mercoledì 30 maggio 2012

TeleStudioModena - "UNITA' SENZA VERITA" - INSORGENZE VISIVE di GENNARO PISCO


http://www.youtube.com/watch?v=IvyXvRCe56k&feature=share

Un Servizio di TSM TeleStudioModena sul 3° Appuntamento della Mostra Itinerante (questa volta a Modena ) [dal 5 maggio al 19 maggio 2012] ; UNITA' SENZA VERITA' - INSORGENZE VISIVE dell'Artista e ( Ricercatore in questo caso) Prof. GENNARO PISCO - .

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http://www.youtube.com/watch?v=IvyXvRCe56k&feature=share

Un Servizio di TSM TeleStudioModena sul 3° Appuntamento della Mostra Itinerante (questa volta a Modena ) [dal 5 maggio al 19 maggio 2012] ; UNITA' SENZA VERITA' - INSORGENZE VISIVE dell'Artista e ( Ricercatore in questo caso) Prof. GENNARO PISCO - .

martedì 29 maggio 2012

La “Repubblica Partenopea” al servizio dell’occupante francese


Alessandro Citarella, Segretario Provinciale del Partito del Sud – Napoli

Nuovo saggio storico sulla nostra storia nascosta:

“Il ferro e il fuoco del nemico esercito francese”


Ho avuto la piacevole sorpresa di poter acquistare un saggio storico, “Il ferro e il fuoco del nemico esercito francese”, direttamente da Guglielmo Di Grezia giorni fa a Roma, dove ci siamo incontrati anche con altri amici per una giornata di lavoro politico del Partito del Sud.  Leggendo il saggio, èstato ancora più bello scoprire che il testo è scorrevole da leggere, sintetico perché è proposto in poco più di 100 pagine, ed è un concentrato di storia scritto in modo semplice e lineare, utile per capire bene quanto sia mistificatoria, ed ancora una volta volutamente travisata, la storia di un periodo nel nostro paese.
Dalla lettura ho appreso che nel periodo della cosiddetta Repubblica Partenopea, l’Irpinia è stata invasa dalle armate francesi e che due terzi della cittadina di Mercogliano fu distrutta dagli invasori.  I francesi, come i loro cugini piemontesi sessantuno anni più tardi, si dichiararono “liberatori”, ma non è ancora possibile sapere bene da chi dovessero liberare le popolazioni locali.
Dai documenti demografici e contabili, è possibile ricostruire una puntuale ed esatta rendicontazione di un genocidio e di una rapina.  Il valore storico dei documenti trovati e messi in sicurezza a Mercogliano è incalcolabile, perché senza pari, e permettono di riscrivere un altro pezzo di storia raccontando la verità, una verità che ancora una volta è l’esatto opposto di quella scritta per educare alle bugie tutti coloro che frequentano le scuole di questa nazione.
Il libro è scritto a più  mani: Guglielmo Di Grezia, irpino mai dimentico delle proprie radici e della storia vera della propria terra, della propria patria; Vincenzo Gulì, uno storico che ben conosciamo; don Vitaliano Della Sala, sacerdote scomodo per gli oscuratori dei mali della società, ma sempre presente tra chi ha bisogno o dove l’ipocrisia non lo vorrebbe; e da altri ricercatori di valore che hanno partecipato allo scavo dei documenti.
I ricavi della vendita del ben documentato saggio saranno devoluti interamente a lavori per sistemare l’archivio della chiesa di Mercogliano, dove sono conservati tanti documenti che testimoniano la storia, non più perduta, della nostra Patria duo siciliana.
Per chi avesse ancora dei dubbi sulla natura della cosiddetta Repubblica Partenopea e le reali intenzioni dei francesi mandati da Napoleone, ci sono i 60 mila cittadini dei nostri territori massacrati in sei mesi di occupazione francese che sono stati totalmente dimenticati dalla storiografia ufficiale. Fra questi, 10 mila eroi, i Lazzari, caddero nel disperato tentativo di difendere la Napoli dalle truppe giacobine.  A fronte dei nostri 60 mila morti, si ebbero un migliaio di morti fra le truppe francesi e poco più di un centinaio di nobili e borghesi giacobini napoletani condannati a morte dopo la cacciata degli invasori, per aver tradito Napoli e per aver aiutato l’invasore.  Se Napoli ricorda i “martiri” giacobini, è sintomatico che non si ricordano i 60 mila cittadini uccisi dai giacobini nostrani e dai francesi, e non si racconta la raccapricciante storia delle esecuzioni sommarie, delle torture e degli stupri, documentati anche dai napoleonici, di molte migliaia di civili tra cui anche donne, vecchi e bambini, al grido di “libertè, egalitè, fraternitè”.  E’ ancora incredibile che ci sia chi fa spaccia per oro le nefandezze del tradimento giacobino, rinnegando le proprie origini e la verità storica.
Ringrazio e porgo omaggio, sperando poi di farlo di persona, a tutti coloro che hanno partecipato alla produzione del libro.  Consiglio di leggerlo e di aiutare a diffonderlo perché il momento è favorevole affinché studiosi “non giacobini”, non di parte, possano continuare a conquistare lo spazio che meritano, riducendo quello dei “tifosi” dello straniero francese e piemontese, e che ci hanno offuscato la mente e la volontà in nome e per conto dei colonizzatori di ieri e di oggi.

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Alessandro Citarella, Segretario Provinciale del Partito del Sud – Napoli

Nuovo saggio storico sulla nostra storia nascosta:

“Il ferro e il fuoco del nemico esercito francese”


Ho avuto la piacevole sorpresa di poter acquistare un saggio storico, “Il ferro e il fuoco del nemico esercito francese”, direttamente da Guglielmo Di Grezia giorni fa a Roma, dove ci siamo incontrati anche con altri amici per una giornata di lavoro politico del Partito del Sud.  Leggendo il saggio, èstato ancora più bello scoprire che il testo è scorrevole da leggere, sintetico perché è proposto in poco più di 100 pagine, ed è un concentrato di storia scritto in modo semplice e lineare, utile per capire bene quanto sia mistificatoria, ed ancora una volta volutamente travisata, la storia di un periodo nel nostro paese.
Dalla lettura ho appreso che nel periodo della cosiddetta Repubblica Partenopea, l’Irpinia è stata invasa dalle armate francesi e che due terzi della cittadina di Mercogliano fu distrutta dagli invasori.  I francesi, come i loro cugini piemontesi sessantuno anni più tardi, si dichiararono “liberatori”, ma non è ancora possibile sapere bene da chi dovessero liberare le popolazioni locali.
Dai documenti demografici e contabili, è possibile ricostruire una puntuale ed esatta rendicontazione di un genocidio e di una rapina.  Il valore storico dei documenti trovati e messi in sicurezza a Mercogliano è incalcolabile, perché senza pari, e permettono di riscrivere un altro pezzo di storia raccontando la verità, una verità che ancora una volta è l’esatto opposto di quella scritta per educare alle bugie tutti coloro che frequentano le scuole di questa nazione.
Il libro è scritto a più  mani: Guglielmo Di Grezia, irpino mai dimentico delle proprie radici e della storia vera della propria terra, della propria patria; Vincenzo Gulì, uno storico che ben conosciamo; don Vitaliano Della Sala, sacerdote scomodo per gli oscuratori dei mali della società, ma sempre presente tra chi ha bisogno o dove l’ipocrisia non lo vorrebbe; e da altri ricercatori di valore che hanno partecipato allo scavo dei documenti.
I ricavi della vendita del ben documentato saggio saranno devoluti interamente a lavori per sistemare l’archivio della chiesa di Mercogliano, dove sono conservati tanti documenti che testimoniano la storia, non più perduta, della nostra Patria duo siciliana.
Per chi avesse ancora dei dubbi sulla natura della cosiddetta Repubblica Partenopea e le reali intenzioni dei francesi mandati da Napoleone, ci sono i 60 mila cittadini dei nostri territori massacrati in sei mesi di occupazione francese che sono stati totalmente dimenticati dalla storiografia ufficiale. Fra questi, 10 mila eroi, i Lazzari, caddero nel disperato tentativo di difendere la Napoli dalle truppe giacobine.  A fronte dei nostri 60 mila morti, si ebbero un migliaio di morti fra le truppe francesi e poco più di un centinaio di nobili e borghesi giacobini napoletani condannati a morte dopo la cacciata degli invasori, per aver tradito Napoli e per aver aiutato l’invasore.  Se Napoli ricorda i “martiri” giacobini, è sintomatico che non si ricordano i 60 mila cittadini uccisi dai giacobini nostrani e dai francesi, e non si racconta la raccapricciante storia delle esecuzioni sommarie, delle torture e degli stupri, documentati anche dai napoleonici, di molte migliaia di civili tra cui anche donne, vecchi e bambini, al grido di “libertè, egalitè, fraternitè”.  E’ ancora incredibile che ci sia chi fa spaccia per oro le nefandezze del tradimento giacobino, rinnegando le proprie origini e la verità storica.
Ringrazio e porgo omaggio, sperando poi di farlo di persona, a tutti coloro che hanno partecipato alla produzione del libro.  Consiglio di leggerlo e di aiutare a diffonderlo perché il momento è favorevole affinché studiosi “non giacobini”, non di parte, possano continuare a conquistare lo spazio che meritano, riducendo quello dei “tifosi” dello straniero francese e piemontese, e che ci hanno offuscato la mente e la volontà in nome e per conto dei colonizzatori di ieri e di oggi.

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domenica 29 aprile 2012

IL FERRO ED IL FUOCO DEL NEMICO ESERCITO FRANCESE - IL 1799 IN IRPINIA E NEL REGNO DI NAPOLI: Presentazione libro a Mercogliano (AV)


Presentazione del libro "Il Ferro ed il fuoco del nemico esercito francese" a Mercogliano (AV). Testo e premessa di Vincenzo Gulí, introduzione di Guglielmo Di Grezia, introduzione storica su Mercogliano e sulla Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Vitaliano Della Sala e Antonio Gesualdo, con la presenza degli autori e della giornalista Anna Maria Chiariello (Mediaset). Masseria Murata, Mercogliano. 5 maggio 2012, ore 17:30.

Fonte: http://www.duesicilie.org/spip.php?article445

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Presentazione del libro "Il Ferro ed il fuoco del nemico esercito francese" a Mercogliano (AV). Testo e premessa di Vincenzo Gulí, introduzione di Guglielmo Di Grezia, introduzione storica su Mercogliano e sulla Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Vitaliano Della Sala e Antonio Gesualdo, con la presenza degli autori e della giornalista Anna Maria Chiariello (Mediaset). Masseria Murata, Mercogliano. 5 maggio 2012, ore 17:30.

Fonte: http://www.duesicilie.org/spip.php?article445

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lunedì 23 aprile 2012

150 anni dall'Unità d'Italia. Parla il Giudice Nicola Gratteri - "Finta Unità d'Italia"

Perchè ha procreato la mafia

Fonte: J' accuse...!

nicola gratteri copiaTrascriviamo alcune parti dell'Intervento del Giudice Nicola Gratteri Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria. Al termine della trascrizione il video dell'intervento del Giudice Gratteri tratto da youtube

"... l'Unità d'Italia non è stata discussa, è stata imposta... Le violenze, gli omicidi, gli stupri fatti in Basilicata in Calabria, in Puglia... le fosse Ardeatine non sono nulla. Quando venivano ammazzati 10 romani per ogni tedesco ucciso nelle fosse Ardeatine, quando è stato ucciso un piemontese, erano uccisi 100 calabresi, per ogni piemontese ucciso... io ancora non ho sentito la storia dell'Unità d'Italia perchè la storia resta scritta dai vincenti... Chi ha imposto l'Unità d'Italia ha tradito quelle popolazioni che sono diventate sempre più povere e sempre più emarginate. Non sono qui a fare del vittimismo, ho letto documenti... non quelli che vanno di moda. Mi sono documentato, sono andato agli Archivi di Stato, ho letto documenti dell'epoca. L'unità d'Italia è stata imposta in cambio della modifica dei patti agrari... Lì è proliferato il bribantaggio che è cosa diversa dalla picciotteria. Attenzione non confondere. Perchè dei caproni ignoranti che non leggono e che non hanno studiato e che insegnano nelle università e vanno ai convegni antimafia non sono in grado di distinguere le origini della picciotteria col brigantaggio. Chiusa parentesi. Per quanto riguarda quello di cui ha parlato da elettore di sinistra ( il giudice si rivolge ad una persona tra il pubblico che evidentementee aveva fatto prima una domanda. ndr.) lei sa bene che oggi il parlamento, che è stato nominato da sei - sette persone non di più, noi non siamo in democrazia, non possiamo scegliere ( lunghi applausi ndr) perchè le rivoluzioni non si fanno solo con cultura, le rivoluzioni si fanno, lei ha visto nel Nord Africa, le rivoluzioni si fanno con la pace e noi non ancora non abbiamo la fame del Nord Africa per fare la rivoluzione... "


Fonte: J' accuse...!

