domenica 29 agosto 2010

A proposito dell'articolo "Il massacro dimenticato di Pontelandolfo. Quando i bersaglieri fucilarono gli innocenti"- Considerazioni di Antonio Ciano



Di Antonio Ciano

Trovai la notizia di quella strage sul libro di De Sivo: Nel 1994 e nel 1995 mi recai a Pontelandolfo, non c'era traccia dell'eccidio, i piemontesi avevano bruciato la città, nè trovai reperti nella biblioteca comunale, se non un libello di un certo Gentile.
Il Sindaco Perugini mi indicò la biblioteca provinciale di Benevento, dove mi recai e dove trovai articoli sull'accadimento di Zazo e di altri. Misi ordiine ai fatti processuali, ne ricavai la cronologia dei fatti accaduti da primo agosto del 1861 al 17 agosto dello stesso anno.
I morti indicati in una lapide erano solo 17, dissi al sindaco che era un falso storico perchè avevo trovato una fonte sulla civiltà cattolica che parlava di 164 morti. Pubblicai il mio libro nel 1996, trattavasi de "I Savoia e il massacro del Sud", poi seguì al mio un bel libro di Gigi Di Fiore, potrebbero girarvi un film.
Non ho mai avuto nè preteso riconoscimenti dai ponntelandolfesi, anzi ricevetti una denuncia che mi costò quattro anni di processi.
Nessuno veniva ai processi, tutti gli eroi di oggi non c'erano, ma erano presenti sempre Manna, Barone, Alessandro Romano e l'ex viceprefetto di Roma Dott. Luciani.
Il libro ha venduto molto e ha aperto gli occhi a molti intellettuali, la ricchezza accumulata dai liberali del tempo è rimasta ai loro eredi,ma il tempo delle more si sta avvicinando, devono posare l'osso. Questo vale per i traditori di ieri e per i piemontesi nostrani dell'oggi. Quel libro ha venduto oltre duecentomila copie.
Non sono mai stato borbonico, sono repubblicano convinto, ma tra la feccia che ha inondato il nostro paese, devo convenire che che quei Re sono stati degli innovatori e dei martiri. Oltre al fatto che hanno sempre difeso i contadini e gli operai,mentre loro nel 1771 permettevano a San Leucio una società di eguali, Tiers, in Francia, nel 1871 mise a ferro e fuoco la Comune di Parigi.
Un re che dà l'opportunità ai suoi sudditi di sceglersi il modo di amministrarsi ed un massone liberale che affonda quelle idee con le cannonate.
Ogni volta che il Regno veniva aggredito, i contadini sapevano con chi schierarsi, mai con i rivoluzioni liberali, sempre dalla parte del Re che permetteva loro di avere un pezzo di terra in uso e mai in proprietà.
Comunque basta vedere la opere fatte in 127 anni da quei Re che parlavano napoletano per rendersi conto della loro grandezza. Leggete il libro di Pino Aprile"Terroni", vi accorgerete che dopo quel periodo il Sud è affondato in una miseria mai avuta.
Il Piemonte ha desertificato la nostra economia, ha massacrato un milione di contadini chiamandoli Briganti, i suoi generali e i suoi ufficiali si sono macchiati di crimini contro l'umanità ed hanno ancora strade e piazze intitolate a vergogna della nostra repubblica.
Han fatto emigrare almeno 20 milioni di meridionali estrapolando famiglie intere dai loro territori,è stata una emigrazione biblica che nemmeno gli ebrei hanno sofferto e mentre Francesco II combattè fino alla fine sugli spalti di Gaeta difendendo la nostra città e il Sud dall'attacco barbaro di suo cugino,vittorio Emanuele III nel 1943 fuggì come un codardo, lasciando gli italiani nelle mani della rabbia tedesca. Dall'8 settembre di quell'anno al 1945 morirono oltre settecentomia italiani, causarono una guerra civile tra fascisti,comunisti e cattolici; soffriamo ancora la Peste bubbonica di un liberale massone al potere.
La repubblica è nata sulle ceneri della monarchia sabauda e il presidente della repubblica si reca a riverire quella unità che ci ha affamati, che ci ha spellati.
In Francia la repubblica festeggia la sua vittoria ogni 14 di luglio, e non va a festeggiare Maria Antonietta.
In Francia non vediamo leggi monarchiche, non vediamo piazze e strade intitolate alla monarchia precedente.
In Israele non hanno le strade intitolate ai loro carnefici; a Tel Aviv hanno strade intitolate ai loro eroi, non ai Hitler o a Reder,o a Kappler, o ad Hicheman.
Perchè?
A loro hanno dato una identità di popolo, a noi hanno insegnato a rendere omaggio a quei mostri dei Savoia.
Gaeta fu distrutta da migliaia di Bombe, i suoi cittadini dispersi in tutto il mondo e vorrebbero farmi festeggiare quella barbarie dei savoia?

La storia va avanti, in questo periodo si stanno riscoprendo le nostre radici e chi scrive ha sofferto le pene dell'inferno quando veniva preso per pazzo e veniva denunciato per difendere la propria identità.
Forse sono stato l'ultimo brigante ad essere processato, ma vivaddio, è arrivato il momento di fare i conti con la storia e con il passato.
Quella che chiamano economia italiana è solo Tosco-padana, è solo di alcune regioni che la producono. L'Emilia Romagna produce quella del centro sinistra e la Lombardia quella che il centro destra difende a spada tratta. Tutte le compagnie di assicurazione, quelle telefoniche, quelle mediatiche, quelle finanziarie appartengono a quelle realtà. Le banche sono tutte del Nord,anche il banco di Napoli e quello di Sicilia.
Hanno impiegato 150 anni a fotterci tutto.
Il Partito del Sud sta appropriandosi del terriorio,stiamo associando centomila contadini affamati da questo sistema, che io faccio risalire al Risorgimento piemontese. Pagano il grano a 13 centesimi al kg, mentre un pacco di caramelle in un bar costa 1 euro.
Dobbiamo riscostruire la nostra economia partendo dalla base, dobbiamo ricacciare questa destra e questa sinistra nelle loro regioni di origine ( Brianza ed Emilia Romagna) e riprenderci la dignità che hanno cercato di strapparci in tutti i modi. Finchè avrò un attimo di respiro cercherò di fare il possibile per riuscirci.

Una volta ero solo, ora siamo tanti, il nostro movimento politico sta crescendo a vista d'occhio, partendo dalla Sicilia, che è un laboratorio politico da sempre.
A metà ottobre a Palermo ci saranno gli Stati Generali del Sud, inviteremo tutti i gruppi politici meridionalisti, cercheremo di sganciarli dal mondo partitico del Nord, se riusciamo in questa operazione, nelle prossime elezioni, saranno cavoli amari per i BBB della politica.
Abbiamo uomini e sezioni in tutta Italia.
A Reggio Emilia,a Suzzara e a Virgilio in provincia di Mantova, a Torino, a Modena, a Bologna, a Piacenza, a Verona, a Sacile in provincia di Pordenone, a Milano, a Pisa e in Toscana, a Roma e nel Lazio, a Napoli, in Basilicata, in Abruzzi, nelle Puglie, in Calabria ,in tantissime altre città di tutta Italia, anche all'estero e soprattutto in Sicilia, dove il nostro Vice Coordinatore nazionale ha aperto i primi due CompraSud e dove stiamo associando in una importante filiera centomila contadini.
Ma come prima cosa dobbiamo sconfiggere gli ascari nostrani, i piemontesi e i lombardi nostrani, ce la faremo, siamo sulla giusta strada.
I meridionali si stanno accorgendo che DESTRA E SINISTRA SONO SOLO INDICAZIONI STRADALI.



.
Leggi tutto »


Di Antonio Ciano

Trovai la notizia di quella strage sul libro di De Sivo: Nel 1994 e nel 1995 mi recai a Pontelandolfo, non c'era traccia dell'eccidio, i piemontesi avevano bruciato la città, nè trovai reperti nella biblioteca comunale, se non un libello di un certo Gentile.
Il Sindaco Perugini mi indicò la biblioteca provinciale di Benevento, dove mi recai e dove trovai articoli sull'accadimento di Zazo e di altri. Misi ordiine ai fatti processuali, ne ricavai la cronologia dei fatti accaduti da primo agosto del 1861 al 17 agosto dello stesso anno.
I morti indicati in una lapide erano solo 17, dissi al sindaco che era un falso storico perchè avevo trovato una fonte sulla civiltà cattolica che parlava di 164 morti. Pubblicai il mio libro nel 1996, trattavasi de "I Savoia e il massacro del Sud", poi seguì al mio un bel libro di Gigi Di Fiore, potrebbero girarvi un film.
Non ho mai avuto nè preteso riconoscimenti dai ponntelandolfesi, anzi ricevetti una denuncia che mi costò quattro anni di processi.
Nessuno veniva ai processi, tutti gli eroi di oggi non c'erano, ma erano presenti sempre Manna, Barone, Alessandro Romano e l'ex viceprefetto di Roma Dott. Luciani.
Il libro ha venduto molto e ha aperto gli occhi a molti intellettuali, la ricchezza accumulata dai liberali del tempo è rimasta ai loro eredi,ma il tempo delle more si sta avvicinando, devono posare l'osso. Questo vale per i traditori di ieri e per i piemontesi nostrani dell'oggi. Quel libro ha venduto oltre duecentomila copie.
Non sono mai stato borbonico, sono repubblicano convinto, ma tra la feccia che ha inondato il nostro paese, devo convenire che che quei Re sono stati degli innovatori e dei martiri. Oltre al fatto che hanno sempre difeso i contadini e gli operai,mentre loro nel 1771 permettevano a San Leucio una società di eguali, Tiers, in Francia, nel 1871 mise a ferro e fuoco la Comune di Parigi.
Un re che dà l'opportunità ai suoi sudditi di sceglersi il modo di amministrarsi ed un massone liberale che affonda quelle idee con le cannonate.
Ogni volta che il Regno veniva aggredito, i contadini sapevano con chi schierarsi, mai con i rivoluzioni liberali, sempre dalla parte del Re che permetteva loro di avere un pezzo di terra in uso e mai in proprietà.
Comunque basta vedere la opere fatte in 127 anni da quei Re che parlavano napoletano per rendersi conto della loro grandezza. Leggete il libro di Pino Aprile"Terroni", vi accorgerete che dopo quel periodo il Sud è affondato in una miseria mai avuta.
Il Piemonte ha desertificato la nostra economia, ha massacrato un milione di contadini chiamandoli Briganti, i suoi generali e i suoi ufficiali si sono macchiati di crimini contro l'umanità ed hanno ancora strade e piazze intitolate a vergogna della nostra repubblica.
Han fatto emigrare almeno 20 milioni di meridionali estrapolando famiglie intere dai loro territori,è stata una emigrazione biblica che nemmeno gli ebrei hanno sofferto e mentre Francesco II combattè fino alla fine sugli spalti di Gaeta difendendo la nostra città e il Sud dall'attacco barbaro di suo cugino,vittorio Emanuele III nel 1943 fuggì come un codardo, lasciando gli italiani nelle mani della rabbia tedesca. Dall'8 settembre di quell'anno al 1945 morirono oltre settecentomia italiani, causarono una guerra civile tra fascisti,comunisti e cattolici; soffriamo ancora la Peste bubbonica di un liberale massone al potere.
La repubblica è nata sulle ceneri della monarchia sabauda e il presidente della repubblica si reca a riverire quella unità che ci ha affamati, che ci ha spellati.
In Francia la repubblica festeggia la sua vittoria ogni 14 di luglio, e non va a festeggiare Maria Antonietta.
In Francia non vediamo leggi monarchiche, non vediamo piazze e strade intitolate alla monarchia precedente.
In Israele non hanno le strade intitolate ai loro carnefici; a Tel Aviv hanno strade intitolate ai loro eroi, non ai Hitler o a Reder,o a Kappler, o ad Hicheman.
Perchè?
A loro hanno dato una identità di popolo, a noi hanno insegnato a rendere omaggio a quei mostri dei Savoia.
Gaeta fu distrutta da migliaia di Bombe, i suoi cittadini dispersi in tutto il mondo e vorrebbero farmi festeggiare quella barbarie dei savoia?

La storia va avanti, in questo periodo si stanno riscoprendo le nostre radici e chi scrive ha sofferto le pene dell'inferno quando veniva preso per pazzo e veniva denunciato per difendere la propria identità.
Forse sono stato l'ultimo brigante ad essere processato, ma vivaddio, è arrivato il momento di fare i conti con la storia e con il passato.
Quella che chiamano economia italiana è solo Tosco-padana, è solo di alcune regioni che la producono. L'Emilia Romagna produce quella del centro sinistra e la Lombardia quella che il centro destra difende a spada tratta. Tutte le compagnie di assicurazione, quelle telefoniche, quelle mediatiche, quelle finanziarie appartengono a quelle realtà. Le banche sono tutte del Nord,anche il banco di Napoli e quello di Sicilia.
Hanno impiegato 150 anni a fotterci tutto.
Il Partito del Sud sta appropriandosi del terriorio,stiamo associando centomila contadini affamati da questo sistema, che io faccio risalire al Risorgimento piemontese. Pagano il grano a 13 centesimi al kg, mentre un pacco di caramelle in un bar costa 1 euro.
Dobbiamo riscostruire la nostra economia partendo dalla base, dobbiamo ricacciare questa destra e questa sinistra nelle loro regioni di origine ( Brianza ed Emilia Romagna) e riprenderci la dignità che hanno cercato di strapparci in tutti i modi. Finchè avrò un attimo di respiro cercherò di fare il possibile per riuscirci.

Una volta ero solo, ora siamo tanti, il nostro movimento politico sta crescendo a vista d'occhio, partendo dalla Sicilia, che è un laboratorio politico da sempre.
A metà ottobre a Palermo ci saranno gli Stati Generali del Sud, inviteremo tutti i gruppi politici meridionalisti, cercheremo di sganciarli dal mondo partitico del Nord, se riusciamo in questa operazione, nelle prossime elezioni, saranno cavoli amari per i BBB della politica.
Abbiamo uomini e sezioni in tutta Italia.
A Reggio Emilia,a Suzzara e a Virgilio in provincia di Mantova, a Torino, a Modena, a Bologna, a Piacenza, a Verona, a Sacile in provincia di Pordenone, a Milano, a Pisa e in Toscana, a Roma e nel Lazio, a Napoli, in Basilicata, in Abruzzi, nelle Puglie, in Calabria ,in tantissime altre città di tutta Italia, anche all'estero e soprattutto in Sicilia, dove il nostro Vice Coordinatore nazionale ha aperto i primi due CompraSud e dove stiamo associando in una importante filiera centomila contadini.
Ma come prima cosa dobbiamo sconfiggere gli ascari nostrani, i piemontesi e i lombardi nostrani, ce la faremo, siamo sulla giusta strada.
I meridionali si stanno accorgendo che DESTRA E SINISTRA SONO SOLO INDICAZIONI STRADALI.



.

sabato 28 agosto 2010

Il massacro dimenticato di Pontelandolfo Quando i bersaglieri fucilarono gli innocenti

Il 14 agosto 1861 per vendicare i loro quaranta morti i soldati sabaudi uccisero 400 inermi. Un eccidio come quello delle Fosse Ardeatine. Il sindaco oggi si batte perché alla città sia riconosciuto lo status di "martire". E promette: se l'esercito chiede scusa, invitiamo la loro fanfara a suonare come atto di riconciliazione

di PAOLO RUMIZ
Il massacro dimenticato di Pontelandolfo Quando i bersaglieri fucilarono gli innocenti

Illustrazione di Riccardo Mannelli

SIGNOR presidente della Repubblica, signori ministri, autorità incaricate delle celebrazioni del centocinquantenario, questa storia è per voi. Non voltate pagina e ascoltate il racconto di questo soldato, se credete al motto "fratelli d'Italia" e tenete all'onestà della memoria sul 1861, anno uno della Nazione.

"Al mattino del giorno 14 ricevemmo l'ordine di entrare nel paese, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, e incendiarlo. Subito abbiamo cominciato a fucilare... quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, di circa 4.500 abitanti. Quale desolazione... non si poteva stare d'intorno per il gran calore; e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l'incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava". Olocausto firmato dagli Einsatzkommando? No, soldati italiani, al comando di ufficiali italiani. E il villaggio non sta in Etiopia ma in Italia, nel Beneventano. Il suo nome è Pontelandolfo. Massacro a opera dei bersaglieri, data 14 agosto 1861, meno di un anno dopo l'ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli. Pontelandolfo, nome cancellato dai libri perché ricorda che al Sud ci fu guerra, sporca e terribile, e non solo annessione.

Andiamoci dunque, luogotenente Cariolato, per capire cosa accadde; perdiamoci nel labirinto di strade sannitiche già ostiche ai Romani, e saliamo verso quel promontorio di case, in
un profumo ubriacante di ginestre e faggete secolari. Penso a un viaggio nella storia e invece mi trovo immerso in un oggi che scotta, davanti a una giunta comunale che aspetta, sindaco in testa. Delegazione agguerrita, di centrosinistra, schierata per avere giustizia. Raccontano, come di cosa appena accaduta. C'è una rivolta, alla falsa notizia che i Borboni sono tornati. Scattano regolamenti di conti con due morti, i briganti scendono dai monti, il prete suona le campane per salutare la restaurazione. Un distaccamento di bersaglieri va a vedere, ma nella notte vengono aggrediti da una banda in un paese vicino e lasciano sul terreno 41 morti. Ci sono buoni motivi per pensare che il responsabile sia un proprietario terriero, impegnato in un subdolo doppio gioco: eccitare le masse per poi invocare la mannaia e rafforzare il suo status. Ma non importa: si manda una spedizione punitiva con l'incarico di "non mostrare misericordia", e alla fine si contano 400 morti. Morti innocenti perché gli assassini si sono dati alla macchia.

Quattrocento per quaranta. Dieci uccisi per ogni soldato, come alle Fosse Ardeatine. Oggi a Pontelandolfo c'è solo un monumentino con tredici nomi e una lapide in memoria di Concetta Biondi, violentata e uccisa dai soldati. Mancano centinaia di nomi, scritti solo nei registri parrocchiali. Il sindaco: "A marzo siamo stati finalmente riconosciuti come "luogo della memoria". Ma non ci basta: vogliamo essere "città martire" e che questo nome sia scritto sulla segnaletica. Vogliamo che l'esercito riconosca la sua ferocia. Lo dico al ministro: se i bersaglieri chiedono scusa, noi invitiamo ufficialmente le loro fanfare a suonare in paese come atto di riconciliazione. I nostri e i loro morti vanno ricordati insieme. Io ho giurato sulla fascia tricolore. Voglio dar senso alle celebrazioni, e non lasciare spazio ai rancori anti-unitari". Renato Rinaldi è un ex ufficiale di marina che si è tuffato in quelle pagine nere. Anche lui ha giurato sul Tricolore e anche a lui pesa il silenzio del Quirinale di fronte a vent'anni di lettere miranti al "ricupero della dignità del paese". Mi spiega che i bersaglieri erano agli ordini di un generale vicentino - vicentino, sì, come il mio buon Cariolato - di nome Pier Eleonoro Negri. E anche qui c'è silenzio. L'Italia non fa mai i conti col suo passato. Nessuna risposta da Vicenza alla richiesta di dedicare una via a Pontelandolfo o di togliere la lapide celebrativa del generale sterminatore.

