lunedì 17 marzo 2014

17 marzo, noi non festeggiamo - di Antonio Ciano





Sig. Presidente della Repubblica.

17 marzo, noi non festeggiamo

I Savoia, ancora oggi, sono considerati come i re che fecero l’Italia. Una vera bestemmia, un sacrilegio, una bufala che hanno voluto farci digerire gli storici di regime e governanti cresciuti nella retorica risorgimentale. Noi che non siamo di regime contestiamo fortemente quelle affermazioni. Per Noi Meridionali i Savoia furono degli assassini, dei veri colonizzatori, gli sterminatori ed i massacratori del Sud, e non solo. L’Italia poteva e doveva essere fatta confederando i sette Stati, ma Lord Palmerston non aveva interessi a che la penisola si unificasse democraticamente perché il Regno delle Due Sicilie, allora ricco ed industrializzato avrebbe sicuramente condotto a sé gli staterelli come satelliti che ruotano intorno al corpo più grande. Lord Parlmerston, Primo ministro inglese, seguendo le direttive di Albert Pike, mise a disposizione del Conte di Cavour, armi, uomini, denari e mezzi per dare ai massoni Savoia il predominio di tutto il territorio che un tempo fu magnogreco e dei romani per innestarvi il liberismo economico che separa le classi e le contrappone. In Italia non c’è liberismo economico, lo sanno tutti, vi è una casta padana che domina l’economia e la controlla. In Italia vi è un solo proprietario di fabbriche d’automobili, un solo proprietario di reti televisive, un monopolista della gomma sintetica, un altro per la gomma da masticare e così via. I monopoli capitalistici sono soltanto padani facendoli passare per italiani. Noi vogliamo costruire una imprenditoria meridionale, fondata sulla concorrenza vera e non artificiale, vogliamo una economia che affondi nelle nostre radici culturali e storiche, vogliamo una imprenditoria dai valori umani imprescindibili da quelli cattolici e laici che affondano nella cultura della Magna Grecia. La Rivoluzione Meridionale sarà modello di vita per i prossimi anni, questo cammino sarà duro, irto di difficoltà, ma un giorno si compirà.
Il 2 giugno del 1946 l’Italia è stata restituita a se stessa, un plebiscito vero ha cancellato per sempre la monarchia sabauda.


Vittorio Emanuele II invase il Sud senza dichiarazione di guerra, mietendo vittime a centinaia di migliaia: fucilazioni, paesi messi sotto assedio, distrutti, calpestati, rasi al suolo; torturati a morte i religiosi, preti e monaci incarcerati, fucilati a centinaia, i conventi spogliati e saccheggiati, i vescovi perseguitati, vigliaccamente malmenati ed imprigionati; le banche saccheggiate, le proprietà demaniali svendute ai massoni. Il re di Sardegna è da considerare tra i più grandi criminali di guerra che abbiano mai calpestato il suolo italiano, e con lui tutta la casta militare e politica alle sue dipendenze. Il nucleo risorgimentale piemontese accentrò tutto nelle mani dei liberal-massoni, questi non hanno patria, il loro dio è il profitto e la loro legge è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Molti, ancora oggi si affannano a riverire e ad incensare quegli assassini. Quella non è la nostra Italia;... volere che quella sia la vera Italia sarebbe il medesimo che giudicare della bontà di un vino dalla sua feccia, ovveramente del decoro di un palagio dalle sue latrine ( La Civiltà Cattolica, Vol.VIII, Serie IV, 1860, pag.404)
Seguì al despota suo figlio Umberto I, spiccatamente autoritario, nemico del popolo operaio e contadino, ciò è nel DNA della sua razza; nel 1898 fece sparare sulla folla affamata, i morti furono centinaia, Bava Beccaris fu l’esecutore di quella infamia, il mandante proprio lui, il re. A farne le spese furono ancora operai e contadini cattolici e socialisti. Il 29 luglio del 1900 l’anarchico Gaetano Bresci mise fine alla vita del monarca sabaudo ammazzandolo a Monza per vendicare i morti di Milano. Vittorio Emanuele III sostituì il padre e mai rinunciò al suo autoritarismo:”...sarà infatti il re demiurgo del colpo di Stato che, contro la volontà della maggioranza parlamentare, getta il Paese nella Grande Guerra, costata nei tre anni successivi 700.mila morti, altrettanti mutilati ed invalidi, un milione di feriti( su una popolazione che contava 36 milioni di abitanti)...nel 1922 l’Italia è tormentata dallo squadrismo fascista; minoranza violenta, il movimento guidato da Benito Mussolini ha però l’appoggio di gruppi che contano: le gerarchie militari( con alla testa Armando Diaz, l’artefice di Vittorio Veneto),gli agrari padani, parte dell’industria, la massoneria, parte significativa della magistratura e dell’alta burocrazia. Forze che tranquillizzano il sovrano, timoroso delle masse popolari. Perfettamente consapevole delle intenzioni del fascismo, nella notte tra il 27 ed il 28 ottobre 1922, mentre le squadre d’azione convergono su Roma senza che l’apparato dello Stato muova un dito per fermarle, Vittorio Emanuele prende tempo e rifiuta di firmare il decreto di stato d’assedio sottopostogli dal capo del governo Luigi Facta. Il 30 il re affida a Mussolini l’incarico di formare il governo. Da allora, fino al 25 luglio 1943 il sodalizio tra il Savoia e il capo del fascismo non si sarebbe più infranto..”( Brunello Mantelli, Dossier, l’Unità, 2 giugno 2001, pag VII)
Ma come erano magnanimi questi Savoia! Immaginiamo re pippetto nella sua stanza, pensoso ed assorto, con gli stivali neri come la sua anima, andare avanti e indietro nervoso, con la mano al mento, forse aveva nella mente le gesta di Bava Beccaris, forse pensava alle gesta del nonno Vittorio Emanuele II quando scese al Sud per sterminare il popolo meridionale con i suoi bersaglieri; immaginiamo il re pensoso, preoccupato: ma come, quella canaglia del popolo avrebbe potuto prendere il potere? Non sia mai! Il potere da sempre, con Casa Savoia era dei più forti, il Governo della cosa pubblica doveva appartenere alla casta danarosa e liberale, meglio usare un popolano come Mussolini e conservare alla Corona tutti i diritti conseguiti dai suoi avi con gli inganni e le infamie. Nel 1938, re pippetto firma le leggi antisemite, forse pensava di imitare suo nonno Vittorio Emanuele II quando nel 1863 firmò la Legge Pica che legalizzò i crimini di Stato e quelli di guerra.

700 mila soldati allo sbando
...una volta gettata l’Italia nella fornace della Seconda guerra mondiale, il re - che aveva avallato senza dare segni di incertezza l’Asse ed il Patto d’Acciaio con la Germania nazista- comincia a manifestare segni di inquietudine solo all’inizio del 1943, nell’imminenza dello sbarco alleato, quando ormai la sconfitta dell’Italia. In cima ai suoi pensieri non è però il Paese, quanto la sopravvivenza sua personale e quella della dinastia. Vittorio Emanuele inizia a tessere le fila di più congiure: appoggia la fronda fascista guidata da Dino Grandi e sonda la disponibilità delle forze armate. Il piano scatta il 25 luglio. Mussolini è arrestato, al suo posto si insedia Pietro Badoglio( uno dei militari più compromessi con il regime). Ma le alleanze non sono rovesciate,<>, le leggi razziste del 1938 non sono revocate, gli antifascisti rimangono al confino. Il sovrano accarezza l’idea di <>, e al tempo stesso programma la fuga in caso di colpo di mano dei tedeschi. Sull’Italia si susseguono i bombardamenti; nove divisioni della Wehrmacht affluiscono a sud delle Alpi.l’8 settembre del 1943 gli Alleati, imbarazzati e diffidenti di fronte alle manovre dilatorie di Vittorio Emanuele III e di Badoglio, danno notizia che l’Italia ha firmato l’armistizio. Nella notte, mentre le truppe tedesche disarmano i soldati del Regio esercito, lasciati senza ordini( oltre 700.000 finiranno prigionieri in Germania) il re, la regina, i capi militari abbandonano la capitale e fuggono verso Brindisi.
( Brunello Mantelli, l’Unità, Dossier, pag VII, 2 giugno
2001)


Il Plebiscito del 2 giugno 1946 ha vendicato i morti contadini ed operai nelle varie repressioni a favore del capitalismo liberista ( cattolici, socialisti, papalini, borbonici, comunisti uccisi dai vari Fumel, Della Rocca, Cialdini, Pinelli, Quintini, Bixio, Garibaldi, Lamarmora, Bava Beccaris, Roatta, Badoglio, ecc ecc.); quelli dei fasci siciliani; quelli di Milano, quelli della tassa sul macinato; quelli procurati dalle cannonate su Palermo nel 1866; quelli delle guerre coloniali; quelli della prima guerra mondiale; quelli della seconda guerra mondiale. I piemontesi savoiardi furono degli assassini spietati, senza dichiarazione di guerra invasero il Sud, rasero al suolo 54 paesi, incendiarono villaggi, desertificarono le campagne bruciando i raccolti per anni, scannarono armenti e bambini allo stesso modo, impiccarono a migliaia i contadini, le loro donne stuprate, i loro figli incarcerati per anni. Nino Bixio da solo eseguì 700 fucilazioni di contadini ed operai con l’assenso dei Savoia. In Italia vi furono eccidi tremendi, stragi disumane, incivili, truculenti. Quegli assassini dei fratelli d’Italia cominciarono a Genova nel 1849 ove il generale Lamarmora soffocò nel sangue il rigurgitare repubblicano dei genovesi memori e fieri di essere figli della repubblica marinara e rimaniamo delusi quando vediamo il presidente Ciampi andare in quel di Torino a ossequiare coloro che ordinarono quelle nefandezze contro i veri democratici ed i veri italiani. Genova fu messa a sacco e fuoco, la violenza dei bersaglieri i liguri se la ricordano ancora. Poi il garibaldino Bixio, su ordine del suo generale pirata si vendicò contro i siciliani a Bronte, a Recalbuto, a Linguaglossa e in tutta la fascia etnea.Gaeta, simbolo del Sud martirizzato fu rasa al suolo da Cialdini su ordine di Cavour: 160 mila bombe distrussero completamente la città tirrenica, i morti tra militari e civili furono oltre duemila e altrettanti furono fucilati subito dopo la presa della fortezza colpevoli solo d’averla difesa dai barbari invasori.La fedelissima aspetta ancora i danni di quell’assedio, oggigiorno ammontano a diversi miliardi tra interessi e more, la città li vuole, aspettiamo risposta da questo Stato repubblicano, ci devono solo dire chi pagherà, responsabile fu proprio il Vittorione comandante supremo di quella truppaglia infame.


Gli eccidi si susseguirono senza soluzione di continuità: Gaeta, Pontelandolfo, Casalduni, Scurcola, Vieste, Sant’Eramo in Colle, Gioia del Colle, Pizzoli, Bauco, Nola, Somma Vesuviana, Teramo, Isernia, Venosa, Montecillone, Montefalcione, San Vittorino e cento altre città. Non vi fu villaggio ove le orde savoiarde non fecero danni. La Basilicata fu per anni bruciata, la Calabria fu messa sotto torchio dal colonnello Milon e dal generale Sacchi.


Non riusciamo a capire perché il presidente della repubblica vada a incensare i Savoia, perché vada a rendere omaggio a Cavour, a Garibaldi e a tutti quei personaggi che saccheggiarono il Sud e stuprarono le sue genti. I Savoia furono feroci persecutori, non ebbero pietà di Passannante, repubblicano ed anarchico, non ebbero pietà di Pietro Barsanti fucilato per le sue idee democratiche e antimonarchiche.Non ebbero pietà di Gramsci, incarcerato per le sue idee. Noi siamo italiani Sig. Presidente, siamo repubblicani e aspettiamo le sue scuse. Il Sud aspetta le scuse di un Presidente della Repubblica. Venga a Gaeta, sia super partes, il Risorgimento piemontese e savoiardo non ci appartiene. Per Noi meridionali l’Italia è nata il 2 giugno del 1946 e in quel giorno è nato il patto tra Nord e Sud, tra il Nord della Resistenza al fascismo e ai Savoia e il Sud che aveva resistito 83 anni prima a quella barbarie. Non possiamo santificare chi ha commesso eccidi nefandi, chi ha derubato il Sud, chi lo ha massacrato, chi ha commesso crimini contro l’umanità. È contro la storia, è contro il buon senso.
Sig. Presidente, ricordiamo quelle stragi, quegli eccidi, ricordiamo i crimini commessi in nome e per conto dei Savoia. Il Sud che lavora si sente offeso quando gli si vuole imporre eroi di cartone. Il Sud ricorda. I nazisti impararono dai savoiardi: i lager, le fosse Ardeatine, gli eccidi di Reder e Kapler erano solo fotocopie di quelli perpetrati nel Sud dai felloni sabaudi.

Sig. Presidente, in nome e per conto degli interessi di Gaeta e dei comuni dell'ex Regno delle Due Sicilie il Partito del Sud chiede:
1) il sequestro dei diamanti e delle collane ( che ammonterebbero a circa 1.500 milioni di euro) attualmente conservati nei forzieri della Banca d'Italia in quanto il sig. Vittorio Savoia, che li pretende, essendo erede di quel Vittorio Emanuele II,Re di Sardegna e quindi capo dell'esercito piemontese che ha raso al suolo la mia città nel 1860-61, dovrebbe pagare i danni a Gaeta e alle altre città del Sud incendiate e massacrate senza dichiarazione di guerra. Gli eredi, se prendono le eredità devono pagare anche i debiti dei loro avi, e la stessa cosa vale per il signore in questione che ha chiesto 260 milioni alla nostra repubblica per il dorato esilio.
2) che questo Stato repubblicano deferisca alla Corte Internazionale dell'Aja i Savoia ( in quanto eredi diretti dei Re di Sardegna e d'Italia , di quel Regno cancellato dalla lotta partigiana e dalla storia) per un risarcimento equo dei danni provocati dall'assedio del 1860-61 ( danni chiesti dalla nostra città al governo piemontese e riconosciuti persino dalla Corona, e mai pagati e che ammontavano a 2,047,000 milioni di lire del 1861). Tutta la documentazione relativa a tali richieste è conservata nell'archivio storico di Gaeta, che si allega alla presente, oltre la relazione del Dottissimo Avv. Pasquale Troncone, delegato dal comune di Gaeta a relazionare su una possibile denuncia.
3) inoltre il Partito del Sud chiede il deferimento alla Corte Internazionale dell'Aja di Casa Savoia, del conte Camillo Benso di Cavour, di tale Giuseppe Garibaldi, avventuriero, negriero, massone;del generale Cialdini, del generale Pinelli, Enrico Cosenz, del col. Eleonoro Negri, del Cap. Gaetano Negri, del Gen Quntini,del generale Della Rocca ecc ecc. per crimini di guerra, per crimini contro l'umanità, per genocidio essendo tali reati inestinguibili nel tempo, per aver barbaramente invaso il Regno delle Due Sicilie senza dichiarazione di guerra e per aver massacrato un milione di contadini e fatto emigrare 30 milioni di Meridionali.
4) Il Partito del Sud chiede alla nostra amata repubblica, che ha eredidato dal regno perdente leggi regie, di cancellarle definitivamente dai codici civili e penali, oltre a ridare alle città i beni demaniali requisiti e alla Chiesa i Beni ecclesiastici che la legge Rattazzi ha incorporato ad uno Stato illegittimo. In quattro anni, dal 1861 al 1864, furono espropriati ben 398 conventi, con tutti i loro beni mobili ed immobili, centinaia di ettari di terreno coltivato dai contadini e regalati a liberalucci del tempo.