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Perchè ha procreato la mafia

Fonte: J' accuse...!

nicola gratteri copiaTrascriviamo alcune parti dell'Intervento del Giudice Nicola Gratteri Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria. Al termine della trascrizione il video dell'intervento del Giudice Gratteri tratto da youtube

"... l'Unità d'Italia non è stata discussa, è stata imposta... Le violenze, gli omicidi, gli stupri fatti in Basilicata in Calabria, in Puglia... le fosse Ardeatine non sono nulla. Quando venivano ammazzati 10 romani per ogni tedesco ucciso nelle fosse Ardeatine, quando è stato ucciso un piemontese, erano uccisi 100 calabresi, per ogni piemontese ucciso... io ancora non ho sentito la storia dell'Unità d'Italia perchè la storia resta scritta dai vincenti... Chi ha imposto l'Unità d'Italia ha tradito quelle popolazioni che sono diventate sempre più povere e sempre più emarginate. Non sono qui a fare del vittimismo, ho letto documenti... non quelli che vanno di moda. Mi sono documentato, sono andato agli Archivi di Stato, ho letto documenti dell'epoca. L'unità d'Italia è stata imposta in cambio della modifica dei patti agrari... Lì è proliferato il bribantaggio che è cosa diversa dalla picciotteria. Attenzione non confondere. Perchè dei caproni ignoranti che non leggono e che non hanno studiato e che insegnano nelle università e vanno ai convegni antimafia non sono in grado di distinguere le origini della picciotteria col brigantaggio. Chiusa parentesi. Per quanto riguarda quello di cui ha parlato da elettore di sinistra ( il giudice si rivolge ad una persona tra il pubblico che evidentementee aveva fatto prima una domanda. ndr.) lei sa bene che oggi il parlamento, che è stato nominato da sei - sette persone non di più, noi non siamo in democrazia, non possiamo scegliere ( lunghi applausi ndr) perchè le rivoluzioni non si fanno solo con cultura, le rivoluzioni si fanno, lei ha visto nel Nord Africa, le rivoluzioni si fanno con la pace e noi non ancora non abbiamo la fame del Nord Africa per fare la rivoluzione... "


Fonte: J' accuse...!

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domenica 22 aprile 2012

Unità d'Italia. Fu invasione non annessione! Intervista alla Dottoressa Marando.





http://www.youtube.com/watch?v=XLrLP6KQPQ8&feature=player_embedded#!

Fu invasione non annessione!". Come scrisse in una mozione depositata al primo parlamento italiano a Torino dal deputato Francesco Proto, duca di Maddaloni, il 20 novembre 1861.
Intervista su Telemia alla dottoressa Ernesta Adele Marando medico e giornalista.


Ecco il link al blog del Partito del Sud dell'articolo, tratto dal libro di Antonio Ciano, citato in trasmissione :
http://partitodelsud.blogspot.it/2009/02/il-grido-di-dolore-di-francesco-proto.html


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http://www.youtube.com/watch?v=XLrLP6KQPQ8&feature=player_embedded#!

Fu invasione non annessione!". Come scrisse in una mozione depositata al primo parlamento italiano a Torino dal deputato Francesco Proto, duca di Maddaloni, il 20 novembre 1861.
Intervista su Telemia alla dottoressa Ernesta Adele Marando medico e giornalista.


Ecco il link al blog del Partito del Sud dell'articolo, tratto dal libro di Antonio Ciano, citato in trasmissione :
http://partitodelsud.blogspot.it/2009/02/il-grido-di-dolore-di-francesco-proto.html


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martedì 17 aprile 2012

La Legge Pica, inizio del dramma del nostro Meridione

- di Emanuele G. per Girodivite-

In questi giorni assistiamo ai rituali festeggiamenti sull’Unità d’Italia. Da uomo del Meridione non vedo cosa ci sia da festeggiare. Invece di utilizzare tale ricorrenza per una lettura critica degli eventi succedutisi dal 1860 in poi, si preferisce, per l’ennesima volta, dare il via a una prosopopea piuttosto stucchevole.

Eppure, i drammatici problemi che attanagliano il nostro Meridione hanno come punto di origine lo sciagurato processo unitario avviato a seguito della Spedizione dei Mille. Mentre chi aveva sognato l’unità in una sola nazione dell’Italia e chi vi aveva partecipato, sacrificando la loro vita, avevano in mente un processo condiviso dove si dovevano rispettare le caratteristiche dei territori italici. Lo Stato Sabaudo sviluppò, al contrario, un’azione da definire di mera annessione piuttosto che di unità.

Sintomo del succitato orientamento fu la promulgazione nel 1863 della c.d. “Legge Pica”. Legge contro il Meridione d’Italia voluta da un meridionale: il deputato abruzzese Giuseppe Pica! Una legge che sacrificò la tradizionale civiltà giuridica del nostro paese sull’altare della brutale repressione di qualsiasi forma di dissenso nei confronti dello Stato Sabaudo. I fatti accaduti dopo la sua promulgazione rappresentano uno dei più feroci atti di repressione della dignità della persona umana in Europa.

Con il senno di poi, la “Legge Pica” assume sinistri e tragici aspetti se rapportati alla successiva storia europea. Quali?

La “Legge Pica” è senza dubbio la prima legge speciale sull’ordine pubblico promulgata in Europa. Il lato inquietante è che sia stato un Parlamento a farlo. Di norma, fino ad allora, l’ordine pubblico era materia di competenza dell’arbitrio di un re o di un dittatore populista. Si assiste, quindi, a uno spartiacque drammatico. Chi rappresenta la volontà del popolo decide di promulgare una norma contro di esso.

Non solo il succitato dettaglio rende la “Legge Pica” un’infamia. Per la prima volta uno Stato in base a una norma giuridica persegue coscientemente l’abuso perpetrato e continuativo dei più elementari diritti dell’uomo. Infatti tale legge autorizzava le autorità di Polizia a porre in essere qualsiasi mezzo atto a reprimere ogni anelito alla giusta libertà di un essere umano. Si può ben dire che la “Legge Pica” determini il primo genocidio di massa programmato a tavolino in Europa.

Per “migliorare” l’efficienza del dispositivo di legge si puntava su due aspetti: la deportazione di massa e l’istituzione di campi di concentramento. Chi veniva catturato, e non veniva passato alle armi all’instante, era imbarcato su navi per Genova. Da lì i deportati venivano smistati presso campi di concentramento operanti sull’arco alpino. Questi campi di concentramento erano per lo più fortezze costruite molti secoli prima a difesa del Piemonte. Le condizioni di vita nei campi di concentramento erano semplicemente inaudite. I prigionieri, anche donne e bambini, venivano lasciati morire e i corpi sepolti in immense fosse comuni o disciolti persino nella calce viva!

In sintesi, la “Legge Pica” anticipa, di molto, i drammatici eventi del novecento. Eventi contraddistinti o dall’ascesa di un dittatore (ad esempio Hitler) oppure da pianificazioni tendenti al genocidio di massa su base etnica (ad esempio Balcani).

Per comprendere a pieno i nefasti effetti della “Legge Pica” bisogna leggere gli atti della “Commissione d’Inchiesta Saredo”. Commissione istituita nel 1900 dal Presidente del Consiglio Giuseppe Saracco e che aveva come ambito giurisdizionale l’analisi dell’influenza della Camorra sulla Città di Napoli e l’intera Campania. Visto l’ambito dell’inchiesta fu cosa naturale occuparsi anche delle cause delle drammatiche condizioni in cui versava la metà del paese. Fra le quali la “Legge Pica”.

Cosa dire? Vorrei esprimere tutta la mia vergogna per appartenere a uno Stato che ha preferito reprimere nel sangue il nostro Meridione piuttosto che valorizzarlo. Perché il Presidente della Repubblica non chiede scusa a nome di tutta la Nazione per le inenarrabili sofferenze patite dall’intero popolo del Meridione d’Italia nel corso di una riunione straordinaria dei due rami del Parlamento? Sarebbe un atto che farebbe sentire noi meridionali “CITTADINI” dello Stato Italiano a pieno diritto e non “CAFONI” come ci ha ingiustamente definiti tanta letteratura fintamente meridionalista.

Da qui si può partire per costruire un paese realmente UNITO capace di contrapporsi ai progetti secessionisti della Lega.

http://www.girodivite.it/La-Legge-Pica-inizio-del-dramma.html



Tratto da: La Legge Pica, inizio del dramma del nostro Meridione | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/03/15/la-legge-pica-inizio-del-dramma-del-nostro-meridione/#ixzz1sHxWDa8y
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!


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- di Emanuele G. per Girodivite-

In questi giorni assistiamo ai rituali festeggiamenti sull’Unità d’Italia. Da uomo del Meridione non vedo cosa ci sia da festeggiare. Invece di utilizzare tale ricorrenza per una lettura critica degli eventi succedutisi dal 1860 in poi, si preferisce, per l’ennesima volta, dare il via a una prosopopea piuttosto stucchevole.

Eppure, i drammatici problemi che attanagliano il nostro Meridione hanno come punto di origine lo sciagurato processo unitario avviato a seguito della Spedizione dei Mille. Mentre chi aveva sognato l’unità in una sola nazione dell’Italia e chi vi aveva partecipato, sacrificando la loro vita, avevano in mente un processo condiviso dove si dovevano rispettare le caratteristiche dei territori italici. Lo Stato Sabaudo sviluppò, al contrario, un’azione da definire di mera annessione piuttosto che di unità.

Sintomo del succitato orientamento fu la promulgazione nel 1863 della c.d. “Legge Pica”. Legge contro il Meridione d’Italia voluta da un meridionale: il deputato abruzzese Giuseppe Pica! Una legge che sacrificò la tradizionale civiltà giuridica del nostro paese sull’altare della brutale repressione di qualsiasi forma di dissenso nei confronti dello Stato Sabaudo. I fatti accaduti dopo la sua promulgazione rappresentano uno dei più feroci atti di repressione della dignità della persona umana in Europa.

Con il senno di poi, la “Legge Pica” assume sinistri e tragici aspetti se rapportati alla successiva storia europea. Quali?

La “Legge Pica” è senza dubbio la prima legge speciale sull’ordine pubblico promulgata in Europa. Il lato inquietante è che sia stato un Parlamento a farlo. Di norma, fino ad allora, l’ordine pubblico era materia di competenza dell’arbitrio di un re o di un dittatore populista. Si assiste, quindi, a uno spartiacque drammatico. Chi rappresenta la volontà del popolo decide di promulgare una norma contro di esso.

Non solo il succitato dettaglio rende la “Legge Pica” un’infamia. Per la prima volta uno Stato in base a una norma giuridica persegue coscientemente l’abuso perpetrato e continuativo dei più elementari diritti dell’uomo. Infatti tale legge autorizzava le autorità di Polizia a porre in essere qualsiasi mezzo atto a reprimere ogni anelito alla giusta libertà di un essere umano. Si può ben dire che la “Legge Pica” determini il primo genocidio di massa programmato a tavolino in Europa.

Per “migliorare” l’efficienza del dispositivo di legge si puntava su due aspetti: la deportazione di massa e l’istituzione di campi di concentramento. Chi veniva catturato, e non veniva passato alle armi all’instante, era imbarcato su navi per Genova. Da lì i deportati venivano smistati presso campi di concentramento operanti sull’arco alpino. Questi campi di concentramento erano per lo più fortezze costruite molti secoli prima a difesa del Piemonte. Le condizioni di vita nei campi di concentramento erano semplicemente inaudite. I prigionieri, anche donne e bambini, venivano lasciati morire e i corpi sepolti in immense fosse comuni o disciolti persino nella calce viva!

In sintesi, la “Legge Pica” anticipa, di molto, i drammatici eventi del novecento. Eventi contraddistinti o dall’ascesa di un dittatore (ad esempio Hitler) oppure da pianificazioni tendenti al genocidio di massa su base etnica (ad esempio Balcani).

Per comprendere a pieno i nefasti effetti della “Legge Pica” bisogna leggere gli atti della “Commissione d’Inchiesta Saredo”. Commissione istituita nel 1900 dal Presidente del Consiglio Giuseppe Saracco e che aveva come ambito giurisdizionale l’analisi dell’influenza della Camorra sulla Città di Napoli e l’intera Campania. Visto l’ambito dell’inchiesta fu cosa naturale occuparsi anche delle cause delle drammatiche condizioni in cui versava la metà del paese. Fra le quali la “Legge Pica”.