Cielo limpido sulle verdissime foreste del Sannio. Perché si parla di Bronte e non di Pontelandolfo? Perché sono rimasti nella memoria gli errori garibaldini e non gli orrori savoiardi? E che cosa si sa della teoria dell'inferiorità razziale dei meridionali - infidi, pigri e riottosi - impostata da un giovane ufficiale medico piemontese di nome Cesare Lombroso, spedito al Sud nel '61 e seguire la cosiddetta guerra al brigantaggio? Che "fratelli d'Italia" potevano esistere se mezzo Paese era "razza maledetta" dal cranio "anomalo", condannata all'arretratezza e alla delinquenza? Leggo: "Dio, che cosa abbiamo fatto!", parole scritte nel '62 da Garibaldi in merito allo stato del Sud. Lettera alla vedova Cairoli, che per fare l'Italia - un'altra Italia - gli ha dato la vita di tre figli e del marito. Non si parla dei vinti. E senza i vinti le celebrazioni sono ipocrisia. Che fine ha fatto per esempio Josè Borjes, il generale di cui mi ha parlato Andrea Camilleri? Parlo dell'uomo che sempre nel '61, quasi da solo, tentò di sollevare le Sicilie contro i Savoia. Perché non si dice nulla della sua epopea e del mistero della sua morte? Perché non si riconosce il valore di questo Rolando che galoppa verso una fatale Roncisvalle dopo essere sbarcato con soli dodici uomini in Calabria, alla disperata, sulla costa crudele dei fallimenti, la stessa di Murat, dei Fratelli Bandiera, di Pisacane, dei curdi disperati, dei monaci in fuga dagli scismi bizantini?

Ed ecco, in una sera straziante color indaco, arrivare come da un fonografo lontano la voce di Sergio Tau, scrittore e regista che ha dedicato anni alla storia del generale catalano. "All'inizio degli anni Sessanta feci un film sul brigantaggio post-unitario. Volevo fare qualcosa di simile a un western, ma la pellicola non fu mai trasmessa. Allora era ancora impossibile parlarne. Ora vedo che la storia di Borjes può tornare fuori... Filmicamente è grandiosa, con la sua traversata invernale dell'Appennino". Ne terrà conto qualcuno? Borjes punta sullo Stato pontificio, ma a Tagliacozzo viene "venduto" da una guida traditrice ai bersaglieri, che lo fucilano insieme ai suoi. "Conservate quel corpo, potrete passarlo ai Borboni", dice un misterioso francese e venti giorni dopo la salma è consegnata alla guardia papalina, scende via Tivoli fino al Tevere e al funerale nella chiesa del Gesù a Roma. Poi c'è una messa per l'anima sua a Barcellona, ma del corpo più nessuna traccia. Resta un suo diario, stranamente in francese, lingua che lui non conosceva. L'ha davvero scritto lui o l'hanno scritto i "servizi" di allora, per occultare la repressione in atto? Il giallo di una vita vissuta anch'essa, bene o male, alla garibaldina.

.
Leggi tutto »

Il 14 agosto 1861 per vendicare i loro quaranta morti i soldati sabaudi uccisero 400 inermi. Un eccidio come quello delle Fosse Ardeatine. Il sindaco oggi si batte perché alla città sia riconosciuto lo status di "martire". E promette: se l'esercito chiede scusa, invitiamo la loro fanfara a suonare come atto di riconciliazione

di PAOLO RUMIZ
Il massacro dimenticato di Pontelandolfo Quando i bersaglieri fucilarono gli innocenti

Illustrazione di Riccardo Mannelli

SIGNOR presidente della Repubblica, signori ministri, autorità incaricate delle celebrazioni del centocinquantenario, questa storia è per voi. Non voltate pagina e ascoltate il racconto di questo soldato, se credete al motto "fratelli d'Italia" e tenete all'onestà della memoria sul 1861, anno uno della Nazione.

"Al mattino del giorno 14 ricevemmo l'ordine di entrare nel paese, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, e incendiarlo. Subito abbiamo cominciato a fucilare... quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, di circa 4.500 abitanti. Quale desolazione... non si poteva stare d'intorno per il gran calore; e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l'incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava". Olocausto firmato dagli Einsatzkommando? No, soldati italiani, al comando di ufficiali italiani. E il villaggio non sta in Etiopia ma in Italia, nel Beneventano. Il suo nome è Pontelandolfo. Massacro a opera dei bersaglieri, data 14 agosto 1861, meno di un anno dopo l'ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli. Pontelandolfo, nome cancellato dai libri perché ricorda che al Sud ci fu guerra, sporca e terribile, e non solo annessione.

Andiamoci dunque, luogotenente Cariolato, per capire cosa accadde; perdiamoci nel labirinto di strade sannitiche già ostiche ai Romani, e saliamo verso quel promontorio di case, in
un profumo ubriacante di ginestre e faggete secolari. Penso a un viaggio nella storia e invece mi trovo immerso in un oggi che scotta, davanti a una giunta comunale che aspetta, sindaco in testa. Delegazione agguerrita, di centrosinistra, schierata per avere giustizia. Raccontano, come di cosa appena accaduta. C'è una rivolta, alla falsa notizia che i Borboni sono tornati. Scattano regolamenti di conti con due morti, i briganti scendono dai monti, il prete suona le campane per salutare la restaurazione. Un distaccamento di bersaglieri va a vedere, ma nella notte vengono aggrediti da una banda in un paese vicino e lasciano sul terreno 41 morti. Ci sono buoni motivi per pensare che il responsabile sia un proprietario terriero, impegnato in un subdolo doppio gioco: eccitare le masse per poi invocare la mannaia e rafforzare il suo status. Ma non importa: si manda una spedizione punitiva con l'incarico di "non mostrare misericordia", e alla fine si contano 400 morti. Morti innocenti perché gli assassini si sono dati alla macchia.

Quattrocento per quaranta. Dieci uccisi per ogni soldato, come alle Fosse Ardeatine. Oggi a Pontelandolfo c'è solo un monumentino con tredici nomi e una lapide in memoria di Concetta Biondi, violentata e uccisa dai soldati. Mancano centinaia di nomi, scritti solo nei registri parrocchiali. Il sindaco: "A marzo siamo stati finalmente riconosciuti come "luogo della memoria". Ma non ci basta: vogliamo essere "città martire" e che questo nome sia scritto sulla segnaletica. Vogliamo che l'esercito riconosca la sua ferocia. Lo dico al ministro: se i bersaglieri chiedono scusa, noi invitiamo ufficialmente le loro fanfare a suonare in paese come atto di riconciliazione. I nostri e i loro morti vanno ricordati insieme. Io ho giurato sulla fascia tricolore. Voglio dar senso alle celebrazioni, e non lasciare spazio ai rancori anti-unitari". Renato Rinaldi è un ex ufficiale di marina che si è tuffato in quelle pagine nere. Anche lui ha giurato sul Tricolore e anche a lui pesa il silenzio del Quirinale di fronte a vent'anni di lettere miranti al "ricupero della dignità del paese". Mi spiega che i bersaglieri erano agli ordini di un generale vicentino - vicentino, sì, come il mio buon Cariolato - di nome Pier Eleonoro Negri. E anche qui c'è silenzio. L'Italia non fa mai i conti col suo passato. Nessuna risposta da Vicenza alla richiesta di dedicare una via a Pontelandolfo o di togliere la lapide celebrativa del generale sterminatore.

Cielo limpido sulle verdissime foreste del Sannio. Perché si parla di Bronte e non di Pontelandolfo? Perché sono rimasti nella memoria gli errori garibaldini e non gli orrori savoiardi? E che cosa si sa della teoria dell'inferiorità razziale dei meridionali - infidi, pigri e riottosi - impostata da un giovane ufficiale medico piemontese di nome Cesare Lombroso, spedito al Sud nel '61 e seguire la cosiddetta guerra al brigantaggio? Che "fratelli d'Italia" potevano esistere se mezzo Paese era "razza maledetta" dal cranio "anomalo", condannata all'arretratezza e alla delinquenza? Leggo: "Dio, che cosa abbiamo fatto!", parole scritte nel '62 da Garibaldi in merito allo stato del Sud. Lettera alla vedova Cairoli, che per fare l'Italia - un'altra Italia - gli ha dato la vita di tre figli e del marito. Non si parla dei vinti. E senza i vinti le celebrazioni sono ipocrisia. Che fine ha fatto per esempio Josè Borjes, il generale di cui mi ha parlato Andrea Camilleri? Parlo dell'uomo che sempre nel '61, quasi da solo, tentò di sollevare le Sicilie contro i Savoia. Perché non si dice nulla della sua epopea e del mistero della sua morte? Perché non si riconosce il valore di questo Rolando che galoppa verso una fatale Roncisvalle dopo essere sbarcato con soli dodici uomini in Calabria, alla disperata, sulla costa crudele dei fallimenti, la stessa di Murat, dei Fratelli Bandiera, di Pisacane, dei curdi disperati, dei monaci in fuga dagli scismi bizantini?

Ed ecco, in una sera straziante color indaco, arrivare come da un fonografo lontano la voce di Sergio Tau, scrittore e regista che ha dedicato anni alla storia del generale catalano. "All'inizio degli anni Sessanta feci un film sul brigantaggio post-unitario. Volevo fare qualcosa di simile a un western, ma la pellicola non fu mai trasmessa. Allora era ancora impossibile parlarne. Ora vedo che la storia di Borjes può tornare fuori... Filmicamente è grandiosa, con la sua traversata invernale dell'Appennino". Ne terrà conto qualcuno? Borjes punta sullo Stato pontificio, ma a Tagliacozzo viene "venduto" da una guida traditrice ai bersaglieri, che lo fucilano insieme ai suoi. "Conservate quel corpo, potrete passarlo ai Borboni", dice un misterioso francese e venti giorni dopo la salma è consegnata alla guardia papalina, scende via Tivoli fino al Tevere e al funerale nella chiesa del Gesù a Roma. Poi c'è una messa per l'anima sua a Barcellona, ma del corpo più nessuna traccia. Resta un suo diario, stranamente in francese, lingua che lui non conosceva. L'ha davvero scritto lui o l'hanno scritto i "servizi" di allora, per occultare la repressione in atto? Il giallo di una vita vissuta anch'essa, bene o male, alla garibaldina.

.

mercoledì 27 agosto 2008

sabato 23 agosto 2008

L'Amministrazione di Pontelandolfo attacca i duosiciliani


Ricevo e posto questo comunicato da Fiore Marro.
Preferirei non commentarne l'incredibile contenuto, credo che si commenti bene da solo......
La nostra solidarietà agli organizzatori della commemorazione e soprattutto ai più di 900 caduti di quel tragico 14 agosto 1861 ,macellati senza pietà dagli squadroni della morte piemontesi.
Eterna gloria a loro.
(PdSUD ER)



14 agosto 2008-Riceviamo e Pubblichiamo


Con la richiesta di pubblicazione del file allegato a nome del gruppo di maggioranza Pontelandolfo Nuova.

Saluti-fernando guerrera


14 AGOSTO 2008 _

Pontelandolfo ha detto ancora: No al Re!


Come per il Referendum del 2 Giugno 1946, ancora una volta Pontelandolfo ha detto No al Re ! ed ha scelto la Repubblica Italiana.

Ancora una volta Pontelandolfo ha detto di No allo scialbo e triste Re “Franceschiello” che pur aveva sangue piemontese nella madre Maria Cristina di Savoia.

Ancora una volta Pontelandolfo ha sposato i valori costituzionali di libertà della Repubblica Italiana ed ha detto di No agli slogan monarco-borbonici di “festa, farina e forca” ed ai sui inetti comandanti collusi con il governo piemontese.Ancora una volta “Franceschiello”, detto anche "Ciccillo" o "Lasagna", ed i sui cortigiani hanno assistito alla disfatta delle loro vere aspirazioni celate dietro la rievocazione dei fatti di Pontelandolfo del 14 Agosto 1861.

Chi come noi pensava di partecipare alla commemorazione delle vittime civili dei fatti d’arme del 1861, è rimasto sbalordito ed in cuor suo mortificato nel veder sventolare le sole bandiere dei monarchici neoborboni, apparsi mascherati dietro la forma di associazione culturale, alla ricerca della buona anima meridionalista, appunto quella borbonica.

Ancor più mortificante è stata la delusione per tutti quelli che non hanno visto sventolare alcuna bandiera italiana e che solo in seguito hanno appreso che l’organizzatore dell’evento, oltre ad essere coordinatore del gruppo politico di Forza Italia, nonché direttore del sito web pontelandolfonews è anche coordinatore del Comitato Due Sicilie.

La delusione è continuata quando al grido di “Evviv’ o’ rre” si sono alzati gli applausi di alcuni ex amministratori, ormai nella parte e quindi, forse, non più consapevoli di quello a cui stavano assistendo.

Comunque, al di là della Santa Messa e della deposizione della Corona in onore delle vittime civili del 1861, la manifestazione del 14 Agosto 2008 può sicuramente passare alla storia paesana come un assoluto insuccesso di chi ha pensato di poterla usare per “restaurare” il Regno delle due Sicilie.

Chi si aspettava la folla di Pontelandolfo a inneggiare il re borbone è rimasto deluso.

Solo una quarantina di pontelandolfesi, comprensivo degli organizzatori, dei congiunti e dei capi partito, hanno partecipato alla Santa Messa e alla deposizione della corona sul sagrato dell’Annunziata.

Ancor meno erano presenti durante la breve “mise en scène” che si è tenuta nella piazzetta Concetta Biondi, vittima dei fatti d’arme del 1861, ove si è gridato “Evviv’ o’ rre”.

Tanto pochi erano questi ultimi che all’occorrenza possono citarsi per appello scritto.

Tutto ciò detto, l’Amministrazione Comunale, quale difensore dei più alti valori di libertà e democrazia dello Stato Repubblicano Italiana, depreca in maniera forte l’uso strumentale che si è fatto della manifestazione pubblica del 14 Agosto 2008, soprattutto perché destinataria del patrocinio morale dell’Ente rappresentato.

Depreca oltre modo il comportamento di chi volutamente, utilizzando gli spazi e le forme istituzionali, ha cercato di trasformare la predetta commemorazione in un grande gratuito spot pubblicitario di bandiere Borboniche, intrise anche del germe piemontese.

A questo punto, per amor di verità, bisogna assolutamente fare le precisazioni che seguono.

Il protagonista della breve “mise en scène” di piazzetta C. Biondi, forse l’attore Enzo Morzillo, ha riferito, che la rappresentazione teatrale dei fatti d’arme del 1861 era già pronta, evidentemente perché è parte del bagaglio associativo dei neoborboni, vedi Casalduni (Luglio 2008), quindi bando a chi oggi vuol far credere che l’Amministrazione ha ostacolato tale teatro.

Chi cita atti amministrativi a giustificazione delle proprie azioni deve sapere di cosa parla e prendersi la responsabilità di quello che dice.

Nello specifico deve sapere che la delibera del C.C. n°19 del 02/10/2004 istituisce, tra le altre, la Giornata del Ricordo delle vittime dei fatti d’arme dell’agosto 1861, che per quanto riferito dal proponente, nonché da chi ha preso parte a quella seduta consiliare, riguarda anche i 45 soldati piemontesi che, pur essi vittime, messi in fuga da Pontelandolfo dalla banda di Cosimo Giordano, furono successivamente trucidati in territorio di Casalduni dalla banda di Angelo Pica.

La stessa delibera, non prevedendo alcun protocollo ufficiale, lascia all’Amministrazione il compito di scegliere le date e le forme più idonee, perciò anche quella di affidarla, nel segno della democrazia più ampia, a chi ha poi dimostrato di non meritarla.

A tal proposito, si può essere sicuri già da ora che la commemorazione solenne della Giornata del Ricordo delle vittime dei fatti d’arme dell’agosto 1861 si svolgerà in forma ufficiale per il 150° anniversario a cura dell’Amministrazione Comunale.

Chi è stato parte delle Forze Armate dello Stato Repubblicano Italiano, quando parla di Ascari, invece di usare questo epiteto con toni dispregiativi, farebbe bene a ricordare a se stesso ed agli altri che essi, negli anni "30, costituivano un esercito di elite che, con propri ufficiali, era capace di sacrificarsi per l’allora causa italiana.

È proprio vero, il momento più alto che un popolo possa toccare è quando onora i propri Padri, sicuramente non “Franceschiello” ed il suo esercito.

Alla luce di quanto è successo prima, durante e dopo, il 14 Agosto 2008 è stata una giornata da dimenticare per tutti quelli che credono nella Repubblica Italiana, ma siamo convinti che lo debba essere maggiormente per chi ha occupato cariche istituzionali ed ha perciò rappresentato il Tricolore anche oltreoceano.

Con quanto esposto fin qui, intendiamo chiudere definitivamente l’argomento in questione ed invitiamo tutti a spendere le loro migliori energie per favorire la crescita futura del nostro Comune nell’ITALIA REPUBBLICANA, compresa quella di una classe dirigente giovane, consapevole di dover crescere ancora, ma sicura di non essere inferiore a nessuno.

L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE-Il gruppo di maggioranza
Leggi tutto »

Ricevo e posto questo comunicato da Fiore Marro.
Preferirei non commentarne l'incredibile contenuto, credo che si commenti bene da solo......
La nostra solidarietà agli organizzatori della commemorazione e soprattutto ai più di 900 caduti di quel tragico 14 agosto 1861 ,macellati senza pietà dagli squadroni della morte piemontesi.
Eterna gloria a loro.
(PdSUD ER)



14 agosto 2008-Riceviamo e Pubblichiamo


Con la richiesta di pubblicazione del file allegato a nome del gruppo di maggioranza Pontelandolfo Nuova.

Saluti-fernando guerrera


14 AGOSTO 2008 _

Pontelandolfo ha detto ancora: No al Re!


Come per il Referendum del 2 Giugno 1946, ancora una volta Pontelandolfo ha detto No al Re ! ed ha scelto la Repubblica Italiana.

Ancora una volta Pontelandolfo ha detto di No allo scialbo e triste Re “Franceschiello” che pur aveva sangue piemontese nella madre Maria Cristina di Savoia.

Ancora una volta Pontelandolfo ha sposato i valori costituzionali di libertà della Repubblica Italiana ed ha detto di No agli slogan monarco-borbonici di “festa, farina e forca” ed ai sui inetti comandanti collusi con il governo piemontese.Ancora una volta “Franceschiello”, detto anche "Ciccillo" o "Lasagna", ed i sui cortigiani hanno assistito alla disfatta delle loro vere aspirazioni celate dietro la rievocazione dei fatti di Pontelandolfo del 14 Agosto 1861.

Chi come noi pensava di partecipare alla commemorazione delle vittime civili dei fatti d’arme del 1861, è rimasto sbalordito ed in cuor suo mortificato nel veder sventolare le sole bandiere dei monarchici neoborboni, apparsi mascherati dietro la forma di associazione culturale, alla ricerca della buona anima meridionalista, appunto quella borbonica.