Sig.Presidente,
chi Le scrive ha trascorso la sua vita in una sezione del Partito comunista di Gaeta. Antonio Gramsci era originario della mia città, che diede i natali al padre Francesco il 6 marzo del 1860, nato dalla signora Teresa Gonzalez e da Don Gennaro Gramsci, allora Capitano delle Gendarmeria borbonica dentro la fortezza .Gramsci ha sempre criticato il Risorgimento, fonte dei guai del Sud; ha sempre criticato i blocchi storici che ne determinarono la povertà; ha sempre criticato i Savoia, tanto che parlando della Questione Romana ha scritto che:" Porta Pia non fu che un meschino episodio, militarmente e politicamente. Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia. Fu veramente degna delle tradizioni militari italiane. Porta Pia rassomiglia - in piccolo- a Vittorio Veneto. Porta Pia fu la piccola , facile vittoria dell’aggressore enormemente superiore all’avversario inerme, come Vittorio Veneto fu facile vittoria contro un avversario che - militarmente- non esisteva più. Politicamente Porta Pia fu semplicemente l’ultimo episodio della costruzione violenta ed artificiale del Regno d’Italia. Tutto il resto è chincaglieria retorica. Le belle frasi Terza Roma sono completamente vuote di senso.
Roma è città imperiale e città papale: in ciò sta la sua grandezza universale. La "Terza Roma" non è che una sporca città di provincia, un sordido nido di travetti, di albergatori, di bagascie e di parassiti. Mentre le due fasi della storia di Roma, l’imperiale e la papale, hanno lasciato traccia immortale, la breve parentesi dell’occupazione sabauda lascia, unica traccia di sé, il Palazzo di Giustizia, statue di gesso e grottesche imitazioni decorative: nato tra lo scandalo dei fornitori ladri e dei deputati patrioti corrotti, esso è degno di albergare la decadenza giuridica della società contemporanea. Per questo la questione romana non è risolta. Non potevano risolverla le cannonate del re di Savoia. La violenza militarista non può risolvere i problemi internazionali. E la questione romana è un problema internazionale..."( L’Ordine Nuovo, Rassegna Settimanale di Cultura Socialista, 2 Ottobre 1920).

Sig. Presidente,
nelle sezioni del partito comunista abbiamo imparato che l’Italia repubblicana è nata il 2 giugno del 1946. Nelle sezioni del partito comunista abbiamo appreso che morirono ben 87 mila partigiani per abbattere la dittatura fascista e casa Savoia; nelle sezioni comuniste abbiamo appreso che i repubblicani uccisi dalla monarchia Sabauda furono migliaia, a cominciare dal 1849, quando, Vittorio Emanuele II mandò a Genova il Generale La Marmora con 30 mila bersaglieri a massacrare ben 700 genovesi repubblicani; volevano solo l’antica repubblica di Genova,si ribellarono alla protervia dei Savoia e alle leggi centraliste piemontesi che impedivano i liberi commerci che i mercanti del capoluogo ligure erano soliti praticare.

Sig. Presidente,
a scuola abbiamo studiato la Rivoluzione francese. Ci è stato insegnato che ha portato alla Francia "Egalitè e fraternitè" e che i francesi abbatterono la monarchia che regnava, ai cui re mozzarono la testa. Nessuno in Francia festeggia Luigi XVI° e Maria Antonietta, né vi sono strade e piazze a loro intitolate. La Francia era stata unita dalle monarchie precedenti. Il 14 luglio, il giorno della presa della Bastiglia, è festa nazionale,si festeggia la repubblica. Perché in Italia si vuole osannare la monarchia che ha prodotto nel Sud stragi, infamie, genocidi ed una emigrazione biblica che nemmeno gli ebrei hanno subito?
L’Italia fu unita dai romani, cosa che gli storici poco accorti hanno dimenticato, e che nel 1860 vi erano sei staterelli e un grande Stato: il Regno delle Due Sicilie, allora ricco e prospero. Oggi siamo 20 staterelli, 20 regioni, e quelle dell’ex Reame ridotte a territori sottosviluppati, da terzo mondo.Il regno sabaudo, nel 1861 ha affamato il Sud, lo ha massacrato inviandovi ben 150 mila soldati per estirpare la resistenza dei contadini chiamati briganti, per estirpare le liberalizzazioni borboniche, per estirpare l’uguaglianza e la legalità che in quei territori vigevano. I massacri furono tanti,le stragi, gli eccidi innumerevoli. Il primo eccidio avvenne a Bronte in Sicilia dove Nino Bixio, su ordine di Garibaldi inscenò un processo farsa per fucilare coloro i quali stavano mettendo in pratica un decreto del nizzardo; fucilò i contadini che stavano occupando le terre. Il loro torto fu uno solo, le terre erano quelle della Ducea di Nelson, terre private, di proprietà degli inglesi che avevano finanziato la spedizione dei mille con tre milioni di piastre turche, ossia centinaia di milioni di euro di oggi.Un mercenario, il Garibaldi, al soldo degli inglesi e del massone monarchico Cavour,che fucila i siciliani,fatto osannare dai massoni come eroe e come socialista. Garibaldi era solo un pirata e un mercenario, nonché schiavista, tanto che da capitano della "Carmen" trasportava schiavi cinesi da Canton in Cina e Callao in Perù.

Sig. Presidente,
nelle sezioni del nostro partito ci insegnarono che il Risorgimento piemontese è stato il male assoluto, e Gramsci lo sapeva. Il Risorgimento è filosofia liberaleggiante e tra liberismo piemontese e liberalizzazioni vigenti nel Regno di Napoli nel 1700-1800, il sud ha sempre preferito le seconde, tanto che sotto i Borbone il popolo godeva di una ricchezza e di una prosperità assoluta. Nel 1856 il regno delle Due Sicilie, a Parigi, venne classificato tra i più ricchi al mondo. Oggi siamo un popolo colonizzato nella sua economia, nella sua indole. Ma qualcosa si sta muovendo.I mass Media ci parlano di Economia Italiana, ma tutti sanno che non è così, è solo una parte d’Italia a produrre, l’altra a consumare. L’economia italiana in realtà non esiste, è solo Tosco-Padana. Il centro sinistra difende gli interessi economici della Toscana, dell’Emilia Romagna, delle Marche e dell’Umbria: le varie Coop, Conad, Unipol, Monte dei Paschi e affini, mentre il centro destra difende interessi padani come altri supermercati alimentari ( Panorama, Outlet, Standa, Upim, Rinascente ecc ecc.), compagnie telefoniche, compagnie assicuratrici,finanziarie,industriali, e soprattutto Mediatiche e bancarie. Il glorioso Banco di Napoli è finito nelle mani dei torinesi del San Paolo e il Banco di Sicilia nelle mani dell'Unicredit di Milano. Al sud non sono rimaste nemmeno le bancarelle, ormai nelle mani dei cinesi e degli extracomunitari. La colonizzazione economica ha preso corpo.“

Sig. Presidente,
i Savoia si macchiarono di infamie nel sud della penisola, nel nord e nel mondo intero, e non riusciamo a capacitarci perché, molti reparti militari, portino ancora il loro nome. L’altro giorno ho assistito ad una parata di bersaglieri, la fanfara si chiama " Brigata Garibaldi" incredibile ma vero, ma non furono i bersaglieri del Gen. Pallavicino a ferire la gamba di Garibaldi sulle montagne dell’Aspromonte? In 12 anni i Savoia massacrarono un milione di contadini, incendiarono città e villaggi, li misero a ferro e fuoco, in nome di una Italia che non ci appartiene. La Germania si confederò senza versare una goccia di sangue. Significa che quella non fu unione ma invasione barbarica. Da città come Gaeta,Gioia del Colle, Bronte, Pontelandolfo, Casalduni, Ariano Irpino, Vieste, Montecillone, Scurcola Marsicana, Nola, Somma Vesuviana, Castellammare di Stabia e altre cento, sgorga ancora sangue dalle strade e dalle piazze. A Genova, nel 1849, il gen. La Marmora massacrò settecento genovesi che inneggiavano alal repubblica, e non vedo perché dovremmo festeggiare quei criminali che non ebbero pietà alcuna degli italiani tutti. Nel 1864 a Torino vi furono 500 morti, erano cittadini che difendevano il nome della loro capitale che doveva essere trasferita a Firenze. Nel 1866 i Savoia massacrarono oltre settemila palermitani nella guerra detta del "sette e mezzo", buttarono bombe sul capoluogo siciliano senza pietà, e nel 1893 vi fu mattanza dei fasci siciliani, contadini socialisti e cattolici che volevano solo le terre promesse.Nel 1898 il gen Bava Beccaris massacrò oltre trecento operai a Milano, stavano solo chiedendo pane e lavoro.Il mandante fu propril il re Umberto I. Nella prima guerra mondiale morirono oltre 700 mila italiani, del nord e del sud; nella seconda guerra mondiale morirono oltre 50 milioni di europei, e milioni di italiani, sia civili che militari. 


Sig. Presidente, festeggiare quella unità significa festeggiare quella genìa di massacratori. Una vergogna. Noi siamo nati in repubblica e non festeggeremo niente, ricorderemo i 30 milioni di emigranti, ricorderemo gli eccidi e le stragi perpetrate da quei delinquenti monarchi,tutti massoni, tutti assassini. Ricorderemo il milione di contadini morti per difendere le loro donne e il loro territorio da gente che parlava francese, da ladri assetati di denaro e di sangue. Nel 2011 Gaeta sarà sede di una manifestazione nazionale, moltissimi Meridionali verranno a ricordare la nostra storia da tutte le regioni italiane e dall’estero, perché Sig. Presidente, il Sud vuole riscattarsi dalla colonia Nord, vuole riscattarsi dalle ingiustizie subite dalla monarchia precedente, e vorremmo che Lei fosse presente. Lei, sig. Presidente, da comunista ha sofferto quella monarchia,come molti socialisti, cattolici e anarchici sono morti nella lotta partigiana, nelle carceri, nei lager fascisti e nazisti, proprio come i nostri contadini chiamati briganti nel 1860 e dintorni. I contadini del Sud iniziarono quella lotta contro I Savoia, i partigiani del Nord l’hanno continuata, e in condizioni migliori l’hanno vinta. Nacque la Repubblica e il sottoscritto il 2 giugno la festeggia tre volte. Il 2 giugno è il compleanno di mio figlio Damiano, è giornata di festa a Gaeta perché onoriamo i Santi Erasmo e Marciano, Patroni della città, e festeggiamo in modo solitario questa Santa Repubblica, perché le istituzioni nazionali sono assenti. 


Sig. Presidente, il sud vuole la Sua presenza a Gaeta come segno tangibile, e ricordare ciò successe 150 anni fa,ricordare lo sterminio della città, i massacri delle città del Sud ordite dai Savoia.
Sig. Presidente, solo un’ultima cosa, Le chiedo venia, ma ho sentito un mio amico di origine ebrea lamentarsi quando Eli Wiesel è stato accolto dal nostro presidente della Camera Gianfranco Fini, e quando Il Presidente Berlusconi è andato alla Knesset a ricordare la Shoà. Ebbene, in Italia abbiamo ancora strade, piazze, scuole, ospedali intitolati a Vittorio Emanuele Terzo. Oltre ad essere fuggito da codardo lasciando gli italiani scannarsi in una guerra civile, è stato colui il quale ha promulgato le leggi razziali contro gli ebrei nel 1938, leggi che causarono la morte di migliaia di nostri connazionali italiani da secoli. Non ci risulta che in Israele abbiano intitolato strade a Hitler, a Kapler, a Reder. In Italia abbiamo il triste primato di aver fatto rimanere le strade intitolate ai massacratori dei contadini meridionali chiamati Briganti, e agli italiani di origine ebraica, chiamati appestati dai savoia e dai fascisti.“


Antonio Gramsci, comunista e studioso come pochi, a differenza dei tanti pennivendoli italiani, ha detto che"Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti.Noi abbiamo imparato da lui la lezione e frequentiamo gli archivi storici ancora poleverosi, per sapere quello che è successo durante la nefanda Monarchia savoiarda. Il 17 marzo deve essere cancellato dalla Repubblica, come i nomi di quegli assassini dalle nostre strade e dalle nostre piazze.
Con rispetto e assoluta fedeltà alla Nostra Repubblica, Le porgo i migliori auguri.
Antonio Ciano




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Sig. Presidente della Repubblica.

17 marzo, noi non festeggiamo

I Savoia, ancora oggi, sono considerati come i re che fecero l’Italia. Una vera bestemmia, un sacrilegio, una bufala che hanno voluto farci digerire gli storici di regime e governanti cresciuti nella retorica risorgimentale. Noi che non siamo di regime contestiamo fortemente quelle affermazioni. Per Noi Meridionali i Savoia furono degli assassini, dei veri colonizzatori, gli sterminatori ed i massacratori del Sud, e non solo. L’Italia poteva e doveva essere fatta confederando i sette Stati, ma Lord Palmerston non aveva interessi a che la penisola si unificasse democraticamente perché il Regno delle Due Sicilie, allora ricco ed industrializzato avrebbe sicuramente condotto a sé gli staterelli come satelliti che ruotano intorno al corpo più grande. Lord Parlmerston, Primo ministro inglese, seguendo le direttive di Albert Pike, mise a disposizione del Conte di Cavour, armi, uomini, denari e mezzi per dare ai massoni Savoia il predominio di tutto il territorio che un tempo fu magnogreco e dei romani per innestarvi il liberismo economico che separa le classi e le contrappone. In Italia non c’è liberismo economico, lo sanno tutti, vi è una casta padana che domina l’economia e la controlla. In Italia vi è un solo proprietario di fabbriche d’automobili, un solo proprietario di reti televisive, un monopolista della gomma sintetica, un altro per la gomma da masticare e così via. I monopoli capitalistici sono soltanto padani facendoli passare per italiani. Noi vogliamo costruire una imprenditoria meridionale, fondata sulla concorrenza vera e non artificiale, vogliamo una economia che affondi nelle nostre radici culturali e storiche, vogliamo una imprenditoria dai valori umani imprescindibili da quelli cattolici e laici che affondano nella cultura della Magna Grecia. La Rivoluzione Meridionale sarà modello di vita per i prossimi anni, questo cammino sarà duro, irto di difficoltà, ma un giorno si compirà.
Il 2 giugno del 1946 l’Italia è stata restituita a se stessa, un plebiscito vero ha cancellato per sempre la monarchia sabauda.