Cosa dire? Vorrei esprimere tutta la mia vergogna per appartenere a uno Stato che ha preferito reprimere nel sangue il nostro Meridione piuttosto che valorizzarlo. Perché il Presidente della Repubblica non chiede scusa a nome di tutta la Nazione per le inenarrabili sofferenze patite dall’intero popolo del Meridione d’Italia nel corso di una riunione straordinaria dei due rami del Parlamento? Sarebbe un atto che farebbe sentire noi meridionali “CITTADINI” dello Stato Italiano a pieno diritto e non “CAFONI” come ci ha ingiustamente definiti tanta letteratura fintamente meridionalista.

Da qui si può partire per costruire un paese realmente UNITO capace di contrapporsi ai progetti secessionisti della Lega.

http://www.girodivite.it/La-Legge-Pica-inizio-del-dramma.html



Tratto da: La Legge Pica, inizio del dramma del nostro Meridione | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/03/15/la-legge-pica-inizio-del-dramma-del-nostro-meridione/#ixzz1sHxWDa8y
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!


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venerdì 30 marzo 2012

Napoli: Apre il molo San Vincenzo, subito passeggiate a mare

L'idea-progetto Assopagenti sul Molo san Vincenzo messa a punto nel 1998 dall'ingegner Bertoni

L'idea-progetto Assopagenti sul Molo san Vincenzo messa a punto nel 1998 dall'ingegner Bertoni

NAPOLI - Tantissime notizie sulla Coppa America e una importantissima per la città. Era nell'aria ma martedì Paolo Graziano, numero uno degli industriali partenopei e presidente di Acn, lo ha annunciato a margine della conferenza stampa di avvicinamento alla Coppa America tenuta nell'ambito della manifestazione «Navigare» a Baia. «Il molo San Vincenzo torna alla città, sarà possibile passeggiare sul mare già durante le sfide dei catamarani». Evidentemente la Marina Militare ha iniziato il passaggio della zona dall'Ammiragliato al Comune. Una delle zone più belle di Napoli torna alla città e diventerà un'area di shopping e di cultura, con l'apertura del Museo del mare e spazi di incontro. Tutto attuabile all'interno del «Grande Progetto» per il porto di Napoli che la Regione ha presentato e l'Unione europea sta per finanziare con 320 milioni di euro. Gli interventi da fare sono minimi.

I palazzi dell'Ammiragliato non hanno bisogno di ristrutturazione e una parte del molo borbonico, quello che va dall'eliporto al faro, affidato all'Autorità portuale, è già stato ripulito e messo a nuovo. A svelare i dettagli del progetto è il Propeller di Napoli (il Rotary del mare) che ha lavorato perché il sogno si avverasse. Il suo presidente, Umberto Masucci, ha fatto da catalizzatore tra i vari enti. La passeggiata si dividerà in due parti: la prima dal Molosiglio fino all'Eliporto, affidata al Comune, la seconda dall'Eliporto al Faro. Nella parte finale del molo attraccheranno i grandi yacht e le piccole navi passeggeri. Bus turistici e taxi sosteranno nell'ampio slargo davanti alla statua di San Gennaro. Gli archi che si aprono sotto la passeggiata ospiteranno negozi, bar e ristoranti. Chi vorrà partire per una gita in Costiera o a Capri, potrà utilizzare l'Eliporto che è ancora efficiente e non ha bisogno di interventi. Il tratto che affidato al Comune diventerà un attrattore culturale. Nel grande palazzo rosso, ex ammiragliato, sorgerà il Museo del Mare, sull'esempio del Galata di Genova. I reperti da esporre ci sono già, migliaia. Raccolti negli ultimi cinquant'anni nel Golfo di Napoli e mai esposti.

Sarà restaurato anche il bacino borbonico, che forse non tutti sanno, è stato il primo del mondo ed attualmente è allagato e pieno di alghe e mitili. Al progetto dovrebbero essere destinati venti milioni di provenienza europea, il resto si farà attraverso sponsor privati e ci sarebbe già in grande istituto di credito del Sud pronto a investire. Una grande area dell'edificio verrà dedicata all'emigrazione, quella di «Santa Lucia luntana» e quella dei disperati che sbarcano a Lampedusa. «Napoli avrà il suo Museo del Mare al Molo San Vincenzo - ha detto il sindaco de Magistris al convegno del Propeller - abbiamo tutte le sinergie tra pubblico e privato e ci sono le risorse. Sarà pronto nel 2013, un regalo per la seconda tappa dell'America's cup».

Vincenzo Esposito


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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L'idea-progetto Assopagenti sul Molo san Vincenzo messa a punto nel 1998 dall'ingegner Bertoni

L'idea-progetto Assopagenti sul Molo san Vincenzo messa a punto nel 1998 dall'ingegner Bertoni

NAPOLI - Tantissime notizie sulla Coppa America e una importantissima per la città. Era nell'aria ma martedì Paolo Graziano, numero uno degli industriali partenopei e presidente di Acn, lo ha annunciato a margine della conferenza stampa di avvicinamento alla Coppa America tenuta nell'ambito della manifestazione «Navigare» a Baia. «Il molo San Vincenzo torna alla città, sarà possibile passeggiare sul mare già durante le sfide dei catamarani». Evidentemente la Marina Militare ha iniziato il passaggio della zona dall'Ammiragliato al Comune. Una delle zone più belle di Napoli torna alla città e diventerà un'area di shopping e di cultura, con l'apertura del Museo del mare e spazi di incontro. Tutto attuabile all'interno del «Grande Progetto» per il porto di Napoli che la Regione ha presentato e l'Unione europea sta per finanziare con 320 milioni di euro. Gli interventi da fare sono minimi.

I palazzi dell'Ammiragliato non hanno bisogno di ristrutturazione e una parte del molo borbonico, quello che va dall'eliporto al faro, affidato all'Autorità portuale, è già stato ripulito e messo a nuovo. A svelare i dettagli del progetto è il Propeller di Napoli (il Rotary del mare) che ha lavorato perché il sogno si avverasse. Il suo presidente, Umberto Masucci, ha fatto da catalizzatore tra i vari enti. La passeggiata si dividerà in due parti: la prima dal Molosiglio fino all'Eliporto, affidata al Comune, la seconda dall'Eliporto al Faro. Nella parte finale del molo attraccheranno i grandi yacht e le piccole navi passeggeri. Bus turistici e taxi sosteranno nell'ampio slargo davanti alla statua di San Gennaro. Gli archi che si aprono sotto la passeggiata ospiteranno negozi, bar e ristoranti. Chi vorrà partire per una gita in Costiera o a Capri, potrà utilizzare l'Eliporto che è ancora efficiente e non ha bisogno di interventi. Il tratto che affidato al Comune diventerà un attrattore culturale. Nel grande palazzo rosso, ex ammiragliato, sorgerà il Museo del Mare, sull'esempio del Galata di Genova. I reperti da esporre ci sono già, migliaia. Raccolti negli ultimi cinquant'anni nel Golfo di Napoli e mai esposti.

Sarà restaurato anche il bacino borbonico, che forse non tutti sanno, è stato il primo del mondo ed attualmente è allagato e pieno di alghe e mitili. Al progetto dovrebbero essere destinati venti milioni di provenienza europea, il resto si farà attraverso sponsor privati e ci sarebbe già in grande istituto di credito del Sud pronto a investire. Una grande area dell'edificio verrà dedicata all'emigrazione, quella di «Santa Lucia luntana» e quella dei disperati che sbarcano a Lampedusa. «Napoli avrà il suo Museo del Mare al Molo San Vincenzo - ha detto il sindaco de Magistris al convegno del Propeller - abbiamo tutte le sinergie tra pubblico e privato e ci sono le risorse. Sarà pronto nel 2013, un regalo per la seconda tappa dell'America's cup».

Vincenzo Esposito


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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mercoledì 21 marzo 2012

Su "Il Mattino" : "Chi comanda al Sud ha il volto straniero" articolo di Gigi di Fiore


Per ingrandire fare click sull'immagine

Fonte: Il Mattino del 21 Marzo 2012

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Fonte: Il Mattino del 21 Marzo 2012

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martedì 13 marzo 2012

La Fedelissima Gaeta - 2012 - commemorazione dei caduti della Nunziatella



http://www.youtube.com/watch?v=oYxppQ25IYY&feature=player_embedded


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http://www.youtube.com/watch?v=oYxppQ25IYY&feature=player_embedded


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martedì 6 marzo 2012

GAETA 9,10 e 11 MARZO 2012: Dai primati alla recessione. Viaggio nei destini del Sud.





VENERDI’ 9 MARZO ore 15

Santuario Montagna Spaccata, visita guidata ai luoghi dell’assedio; cena con menù storici nel centro di Gaeta



SABATO 10 MARZO

ore 11, Teatro Ariston
“Terroni” spettacolo di Roberto D’Alessandro

ORE 15.30 presso l’Hotel Serapo,
Mostra del Maestro Gennaro Pisco “Unità senza verità”

Ore 16.o0 Hotel Serapo
Presentazione spettacolo "Fora Savoia" con Mimmo Cavallo

Ore 16.30 Hotel Serapo
Saluti di Antonio Raimondi (Sindaco di Gaeta),

Enzo Zottola (Camera Commercio Latina),
Franco Ciufo (Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio),
Sevi Scafetta (organizzatore-evento),

Ore 16,30 Convegno.
modera Marina Campanile (Fondazione Vanvitelli)

Con Giuseppe Catenacci (Ass. Ex Allievi Nunziatella) con PINO APRILE (La “restanza e i nuovi giovani), LORENZO DEL BOCA (La mancata unità), GENNARO DE CRESCENZO (Movimento Neoborbonico, Dai primati alle questioni); CLAUDIO ROMANO (Uff. Storico Marina, La Marineria Napoletana); ALDO PACE (Fondazione Banco Napoli, Banco e sviluppo del Sud).

Ore 21
Menù storici e musiche del tempo nel centro antico di Gaeta


DOMENICA 11 MARZO

Ore 10.00
Santuario Santissima Annunziata: Messa Solenne per i caduti dell'assedio 1860/61

Ore 12.00
Montagna Spaccata: Cerimonia lancio della corona in onore ai caduti, rievocazione storica cerimonia alzabandiera

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VENERDI’ 9 MARZO ore 15

Santuario Montagna Spaccata, visita guidata ai luoghi dell’assedio; cena con menù storici nel centro di Gaeta



SABATO 10 MARZO

ore 11, Teatro Ariston
“Terroni” spettacolo di Roberto D’Alessandro

ORE 15.30 presso l’Hotel Serapo,
Mostra del Maestro Gennaro Pisco “Unità senza verità”

Ore 16.o0 Hotel Serapo
Presentazione spettacolo "Fora Savoia" con Mimmo Cavallo

Ore 16.30 Hotel Serapo
Saluti di Antonio Raimondi (Sindaco di Gaeta),

Enzo Zottola (Camera Commercio Latina),
Franco Ciufo (Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio),
Sevi Scafetta (organizzatore-evento),

Ore 16,30 Convegno.
modera Marina Campanile (Fondazione Vanvitelli)

Con Giuseppe Catenacci (Ass. Ex Allievi Nunziatella) con PINO APRILE (La “restanza e i nuovi giovani), LORENZO DEL BOCA (La mancata unità), GENNARO DE CRESCENZO (Movimento Neoborbonico, Dai primati alle questioni); CLAUDIO ROMANO (Uff. Storico Marina, La Marineria Napoletana); ALDO PACE (Fondazione Banco Napoli, Banco e sviluppo del Sud).

Ore 21
Menù storici e musiche del tempo nel centro antico di Gaeta


DOMENICA 11 MARZO

Ore 10.00
Santuario Santissima Annunziata: Messa Solenne per i caduti dell'assedio 1860/61

Ore 12.00
Montagna Spaccata: Cerimonia lancio della corona in onore ai caduti, rievocazione storica cerimonia alzabandiera

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mercoledì 29 febbraio 2012

A Gaeta!



Ricevo da Massimo Cuofano e posto con condivisione:




http://www.youtube.com/watch?v=M74P5KXL31Q&list=UUy7bD0SJID9mIaGfWPDnVwA&index=1&feature=plcp

Quest'anno l'appuntamento a Gaeta è stato spostato ai prossimi 9, 10 e 11 marzo a causa del mal tempo. Quindi, seppure con un mese di ritardo, anche quest'anno ci ritroveremo nella città della nostra identità, nella fedelissima e bellissima Gaeta, simbolo indelebile della resistenza ai soprusi ed alle nefandezze, luogo di orgoglio, riscatto e speranza, città martire e rigorosa custode di un messaggio profondo affidatole dai nostri eroi. In particolare ricordiamo quei giovanissimi soldati della Nunziatella, che vollero morire per la Patria piuttosto che tradire. Onore ai Martiri delle Due Sicilie, che ancora ci invitano di recarci a Gaeta! A GAETA!

A Gaeta, il grido unanime
di quel manipolo di giovani,
appena ragazzi, animati
dall'amore alla loro terra,
al loro Re.

A Gaeta, forte nel cuore
l'antico ideale appreso,
più che nell'intelletto
è nel cuore impresso
il motto degli avi:
un solo Dio, uno è il Re!