Ancor più mortificante è stata la delusione per tutti quelli che non hanno visto sventolare alcuna bandiera italiana e che solo in seguito hanno appreso che l’organizzatore dell’evento, oltre ad essere coordinatore del gruppo politico di Forza Italia, nonché direttore del sito web pontelandolfonews è anche coordinatore del Comitato Due Sicilie.

La delusione è continuata quando al grido di “Evviv’ o’ rre” si sono alzati gli applausi di alcuni ex amministratori, ormai nella parte e quindi, forse, non più consapevoli di quello a cui stavano assistendo.

Comunque, al di là della Santa Messa e della deposizione della Corona in onore delle vittime civili del 1861, la manifestazione del 14 Agosto 2008 può sicuramente passare alla storia paesana come un assoluto insuccesso di chi ha pensato di poterla usare per “restaurare” il Regno delle due Sicilie.

Chi si aspettava la folla di Pontelandolfo a inneggiare il re borbone è rimasto deluso.

Solo una quarantina di pontelandolfesi, comprensivo degli organizzatori, dei congiunti e dei capi partito, hanno partecipato alla Santa Messa e alla deposizione della corona sul sagrato dell’Annunziata.

Ancor meno erano presenti durante la breve “mise en scène” che si è tenuta nella piazzetta Concetta Biondi, vittima dei fatti d’arme del 1861, ove si è gridato “Evviv’ o’ rre”.

Tanto pochi erano questi ultimi che all’occorrenza possono citarsi per appello scritto.

Tutto ciò detto, l’Amministrazione Comunale, quale difensore dei più alti valori di libertà e democrazia dello Stato Repubblicano Italiana, depreca in maniera forte l’uso strumentale che si è fatto della manifestazione pubblica del 14 Agosto 2008, soprattutto perché destinataria del patrocinio morale dell’Ente rappresentato.

Depreca oltre modo il comportamento di chi volutamente, utilizzando gli spazi e le forme istituzionali, ha cercato di trasformare la predetta commemorazione in un grande gratuito spot pubblicitario di bandiere Borboniche, intrise anche del germe piemontese.

A questo punto, per amor di verità, bisogna assolutamente fare le precisazioni che seguono.

Il protagonista della breve “mise en scène” di piazzetta C. Biondi, forse l’attore Enzo Morzillo, ha riferito, che la rappresentazione teatrale dei fatti d’arme del 1861 era già pronta, evidentemente perché è parte del bagaglio associativo dei neoborboni, vedi Casalduni (Luglio 2008), quindi bando a chi oggi vuol far credere che l’Amministrazione ha ostacolato tale teatro.

Chi cita atti amministrativi a giustificazione delle proprie azioni deve sapere di cosa parla e prendersi la responsabilità di quello che dice.

Nello specifico deve sapere che la delibera del C.C. n°19 del 02/10/2004 istituisce, tra le altre, la Giornata del Ricordo delle vittime dei fatti d’arme dell’agosto 1861, che per quanto riferito dal proponente, nonché da chi ha preso parte a quella seduta consiliare, riguarda anche i 45 soldati piemontesi che, pur essi vittime, messi in fuga da Pontelandolfo dalla banda di Cosimo Giordano, furono successivamente trucidati in territorio di Casalduni dalla banda di Angelo Pica.

La stessa delibera, non prevedendo alcun protocollo ufficiale, lascia all’Amministrazione il compito di scegliere le date e le forme più idonee, perciò anche quella di affidarla, nel segno della democrazia più ampia, a chi ha poi dimostrato di non meritarla.

A tal proposito, si può essere sicuri già da ora che la commemorazione solenne della Giornata del Ricordo delle vittime dei fatti d’arme dell’agosto 1861 si svolgerà in forma ufficiale per il 150° anniversario a cura dell’Amministrazione Comunale.

Chi è stato parte delle Forze Armate dello Stato Repubblicano Italiano, quando parla di Ascari, invece di usare questo epiteto con toni dispregiativi, farebbe bene a ricordare a se stesso ed agli altri che essi, negli anni "30, costituivano un esercito di elite che, con propri ufficiali, era capace di sacrificarsi per l’allora causa italiana.

È proprio vero, il momento più alto che un popolo possa toccare è quando onora i propri Padri, sicuramente non “Franceschiello” ed il suo esercito.

Alla luce di quanto è successo prima, durante e dopo, il 14 Agosto 2008 è stata una giornata da dimenticare per tutti quelli che credono nella Repubblica Italiana, ma siamo convinti che lo debba essere maggiormente per chi ha occupato cariche istituzionali ed ha perciò rappresentato il Tricolore anche oltreoceano.

Con quanto esposto fin qui, intendiamo chiudere definitivamente l’argomento in questione ed invitiamo tutti a spendere le loro migliori energie per favorire la crescita futura del nostro Comune nell’ITALIA REPUBBLICANA, compresa quella di una classe dirigente giovane, consapevole di dover crescere ancora, ma sicura di non essere inferiore a nessuno.

L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE-Il gruppo di maggioranza

venerdì 15 agosto 2008

La commemorazione di Pontelandolfo del 14/08/2008



Ricevo e posto, con i più vivi complimenti all'organizzazione per la riuscita della commemorazione:

Pontelandolfo 14 agosto 2008

Maestà Francesco II, nutro la speranza che, da quell’angolo di Paradiso dove il buon Dio Vi ha posto, abbiate potuto gioire per ciò che si è avverato ieri a Pontelandolfo e che per questo abbiate per un attimo perdonato il vostro popolo. Quelle bandiere che garrivano nel paese di Pontelandolfo, erano la obiezione mossa al mondo intero che le vostre Due Sicilie ci sono ancora, vive, giovani e fedelissime.
I cittadini massacrati dall’invasore piemontese in quel maledetto agosto del 1861 erano lì accanto a noi, don Epifano in testa, senza dubbio alcuno.

Passeggiavano al nostro fianco finalmente sorridenti e liberati dal dolore e dall’angoscia del dubbio che li ha accompagnati in questo lungo interminabile silenzio che dal loro assassinio giunge sino all’evento commemorativo allestito ieri 14 agosto 2008.

Finalmente abbiamo reso giustizia alle loro anime e rimosso i dubbi che li avranno accompagnati in questi anni di abbandono inspiegabile ed imbarazzante. Ieri finalmente abbiamo ridato onore a quel nostro sangue violentato dall’invasore, nonostante gli ostacoli e , nonostante la vergognosa posizione di ascaro intrapresa dai massimi amministratori politici del paese sannita, la cittadina ha risposto copiosa :Presente!
Il momento più alto che uno popolo possa toccare è quando onore i propri Padri.
Ieri abbiamo ridato onore e giustizia al popolo duosiciliano tutto.

Il mondo borboniano ha dato bella dimostrazione di se: dal nord sono giunti il nostro coordinatore per il veneto Mario Moccia accompagnato dal direttore del mensile “Due Sicilie”, l’avvocato Antonio Pagano, poi i cari compatrioti Nicola Graniello e Massimo Dentice, napoletani doc direttamente da Brescia, ed ancora i nostri rappresentanti dell’avamposto padano dell’Emilia Marco Fortunato, Luigi Costantino e Alessandro Calvo.

C’erano anche i connazionali pugliesi con in testa il coordinatore Ezio Spina ed i sempre attivi Gaetano Marabello e Diego Eramo, il direttore di Bisceglie15giorni Salvatore Valentino ed il fratello islamico Giovanni Mustafa Palmulli da Foggia. La Calabria era rappresentata da Duccio Mallamaci, mentre la Campania l’ha fatta da padrone assoluto in questo evento celebrativo, oltre al “reggimento” Caserta con a capo il coordinatore Mauro Giaquinto, c’erano la famiglia di Antonio Riccio al gran completo, il professore Pasquale Cervo da Caiazzo, il colonnello Ilario Simonetta, il “comandante in capo” Giovanni Salemi e gli amici dell’alto casertano oggi ribattezzata Ciociaria, Ferdinando Corradini, Argentino D’Arpino ed il responsabile del sito CDS Lazio Alfonso Vellucci.

I napoletani erano capitanati dal dott. Eduardo Vitale, direttore de “L’Alfiere”. Napoli CDS aveva in sua rappresentanza i giovani Angelo D’Ambra e Stefano Lo Passo, presente poi l’associazione “Esperide: centro studi Due Sicilie” con Antonio De Innocentis e Rosario Mascolo e l’editore Pietro Golia. Da Benevento hanno dato il loro contributo identitaria l’ingegnere Di Donato e l’attore Enzo Morzillo, mentre il coordinatore Nicola Longobardi con Nello Esposito e Gennaro Cesarano erano la “prima linea” di Castellammare di Stabia. Eppoi Luigi De Angelis, Massimo Cuofano, Diana Damiano e Emilio Barretta tutti ambasciatori provenienti della provincia della nostra antica capitale e Vincenzo D’Amico di Nocera Inferiore rappresentava degnamente la zona salernitana.
Splendido ed inimitabile, padrone di casa, il coordinatore dei Comitati Due Sicilie Renato Rinaldi, anima del riuscito evento. Un forte, fraterno ringraziamento per la sua dedizione alla riuscita della commemorazione sia a lui che ai suoi collaboratori, uno su tutti il caro Andrea Santopietro.
Una citazione d’obbligo si deve alla signora Caterina Ossi che ha sentito il bisogno di esserci, destando un sussulto di commozione, quando si è presentata avvolta dal vessillo duosiciliano in chiesa (da ricordare che la signora è veneta).

All’onorevole Antonio Milo un grazie affettuoso per il bel telegramma che ha mandato al professor Rinaldi promotore dell’evento. I compatrioti Giuseppe Simonetta, Luca Longo, Pasquale Sciammarella, Antonio De Stefano, Emilio Zangari, Davide Cristaldi, Edoardo Spagnuolo e Giuseppe Vozza impossibilitati ad essere partecipi hanno voluto comunque manifestare la loro presenza attraverso messaggi e telefonate di saluti ed encomi.

Una giornata indimenticabile.
Che Pontelandolfo viva
Due Sicilie Vivant.
Forza e Onore
Fiore Marro
Segretario nazionale
Comitati Due Sicilie

Leggi tutto »



Ricevo e posto, con i più vivi complimenti all'organizzazione per la riuscita della commemorazione:

Pontelandolfo 14 agosto 2008

Maestà Francesco II, nutro la speranza che, da quell’angolo di Paradiso dove il buon Dio Vi ha posto, abbiate potuto gioire per ciò che si è avverato ieri a Pontelandolfo e che per questo abbiate per un attimo perdonato il vostro popolo. Quelle bandiere che garrivano nel paese di Pontelandolfo, erano la obiezione mossa al mondo intero che le vostre Due Sicilie ci sono ancora, vive, giovani e fedelissime.
I cittadini massacrati dall’invasore piemontese in quel maledetto agosto del 1861 erano lì accanto a noi, don Epifano in testa, senza dubbio alcuno.

Passeggiavano al nostro fianco finalmente sorridenti e liberati dal dolore e dall’angoscia del dubbio che li ha accompagnati in questo lungo interminabile silenzio che dal loro assassinio giunge sino all’evento commemorativo allestito ieri 14 agosto 2008.

Finalmente abbiamo reso giustizia alle loro anime e rimosso i dubbi che li avranno accompagnati in questi anni di abbandono inspiegabile ed imbarazzante. Ieri finalmente abbiamo ridato onore a quel nostro sangue violentato dall’invasore, nonostante gli ostacoli e , nonostante la vergognosa posizione di ascaro intrapresa dai massimi amministratori politici del paese sannita, la cittadina ha risposto copiosa :Presente!
Il momento più alto che uno popolo possa toccare è quando onore i propri Padri.
Ieri abbiamo ridato onore e giustizia al popolo duosiciliano tutto.

Il mondo borboniano ha dato bella dimostrazione di se: dal nord sono giunti il nostro coordinatore per il veneto Mario Moccia accompagnato dal direttore del mensile “Due Sicilie”, l’avvocato Antonio Pagano, poi i cari compatrioti Nicola Graniello e Massimo Dentice, napoletani doc direttamente da Brescia, ed ancora i nostri rappresentanti dell’avamposto padano dell’Emilia Marco Fortunato, Luigi Costantino e Alessandro Calvo.

C’erano anche i connazionali pugliesi con in testa il coordinatore Ezio Spina ed i sempre attivi Gaetano Marabello e Diego Eramo, il direttore di Bisceglie15giorni Salvatore Valentino ed il fratello islamico Giovanni Mustafa Palmulli da Foggia. La Calabria era rappresentata da Duccio Mallamaci, mentre la Campania l’ha fatta da padrone assoluto in questo evento celebrativo, oltre al “reggimento” Caserta con a capo il coordinatore Mauro Giaquinto, c’erano la famiglia di Antonio Riccio al gran completo, il professore Pasquale Cervo da Caiazzo, il colonnello Ilario Simonetta, il “comandante in capo” Giovanni Salemi e gli amici dell’alto casertano oggi ribattezzata Ciociaria, Ferdinando Corradini, Argentino D’Arpino ed il responsabile del sito CDS Lazio Alfonso Vellucci.

I napoletani erano capitanati dal dott. Eduardo Vitale, direttore de “L’Alfiere”. Napoli CDS aveva in sua rappresentanza i giovani Angelo D’Ambra e Stefano Lo Passo, presente poi l’associazione “Esperide: centro studi Due Sicilie” con Antonio De Innocentis e Rosario Mascolo e l’editore Pietro Golia. Da Benevento hanno dato il loro contributo identitaria l’ingegnere Di Donato e l’attore Enzo Morzillo, mentre il coordinatore Nicola Longobardi con Nello Esposito e Gennaro Cesarano erano la “prima linea” di Castellammare di Stabia. Eppoi Luigi De Angelis, Massimo Cuofano, Diana Damiano e Emilio Barretta tutti ambasciatori provenienti della provincia della nostra antica capitale e Vincenzo D’Amico di Nocera Inferiore rappresentava degnamente la zona salernitana.
Splendido ed inimitabile, padrone di casa, il coordinatore dei Comitati Due Sicilie Renato Rinaldi, anima del riuscito evento. Un forte, fraterno ringraziamento per la sua dedizione alla riuscita della commemorazione sia a lui che ai suoi collaboratori, uno su tutti il caro Andrea Santopietro.
Una citazione d’obbligo si deve alla signora Caterina Ossi che ha sentito il bisogno di esserci, destando un sussulto di commozione, quando si è presentata avvolta dal vessillo duosiciliano in chiesa (da ricordare che la signora è veneta).

All’onorevole Antonio Milo un grazie affettuoso per il bel telegramma che ha mandato al professor Rinaldi promotore dell’evento. I compatrioti Giuseppe Simonetta, Luca Longo, Pasquale Sciammarella, Antonio De Stefano, Emilio Zangari, Davide Cristaldi, Edoardo Spagnuolo e Giuseppe Vozza impossibilitati ad essere partecipi hanno voluto comunque manifestare la loro presenza attraverso messaggi e telefonate di saluti ed encomi.

Una giornata indimenticabile.
Che Pontelandolfo viva
Due Sicilie Vivant.
Forza e Onore
Fiore Marro
Segretario nazionale
Comitati Due Sicilie

giovedì 14 agosto 2008

PONTELANDOLFO 14/08/1861 - IL MASSACRO




L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996






Il 14 agosto del 1861, su ordine del generale Enrico Cialdini, il Colonnello Negri ed il maggiore Carlo Melegari attaccano i due paesi molisani.
I partigiani delle Due Sicilie, appostati sulla provincile che porta da Benevento a Campobasso,ammazzarono25 savoiardi e scapparono sui monti.
I militari piemontesi anzichè rincorrere i partigiani preferiscono dirigersi sui due paesi inermi.
Erano le 4 del mattino.Il colonnello Negri, accompagnato dal garibaldino del luogo De Marco, attaccò Pontelandolfo con 500 bersaglieri.

La mattanza iniziò non appena i soldati entrarono nella cittadina ancora dormiente.I piumati entrarono inquadrati e disposti per l'attacco, chiusero tutte le uscite del paese, nessuno poteva fuggire, sembrava quasi un gioco, una esercitazione militare. Ma non fu così, con torce alla mano i soldati piemontesi cominciarono a bruciare i fienili delle stalle, con calci sfondavano le porte delle case.
" I piemontesi, barbari cisalpini e feroci assassini, usarono sistematicamente la violenza; usarono la fucilazione come arma di democrazia liberale.
Saranno maledetti per sempre da Dio e dagli uomini....gli ordini di Cialdini erano precisi: distruggere i due paesi e dare una lezione esemplare ai cafoni;dovevano pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte....uccisioni, stupri, fucilate, grida, urli. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non tornare a rifornirsi al campo base situato fuori del paese, usavano la baionetta in canna al fucile e passavano all'arma bianca i poveri disgraziati di Pontelandolfo.

Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento,soldi, catenine, bracciali, orecchini, orologi, pentole e piatti.....i soldati piemontesi, analfabeti ed ignoranti qualche parola di italiano l'avevano imparata al di qua del Tronto, comunque una parola sapevano pronunciare bene - Piastre! Piastre - dicevano entrando di prepotenza nelle casa dei pontelandolfesi - dove avete la piastre, piastre o morte. I barbari non si accontentavano delle piastre d'argento borboniche, bruciavano le case e ammazzavano senza pietà gli occupanti."

Il popolo d' Italia giornale filo governativo e quindi interessato a nascondere il più possibile la verità sui morti, indicò in 164 le vittime di quell'eccidio, destando l'indignazione persino del giornale francese La Patrie, filo unitario e quella del mondo intero, ma furono 164 i morti?
Dai registri parrocchiali si evince che i morti furono all'incirca 900, ma lasciamo ad altri il quantificare gli orrori di tale eccidio.

---------------------------------------------------------------------------------------------

Voglio chiudere questi ricordi delle immonde stragi compiute nel nome e con il pretesto del progresso (..? sic!) umano, che colpirono intere popolazioni della penisola, soprattutto nel meridione, con una considerazione ed un ricordo di un'altra schifosa strage, più vicina nel tempo, compiuta a Marzabotto da parte dei nazisti.
Le differenze fra le due stragi non sono molte....

Posto qui sotto un articolo di qualche anno fa , tratto dal Corriere della Sera, in cui il ministro tedesco Fischer chiede scusa, alle vittime e agli italiani, a nome dei cittadini tedeschi, vergognandosi per la strage compiuta dalle SS.
Il parallelo storico fra le due stragi è evidente.
Purtroppo per le stragi di Pontelandolfo e Casalduni, anche dopo la fuga dei Savoia, nessuno ha mai pensato a chiedere scusa....

---------------------------------------------------------------------------------------------

«Mi inchino alle vittime di Marzabotto»

Discorso in italiano del ministro tedesco Fischer nel paese della strage nazista: il ricordo ci fa vergognare

Un appello alla tolleranza rivolto all' Europa. Lo ha pronunciato ieri in italiano a Marzabotto il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, dal palco della cerimonia di commemorazione del massacro avvenuto nel 1944 nel paese emiliano. Lo stesso palco dal quale è intervenuto anche l' ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro in veste di oratore ufficiale. Qui di seguito pubblichiamo l' intervento del ministro Fischer.

Signore e signori, cinquantanove anni fa dei soldati tedeschi appartenenti ad un battaglione SS uccisero quasi 800 persone nei casali di Marzabotto.
Sparando alla cieca e senza pietà ammazzarono uomini, donne e bambini senza tener conto se si trovavano a casa, al lavoro sui campi o in chiesa.