Vittorio Emanuele II invase il Sud senza dichiarazione di guerra, mietendo vittime a centinaia di migliaia: fucilazioni, paesi messi sotto assedio, distrutti, calpestati, rasi al suolo; torturati a morte i religiosi, preti e monaci incarcerati, fucilati a centinaia, i conventi spogliati e saccheggiati, i vescovi perseguitati, vigliaccamente malmenati ed imprigionati; le banche saccheggiate, le proprietà demaniali svendute ai massoni. Il re di Sardegna è da considerare tra i più grandi criminali di guerra che abbiano mai calpestato il suolo italiano, e con lui tutta la casta militare e politica alle sue dipendenze. Il nucleo risorgimentale piemontese accentrò tutto nelle mani dei liberal-massoni, questi non hanno patria, il loro dio è il profitto e la loro legge è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Molti, ancora oggi si affannano a riverire e ad incensare quegli assassini. Quella non è la nostra Italia;... volere che quella sia la vera Italia sarebbe il medesimo che giudicare della bontà di un vino dalla sua feccia, ovveramente del decoro di un palagio dalle sue latrine ( La Civiltà Cattolica, Vol.VIII, Serie IV, 1860, pag.404)
Seguì al despota suo figlio Umberto I, spiccatamente autoritario, nemico del popolo operaio e contadino, ciò è nel DNA della sua razza; nel 1898 fece sparare sulla folla affamata, i morti furono centinaia, Bava Beccaris fu l’esecutore di quella infamia, il mandante proprio lui, il re. A farne le spese furono ancora operai e contadini cattolici e socialisti. Il 29 luglio del 1900 l’anarchico Gaetano Bresci mise fine alla vita del monarca sabaudo ammazzandolo a Monza per vendicare i morti di Milano. Vittorio Emanuele III sostituì il padre e mai rinunciò al suo autoritarismo:”...sarà infatti il re demiurgo del colpo di Stato che, contro la volontà della maggioranza parlamentare, getta il Paese nella Grande Guerra, costata nei tre anni successivi 700.mila morti, altrettanti mutilati ed invalidi, un milione di feriti( su una popolazione che contava 36 milioni di abitanti)...nel 1922 l’Italia è tormentata dallo squadrismo fascista; minoranza violenta, il movimento guidato da Benito Mussolini ha però l’appoggio di gruppi che contano: le gerarchie militari( con alla testa Armando Diaz, l’artefice di Vittorio Veneto),gli agrari padani, parte dell’industria, la massoneria, parte significativa della magistratura e dell’alta burocrazia. Forze che tranquillizzano il sovrano, timoroso delle masse popolari. Perfettamente consapevole delle intenzioni del fascismo, nella notte tra il 27 ed il 28 ottobre 1922, mentre le squadre d’azione convergono su Roma senza che l’apparato dello Stato muova un dito per fermarle, Vittorio Emanuele prende tempo e rifiuta di firmare il decreto di stato d’assedio sottopostogli dal capo del governo Luigi Facta. Il 30 il re affida a Mussolini l’incarico di formare il governo. Da allora, fino al 25 luglio 1943 il sodalizio tra il Savoia e il capo del fascismo non si sarebbe più infranto..”( Brunello Mantelli, Dossier, l’Unità, 2 giugno 2001, pag VII)
Ma come erano magnanimi questi Savoia! Immaginiamo re pippetto nella sua stanza, pensoso ed assorto, con gli stivali neri come la sua anima, andare avanti e indietro nervoso, con la mano al mento, forse aveva nella mente le gesta di Bava Beccaris, forse pensava alle gesta del nonno Vittorio Emanuele II quando scese al Sud per sterminare il popolo meridionale con i suoi bersaglieri; immaginiamo il re pensoso, preoccupato: ma come, quella canaglia del popolo avrebbe potuto prendere il potere? Non sia mai! Il potere da sempre, con Casa Savoia era dei più forti, il Governo della cosa pubblica doveva appartenere alla casta danarosa e liberale, meglio usare un popolano come Mussolini e conservare alla Corona tutti i diritti conseguiti dai suoi avi con gli inganni e le infamie. Nel 1938, re pippetto firma le leggi antisemite, forse pensava di imitare suo nonno Vittorio Emanuele II quando nel 1863 firmò la Legge Pica che legalizzò i crimini di Stato e quelli di guerra.

700 mila soldati allo sbando
...una volta gettata l’Italia nella fornace della Seconda guerra mondiale, il re - che aveva avallato senza dare segni di incertezza l’Asse ed il Patto d’Acciaio con la Germania nazista- comincia a manifestare segni di inquietudine solo all’inizio del 1943, nell’imminenza dello sbarco alleato, quando ormai la sconfitta dell’Italia. In cima ai suoi pensieri non è però il Paese, quanto la sopravvivenza sua personale e quella della dinastia. Vittorio Emanuele inizia a tessere le fila di più congiure: appoggia la fronda fascista guidata da Dino Grandi e sonda la disponibilità delle forze armate. Il piano scatta il 25 luglio. Mussolini è arrestato, al suo posto si insedia Pietro Badoglio( uno dei militari più compromessi con il regime). Ma le alleanze non sono rovesciate,<>, le leggi razziste del 1938 non sono revocate, gli antifascisti rimangono al confino. Il sovrano accarezza l’idea di <>, e al tempo stesso programma la fuga in caso di colpo di mano dei tedeschi. Sull’Italia si susseguono i bombardamenti; nove divisioni della Wehrmacht affluiscono a sud delle Alpi.l’8 settembre del 1943 gli Alleati, imbarazzati e diffidenti di fronte alle manovre dilatorie di Vittorio Emanuele III e di Badoglio, danno notizia che l’Italia ha firmato l’armistizio. Nella notte, mentre le truppe tedesche disarmano i soldati del Regio esercito, lasciati senza ordini( oltre 700.000 finiranno prigionieri in Germania) il re, la regina, i capi militari abbandonano la capitale e fuggono verso Brindisi.
( Brunello Mantelli, l’Unità, Dossier, pag VII, 2 giugno
2001)


Il Plebiscito del 2 giugno 1946 ha vendicato i morti contadini ed operai nelle varie repressioni a favore del capitalismo liberista ( cattolici, socialisti, papalini, borbonici, comunisti uccisi dai vari Fumel, Della Rocca, Cialdini, Pinelli, Quintini, Bixio, Garibaldi, Lamarmora, Bava Beccaris, Roatta, Badoglio, ecc ecc.); quelli dei fasci siciliani; quelli di Milano, quelli della tassa sul macinato; quelli procurati dalle cannonate su Palermo nel 1866; quelli delle guerre coloniali; quelli della prima guerra mondiale; quelli della seconda guerra mondiale. I piemontesi savoiardi furono degli assassini spietati, senza dichiarazione di guerra invasero il Sud, rasero al suolo 54 paesi, incendiarono villaggi, desertificarono le campagne bruciando i raccolti per anni, scannarono armenti e bambini allo stesso modo, impiccarono a migliaia i contadini, le loro donne stuprate, i loro figli incarcerati per anni. Nino Bixio da solo eseguì 700 fucilazioni di contadini ed operai con l’assenso dei Savoia. In Italia vi furono eccidi tremendi, stragi disumane, incivili, truculenti. Quegli assassini dei fratelli d’Italia cominciarono a Genova nel 1849 ove il generale Lamarmora soffocò nel sangue il rigurgitare repubblicano dei genovesi memori e fieri di essere figli della repubblica marinara e rimaniamo delusi quando vediamo il presidente Ciampi andare in quel di Torino a ossequiare coloro che ordinarono quelle nefandezze contro i veri democratici ed i veri italiani. Genova fu messa a sacco e fuoco, la violenza dei bersaglieri i liguri se la ricordano ancora. Poi il garibaldino Bixio, su ordine del suo generale pirata si vendicò contro i siciliani a Bronte, a Recalbuto, a Linguaglossa e in tutta la fascia etnea.Gaeta, simbolo del Sud martirizzato fu rasa al suolo da Cialdini su ordine di Cavour: 160 mila bombe distrussero completamente la città tirrenica, i morti tra militari e civili furono oltre duemila e altrettanti furono fucilati subito dopo la presa della fortezza colpevoli solo d’averla difesa dai barbari invasori.La fedelissima aspetta ancora i danni di quell’assedio, oggigiorno ammontano a diversi miliardi tra interessi e more, la città li vuole, aspettiamo risposta da questo Stato repubblicano, ci devono solo dire chi pagherà, responsabile fu proprio il Vittorione comandante supremo di quella truppaglia infame.


Gli eccidi si susseguirono senza soluzione di continuità: Gaeta, Pontelandolfo, Casalduni, Scurcola, Vieste, Sant’Eramo in Colle, Gioia del Colle, Pizzoli, Bauco, Nola, Somma Vesuviana, Teramo, Isernia, Venosa, Montecillone, Montefalcione, San Vittorino e cento altre città. Non vi fu villaggio ove le orde savoiarde non fecero danni. La Basilicata fu per anni bruciata, la Calabria fu messa sotto torchio dal colonnello Milon e dal generale Sacchi.


Non riusciamo a capire perché il presidente della repubblica vada a incensare i Savoia, perché vada a rendere omaggio a Cavour, a Garibaldi e a tutti quei personaggi che saccheggiarono il Sud e stuprarono le sue genti. I Savoia furono feroci persecutori, non ebbero pietà di Passannante, repubblicano ed anarchico, non ebbero pietà di Pietro Barsanti fucilato per le sue idee democratiche e antimonarchiche.Non ebbero pietà di Gramsci, incarcerato per le sue idee. Noi siamo italiani Sig. Presidente, siamo repubblicani e aspettiamo le sue scuse. Il Sud aspetta le scuse di un Presidente della Repubblica. Venga a Gaeta, sia super partes, il Risorgimento piemontese e savoiardo non ci appartiene. Per Noi meridionali l’Italia è nata il 2 giugno del 1946 e in quel giorno è nato il patto tra Nord e Sud, tra il Nord della Resistenza al fascismo e ai Savoia e il Sud che aveva resistito 83 anni prima a quella barbarie. Non possiamo santificare chi ha commesso eccidi nefandi, chi ha derubato il Sud, chi lo ha massacrato, chi ha commesso crimini contro l’umanità. È contro la storia, è contro il buon senso.
Sig. Presidente, ricordiamo quelle stragi, quegli eccidi, ricordiamo i crimini commessi in nome e per conto dei Savoia. Il Sud che lavora si sente offeso quando gli si vuole imporre eroi di cartone. Il Sud ricorda. I nazisti impararono dai savoiardi: i lager, le fosse Ardeatine, gli eccidi di Reder e Kapler erano solo fotocopie di quelli perpetrati nel Sud dai felloni sabaudi.

Sig. Presidente, in nome e per conto degli interessi di Gaeta e dei comuni dell'ex Regno delle Due Sicilie il Partito del Sud chiede:
1) il sequestro dei diamanti e delle collane ( che ammonterebbero a circa 1.500 milioni di euro) attualmente conservati nei forzieri della Banca d'Italia in quanto il sig. Vittorio Savoia, che li pretende, essendo erede di quel Vittorio Emanuele II,Re di Sardegna e quindi capo dell'esercito piemontese che ha raso al suolo la mia città nel 1860-61, dovrebbe pagare i danni a Gaeta e alle altre città del Sud incendiate e massacrate senza dichiarazione di guerra. Gli eredi, se prendono le eredità devono pagare anche i debiti dei loro avi, e la stessa cosa vale per il signore in questione che ha chiesto 260 milioni alla nostra repubblica per il dorato esilio.
2) che questo Stato repubblicano deferisca alla Corte Internazionale dell'Aja i Savoia ( in quanto eredi diretti dei Re di Sardegna e d'Italia , di quel Regno cancellato dalla lotta partigiana e dalla storia) per un risarcimento equo dei danni provocati dall'assedio del 1860-61 ( danni chiesti dalla nostra città al governo piemontese e riconosciuti persino dalla Corona, e mai pagati e che ammontavano a 2,047,000 milioni di lire del 1861). Tutta la documentazione relativa a tali richieste è conservata nell'archivio storico di Gaeta, che si allega alla presente, oltre la relazione del Dottissimo Avv. Pasquale Troncone, delegato dal comune di Gaeta a relazionare su una possibile denuncia.
3) inoltre il Partito del Sud chiede il deferimento alla Corte Internazionale dell'Aja di Casa Savoia, del conte Camillo Benso di Cavour, di tale Giuseppe Garibaldi, avventuriero, negriero, massone;del generale Cialdini, del generale Pinelli, Enrico Cosenz, del col. Eleonoro Negri, del Cap. Gaetano Negri, del Gen Quntini,del generale Della Rocca ecc ecc. per crimini di guerra, per crimini contro l'umanità, per genocidio essendo tali reati inestinguibili nel tempo, per aver barbaramente invaso il Regno delle Due Sicilie senza dichiarazione di guerra e per aver massacrato un milione di contadini e fatto emigrare 30 milioni di Meridionali.
4) Il Partito del Sud chiede alla nostra amata repubblica, che ha eredidato dal regno perdente leggi regie, di cancellarle definitivamente dai codici civili e penali, oltre a ridare alle città i beni demaniali requisiti e alla Chiesa i Beni ecclesiastici che la legge Rattazzi ha incorporato ad uno Stato illegittimo. In quattro anni, dal 1861 al 1864, furono espropriati ben 398 conventi, con tutti i loro beni mobili ed immobili, centinaia di ettari di terreno coltivato dai contadini e regalati a liberalucci del tempo.


Sig.Presidente,
chi Le scrive ha trascorso la sua vita in una sezione del Partito comunista di Gaeta. Antonio Gramsci era originario della mia città, che diede i natali al padre Francesco il 6 marzo del 1860, nato dalla signora Teresa Gonzalez e da Don Gennaro Gramsci, allora Capitano delle Gendarmeria borbonica dentro la fortezza .Gramsci ha sempre criticato il Risorgimento, fonte dei guai del Sud; ha sempre criticato i blocchi storici che ne determinarono la povertà; ha sempre criticato i Savoia, tanto che parlando della Questione Romana ha scritto che:" Porta Pia non fu che un meschino episodio, militarmente e politicamente. Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia. Fu veramente degna delle tradizioni militari italiane. Porta Pia rassomiglia - in piccolo- a Vittorio Veneto. Porta Pia fu la piccola , facile vittoria dell’aggressore enormemente superiore all’avversario inerme, come Vittorio Veneto fu facile vittoria contro un avversario che - militarmente- non esisteva più. Politicamente Porta Pia fu semplicemente l’ultimo episodio della costruzione violenta ed artificiale del Regno d’Italia. Tutto il resto è chincaglieria retorica. Le belle frasi Terza Roma sono completamente vuote di senso.
Roma è città imperiale e città papale: in ciò sta la sua grandezza universale. La "Terza Roma" non è che una sporca città di provincia, un sordido nido di travetti, di albergatori, di bagascie e di parassiti. Mentre le due fasi della storia di Roma, l’imperiale e la papale, hanno lasciato traccia immortale, la breve parentesi dell’occupazione sabauda lascia, unica traccia di sé, il Palazzo di Giustizia, statue di gesso e grottesche imitazioni decorative: nato tra lo scandalo dei fornitori ladri e dei deputati patrioti corrotti, esso è degno di albergare la decadenza giuridica della società contemporanea. Per questo la questione romana non è risolta. Non potevano risolverla le cannonate del re di Savoia. La violenza militarista non può risolvere i problemi internazionali. E la questione romana è un problema internazionale..."( L’Ordine Nuovo, Rassegna Settimanale di Cultura Socialista, 2 Ottobre 1920).