A Gaeta, e non persero la via
che li portò al porto sicuro,
all'asilo felice dei loro sogni
di bravi soldati.

A Gaeta, dove un Re, Francesco,
lottava per la sua gente ferita,
umiliata e oppressa
dal giogo di uno straniero.

A Gaeta, sogno di una libertà,
dove valeva la pena
anche morire, certi che
oltre l'oblio del tempo,
la loro vita donata sarebbe stata
fiaccola ardente di verità.

A Gaeta, ancora oggi è il grido,
appena un manipolo anche noi,
ma forti e vivi nello stesso Ideale.

A Gaeta, perché quella fiaccola
non si spenga mai, e
possa accendere nell'animo
del nostro popolo, un desiderio forte,
un sogno da tempo represso,
l'ideale che da cuore a cuore
si tramanda e si attua:
il sogno della Libertà! Gaeta, 13 febbraio 2010 Massimo Cuofano

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Ricevo da Massimo Cuofano e posto con condivisione:




http://www.youtube.com/watch?v=M74P5KXL31Q&list=UUy7bD0SJID9mIaGfWPDnVwA&index=1&feature=plcp

Quest'anno l'appuntamento a Gaeta è stato spostato ai prossimi 9, 10 e 11 marzo a causa del mal tempo. Quindi, seppure con un mese di ritardo, anche quest'anno ci ritroveremo nella città della nostra identità, nella fedelissima e bellissima Gaeta, simbolo indelebile della resistenza ai soprusi ed alle nefandezze, luogo di orgoglio, riscatto e speranza, città martire e rigorosa custode di un messaggio profondo affidatole dai nostri eroi. In particolare ricordiamo quei giovanissimi soldati della Nunziatella, che vollero morire per la Patria piuttosto che tradire. Onore ai Martiri delle Due Sicilie, che ancora ci invitano di recarci a Gaeta! A GAETA!

A Gaeta, il grido unanime
di quel manipolo di giovani,
appena ragazzi, animati
dall'amore alla loro terra,
al loro Re.

A Gaeta, forte nel cuore
l'antico ideale appreso,
più che nell'intelletto
è nel cuore impresso
il motto degli avi:
un solo Dio, uno è il Re!

A Gaeta, e non persero la via
che li portò al porto sicuro,
all'asilo felice dei loro sogni
di bravi soldati.

A Gaeta, dove un Re, Francesco,
lottava per la sua gente ferita,
umiliata e oppressa
dal giogo di uno straniero.

A Gaeta, sogno di una libertà,
dove valeva la pena
anche morire, certi che
oltre l'oblio del tempo,
la loro vita donata sarebbe stata
fiaccola ardente di verità.

A Gaeta, ancora oggi è il grido,
appena un manipolo anche noi,
ma forti e vivi nello stesso Ideale.

A Gaeta, perché quella fiaccola
non si spenga mai, e
possa accendere nell'animo
del nostro popolo, un desiderio forte,
un sogno da tempo represso,
l'ideale che da cuore a cuore
si tramanda e si attua:
il sogno della Libertà! Gaeta, 13 febbraio 2010 Massimo Cuofano

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Le opere del Prof. Gennaro Pisco in mostra a Gaeta ( Hotel Serapo) Sabato 10 Marzo 2012 dalle ore 15,30 : " Unità senza Verità. Insorgenze visive".


" BRIGANTI a CAMPO di GIOVE "

Un artista irriverente

Verità storiche forse sgradite, imbarazzanti. Scomode ma ricche di problematiche attuali, soprattutto ora che si celebra il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Le rivela Gennaro Pisco con la parola e con il segno, per la sua capacità di rigoroso e sistematico ricercatore di storia meridionale e di colto artista. La parola scritta va di pari passo con l’immagine, in un rapporto nuziale, affabile. Non è solo la scrittura un inesauribile campo di analisi e di esperienze. Anche il segno si offre come elemento di conoscenza, perché efficace nel delineare descrittivamente, pur con variazioni e sottili incroci di elementi fantastici, i confini di un accadimento, di vicende individuali o collettive. Vicende riguardanti i Borbone che Pisco intende, almeno in parte, “riabilitare”, prendendo le distanze dalla denigratoria propaganda post-risorgimentale e dall’iconografia ufficiale.
Il ricercatore-artista napoletano più che avanzare ipotesi, ama ricostruire fatti realmente accaduti. Diventa irriverente nei confronti della maggior parte della storiografia protocollare, celebrativa, antiborbonica, nel segnalare episodi che si caratterizzano per aspetti umani, eroici, non privi di garbata ironia che sa di giocosa benevolenza.
Il lavoro di “revisione” che lo studioso napoletano conduce da una ventina d’anni tende a ricostruire e a raccontare cose su cui altri hanno taciuto, rivendicando l’autenticità di “pagine” di una storia diversa che, in ogni caso, occorrerebbe giudicare con rispetto. Pagine che si sostanziano, in questa occasione espositiva, soprattutto del segno che, come evidenza strutturale dell’immagine, dà certezza di figurazione, per sostenere una maggiore conoscenza dei fatti. Il segno, che nutre l’acquaforte e acquatinta, ma anche la xilografia, si fa recupero storico, individuando e mantenendo vivo il reale tessuto delle vicende passate, e evidenziando la coscienza di un impegno di ricerca storica, anche corale, che Pisco porta avanti con scrupolosità di attento studioso per un coerente senso di verità.
La lunga consuetudine con il segno, capace di determinare presenze di eccezionale nitidezza, consente all’artista una folgorante corrispondenza tra l’idea e il suo incarnarsi nell’immagine che assume una sua distinta fisionomia nel rappresentare una nuova proposta di civiltà e nell’affermare la cultura della libertà di ricerca che, in questo caso, fa luce su episodi sconosciuti del Risorgimento visti attraverso la “storia dei vinti”.

E al segno, come pratica d’arte mai decaduta a semplice esercizio estetico, viene affidato, per sua natura diretta, il compito di presa immediata sul dato di verità. Una sorta di riconoscimento critico può essere, quindi, attribuito al disegno che è fondamento di tutta l’esperienza estetica ed umana dell’autore. Per formazione e per vocazione. Infatti Gennaro Pisco (Napoli 1945) è docente, da molti anni, di arte della grafica pubblicitaria all’Istituto d’Arte “Adolfo Venturi” di Modena. Fondamentale la lezione di Nicola Gambedotti, dal quale ha appreso presso l’Istituto d’Arte “F. Palazzi” di Napoli la tecnica della xilografia; ma anche l’insegnamento della pittura di Armando De Stefano, docente di pittura all’Accademia di Belle Arti del capoluogo campano. Il suo debutto sulla scena espositiva nel 1986 avviene come xilografo, con la mostra “L’alchimia come rimorso. La scienza tradita” presso il Centro Studi Muratori di Modena. Seguono partecipazioni ad altre rassegne al Castello dei Pio di Carpi che privilegiano la xilografia.
Il disegno, come evidenza immediata di anatomia analitica, sarà sostanza delle 120 caricature che Pisco fa dei suoi colleghi, docenti all’Istituto Venturi, nella mostra “Se la memoria non m’inganna”, nel 2009, presso lo “Spazio Venturi” di Modena. L’attuale esposizione, costituita da incisioni, presso il Centro Museale “Casa Quaranta”, (sec. XIV), al Campo di Giove (L’Aquila) legittima ancora una volta il valore autonomo dell’esperienza disegnativa.
Con la mostra a Campo di Giove l’artista pare interrogare i luoghi, i personaggi ai quali conferisce possibilità narrative in un segno forte nel risultato, nelle luci, nel racconto realista e fantasioso, proprio di un disegnatore puntiglioso, caldo interprete di tematiche imbarazzanti su cui molti hanno preferito e preferiscono tacere. E l’opera punta a restare testimonianza in modo definitivo di un tempo “oscuro” in cui il segno di Pisco riesce ad aprire porte di comunicazione e di illuminazione, per accedere ai segreti più reconditi.
Si delinea un percorso entro varie problematiche storiche che una mostra non può esaurire. Per questo l’artista concepisce il suo lavoro come “work in progress”. Nel senso che alle opere presentate in questa esposizione si aggiungeranno, nel tempo e nelle prossime rassegne, altre incisioni di vigile controllo mentale per una più efficace adesione ad un realtà viva, passata per molti decenni, deliberatamente, sotto silenzio. Anche il linguaggio grafico, come la ricerca “trasgressiva” del cultore di storia, passa attraverso un processo di rottura della sfera convenzionale, rinunciando alla rigidità di rappresentazione e sostenendo un criterio di selezione dell’immagine per un rilevamento dentro una rete ampia di punti di osservazione, di rapporti, di vita pulsante, di nuovi orizzonti. In questo Pisco riconosce la propria vera identità di artista, un’arte come desiderio e speranza di verità.

Michele Fuoco


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" BRIGANTI a CAMPO di GIOVE "

Un artista irriverente

Verità storiche forse sgradite, imbarazzanti. Scomode ma ricche di problematiche attuali, soprattutto ora che si celebra il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Le rivela Gennaro Pisco con la parola e con il segno, per la sua capacità di rigoroso e sistematico ricercatore di storia meridionale e di colto artista. La parola scritta va di pari passo con l’immagine, in un rapporto nuziale, affabile. Non è solo la scrittura un inesauribile campo di analisi e di esperienze. Anche il segno si offre come elemento di conoscenza, perché efficace nel delineare descrittivamente, pur con variazioni e sottili incroci di elementi fantastici, i confini di un accadimento, di vicende individuali o collettive. Vicende riguardanti i Borbone che Pisco intende, almeno in parte, “riabilitare”, prendendo le distanze dalla denigratoria propaganda post-risorgimentale e dall’iconografia ufficiale.
Il ricercatore-artista napoletano più che avanzare ipotesi, ama ricostruire fatti realmente accaduti. Diventa irriverente nei confronti della maggior parte della storiografia protocollare, celebrativa, antiborbonica, nel segnalare episodi che si caratterizzano per aspetti umani, eroici, non privi di garbata ironia che sa di giocosa benevolenza.
Il lavoro di “revisione” che lo studioso napoletano conduce da una ventina d’anni tende a ricostruire e a raccontare cose su cui altri hanno taciuto, rivendicando l’autenticità di “pagine” di una storia diversa che, in ogni caso, occorrerebbe giudicare con rispetto. Pagine che si sostanziano, in questa occasione espositiva, soprattutto del segno che, come evidenza strutturale dell’immagine, dà certezza di figurazione, per sostenere una maggiore conoscenza dei fatti. Il segno, che nutre l’acquaforte e acquatinta, ma anche la xilografia, si fa recupero storico, individuando e mantenendo vivo il reale tessuto delle vicende passate, e evidenziando la coscienza di un impegno di ricerca storica, anche corale, che Pisco porta avanti con scrupolosità di attento studioso per un coerente senso di verità.
La lunga consuetudine con il segno, capace di determinare presenze di eccezionale nitidezza, consente all’artista una folgorante corrispondenza tra l’idea e il suo incarnarsi nell’immagine che assume una sua distinta fisionomia nel rappresentare una nuova proposta di civiltà e nell’affermare la cultura della libertà di ricerca che, in questo caso, fa luce su episodi sconosciuti del Risorgimento visti attraverso la “storia dei vinti”.

E al segno, come pratica d’arte mai decaduta a semplice esercizio estetico, viene affidato, per sua natura diretta, il compito di presa immediata sul dato di verità. Una sorta di riconoscimento critico può essere, quindi, attribuito al disegno che è fondamento di tutta l’esperienza estetica ed umana dell’autore. Per formazione e per vocazione. Infatti Gennaro Pisco (Napoli 1945) è docente, da molti anni, di arte della grafica pubblicitaria all’Istituto d’Arte “Adolfo Venturi” di Modena. Fondamentale la lezione di Nicola Gambedotti, dal quale ha appreso presso l’Istituto d’Arte “F. Palazzi” di Napoli la tecnica della xilografia; ma anche l’insegnamento della pittura di Armando De Stefano, docente di pittura all’Accademia di Belle Arti del capoluogo campano. Il suo debutto sulla scena espositiva nel 1986 avviene come xilografo, con la mostra “L’alchimia come rimorso. La scienza tradita” presso il Centro Studi Muratori di Modena. Seguono partecipazioni ad altre rassegne al Castello dei Pio di Carpi che privilegiano la xilografia.
Il disegno, come evidenza immediata di anatomia analitica, sarà sostanza delle 120 caricature che Pisco fa dei suoi colleghi, docenti all’Istituto Venturi, nella mostra “Se la memoria non m’inganna”, nel 2009, presso lo “Spazio Venturi” di Modena. L’attuale esposizione, costituita da incisioni, presso il Centro Museale “Casa Quaranta”, (sec. XIV), al Campo di Giove (L’Aquila) legittima ancora una volta il valore autonomo dell’esperienza disegnativa.
Con la mostra a Campo di Giove l’artista pare interrogare i luoghi, i personaggi ai quali conferisce possibilità narrative in un segno forte nel risultato, nelle luci, nel racconto realista e fantasioso, proprio di un disegnatore puntiglioso, caldo interprete di tematiche imbarazzanti su cui molti hanno preferito e preferiscono tacere. E l’opera punta a restare testimonianza in modo definitivo di un tempo “oscuro” in cui il segno di Pisco riesce ad aprire porte di comunicazione e di illuminazione, per accedere ai segreti più reconditi.
Si delinea un percorso entro varie problematiche storiche che una mostra non può esaurire. Per questo l’artista concepisce il suo lavoro come “work in progress”. Nel senso che alle opere presentate in questa esposizione si aggiungeranno, nel tempo e nelle prossime rassegne, altre incisioni di vigile controllo mentale per una più efficace adesione ad un realtà viva, passata per molti decenni, deliberatamente, sotto silenzio. Anche il linguaggio grafico, come la ricerca “trasgressiva” del cultore di storia, passa attraverso un processo di rottura della sfera convenzionale, rinunciando alla rigidità di rappresentazione e sostenendo un criterio di selezione dell’immagine per un rilevamento dentro una rete ampia di punti di osservazione, di rapporti, di vita pulsante, di nuovi orizzonti. In questo Pisco riconosce la propria vera identità di artista, un’arte come desiderio e speranza di verità.