Ancora oggi siamo esterrefatti di fronte a questo atroce eccidio commesso a sangue freddo. Ancora oggi siamo scossi per quest' orrendo atto.
Ancora oggi - dopo quasi sessant' anni - siamo in lutto per la morte delle vittime innocenti, insieme con i loro familiari e tutto il popolo italiano. Il nome Marzabotto è entrato nella storia come il più terribile dei crimini tedeschi commessi sul territorio italiano durante la Seconda guerra mondiale. Il ricordo e la responsabilità storica per questo crimine continuano a farci male e farci vergognare.
Non dobbiamo dimenticare le vittime di Marzabotto.
Che ci servano da ammonimento e ci impediscano di ricadere negli abissi della guerra. Che ci facciano ricordare i disastri del nazionalismo e del razzismo. E che l' eredità delle vittime di Marzabotto ci obblighi a impegnarci per la pace, la tolleranza e lo spirito dell' Europa comune. Oggi Marzabotto è un modello per la fiducia e la comprensione tra i popoli che va ben oltre i confini della Germania e dell' Italia. Sono rimasto particolarmente impressionato dall' iniziativa «Campi a quattro voci», che raduna giovani italiani, tedeschi, israeliani e palestinesi in questo luogo per creare legami in un clima di comprensione reciproca e di dialogo. Ai tanti politici e volontari che si sono impegnati per creare questo monumento commemorativo e la Scuola di Pace «Monte Sole» va la nostra gratitudine per aver dato vita ad un luogo di riconciliazione. Pace e riconciliazione attraverso la democrazia e la cooperazione - questa è la risposta dell' Europa alle catastrofi della prima metà del Ventesimo secolo. Per superare nazionalismo e razzismo sul nostro continente fu posata a Roma, nel 1957, la prima pietra dell' Unione europea. Quello che iniziò come un' associazione di sei nazioni si è rivelato un successo storico senza precedenti: in meno di un anno l' Unione europea conterà 25 Stati membri. E proprio sabato a Roma si è aperto un nuovo capitolo del processo di unificazione europea: sono appena ritornato dall' apertura della Conferenza intergovernativa sulla Costituzione europea. Se riusciremo, nei prossimi mesi, a varare questa Costituzione, potremo procedere alla realizzazione dell' Unione politica. I luoghi della memoria come Marzabotto sono importanti per questo sviluppo perché ci mostrano che quello che oggi diamo per scontato, ancora qualche decennio fa non lo era. Cioè che le conseguenze di un' ideologia che disprezza l' uomo e della dittatura sono tremende e disastrose. E questo messaggio è tuttora di attualità. Le terribili guerre e gli orribili massacri nei Balcani, una delle nostre regioni più vicine, ce lo hanno ricordato molto recentemente. È per questo che il vostro lavoro qui a Marzabotto è molto importante per il futuro dell' Europa. Qui è possibile convincere i cittadini dell' idea europea e renderli partecipi della costruzione europea. Per questo importante contributo per i nostri valori comuni, per la comprensione e la cooperazione, vi sono grato di tutto cuore. Mi inchino con profonda tristezza davanti alle vittime di Marzabotto.
--------------------------------------------------------------------------------------------
Quello di Marzabotto è stato il più grande massacro compiuto dai nazisti in Italia. Il paese venne distrutto tra il 28 e il 30 settembre del 1944. Vennero uccisi 770 civili (1.836 le vittime di quella campagna). L' eccidio fu guidato dal maggiore delle SS Walter Reder che lo giustificò come «legittima» rappresaglia tedesca alle azioni compiute dai partigiani IL TRIBUNALE L' ergastolo e la grazia L' azione delle SS di Reder, responsabili anche della strage di Sant' Anna di Stazzema (560 vittime), si estese a Grizzana e Vado di Monzuno. Reder fu catturato dagli americani in Baviera. Nel 1951 venne condannato all' ergastolo dal tribunale militare di Bologna e incarcerato a Gaeta. Nel 1985 ottenne la grazia.
Morì a Vienna nel 1991

Fischer Joschka
Leggi tutto »



L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996






Il 14 agosto del 1861, su ordine del generale Enrico Cialdini, il Colonnello Negri ed il maggiore Carlo Melegari attaccano i due paesi molisani.
I partigiani delle Due Sicilie, appostati sulla provincile che porta da Benevento a Campobasso,ammazzarono25 savoiardi e scapparono sui monti.
I militari piemontesi anzichè rincorrere i partigiani preferiscono dirigersi sui due paesi inermi.
Erano le 4 del mattino.Il colonnello Negri, accompagnato dal garibaldino del luogo De Marco, attaccò Pontelandolfo con 500 bersaglieri.

La mattanza iniziò non appena i soldati entrarono nella cittadina ancora dormiente.I piumati entrarono inquadrati e disposti per l'attacco, chiusero tutte le uscite del paese, nessuno poteva fuggire, sembrava quasi un gioco, una esercitazione militare. Ma non fu così, con torce alla mano i soldati piemontesi cominciarono a bruciare i fienili delle stalle, con calci sfondavano le porte delle case.
" I piemontesi, barbari cisalpini e feroci assassini, usarono sistematicamente la violenza; usarono la fucilazione come arma di democrazia liberale.
Saranno maledetti per sempre da Dio e dagli uomini....gli ordini di Cialdini erano precisi: distruggere i due paesi e dare una lezione esemplare ai cafoni;dovevano pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte....uccisioni, stupri, fucilate, grida, urli. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non tornare a rifornirsi al campo base situato fuori del paese, usavano la baionetta in canna al fucile e passavano all'arma bianca i poveri disgraziati di Pontelandolfo.

Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento,soldi, catenine, bracciali, orecchini, orologi, pentole e piatti.....i soldati piemontesi, analfabeti ed ignoranti qualche parola di italiano l'avevano imparata al di qua del Tronto, comunque una parola sapevano pronunciare bene - Piastre! Piastre - dicevano entrando di prepotenza nelle casa dei pontelandolfesi - dove avete la piastre, piastre o morte. I barbari non si accontentavano delle piastre d'argento borboniche, bruciavano le case e ammazzavano senza pietà gli occupanti."

Il popolo d' Italia giornale filo governativo e quindi interessato a nascondere il più possibile la verità sui morti, indicò in 164 le vittime di quell'eccidio, destando l'indignazione persino del giornale francese La Patrie, filo unitario e quella del mondo intero, ma furono 164 i morti?
Dai registri parrocchiali si evince che i morti furono all'incirca 900, ma lasciamo ad altri il quantificare gli orrori di tale eccidio.

---------------------------------------------------------------------------------------------

Voglio chiudere questi ricordi delle immonde stragi compiute nel nome e con il pretesto del progresso (..? sic!) umano, che colpirono intere popolazioni della penisola, soprattutto nel meridione, con una considerazione ed un ricordo di un'altra schifosa strage, più vicina nel tempo, compiuta a Marzabotto da parte dei nazisti.
Le differenze fra le due stragi non sono molte....

Posto qui sotto un articolo di qualche anno fa , tratto dal Corriere della Sera, in cui il ministro tedesco Fischer chiede scusa, alle vittime e agli italiani, a nome dei cittadini tedeschi, vergognandosi per la strage compiuta dalle SS.
Il parallelo storico fra le due stragi è evidente.
Purtroppo per le stragi di Pontelandolfo e Casalduni, anche dopo la fuga dei Savoia, nessuno ha mai pensato a chiedere scusa....

---------------------------------------------------------------------------------------------

«Mi inchino alle vittime di Marzabotto»

Discorso in italiano del ministro tedesco Fischer nel paese della strage nazista: il ricordo ci fa vergognare

Un appello alla tolleranza rivolto all' Europa. Lo ha pronunciato ieri in italiano a Marzabotto il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, dal palco della cerimonia di commemorazione del massacro avvenuto nel 1944 nel paese emiliano. Lo stesso palco dal quale è intervenuto anche l' ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro in veste di oratore ufficiale. Qui di seguito pubblichiamo l' intervento del ministro Fischer.

Signore e signori, cinquantanove anni fa dei soldati tedeschi appartenenti ad un battaglione SS uccisero quasi 800 persone nei casali di Marzabotto.
Sparando alla cieca e senza pietà ammazzarono uomini, donne e bambini senza tener conto se si trovavano a casa, al lavoro sui campi o in chiesa.

Ancora oggi siamo esterrefatti di fronte a questo atroce eccidio commesso a sangue freddo. Ancora oggi siamo scossi per quest' orrendo atto.
Ancora oggi - dopo quasi sessant' anni - siamo in lutto per la morte delle vittime innocenti, insieme con i loro familiari e tutto il popolo italiano. Il nome Marzabotto è entrato nella storia come il più terribile dei crimini tedeschi commessi sul territorio italiano durante la Seconda guerra mondiale. Il ricordo e la responsabilità storica per questo crimine continuano a farci male e farci vergognare.
Non dobbiamo dimenticare le vittime di Marzabotto.
Che ci servano da ammonimento e ci impediscano di ricadere negli abissi della guerra. Che ci facciano ricordare i disastri del nazionalismo e del razzismo. E che l' eredità delle vittime di Marzabotto ci obblighi a impegnarci per la pace, la tolleranza e lo spirito dell' Europa comune. Oggi Marzabotto è un modello per la fiducia e la comprensione tra i popoli che va ben oltre i confini della Germania e dell' Italia. Sono rimasto particolarmente impressionato dall' iniziativa «Campi a quattro voci», che raduna giovani italiani, tedeschi, israeliani e palestinesi in questo luogo per creare legami in un clima di comprensione reciproca e di dialogo. Ai tanti politici e volontari che si sono impegnati per creare questo monumento commemorativo e la Scuola di Pace «Monte Sole» va la nostra gratitudine per aver dato vita ad un luogo di riconciliazione. Pace e riconciliazione attraverso la democrazia e la cooperazione - questa è la risposta dell' Europa alle catastrofi della prima metà del Ventesimo secolo. Per superare nazionalismo e razzismo sul nostro continente fu posata a Roma, nel 1957, la prima pietra dell' Unione europea. Quello che iniziò come un' associazione di sei nazioni si è rivelato un successo storico senza precedenti: in meno di un anno l' Unione europea conterà 25 Stati membri. E proprio sabato a Roma si è aperto un nuovo capitolo del processo di unificazione europea: sono appena ritornato dall' apertura della Conferenza intergovernativa sulla Costituzione europea. Se riusciremo, nei prossimi mesi, a varare questa Costituzione, potremo procedere alla realizzazione dell' Unione politica. I luoghi della memoria come Marzabotto sono importanti per questo sviluppo perché ci mostrano che quello che oggi diamo per scontato, ancora qualche decennio fa non lo era. Cioè che le conseguenze di un' ideologia che disprezza l' uomo e della dittatura sono tremende e disastrose. E questo messaggio è tuttora di attualità. Le terribili guerre e gli orribili massacri nei Balcani, una delle nostre regioni più vicine, ce lo hanno ricordato molto recentemente. È per questo che il vostro lavoro qui a Marzabotto è molto importante per il futuro dell' Europa. Qui è possibile convincere i cittadini dell' idea europea e renderli partecipi della costruzione europea. Per questo importante contributo per i nostri valori comuni, per la comprensione e la cooperazione, vi sono grato di tutto cuore. Mi inchino con profonda tristezza davanti alle vittime di Marzabotto.
--------------------------------------------------------------------------------------------
Quello di Marzabotto è stato il più grande massacro compiuto dai nazisti in Italia. Il paese venne distrutto tra il 28 e il 30 settembre del 1944. Vennero uccisi 770 civili (1.836 le vittime di quella campagna). L' eccidio fu guidato dal maggiore delle SS Walter Reder che lo giustificò come «legittima» rappresaglia tedesca alle azioni compiute dai partigiani IL TRIBUNALE L' ergastolo e la grazia L' azione delle SS di Reder, responsabili anche della strage di Sant' Anna di Stazzema (560 vittime), si estese a Grizzana e Vado di Monzuno. Reder fu catturato dagli americani in Baviera. Nel 1951 venne condannato all' ergastolo dal tribunale militare di Bologna e incarcerato a Gaeta. Nel 1985 ottenne la grazia.
Morì a Vienna nel 1991

Fischer Joschka

lunedì 11 agosto 2008

CASALDUNI 11 agosto 1861




L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996

[...] La voce dei disordini di Pontelandolfo arrivò fino a Napoli. Il macellaio piernontese Cialdini covava vendetta nel suo animo; da tutto il Meridione arrivavano notizie di città e paesi liberati dai partigiani borbonici e Casa Savoia era allertata al massimo, per cui dà Torino arrivavano a Napoli dispacci allarmanti e duri. I contadini, organizzati militarmente nelle bande partigiane, anche se male armati, davano lezioni di guerriglia; l’armata piemontese veniva umiliata continuamente.
Era quella una guerra non dichiarata, l’esercito piemontese non aveva di fronte un altro esercito, e la cosa che più faceva imbestialire gli alti comandi savoiardi, era il fatto che quei “briganti” non osavano affrontarli in campo aperto e loro molte volte erano costretti a prendere a cannonate gli Appennini, ammazzando qualche camoscio e qualche cervo con i cannoni rigati, gli stessi che avevano bombardato e rasa al suolo Gaeta, città martire.
Ad ogni disfatta dei suoi uomini il criminale di guerra, nonché macellaio, Cialdini, dava ordini di ritorsione terribili, che, secondo la sua ottusa e mostruosa immaginazione dovevano servire a rendere mansuete le popolazioni del Sud.
Tali ritorsioni consistevano nel fucilare senza pietà la classe infima composta da contadini, operai e artigiani, gente colpevole solo di difendere la propria terra dagli incendi che, senza pietà, i bersaglieri appiccavano ai pagliai e ai raccolti. I piemontesi rubavano tutto: galline, pecore, maiali, conigli.
Questi erano gli ordini. Non poche volte si diedero agli stupri di massa.
La rabbia dei contadini aumentava di giorno in giorno e si scaricava in sommosse spontanee contro i centri di potere che rappresentavano i barbari cisalpini e contro i liberali loro servi e lacchè.
La gente del Sud era fondamentalmente buona, timorata di Dio, attaccata alle tradizioni secolari e gelosa fino al parossismo dei propri costumi, delle feste religiose, della propria lingua, dell’attaccamento alla casa regnante borbonica; gelosa della famiglia che riteneva sacra ed indivisibile. Si concepivano tanti figli quanti una famiglia ne potesse sostentare; i contadini erano gelosi delle loro donne come lo erano della proprietà e delle terre demaniali che i sovrani borbonici lasciavano sfruttare al popolo con leggi adeguate.
La gente del Sud era attaccata ai valori ed ai comandamenti della chiesa cattolica, ai suoi dogmi, alle sue leggi, alla sua morale; venerava e frequentava i sacri templi. I piemontesi osarono attaccare le fondamenta della società meridionale ed i contadini si ribellarono; presero subito coscienza che qualcosa di grande si stava abbattendo sulle loro teste, sulle loro famiglie.
I cafoni, la classe infima, abituata da sempre ai sacrifici, al duro lavoro dei campi, al peso della zappa, al freddo polare degli inverni della dorsale appenninica e al caldo torrido delle estati di quelle zone, presero il fucile e ad ogni sparo sentivano qualcosa di bello liberarsi dentro l’anima.
I contadini dovevano difendere il loro Re, la loro religione, la loro terra, i loro boschi, le loro donne, la loro dignità, la loro libertà dalle mani luride ed appiccicose dei piemontesi.
A Pontelandolfo voci davano per certo ed imminente lo sbarco di Francesco II a Napoli; tutto era tranquillo, era domenica ed il caldo era tremendo.
Nella chiesa di San Donato il prete stava celebrando la messa cantata mattutina, quando tra le gente si sparse la voce che una compagnia di piemontesi stava razziando le campagne attorno a Pontelandolfo. - I piemontesi stanno saccheggiando i nostri raccolti, setacciano le case e si stanno dirigendo qui! - gridò qualcuno.
- Armiamoci, sono sfuggiti al generale Bosco, ammazziamoli, dobbiamo vendicare i nostri fratelli molisani ed abruzzesi - gridò qualcun altro.
Infatti era vero, il luogotenente Cesare Augusto Bracci stava conducendo una compagnia del 36° fanteria da Campobasso a Pontelandolfo.
Aveva fatto tappa a Sepino per rifocillare la truppa, ma, non trovando buona accoglienza, proseguì, impaziente di imbattersi con i partigiani, verso Pontelandolfo (5). Bracci era stato mandato a Pontelandolfo, con quaranta bersaglieri e quattro carabinieri, per ristabilire l’ordine piemontese e le regole che Cialdini aveva dettato a Napoli il giorno del suo arrivo.
Non erano regole ma ordini del più forte: fucilazioni, fucilazioni e poi ancora fucilazioni. Man mano che la pattuglia si avvicinava al paese, il tenente Bracci s’accorgeva dell’ostilità della gente verso i piemontesi:
Andate via! gridavano dai campi. - Andate via, morirete tutti!
Pallanzoni, andatevene, non vi vogliamo, il generale Bosco vi massacrerà. - Dov’è il generale Bosco? - E’ arrivato a Benevento.
Il comandante della pattuglia non si sentiva più sicuro; sentendo la messa mattutina cantata nei pressi di San Donato, gli suonò come un triste presagio e decise di mettere uno straccio bianco sulla baionetta del suo fucile, in segnò di pace. In fila indiana la sua pattuglia si diresse verso piazza del Tiglio; vedendo i muri tappezzati col proclama del generale Chiavone, qualche bersagliere fu preso da raptus patriottico e istintivamente strappò qualche manifesto.
Non appena arrivati in località Borgotello udirono dei colpi di fucile. Un bersagliere rimase stecchito.
Le campane suonavano a stormo per dare l’allarme, la gente scappava sulla montagna a piedi o a cavallo, mentre i bersaglieri piemontesi si accostarono ai muri delle case con i fucili spianati verso la folla che si stava accalcando sulla piazza. I militari savoiardi rimasero sorpresi nel vedere la città imbandierata di bianco, vedevano bandiere borboniche dappertutto e i manifesti di Chiavone, parlottavano fra loro in dialetto piemontese, incomprensibile agli indigeni.
La gente li osservava, scrutava ogni mossa dei bersaglieri e ne seguiva i movimenti.
Il tenente Bracci vide un signore avvicinarsi e gli chiese: - Senti, quelli che stanno scappando sulla montagna sono briganti?. Golino, era il nome di quel signore, che rispose alla domanda dell’ufficiale livornese: - No, sono pacifici cittadini; hanno paura che succeda qualcosa e vanno in montagna per farsi proteggere dai partigiani. Bracci: - E le autorità? Dove sono?. Golino: - Son fuggiti tutti. Qui, Signor Tenente, sono tutti dalla parte dei Borbone.
Il sindaco e gli altri sono fuggiti ed ora la città è amministrata da un governo provvisorio. Bracci: - Portaci qualcosa da mangiare, abbiamo razziato ben poco. Golino: - Non c’è niente da mangiare, se mi vedono portarvi qualcosa i paesani mi ammazzano. In quel momento giunse un soldato rimasto indietro e con affanno rivolgendosi al suo ufficiale, disse: Sior tenente, sono riuscito a scappare dalle mani di questa gente, sono tanti, hanno ammazzato uno dei nostri.
Bracci: - Dio cane! Dobbiamo metterci al riparo, sono tanti; forza, andiamo lassù!. La pattuglia si diresse verso Pian della Croce; i soldati si appostarono e cominciarono a sparare alla cieca sulla folla ferendo molti cittadini. Questo episodio incarognì la gente.
Due soldati che erano rimasti in una bettola all’ingresso del paese, e che stavano tracannando vino a scrocco, vennero accerchiati dai partigiani ……… il vice di Giordano, in un baleno disarmò i due, sottraendoli ai suoi compagni che avrebbero voluto ammazzarli.
Questi ultimi furono fermati con decisione da Domenico Brugnetti, cocchiere di Don Giovanni Perugini, che, rivolgendosi al guerrigliero Michelangelo Pistacchio disse: - Michè, lasciali stare, sono di leva e sono contadini come te, guarda le loro mani, vengono comandati ………. Dal Piano della Croce i soldati piemontesi passarono alla masseria di Don Saverio Golino. Appena giunto al casino del Golino, il tenente Bracci gridò come un ossesso:
- Prendetemi i contadini, sono tutti briganti, li fucilo tutti senza pietà!.
Leggi tutto »