Sig. Presidente,
nelle sezioni del partito comunista abbiamo imparato che l’Italia repubblicana è nata il 2 giugno del 1946. Nelle sezioni del partito comunista abbiamo appreso che morirono ben 87 mila partigiani per abbattere la dittatura fascista e casa Savoia; nelle sezioni comuniste abbiamo appreso che i repubblicani uccisi dalla monarchia Sabauda furono migliaia, a cominciare dal 1849, quando, Vittorio Emanuele II mandò a Genova il Generale La Marmora con 30 mila bersaglieri a massacrare ben 700 genovesi repubblicani; volevano solo l’antica repubblica di Genova,si ribellarono alla protervia dei Savoia e alle leggi centraliste piemontesi che impedivano i liberi commerci che i mercanti del capoluogo ligure erano soliti praticare.

Sig. Presidente,
a scuola abbiamo studiato la Rivoluzione francese. Ci è stato insegnato che ha portato alla Francia "Egalitè e fraternitè" e che i francesi abbatterono la monarchia che regnava, ai cui re mozzarono la testa. Nessuno in Francia festeggia Luigi XVI° e Maria Antonietta, né vi sono strade e piazze a loro intitolate. La Francia era stata unita dalle monarchie precedenti. Il 14 luglio, il giorno della presa della Bastiglia, è festa nazionale,si festeggia la repubblica. Perché in Italia si vuole osannare la monarchia che ha prodotto nel Sud stragi, infamie, genocidi ed una emigrazione biblica che nemmeno gli ebrei hanno subito?
L’Italia fu unita dai romani, cosa che gli storici poco accorti hanno dimenticato, e che nel 1860 vi erano sei staterelli e un grande Stato: il Regno delle Due Sicilie, allora ricco e prospero. Oggi siamo 20 staterelli, 20 regioni, e quelle dell’ex Reame ridotte a territori sottosviluppati, da terzo mondo.Il regno sabaudo, nel 1861 ha affamato il Sud, lo ha massacrato inviandovi ben 150 mila soldati per estirpare la resistenza dei contadini chiamati briganti, per estirpare le liberalizzazioni borboniche, per estirpare l’uguaglianza e la legalità che in quei territori vigevano. I massacri furono tanti,le stragi, gli eccidi innumerevoli. Il primo eccidio avvenne a Bronte in Sicilia dove Nino Bixio, su ordine di Garibaldi inscenò un processo farsa per fucilare coloro i quali stavano mettendo in pratica un decreto del nizzardo; fucilò i contadini che stavano occupando le terre. Il loro torto fu uno solo, le terre erano quelle della Ducea di Nelson, terre private, di proprietà degli inglesi che avevano finanziato la spedizione dei mille con tre milioni di piastre turche, ossia centinaia di milioni di euro di oggi.Un mercenario, il Garibaldi, al soldo degli inglesi e del massone monarchico Cavour,che fucila i siciliani,fatto osannare dai massoni come eroe e come socialista. Garibaldi era solo un pirata e un mercenario, nonché schiavista, tanto che da capitano della "Carmen" trasportava schiavi cinesi da Canton in Cina e Callao in Perù.

Sig. Presidente,
nelle sezioni del nostro partito ci insegnarono che il Risorgimento piemontese è stato il male assoluto, e Gramsci lo sapeva. Il Risorgimento è filosofia liberaleggiante e tra liberismo piemontese e liberalizzazioni vigenti nel Regno di Napoli nel 1700-1800, il sud ha sempre preferito le seconde, tanto che sotto i Borbone il popolo godeva di una ricchezza e di una prosperità assoluta. Nel 1856 il regno delle Due Sicilie, a Parigi, venne classificato tra i più ricchi al mondo. Oggi siamo un popolo colonizzato nella sua economia, nella sua indole. Ma qualcosa si sta muovendo.I mass Media ci parlano di Economia Italiana, ma tutti sanno che non è così, è solo una parte d’Italia a produrre, l’altra a consumare. L’economia italiana in realtà non esiste, è solo Tosco-Padana. Il centro sinistra difende gli interessi economici della Toscana, dell’Emilia Romagna, delle Marche e dell’Umbria: le varie Coop, Conad, Unipol, Monte dei Paschi e affini, mentre il centro destra difende interessi padani come altri supermercati alimentari ( Panorama, Outlet, Standa, Upim, Rinascente ecc ecc.), compagnie telefoniche, compagnie assicuratrici,finanziarie,industriali, e soprattutto Mediatiche e bancarie. Il glorioso Banco di Napoli è finito nelle mani dei torinesi del San Paolo e il Banco di Sicilia nelle mani dell'Unicredit di Milano. Al sud non sono rimaste nemmeno le bancarelle, ormai nelle mani dei cinesi e degli extracomunitari. La colonizzazione economica ha preso corpo.“

Sig. Presidente,
i Savoia si macchiarono di infamie nel sud della penisola, nel nord e nel mondo intero, e non riusciamo a capacitarci perché, molti reparti militari, portino ancora il loro nome. L’altro giorno ho assistito ad una parata di bersaglieri, la fanfara si chiama " Brigata Garibaldi" incredibile ma vero, ma non furono i bersaglieri del Gen. Pallavicino a ferire la gamba di Garibaldi sulle montagne dell’Aspromonte? In 12 anni i Savoia massacrarono un milione di contadini, incendiarono città e villaggi, li misero a ferro e fuoco, in nome di una Italia che non ci appartiene. La Germania si confederò senza versare una goccia di sangue. Significa che quella non fu unione ma invasione barbarica. Da città come Gaeta,Gioia del Colle, Bronte, Pontelandolfo, Casalduni, Ariano Irpino, Vieste, Montecillone, Scurcola Marsicana, Nola, Somma Vesuviana, Castellammare di Stabia e altre cento, sgorga ancora sangue dalle strade e dalle piazze. A Genova, nel 1849, il gen. La Marmora massacrò settecento genovesi che inneggiavano alal repubblica, e non vedo perché dovremmo festeggiare quei criminali che non ebbero pietà alcuna degli italiani tutti. Nel 1864 a Torino vi furono 500 morti, erano cittadini che difendevano il nome della loro capitale che doveva essere trasferita a Firenze. Nel 1866 i Savoia massacrarono oltre settemila palermitani nella guerra detta del "sette e mezzo", buttarono bombe sul capoluogo siciliano senza pietà, e nel 1893 vi fu mattanza dei fasci siciliani, contadini socialisti e cattolici che volevano solo le terre promesse.Nel 1898 il gen Bava Beccaris massacrò oltre trecento operai a Milano, stavano solo chiedendo pane e lavoro.Il mandante fu propril il re Umberto I. Nella prima guerra mondiale morirono oltre 700 mila italiani, del nord e del sud; nella seconda guerra mondiale morirono oltre 50 milioni di europei, e milioni di italiani, sia civili che militari. 


Sig. Presidente, festeggiare quella unità significa festeggiare quella genìa di massacratori. Una vergogna. Noi siamo nati in repubblica e non festeggeremo niente, ricorderemo i 30 milioni di emigranti, ricorderemo gli eccidi e le stragi perpetrate da quei delinquenti monarchi,tutti massoni, tutti assassini. Ricorderemo il milione di contadini morti per difendere le loro donne e il loro territorio da gente che parlava francese, da ladri assetati di denaro e di sangue. Nel 2011 Gaeta sarà sede di una manifestazione nazionale, moltissimi Meridionali verranno a ricordare la nostra storia da tutte le regioni italiane e dall’estero, perché Sig. Presidente, il Sud vuole riscattarsi dalla colonia Nord, vuole riscattarsi dalle ingiustizie subite dalla monarchia precedente, e vorremmo che Lei fosse presente. Lei, sig. Presidente, da comunista ha sofferto quella monarchia,come molti socialisti, cattolici e anarchici sono morti nella lotta partigiana, nelle carceri, nei lager fascisti e nazisti, proprio come i nostri contadini chiamati briganti nel 1860 e dintorni. I contadini del Sud iniziarono quella lotta contro I Savoia, i partigiani del Nord l’hanno continuata, e in condizioni migliori l’hanno vinta. Nacque la Repubblica e il sottoscritto il 2 giugno la festeggia tre volte. Il 2 giugno è il compleanno di mio figlio Damiano, è giornata di festa a Gaeta perché onoriamo i Santi Erasmo e Marciano, Patroni della città, e festeggiamo in modo solitario questa Santa Repubblica, perché le istituzioni nazionali sono assenti. 


Sig. Presidente, il sud vuole la Sua presenza a Gaeta come segno tangibile, e ricordare ciò successe 150 anni fa,ricordare lo sterminio della città, i massacri delle città del Sud ordite dai Savoia.
Sig. Presidente, solo un’ultima cosa, Le chiedo venia, ma ho sentito un mio amico di origine ebrea lamentarsi quando Eli Wiesel è stato accolto dal nostro presidente della Camera Gianfranco Fini, e quando Il Presidente Berlusconi è andato alla Knesset a ricordare la Shoà. Ebbene, in Italia abbiamo ancora strade, piazze, scuole, ospedali intitolati a Vittorio Emanuele Terzo. Oltre ad essere fuggito da codardo lasciando gli italiani scannarsi in una guerra civile, è stato colui il quale ha promulgato le leggi razziali contro gli ebrei nel 1938, leggi che causarono la morte di migliaia di nostri connazionali italiani da secoli. Non ci risulta che in Israele abbiano intitolato strade a Hitler, a Kapler, a Reder. In Italia abbiamo il triste primato di aver fatto rimanere le strade intitolate ai massacratori dei contadini meridionali chiamati Briganti, e agli italiani di origine ebraica, chiamati appestati dai savoia e dai fascisti.“


Antonio Gramsci, comunista e studioso come pochi, a differenza dei tanti pennivendoli italiani, ha detto che"Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti.Noi abbiamo imparato da lui la lezione e frequentiamo gli archivi storici ancora poleverosi, per sapere quello che è successo durante la nefanda Monarchia savoiarda. Il 17 marzo deve essere cancellato dalla Repubblica, come i nomi di quegli assassini dalle nostre strade e dalle nostre piazze.
Con rispetto e assoluta fedeltà alla Nostra Repubblica, Le porgo i migliori auguri.
Antonio Ciano




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lunedì 28 ottobre 2013

Stragi ed eccidi dei Savoia durante il Risorgimento - Antonio Ciano, Vittoria Longo, Domenico Offi gli autori di un nuovo libro sul Risorgimento.

 
https://www.youtube.com/watch?v=CmckS4sS3NY&feature=youtu.be



Da oggi in libreria !




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venerdì 9 agosto 2013

Platania (CZ):Sud Verity Day con Antonio Ciano


http://www.youtube.com/watch?v=x2NC0ppDmcY&list=UUNuVLXogfJdyINZ7U4zDbEA

Ha avuto un bel successo il Sud Verity Day organizzato a Platania (CZ) la sera di domenica 4 agosto 2013 dalla locale Proloco in collaborazione col PdelSud Catanzaro.

Il tema trattato fa tremare le vene e i polsi: I falsi miti del Risorgimento – L’unità d’Italia raccontata da Sud.

Antonio Ciano (Presidente Onorario PdelSUd), ospite d’onore della serata, con la sua travolgente simpatia ha accompagnato lungo i misfatti del Risorgimento il pubblico numeroso e attento.
Letteralmente a ruba è andato il bestseller di Antonio Ciano “I Savoia e il massacro del Sud”, segno evidente di quanto questi temi siano sentiti dalla gente del Sud.

La serata è stata introdotta da Paolo Nicolazzo, Presidente della Proloco di Platania. C’è stato il cordiale saluto del Sindaco Michele Rizzo e la breve presentazione di Antonio Ciano da parte di Franco Gallo che lo ha ringraziato per l’impegno di ricerca storica definendolo “eroe del meridionalismo militante” .

Poi, con un pubblico attentissimo e interessato, il racconto intenso di Antonio Ciano che ha percorso non senza commozione i vari momenti del risorgimento dallo sbarco garibaldino alle fucilazioni di massa, anche di vecchi, donne e bambini, agli stupri di centinaia di ragazze inermi, alla distruzione di interi paesi dati alle fiamme con gli abitanti nelle case come, appunto, si verificò a Pontelandolfo.
E ancora sulla città di Gaeta dilaniata da 160.000 bombe e sui generali piemontesi che massacravano allegramente le popolazioni civili del sud salvo poi a darsela a gambe in più occasioni davanti alle truppe austriache. Tipico comportamento dei vili.

Ha concluso la serata il Presidente Nazionale del PdelSud Natale Cuccurese che ha tracciato brevemente il concetto del desiderio dei meridionalisti di vedere applicata la Costituzione in ogni sua parte in riferimento ai servizi minimi dovuti ai cittadini del Sud discriminati in più settori quali la salute, i trasporti, l’istruzione.
Questi temi, ricorda Cuccurese, non hanno matrice di destra o sinistra ma dovrebbero costituire la base culturale-politica che porti il popolo meridionale a riscoprire la propria identità e i propri diritti.

La serata si è conclusa con un incontro conviviale presso il locale "A Giurranda" di Platania che ringraziamo, dove si son potute gustare deliziose pietanze di cucina tipica locale che consigliamo vivamente di assaggiare.

Un grazie particolare al Sindaco di Platania Michele Rizzo ed alla Proloco Platania nella persona del suo presidente Paolo Nicolazzo. Grazie a tutti gli amici di Platania, tra cui il dott. Franco Cappello, che si sono prodigati per l'evento ponendo in essere un allestimento tecnicamente perfetto e molto gradevole e accogliente.

Decisamente squisita l’ospitalità. Presenti all'incontro anche il responsabile della regione Puglia Michele Dell'Edera, il coordinatore della prov. di Cosenza Franco Gaudio ed il responsabile della regione Calabria Giuseppe Spadafora, reduce dai recentissimi successi del Sud Project Camp di Longobardi da lui magistralmente organizzato.

Grazie a tutti, alla città di Platania, al numeroso pubblico che ci ha onorato della sua presenza.


Franco Gallo (Coord PdelSUd prov. Catanzaro)


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http://www.youtube.com/watch?v=x2NC0ppDmcY&list=UUNuVLXogfJdyINZ7U4zDbEA

Ha avuto un bel successo il Sud Verity Day organizzato a Platania (CZ) la sera di domenica 4 agosto 2013 dalla locale Proloco in collaborazione col PdelSud Catanzaro.

Il tema trattato fa tremare le vene e i polsi: I falsi miti del Risorgimento – L’unità d’Italia raccontata da Sud.

Antonio Ciano (Presidente Onorario PdelSUd), ospite d’onore della serata, con la sua travolgente simpatia ha accompagnato lungo i misfatti del Risorgimento il pubblico numeroso e attento.
Letteralmente a ruba è andato il bestseller di Antonio Ciano “I Savoia e il massacro del Sud”, segno evidente di quanto questi temi siano sentiti dalla gente del Sud.