Michele Fuoco


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lunedì 13 febbraio 2012

13 Febbraio 1861/ 13 febbraio 2012 : Mimmo Cavallo - Tedeum Gaeta



http://www.youtube.com/watch?v=rTwlqNigMmA&feature=youtu.be

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http://www.youtube.com/watch?v=rTwlqNigMmA&feature=youtu.be

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venerdì 27 gennaio 2012

Gazzettabenevento.it - A PONTE potrebbe essere costituito il Museo storico dedicato alla vicenda del brigantaggio


E' stata espressa soddisfazione a PONTE tra gli organizzatori, la FONDAZIONE Il PONTE ed il Partitio del Sud Gruppo Sannita, dell'evento "Perché i terroni salveranno l'Italia" dove c'è stata anche la presentazione dell'ultimo libro di Pino Aprile, "Giù al Sud", il cui sesto capitolo è stato dedicato integralmente a PONTE.I presenti - si legge nella nota inviata alla stampa - hanno rivolto la loro attenzione alle tematiche affrontate negli interventi che si sono succeduti anche perché il tema del meridionalismo è particolarmente sentito in questi luoghi della memoria, che hanno visto episodi tragici del Risorgimento Italiano rendendo tristemente famosi territori come Casalduni ePONTElandolfo.
La FONDAZIONE "Il PONTE" si è fatta interprete, dopo mesi di studio, delle aspettative di un popolo che coltiva nel proprio animo sentimenti di amore per le vittime di quegli episodi, anche perché diretto discendente di coloro che furono etichettati come briganti, tempi e modalità del progetto sul sito web della FONDAZIONE.
Lo stesso Pino Aprile, dopo aver ringraziato il Comune di PONTE, in particolare il sindaco Domenico Ventucci, ha dimostrato interesse al progetto di costituzione del museo storico, dedicato alla vicenda dei briganti, offrendo la sua collaborazione.
Incoraggiati da questo successo i soci della FONDAZIONE sono già al lavoro sui progetti presentati al pubblico, convinti che la collaborazione con il Gruppo Sannita del Partito del Sud sia importante per il buon fine del progetto".



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E' stata espressa soddisfazione a PONTE tra gli organizzatori, la FONDAZIONE Il PONTE ed il Partitio del Sud Gruppo Sannita, dell'evento "Perché i terroni salveranno l'Italia" dove c'è stata anche la presentazione dell'ultimo libro di Pino Aprile, "Giù al Sud", il cui sesto capitolo è stato dedicato integralmente a PONTE.I presenti - si legge nella nota inviata alla stampa - hanno rivolto la loro attenzione alle tematiche affrontate negli interventi che si sono succeduti anche perché il tema del meridionalismo è particolarmente sentito in questi luoghi della memoria, che hanno visto episodi tragici del Risorgimento Italiano rendendo tristemente famosi territori come Casalduni ePONTElandolfo.
La FONDAZIONE "Il PONTE" si è fatta interprete, dopo mesi di studio, delle aspettative di un popolo che coltiva nel proprio animo sentimenti di amore per le vittime di quegli episodi, anche perché diretto discendente di coloro che furono etichettati come briganti, tempi e modalità del progetto sul sito web della FONDAZIONE.
Lo stesso Pino Aprile, dopo aver ringraziato il Comune di PONTE, in particolare il sindaco Domenico Ventucci, ha dimostrato interesse al progetto di costituzione del museo storico, dedicato alla vicenda dei briganti, offrendo la sua collaborazione.
Incoraggiati da questo successo i soci della FONDAZIONE sono già al lavoro sui progetti presentati al pubblico, convinti che la collaborazione con il Gruppo Sannita del Partito del Sud sia importante per il buon fine del progetto".



domenica 18 settembre 2011

Mantova 10 settembre 2011: PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ANTONIO CIANO "I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD"

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http://www.youtube.com/watch?v=zHgZ7Owip3E&feature=player_embedded#!
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http://www.youtube.com/watch?v=82HukTTJ5O4&feature=related
3

http://www.youtube.com/watch?v=Oa_Jt2r4WJo&feature=related


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http://www.youtube.com/watch?v=zHgZ7Owip3E&feature=player_embedded#!
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http://www.youtube.com/watch?v=Oa_Jt2r4WJo&feature=related


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lunedì 12 settembre 2011

I moderati oltranzisti che piegarono il Sud

Gli eredi di Cavour spietati contro il brigantaggio

Salvatore Lupo - «L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile» - Donzelli - pp. 192, € 16,50
Salvatore Lupo - «L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile» - Donzelli - pp. 192, € 16,50
Di Paolo Mieli

Non è vero che il Regno delle Due Sicilie nella prima metà dell'Ottocento fosse una sorta di terra cara solo al demonio.Anzi, il regime borbonico «rinnovatosi nel 1816 sapeva di dover evitare la contrapposizione tra le sue due nazioni, quella borghese e quella popolare», e perciò «stette ben attento, anche su pressione dei suoi sponsor europei, a che la restaurazione non si risolvesse in un altro 1799, in un'apocalisse di stragi, tumulti, saccheggi plebei». Non è vero che quello stesso regime fosse nient'altro che super reazionario. Anzi, mise fuori gioco «gli ultras del legittimismo, e a maggior ragione molti degli elementi di estrazione popolare mobilitatisi in suo favore nel decennio precedente quali guerriglieri o briganti, e che si mostravano ora restii a rientrare nell'ordine sociale». Il regno borbonico «si assicurò l'adesione di un personale militare o in generale burocratico proveniente dal passato regime murattiano, e di cui fu garantito l'amalgama con il personale che gli era rimasto fedele negli anni precedenti». E in una logica «definibile in senso lato, di omogeneizzazione nazionale esso mantenne in vigore le riforme del decennio francese (1806-1815)». La monarchia sabauda nell'età della restaurazione fu, quella sì, «codina e reazionaria». Non è vero che i liberali meridionali dell'epoca si sentirono affratellati dalla comune fede politica risorgimentale. Anzi, «si scontrarono, si danneggiarono gli uni con gli altri» eccezion fatta per i momenti in cui dovettero subire la repressione della restaurazione assolutista dopo il 1821 e il 1849. In Sicilia, il termine «napoletano» era «aborrito» non meno di quanto lo fosse a Milano quello di «croato». A Palermo si mantenne sempre viva «la rancorosa memoria del tradimento borbonico del 1816, la protesta per il gesto tirannico che aveva abrogato le libertà dell'isola, antiche e nuove».

Sono parole di Salvatore Lupo che si leggono nel libro L'unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, che sta per essere pubblicato da Donzelli editore. Lupo parte proprio di qui, da ciò che rese possibile il successo dell'impresa garibaldina. Cioè dalla dissidenza siciliana nei confronti del Regno borbonico, dissidenza che si configurava anche come un conflitto tra Napoli e Palermo, rispettivamente la più grande (322 mila abitanti) e una delle prime (114 mila abitanti) città italiane: si pensi che il secondo centro abitato della parte continentale, Foggia, contava appena 20 mila cittadini, mentre in Sicilia ce n'erano altri due, Messina e Catania, che di cittadini ne avevano 40 mila. A Palermo, poi, le insurrezioni si ebbero in nome del ripristino della Costituzione filo-aristocratica del 1812. Nel Mezzogiorno continentale i rivoluzionari, invece, si mobilitarono per la Costituzione di tipo spagnolo, cioè democratica, vale a dire quella concessa da Ferdinando I dopo la sollevazione del 1820. Per di più le altre città siciliane erano schierate con Napoli. «Fu guerra dei siciliani contro i napoletani», scrive Lupo, «e guerra civile dei siciliani tra loro: alla fine giunse la reazione assolutistica per tutti». Nel 1848 Palermo fu la prima città d'Europa a imboccare la via della rivoluzione: avrebbe aderito anche a una Confederazione italiana, purché - s'intende - in modo «del tutto autonomo da Napoli». Ferdinando II concesse la Costituzione, poi fece marcia indietro e Messina fu la città che si distinse per una resistenza davvero eroica. Ma, anche nella stagione reazionaria che ne seguì, il re si affidò non già a superconservatori, bensì a personaggi che si distinguevano per essere stati murattiani e costituzionalisti: Carlo Filangieri, figlio del filosofo illuminista, Pietro Calà Ulloa e Giustino Fortunato, prozio dell'omonimo meridionalista, che tornerà nella seconda parte di questo racconto.

Il libro di Lupo non si propone di presentare al lettore rivelazioni o denunce. È piuttosto una rielaborazione molto acuta di elementi alquanto trascurati dalla storiografia tradizionale.

Nessuna concessione al revisionismo meridionalista, una trattazione asciutta (ma ricca di attenzione ai dettagli) dei casi di quegli anni più celebri e dibattuti: la rivolta e la repressione a Bronte; don Liborio Romano che passa da Francesco II a Garibaldi reclutando camorristi - «nuje non simm cravunari (carbonari) nuje non simmo realisti ma facimmo i camorristi fammo n'c... a chilli e a chisti», era la loro canzone -; i plebisciti del 21 ottobre 1860, che diedero all'Italia un'adesione unanime ma solo apparente, dal momento che - come notò già allora Massimo D'Azeglio -, a dispetto di quel voto «straunitario», covavano nelle plebi insubordinazione e propositi insurrezionali. Riconosce, Lupo, che nella prima metà dell'Ottocento, negli anni della restaurazione, «il governo borbonico si impegnò nel sostegno ai comuni del Mezzogiorno continentale, e soprattutto introdusse ex novo la riforma in Sicilia: facendone il punto più alto di una linea antibaronale che portò Napoli (per quanto possa sembrare oggi paradossale) nel ruolo del Nord civilizzatore-normalizzatore nei confronti di quel Sud barbaro-riottoso che era la Sicilia».

 Luigi Carlo Farini
Luigi Carlo Farini
Viene poi analizzata la questione dei moderatiche, dopo la morte di Cavour, si trasformano in intransigenti (mentre i democratici restano perplessi al cospetto dei metodi più spietati). È un moderato, Luigi Carlo Farini, futuro ministro degli Interni, che, appena giunto al Sud, relaziona a Cavour essere «i beduini, a confronto di questi caffoni... fior di virtù civile». È un moderato Marco Minghetti, che scrive a Farini: «Credo che un po' di metodo soldatesco sia medicina salutare a codesto popolo». Riconducibile al potere dei moderati è il generale Enrico Della Rocca, che ingiunge ai suoi subordinati: «Non si perda tempo a fare prigionieri, affinché si sappia da quei briganti che arruolandosi per venire negli Abruzzi si condannano a quasi certa morte». Espressione di un governo moderato va considerato anche il generale Enrico Cialdini, spedito (luglio 1861) a reprimere le rivolte dei meridionali nei panni di luogotenente e di comandante del sesto corpo d'armata. Ciò che fece ricorrendo a metodi spietati.