L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996

[...] La voce dei disordini di Pontelandolfo arrivò fino a Napoli. Il macellaio piernontese Cialdini covava vendetta nel suo animo; da tutto il Meridione arrivavano notizie di città e paesi liberati dai partigiani borbonici e Casa Savoia era allertata al massimo, per cui dà Torino arrivavano a Napoli dispacci allarmanti e duri. I contadini, organizzati militarmente nelle bande partigiane, anche se male armati, davano lezioni di guerriglia; l’armata piemontese veniva umiliata continuamente.
Era quella una guerra non dichiarata, l’esercito piemontese non aveva di fronte un altro esercito, e la cosa che più faceva imbestialire gli alti comandi savoiardi, era il fatto che quei “briganti” non osavano affrontarli in campo aperto e loro molte volte erano costretti a prendere a cannonate gli Appennini, ammazzando qualche camoscio e qualche cervo con i cannoni rigati, gli stessi che avevano bombardato e rasa al suolo Gaeta, città martire.
Ad ogni disfatta dei suoi uomini il criminale di guerra, nonché macellaio, Cialdini, dava ordini di ritorsione terribili, che, secondo la sua ottusa e mostruosa immaginazione dovevano servire a rendere mansuete le popolazioni del Sud.
Tali ritorsioni consistevano nel fucilare senza pietà la classe infima composta da contadini, operai e artigiani, gente colpevole solo di difendere la propria terra dagli incendi che, senza pietà, i bersaglieri appiccavano ai pagliai e ai raccolti. I piemontesi rubavano tutto: galline, pecore, maiali, conigli.
Questi erano gli ordini. Non poche volte si diedero agli stupri di massa.
La rabbia dei contadini aumentava di giorno in giorno e si scaricava in sommosse spontanee contro i centri di potere che rappresentavano i barbari cisalpini e contro i liberali loro servi e lacchè.
La gente del Sud era fondamentalmente buona, timorata di Dio, attaccata alle tradizioni secolari e gelosa fino al parossismo dei propri costumi, delle feste religiose, della propria lingua, dell’attaccamento alla casa regnante borbonica; gelosa della famiglia che riteneva sacra ed indivisibile. Si concepivano tanti figli quanti una famiglia ne potesse sostentare; i contadini erano gelosi delle loro donne come lo erano della proprietà e delle terre demaniali che i sovrani borbonici lasciavano sfruttare al popolo con leggi adeguate.
La gente del Sud era attaccata ai valori ed ai comandamenti della chiesa cattolica, ai suoi dogmi, alle sue leggi, alla sua morale; venerava e frequentava i sacri templi. I piemontesi osarono attaccare le fondamenta della società meridionale ed i contadini si ribellarono; presero subito coscienza che qualcosa di grande si stava abbattendo sulle loro teste, sulle loro famiglie.
I cafoni, la classe infima, abituata da sempre ai sacrifici, al duro lavoro dei campi, al peso della zappa, al freddo polare degli inverni della dorsale appenninica e al caldo torrido delle estati di quelle zone, presero il fucile e ad ogni sparo sentivano qualcosa di bello liberarsi dentro l’anima.
I contadini dovevano difendere il loro Re, la loro religione, la loro terra, i loro boschi, le loro donne, la loro dignità, la loro libertà dalle mani luride ed appiccicose dei piemontesi.
A Pontelandolfo voci davano per certo ed imminente lo sbarco di Francesco II a Napoli; tutto era tranquillo, era domenica ed il caldo era tremendo.
Nella chiesa di San Donato il prete stava celebrando la messa cantata mattutina, quando tra le gente si sparse la voce che una compagnia di piemontesi stava razziando le campagne attorno a Pontelandolfo. - I piemontesi stanno saccheggiando i nostri raccolti, setacciano le case e si stanno dirigendo qui! - gridò qualcuno.
- Armiamoci, sono sfuggiti al generale Bosco, ammazziamoli, dobbiamo vendicare i nostri fratelli molisani ed abruzzesi - gridò qualcun altro.
Infatti era vero, il luogotenente Cesare Augusto Bracci stava conducendo una compagnia del 36° fanteria da Campobasso a Pontelandolfo.
Aveva fatto tappa a Sepino per rifocillare la truppa, ma, non trovando buona accoglienza, proseguì, impaziente di imbattersi con i partigiani, verso Pontelandolfo (5). Bracci era stato mandato a Pontelandolfo, con quaranta bersaglieri e quattro carabinieri, per ristabilire l’ordine piemontese e le regole che Cialdini aveva dettato a Napoli il giorno del suo arrivo.
Non erano regole ma ordini del più forte: fucilazioni, fucilazioni e poi ancora fucilazioni. Man mano che la pattuglia si avvicinava al paese, il tenente Bracci s’accorgeva dell’ostilità della gente verso i piemontesi:
Andate via! gridavano dai campi. - Andate via, morirete tutti!
Pallanzoni, andatevene, non vi vogliamo, il generale Bosco vi massacrerà. - Dov’è il generale Bosco? - E’ arrivato a Benevento.
Il comandante della pattuglia non si sentiva più sicuro; sentendo la messa mattutina cantata nei pressi di San Donato, gli suonò come un triste presagio e decise di mettere uno straccio bianco sulla baionetta del suo fucile, in segnò di pace. In fila indiana la sua pattuglia si diresse verso piazza del Tiglio; vedendo i muri tappezzati col proclama del generale Chiavone, qualche bersagliere fu preso da raptus patriottico e istintivamente strappò qualche manifesto.
Non appena arrivati in località Borgotello udirono dei colpi di fucile. Un bersagliere rimase stecchito.
Le campane suonavano a stormo per dare l’allarme, la gente scappava sulla montagna a piedi o a cavallo, mentre i bersaglieri piemontesi si accostarono ai muri delle case con i fucili spianati verso la folla che si stava accalcando sulla piazza. I militari savoiardi rimasero sorpresi nel vedere la città imbandierata di bianco, vedevano bandiere borboniche dappertutto e i manifesti di Chiavone, parlottavano fra loro in dialetto piemontese, incomprensibile agli indigeni.
La gente li osservava, scrutava ogni mossa dei bersaglieri e ne seguiva i movimenti.
Il tenente Bracci vide un signore avvicinarsi e gli chiese: - Senti, quelli che stanno scappando sulla montagna sono briganti?. Golino, era il nome di quel signore, che rispose alla domanda dell’ufficiale livornese: - No, sono pacifici cittadini; hanno paura che succeda qualcosa e vanno in montagna per farsi proteggere dai partigiani. Bracci: - E le autorità? Dove sono?. Golino: - Son fuggiti tutti. Qui, Signor Tenente, sono tutti dalla parte dei Borbone.
Il sindaco e gli altri sono fuggiti ed ora la città è amministrata da un governo provvisorio. Bracci: - Portaci qualcosa da mangiare, abbiamo razziato ben poco. Golino: - Non c’è niente da mangiare, se mi vedono portarvi qualcosa i paesani mi ammazzano. In quel momento giunse un soldato rimasto indietro e con affanno rivolgendosi al suo ufficiale, disse: Sior tenente, sono riuscito a scappare dalle mani di questa gente, sono tanti, hanno ammazzato uno dei nostri.
Bracci: - Dio cane! Dobbiamo metterci al riparo, sono tanti; forza, andiamo lassù!. La pattuglia si diresse verso Pian della Croce; i soldati si appostarono e cominciarono a sparare alla cieca sulla folla ferendo molti cittadini. Questo episodio incarognì la gente.
Due soldati che erano rimasti in una bettola all’ingresso del paese, e che stavano tracannando vino a scrocco, vennero accerchiati dai partigiani ……… il vice di Giordano, in un baleno disarmò i due, sottraendoli ai suoi compagni che avrebbero voluto ammazzarli.
Questi ultimi furono fermati con decisione da Domenico Brugnetti, cocchiere di Don Giovanni Perugini, che, rivolgendosi al guerrigliero Michelangelo Pistacchio disse: - Michè, lasciali stare, sono di leva e sono contadini come te, guarda le loro mani, vengono comandati ………. Dal Piano della Croce i soldati piemontesi passarono alla masseria di Don Saverio Golino. Appena giunto al casino del Golino, il tenente Bracci gridò come un ossesso:
- Prendetemi i contadini, sono tutti briganti, li fucilo tutti senza pietà!.

domenica 10 agosto 2008

CAMPOLATTARO 10 agosto 1861



L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano da:
“I Savoia e il massacro del sud”
- Grandmelò, ROMA, 1996
[...] Campolattaro era in festa, tutta la città era imbandierata di bianco; la bandiera borbonica sventolava dappertutto1 la gente era felice e la rabbia repressa e nascosta per mesi nei loro animi, di volta in volta esplodeva castigando i liberali e le loro case che venivano incendiate. Verso sera la folla si diresse verso la casa del Notaio Armando Nardone, ne abbatterono la porta a colpi di scure e qualcuno gridò: -Incendiamo tutti i registri e le schede notarili, i liberali si sono appropriati dei beni demaniali, della nostra terra, dove porteremo le nostre pecore? Dove andremo a far legna? Quando c’era Francesco Il questo non succedeva. Le terre demaniali sono sacre e permettevano a noi tutti di vivere bene. Forza! tutti all’assalto!. Fu un via vai di gente; tutti a portare quelle cartacce in piazza; furono bruciate tra canti di gioia ed urla. Altri si diressero verso la casa del Cav. Giosuè D’Agostino, che venne svaligiata. Si dice che vi trovarono, nascosti in una botte, 12 mila ducati; veramente una fortuna, un tesoro, che certamente era stato accumulato dal liberale speculando spremendo e affamando i contadini. Dopo aver saccheggiato le case dei liberali, i ribelli reazionari presero strade diverse; alcuni andarono a ringraziare il Signore nella chiesa del paese, altri tornarono nelle proprie case, altri ancora andarono ad unirsi con i partigiani di Giordano, mettendo a disposizione della causa comune i soldi sequestrati nella casa del D’Agostino [...].

CAMPOBASSO 10 agosto 1861
[...] Il governatore di Campobasso era allarmato e stava m continuo contatto con la Luogotenenza di Napoli e col governatore di Benevento. Cialdini, da Napoli, aveva mandato ordini precisi al generale De Sonnaz: stroncare col sangue qualsiasi accenno o fermento di ribellione. Il colonnello del 36° Fanteria ordinò al tenente Cesare Augusto Bracci di portarsi verso Pontelandolfo “per fare argine ai briganti e di battersi solo se sicuro di vincere”. Alle prime ore dell’alba del 10 agosto il tenente Bracci, a capo di trentasette bersaglieri e cinque carabinieri, partì da Campobasso. Appena fuori dalla città molisana la truppa piemontese cominciò a razziare i campi e le case dei contadini. Alla stessa ora cinquanta partigiani ……… con i loro cavalli veloci, si diressero verso Guardia Sanframondi, ove disarmarono la guardia nazionale e assalirono la casa del cassiere del Comune di Faicchio, prelevando fucili e denaro [...].

PONTELANDOLFO 10 agosto 1861

[...] Tirava aria di festa a Pontelandolfo; era sabato e qualcuno finalmente cominciò a riassaggiare un tozzo di pane. Con i soldi sequestrati dai partigiani, Tommaselli, come prima cosa, pensò di sfamare le famiglie che più avevano bisogno. I bambini, saputo che al comune distribuivano il pane, facevano festa e corsero tutti in frotta nei pressi del Torrione medievale ……….. La città era in festa; finalmente era amministrata dal popolo vero, vivo. I liberali erano fuggiti. Quella mattina, oltre alle bandiere gigliate, i cittadini ebbero la sorpresa di vedere i muri delle case tappezzati di manifesti inneggianti alla rivolta contro i piemontesi e le strade piene di volontari. Le case di Pontelandolfo, Casalduni, Campolattaro e dei paesi liberati furono imbiancate dai manifesti affissi durante la notte dai partigiani della banda Giordano, era il proclama del Comandante in Capo Chiavone che operava tra la Ciociaria e gli Ausoni ……… Le parole del proclama erano alte e toccanti e infiammarono ancor di più gli animi della gente che era decisa più che mai a lottare contro la barbarie piemontese. Mentre a Casalduni la folla cantava il Te Deum nella piazza principale, Giordano si diresse verso San Lupo a caccia di armi che ottenne dalla guardia nazionale. Il liberal massone Jacobelli, spia di Melchiorre, ex sindaco di Pontelandolfo, riuscì a sfuggire alle grinfie dei partigiani regi. Era nascosto a San Lupo [...].
Leggi tutto »


L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano da:
“I Savoia e il massacro del sud”
- Grandmelò, ROMA, 1996
[...] Campolattaro era in festa, tutta la città era imbandierata di bianco; la bandiera borbonica sventolava dappertutto1 la gente era felice e la rabbia repressa e nascosta per mesi nei loro animi, di volta in volta esplodeva castigando i liberali e le loro case che venivano incendiate. Verso sera la folla si diresse verso la casa del Notaio Armando Nardone, ne abbatterono la porta a colpi di scure e qualcuno gridò: -Incendiamo tutti i registri e le schede notarili, i liberali si sono appropriati dei beni demaniali, della nostra terra, dove porteremo le nostre pecore? Dove andremo a far legna? Quando c’era Francesco Il questo non succedeva. Le terre demaniali sono sacre e permettevano a noi tutti di vivere bene. Forza! tutti all’assalto!. Fu un via vai di gente; tutti a portare quelle cartacce in piazza; furono bruciate tra canti di gioia ed urla. Altri si diressero verso la casa del Cav. Giosuè D’Agostino, che venne svaligiata. Si dice che vi trovarono, nascosti in una botte, 12 mila ducati; veramente una fortuna, un tesoro, che certamente era stato accumulato dal liberale speculando spremendo e affamando i contadini. Dopo aver saccheggiato le case dei liberali, i ribelli reazionari presero strade diverse; alcuni andarono a ringraziare il Signore nella chiesa del paese, altri tornarono nelle proprie case, altri ancora andarono ad unirsi con i partigiani di Giordano, mettendo a disposizione della causa comune i soldi sequestrati nella casa del D’Agostino [...].

CAMPOBASSO 10 agosto 1861
[...] Il governatore di Campobasso era allarmato e stava m continuo contatto con la Luogotenenza di Napoli e col governatore di Benevento. Cialdini, da Napoli, aveva mandato ordini precisi al generale De Sonnaz: stroncare col sangue qualsiasi accenno o fermento di ribellione. Il colonnello del 36° Fanteria ordinò al tenente Cesare Augusto Bracci di portarsi verso Pontelandolfo “per fare argine ai briganti e di battersi solo se sicuro di vincere”. Alle prime ore dell’alba del 10 agosto il tenente Bracci, a capo di trentasette bersaglieri e cinque carabinieri, partì da Campobasso. Appena fuori dalla città molisana la truppa piemontese cominciò a razziare i campi e le case dei contadini. Alla stessa ora cinquanta partigiani ……… con i loro cavalli veloci, si diressero verso Guardia Sanframondi, ove disarmarono la guardia nazionale e assalirono la casa del cassiere del Comune di Faicchio, prelevando fucili e denaro [...].

PONTELANDOLFO 10 agosto 1861

[...] Tirava aria di festa a Pontelandolfo; era sabato e qualcuno finalmente cominciò a riassaggiare un tozzo di pane. Con i soldi sequestrati dai partigiani, Tommaselli, come prima cosa, pensò di sfamare le famiglie che più avevano bisogno. I bambini, saputo che al comune distribuivano il pane, facevano festa e corsero tutti in frotta nei pressi del Torrione medievale ……….. La città era in festa; finalmente era amministrata dal popolo vero, vivo. I liberali erano fuggiti. Quella mattina, oltre alle bandiere gigliate, i cittadini ebbero la sorpresa di vedere i muri delle case tappezzati di manifesti inneggianti alla rivolta contro i piemontesi e le strade piene di volontari. Le case di Pontelandolfo, Casalduni, Campolattaro e dei paesi liberati furono imbiancate dai manifesti affissi durante la notte dai partigiani della banda Giordano, era il proclama del Comandante in Capo Chiavone che operava tra la Ciociaria e gli Ausoni ……… Le parole del proclama erano alte e toccanti e infiammarono ancor di più gli animi della gente che era decisa più che mai a lottare contro la barbarie piemontese. Mentre a Casalduni la folla cantava il Te Deum nella piazza principale, Giordano si diresse verso San Lupo a caccia di armi che ottenne dalla guardia nazionale. Il liberal massone Jacobelli, spia di Melchiorre, ex sindaco di Pontelandolfo, riuscì a sfuggire alle grinfie dei partigiani regi. Era nascosto a San Lupo [...].

sabato 9 agosto 2008

PONTELANDOLFO 9 agosto 1861


L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996

[...] A Pontelandolfo l’amministrazione comunale insediatasi due giorni prima, prioritariamente stava organizzando i soccorsi ai più bisognosi e indigenti. La fame stava distruggendo intere famiglie; i liberali erano fuggiti con tutte le loro sostanze.

Tommaselli diede ordine ai partigiani di assaltare la diligenza del Sig. Pedata.

Il Comune aveva bisogno di soldi, servivano pane e farina, a pagare dovevano essere quelli che avevano causato il disastro economico e civile, cioè i liberali ed i piemontesi. In verità avrebbero dovuto organizzare un esercito di 100.000 uomini, sbarcare a Genova, saccheggiare tutti i paesi della Liguria e del Piemonte e massacrare i loro abitanti, ma i popoli meridionali sono sempre stati civili, non hanno mai invaso territori altrui e sono diventati belve quando hanno visto insidiate le loro donne e la loro libertà.

Pontelandolfo in quei giorni era diventata il centro della reazione borbonica nel Sannio; nel suo territorio erano confluiti i guerriglieri dei paesi limitrofi, specialmente quelli di Casalduni e Campolattaro.

Erano venuti ad ingrossare la banda di Giordano per tenere alto l’onore del Regno delle Due Sicilie e di Francesco II.