La serata è stata introdotta da Paolo Nicolazzo, Presidente della Proloco di Platania. C’è stato il cordiale saluto del Sindaco Michele Rizzo e la breve presentazione di Antonio Ciano da parte di Franco Gallo che lo ha ringraziato per l’impegno di ricerca storica definendolo “eroe del meridionalismo militante” .

Poi, con un pubblico attentissimo e interessato, il racconto intenso di Antonio Ciano che ha percorso non senza commozione i vari momenti del risorgimento dallo sbarco garibaldino alle fucilazioni di massa, anche di vecchi, donne e bambini, agli stupri di centinaia di ragazze inermi, alla distruzione di interi paesi dati alle fiamme con gli abitanti nelle case come, appunto, si verificò a Pontelandolfo.
E ancora sulla città di Gaeta dilaniata da 160.000 bombe e sui generali piemontesi che massacravano allegramente le popolazioni civili del sud salvo poi a darsela a gambe in più occasioni davanti alle truppe austriache. Tipico comportamento dei vili.

Ha concluso la serata il Presidente Nazionale del PdelSud Natale Cuccurese che ha tracciato brevemente il concetto del desiderio dei meridionalisti di vedere applicata la Costituzione in ogni sua parte in riferimento ai servizi minimi dovuti ai cittadini del Sud discriminati in più settori quali la salute, i trasporti, l’istruzione.
Questi temi, ricorda Cuccurese, non hanno matrice di destra o sinistra ma dovrebbero costituire la base culturale-politica che porti il popolo meridionale a riscoprire la propria identità e i propri diritti.

La serata si è conclusa con un incontro conviviale presso il locale "A Giurranda" di Platania che ringraziamo, dove si son potute gustare deliziose pietanze di cucina tipica locale che consigliamo vivamente di assaggiare.

Un grazie particolare al Sindaco di Platania Michele Rizzo ed alla Proloco Platania nella persona del suo presidente Paolo Nicolazzo. Grazie a tutti gli amici di Platania, tra cui il dott. Franco Cappello, che si sono prodigati per l'evento ponendo in essere un allestimento tecnicamente perfetto e molto gradevole e accogliente.

Decisamente squisita l’ospitalità. Presenti all'incontro anche il responsabile della regione Puglia Michele Dell'Edera, il coordinatore della prov. di Cosenza Franco Gaudio ed il responsabile della regione Calabria Giuseppe Spadafora, reduce dai recentissimi successi del Sud Project Camp di Longobardi da lui magistralmente organizzato.

Grazie a tutti, alla città di Platania, al numeroso pubblico che ci ha onorato della sua presenza.


Franco Gallo (Coord PdelSUd prov. Catanzaro)


giovedì 18 luglio 2013

IMPORTANTI RICONOSCIMENTI PER ANTONIO CIANO - L'Associazione Politico Culturale "Radici" lo premierà il 24 agosto a Cirò Marina (KR) per l'impegno storico di riscoperta

Antonio Ciano, Presidente Onorario del Partito del Sud, vedrà riconosciuti i suoi tanti meriti e l'impegno come ricercatore di verità storiche nascoste e taciute grazie all'iniziativa dell' Associazione Politico Culturale Radici che lo premierà nelle tre giornate dedicate alla cultura che si terranno a Cirò Marina (KR) dal 23 al 25 Agosto 2013.

 L'autore del libro " I savoia e il massacro del Sud" verrà premiato nella giornata del 24 Agosto, alle ore 21,00 in Piazza Diaz, dal Presidente della Associazione Radici Signora Francesca Gallello con il premio Internazionale "Conoscere le nostre Radici"; sempre ad Antonio Ciano è stato riconosciuto anche il premio " L'impegno e l' amore per la mia terra".

 Le motivazioni dei premi sono le seguenti : "Per l'impegno il valore e il lavoro svolto come storico con impegno e amorevole pensiero verso la gente della sua terra d'origine e verso tutti coloro che hanno dovuto lasciare la loro terra,visto l'importanza e l'arricchimento storico che trasmette attraverso le sue opere letterarie e di ricerca storica ".

 Ad Antonio Ciano i complimenti e le felicitazioni per l'importante riconoscimento da parte di tutti i membri e simpatizzanti del Partito del Sud.






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Antonio Ciano, Presidente Onorario del Partito del Sud, vedrà riconosciuti i suoi tanti meriti e l'impegno come ricercatore di verità storiche nascoste e taciute grazie all'iniziativa dell' Associazione Politico Culturale Radici che lo premierà nelle tre giornate dedicate alla cultura che si terranno a Cirò Marina (KR) dal 23 al 25 Agosto 2013.

 L'autore del libro " I savoia e il massacro del Sud" verrà premiato nella giornata del 24 Agosto, alle ore 21,00 in Piazza Diaz, dal Presidente della Associazione Radici Signora Francesca Gallello con il premio Internazionale "Conoscere le nostre Radici"; sempre ad Antonio Ciano è stato riconosciuto anche il premio " L'impegno e l' amore per la mia terra".

 Le motivazioni dei premi sono le seguenti : "Per l'impegno il valore e il lavoro svolto come storico con impegno e amorevole pensiero verso la gente della sua terra d'origine e verso tutti coloro che hanno dovuto lasciare la loro terra,visto l'importanza e l'arricchimento storico che trasmette attraverso le sue opere letterarie e di ricerca storica ".

 Ad Antonio Ciano i complimenti e le felicitazioni per l'importante riconoscimento da parte di tutti i membri e simpatizzanti del Partito del Sud.






lunedì 10 settembre 2012

Messaggio di Antonio Ciano sull'incontro di Bari.

Pino ha detto chiaro che un partito politico, senza un giornale, è zero. 
Pino è uno dei migliori giornalisti d'Italia e sta creando una redazione d'eccellenza per dare al Sud e un quotidiano che sostenga fortemente la nuova aggregazione politica.
Il quotidiano del Sud sarà i "portavoce " delle istanze territoriali dei meridionali. 
Ascoltate bene il discorso di Pino, molto intelligente e sottile. 

Se Pino fosse diventato segretario di questa nuova aggregazione politica lo avrebbero massacrato politicamente. Qualcuno ha pensato male. La politica si fa con intelligenza. Il sud c'è, stava a Bari. 


Chi non c'era vuole altro, che non ci appartiene. Non ho visto Miccichè, non ho visto la Poli Bortone, non ho visto Scotti e Iannaccone, non ho visto altri che si dicono meridionalisti. I tempi sono maturi. Non lo sono per frange marxiste e fasciste che occupano spazi non loro. 


Forse qualcuno ha inteso il Meridionalismo come Sudismo, cose peggio del leghismo. Non finiremo sotto le fauci del PD, nè del PDL, nè dell'Udc, nè tantomeno nelle fauci marxiste e fasciste. Il nostro nemico è il Risorgimento piemontese. Il risorgimento piemontese è appoggiato da tutte le forze politiche che stanno nel parlamento di Roma, che in un modo o nell'altro hanno appoggiato le tesi della Lecca Nord, vero cancro della politica italiana. 





Se qualcuno è malato di fasicistite e vede comunisti dappertutto son fatti suoi. Emiliano è un signor sindaco, Meridionalista vero, e sa che il potere economico sta tutto a Nord. Potere economico creato da Cavour, Giolitti e Mussolini, e poi dalla DC, dal PSI e dal Pci. 


I tempi sono maturi cari compatrioti. Bisogna avere coraggio e non nascondersi dietro le ipocrisie


I nostri figli sono stanchi di emigrare. Io ormai sono in pensione e mi son dato all'agricoltura. Coltivo 15 mila mq di terreno in quel di Gaeta. Contadino e Brigante. Sto scrivendo un altro libro, lo faccio durante le pause e di sera. Vado a letto stanco morto di fatica.


Mentre noi stiamo a giocare con FB, i partiti del nord si organizzano e sguazzano tra di noi. Noi abbiamo la più alta percentuale di morti per cancro e leucemie d'Italia, nel golfo di Gaeta. La centrale nucleare del Garigliano ci sta massacrando. Questa percentuale sta pervadendo l'antica terra di Lavoro. A Taranto ci stanno eguagliando, e così a Gela. Tutto questo mentre il Nord padano ci rende sempre più schavi, più colonizzati. 





Se qualcuno dice che i tempi sono acerbi, si sbaglia. Qui, o facciamo il Sud o si muore. 








Se per qualcuno il nemico è Emiliano,ve lo dico chiaro, questo qualcuno è anche il mio nemico. Se qualcuno critica De Magistris perchè da sempre contro Camorra e massoneria, ma non meridionalista convinto, sono fatti suoi, significa che vorrebbe Napoli amministrata da Bassolino o da Lettieri. Io preferisco De Magistris, che con grande coraggio ha messo in un angolo PD, PDL e UDC. 





Per capire dovreste governare la cosa pubblica, stare nelle istituzioni. La macchina burocratica liberal massonica è stata fatta per mettere all'angolo chi la pensa diversamente. Abbiamo bisogno di autonomia nei comuni, abolire regioni e province, prefetture e enti inutili. Per rirprenderci il Sud,le sue ricchezze , quelle del territorio, e soprattutto per riprenderci la nostra dignità.





Antonio Ciano














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Pino ha detto chiaro che un partito politico, senza un giornale, è zero. 
Pino è uno dei migliori giornalisti d'Italia e sta creando una redazione d'eccellenza per dare al Sud e un quotidiano che sostenga fortemente la nuova aggregazione politica.
Il quotidiano del Sud sarà i "portavoce " delle istanze territoriali dei meridionali. 
Ascoltate bene il discorso di Pino, molto intelligente e sottile. 

Se Pino fosse diventato segretario di questa nuova aggregazione politica lo avrebbero massacrato politicamente. Qualcuno ha pensato male. La politica si fa con intelligenza. Il sud c'è, stava a Bari. 


Chi non c'era vuole altro, che non ci appartiene. Non ho visto Miccichè, non ho visto la Poli Bortone, non ho visto Scotti e Iannaccone, non ho visto altri che si dicono meridionalisti. I tempi sono maturi. Non lo sono per frange marxiste e fasciste che occupano spazi non loro. 


Forse qualcuno ha inteso il Meridionalismo come Sudismo, cose peggio del leghismo. Non finiremo sotto le fauci del PD, nè del PDL, nè dell'Udc, nè tantomeno nelle fauci marxiste e fasciste. Il nostro nemico è il Risorgimento piemontese. Il risorgimento piemontese è appoggiato da tutte le forze politiche che stanno nel parlamento di Roma, che in un modo o nell'altro hanno appoggiato le tesi della Lecca Nord, vero cancro della politica italiana. 





Se qualcuno è malato di fasicistite e vede comunisti dappertutto son fatti suoi. Emiliano è un signor sindaco, Meridionalista vero, e sa che il potere economico sta tutto a Nord. Potere economico creato da Cavour, Giolitti e Mussolini, e poi dalla DC, dal PSI e dal Pci. 


I tempi sono maturi cari compatrioti. Bisogna avere coraggio e non nascondersi dietro le ipocrisie


I nostri figli sono stanchi di emigrare. Io ormai sono in pensione e mi son dato all'agricoltura. Coltivo 15 mila mq di terreno in quel di Gaeta. Contadino e Brigante. Sto scrivendo un altro libro, lo faccio durante le pause e di sera. Vado a letto stanco morto di fatica.


Mentre noi stiamo a giocare con FB, i partiti del nord si organizzano e sguazzano tra di noi. Noi abbiamo la più alta percentuale di morti per cancro e leucemie d'Italia, nel golfo di Gaeta. La centrale nucleare del Garigliano ci sta massacrando. Questa percentuale sta pervadendo l'antica terra di Lavoro. A Taranto ci stanno eguagliando, e così a Gela. Tutto questo mentre il Nord padano ci rende sempre più schavi, più colonizzati. 





Se qualcuno dice che i tempi sono acerbi, si sbaglia. Qui, o facciamo il Sud o si muore. 








Se per qualcuno il nemico è Emiliano,ve lo dico chiaro, questo qualcuno è anche il mio nemico. Se qualcuno critica De Magistris perchè da sempre contro Camorra e massoneria, ma non meridionalista convinto, sono fatti suoi, significa che vorrebbe Napoli amministrata da Bassolino o da Lettieri. Io preferisco De Magistris, che con grande coraggio ha messo in un angolo PD, PDL e UDC. 





Per capire dovreste governare la cosa pubblica, stare nelle istituzioni. La macchina burocratica liberal massonica è stata fatta per mettere all'angolo chi la pensa diversamente. Abbiamo bisogno di autonomia nei comuni, abolire regioni e province, prefetture e enti inutili. Per rirprenderci il Sud,le sue ricchezze , quelle del territorio, e soprattutto per riprenderci la nostra dignità.





Antonio Ciano














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martedì 14 agosto 2012

14 agosto 1861, eccidio nefando dei bersaglieri di Cialdini


Il criminale di guerra Enrico Cialdini, dopo aver massacrato Gaeta con migliaia di bombe, causando la morte di ben 4000 persone tra civili e militari, oltre ad aver rasa al suolo la città tirrenica, indirizzò la sua mania di distruzione verso il Sannio. L'eccidio di Pontelandolfo è stato descritto giorno per giorno dal sottoscritto nel libro " I Savoia e il massacro del Sud", edito dalla Gandmelò nel 1996. Fino ad allora nessuno ne parlava. Lo scorso anno lo Stato ha chiesto scusa alla città sannita. Oggi tutti ne parlano. Abbiamo subito processi, siamo stati vituperati, sbranati dalla ciurma irregimentata al potere costituito. Pontelandolfo è solo un simbolo, ma stragi sono state perpretate in tutta Italia dal regime monarchico sabaudo. Questa repubblica,se vuole diventare civile, deve prima di tutto condannare senza mezzi termini quella monarchia infame. Deve cancellare tutte le leggi e decreti legge di quel periodo, tra i più neri della storia d'Italia. Finchè le istituzioni repubblicane festeggiano coloro i quali hanno commesso crimini contro l'umanità, al Sud come al Nord della penisola, non saremo mai promossi tra le nazioni civili. In Germania non hanno strade intitolate ad Hitler, nè gli ebrei hanno intitolato piazze ai loro carnefici. In Francia il 14 luglio si festeggia la repubblica e non la monarchia. L'unità della Francia fu fatta dalla monarchia. In America il 4 di luglio festeggiano la loro libertà, non quella della monarchia inglese.In Italia, il parlamento padano momentaneamente di stanza a Roma, ha deciso di festeggiare il 17 marzo, data in cui nacque il Regno d'Italia. Uno squallore indicibile. 