La loro «non moderazione» a fronte delle plebi meridionali nasceva dall'idea che, negli anni precedenti all'impresa dei Mille, si erano fatti del Mezzogiorno, a contatto con gli esiliati provenienti dal Sud. La mancanza di moralità nel Mezzogiorno era stata presentata dai patrioti in esilio a Torino come diretta conseguenza del malgoverno borbonico. «Non si capiva però», osserva Lupo, «se per loro la tirannia (i Borbone) avesse corrotto la società, o se non fosse stata la società corrotta a mantenere così a lungo in vita la tirannide; la colpevolizzazione della "mala signoria" si situava bene nella retorica patriottica; se però le cose stavano all'inverso, c'era il rischio che qualcuno pensasse il Mezzogiorno incapace di una piena partnership nella nazione risorta, bisognoso di una permanente protezione dell'Italia virtuosa». E a questo punto Lupo ricorda che già nel 1855 Francesco De Sanctis aveva indicato il rischio che la frustrazione-deprecazione degli esuli provocasse effetti perversi. Rendendosi conto di tale problema, nell'aprile del 1861 il moderato siciliano Emerico Amari evocava la rivoluzione per chiarire che il Mezzogiorno non era paese di conquista, né quello meridionale era un popolo bambino da educare: «Non bisogna pensare questi due popoli (napoletani e siciliani, ndr ) come non altro che una cancrena», affermava Amari, «abbiamo fatto una rivoluzione, e questo basta per dimostrare la nostra moralità».

Di qui l'intricata questione delle ribellioni che si ebbero al Sud a ridosso dell'unità.Non è il caso, dice (tra le righe) lo storico, di parteggiare per i rivoltosi o per i piemontesi. L'intento di Lupo è quello di denunciare un'insufficienza storiografica. «Io credo», scrive, «che anche nelle province napoletane abbiano funzionato reticoli interclassisti, sia sul versante rivoluzionario che su quello controrivoluzionario; e penso che ulteriori ricerche potranno evidenziare il loro ruolo nelle reazioni e nella guerriglia brigantesca». Va spiegato perché in Calabria non si ebbe quasi quel brigantaggio politico che invece si registrò in Lucania. Come mai Napoli rimase a lungo una roccaforte garibaldina. Cosa spinse l'Irpinia, la Puglia e l'Abruzzo a «scendere in campo prevalentemente a favore dell'antica causa». «Non è facile spiegare questa dialettica regionale», sostiene, «potranno farlo solo indagini approfondite dei casi locali». Il che è come dire: è una storia in gran parte ancora da scrivere.

Così come è ancora, se non da scrivere, quantomeno da approfondire la questione dei rapporti tra plebi, malavita e politica in quegli anni nel Mezzogiorno. E non solo dalla parte degli sconfitti.

C'è il caso delle «facce sgherre» guidate da «gentiluomini», cioè di un fenomeno che, più o meno da vicino, fa pensare alla mafia. Questione che si pone molti anni prima del 1860. Francesco Bentivegna è un proprietario di Corleone che guida una di quelle «squadre» e nel 1848 «cala» su Palermo. Nel pieno della rivoluzione è chiamato a governare Corleone. Poi, al tempo della reazione, suo fratello Filippo viene catturato e muore in carcere. Lui resta a capo della sua banda. Nel 1853 viene arrestato e, dopo tre anni, liberato. Nuovamente alla guida dei suoi, assale Mezzojuso. Qualcuno lo tradisce e stavolta viene fucilato lì per lì. Stessa sorte subisce Salvatore Spinuzza, leader della rivolta di Cefalù. Tra gli eredi di Bentivegna c'è Luigi La Porta che si unisce a Garibaldi. Ma c'è anche Santo Meli, il quale, nei mesi precedenti lo sbarco di Marsala, si mette a capo di una guerriglia che tiene testa ai borbonici. La polizia di Francesco II lo bolla come un criminale comune e i garibaldini, prese per buone le accuse dei «nemici», lo arrestano. Meli si difende: «Io brigante? Eccellenza! Ho combattuto contro i borbonici, ho incendiato le case dei realisti, ho ammazzato birri e spie, dai primi di aprile servo la rivoluzione: ecco le mie carte». Ma, nonostante non ci siano prove che sia un combattente diverso dagli altri, gli uomini di Garibaldi lo passano per le armi. E però un dubbio rimane. Come risarcimento postumo, a suo fratello e a suo zio - che erano sempre stati al suo fianco - sarà riconosciuta una pensione per meriti patriottici.

I seguaci di Bentivegna, le «facce sgherre», venivano definiti anche «faziosi del ceto umile di Corleone». Protomafiosi? Non si può dire. L'individuazione di una protomafia è fatta comunemente risalire alla relazione del 1838 con cui Pietro Calà Ulloa, magistrato a Trapani, denunciò l'esistenza di «unioni o fratellanze, specie di sette che dicono partiti», capitanate da «possidenti» o «arcipreti» che si configuravano come «piccoli governi nel governo» gestendo i rapporti tra «il popolo» e «i rei». Nel libro L'invenzione dell'Italia unita. 1855-1864 (Sansoni), Roberto Martucci ha scritto che i popolani di Sicilia levatisi in armi a sostegno di Garibaldi sarebbero stati «strumenti dei proprietari locali», capaci solo di «sgozzare feriti, sbandati e dispersi»; tramite loro la mafia, proprio nei giorni di Garibaldi, avrebbe cominciato «ad assumere quel controllo totale del territorio siciliano che, in modi e forme diverse, avrebbe mantenuto nell'Italia unita nel XX secolo». Propende cioè, Martucci, per la tesi che a parteggiare per Garibaldi fu anche una sorta di protomafia. Una tesi che appare a Lupo «oltremodo semplicistica», anche se, sulla scia dei lavori di Paolo Pezzino, Lucy Riall, Leonardo Sciascia, Antonino Recupero e di quello di Giovanna Fiume, Le bande armate in Sicilia (1819-1849) Violenza e organizzazione del potere (Annali della facoltà di lettere di Palermo, 1984), non si sottrae al confronto con l'innegabile «sovrapposizione tra rivolta politica, sociale e criminale» che si produce in quei decenni di storia dell'isola. E non si sottrae in particolare all'analisi dell'uso politico di questi fenomeni. A cominciare dal 1820 «quando Palermo aveva mobilitato guerriglie comandate da principi, formate da popolani, rafforzate da contingenti paesani» e aveva «con queste forze attaccato la parte della Sicilia rimasta filo-governativa, sino a mettere a sacco la città di Caltanissetta». Per riportare pace e ordine era stata necessaria la riconquista di Palermo da parte di un'armata napoletana. Poi era stato il '48 con Palermo in prima linea. Ma quando, nel settembre di quello stesso anno, Messina aveva subito l'attacco borbonico, misteriosamente da Catania e da Palermo era venuto un aiuto assai scarso. Cosa che alimentò la polemica dei democratici contro i moderati (Palermo), accusati di essersi arresi quasi senza combattere ai «napoletani».

Alcuni esponenti delle forze dell’ordine dopo la cattura di Giuseppe Salomone (al centro), un brigante siciliano dei primi del Novecento
Alcuni esponenti delle forze dell’ordine dopo la cattura di Giuseppe Salomone (al centro), un brigante siciliano dei primi del Novecento

Altra questione complessa affrontata da Lupo è quella del ruolo dei cattolici. Si sa: ve ne furono che parteggiarono per Garibaldi, altri che aderirono all'unificazione, altri ancora - molti - che restarono fedeli ai Borbone. Lo storico si sofferma sugli uomini di Chiesa (e siamo ad anni successivi alla rottura del 1848 tra Pio IX e il Risorgimento) che partecipano alla rivoluzione. Nel 1860 un volontario grossetano dei mille di Garibaldi, Giuseppe Bandi, racconta che «preti e frati erano intenti a predicare, facendosi mallevadori che chiunque morisse combattendo per la Sicilia meriterebbe subito un posto in paradiso, tra gli angeli, tra i martiri, tra le vergini e i confessori». E aggiunge: «Notai che gli insorti siciliani avevano appiccicate sul calcio dei fucili le immagini di Santa Rosalia, e lo stesso avevano fatto sulle culatte dei cannoni».

Poi, dal 1861, fu la guerra civile. L'umile Carmine Donatelli detto Crocco, uno dei più importanti capi del brigantaggio, è di Rionero in Vulture (il paese della famiglia Fortunato). Anche il «galantuomo» Pasquale Romano diventa un capo dei banditi. «I patrioti italiani di entrambi i partiti, moderati e democratici, affibbiarono la qualifica di briganti a Crocco a Romano e agli altri che come loro insorsero tra la primavera e l'estate del 1861; lo avevano già fatto, d'altronde, per i protagonisti delle reazioni dei mesi precedenti», scrive Lupo. Crocco era in effetti un poco di buono. Romano no, non aveva niente del bandito. I motivi per cui furono definiti «briganti» possono valere, secondo l'autore, per molti dei patrioti siciliani che si schierarono dalla parte della rivoluzione. «Il discorso fatto sulla politicizzazione popolare vale per il Mezzogiorno continentale come per la Sicilia: gli aspetti criminali e quelli strumentali non escludono quelli ideologici, nel nostro caso i sentimenti di fedeltà alla monarchia e alla patria napoletana». Sentimenti che ispirarono, almeno in alcuni casi, le rivolte in Irpinia e nel Matese. Rivolte che ebbero come conseguenza rappresaglie davvero terribili a Montefalcione, Casalduni e Pontelandolfo. Le denunciò alla Camera dei deputati il milanese Giuseppe Ferrari in un celeberrimo discorso del dicembre 1861: stupri, violenze d'ogni tipo in un paese in fiamme (Pontelandolfo) «come se l'orizzonte dell'esterminazione non dovesse avere limite alcuno». Episodi che Lupo imputa ai «moderati», i quali «a Pontelandolfo e altrove si mostrarono così estranei a un'idea di patria in grado di materializzarsi nelle figure di fanciulli, donne e vecchi, gente comune». E la complessità non si esaurisce in questo. Ce n'è anche per i democratici. Il partito democratico di Rionero in Vulture, che già alla fine degli anni Quaranta aveva accusato la famiglia Fortunato di essersi impadronita di terre che secondo le leggi andavano distribuite tra il popolo, denuncia come manutengoli (complici, protettori) di Crocco i membri di quella stessa famiglia, la più ricca del paese, schierata sul fronte borbonico, a cui apparteneva quel primo Giustino Fortunato che abbiamo trovato alla guida del governo nel 1849. Crocco e il suo luogotenente Giuseppe Caruso erano stati dipendenti dei Fortunato. Le autorità, racconta Lupo, si convincono che il capobanda sia sempre stato un uomo di quei notabili, sia stato da loro fatto fuggire dal carcere, ricoverato nelle loro aziende, sostenuto prima e durante la grande scorreria. Scorreria, quella di Crocco, che - tra l'altro - aveva avuto inizio a Lagopesole, terra dei Fortunato. Così come di loro proprietà era la tenuta di Gaudiano, dove il «brigante» aveva avuto il fondamentale incontro con l'ufficiale legittimista spagnolo José Borjes, giunto nell'Italia meridionale per riconquistarla a Francesco II.

Successivamente il nome dei Fortunato, in omaggio all'altro Giustino, padre del meridionalismo liberale, sarebbe entrato nel Pantheon dell'Italia risorgimentale. La conversione liberale e nazionale della super-borbonica famiglia Fortunato, scrive Lupo, «indica forse la norma di una riconciliazione (nazionale, e credo anche locale) basata più che altro sull'oblio del passato». Anche se Giustino Fortunato non dimentica. In una lettera del 1928 a Raffaele Ciasca, Fortunato ricorda che anni terribili furono quelli tra il 1860 e il 1862, allorché trecento abitanti di Rionero accusarono i suoi familiari di essere borbonici e di aver sostenuto i briganti «tanto che va attribuito a miracolo se non vennero fucilati!». Suo padre e due suoi zii furono arrestati e, quando tornarono in libertà, uno degli zii considerò saggio fuggire in Francia. Poi, quindici anni dopo, a lui, Giustino, sarebbe toccato di essere eletto deputato e, racconta, «avutane notizia, mio Padre scoppiò a piangere». Il grande meridionalista, osserva Lupo, «guarda all'età di ferro della guerra civile come al momento fondativo della propria esperienza di vita: con gli oltraggi subiti da un governo di occupazione militare, con la comunità paesana che si rivolta contro la sua famiglia, le imputa il manutengolismo dopo averla a lungo accusata di essere usurpatrice del demanio; l'oltraggio viene solo parzialmente sanato dal voto (immaginiamo unanime) del 1880, che le restituisce la funzione di classe dirigente». Laddove i Fortunato avevano svolto da prima dell'unità «un ruolo positivo di leadership nella società locale mantenendosi lontani da quel modello assenteista e fazioso che molti considerano la quintessenza del problema meridionale». Scrive Giustino Fortunato, a mo' di giustificazione, a Francesco Saverio Nitti (che appartiene a una famiglia di patrioti lucani in cui si conta qualche caduto nella lotta contro il brigantaggio e che sarà autore nel 1900 di Nord e Sud , il «primo grande testo sullo squilibrio economico-territoriale italiano»): «Mio padre fu borbonico perché non credeva, non immaginava nemmeno l'unità». Spiegherà lo stesso Giustino Fortunato nel 1875 a Pasquale Villari: «Il brigantaggio fu reazione sociale della plebe». E, cinquant'anni dopo, specificherà a Carlo Rosselli che quel fenomeno non era stato «un tentativo di reazione borbonica o di autonomismo», bensì un moto positivo ancorché «sostanzialmente di indole primitiva e selvaggia, frutto del secolare abbrutimento di miseria e di ignoranza delle nostre plebi rurali».

