martiri di Pietrarsa. La Commissione Toponomastica, presieduta dal sindaco Luigi de Magistris, ha «deciso di intitolare un luogo della città, nella Sesta Municipalità, ai Martiri di Pietrarsa, mentre in zona Posillipo, nei pressi di Salita Villanova, ci sarà l’intitolazione di un toponimo dedicato ad Elena Croce», sottolinea un comunicato del Comune di Napoli
La Sesta Municipalità di Napoli è quella che comprende i quartieri Ponticelli, Barra e San Giovanni a Teduccio. Proprio quest’ultimo, presumibilmente, sarà il rione dove troverà spazio la via dedicata agli operai trucidati il 6 agosto 1863, data la vicinanza dell’allora opificio borbonico.
A tal proposito riportiamo dal nostro sito la relazione di Bruno Pappalardo per il Partito del Sud sui Martiri di Pietrarsa alla Commissione Toponomastica del Comune di Napoli.
Riportiamo a futura memoria anche perchè riteniamo il documento degno di nota e come ringraziamento doveroso al nostro Dirigente napoletano Bruno Pappalardo, la sua relazione sui Martiri di Pietrarsa, che è stata a suo tempo consegnata al sindaco di Napoli Luigi de Magistris, e argomento di discussione approvazione per una piazza o strada da nominare nella prima seduta del 12 Giugno 2013 della Commissione Toponomastica del Comune di Napoli.
Alla Commissione Toponomastica cittadina del Comune di Napoli - Uffici
Palazzo San Giacomo – S E D E
Napoli, 13.05.2013
OGGETTO: richiesta di nuovo toponimo per iscrizione de’ “ i MARTIRI DI PIETRARSA”
Il PARTITO DEL SUD,
nel pieno rispetto della tutela dell’ attuale storia toponomastica di Napoli, del suo assetto linguistico dei luoghi crede che bisognerà curare anche le nuove denominazioni, nel pieno rispetto dell'identità culturale e civile della città. Esse in passato hanno prodotto quei toponimi tradizionali, quelli storici formatisi spontaneamente nella tradizione orale e quelli di eventi successivi afferenti alle vicende della storia della città come dell’Italia.
Talvolta si è mancato di ricordare il nome e l’evento.
Talvolta si è cancellato il nome e l’evento.
Talvolta, invece, si è nascosto il nome e l’evento.
Nell’ipotesi di nuove denominazioni, ossia quelle collimanti alla logica naturale di un dinamismo storico riformista - e non vacuo revisionismo - , dunque, proprio riguardanti quei processi storici generanti da un innegabile documentario, allora, si dovranno onorare i nomi o i fatti di quelle vicende, in tanti casi tragici, che hanno investito la vita della città e del Paese.
Il Partito del Sud ritiene, tuttavia,di tener da conto tutte quelle esistenti, purché abbiano ancora mantenuto la virtù del segno del probo agire, del vero eroismo, del martirio, della legalità e dunque dell’ indubitabile valore.
Considerando, dunque, che da questo si sono aggiunte al giudizio storico nuovi elementi, nuove valutazioni, questi non possono essere separatati dai luoghi in cui si generarono e avvennero. La città deve diventare un testo, un racconto urbico e umano che ha la necessità di mostrare una nuova grammatica perché non resti muta. Essa si muove e determina nuovi segni, genesi di nuove narrazioni, di felici o tragiche scoperte e ritrovati siti rinvigorendo la memoria della propria storia e cultura umana e insegnandone la lettura
A tal fine e nella piena consapevolezza di offrire il giusto esempio che attende solo la legittimità storica e semantica, il Partito del Sud,
CHIEDE
che vengano celebrati i martiri dimenticati della sua città, quelli di Pietrarsa con l’apposizione di lapide o istallazione stradale o urbana da definire
I MARTIRI DI PIETRARSA: rappresentazione dei fatti
Erano le tre del pomeriggio del 6 agosto del 1863.
Sui cancelli dell’opificio di Pietrarsa, - il primo e il più grande in assoluto in tutta l’Italia, posto proprio sul confine tra San Giovanni a Teduccio e San Giorgio-Portici -, degli operai aprono ignari a un gruppo di bersaglieri.
Non potevano sapere, inermi e sprovveduti, quale sciagura sarebbe accaduta in un baleno da quell’atto.
Erano stati chiamati dal un tale Zimmermann un fidato dirigente dell’impresa Bozza, che aveva chiesto la presenza del Delegato della Polizia con un primo soccorso di sei di quelli alla cancellata.
Nasceva dal timore che la massa di circa 600 operai, che s’era invelenita e aggruppata proprio nel primo grande piazzale davanti all’accesso, stavano impegnandosi in cori di protesta. La cosa aveva allarmato il nuovo proprietario della fabbrica, il signor Jacopo Bozza, “… uomo di dubbia fama, ex impiegato del Borbone, già proprietario e direttore del giornale
“La Patria” che vendutosi al nuovo governo aveva avuto, in merzede la concessione di Pietrarsa.
Quel pomeriggio era atterrito! Pare che allontanandosi di corsa inciampasse per ben tre volte. La storia era diventata insopportabile!
Dei 1050 operai, assunti e cresciuti durante i 15 anni di attività, ossia dal 1840, giorno in cui Ferdinando II inaugurò l’officina, ebbene nel 1861 s’erano già ridotti a 800.
Le maestranza sapevano che taluni appalti già s’avviavano verso la settentrionale Ansaldo che impiegava la metà degli operai.