L'Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano

Era l’alba del 1° agosto dell’anno 1861. A Pontelandolfo si avvertiva nell’aria odore di fermento. I poveri raccolti non bastavano più a pagare le tasse ed i balzelli imposti dalle autorità piemontesi. I contadini avevano assistito increduli alle gesta del generale Garibaldi. Ben presto si erano resi conto che stava dalla parte dei borghesi, dalla parte dei signorotti. Gli eccidi di Bronte, Niscemi e Regalbuto l’avevano detta lunga sulla sua appartenenza di classe a da che parte stava.
I pontelandolfesi erano stanchi delle razzie piemontesi, della guardia mobile, dei loro notabili. Le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione di leva avevano agitato ancora di più le acque. I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte. Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone e non aspettava altro che il momento in cui la rabbia di un anno di vessazioni sarebbe esplosa.
L’arciprete Don Epifanio De Gregorio assieme ad una moltitudine di attivisti borbonici manteneva i contatti con i contadini, sapeva infondere loro la speranza di un domani migliore in quanto con il prossimo ritorno di Re Francesco si sarebbe ristabilito il vecchio ordine. Finalmente ci si poteva organizzare attorno ai partigiani che stazionavano sui monti e cacciare i liberali dissacratori di chiese e saccheggiatori di beni.
Nonostante il servizio al corpo di guardia fosse stato rinforzato, il giorno 2 agosto, il partigiano Gennaro Rinadi detto Sticco, si presentò al sindaco Melchiorre consegnandogli una missiva su cui c’era scritto che il sergente dei regi Marciano, comandante della brigata partigiana Frà Diavolo, chiedeva al primo cittadino 8.000 ducati, due some di armi e viveri entro 48 ore, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei traditori liberali. Tale somma doveva essere consegnata al latore del biglietto.
Chiamato dal sindaco, il 3 agosto giunse in paese il colonnello della Guardia Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 mercenari. Una cinquantina di guardie chiusero l’entrata della piazza mentre gli altri cominciarono a razziare le case dei pontelandolfesi. Ma era rimasto ben poco da rubare, la gente era affamata. Venne saccheggiata anche la chiesa di San Rocco dove De Marco e i suoi mercenari avevano preso alloggio.
Durante la notte tra il 4 ed il 5 agosto le montagne che cingevano Pontelandolfo brulicavano di partigiani: i fuochi accesi erano tantissimi e davano coraggio alla popolazione, scoramento e paura ai liberali.
Il colonnello garibaldino De Marco inquieto diede ordine alla sua colonna di prepararsi ad abbandonare il paese.
Il 6 agosto emissari di Don Epifanio raggiunsero al galoppo l’accampamento di Cosimo Giordano per invitare i partigiani regi in chiesa a ringraziare il Signore.
La brigata Frà Diavolo composta da circa trenta partigiani, dopo l’azione di guerriglia di San Lupo si diresse verso Pontelandolfo. Il paese era in festa per la fiera di San Donato in pieno svolgimento. Tutti aspettavano con impazienza l’arrivo dei loro eroi, l’arrivo dei partigiani regi comandati da CosimoGiordano che stava combattendo la guerra santa contro gli infedeli piemontesi.
Il 7 agosto mentre il campanile rintoccava la quinta ora pomeridiana, la brigata d’eroi giunse in paese tra ali di folla in festa. L’arciprete Don Epifanio de Gregorio cominciò a lodare il signore con il Te Deum per ringraziare Francesco II. I guerriglieri, seguiti da oltre tremila popolani, si diressero verso il Corpo di Guardia, disarmarono i pochi ufficiali rimasti e lo devastarono. I quadri di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi furono ridotti in mille pezzi, le suppellettili furono messe sottosopra. La bandiera tricolore fu staccata e dal panno bianco si strappò lo stemma sabaudo. Il popolo eccitato, come ubriacato dall’avvenuta libertà, urlava, gridava la propria gioia.
Angelo Tedeschi da San Lupo, ritenuto essere la spia dei piemontesi, fu scovato rannicchiato nella sua stalla, sotto il fieno, e freddato con un colpo di fucile da Saverio Di Rubbo. Nella bolgia, un colpo vagante colpì, ferendolo, Pellegrino Patrocco, eremita di Sassinoro, ed un altro colpì in casa sua, uccidendolo, Agostino Vitale. L’esattore Michelangelo Perugini, liberal massone e reo di aver spremuto e ricattato i contadini, fu ammazzato e la sua casa bruciata. Il popolo poteva sfogare la propria rabbia repressa da un anno di sudditanza totale, di dittatura, di terrore, di ruberie, di violenze subite e mal celate. Cosimo Giordano ed il suo vice, seguiti dal popolo, si diressero verso la casa Comunale, ove distrussero i registri dei nati per evitare la chiamata alle armi dei giovani di Pontelandolfo in caso che i piemontesi avessero rimesso i piedi nel paese. La bandiera tricolore fu bruciata sul balcone e al suo posto venne issata quella borbonica. I prigionieri furono liberati dal carcere. Venne istituito un governo provvisorio. Pontelandolfo, dunque, era diventata il centro della reazione borbonica nel Sannio. Guerriglieri dei paesi limitrofi, specialmente quelli di Casalduni e di Campolattaro, erano venuti ad ingrossare la banda di Giordano per tenere alto l’onore del Regno delle Due Sicilie e di Francesco II.
Il 9 agosto, trenta partigiani furono scelti per attaccare la carrozza postale che ogni giorno passava per la provinciale, portando qualche passeggero e i soldi che servivano alle spese della truppa e degli impiegati piemontesi. Soldi e balzelli che il governo di Torino esigeva dalle popolazioni, che dovevano persino pagare la famosa tassa di guerra. Non vi fu alcuna azione cruenta, a tutti i passeggeri furono rubati solo i soldi ed i loro preziosi. Intanto Cosimo Giordano fece fucilare Libero D’Occhio dopo un processo sommario che lo riconobbe spia dei piemontesi e traditore della patria.
La bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Con i soldi sequestrati dai partigiani furono sfamate le famiglie che più avevano bisogno. Al Comune si distribuiva il pane, i muri delle case erano tappezzati di manifesti inneggianti alla rivolta contro i piemontesi e le strade piene di volontari. I manifesti affissi durante la notte dai partigiani della banda Giordano riportavano il proclama del Comandante in CapoChiavone che operava tra la Ciociaria e gli Ausoni.
Su ordine del Generale Cialdini il 13 agosto partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti, comandata dal Generale Maurizio De Sonnaz, detto Requiescant per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e l’attacco ad abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con al suo fianco il garibaldino del luogo de Marco e due liberali pure del posto a far da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Un’altra colonna di quattrocento bersaglieri si stava portando verso Casalduni.
Era l’alba del 14 agosto. Gli ordini di Cialdini erano precisi: Pontelandolfo doveva pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.
La banda di Cosimo Giordano bivaccava a circa un chilometro dal paese, nella selva, tra i monti presso la località Marziello. I partigiani avvertiti dai pastori, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta. Una scarica di pallottole colse di sorpresa i bersaglieri. Tutti scesero da cavallo, qualcuno cadde morto, altri furono feriti, altri ancora risposero al fuoco, ma era ancora buio e la selva copriva le ombre dei partigiani borbonici, i quali continuavano a sparare sul mucchio, alla cieca, non potendo mirare giusto data l’ora mattutina. La sparatoria durò pochi minuti, ma fu feroce e ravvicinata. Gli uomini di Giordano, avvantaggiati dall’effetto sorpresa vedendo che i bersaglieri prendevano posizione di combattimento e presagendo una sconfitta, naturale, date le forze in campo, si diedero alla fuga. I bersaglieri contarono venticinque morti. Il colonnello Negri, anziché inseguire i patrioti di Giordano, diede ordine al plotone di comporre le salme dei caduti e di proseguire la marcia verso Pontelandolfo. L’esercito piemontese circondò il paese, fucile alla mano, pronto a far fuoco. Un plotone, con il De Marco e due liberali, entrò nella città ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Portata a termine l’operazione salvataggio dei settari, che non superavano la decina, i bersaglieri si gettarono a capofitto nei vicoli e nelle strade di Pontelandolfo. Erano le quattro del mattino quando ebbe inizio l’eccidio. Le case furono incendiate. Gli abitanti, armati di roncole e forche, tentarono una sterile difesa, ma i fucili dei piemontesi ebbero inesorabilmente la meglio su di loro. Alcuni vennero stesi nella propria abitazione, altri dormienti nel proprio letto, altri mentre fuggivano. Qualcuno riusciva ad oltrepassare la porta di casa ma veniva abbattuto sull’uscio senza pietà. Grida, urla, gemiti dei feriti, pianti dei bambini. Pontelandolfo fu messa a ferro e fuoco. Tutto il paese bruciava. Nicola Biondi, contadino sessantenne, fu legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali denudarono la figlia Concettina, di sedici anni, e tentarono di violentarla. Ma la ragazza difese strenuamente l’onore. Dopo un’aspra colluttazione, sanguinante cadde a terra esanime. Una scarica micidiale di pallottole abbatté il padre Nicola. Decine e decine erano i cadaveri disseminati nei vicoli, nelle strade, nelle piazze. Alle ore sei metà paese era in fiamme, mentre i bersaglieri continuavano la mattanza. Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti. Il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima ad essere saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti, persino le statue dei santi furono trafugate. Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14 agosto 1861. Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani ed avvenenti, venivano violentate e poi uccise. I morti venivano accatastati l’uno sull’altro. Chi non riusciva a morire subito doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani sotto la minaccia delle baionette.
Dopo ore di stragi, di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz* fece suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame. Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri, si diressero verso Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato. Il laconico messaggio del colonello Negri, di passaggio da Fragneto Monforte, recitava:




Truppa Italiana Colonna Mobile – Fragneto Monforte lì 14 Agosto 1861 ore 7 a.m. Oggetto: Operazione contro i Briganti: Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. Il sergente del 36° Reggimento, il solo salvo dei 40, è con noi. Divido oggi le mie truppe in due colonne mobili; l’una da me diretta agirà nella parte Nord ed Est, l’altra sotto gli ordini del maggiore Gorini all’Ovest a Sud di questa Provincia la quale pure, come più prossima a Benevento, dovrà tenere frequenti comunicazioni colla S.V. Informi di ciò il Generale Cialdini ed il Generale Pinelli. Il Luogotenente Colonnello Comandante la Colonna; firmato Negri.
Al Sig.Governatore della provincia di Benevento p.s. Stasera sono a Fragneto l’Abate, ove, occorrendo può farmi tenere sue nuove fino alle nove di notte.
Per copia conforme

L’ennesimo truculento eccidio era stato portato a compimento con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione inerme, fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia ultrasecolare, fiera di essere italiana, fiera della sua religione.

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 * De Sonnaz: Soprannominato Requiescant per la sua propensione alle fucilazioni sommarie [N. d. R.]

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Il criminale di guerra Enrico Cialdini, dopo aver massacrato Gaeta con migliaia di bombe, causando la morte di ben 4000 persone tra civili e militari, oltre ad aver rasa al suolo la città tirrenica, indirizzò la sua mania di distruzione verso il Sannio. L'eccidio di Pontelandolfo è stato descritto giorno per giorno dal sottoscritto nel libro " I Savoia e il massacro del Sud", edito dalla Gandmelò nel 1996. Fino ad allora nessuno ne parlava. Lo scorso anno lo Stato ha chiesto scusa alla città sannita. Oggi tutti ne parlano. Abbiamo subito processi, siamo stati vituperati, sbranati dalla ciurma irregimentata al potere costituito. Pontelandolfo è solo un simbolo, ma stragi sono state perpretate in tutta Italia dal regime monarchico sabaudo. Questa repubblica,se vuole diventare civile, deve prima di tutto condannare senza mezzi termini quella monarchia infame. Deve cancellare tutte le leggi e decreti legge di quel periodo, tra i più neri della storia d'Italia. Finchè le istituzioni repubblicane festeggiano coloro i quali hanno commesso crimini contro l'umanità, al Sud come al Nord della penisola, non saremo mai promossi tra le nazioni civili. In Germania non hanno strade intitolate ad Hitler, nè gli ebrei hanno intitolato piazze ai loro carnefici. In Francia il 14 luglio si festeggia la repubblica e non la monarchia. L'unità della Francia fu fatta dalla monarchia. In America il 4 di luglio festeggiano la loro libertà, non quella della monarchia inglese.In Italia, il parlamento padano momentaneamente di stanza a Roma, ha deciso di festeggiare il 17 marzo, data in cui nacque il Regno d'Italia. Uno squallore indicibile. 