Il fatto è, sintetizza Lupo, che l'unificazione italiana (come quasi tutti i grandi eventi storici) «non era ineluttabile, era un sogno e un progetto di certi movimenti politici che si concretizzò attraverso brusche accelerazioni, guerre, imprevedibili vittorie e repentini collassi, azioni e reazioni anche incoerenti». Per quel che riguarda l'Italia meridionale va messa in discussione la stessa parola «Risorgimento». «Parola che», scrive lo storico, «occulta le contraddizioni dei patrioti, l'alternarsi di solidarietà e faziosità, amore per la libertà e autoritarismi, che derivava dal carattere passionale ed estremo delle loro convinzioni, nonché dalla violenza dello scontro in cui essi stessi e i loro avversari erano impegnati». Il termine «Risorgimento» ha «un che di edificante, vuole che noi assumiamo i protagonisti di quei remoti eventi a maestri di morale; noi, invece, a così grande distanza di tempo, siamo quasi spinti per reazione a far loro la morale, secondo i mediocri standard della correttezza politica oggi in voga». Ciò che non ci aiuta a capire e a raccontare il nostro passato. Né a trarne lezioni. Per poi concludere: «È lo stesso rischio, d'altronde, che corriamo confrontandoci con l'altro mito fondativo della storia nazionale, la Resistenza». Ma qui il discorso si farebbe ancora più complicato.


07 settembre 2011 19:48© RIPRODUZIONE RISERVATA

In Lucania

• ll famoso meridionalista liberale Giustino Fortunato (nella foto a sinistra) aveva un prozio, suo omonimo, che era stato primo ministro del re Ferdinando II di Borbone (nella foto al centro)

• Dopo l’Unità d’Italia, i famigliari di Giustino Fortunato vennero denunciati a Rionero del Vulture, con l’accusa di essere manutengoli (complici) della banda del feroce brigante Carmine Donatelli, detto Crocco, (nella foto a sinistra) che in passato era stato un loro dipendente




Bibliografia

Riflessioni sul crollo degli Stati preunitari

Esce in libreria il saggio di Salvatore Lupo L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, edito da Donzelli. Le vicende relative alla formazione del Regno d’Italia sono analizzate da Paolo Macry nel saggio Quando crolla lo Stato. Studi sull’Italia preunitaria (Liguori) e in quello di Roberto Martucci L’invenzione dell’Italia unita (Sansoni). Da segnalare anche L’inventore del trasformismo, una biografia di Liborio Romano scritta da Nico Perrone (Rubbettino).

Fonte: Corriere della Sera


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Gli eredi di Cavour spietati contro il brigantaggio

Salvatore Lupo - «L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile» - Donzelli - pp. 192, € 16,50
Salvatore Lupo - «L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile» - Donzelli - pp. 192, € 16,50
Di Paolo Mieli

Non è vero che il Regno delle Due Sicilie nella prima metà dell'Ottocento fosse una sorta di terra cara solo al demonio.Anzi, il regime borbonico «rinnovatosi nel 1816 sapeva di dover evitare la contrapposizione tra le sue due nazioni, quella borghese e quella popolare», e perciò «stette ben attento, anche su pressione dei suoi sponsor europei, a che la restaurazione non si risolvesse in un altro 1799, in un'apocalisse di stragi, tumulti, saccheggi plebei». Non è vero che quello stesso regime fosse nient'altro che super reazionario. Anzi, mise fuori gioco «gli ultras del legittimismo, e a maggior ragione molti degli elementi di estrazione popolare mobilitatisi in suo favore nel decennio precedente quali guerriglieri o briganti, e che si mostravano ora restii a rientrare nell'ordine sociale». Il regno borbonico «si assicurò l'adesione di un personale militare o in generale burocratico proveniente dal passato regime murattiano, e di cui fu garantito l'amalgama con il personale che gli era rimasto fedele negli anni precedenti». E in una logica «definibile in senso lato, di omogeneizzazione nazionale esso mantenne in vigore le riforme del decennio francese (1806-1815)». La monarchia sabauda nell'età della restaurazione fu, quella sì, «codina e reazionaria». Non è vero che i liberali meridionali dell'epoca si sentirono affratellati dalla comune fede politica risorgimentale. Anzi, «si scontrarono, si danneggiarono gli uni con gli altri» eccezion fatta per i momenti in cui dovettero subire la repressione della restaurazione assolutista dopo il 1821 e il 1849. In Sicilia, il termine «napoletano» era «aborrito» non meno di quanto lo fosse a Milano quello di «croato». A Palermo si mantenne sempre viva «la rancorosa memoria del tradimento borbonico del 1816, la protesta per il gesto tirannico che aveva abrogato le libertà dell'isola, antiche e nuove».

Sono parole di Salvatore Lupo che si leggono nel libro L'unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, che sta per essere pubblicato da Donzelli editore. Lupo parte proprio di qui, da ciò che rese possibile il successo dell'impresa garibaldina. Cioè dalla dissidenza siciliana nei confronti del Regno borbonico, dissidenza che si configurava anche come un conflitto tra Napoli e Palermo, rispettivamente la più grande (322 mila abitanti) e una delle prime (114 mila abitanti) città italiane: si pensi che il secondo centro abitato della parte continentale, Foggia, contava appena 20 mila cittadini, mentre in Sicilia ce n'erano altri due, Messina e Catania, che di cittadini ne avevano 40 mila. A Palermo, poi, le insurrezioni si ebbero in nome del ripristino della Costituzione filo-aristocratica del 1812. Nel Mezzogiorno continentale i rivoluzionari, invece, si mobilitarono per la Costituzione di tipo spagnolo, cioè democratica, vale a dire quella concessa da Ferdinando I dopo la sollevazione del 1820. Per di più le altre città siciliane erano schierate con Napoli. «Fu guerra dei siciliani contro i napoletani», scrive Lupo, «e guerra civile dei siciliani tra loro: alla fine giunse la reazione assolutistica per tutti». Nel 1848 Palermo fu la prima città d'Europa a imboccare la via della rivoluzione: avrebbe aderito anche a una Confederazione italiana, purché - s'intende - in modo «del tutto autonomo da Napoli». Ferdinando II concesse la Costituzione, poi fece marcia indietro e Messina fu la città che si distinse per una resistenza davvero eroica. Ma, anche nella stagione reazionaria che ne seguì, il re si affidò non già a superconservatori, bensì a personaggi che si distinguevano per essere stati murattiani e costituzionalisti: Carlo Filangieri, figlio del filosofo illuminista, Pietro Calà Ulloa e Giustino Fortunato, prozio dell'omonimo meridionalista, che tornerà nella seconda parte di questo racconto.

Il libro di Lupo non si propone di presentare al lettore rivelazioni o denunce. È piuttosto una rielaborazione molto acuta di elementi alquanto trascurati dalla storiografia tradizionale.

Nessuna concessione al revisionismo meridionalista, una trattazione asciutta (ma ricca di attenzione ai dettagli) dei casi di quegli anni più celebri e dibattuti: la rivolta e la repressione a Bronte; don Liborio Romano che passa da Francesco II a Garibaldi reclutando camorristi - «nuje non simm cravunari (carbonari) nuje non simmo realisti ma facimmo i camorristi fammo n'c... a chilli e a chisti», era la loro canzone -; i plebisciti del 21 ottobre 1860, che diedero all'Italia un'adesione unanime ma solo apparente, dal momento che - come notò già allora Massimo D'Azeglio -, a dispetto di quel voto «straunitario», covavano nelle plebi insubordinazione e propositi insurrezionali. Riconosce, Lupo, che nella prima metà dell'Ottocento, negli anni della restaurazione, «il governo borbonico si impegnò nel sostegno ai comuni del Mezzogiorno continentale, e soprattutto introdusse ex novo la riforma in Sicilia: facendone il punto più alto di una linea antibaronale che portò Napoli (per quanto possa sembrare oggi paradossale) nel ruolo del Nord civilizzatore-normalizzatore nei confronti di quel Sud barbaro-riottoso che era la Sicilia».

 Luigi Carlo Farini
Luigi Carlo Farini
Viene poi analizzata la questione dei moderatiche, dopo la morte di Cavour, si trasformano in intransigenti (mentre i democratici restano perplessi al cospetto dei metodi più spietati). È un moderato, Luigi Carlo Farini, futuro ministro degli Interni, che, appena giunto al Sud, relaziona a Cavour essere «i beduini, a confronto di questi caffoni... fior di virtù civile». È un moderato Marco Minghetti, che scrive a Farini: «Credo che un po' di metodo soldatesco sia medicina salutare a codesto popolo». Riconducibile al potere dei moderati è il generale Enrico Della Rocca, che ingiunge ai suoi subordinati: «Non si perda tempo a fare prigionieri, affinché si sappia da quei briganti che arruolandosi per venire negli Abruzzi si condannano a quasi certa morte». Espressione di un governo moderato va considerato anche il generale Enrico Cialdini, spedito (luglio 1861) a reprimere le rivolte dei meridionali nei panni di luogotenente e di comandante del sesto corpo d'armata. Ciò che fece ricorrendo a metodi spietati.

La loro «non moderazione» a fronte delle plebi meridionali nasceva dall'idea che, negli anni precedenti all'impresa dei Mille, si erano fatti del Mezzogiorno, a contatto con gli esiliati provenienti dal Sud. La mancanza di moralità nel Mezzogiorno era stata presentata dai patrioti in esilio a Torino come diretta conseguenza del malgoverno borbonico. «Non si capiva però», osserva Lupo, «se per loro la tirannia (i Borbone) avesse corrotto la società, o se non fosse stata la società corrotta a mantenere così a lungo in vita la tirannide; la colpevolizzazione della "mala signoria" si situava bene nella retorica patriottica; se però le cose stavano all'inverso, c'era il rischio che qualcuno pensasse il Mezzogiorno incapace di una piena partnership nella nazione risorta, bisognoso di una permanente protezione dell'Italia virtuosa». E a questo punto Lupo ricorda che già nel 1855 Francesco De Sanctis aveva indicato il rischio che la frustrazione-deprecazione degli esuli provocasse effetti perversi. Rendendosi conto di tale problema, nell'aprile del 1861 il moderato siciliano Emerico Amari evocava la rivoluzione per chiarire che il Mezzogiorno non era paese di conquista, né quello meridionale era un popolo bambino da educare: «Non bisogna pensare questi due popoli (napoletani e siciliani, ndr ) come non altro che una cancrena», affermava Amari, «abbiamo fatto una rivoluzione, e questo basta per dimostrare la nostra moralità».

Di qui l'intricata questione delle ribellioni che si ebbero al Sud a ridosso dell'unità.Non è il caso, dice (tra le righe) lo storico, di parteggiare per i rivoltosi o per i piemontesi. L'intento di Lupo è quello di denunciare un'insufficienza storiografica. «Io credo», scrive, «che anche nelle province napoletane abbiano funzionato reticoli interclassisti, sia sul versante rivoluzionario che su quello controrivoluzionario; e penso che ulteriori ricerche potranno evidenziare il loro ruolo nelle reazioni e nella guerriglia brigantesca». Va spiegato perché in Calabria non si ebbe quasi quel brigantaggio politico che invece si registrò in Lucania. Come mai Napoli rimase a lungo una roccaforte garibaldina. Cosa spinse l'Irpinia, la Puglia e l'Abruzzo a «scendere in campo prevalentemente a favore dell'antica causa». «Non è facile spiegare questa dialettica regionale», sostiene, «potranno farlo solo indagini approfondite dei casi locali». Il che è come dire: è una storia in gran parte ancora da scrivere.

Così come è ancora, se non da scrivere, quantomeno da approfondire la questione dei rapporti tra plebi, malavita e politica in quegli anni nel Mezzogiorno. E non solo dalla parte degli sconfitti.