Dopo mesi di stenti, i primi a patire la fame furono i vecchi, i malati ed i bambini. Per strada si vedevano relitti umani, rinsecchiti e ridotti a pelle e ossa, i più deboli perirono, e furono molti, molto più dei fucilati e degli imprigionati dai vigliacchi piemontesi. Vittorio Emanuele II, Cavour e Ricasoli, la destra storica, i liberali, la massoneria tutta saranno maledetti per l’eternità dalle popolazioni meridionali e tutte le strade e scuole a loro intitolate dopo l’unità d’Italia un giorno saranno cancellate dalla toponomastica e le loro statue abbattute.

Trenta partigiani furono scelti per attaccare la carrozza postale che ogni giorno passava per la provinciale, portando qualche passeggero e i soldi che servivano alle spese della truppa e degli impiegati piemontesi.

Soldi e balzelli che il governo di Torino esigeva dalle popolazioni, che dovevano persino pagare la famosa tassa di guerra.

La carrozza era scortata da truppe scelte e, quando arrivò nei pressi di San Donato, fu attaccata dai partigiani ……… Francesco Parciasepe, Antonio Longo Cristoforo, Domenico Petronzio fu Giovanleonardo e da Antonio Ciarlo fu Libero Monaco, mentre gli altri coprivano le loro spalle appostati sui ciglioni della strada ………

In un baleno i venticinque guerriglieri acquattati sui ciglioni della strada balzarono nei pressi della carrozza con i fucili spianati, disarmarono la scorta e fecero uscire i passeggeri; tra loro vi era anche un capitano piemontese, tale Campofreda.

L’azione fu incruenta: a nessuno fu torto un capello, a tutti furono rubati i soldi ed i loro preziosi. Il capitano piemontese tremava, pensava tra sé e sé che era giunta la sua ultima ora, ma ai partigiani non importava nulla della sua vita, a loro importava solo il denaro ……..

Domenico Petronzio con una pietra sfondò la parte della carrozza ove era situato lo stemma sabaudo, altri due suoi compagni sfilarono i cavalli e tutti insieme, con le bandiere bianche al vento; cavalcarono verso la chiesa di San Donato.

Si affiancarono altri cento guerriglieri che stazionavano in località Prainella indossavano tutti camicie bianche racchiuse da una benda rossa, simbolo dei Borbone. Da San Donato a Piazza del Tiglio furono accompagnati dalla banda musicale, che suonò l’inno nazionale di Paisello.

Fino a notte inoltrata tutta Pontelandolfo festeggio i partigiani.

Finalmente molti bambini potettero mangiare un pezzo di pane.

Su a le Campetelle si ballava la tarantella e a Piazza del Tiglio si cantava l’inno dei partigiani Libertà. Mentre la gente si divertiva, Giordano stava interrogando la presunta spia garibaldina Libero d’Occhio, che faceva la spola tra i manutengoli ed i liberal massoni Iadonisio e De Marco, che riferivano ai piemontesi. Avendo saputo le cose che voleva sapere, Giordano fece fucilare Libero d’Occhio dopo un processo sommario che lo riconobbe spia dei piemontesi e traditore della patria [...].

CAMPOBASSO 9 agosto 1861

[...] Il Sannio ed il Molise erano praticamente liberi. In tutti i paesi le bandiere borboniche sventolavano sui pennoni più alti; anche Cerreto Sannita era praticamente isolata e così Campobasso, il cui governatore Giuseppe Belli fece arrivare questa informativa a Cialdini:

“Ho interessato questo colonnello del 36° Fanteria a spedire delle forze verso Sepino lo stesso ho fatto col generale Villerey comandante la brigata di Isernia. Ho telegrafato al governatore di Benevento per conoscere lo stato di quei luoghi mentre il commercio si trova paralizzato da due giorni dopo le notizie dei noti avvenimenti, infine non ho mancato disporre che le guardie nazionali dei Comuni lungo la strada sino a Sepino, pratichino esatte e perenni perlustrazioni interessando in pari tempo i miei colleghi di Benevento e Caserta a fare lo stesso, per il tratto della consolare che rientra nelle rispettive giurisdizioni” [...].
Leggi tutto »

L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996

[...] A Pontelandolfo l’amministrazione comunale insediatasi due giorni prima, prioritariamente stava organizzando i soccorsi ai più bisognosi e indigenti. La fame stava distruggendo intere famiglie; i liberali erano fuggiti con tutte le loro sostanze.

Tommaselli diede ordine ai partigiani di assaltare la diligenza del Sig. Pedata.

Il Comune aveva bisogno di soldi, servivano pane e farina, a pagare dovevano essere quelli che avevano causato il disastro economico e civile, cioè i liberali ed i piemontesi. In verità avrebbero dovuto organizzare un esercito di 100.000 uomini, sbarcare a Genova, saccheggiare tutti i paesi della Liguria e del Piemonte e massacrare i loro abitanti, ma i popoli meridionali sono sempre stati civili, non hanno mai invaso territori altrui e sono diventati belve quando hanno visto insidiate le loro donne e la loro libertà.

Pontelandolfo in quei giorni era diventata il centro della reazione borbonica nel Sannio; nel suo territorio erano confluiti i guerriglieri dei paesi limitrofi, specialmente quelli di Casalduni e Campolattaro.

Erano venuti ad ingrossare la banda di Giordano per tenere alto l’onore del Regno delle Due Sicilie e di Francesco II.

Dopo mesi di stenti, i primi a patire la fame furono i vecchi, i malati ed i bambini. Per strada si vedevano relitti umani, rinsecchiti e ridotti a pelle e ossa, i più deboli perirono, e furono molti, molto più dei fucilati e degli imprigionati dai vigliacchi piemontesi. Vittorio Emanuele II, Cavour e Ricasoli, la destra storica, i liberali, la massoneria tutta saranno maledetti per l’eternità dalle popolazioni meridionali e tutte le strade e scuole a loro intitolate dopo l’unità d’Italia un giorno saranno cancellate dalla toponomastica e le loro statue abbattute.

Trenta partigiani furono scelti per attaccare la carrozza postale che ogni giorno passava per la provinciale, portando qualche passeggero e i soldi che servivano alle spese della truppa e degli impiegati piemontesi.

Soldi e balzelli che il governo di Torino esigeva dalle popolazioni, che dovevano persino pagare la famosa tassa di guerra.

La carrozza era scortata da truppe scelte e, quando arrivò nei pressi di San Donato, fu attaccata dai partigiani ……… Francesco Parciasepe, Antonio Longo Cristoforo, Domenico Petronzio fu Giovanleonardo e da Antonio Ciarlo fu Libero Monaco, mentre gli altri coprivano le loro spalle appostati sui ciglioni della strada ………

In un baleno i venticinque guerriglieri acquattati sui ciglioni della strada balzarono nei pressi della carrozza con i fucili spianati, disarmarono la scorta e fecero uscire i passeggeri; tra loro vi era anche un capitano piemontese, tale Campofreda.

L’azione fu incruenta: a nessuno fu torto un capello, a tutti furono rubati i soldi ed i loro preziosi. Il capitano piemontese tremava, pensava tra sé e sé che era giunta la sua ultima ora, ma ai partigiani non importava nulla della sua vita, a loro importava solo il denaro ……..

Domenico Petronzio con una pietra sfondò la parte della carrozza ove era situato lo stemma sabaudo, altri due suoi compagni sfilarono i cavalli e tutti insieme, con le bandiere bianche al vento; cavalcarono verso la chiesa di San Donato.

Si affiancarono altri cento guerriglieri che stazionavano in località Prainella indossavano tutti camicie bianche racchiuse da una benda rossa, simbolo dei Borbone. Da San Donato a Piazza del Tiglio furono accompagnati dalla banda musicale, che suonò l’inno nazionale di Paisello.

Fino a notte inoltrata tutta Pontelandolfo festeggio i partigiani.

Finalmente molti bambini potettero mangiare un pezzo di pane.

Su a le Campetelle si ballava la tarantella e a Piazza del Tiglio si cantava l’inno dei partigiani Libertà. Mentre la gente si divertiva, Giordano stava interrogando la presunta spia garibaldina Libero d’Occhio, che faceva la spola tra i manutengoli ed i liberal massoni Iadonisio e De Marco, che riferivano ai piemontesi. Avendo saputo le cose che voleva sapere, Giordano fece fucilare Libero d’Occhio dopo un processo sommario che lo riconobbe spia dei piemontesi e traditore della patria [...].

CAMPOBASSO 9 agosto 1861

[...] Il Sannio ed il Molise erano praticamente liberi. In tutti i paesi le bandiere borboniche sventolavano sui pennoni più alti; anche Cerreto Sannita era praticamente isolata e così Campobasso, il cui governatore Giuseppe Belli fece arrivare questa informativa a Cialdini:

“Ho interessato questo colonnello del 36° Fanteria a spedire delle forze verso Sepino lo stesso ho fatto col generale Villerey comandante la brigata di Isernia. Ho telegrafato al governatore di Benevento per conoscere lo stato di quei luoghi mentre il commercio si trova paralizzato da due giorni dopo le notizie dei noti avvenimenti, infine non ho mancato disporre che le guardie nazionali dei Comuni lungo la strada sino a Sepino, pratichino esatte e perenni perlustrazioni interessando in pari tempo i miei colleghi di Benevento e Caserta a fare lo stesso, per il tratto della consolare che rientra nelle rispettive giurisdizioni” [...].

venerdì 8 agosto 2008

CASALDUNI 8 agosto 1861


L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano

da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996


[...] Verso mezzogiorno, una cinquantina di casaldunesi si avviarono verso il municipio, portavano legato il garibaldino Rosario De Angelis, ritenuto traditore e quindi da processare. Per la gente del Sud, e a ragione, sia i garibaldini sia i liberali erano servi della borghesia del Nord cioè nemici del popolo e per questo motivo da eliminare: d’altronde la repressione vigliacca dei piemontesi non dava altre possibilità. Il sergente borbonico Leone andò incontro alla folla a cui si rivolse con la dovuta autorità: - Questo garibaldino lo prendo in consegna io; non dobbiamo essere incivili, lui è solo un credulone, un idealista, gli hanno fatto credere che l’unità politica dell’Italia avrebbe portato giovamento al popolo meridionale. Ha portato solo fame e morte! I Savoia sono dei bastardi ed i liberali famelici ladri e assassini. Non dobbiamo spargere sangue fraterno. - Ma questi non hanno pietà di noi - rispose un giovanotto - sono peggio dei piemontesi. - Rosario, tu vieni con me in prigione. Non vedi cosa sta succedendo nelle nostre province? E’ possibile che credi ancora al concetto di Patria? Non vedi che la massoneria si è servita di Garibaldi ed ora lo ha isolato? Si son serviti di voi creduloni: la nostra patria è il Regno delle Due Sicilie. I piemontesi parlano un’altra lingua, sono qui solo per saccheggiare le nostre ricchezze. De Angelis: - Sergè, aggio creduto in una Italia repubblicana e aggio combattuto pe’ chisti figli ‘e puttana, senza saperlo. Vulevo n’Italia democratica, n’Italia felice e unita, n’Italia una dalle Alpi a Capo Passero, e m’a ggio sbagliato. Nun songo cecato e aggio visto le schifezze, le nefandezze e le ruberie. Se steve meglio primme. Leone: - Il Piemonte ha comprato generali ed alti ufficiali dell’esercito e funzionari. La sua politica di rapina ha provocato l’insurrezione. Ora pensa di poterla domare con il terrorismo e le fucilazioni, ma sortiscono nella gente l’effetto contrario. Un popolo affamato, religioso e civile prima di essere asservito combatte, vende cara la pelle. Un esercito di duecentomila soldati si trova sbandato e senza paga. Il governo piemontese non ha riconosciuto i gradi degli eroi di Gaeta e solo perché hanno difeso il loro re, la loro sacra bandiera, ma per i savoiardi ciò non è cosa buona. Quei militari furono fatti prigionieri e mandati a morire di freddo e di fame a Genova e a Torino, a migliaia. La gente chiede lavoro ed arrivano operai torinesi, impiegati che non sanno parlare nemmeno italiano. Che male abbiamo fatto? Siamo italiani come loro? Così intendono l’unità? In pochi mesi hanno fucilato ventimila nostri fratelli. Quei bastardi e barbari piemontesi un giorno la pagheranno! La vittoria, comunque vadano le cose, sarà degli oppressi. La storia ha sempre condannato gli oppressori. Quanta gente è costretta a fuggire sulle montagne! Son costretti a girovagare come belve per le valli ed i monti e trovare riparo in grotte ed antri e gli orfani aumentano, poveri ragazzi! I piemontesi si stanno macchiando di delitti atroci, disumani, sono dei criminali di guerra. Cominciò Bixio a Bronte, a Niscemi, a Regalbuto: fucilò centinaia di contadini, lo sapevi Rosario? - Non è possibile! Non ci credo! - E’ dura, lo so, ma quei gran bastardi stanno mettendo a ferro e fuoco un regno pacifico e prospero. Gente napoletana viene scorticata viva, viene passata per le armi senza nemmeno una parvenza di processo, basta una semplice delazione, un semplice sospetto per aver aiutato un partigiano e si è morti, e senza i conforti religiosi che per un cattolico è la cosa più grave. Molti feriti vengono lasciati morire dissanguati nelle carceri ed altri negli ospedali; molti vengono lasciati morire letteralmente di fame nelle celle ed altri ancora vengono tramortiti e buttati in mare mentre vengono trasferiti dal Sud al Nord. I prigionieri vengono fucilati sul posto. Nei pressi di Lecce tempo fa i piemontesi presero 13 prigionieri borbonici e li fucilarono, a Montefalcione hanno fucilato 47 contadini in una chiesa ove si erano rifugiati. A Somma Vesuviana altri sette. Orrori su orrori. Questi assassini un giorno la pagheranno cara, la vendetta divina non può né potrà mancare. Il destino dei popoli è nelle mani dei ministri per poco tempo, la storia è fatta di corsi e ricorsi. La maledizione divina, un giorno si abbatterà sui Savoia e sul Piemonte. Il Piemonte ha sparso sangue fraterno e su quelle popolazioni andrà la maledizione di Caino. Il sangue scorre a fiumi nelle nostre contrade. Che siano maledetti per sempre il Piemonte ed i suoi governanti. Noi vogliamo una Italia civile e concorde, noi borbonici così l’abbiamo sempre intesa e ciò ci ha dato pace e benessere. I piemontesi la vogliono una ed indivisibile perché vogliono dividere solo i loro debiti. Ora vieni in prigione con me e voi tutti - rivolgendosi alla folla - andate nelle vostre case, a De’Angelis penso io. Il garibaldino fu trascinato nel carcere di Pontelandolfo, ma il nuovo governo provvisorio decise di liberarlo; verso Fragneto, riconosciuto, fu ammazzato da alcuni contadini [...].


CAMPOLATTARO 8 agosto 1861


[...] Il vice di Cosimo Giordano ……… si recò di corsa, col suo cavallo veloce, a Campolattaro per dare disposizioni se notizie a Carlo Tommaso Bisconti, acerrimo nemico dei piemontesi e patriota ardente e sincero. Arrivato al suo cospetto riferì: - Tommà, tutto il Sud è in rivolta, aimmo pigliate Casalduni e Pontelandolfo, ovunque sventolano le bandiere gigliate, viva il Regno delle Due Sicilie! Devi arruolare più gente che puoi, i piemontesi non staranno a guardare. Bisconti: - Non c’è problema, chiamo Di Mella e Saverio Nardone, loro già sanno a chi rivolgersi. Dopo un’ora si presentarono venti persone, che ……… si diressero al vicino corpo di guardia, disarmarono i presenti e presero tutto ciò che poteva servire. Prima di andare, abbatterono il busto di Vittorio Emanuele Il, lo stemma sabaudo e la bandiera tricolore, che venne sostituita da quella borbonica. Intanto s’era sparsa voce che nel paese era arrivato il vice di Giordano e la gente cominciò a tripudiare e gridare: - Evviva! Evviva! A morte i piemontesi, andiamo ad ammazzare chi ci ha affamato!. I liberali erano fuggiti la sera precedente. Sentite le notizie provenienti da ogni dove, la folla incendiò le case di Don Luigi Tedeschi e di suo fratello Salvatore e quella di Don Carlo Nardone, liberali affamatori [...]
Leggi tutto »

L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano

da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996


[...] Verso mezzogiorno, una cinquantina di casaldunesi si avviarono verso il municipio, portavano legato il garibaldino Rosario De Angelis, ritenuto traditore e quindi da processare. Per la gente del Sud, e a ragione, sia i garibaldini sia i liberali erano servi della borghesia del Nord cioè nemici del popolo e per questo motivo da eliminare: d’altronde la repressione vigliacca dei piemontesi non dava altre possibilità. Il sergente borbonico Leone andò incontro alla folla a cui si rivolse con la dovuta autorità: - Questo garibaldino lo prendo in consegna io; non dobbiamo essere incivili, lui è solo un credulone, un idealista, gli hanno fatto credere che l’unità politica dell’Italia avrebbe portato giovamento al popolo meridionale. Ha portato solo fame e morte! I Savoia sono dei bastardi ed i liberali famelici ladri e assassini. Non dobbiamo spargere sangue fraterno. - Ma questi non hanno pietà di noi - rispose un giovanotto - sono peggio dei piemontesi. - Rosario, tu vieni con me in prigione. Non vedi cosa sta succedendo nelle nostre province? E’ possibile che credi ancora al concetto di Patria? Non vedi che la massoneria si è servita di Garibaldi ed ora lo ha isolato? Si son serviti di voi creduloni: la nostra patria è il Regno delle Due Sicilie. I piemontesi parlano un’altra lingua, sono qui solo per saccheggiare le nostre ricchezze. De Angelis: - Sergè, aggio creduto in una Italia repubblicana e aggio combattuto pe’ chisti figli ‘e puttana, senza saperlo. Vulevo n’Italia democratica, n’Italia felice e unita, n’Italia una dalle Alpi a Capo Passero, e m’a ggio sbagliato. Nun songo cecato e aggio visto le schifezze, le nefandezze e le ruberie. Se steve meglio primme. Leone: - Il Piemonte ha comprato generali ed alti ufficiali dell’esercito e funzionari. La sua politica di rapina ha provocato l’insurrezione. Ora pensa di poterla domare con il terrorismo e le fucilazioni, ma sortiscono nella gente l’effetto contrario. Un popolo affamato, religioso e civile prima di essere asservito combatte, vende cara la pelle. Un esercito di duecentomila soldati si trova sbandato e senza paga. Il governo piemontese non ha riconosciuto i gradi degli eroi di Gaeta e solo perché hanno difeso il loro re, la loro sacra bandiera, ma per i savoiardi ciò non è cosa buona. Quei militari furono fatti prigionieri e mandati a morire di freddo e di fame a Genova e a Torino, a migliaia. La gente chiede lavoro ed arrivano operai torinesi, impiegati che non sanno parlare nemmeno italiano. Che male abbiamo fatto? Siamo italiani come loro? Così intendono l’unità? In pochi mesi hanno fucilato ventimila nostri fratelli. Quei bastardi e barbari piemontesi un giorno la pagheranno! La vittoria, comunque vadano le cose, sarà degli oppressi. La storia ha sempre condannato gli oppressori. Quanta gente è costretta a fuggire sulle montagne! Son costretti a girovagare come belve per le valli ed i monti e trovare riparo in grotte ed antri e gli orfani aumentano, poveri ragazzi! I piemontesi si stanno macchiando di delitti atroci, disumani, sono dei criminali di guerra. Cominciò Bixio a Bronte, a Niscemi, a Regalbuto: fucilò centinaia di contadini, lo sapevi Rosario? - Non è possibile! Non ci credo! - E’ dura, lo so, ma quei gran bastardi stanno mettendo a ferro e fuoco un regno pacifico e prospero. Gente napoletana viene scorticata viva, viene passata per le armi senza nemmeno una parvenza di processo, basta una semplice delazione, un semplice sospetto per aver aiutato un partigiano e si è morti, e senza i conforti religiosi che per un cattolico è la cosa più grave. Molti feriti vengono lasciati morire dissanguati nelle carceri ed altri negli ospedali; molti vengono lasciati morire letteralmente di fame nelle celle ed altri ancora vengono tramortiti e buttati in mare mentre vengono trasferiti dal Sud al Nord. I prigionieri vengono fucilati sul posto. Nei pressi di Lecce tempo fa i piemontesi presero 13 prigionieri borbonici e li fucilarono, a Montefalcione hanno fucilato 47 contadini in una chiesa ove si erano rifugiati. A Somma Vesuviana altri sette. Orrori su orrori. Questi assassini un giorno la pagheranno cara, la vendetta divina non può né potrà mancare. Il destino dei popoli è nelle mani dei ministri per poco tempo, la storia è fatta di corsi e ricorsi. La maledizione divina, un giorno si abbatterà sui Savoia e sul Piemonte. Il Piemonte ha sparso sangue fraterno e su quelle popolazioni andrà la maledizione di Caino. Il sangue scorre a fiumi nelle nostre contrade. Che siano maledetti per sempre il Piemonte ed i suoi governanti. Noi vogliamo una Italia civile e concorde, noi borbonici così l’abbiamo sempre intesa e ciò ci ha dato pace e benessere. I piemontesi la vogliono una ed indivisibile perché vogliono dividere solo i loro debiti. Ora vieni in prigione con me e voi tutti - rivolgendosi alla folla - andate nelle vostre case, a De’Angelis penso io. Il garibaldino fu trascinato nel carcere di Pontelandolfo, ma il nuovo governo provvisorio decise di liberarlo; verso Fragneto, riconosciuto, fu ammazzato da alcuni contadini [...].