L'Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano

Era l’alba del 1° agosto dell’anno 1861. A Pontelandolfo si avvertiva nell’aria odore di fermento. I poveri raccolti non bastavano più a pagare le tasse ed i balzelli imposti dalle autorità piemontesi. I contadini avevano assistito increduli alle gesta del generale Garibaldi. Ben presto si erano resi conto che stava dalla parte dei borghesi, dalla parte dei signorotti. Gli eccidi di Bronte, Niscemi e Regalbuto l’avevano detta lunga sulla sua appartenenza di classe a da che parte stava.
I pontelandolfesi erano stanchi delle razzie piemontesi, della guardia mobile, dei loro notabili. Le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione di leva avevano agitato ancora di più le acque. I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte. Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone e non aspettava altro che il momento in cui la rabbia di un anno di vessazioni sarebbe esplosa.
L’arciprete Don Epifanio De Gregorio assieme ad una moltitudine di attivisti borbonici manteneva i contatti con i contadini, sapeva infondere loro la speranza di un domani migliore in quanto con il prossimo ritorno di Re Francesco si sarebbe ristabilito il vecchio ordine. Finalmente ci si poteva organizzare attorno ai partigiani che stazionavano sui monti e cacciare i liberali dissacratori di chiese e saccheggiatori di beni.
Nonostante il servizio al corpo di guardia fosse stato rinforzato, il giorno 2 agosto, il partigiano Gennaro Rinadi detto Sticco, si presentò al sindaco Melchiorre consegnandogli una missiva su cui c’era scritto che il sergente dei regi Marciano, comandante della brigata partigiana Frà Diavolo, chiedeva al primo cittadino 8.000 ducati, due some di armi e viveri entro 48 ore, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei traditori liberali. Tale somma doveva essere consegnata al latore del biglietto.
Chiamato dal sindaco, il 3 agosto giunse in paese il colonnello della Guardia Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 mercenari. Una cinquantina di guardie chiusero l’entrata della piazza mentre gli altri cominciarono a razziare le case dei pontelandolfesi. Ma era rimasto ben poco da rubare, la gente era affamata. Venne saccheggiata anche la chiesa di San Rocco dove De Marco e i suoi mercenari avevano preso alloggio.
Durante la notte tra il 4 ed il 5 agosto le montagne che cingevano Pontelandolfo brulicavano di partigiani: i fuochi accesi erano tantissimi e davano coraggio alla popolazione, scoramento e paura ai liberali.
Il colonnello garibaldino De Marco inquieto diede ordine alla sua colonna di prepararsi ad abbandonare il paese.
Il 6 agosto emissari di Don Epifanio raggiunsero al galoppo l’accampamento di Cosimo Giordano per invitare i partigiani regi in chiesa a ringraziare il Signore.
La brigata Frà Diavolo composta da circa trenta partigiani, dopo l’azione di guerriglia di San Lupo si diresse verso Pontelandolfo. Il paese era in festa per la fiera di San Donato in pieno svolgimento. Tutti aspettavano con impazienza l’arrivo dei loro eroi, l’arrivo dei partigiani regi comandati da CosimoGiordano che stava combattendo la guerra santa contro gli infedeli piemontesi.
Il 7 agosto mentre il campanile rintoccava la quinta ora pomeridiana, la brigata d’eroi giunse in paese tra ali di folla in festa. L’arciprete Don Epifanio de Gregorio cominciò a lodare il signore con il Te Deum per ringraziare Francesco II. I guerriglieri, seguiti da oltre tremila popolani, si diressero verso il Corpo di Guardia, disarmarono i pochi ufficiali rimasti e lo devastarono. I quadri di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi furono ridotti in mille pezzi, le suppellettili furono messe sottosopra. La bandiera tricolore fu staccata e dal panno bianco si strappò lo stemma sabaudo. Il popolo eccitato, come ubriacato dall’avvenuta libertà, urlava, gridava la propria gioia.
Angelo Tedeschi da San Lupo, ritenuto essere la spia dei piemontesi, fu scovato rannicchiato nella sua stalla, sotto il fieno, e freddato con un colpo di fucile da Saverio Di Rubbo. Nella bolgia, un colpo vagante colpì, ferendolo, Pellegrino Patrocco, eremita di Sassinoro, ed un altro colpì in casa sua, uccidendolo, Agostino Vitale. L’esattore Michelangelo Perugini, liberal massone e reo di aver spremuto e ricattato i contadini, fu ammazzato e la sua casa bruciata. Il popolo poteva sfogare la propria rabbia repressa da un anno di sudditanza totale, di dittatura, di terrore, di ruberie, di violenze subite e mal celate. Cosimo Giordano ed il suo vice, seguiti dal popolo, si diressero verso la casa Comunale, ove distrussero i registri dei nati per evitare la chiamata alle armi dei giovani di Pontelandolfo in caso che i piemontesi avessero rimesso i piedi nel paese. La bandiera tricolore fu bruciata sul balcone e al suo posto venne issata quella borbonica. I prigionieri furono liberati dal carcere. Venne istituito un governo provvisorio. Pontelandolfo, dunque, era diventata il centro della reazione borbonica nel Sannio. Guerriglieri dei paesi limitrofi, specialmente quelli di Casalduni e di Campolattaro, erano venuti ad ingrossare la banda di Giordano per tenere alto l’onore del Regno delle Due Sicilie e di Francesco II.
Il 9 agosto, trenta partigiani furono scelti per attaccare la carrozza postale che ogni giorno passava per la provinciale, portando qualche passeggero e i soldi che servivano alle spese della truppa e degli impiegati piemontesi. Soldi e balzelli che il governo di Torino esigeva dalle popolazioni, che dovevano persino pagare la famosa tassa di guerra. Non vi fu alcuna azione cruenta, a tutti i passeggeri furono rubati solo i soldi ed i loro preziosi. Intanto Cosimo Giordano fece fucilare Libero D’Occhio dopo un processo sommario che lo riconobbe spia dei piemontesi e traditore della patria.
La bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Con i soldi sequestrati dai partigiani furono sfamate le famiglie che più avevano bisogno. Al Comune si distribuiva il pane, i muri delle case erano tappezzati di manifesti inneggianti alla rivolta contro i piemontesi e le strade piene di volontari. I manifesti affissi durante la notte dai partigiani della banda Giordano riportavano il proclama del Comandante in CapoChiavone che operava tra la Ciociaria e gli Ausoni.
Su ordine del Generale Cialdini il 13 agosto partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti, comandata dal Generale Maurizio De Sonnaz, detto Requiescant per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e l’attacco ad abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con al suo fianco il garibaldino del luogo de Marco e due liberali pure del posto a far da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Un’altra colonna di quattrocento bersaglieri si stava portando verso Casalduni.
Era l’alba del 14 agosto. Gli ordini di Cialdini erano precisi: Pontelandolfo doveva pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.
La banda di Cosimo Giordano bivaccava a circa un chilometro dal paese, nella selva, tra i monti presso la località Marziello. I partigiani avvertiti dai pastori, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta. Una scarica di pallottole colse di sorpresa i bersaglieri. Tutti scesero da cavallo, qualcuno cadde morto, altri furono feriti, altri ancora risposero al fuoco, ma era ancora buio e la selva copriva le ombre dei partigiani borbonici, i quali continuavano a sparare sul mucchio, alla cieca, non potendo mirare giusto data l’ora mattutina. La sparatoria durò pochi minuti, ma fu feroce e ravvicinata. Gli uomini di Giordano, avvantaggiati dall’effetto sorpresa vedendo che i bersaglieri prendevano posizione di combattimento e presagendo una sconfitta, naturale, date le forze in campo, si diedero alla fuga. I bersaglieri contarono venticinque morti. Il colonnello Negri, anziché inseguire i patrioti di Giordano, diede ordine al plotone di comporre le salme dei caduti e di proseguire la marcia verso Pontelandolfo. L’esercito piemontese circondò il paese, fucile alla mano, pronto a far fuoco. Un plotone, con il De Marco e due liberali, entrò nella città ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Portata a termine l’operazione salvataggio dei settari, che non superavano la decina, i bersaglieri si gettarono a capofitto nei vicoli e nelle strade di Pontelandolfo. Erano le quattro del mattino quando ebbe inizio l’eccidio. Le case furono incendiate. Gli abitanti, armati di roncole e forche, tentarono una sterile difesa, ma i fucili dei piemontesi ebbero inesorabilmente la meglio su di loro. Alcuni vennero stesi nella propria abitazione, altri dormienti nel proprio letto, altri mentre fuggivano. Qualcuno riusciva ad oltrepassare la porta di casa ma veniva abbattuto sull’uscio senza pietà. Grida, urla, gemiti dei feriti, pianti dei bambini. Pontelandolfo fu messa a ferro e fuoco. Tutto il paese bruciava. Nicola Biondi, contadino sessantenne, fu legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali denudarono la figlia Concettina, di sedici anni, e tentarono di violentarla. Ma la ragazza difese strenuamente l’onore. Dopo un’aspra colluttazione, sanguinante cadde a terra esanime. Una scarica micidiale di pallottole abbatté il padre Nicola. Decine e decine erano i cadaveri disseminati nei vicoli, nelle strade, nelle piazze. Alle ore sei metà paese era in fiamme, mentre i bersaglieri continuavano la mattanza. Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti. Il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima ad essere saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti, persino le statue dei santi furono trafugate. Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14 agosto 1861. Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani ed avvenenti, venivano violentate e poi uccise. I morti venivano accatastati l’uno sull’altro. Chi non riusciva a morire subito doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani sotto la minaccia delle baionette.
Dopo ore di stragi, di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz* fece suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame. Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri, si diressero verso Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato. Il laconico messaggio del colonello Negri, di passaggio da Fragneto Monforte, recitava:




Truppa Italiana Colonna Mobile – Fragneto Monforte lì 14 Agosto 1861 ore 7 a.m. Oggetto: Operazione contro i Briganti: Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. Il sergente del 36° Reggimento, il solo salvo dei 40, è con noi. Divido oggi le mie truppe in due colonne mobili; l’una da me diretta agirà nella parte Nord ed Est, l’altra sotto gli ordini del maggiore Gorini all’Ovest a Sud di questa Provincia la quale pure, come più prossima a Benevento, dovrà tenere frequenti comunicazioni colla S.V. Informi di ciò il Generale Cialdini ed il Generale Pinelli. Il Luogotenente Colonnello Comandante la Colonna; firmato Negri.
Al Sig.Governatore della provincia di Benevento p.s. Stasera sono a Fragneto l’Abate, ove, occorrendo può farmi tenere sue nuove fino alle nove di notte.
Per copia conforme

L’ennesimo truculento eccidio era stato portato a compimento con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione inerme, fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia ultrasecolare, fiera di essere italiana, fiera della sua religione.

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 * De Sonnaz: Soprannominato Requiescant per la sua propensione alle fucilazioni sommarie [N. d. R.]

lunedì 16 aprile 2012

GAETA: Inaugurazione della Polveriera Carolina, Trabacco e Ferdinando

Inaugurazione alla presenza del Sindaco Raimondi della Polveriera Carolina, del Museo Ferdinando e del Museo Trabacco. Luoghi meravigliosi, precedentemente ridotti in ruderi, e che ora potranno essere meta di turismo culturale e scolastico e che potranno produrre anche nuova occupazione.

ingresso polveriera CAROLINA - con Antonio Raimondi e Salvatore Di Ciaccio
polveriera CAROLINA

MUSEO FERDINANDO
MUSEO FERDINANDO
Museo Trabacco (museo del mare) in via di ultimazione


Museo Trabacco (museo del mare) in via di ultimazione
Museo Trabacco (museo del mare) in via di ultimazione


polveriera Trabacco e Ferdinando
polveriera Carolina

ingresso polveriera CAROLINA

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Inaugurazione alla presenza del Sindaco Raimondi della Polveriera Carolina, del Museo Ferdinando e del Museo Trabacco. Luoghi meravigliosi, precedentemente ridotti in ruderi, e che ora potranno essere meta di turismo culturale e scolastico e che potranno produrre anche nuova occupazione.

ingresso polveriera CAROLINA - con Antonio Raimondi e Salvatore Di Ciaccio
polveriera CAROLINA

MUSEO FERDINANDO
MUSEO FERDINANDO
Museo Trabacco (museo del mare) in via di ultimazione


Museo Trabacco (museo del mare) in via di ultimazione
Museo Trabacco (museo del mare) in via di ultimazione


polveriera Trabacco e Ferdinando
polveriera Carolina

ingresso polveriera CAROLINA

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martedì 27 marzo 2012

GAETA: ECCO LE LISTE DI RAIMONDI

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Fonte: Latina Oggi del 26 Marzo 2012 pag.24

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Fonte: Latina Oggi del 26 Marzo 2012 pag.24

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sabato 17 marzo 2012

Gaeta è punto di eccellenza della Regione Lazio per quanto riguarda i beni demaniali.

"La Questione demaniale è stata posta in primis dalla giunta Raimondi, la quale ha avuto ieri un incontro bilaterale con il Mibac (Ministero dei Beni Culturali). Antonio Ciano, tramite il Partito del Sud ne ha fatto il suo campo di battaglia, la sua bandiera. Possiamo dire che l'operazione Demanio, in Italia, è stata posta da Ciano. La giunta Raimondi ha già portato a casa la Caserma Sant'Angelo, la casina rossa, la chiesa di San Michele Aacangelo, l'orto botanico borbonico e la palazzina degli ufficiali. il 19 gennaio abbiamo richiesto la Gran Guardia Borbonica, i Bastioni Carlo V, e il Mausolea Lucio Munazio Planco, che è un bene nazionale archeologico e non può essere ceduto ( come il Colosseo); ieri abbiamo richiesto tutti i bastioni del fronte di terra, escliusi quelli della Trinità superiore ed inferiore e quelli miltari e la Polveriera Forte Emilio Savio. La Regione Lazio non ha partecipato all'incontro. Alla Polverini non interessa che Gaeta sia così avanti nella riacquisizione dei beni demaniali, come non interessa la salute della gente e la ferrovia Formia Gaeta alla quale ha sottratto 19 milioni di euro per il completamento della stessa."


Antonio Ciano

Presidente Onorario del Partito del Sud

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"La Questione demaniale è stata posta in primis dalla giunta Raimondi, la quale ha avuto ieri un incontro bilaterale con il Mibac (Ministero dei Beni Culturali). Antonio Ciano, tramite il Partito del Sud ne ha fatto il suo campo di battaglia, la sua bandiera. Possiamo dire che l'operazione Demanio, in Italia, è stata posta da Ciano. La giunta Raimondi ha già portato a casa la Caserma Sant'Angelo, la casina rossa, la chiesa di San Michele Aacangelo, l'orto botanico borbonico e la palazzina degli ufficiali. il 19 gennaio abbiamo richiesto la Gran Guardia Borbonica, i Bastioni Carlo V, e il Mausolea Lucio Munazio Planco, che è un bene nazionale archeologico e non può essere ceduto ( come il Colosseo); ieri abbiamo richiesto tutti i bastioni del fronte di terra, escliusi quelli della Trinità superiore ed inferiore e quelli miltari e la Polveriera Forte Emilio Savio. La Regione Lazio non ha partecipato all'incontro. Alla Polverini non interessa che Gaeta sia così avanti nella riacquisizione dei beni demaniali, come non interessa la salute della gente e la ferrovia Formia Gaeta alla quale ha sottratto 19 milioni di euro per il completamento della stessa."


Antonio Ciano

Presidente Onorario del Partito del Sud

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domenica 11 marzo 2012

Terroni a Gaeta. Spettacolo al Cinema Teatro Ariston.









Una superba interpretazione di Roberto D'Alessandro al teatro Ariston di Gaeta. Lo spettacolo a cura della Camera di Commercio di Latina, voluto fortemente dal presidente Zottola è stato visionato dai ragazzi delle scuole.
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Una superba interpretazione di Roberto D'Alessandro al teatro Ariston di Gaeta. Lo spettacolo a cura della Camera di Commercio di Latina, voluto fortemente dal presidente Zottola è stato visionato dai ragazzi delle scuole.

martedì 6 marzo 2012

GAETA 9,10 e 11 MARZO 2012: Dai primati alla recessione. Viaggio nei destini del Sud.





VENERDI’ 9 MARZO ore 15

Santuario Montagna Spaccata, visita guidata ai luoghi dell’assedio; cena con menù storici nel centro di Gaeta



SABATO 10 MARZO

ore 11, Teatro Ariston
“Terroni” spettacolo di Roberto D’Alessandro

ORE 15.30 presso l’Hotel Serapo,
Mostra del Maestro Gennaro Pisco “Unità senza verità”

Ore 16.o0 Hotel Serapo
Presentazione spettacolo "Fora Savoia" con Mimmo Cavallo

Ore 16.30 Hotel Serapo
Saluti di Antonio Raimondi (Sindaco di Gaeta),

Enzo Zottola (Camera Commercio Latina),
Franco Ciufo (Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio),
Sevi Scafetta (organizzatore-evento),

Ore 16,30 Convegno.
modera Marina Campanile (Fondazione Vanvitelli)

Con Giuseppe Catenacci (Ass. Ex Allievi Nunziatella) con PINO APRILE (La “restanza e i nuovi giovani), LORENZO DEL BOCA (La mancata unità), GENNARO DE CRESCENZO (Movimento Neoborbonico, Dai primati alle questioni); CLAUDIO ROMANO (Uff. Storico Marina, La Marineria Napoletana); ALDO PACE (Fondazione Banco Napoli, Banco e sviluppo del Sud).

Ore 21
Menù storici e musiche del tempo nel centro antico di Gaeta


DOMENICA 11 MARZO

Ore 10.00
Santuario Santissima Annunziata: Messa Solenne per i caduti dell'assedio 1860/61

Ore 12.00
Montagna Spaccata: Cerimonia lancio della corona in onore ai caduti, rievocazione storica cerimonia alzabandiera

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VENERDI’ 9 MARZO ore 15

Santuario Montagna Spaccata, visita guidata ai luoghi dell’assedio; cena con menù storici nel centro di Gaeta



SABATO 10 MARZO

ore 11, Teatro Ariston
“Terroni” spettacolo di Roberto D’Alessandro

ORE 15.30 presso l’Hotel Serapo,
Mostra del Maestro Gennaro Pisco “Unità senza verità”

Ore 16.o0 Hotel Serapo
Presentazione spettacolo "Fora Savoia" con Mimmo Cavallo

Ore 16.30 Hotel Serapo
Saluti di Antonio Raimondi (Sindaco di Gaeta),

Enzo Zottola (Camera Commercio Latina),
Franco Ciufo (Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio),
Sevi Scafetta (organizzatore-evento),

Ore 16,30 Convegno.
modera Marina Campanile (Fondazione Vanvitelli)

Con Giuseppe Catenacci (Ass. Ex Allievi Nunziatella) con PINO APRILE (La “restanza e i nuovi giovani), LORENZO DEL BOCA (La mancata unità), GENNARO DE CRESCENZO (Movimento Neoborbonico, Dai primati alle questioni); CLAUDIO ROMANO (Uff. Storico Marina, La Marineria Napoletana); ALDO PACE (Fondazione Banco Napoli, Banco e sviluppo del Sud).

