venerdì 1 agosto 2008

LA FIERA DI SAN DONATO - 1 agosto 1861


[...] Pontelandolfo si stava preparando alla fiera di San Donato; si sentiva nell’aria l’odore dell’estate. Il sole sembrava ardere il paese.
I raccolti non bastavano più a pagare le tasse ed i balzelli imposti dalle autorità piemontesi; la cosa pubblica era nelle mani dei liberal-massoni, gente senza scrupoli, feccia della società, servi e lacchè del nuovo regime sanguinario dei Savoia.
La gente aveva assistito, quasi incredula alle gesta del generale Garibaldi, che, nell’immaginario collettivo, passava per un socialista repubblicano.
Ben presto il popolo si accorse che stava dalla parte dei borghesi, dalla parte dei signorotti, dalla parte dei gentiluomini.
Gli eccidi di Bronte, Niscemi e Regalbuto l’avevano detta lunga sulla sua appartenenza di classe e da che parte stava: era andato a fucilare i contadini siciliani per difendere i suoi padroni inglesi, da buon servitore.
I pontelandolfesi erano stanchi delle razzie piemontesi, delle razzie della guardia mobile, dei loro notabili che li stavano spremendo come limoni e, soprattutto, si sentivano ostaggi.
Con le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione alla leva si agitavano ancora di più le acque.
I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte.
Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone e non aspettava altro che il momento in cui la rabbia di un anno di vessazioni sarebbe esplosa.
Sindaco di Pontelandolfo era tale Lorenzo Melchiorre, liberale, avvezzo al potere e all’arricchimento; sicuramente contrario alle nozioni di libertà ed uguaglianza, tenace esecutore dei bandi e delle circolari delle autorità militari piemontesi. Assieme agli altri notabili del paese sannita aveva costituito un bel comitato d’affari.
Suoi protettori in armi erano, Giuseppe De Marco, garibaldino e colonnello della Guardia Nazionale, e Francesco Perugino di Michelangelo, capo del Corpo di Guardia che, in quei giorni, il sindaco fece rinforzare.
Del Comitato di affari facevano parte anche il delegato di P.S. Vincenzo Coppola, il notaio, l’architetto e decurione Antonio Sforza che era considerato come il rappresentante il principio liberale, e cioè colui il quale stabiliva le cose da arraffare.
Il liberalismo è ideologia dei furbi, è ideologia dell’arricchimento a spese dei deboli, è ideologia dei ricchi, è ideologia dei Savoia, dei piemontesi, è guerra perché con essa devono arricchirsi determinate famiglie, è corruzione perenne.
Il liberalismo è dominio di una classe su un’altra. E’ la tomba del Sud.
E’ il monopolio del Nord sul Sud, è colonialismo, è sfruttamento.
La Chiesa ed i contadini lo avevano capito, e così i Borbone, e si allearono per combattere i nuovi lanzichenecchi.
A Pontelandolfo l’arciprete Epifanio De Gregorio assieme ad una moltitudine di attivisti borbonici manteneva i contatti con i contadini; sapeva infondere loro la speranza di un domani migliore in quanto con il prossimo ritorno di Re Francesco si sarebbe ristabilito il vecchio ordine.
Durante una messa mattutina l’arciprete, rivolgendosi alla affollata chiesa di San Donato, disse: “Fratelli, l’augusto re Francesco presto ritornerà da vincitore sul suo trono, i partigiani si battono da leoni contro gli invasori, il generale Bosco fa stragi di piemontesi in Calabria e truppe austriache stanno sbarcando nelle Marche…”.
Queste parole fecero il giro di Pontelandolfo e delle campagne circostanti. Finalmente un po’ di speranza, finalmente ci si poteva organizzare attorno ai partigiani che stazionavano sui monti e cacciare i liberali dissacratori di chiese e saccheggiatori di beni.
I contadini nei campi cantavano inni borbonici e, le donne, preghiere di ringraziamento.
Finalmente, a liberazione avvenuta, i loro figli sarebbero potuti tornare sui campi a lavorare la terra e abbandonare la lotta armata.
Finalmente il popolo poteva aver ragione dei nuovi usurpatori, delle guardie nazionali che razziavano i campi, degli amministratori corrotti che il governo piemontese aveva loro imposto, delle spie che si arricchivano, dei massoni che volevano distruggere la Chiesa cattolica.
La gente odiava i Piemontesi ed i loro servi….. Cosmo Giordano dava la caccia alle guardie nazionali del colonnello De Marco, la cui colonna infame era famosa nel razziare chiese e raccolti nei campi: spesso s’erano sentite anche voci di violenze e stupri nei confronti delle donne della zona …. [...]