CAMPOLATTARO 8 agosto 1861


[...] Il vice di Cosimo Giordano ……… si recò di corsa, col suo cavallo veloce, a Campolattaro per dare disposizioni se notizie a Carlo Tommaso Bisconti, acerrimo nemico dei piemontesi e patriota ardente e sincero. Arrivato al suo cospetto riferì: - Tommà, tutto il Sud è in rivolta, aimmo pigliate Casalduni e Pontelandolfo, ovunque sventolano le bandiere gigliate, viva il Regno delle Due Sicilie! Devi arruolare più gente che puoi, i piemontesi non staranno a guardare. Bisconti: - Non c’è problema, chiamo Di Mella e Saverio Nardone, loro già sanno a chi rivolgersi. Dopo un’ora si presentarono venti persone, che ……… si diressero al vicino corpo di guardia, disarmarono i presenti e presero tutto ciò che poteva servire. Prima di andare, abbatterono il busto di Vittorio Emanuele Il, lo stemma sabaudo e la bandiera tricolore, che venne sostituita da quella borbonica. Intanto s’era sparsa voce che nel paese era arrivato il vice di Giordano e la gente cominciò a tripudiare e gridare: - Evviva! Evviva! A morte i piemontesi, andiamo ad ammazzare chi ci ha affamato!. I liberali erano fuggiti la sera precedente. Sentite le notizie provenienti da ogni dove, la folla incendiò le case di Don Luigi Tedeschi e di suo fratello Salvatore e quella di Don Carlo Nardone, liberali affamatori [...]

mercoledì 6 agosto 2008

PONTELANDOLFO 6 agosto 1861


L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996


[...] La mente della rivolta risiedeva nel popolo tutto, l’arciprete Epifanio De Gregorio ne era solo la voce parlante.
Il religioso era solo colui il quale raccoglieva il pensare della gente, del popolo……. Epifanio De Gregorio chiamò Filippo Tommaselli, da tutti conosciuto come il Generale, a sostituire Melchiorre, che era fuggito con la cricca liberale, e ad istituire un governo provvisorio.
Secondo le disposizioni del fuggitivo Melchiorre la fiera di San Donato non doveva svolgersi per non turbare l’ordine pubblico, ma la gente era in paese a festeggiare sia la solennità religiosa, sia la fiera, sia i Borbone.
Una delegazione di popolani si recò da Don Epifanio per conferire con lui. Al suo cospetto, i contadini si tolsero il cappello e baciarono il crocifisso. Uno di loro prese la parola:
- Reverendo, siamo venuti a conferire con la sua autorità per chiederle il permesso di poter far venire i partigiani regi in chiesa a ringraziare il Signore, se può intercedere presso Giordano. Il popolo vuole festeggiare i suoi eroi, vuole i partigiani a Pontelandolfo.
Don Epifanio: - Avete ragione, ma i partigiani fanno la guardia ai nostri monti e alle nostre anime, comunque manderò degli emissari a chiamarli, son giornate di giubilo e di festa, Dio li protegga.
Gli emissari di Don Epifanio si misero al galoppo e raggiunsero l’accampamento di Giordano. Erano Saverio Di Rubbo detto Bascetta, Salvatore Rinaldi, detto Matteo, Andrea, Nicola e Michelangelo Mancini, Scudanigno, Carlotommaso Bisconti, Gennaro e Michele Rinaldi di Giuseppe ed i figli di Romualdo Rinaldi.
Sentite le parole della delegazione di pontelandolfesi Giordano guardò Di Rubbo come a volere un suo assenso; lui si sentiva un soldato, uno a cui spettavano solo sacrifici, non era un politico; i trionfi spettavano ad altri, a lui toccava solo dare la caccia ai piemontesi.
Di Rubbo si rivolse al capo partigiano con parole convincenti: - Comandande, andiamo a Pontelandolfo. Vi aspettano tutti, il paese è con noi, abbiamo fatto fuggire i liberali e con loro De Marco ed i suoi mercenari. Il generale Tommaselli vi aspetta per formare il governo provvisorio.
Giordano: - Va bene, verrò con una trentina di uomini. Gli altri staranno di guardia qui [...]
Leggi tutto »

L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996


[...] La mente della rivolta risiedeva nel popolo tutto, l’arciprete Epifanio De Gregorio ne era solo la voce parlante.
Il religioso era solo colui il quale raccoglieva il pensare della gente, del popolo……. Epifanio De Gregorio chiamò Filippo Tommaselli, da tutti conosciuto come il Generale, a sostituire Melchiorre, che era fuggito con la cricca liberale, e ad istituire un governo provvisorio.
Secondo le disposizioni del fuggitivo Melchiorre la fiera di San Donato non doveva svolgersi per non turbare l’ordine pubblico, ma la gente era in paese a festeggiare sia la solennità religiosa, sia la fiera, sia i Borbone.
Una delegazione di popolani si recò da Don Epifanio per conferire con lui. Al suo cospetto, i contadini si tolsero il cappello e baciarono il crocifisso. Uno di loro prese la parola:
- Reverendo, siamo venuti a conferire con la sua autorità per chiederle il permesso di poter far venire i partigiani regi in chiesa a ringraziare il Signore, se può intercedere presso Giordano. Il popolo vuole festeggiare i suoi eroi, vuole i partigiani a Pontelandolfo.
Don Epifanio: - Avete ragione, ma i partigiani fanno la guardia ai nostri monti e alle nostre anime, comunque manderò degli emissari a chiamarli, son giornate di giubilo e di festa, Dio li protegga.
Gli emissari di Don Epifanio si misero al galoppo e raggiunsero l’accampamento di Giordano. Erano Saverio Di Rubbo detto Bascetta, Salvatore Rinaldi, detto Matteo, Andrea, Nicola e Michelangelo Mancini, Scudanigno, Carlotommaso Bisconti, Gennaro e Michele Rinaldi di Giuseppe ed i figli di Romualdo Rinaldi.
Sentite le parole della delegazione di pontelandolfesi Giordano guardò Di Rubbo come a volere un suo assenso; lui si sentiva un soldato, uno a cui spettavano solo sacrifici, non era un politico; i trionfi spettavano ad altri, a lui toccava solo dare la caccia ai piemontesi.
Di Rubbo si rivolse al capo partigiano con parole convincenti: - Comandande, andiamo a Pontelandolfo. Vi aspettano tutti, il paese è con noi, abbiamo fatto fuggire i liberali e con loro De Marco ed i suoi mercenari. Il generale Tommaselli vi aspetta per formare il governo provvisorio.
Giordano: - Va bene, verrò con una trentina di uomini. Gli altri staranno di guardia qui [...]

martedì 5 agosto 2008

PONTELANDOLFO 5 agosto 1861


L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano

da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996



[...] La notte tra il 4 ed il 5 agosto le montagne che cingevano Pontelandolfo sembravano brulicare di partigiani: i fuochi accesi erano tantissimi e davano coraggio alle popolazioni, scoramento e paura ai liberali.
I mercenari del colonnello De Marco erano inquieti; sapevano che se fossero stati attaccati in paese, sarebbero morti come topi, non avrebbero avuto scampo; bastava che i partigiani bloccassero l’entrata del paese nei pressi della chiesa di San Donato.
Il colonnello garibaldino consigliato dai suoi luogotenenti e dalla paura decise di partire, diede ordine alla sua colonna di prepararsi a lasciare Pontelandolfo e mandò cinque sottufficiali ad avvertire il sindaco Melchiorre, l’architetto Sforza, il delegato di P.S. Coppola e pochi altri liberali, insomma tutta la feccia del paese, tutti i ladroni delle sostanze del popolo.
I contadini erano stremati, affamati.
Il governo piemontese, nel giro di un anno era riuscito a massacrare l’economia meridionale, d’altronde le casse torinesi erano vuote da tanto tempo ed i banchieri londinesi non davano tregua ai governanti sabaudi.
Questi erano i veri moventi dei criminali di guerra scesi dal Nord e non altri: dovevano eliminare i resistenti, i partigiani regi per avere libero accesso ed un controllo totale sui beni e sulle ricchezze del Sud e sui suoi commerci.
I contadini meridionali sapevano tutto questo, avvertivano sulla loro pelle che dovevano combattere per il loro Re per non perdere la libertà e la certezza di un tozzo di pane; avvertivano che una volta asserviti al Piemonte per loro sarebbe stata la fine; sapevano che i liberali appoggiavano i nuovi padroni ed i liberali rappresentavano solo la classe degli agrari.
Al Sud si combatteva una guerra non dichiarata tra i contadini ed i loro nemici di classe, tra i contadini poveri ma dignitosi e gente assatanata di dominio e di denaro; al Sud si combatteva una guerra tra una dinastia illuminata e cattolica che aveva dato prosperità a tutto un popolo ed una monarchia votata alla consorteria massonica e servile; si combatteva una guerra decisiva tra una nazione, quella napoletana, libera da gioghi stanieri e quella piemontese asservita alle forze occulte.
I contadini combattevano contro i liberali, contro l’Inghilterra, contro la Francia, contro i mercenari ungheresi, russi, polacchi, slavi, tedeschi, contro i garibaldini, contro le truppe piemontesi.
Molti contadini del Nord avvertendo la lotta di classe in corso disertarono la truppa savoiarda; molti furono fucilati, altri raggiunsero le bande partigiane. Intanto a Pontelandolfo il sindaco Melchiorre ed i suoi scherani stavano per lasciare la città; verso mezzogiorno De Marco diede l’ordine di partire, la sua colonna scortava 10 carri pieni di casse appartenenti alla feccia liberale del paese sannita.
Come a sfregio, Melchiorre, prima di partire deliberò che la fiera di San Donato non doveva svolgersi. La colonna si diresse verso San Lupo, impaurita. Dai campi ed in tutta la valle si sentivano le note dell’inno libertà…… [...].
Leggi tutto »

L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano

da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996



[...] La notte tra il 4 ed il 5 agosto le montagne che cingevano Pontelandolfo sembravano brulicare di partigiani: i fuochi accesi erano tantissimi e davano coraggio alle popolazioni, scoramento e paura ai liberali.
I mercenari del colonnello De Marco erano inquieti; sapevano che se fossero stati attaccati in paese, sarebbero morti come topi, non avrebbero avuto scampo; bastava che i partigiani bloccassero l’entrata del paese nei pressi della chiesa di San Donato.
Il colonnello garibaldino consigliato dai suoi luogotenenti e dalla paura decise di partire, diede ordine alla sua colonna di prepararsi a lasciare Pontelandolfo e mandò cinque sottufficiali ad avvertire il sindaco Melchiorre, l’architetto Sforza, il delegato di P.S. Coppola e pochi altri liberali, insomma tutta la feccia del paese, tutti i ladroni delle sostanze del popolo.
I contadini erano stremati, affamati.
Il governo piemontese, nel giro di un anno era riuscito a massacrare l’economia meridionale, d’altronde le casse torinesi erano vuote da tanto tempo ed i banchieri londinesi non davano tregua ai governanti sabaudi.
Questi erano i veri moventi dei criminali di guerra scesi dal Nord e non altri: dovevano eliminare i resistenti, i partigiani regi per avere libero accesso ed un controllo totale sui beni e sulle ricchezze del Sud e sui suoi commerci.
I contadini meridionali sapevano tutto questo, avvertivano sulla loro pelle che dovevano combattere per il loro Re per non perdere la libertà e la certezza di un tozzo di pane; avvertivano che una volta asserviti al Piemonte per loro sarebbe stata la fine; sapevano che i liberali appoggiavano i nuovi padroni ed i liberali rappresentavano solo la classe degli agrari.
Al Sud si combatteva una guerra non dichiarata tra i contadini ed i loro nemici di classe, tra i contadini poveri ma dignitosi e gente assatanata di dominio e di denaro; al Sud si combatteva una guerra tra una dinastia illuminata e cattolica che aveva dato prosperità a tutto un popolo ed una monarchia votata alla consorteria massonica e servile; si combatteva una guerra decisiva tra una nazione, quella napoletana, libera da gioghi stanieri e quella piemontese asservita alle forze occulte.
I contadini combattevano contro i liberali, contro l’Inghilterra, contro la Francia, contro i mercenari ungheresi, russi, polacchi, slavi, tedeschi, contro i garibaldini, contro le truppe piemontesi.
Molti contadini del Nord avvertendo la lotta di classe in corso disertarono la truppa savoiarda; molti furono fucilati, altri raggiunsero le bande partigiane. Intanto a Pontelandolfo il sindaco Melchiorre ed i suoi scherani stavano per lasciare la città; verso mezzogiorno De Marco diede l’ordine di partire, la sua colonna scortava 10 carri pieni di casse appartenenti alla feccia liberale del paese sannita.
Come a sfregio, Melchiorre, prima di partire deliberò che la fiera di San Donato non doveva svolgersi. La colonna si diresse verso San Lupo, impaurita. Dai campi ed in tutta la valle si sentivano le note dell’inno libertà…… [...].

lunedì 4 agosto 2008

PONTELANDOLFO 4 agosto 1861


L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996


[...] Pontelandolfo era un bollore: nelle campagne si cantavano inni e canzoni dei briganti ed i versi andavano di bocca in bocca.
Tutto il Sannio sembrava essere la platea di un teatro il cui palcoscenico si era trasferito nei paesi di Pontelandolfo e Casalduni.
Il sentimento borbonico era forte dappertutto, non vi era paese del Sud che volesse i nuovi invasori.
Il colonnello De Marco tastava, udiva, sapeva d’essere un corpo estraneo, sapeva che da un momento all’altro poteva scoppiare la rabbia contadina e andò al municipio a parlare col Melchiorre.
- Senti, stamattina mando i miei corrieri a Morcone, a Fragneto, a S. Croce, a Campolattaro a chiedere rinforzi e denaro a quei sindaci.
Abbiamo bisogno di soldi; intanto tu manda il banditore per le strade e per le masserie a chiedere, in nome di Vittorio Emanuele, soldi per la truppa.
- Vabene, speriamo bene! - rispose il sindaco. -
A San Lupo c’è Jacobelli, sta facendo un buon lavoro - riprese De Marco - speriamo che questa colletta ci dia almeno mille ducati. - Colonnello - rispose Melchiorre - ho avvertito i nostri di tenersi pronti a qualsiasi evenienza, di preparare le loro cose in caso di fuga.
Verremmo con te, solo tu con la tua truppa puoi salvarci, ormai i Borbone torneranno al potere, tutto il Sud è in rivolta.
- Allora facciamo presto, che altro possiamo prendere? - disse con caparbietà De Marco - Potremmo saccheggiare la chiesa di San Donato, che ne dici?.
- Io non lo consiglio, vi ammazzerebbero tutti, Don Epifanio non lo permetterebbe e poi c’è la fiera lì; è piena giorno e notte, sarebbe come accendere la scintilla. - Hai ragione - chiuse De Marco.
Verso sera cominciarono ad arrivare i corrieri mandati nei paesi vicini; nessuno portò soldi né rinforzi, nemmeno un maledetto ducato!
Anzi il sindaco di Casalduni, Ursini aveva avuto la faccia tosta di chiederne in quanto la popolazione era affamata.
Una cosa i corrieri avevano capito benissimo e cioè che era tempo di scappare, dappertutto la gente era pronta a rivoltarsi, lo si sentiva nell’aria e fu riferito al loro colonnello. La colletta fatta fare dal sindaco Melchiorre diede un solo frutto: qualcuno aveva posato all’ingresso del comune un vassoio d’argento ricoperto di un fazzoletto di pizzo rosso, simbolo dei Borbone, con sopra una pallottola di fucile [...].
Leggi tutto »

L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996


[...] Pontelandolfo era un bollore: nelle campagne si cantavano inni e canzoni dei briganti ed i versi andavano di bocca in bocca.
Tutto il Sannio sembrava essere la platea di un teatro il cui palcoscenico si era trasferito nei paesi di Pontelandolfo e Casalduni.
Il sentimento borbonico era forte dappertutto, non vi era paese del Sud che volesse i nuovi invasori.
Il colonnello De Marco tastava, udiva, sapeva d’essere un corpo estraneo, sapeva che da un momento all’altro poteva scoppiare la rabbia contadina e andò al municipio a parlare col Melchiorre.
- Senti, stamattina mando i miei corrieri a Morcone, a Fragneto, a S. Croce, a Campolattaro a chiedere rinforzi e denaro a quei sindaci.
Abbiamo bisogno di soldi; intanto tu manda il banditore per le strade e per le masserie a chiedere, in nome di Vittorio Emanuele, soldi per la truppa.
- Vabene, speriamo bene! - rispose il sindaco. -
A San Lupo c’è Jacobelli, sta facendo un buon lavoro - riprese De Marco - speriamo che questa colletta ci dia almeno mille ducati. - Colonnello - rispose Melchiorre - ho avvertito i nostri di tenersi pronti a qualsiasi evenienza, di preparare le loro cose in caso di fuga.
Verremmo con te, solo tu con la tua truppa puoi salvarci, ormai i Borbone torneranno al potere, tutto il Sud è in rivolta.
- Allora facciamo presto, che altro possiamo prendere? - disse con caparbietà De Marco - Potremmo saccheggiare la chiesa di San Donato, che ne dici?.
- Io non lo consiglio, vi ammazzerebbero tutti, Don Epifanio non lo permetterebbe e poi c’è la fiera lì; è piena giorno e notte, sarebbe come accendere la scintilla. - Hai ragione - chiuse De Marco.
Verso sera cominciarono ad arrivare i corrieri mandati nei paesi vicini; nessuno portò soldi né rinforzi, nemmeno un maledetto ducato!
Anzi il sindaco di Casalduni, Ursini aveva avuto la faccia tosta di chiederne in quanto la popolazione era affamata.
Una cosa i corrieri avevano capito benissimo e cioè che era tempo di scappare, dappertutto la gente era pronta a rivoltarsi, lo si sentiva nell’aria e fu riferito al loro colonnello. La colletta fatta fare dal sindaco Melchiorre diede un solo frutto: qualcuno aveva posato all’ingresso del comune un vassoio d’argento ricoperto di un fazzoletto di pizzo rosso, simbolo dei Borbone, con sopra una pallottola di fucile [...].