Ore 21
Menù storici e musiche del tempo nel centro antico di Gaeta


DOMENICA 11 MARZO

Ore 10.00
Santuario Santissima Annunziata: Messa Solenne per i caduti dell'assedio 1860/61

Ore 12.00
Montagna Spaccata: Cerimonia lancio della corona in onore ai caduti, rievocazione storica cerimonia alzabandiera

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L'Assessore di Gaeta Antonio Ciano: cinque anni per una conduttura, Acqualatina e Provincia sono enti inutili

L’Assessore Antonio Ciano interviene in merito all’esclusione, da parte di Acqualatina, dei progetti riguardanti la città di Gaeta e precisamente la zona del Colle.

“Trovo inaudito la decisione della società di escludere la realizzazione della conduttura idrica tra la località «Canali» e l’incrocio con Via Monte Tortona nel loro piano delle opere per i prossimi sei anni – dichiara l’Assessore Ciano - Abbiamo rispettato tutte le procedure previste e sollecitato più volte gli uffici a voler accogliere questa richiesta dei cittadini di Gaeta che è stata formalizzata nel luglio 2007 quando il Settore Lavori Pubblici ha trasmesso ad Acqualatina la planimetria indicativa, il computo metrico-estimativo, l’elenco dei prezzi e la spesa complessiva dell’intervento”.

“Nel settembre del 2010, il Settore ha integrato la documentazione inserendo un’altra petizione popolare, a firma dei cittadini residenti della zona in questione, per l’estensione della stessa rete idrica di cui non si sono avute notizie. Nel mese di novembre dello stesso anno, il Comune ha sollecitato nuovamente la Provincia di Latina, proprietaria di Via del Colle, ed Acqualatina affinché intervenissero il più presto possibile per allacciare le utenze della località «Il Colle» alla rete idrica- spiega Ciano - Subito dopo Acqualatina, ha chiesto alla Provincia di Latina l’autorizzazione a poter procedere ai lavori di allaccio alla rete idrica senza ricevere alcun riscontro”.

“L’ultima risposta, delle poche, che il Comune ha ricevuto è del 17 febbraio 2012 con la quale Acqualatina ci informa che questa opera, 900 metri di conduttura, non è stata inserita nelle opere previste per i prossimi sei anni. Un risposta che ha lasciato l’Amministrazione e cittadini coinvolti esterrefatti e molto rammaricati per una decisione incomprensibile – aggiunge l’Assessore - Inoltre, questi lavori sono stati sempre richiesti e sollecitati dal sottoscritto più di una volta durante la Conferenza dei Sindaci e sia il Presidente di Acqualatina, Giuseppe Addessi, che il Responsabile dell’Ato 4, l’Ing. Giovannetti, hanno sempre dato rassicurazioni in merito alla velocizzazione della pratica. Ho inviato un’altra comunicazione scritta, lo scorso 2 marzo, invitando la società a porre in essere tutti gli atti dovuti per programmare ed effettuare i lavori di completamento ed attivazione della rete idrica”.

“È un’opera che i cittadini attendono da anni e che porterebbe un vantaggio per la loro qualità della vita, oltre che evitare inutili polemiche. Questa vicenda dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno che sia Acqualatina che la Provincia sono enti inutili che rappresentano un passaggio burocratico di troppo per giungere alla realizzazione di opere importanti – conclude Ciano - Spero che l’attuale Governo Monti, e anche quelli che verranno, prenda in seria considerazione, e metta in pratica, l’ipotesi di eliminarli così da semplificare la vita ai cittadini e risparmiare i costi a favore di altri interventi”.



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L’Assessore Antonio Ciano interviene in merito all’esclusione, da parte di Acqualatina, dei progetti riguardanti la città di Gaeta e precisamente la zona del Colle.

“Trovo inaudito la decisione della società di escludere la realizzazione della conduttura idrica tra la località «Canali» e l’incrocio con Via Monte Tortona nel loro piano delle opere per i prossimi sei anni – dichiara l’Assessore Ciano - Abbiamo rispettato tutte le procedure previste e sollecitato più volte gli uffici a voler accogliere questa richiesta dei cittadini di Gaeta che è stata formalizzata nel luglio 2007 quando il Settore Lavori Pubblici ha trasmesso ad Acqualatina la planimetria indicativa, il computo metrico-estimativo, l’elenco dei prezzi e la spesa complessiva dell’intervento”.

“Nel settembre del 2010, il Settore ha integrato la documentazione inserendo un’altra petizione popolare, a firma dei cittadini residenti della zona in questione, per l’estensione della stessa rete idrica di cui non si sono avute notizie. Nel mese di novembre dello stesso anno, il Comune ha sollecitato nuovamente la Provincia di Latina, proprietaria di Via del Colle, ed Acqualatina affinché intervenissero il più presto possibile per allacciare le utenze della località «Il Colle» alla rete idrica- spiega Ciano - Subito dopo Acqualatina, ha chiesto alla Provincia di Latina l’autorizzazione a poter procedere ai lavori di allaccio alla rete idrica senza ricevere alcun riscontro”.

“L’ultima risposta, delle poche, che il Comune ha ricevuto è del 17 febbraio 2012 con la quale Acqualatina ci informa che questa opera, 900 metri di conduttura, non è stata inserita nelle opere previste per i prossimi sei anni. Un risposta che ha lasciato l’Amministrazione e cittadini coinvolti esterrefatti e molto rammaricati per una decisione incomprensibile – aggiunge l’Assessore - Inoltre, questi lavori sono stati sempre richiesti e sollecitati dal sottoscritto più di una volta durante la Conferenza dei Sindaci e sia il Presidente di Acqualatina, Giuseppe Addessi, che il Responsabile dell’Ato 4, l’Ing. Giovannetti, hanno sempre dato rassicurazioni in merito alla velocizzazione della pratica. Ho inviato un’altra comunicazione scritta, lo scorso 2 marzo, invitando la società a porre in essere tutti gli atti dovuti per programmare ed effettuare i lavori di completamento ed attivazione della rete idrica”.

“È un’opera che i cittadini attendono da anni e che porterebbe un vantaggio per la loro qualità della vita, oltre che evitare inutili polemiche. Questa vicenda dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno che sia Acqualatina che la Provincia sono enti inutili che rappresentano un passaggio burocratico di troppo per giungere alla realizzazione di opere importanti – conclude Ciano - Spero che l’attuale Governo Monti, e anche quelli che verranno, prenda in seria considerazione, e metta in pratica, l’ipotesi di eliminarli così da semplificare la vita ai cittadini e risparmiare i costi a favore di altri interventi”.



martedì 28 febbraio 2012

Santa Caterina Villarmosa. Il Sindaco ricorda le vittime dei fasci siciliani



http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ygwCV6epvAQ#!

Il 5 grennaio del 1894, governando Crispi la cosa pubblica italiana, i contadini dei fasci siciliani furono massacrati dai soldati dell'esercito sabaudo, agli ordini del primo ministro siciliano. Ribera, paese natio dell'ex garibaldino traditore della idea repubblicana, gli ha dedicato anche una statua. Un giorno sarà abbattuta, ne siamo sicuri.


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http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ygwCV6epvAQ#!

Il 5 grennaio del 1894, governando Crispi la cosa pubblica italiana, i contadini dei fasci siciliani furono massacrati dai soldati dell'esercito sabaudo, agli ordini del primo ministro siciliano. Ribera, paese natio dell'ex garibaldino traditore della idea repubblicana, gli ha dedicato anche una statua. Un giorno sarà abbattuta, ne siamo sicuri.


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venerdì 24 febbraio 2012

SANTA CATERINA VILLARMOSA - VENERDI’ 24 febbraio 2012 ore 18.00 : “I fasci siciliani” - Relatore Antonio Ciano


COMUNE DI SANTA CATERINA VILLARMOSA
(CALTANISSETTA)

“I fasci siciliani”
reminiscenza e attualità

Relatore: Prof. cap. Antonio Ciano
Moderatore: Antonino Fiaccato

Sala di Pietra
(Presso Antica sede del Palazzo Municipale in via Roma)

VENERDI’ 24 febbraio 2012
Ore 18.00

La cittadinanza è invitata a partecipare.

Santa Caterina villarmosa 21.02.2012

IL SINDACO
ANTONINO FIACCATO

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COMUNE DI SANTA CATERINA VILLARMOSA
(CALTANISSETTA)

“I fasci siciliani”
reminiscenza e attualità

Relatore: Prof. cap. Antonio Ciano
Moderatore: Antonino Fiaccato

Sala di Pietra
(Presso Antica sede del Palazzo Municipale in via Roma)

VENERDI’ 24 febbraio 2012
Ore 18.00

La cittadinanza è invitata a partecipare.

Santa Caterina villarmosa 21.02.2012

IL SINDACO
ANTONINO FIACCATO

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giovedì 23 febbraio 2012

Bilancio, rispettato il Patto di Stabilità per il quinto anno. Raimondi: non aumentate le tasse e mantenuti i servizi.

“Tra gli obiettivi che ci siamo prefissati c’era quello del risanamento delle casse comunali. Dopo cinque anni posso dire che siamo un’Amministrazione virtuosa che ha saputo affrontare le tante difficoltà con coraggio e saggezza”.

Il Sindaco di Gaeta, Antonio Raimondi, interviene sul bilancio comunale il cui consuntivo sarà approvato dalla Giunta comunale in questi giorni.

“Il rispetto del patto di stabilità per il quinto anno consecutivo è la dimostrazione concreta che l’ente non è sull’orlo del fallimento, come afferma da anni l’opposizione sapendi di mentire, anzi siamo riusciti a non aumentare le tasse, a mantenere inalterato il livello dei servizi e a risanare il bilnacio comunale che abbiamo trovato in maniera disastrata. Bisogna continuare su questa strada che è in netta controtendenza con lo scenario nazionale fatto di tagli al settore del sociale e della cultura – dichiara il Sindaco Raimondi - Quando sento parlare il consigliere Ranucci ed altri esponenti del PdL non so se abbiano studiato economia alla Bocconi o ad Harvard. Però, certamente molti hanno dimostrato di essere bravi a commerciare e a fare economia per le loro tasche con una nota struttura di formazione professionale che ha illuso tante persone con corsi di formazione senza alcuno sbocco lavorativo”.

“In questi giorni, verrà approvato in Giunta il consuntivo 2010 che dà dei risultati molto lusinghieri tra i quali l’aver terminato l’anno senza anticipazioni di cassa. Porteremo presto all’attenzione del Consiglio Comunale anche questo documento finanziario che verrà approvato dalla maggioranza che mi sostiene e che in questi anni ha avuto la maturità politica di fare scelte importanti come riconoscere i debiti fuori bilancio delle Amministrazioni precedenti che stiamo faticosamente restituendo – aggiunge il Sindaco - Per quanto riguarda il consuntivo 2011, lo approveremo in Giunta e sarà discusso nella prossima consiliatura come accadde a noi nel 2007 quando approvammo il consuntivo 2006”.

“Infine, non approveremo il previsionale perché voglio lasciare alla prossima amministrazione la possibilità di gestire le proprie scelte non quelle fatte da altri – conclude Raimondi - Anche questo tema, quello della finanza pubblica, spero sia al più presto oggetto di uno dei confronti con il candidato sindaco Mitrano perché la finanza pubblia è un tema che coinvolge da vicino i cittadini di Gaeta. Aspetto di sapere come vuole impostare l’Imu e come vuole far quadrare i conti del Comune mantenedo inalterati i servizi, visto come si è comportato il PdL sulla questione dell’Ici sulle aree edificabili. Resto in attesa di una sua risposta sul quando fare questi dibattiti pubblici per far giudicare la nostra visione dlla città agli elettori”.

Fonte: Movimento Progressista Gaeta
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“Tra gli obiettivi che ci siamo prefissati c’era quello del risanamento delle casse comunali. Dopo cinque anni posso dire che siamo un’Amministrazione virtuosa che ha saputo affrontare le tante difficoltà con coraggio e saggezza”.

Il Sindaco di Gaeta, Antonio Raimondi, interviene sul bilancio comunale il cui consuntivo sarà approvato dalla Giunta comunale in questi giorni.

“Il rispetto del patto di stabilità per il quinto anno consecutivo è la dimostrazione concreta che l’ente non è sull’orlo del fallimento, come afferma da anni l’opposizione sapendi di mentire, anzi siamo riusciti a non aumentare le tasse, a mantenere inalterato il livello dei servizi e a risanare il bilnacio comunale che abbiamo trovato in maniera disastrata. Bisogna continuare su questa strada che è in netta controtendenza con lo scenario nazionale fatto di tagli al settore del sociale e della cultura – dichiara il Sindaco Raimondi - Quando sento parlare il consigliere Ranucci ed altri esponenti del PdL non so se abbiano studiato economia alla Bocconi o ad Harvard. Però, certamente molti hanno dimostrato di essere bravi a commerciare e a fare economia per le loro tasche con una nota struttura di formazione professionale che ha illuso tante persone con corsi di formazione senza alcuno sbocco lavorativo”.

“In questi giorni, verrà approvato in Giunta il consuntivo 2010 che dà dei risultati molto lusinghieri tra i quali l’aver terminato l’anno senza anticipazioni di cassa. Porteremo presto all’attenzione del Consiglio Comunale anche questo documento finanziario che verrà approvato dalla maggioranza che mi sostiene e che in questi anni ha avuto la maturità politica di fare scelte importanti come riconoscere i debiti fuori bilancio delle Amministrazioni precedenti che stiamo faticosamente restituendo – aggiunge il Sindaco - Per quanto riguarda il consuntivo 2011, lo approveremo in Giunta e sarà discusso nella prossima consiliatura come accadde a noi nel 2007 quando approvammo il consuntivo 2006”.

“Infine, non approveremo il previsionale perché voglio lasciare alla prossima amministrazione la possibilità di gestire le proprie scelte non quelle fatte da altri – conclude Raimondi - Anche questo tema, quello della finanza pubblica, spero sia al più presto oggetto di uno dei confronti con il candidato sindaco Mitrano perché la finanza pubblia è un tema che coinvolge da vicino i cittadini di Gaeta. Aspetto di sapere come vuole impostare l’Imu e come vuole far quadrare i conti del Comune mantenedo inalterati i servizi, visto come si è comportato il PdL sulla questione dell’Ici sulle aree edificabili. Resto in attesa di una sua risposta sul quando fare questi dibattiti pubblici per far giudicare la nostra visione dlla città agli elettori”.

Fonte: Movimento Progressista Gaeta

 
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