CASALDUNI - 1 agosto 1861


[...] A Casalduni il sindaco Ursini chiamò tutti i capifamiglia nella piazzetta antistante il comune e disse loro:
- Concittadini, come sapete la legislazione sulla leva è stata cambiata il 30 giugno dal nuovo governo piemontese e, secondo gli obblighi che mi competono, devo dirvi che se i vostri figli non si presenteranno al distretto militare saranno guai per loro, saranno fucilati appena presi.
Ecco cari amici, mi dispiace, sapete come la penso, le leggi emanate dal buon Ferdinando sono state soppresse.
La gente mormorava, urlava. La rabbia era tanta, non contro il sindaco ma contro i nuovi usurpatori, contro i piemontesi.
Si fece avanti un vecchio contadino, ben voluto da tutti per la sua onestà e la sua saggezza, tale Fusco, che secondo la legge avrebbe dovuto far presentare il figlio per la leva, e rivolgendosi al primo cittadino rispettosamente rispose:
- Sig. Sindaco, ti ringraziamo per la gentilezza ed il senso civico che hai dimostrato di avere, ti ringraziamo di averci informati ufficialmente di ciò che già sapevamo ufficiosamente, ma… - rivolgendosi verso la folla come a trovare consenso negli occhi della gente e accentuando sempre più le sue parole - Ecco, un “ma”, sig. sindaco, c’è! Non possiamo mandare i nostri figli a combattere contro i bracciali e i terrazzani delle Calabrie, della Basilicata, dell’Apulia, degli Abruzzi, del Molise o contro i pastori degli Ausoni. Fratelli contro fratelli ci vogliono mettere! Parlano di Italia una, i piemontesi, ma, conoscendo i liberali, vi assicuro che a quelli dell’Italia una non importa niente; a quelli importano solo le ricchezze delle nostre terre, i nostri sacrifici, il sangue dei nostri figli per far guerre ed arricchirsi. Quella è gente che non ha mai lavorato, è il ceto dei parassiti, è il ceto borghese e vedo un futuro di morte. Sindaco, vedi queste mani? Sono piene di calli e mai hanno toccato un fucile ma, anche se son vecchio posso imbracciarlo ancora contro i soldati blu dei Savoia. Questi sig. sindaco, non vogliono l’Italia unita, vogliono i nostri tesori nascosti, vogliono saccheggiare le nostre chiese, vogliono i nostri risparmi, le nostre terre, le nostre fatiche, i nostri sacrifici. Hanno già razziato le riserve auree del Regno delle Due Sicilie e hanno fatto sparire i milioni del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli.
I piemontesi non hanno avuto nemmeno il coraggio di dichiarare guerra a Re Francesco e, mentre la nostra regina Sofia stava combattendo sui bastioni di Gaeta, la corte sabauda e Cavour, a Torino, scialacquavano con baldracche o con ragazze vergini fatte rapire dai loro agenti segreti (4), mentre l’imperatore Napoleone se la spassava con la Castiglione e Nigra faceva il magnaccia.
Questa gente porterà la nostra Patria alla rovina.
Razzie, fucilazioni, ruberie e terrore porteranno solo fame e distruggeranno la nostra Patria; mio figlio sta sulle montagne a difendere il sacro suolo mentre Cavour ha ceduto alla Francia la Savoia, Nizza e la Costa Azzurra e i piemontesi cederanno la Sardegna non appena le loro truppe entreranno in Roma. Mai mio figlio andrà soldato sotto la bandiera azzurra sabauda, preferirei vederlo fucilato sotto gli occhi miei, anziché saperlo a sparare contro di me ed i suoi fratelli.
Un’ovazione calorosa di applausi e grida di gioia raggiunsero Fusco e qualcuno gridò: - Sindaco, il Re sta sbarcando a Napoli, il generale Bosco sta sbaragliando i piemontesi; i partigiani in tutto il Regno si battono da leoni.
A morte i Savoia! A morte i piemontesi! Viva Francesco! Viva il Regno delle Due Sicilie! Viva la Chiesa! Viva la Fede! Viva il Papa![...].
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[...] Pontelandolfo si stava preparando alla fiera di San Donato; si sentiva nell’aria l’odore dell’estate. Il sole sembrava ardere il paese.
I raccolti non bastavano più a pagare le tasse ed i balzelli imposti dalle autorità piemontesi; la cosa pubblica era nelle mani dei liberal-massoni, gente senza scrupoli, feccia della società, servi e lacchè del nuovo regime sanguinario dei Savoia.