C'è il caso delle «facce sgherre» guidate da «gentiluomini», cioè di un fenomeno che, più o meno da vicino, fa pensare alla mafia. Questione che si pone molti anni prima del 1860. Francesco Bentivegna è un proprietario di Corleone che guida una di quelle «squadre» e nel 1848 «cala» su Palermo. Nel pieno della rivoluzione è chiamato a governare Corleone. Poi, al tempo della reazione, suo fratello Filippo viene catturato e muore in carcere. Lui resta a capo della sua banda. Nel 1853 viene arrestato e, dopo tre anni, liberato. Nuovamente alla guida dei suoi, assale Mezzojuso. Qualcuno lo tradisce e stavolta viene fucilato lì per lì. Stessa sorte subisce Salvatore Spinuzza, leader della rivolta di Cefalù. Tra gli eredi di Bentivegna c'è Luigi La Porta che si unisce a Garibaldi. Ma c'è anche Santo Meli, il quale, nei mesi precedenti lo sbarco di Marsala, si mette a capo di una guerriglia che tiene testa ai borbonici. La polizia di Francesco II lo bolla come un criminale comune e i garibaldini, prese per buone le accuse dei «nemici», lo arrestano. Meli si difende: «Io brigante? Eccellenza! Ho combattuto contro i borbonici, ho incendiato le case dei realisti, ho ammazzato birri e spie, dai primi di aprile servo la rivoluzione: ecco le mie carte». Ma, nonostante non ci siano prove che sia un combattente diverso dagli altri, gli uomini di Garibaldi lo passano per le armi. E però un dubbio rimane. Come risarcimento postumo, a suo fratello e a suo zio - che erano sempre stati al suo fianco - sarà riconosciuta una pensione per meriti patriottici.

I seguaci di Bentivegna, le «facce sgherre», venivano definiti anche «faziosi del ceto umile di Corleone». Protomafiosi? Non si può dire. L'individuazione di una protomafia è fatta comunemente risalire alla relazione del 1838 con cui Pietro Calà Ulloa, magistrato a Trapani, denunciò l'esistenza di «unioni o fratellanze, specie di sette che dicono partiti», capitanate da «possidenti» o «arcipreti» che si configuravano come «piccoli governi nel governo» gestendo i rapporti tra «il popolo» e «i rei». Nel libro L'invenzione dell'Italia unita. 1855-1864 (Sansoni), Roberto Martucci ha scritto che i popolani di Sicilia levatisi in armi a sostegno di Garibaldi sarebbero stati «strumenti dei proprietari locali», capaci solo di «sgozzare feriti, sbandati e dispersi»; tramite loro la mafia, proprio nei giorni di Garibaldi, avrebbe cominciato «ad assumere quel controllo totale del territorio siciliano che, in modi e forme diverse, avrebbe mantenuto nell'Italia unita nel XX secolo». Propende cioè, Martucci, per la tesi che a parteggiare per Garibaldi fu anche una sorta di protomafia. Una tesi che appare a Lupo «oltremodo semplicistica», anche se, sulla scia dei lavori di Paolo Pezzino, Lucy Riall, Leonardo Sciascia, Antonino Recupero e di quello di Giovanna Fiume, Le bande armate in Sicilia (1819-1849) Violenza e organizzazione del potere (Annali della facoltà di lettere di Palermo, 1984), non si sottrae al confronto con l'innegabile «sovrapposizione tra rivolta politica, sociale e criminale» che si produce in quei decenni di storia dell'isola. E non si sottrae in particolare all'analisi dell'uso politico di questi fenomeni. A cominciare dal 1820 «quando Palermo aveva mobilitato guerriglie comandate da principi, formate da popolani, rafforzate da contingenti paesani» e aveva «con queste forze attaccato la parte della Sicilia rimasta filo-governativa, sino a mettere a sacco la città di Caltanissetta». Per riportare pace e ordine era stata necessaria la riconquista di Palermo da parte di un'armata napoletana. Poi era stato il '48 con Palermo in prima linea. Ma quando, nel settembre di quello stesso anno, Messina aveva subito l'attacco borbonico, misteriosamente da Catania e da Palermo era venuto un aiuto assai scarso. Cosa che alimentò la polemica dei democratici contro i moderati (Palermo), accusati di essersi arresi quasi senza combattere ai «napoletani».

Alcuni esponenti delle forze dell’ordine dopo la cattura di Giuseppe Salomone (al centro), un brigante siciliano dei primi del Novecento
Alcuni esponenti delle forze dell’ordine dopo la cattura di Giuseppe Salomone (al centro), un brigante siciliano dei primi del Novecento

Altra questione complessa affrontata da Lupo è quella del ruolo dei cattolici. Si sa: ve ne furono che parteggiarono per Garibaldi, altri che aderirono all'unificazione, altri ancora - molti - che restarono fedeli ai Borbone. Lo storico si sofferma sugli uomini di Chiesa (e siamo ad anni successivi alla rottura del 1848 tra Pio IX e il Risorgimento) che partecipano alla rivoluzione. Nel 1860 un volontario grossetano dei mille di Garibaldi, Giuseppe Bandi, racconta che «preti e frati erano intenti a predicare, facendosi mallevadori che chiunque morisse combattendo per la Sicilia meriterebbe subito un posto in paradiso, tra gli angeli, tra i martiri, tra le vergini e i confessori». E aggiunge: «Notai che gli insorti siciliani avevano appiccicate sul calcio dei fucili le immagini di Santa Rosalia, e lo stesso avevano fatto sulle culatte dei cannoni».

Poi, dal 1861, fu la guerra civile. L'umile Carmine Donatelli detto Crocco, uno dei più importanti capi del brigantaggio, è di Rionero in Vulture (il paese della famiglia Fortunato). Anche il «galantuomo» Pasquale Romano diventa un capo dei banditi. «I patrioti italiani di entrambi i partiti, moderati e democratici, affibbiarono la qualifica di briganti a Crocco a Romano e agli altri che come loro insorsero tra la primavera e l'estate del 1861; lo avevano già fatto, d'altronde, per i protagonisti delle reazioni dei mesi precedenti», scrive Lupo. Crocco era in effetti un poco di buono. Romano no, non aveva niente del bandito. I motivi per cui furono definiti «briganti» possono valere, secondo l'autore, per molti dei patrioti siciliani che si schierarono dalla parte della rivoluzione. «Il discorso fatto sulla politicizzazione popolare vale per il Mezzogiorno continentale come per la Sicilia: gli aspetti criminali e quelli strumentali non escludono quelli ideologici, nel nostro caso i sentimenti di fedeltà alla monarchia e alla patria napoletana». Sentimenti che ispirarono, almeno in alcuni casi, le rivolte in Irpinia e nel Matese. Rivolte che ebbero come conseguenza rappresaglie davvero terribili a Montefalcione, Casalduni e Pontelandolfo. Le denunciò alla Camera dei deputati il milanese Giuseppe Ferrari in un celeberrimo discorso del dicembre 1861: stupri, violenze d'ogni tipo in un paese in fiamme (Pontelandolfo) «come se l'orizzonte dell'esterminazione non dovesse avere limite alcuno». Episodi che Lupo imputa ai «moderati», i quali «a Pontelandolfo e altrove si mostrarono così estranei a un'idea di patria in grado di materializzarsi nelle figure di fanciulli, donne e vecchi, gente comune». E la complessità non si esaurisce in questo. Ce n'è anche per i democratici. Il partito democratico di Rionero in Vulture, che già alla fine degli anni Quaranta aveva accusato la famiglia Fortunato di essersi impadronita di terre che secondo le leggi andavano distribuite tra il popolo, denuncia come manutengoli (complici, protettori) di Crocco i membri di quella stessa famiglia, la più ricca del paese, schierata sul fronte borbonico, a cui apparteneva quel primo Giustino Fortunato che abbiamo trovato alla guida del governo nel 1849. Crocco e il suo luogotenente Giuseppe Caruso erano stati dipendenti dei Fortunato. Le autorità, racconta Lupo, si convincono che il capobanda sia sempre stato un uomo di quei notabili, sia stato da loro fatto fuggire dal carcere, ricoverato nelle loro aziende, sostenuto prima e durante la grande scorreria. Scorreria, quella di Crocco, che - tra l'altro - aveva avuto inizio a Lagopesole, terra dei Fortunato. Così come di loro proprietà era la tenuta di Gaudiano, dove il «brigante» aveva avuto il fondamentale incontro con l'ufficiale legittimista spagnolo José Borjes, giunto nell'Italia meridionale per riconquistarla a Francesco II.

Successivamente il nome dei Fortunato, in omaggio all'altro Giustino, padre del meridionalismo liberale, sarebbe entrato nel Pantheon dell'Italia risorgimentale. La conversione liberale e nazionale della super-borbonica famiglia Fortunato, scrive Lupo, «indica forse la norma di una riconciliazione (nazionale, e credo anche locale) basata più che altro sull'oblio del passato». Anche se Giustino Fortunato non dimentica. In una lettera del 1928 a Raffaele Ciasca, Fortunato ricorda che anni terribili furono quelli tra il 1860 e il 1862, allorché trecento abitanti di Rionero accusarono i suoi familiari di essere borbonici e di aver sostenuto i briganti «tanto che va attribuito a miracolo se non vennero fucilati!». Suo padre e due suoi zii furono arrestati e, quando tornarono in libertà, uno degli zii considerò saggio fuggire in Francia. Poi, quindici anni dopo, a lui, Giustino, sarebbe toccato di essere eletto deputato e, racconta, «avutane notizia, mio Padre scoppiò a piangere». Il grande meridionalista, osserva Lupo, «guarda all'età di ferro della guerra civile come al momento fondativo della propria esperienza di vita: con gli oltraggi subiti da un governo di occupazione militare, con la comunità paesana che si rivolta contro la sua famiglia, le imputa il manutengolismo dopo averla a lungo accusata di essere usurpatrice del demanio; l'oltraggio viene solo parzialmente sanato dal voto (immaginiamo unanime) del 1880, che le restituisce la funzione di classe dirigente». Laddove i Fortunato avevano svolto da prima dell'unità «un ruolo positivo di leadership nella società locale mantenendosi lontani da quel modello assenteista e fazioso che molti considerano la quintessenza del problema meridionale». Scrive Giustino Fortunato, a mo' di giustificazione, a Francesco Saverio Nitti (che appartiene a una famiglia di patrioti lucani in cui si conta qualche caduto nella lotta contro il brigantaggio e che sarà autore nel 1900 di Nord e Sud , il «primo grande testo sullo squilibrio economico-territoriale italiano»): «Mio padre fu borbonico perché non credeva, non immaginava nemmeno l'unità». Spiegherà lo stesso Giustino Fortunato nel 1875 a Pasquale Villari: «Il brigantaggio fu reazione sociale della plebe». E, cinquant'anni dopo, specificherà a Carlo Rosselli che quel fenomeno non era stato «un tentativo di reazione borbonica o di autonomismo», bensì un moto positivo ancorché «sostanzialmente di indole primitiva e selvaggia, frutto del secolare abbrutimento di miseria e di ignoranza delle nostre plebi rurali».

Il fatto è, sintetizza Lupo, che l'unificazione italiana (come quasi tutti i grandi eventi storici) «non era ineluttabile, era un sogno e un progetto di certi movimenti politici che si concretizzò attraverso brusche accelerazioni, guerre, imprevedibili vittorie e repentini collassi, azioni e reazioni anche incoerenti». Per quel che riguarda l'Italia meridionale va messa in discussione la stessa parola «Risorgimento». «Parola che», scrive lo storico, «occulta le contraddizioni dei patrioti, l'alternarsi di solidarietà e faziosità, amore per la libertà e autoritarismi, che derivava dal carattere passionale ed estremo delle loro convinzioni, nonché dalla violenza dello scontro in cui essi stessi e i loro avversari erano impegnati». Il termine «Risorgimento» ha «un che di edificante, vuole che noi assumiamo i protagonisti di quei remoti eventi a maestri di morale; noi, invece, a così grande distanza di tempo, siamo quasi spinti per reazione a far loro la morale, secondo i mediocri standard della correttezza politica oggi in voga». Ciò che non ci aiuta a capire e a raccontare il nostro passato. Né a trarne lezioni. Per poi concludere: «È lo stesso rischio, d'altronde, che corriamo confrontandoci con l'altro mito fondativo della storia nazionale, la Resistenza». Ma qui il discorso si farebbe ancora più complicato.


07 settembre 2011 19:48© RIPRODUZIONE RISERVATA

In Lucania

• ll famoso meridionalista liberale Giustino Fortunato (nella foto a sinistra) aveva un prozio, suo omonimo, che era stato primo ministro del re Ferdinando II di Borbone (nella foto al centro)

• Dopo l’Unità d’Italia, i famigliari di Giustino Fortunato vennero denunciati a Rionero del Vulture, con l’accusa di essere manutengoli (complici) della banda del feroce brigante Carmine Donatelli, detto Crocco, (nella foto a sinistra) che in passato era stato un loro dipendente




Bibliografia

Riflessioni sul crollo degli Stati preunitari

Esce in libreria il saggio di Salvatore Lupo L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, edito da Donzelli. Le vicende relative alla formazione del Regno d’Italia sono analizzate da Paolo Macry nel saggio Quando crolla lo Stato. Studi sull’Italia preunitaria (Liguori) e in quello di Roberto Martucci L’invenzione dell’Italia unita (Sansoni). Da segnalare anche L’inventore del trasformismo, una biografia di Liborio Romano scritta da Nico Perrone (Rubbettino).

Fonte: Corriere della Sera


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