Ma la corsa al trasferimento o smobilitazione di tutte le risorse industriali del meridione aveva preso una perversa velocità.
Dopo l’Inghilterra e la Francia, il polo industriale di massima produzione e prosperità, era proprio quello del Regno delle Due Sicilie. La diminuzione dei dazi sulle importazioni ed esportazioni aveva accresciuto enormemente il divario di produzione e benessere tra il meridione e il povero Nord e “Non ci si può stupire, a questo punto,che nel 1856, l’Esposizione Internazionale di Parigi abbia premiato il Regno Delle Due Sicilie come terzo paese al mondo per sviluppo industriale”.
Forse fu, invece un losco compagno del Bozza, un certo Pinto, ex impiegato e collaboratore che chiese una intera guarnigione di bersaglieri presente in Portici. Non sappiamo come furono raccontati i fatti al Maggiore.
Ai restanti operai, poco meno di 600, era stato assicurato il rientro dei 440 circa messi diciamo in attesa. Venne detto loro che bisognava ulteriormente diminuire la paga e aumentare le ore di lavoro, da 10 a 11 ore ad dì e la paga ch’era di 35 grana era già intanto passata a 30. Il contratto d’appalto non prevedeva questo come neppure l’allontanamento dei compagni. Era inspiegabile che le commesse sparissero. Si minacciava il licenziamento di altri 200 maestranze. Il 31 Luglio 1863 gli operai scendono ad appena 458 ma se ne prevedono altri. Allora, i residuiminacciarono di lasciare la fabbrica a fronte dell’insulsa ingiustizia e offesa alla loro professionalità. Chiedevano, allora il certificato di “buon servito” che veniva negato. Ecco i fatti!
Trascriviamo ciò che venne raccolto da Aldo Jaco, pagg.215-216“il brigantaggio meridionale:
“ Ma ecco che invece giunsero i bersaglieri con le baionette in canna: gli operai stessi che erano tutti inermi aprirono il cancello, ed i soldati con impeto inqualificabile si slanciarono su di essi sparando i fucili e tirando colpi baionetta alla cieca, trattandoli da briganti e non da cittadini italiani, qual erano quegli infelici!...Il capitano che dirigeva i lavori ( era piemontese e interno alla fabbrica per altri incarichi) e del quale abbiamo accennato più sopra, si fece innanzi con kèpi in mano, e gridando a nome del Re fece cessare l’ira soldatesca (…) Fu una scena di sangue che amareggerà l’anima di ogni italiano, che farà meravigliare gli stranieri e gioire i nemici interni. Cinque operai rimasero morti (sul piazzale) per quanto si asserisce: altri che gettaronsi in mare, cercando di salvarsi a nuoto, ebbero delle fucilate nell’acqua, e due restarono cadaveri. I feriti son in tutto venti: sette feriti gravemente furono trasportati all’Ospedale de’ Pellegrini altri andarono nelle proprie case”
Quel pomeriggio, in quel piazzale, nacque il primo sciopero di lavoratori a cui erano stato sottratto, col sangue, appannaggi e diritti concordati ma avvenne anche il primo eccidio spietato e inumano contro una massa impotente che difendeva non solo i propri diritti per il lavoro, mai visto e sentito prima in qualsiasi parte del mondo, ma soprattutto l’orgoglio di una umanità sfrontatamente offesa nella dignità e fieramente radicati nella storia dei propri
luoghi.
COLLOCAZIONE: Riteniamo utile ribadire che la denominazione del nuovo toponimo dovrebbe, in prima e non comunque esclusiva istanza, rispondere al naturale principio che gli eventi abbiano una manifesta corrispondenza con i luoghi e, dunque, limitare la collocazione della lapide o targa stradale, proprio nell’area urbana/ Comune, in cui avvennero i luttuosi fatti.
Arch. Bruno Pappalardo
in nome e per conto del
PARTITO DEL SUD

Fonti: Gustavo Rinaldi, “il Regno delle Due Sicilie, tutta la verità” pagg.276-277 – ed.
Controcorrente 2001
Gigi Di Fiore, “ Controstoria dell’Unità d’Italia” fatti e misfatti del
Risorgimento”pagg.186-187 – Ed. Rizzoli 2007
Gigi Di Fiore, articolo “Pietrarsa, la strage operaia dimenticata: dopo 150 anni Napoli
ricorda l’eccidio” 01.05.2013. da “ il Mattino”
Giordano Bruno Guerri: Il sangue del Sud” , pagg. 39, 40, 41, le Scie, Mondadori
Archivio di Stato di Napoli, “Fondo Questura”, Fascio 16, inventario 78. Citato in: Angelo Forgione – 1º Maggio. Napoletane le prime vittime operaie Pietrarsa 1863: Bersaglieri e Carabinieri sparano sui lavoratori.
Il museo nazionale di Pietrarsa. pdf a pag 21
Carlo Ciccarelli, Stefano Fenoaltea (Luglio 2010). Through the Magnifying Glass: Provincial Aspects of Industrial Growth in Post-Unification Italy. Quaderni di Storia Economica (in inglese).
Fenoaltea, Stefano (2007). I due fallimenti della storia economica: il periodo post-unitario. Rivista di Politica Economica (in italiano).
Mario Di Gianfrancesco, La rivoluzione dei trasporti in Italia nell'età risorgimentale, 1979, L'Aquila, pp. 151 ss.


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