La gente aveva assistito, quasi incredula alle gesta del generale Garibaldi, che, nell’immaginario collettivo, passava per un socialista repubblicano.
Ben presto il popolo si accorse che stava dalla parte dei borghesi, dalla parte dei signorotti, dalla parte dei gentiluomini.
Gli eccidi di Bronte, Niscemi e Regalbuto l’avevano detta lunga sulla sua appartenenza di classe e da che parte stava: era andato a fucilare i contadini siciliani per difendere i suoi padroni inglesi, da buon servitore.
I pontelandolfesi erano stanchi delle razzie piemontesi, delle razzie della guardia mobile, dei loro notabili che li stavano spremendo come limoni e, soprattutto, si sentivano ostaggi.
Con le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione alla leva si agitavano ancora di più le acque.
I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte.
Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone e non aspettava altro che il momento in cui la rabbia di un anno di vessazioni sarebbe esplosa.
Sindaco di Pontelandolfo era tale Lorenzo Melchiorre, liberale, avvezzo al potere e all’arricchimento; sicuramente contrario alle nozioni di libertà ed uguaglianza, tenace esecutore dei bandi e delle circolari delle autorità militari piemontesi. Assieme agli altri notabili del paese sannita aveva costituito un bel comitato d’affari.
Suoi protettori in armi erano, Giuseppe De Marco, garibaldino e colonnello della Guardia Nazionale, e Francesco Perugino di Michelangelo, capo del Corpo di Guardia che, in quei giorni, il sindaco fece rinforzare.
Del Comitato di affari facevano parte anche il delegato di P.S. Vincenzo Coppola, il notaio, l’architetto e decurione Antonio Sforza che era considerato come il rappresentante il principio liberale, e cioè colui il quale stabiliva le cose da arraffare.
Il liberalismo è ideologia dei furbi, è ideologia dell’arricchimento a spese dei deboli, è ideologia dei ricchi, è ideologia dei Savoia, dei piemontesi, è guerra perché con essa devono arricchirsi determinate famiglie, è corruzione perenne.
Il liberalismo è dominio di una classe su un’altra. E’ la tomba del Sud.
E’ il monopolio del Nord sul Sud, è colonialismo, è sfruttamento.
La Chiesa ed i contadini lo avevano capito, e così i Borbone, e si allearono per combattere i nuovi lanzichenecchi.
A Pontelandolfo l’arciprete Epifanio De Gregorio assieme ad una moltitudine di attivisti borbonici manteneva i contatti con i contadini; sapeva infondere loro la speranza di un domani migliore in quanto con il prossimo ritorno di Re Francesco si sarebbe ristabilito il vecchio ordine.
Durante una messa mattutina l’arciprete, rivolgendosi alla affollata chiesa di San Donato, disse: “Fratelli, l’augusto re Francesco presto ritornerà da vincitore sul suo trono, i partigiani si battono da leoni contro gli invasori, il generale Bosco fa stragi di piemontesi in Calabria e truppe austriache stanno sbarcando nelle Marche…”.
Queste parole fecero il giro di Pontelandolfo e delle campagne circostanti. Finalmente un po’ di speranza, finalmente ci si poteva organizzare attorno ai partigiani che stazionavano sui monti e cacciare i liberali dissacratori di chiese e saccheggiatori di beni.
I contadini nei campi cantavano inni borbonici e, le donne, preghiere di ringraziamento.
Finalmente, a liberazione avvenuta, i loro figli sarebbero potuti tornare sui campi a lavorare la terra e abbandonare la lotta armata.
Finalmente il popolo poteva aver ragione dei nuovi usurpatori, delle guardie nazionali che razziavano i campi, degli amministratori corrotti che il governo piemontese aveva loro imposto, delle spie che si arricchivano, dei massoni che volevano distruggere la Chiesa cattolica.
La gente odiava i Piemontesi ed i loro servi….. Cosmo Giordano dava la caccia alle guardie nazionali del colonnello De Marco, la cui colonna infame era famosa nel razziare chiese e raccolti nei campi: spesso s’erano sentite anche voci di violenze e stupri nei confronti delle donne della zona …. [...]


CASALDUNI - 1 agosto 1861


[...] A Casalduni il sindaco Ursini chiamò tutti i capifamiglia nella piazzetta antistante il comune e disse loro:
- Concittadini, come sapete la legislazione sulla leva è stata cambiata il 30 giugno dal nuovo governo piemontese e, secondo gli obblighi che mi competono, devo dirvi che se i vostri figli non si presenteranno al distretto militare saranno guai per loro, saranno fucilati appena presi.
Ecco cari amici, mi dispiace, sapete come la penso, le leggi emanate dal buon Ferdinando sono state soppresse.
La gente mormorava, urlava. La rabbia era tanta, non contro il sindaco ma contro i nuovi usurpatori, contro i piemontesi.
Si fece avanti un vecchio contadino, ben voluto da tutti per la sua onestà e la sua saggezza, tale Fusco, che secondo la legge avrebbe dovuto far presentare il figlio per la leva, e rivolgendosi al primo cittadino rispettosamente rispose:
- Sig. Sindaco, ti ringraziamo per la gentilezza ed il senso civico che hai dimostrato di avere, ti ringraziamo di averci informati ufficialmente di ciò che già sapevamo ufficiosamente, ma… - rivolgendosi verso la folla come a trovare consenso negli occhi della gente e accentuando sempre più le sue parole - Ecco, un “ma”, sig. sindaco, c’è! Non possiamo mandare i nostri figli a combattere contro i bracciali e i terrazzani delle Calabrie, della Basilicata, dell’Apulia, degli Abruzzi, del Molise o contro i pastori degli Ausoni. Fratelli contro fratelli ci vogliono mettere! Parlano di Italia una, i piemontesi, ma, conoscendo i liberali, vi assicuro che a quelli dell’Italia una non importa niente; a quelli importano solo le ricchezze delle nostre terre, i nostri sacrifici, il sangue dei nostri figli per far guerre ed arricchirsi. Quella è gente che non ha mai lavorato, è il ceto dei parassiti, è il ceto borghese e vedo un futuro di morte. Sindaco, vedi queste mani? Sono piene di calli e mai hanno toccato un fucile ma, anche se son vecchio posso imbracciarlo ancora contro i soldati blu dei Savoia. Questi sig. sindaco, non vogliono l’Italia unita, vogliono i nostri tesori nascosti, vogliono saccheggiare le nostre chiese, vogliono i nostri risparmi, le nostre terre, le nostre fatiche, i nostri sacrifici. Hanno già razziato le riserve auree del Regno delle Due Sicilie e hanno fatto sparire i milioni del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli.
I piemontesi non hanno avuto nemmeno il coraggio di dichiarare guerra a Re Francesco e, mentre la nostra regina Sofia stava combattendo sui bastioni di Gaeta, la corte sabauda e Cavour, a Torino, scialacquavano con baldracche o con ragazze vergini fatte rapire dai loro agenti segreti (4), mentre l’imperatore Napoleone se la spassava con la Castiglione e Nigra faceva il magnaccia.
Questa gente porterà la nostra Patria alla rovina.
Razzie, fucilazioni, ruberie e terrore porteranno solo fame e distruggeranno la nostra Patria; mio figlio sta sulle montagne a difendere il sacro suolo mentre Cavour ha ceduto alla Francia la Savoia, Nizza e la Costa Azzurra e i piemontesi cederanno la Sardegna non appena le loro truppe entreranno in Roma. Mai mio figlio andrà soldato sotto la bandiera azzurra sabauda, preferirei vederlo fucilato sotto gli occhi miei, anziché saperlo a sparare contro di me ed i suoi fratelli.
Un’ovazione calorosa di applausi e grida di gioia raggiunsero Fusco e qualcuno gridò: - Sindaco, il Re sta sbarcando a Napoli, il generale Bosco sta sbaragliando i piemontesi; i partigiani in tutto il Regno si battono da leoni.
A morte i Savoia! A morte i piemontesi! Viva Francesco! Viva il Regno delle Due Sicilie! Viva la Chiesa! Viva la Fede! Viva il Papa![...].

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