domenica 3 agosto 2008

PONTELANDOLFO - 3 agosto 1861


L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996



[...] A Pontelandolfo fremevano i preparativi per la fiera di San Donato.
Gli artigiani della zona, come ogni anno, si erano recati in massa nella cittadina sannita per vendere roncole, forche, borse, zappe, corbelle, cesti, panieri, funi.
I contadini dei paesi vicini, chi a piedi, chi con carretto, si stavano dirigendo verso Pontelandolfo per esporre i loro prodotti e fare qualche buon affare.
La fiera di San Donato era un’istituzione, permetteva scambi e conoscenze, permetteva di cantare e ballare, permetteva ai contadini di socializzare, ma quella del 1861 era ancora più importante.
I contadini aspettavano il ritorno di Francesco Il ed il ripristino del vecchio agognato regime.
Qualcosa stava per accadere, lo si sentiva nell’aria.
Chiamato dal sindaco Melchiorre, arrivò in città il colonnello della Guardia Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 mercenari.
Strada facendo i contadini lo invitavano ad andarsene, in quanto il generale Bosco stava marciando vittorioso su Benevento e Francesco II era prossimo a restaurare la sua corona.
Nei pressi della chiesa di San Donato gli andò incontro Don Epifanio De Gregorio. De Marco: - Pace e bene e prosperità ai Savoia.
De Gregorio: - Pace e bene al Regno delle Due Sicilie e ai suoi augusti sovrani.
De Marco, allarmato dalle voci che davano per imminente il ritorno dei Borbone, non infierì sul prelato e si diresse verso piazza del Tiglio, ove fece abbeverare i cavalli della sua truppa aspettando che arrivasse il sindaco a dargli il benvenuto.
De Marco era odiato dai contadini; dove passava con i suoi mercenari non cresceva più erba, razziava persino il fieno per i cavalli.
Appresso alla colonna infame del De Marco c’era sempre un carretto che serviva come cassaforte mobile della refurtiva.
Ad un certo punto, una cinquantina di guardie chiusero l’entrata della piazza mentre gli altri cominciarono, strada per strada, vicolo per vicolo, a razziare le case dei pontelandolfesi. Ma era rimasto ben poco da rubare, la gente era affamata.
A cotanta sfida e arroganza non poteva esimersi il sindaco Melchiorre dal far pubblica rimostranza e si avvicinò al colonnello dicendogli: ….., ma che stai combinando? Fa rientrare i tuoi uomini!
I partigiani sono nei dintorni e se la gente si ribella siamo fritti.
De Marco: - Senti, qui dobbiamo prendere tutto; la situazione sta precipitando.
Il Sud sta esplodendo, la reazione dappertutto è viva e pericolosa.
I borbonici stanno riorganizzandosi e non vi è provincia in cui non si hanno notizie di rivolta.
Dimmi dove possiamo stazionare questa notte, domani chiederò la tassa di guerra ai proprietari reazionari e chiederò altri uomini; se non me la danno andremo via.
Melchiorre: - Va bene, darò disposizione di farvi alloggiare nella chiesa di San Rocco, che è ricca di ori e argenti. Tu sai cosa fare.
Dobbiamo organizzarci e prepararci a qualsiasi evenienza.
Vado ad avvertire il delegato e l’architetto.
Intanto gli uomini di De Marco, dopo aver razziato collane, anelli, ori, bracciali e orologi, presero alloggio nella chiesa di San Rocco, che in un batter d’occhio venne saccheggiata. [...]
Leggi tutto »

L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996



[...] A Pontelandolfo fremevano i preparativi per la fiera di San Donato.
Gli artigiani della zona, come ogni anno, si erano recati in massa nella cittadina sannita per vendere roncole, forche, borse, zappe, corbelle, cesti, panieri, funi.
I contadini dei paesi vicini, chi a piedi, chi con carretto, si stavano dirigendo verso Pontelandolfo per esporre i loro prodotti e fare qualche buon affare.
La fiera di San Donato era un’istituzione, permetteva scambi e conoscenze, permetteva di cantare e ballare, permetteva ai contadini di socializzare, ma quella del 1861 era ancora più importante.
I contadini aspettavano il ritorno di Francesco Il ed il ripristino del vecchio agognato regime.
Qualcosa stava per accadere, lo si sentiva nell’aria.
Chiamato dal sindaco Melchiorre, arrivò in città il colonnello della Guardia Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 mercenari.
Strada facendo i contadini lo invitavano ad andarsene, in quanto il generale Bosco stava marciando vittorioso su Benevento e Francesco II era prossimo a restaurare la sua corona.
Nei pressi della chiesa di San Donato gli andò incontro Don Epifanio De Gregorio. De Marco: - Pace e bene e prosperità ai Savoia.
De Gregorio: - Pace e bene al Regno delle Due Sicilie e ai suoi augusti sovrani.
De Marco, allarmato dalle voci che davano per imminente il ritorno dei Borbone, non infierì sul prelato e si diresse verso piazza del Tiglio, ove fece abbeverare i cavalli della sua truppa aspettando che arrivasse il sindaco a dargli il benvenuto.
De Marco era odiato dai contadini; dove passava con i suoi mercenari non cresceva più erba, razziava persino il fieno per i cavalli.
Appresso alla colonna infame del De Marco c’era sempre un carretto che serviva come cassaforte mobile della refurtiva.
Ad un certo punto, una cinquantina di guardie chiusero l’entrata della piazza mentre gli altri cominciarono, strada per strada, vicolo per vicolo, a razziare le case dei pontelandolfesi. Ma era rimasto ben poco da rubare, la gente era affamata.
A cotanta sfida e arroganza non poteva esimersi il sindaco Melchiorre dal far pubblica rimostranza e si avvicinò al colonnello dicendogli: ….., ma che stai combinando? Fa rientrare i tuoi uomini!
I partigiani sono nei dintorni e se la gente si ribella siamo fritti.
De Marco: - Senti, qui dobbiamo prendere tutto; la situazione sta precipitando.
Il Sud sta esplodendo, la reazione dappertutto è viva e pericolosa.
I borbonici stanno riorganizzandosi e non vi è provincia in cui non si hanno notizie di rivolta.
Dimmi dove possiamo stazionare questa notte, domani chiederò la tassa di guerra ai proprietari reazionari e chiederò altri uomini; se non me la danno andremo via.
Melchiorre: - Va bene, darò disposizione di farvi alloggiare nella chiesa di San Rocco, che è ricca di ori e argenti. Tu sai cosa fare.
Dobbiamo organizzarci e prepararci a qualsiasi evenienza.
Vado ad avvertire il delegato e l’architetto.
Intanto gli uomini di De Marco, dopo aver razziato collane, anelli, ori, bracciali e orologi, presero alloggio nella chiesa di San Rocco, che in un batter d’occhio venne saccheggiata. [...]

sabato 2 agosto 2008

PONTELANDOLFO - 2 agosto 1861


di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996



[...] Nonostante il servizio al corpo di guardia fosse stato rinforzato, il partigiano Gennaro Rinaldi di Giuseppe, detto Sticco, si presentò al primo cittadino di Pontelandolfo portandogli una missiva. Prima di consegnargliela, rivolgendosi con tono deciso verso Melchiorre, disse: - Senti, tu non sei il nostro sindaco, lo sai bene, sei un servo dei Savoia, un traditore; ti aspetta la morte. Hai rubato e diviso gli utili con De Marco, Sforza e la spia di Sepino. Sappiamo tutto. Perciò, - lo prese per il bavero - bastardo, leggi la lettera ed attieniti scrupolosamente ai suoi dettami, e andò via. Nella missiva c’era scritto che il sergente dei regi Marciano, comandante la brigata partigiana Frà Diavolo, chiedeva al sindaco 8.000 ducati, due some di armi e viveri entro 48 ore, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei traditori liberali. Tale somma doveva essere consegnata al latore del biglietto. Melchiorre chiamò il delegato di P.S. Vincenzo Coppola e l’architetto Sforza, suoi soci in affari: - Sentite, i briganti vogliono 8.000 ducati e se non glieli diamo scendono dalle montagne e ci ammazzano. Vincenzo devi telegrafare subito a De Marco, le cose stanno precipitando; io telegrafo al governatore di Benevento, c’è bisogno di truppa o ci scanneranno tutti.[...]
Leggi tutto »

di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996



[...] Nonostante il servizio al corpo di guardia fosse stato rinforzato, il partigiano Gennaro Rinaldi di Giuseppe, detto Sticco, si presentò al primo cittadino di Pontelandolfo portandogli una missiva. Prima di consegnargliela, rivolgendosi con tono deciso verso Melchiorre, disse: - Senti, tu non sei il nostro sindaco, lo sai bene, sei un servo dei Savoia, un traditore; ti aspetta la morte. Hai rubato e diviso gli utili con De Marco, Sforza e la spia di Sepino. Sappiamo tutto. Perciò, - lo prese per il bavero - bastardo, leggi la lettera ed attieniti scrupolosamente ai suoi dettami, e andò via. Nella missiva c’era scritto che il sergente dei regi Marciano, comandante la brigata partigiana Frà Diavolo, chiedeva al sindaco 8.000 ducati, due some di armi e viveri entro 48 ore, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei traditori liberali. Tale somma doveva essere consegnata al latore del biglietto. Melchiorre chiamò il delegato di P.S. Vincenzo Coppola e l’architetto Sforza, suoi soci in affari: - Sentite, i briganti vogliono 8.000 ducati e se non glieli diamo scendono dalle montagne e ci ammazzano. Vincenzo devi telegrafare subito a De Marco, le cose stanno precipitando; io telegrafo al governatore di Benevento, c’è bisogno di truppa o ci scanneranno tutti.[...]

venerdì 1 agosto 2008

LA FIERA DI SAN DONATO - 1 agosto 1861


[...] Pontelandolfo si stava preparando alla fiera di San Donato; si sentiva nell’aria l’odore dell’estate. Il sole sembrava ardere il paese.
I raccolti non bastavano più a pagare le tasse ed i balzelli imposti dalle autorità piemontesi; la cosa pubblica era nelle mani dei liberal-massoni, gente senza scrupoli, feccia della società, servi e lacchè del nuovo regime sanguinario dei Savoia.
La gente aveva assistito, quasi incredula alle gesta del generale Garibaldi, che, nell’immaginario collettivo, passava per un socialista repubblicano.
Ben presto il popolo si accorse che stava dalla parte dei borghesi, dalla parte dei signorotti, dalla parte dei gentiluomini.
Gli eccidi di Bronte, Niscemi e Regalbuto l’avevano detta lunga sulla sua appartenenza di classe e da che parte stava: era andato a fucilare i contadini siciliani per difendere i suoi padroni inglesi, da buon servitore.
I pontelandolfesi erano stanchi delle razzie piemontesi, delle razzie della guardia mobile, dei loro notabili che li stavano spremendo come limoni e, soprattutto, si sentivano ostaggi.
Con le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione alla leva si agitavano ancora di più le acque.
I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte.
Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone e non aspettava altro che il momento in cui la rabbia di un anno di vessazioni sarebbe esplosa.
Sindaco di Pontelandolfo era tale Lorenzo Melchiorre, liberale, avvezzo al potere e all’arricchimento; sicuramente contrario alle nozioni di libertà ed uguaglianza, tenace esecutore dei bandi e delle circolari delle autorità militari piemontesi. Assieme agli altri notabili del paese sannita aveva costituito un bel comitato d’affari.
Suoi protettori in armi erano, Giuseppe De Marco, garibaldino e colonnello della Guardia Nazionale, e Francesco Perugino di Michelangelo, capo del Corpo di Guardia che, in quei giorni, il sindaco fece rinforzare.
Del Comitato di affari facevano parte anche il delegato di P.S. Vincenzo Coppola, il notaio, l’architetto e decurione Antonio Sforza che era considerato come il rappresentante il principio liberale, e cioè colui il quale stabiliva le cose da arraffare.
Il liberalismo è ideologia dei furbi, è ideologia dell’arricchimento a spese dei deboli, è ideologia dei ricchi, è ideologia dei Savoia, dei piemontesi, è guerra perché con essa devono arricchirsi determinate famiglie, è corruzione perenne.
Il liberalismo è dominio di una classe su un’altra. E’ la tomba del Sud.
E’ il monopolio del Nord sul Sud, è colonialismo, è sfruttamento.
La Chiesa ed i contadini lo avevano capito, e così i Borbone, e si allearono per combattere i nuovi lanzichenecchi.
A Pontelandolfo l’arciprete Epifanio De Gregorio assieme ad una moltitudine di attivisti borbonici manteneva i contatti con i contadini; sapeva infondere loro la speranza di un domani migliore in quanto con il prossimo ritorno di Re Francesco si sarebbe ristabilito il vecchio ordine.
Durante una messa mattutina l’arciprete, rivolgendosi alla affollata chiesa di San Donato, disse: “Fratelli, l’augusto re Francesco presto ritornerà da vincitore sul suo trono, i partigiani si battono da leoni contro gli invasori, il generale Bosco fa stragi di piemontesi in Calabria e truppe austriache stanno sbarcando nelle Marche…”.
Queste parole fecero il giro di Pontelandolfo e delle campagne circostanti. Finalmente un po’ di speranza, finalmente ci si poteva organizzare attorno ai partigiani che stazionavano sui monti e cacciare i liberali dissacratori di chiese e saccheggiatori di beni.
I contadini nei campi cantavano inni borbonici e, le donne, preghiere di ringraziamento.
Finalmente, a liberazione avvenuta, i loro figli sarebbero potuti tornare sui campi a lavorare la terra e abbandonare la lotta armata.
Finalmente il popolo poteva aver ragione dei nuovi usurpatori, delle guardie nazionali che razziavano i campi, degli amministratori corrotti che il governo piemontese aveva loro imposto, delle spie che si arricchivano, dei massoni che volevano distruggere la Chiesa cattolica.
La gente odiava i Piemontesi ed i loro servi….. Cosmo Giordano dava la caccia alle guardie nazionali del colonnello De Marco, la cui colonna infame era famosa nel razziare chiese e raccolti nei campi: spesso s’erano sentite anche voci di violenze e stupri nei confronti delle donne della zona …. [...]


CASALDUNI - 1 agosto 1861


[...] A Casalduni il sindaco Ursini chiamò tutti i capifamiglia nella piazzetta antistante il comune e disse loro:
- Concittadini, come sapete la legislazione sulla leva è stata cambiata il 30 giugno dal nuovo governo piemontese e, secondo gli obblighi che mi competono, devo dirvi che se i vostri figli non si presenteranno al distretto militare saranno guai per loro, saranno fucilati appena presi.
Ecco cari amici, mi dispiace, sapete come la penso, le leggi emanate dal buon Ferdinando sono state soppresse.
La gente mormorava, urlava. La rabbia era tanta, non contro il sindaco ma contro i nuovi usurpatori, contro i piemontesi.
Si fece avanti un vecchio contadino, ben voluto da tutti per la sua onestà e la sua saggezza, tale Fusco, che secondo la legge avrebbe dovuto far presentare il figlio per la leva, e rivolgendosi al primo cittadino rispettosamente rispose:
- Sig. Sindaco, ti ringraziamo per la gentilezza ed il senso civico che hai dimostrato di avere, ti ringraziamo di averci informati ufficialmente di ciò che già sapevamo ufficiosamente, ma… - rivolgendosi verso la folla come a trovare consenso negli occhi della gente e accentuando sempre più le sue parole - Ecco, un “ma”, sig. sindaco, c’è! Non possiamo mandare i nostri figli a combattere contro i bracciali e i terrazzani delle Calabrie, della Basilicata, dell’Apulia, degli Abruzzi, del Molise o contro i pastori degli Ausoni. Fratelli contro fratelli ci vogliono mettere! Parlano di Italia una, i piemontesi, ma, conoscendo i liberali, vi assicuro che a quelli dell’Italia una non importa niente; a quelli importano solo le ricchezze delle nostre terre, i nostri sacrifici, il sangue dei nostri figli per far guerre ed arricchirsi. Quella è gente che non ha mai lavorato, è il ceto dei parassiti, è il ceto borghese e vedo un futuro di morte. Sindaco, vedi queste mani? Sono piene di calli e mai hanno toccato un fucile ma, anche se son vecchio posso imbracciarlo ancora contro i soldati blu dei Savoia. Questi sig. sindaco, non vogliono l’Italia unita, vogliono i nostri tesori nascosti, vogliono saccheggiare le nostre chiese, vogliono i nostri risparmi, le nostre terre, le nostre fatiche, i nostri sacrifici. Hanno già razziato le riserve auree del Regno delle Due Sicilie e hanno fatto sparire i milioni del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli.
I piemontesi non hanno avuto nemmeno il coraggio di dichiarare guerra a Re Francesco e, mentre la nostra regina Sofia stava combattendo sui bastioni di Gaeta, la corte sabauda e Cavour, a Torino, scialacquavano con baldracche o con ragazze vergini fatte rapire dai loro agenti segreti (4), mentre l’imperatore Napoleone se la spassava con la Castiglione e Nigra faceva il magnaccia.
Questa gente porterà la nostra Patria alla rovina.
Razzie, fucilazioni, ruberie e terrore porteranno solo fame e distruggeranno la nostra Patria; mio figlio sta sulle montagne a difendere il sacro suolo mentre Cavour ha ceduto alla Francia la Savoia, Nizza e la Costa Azzurra e i piemontesi cederanno la Sardegna non appena le loro truppe entreranno in Roma. Mai mio figlio andrà soldato sotto la bandiera azzurra sabauda, preferirei vederlo fucilato sotto gli occhi miei, anziché saperlo a sparare contro di me ed i suoi fratelli.
Un’ovazione calorosa di applausi e grida di gioia raggiunsero Fusco e qualcuno gridò: - Sindaco, il Re sta sbarcando a Napoli, il generale Bosco sta sbaragliando i piemontesi; i partigiani in tutto il Regno si battono da leoni.
A morte i Savoia! A morte i piemontesi! Viva Francesco! Viva il Regno delle Due Sicilie! Viva la Chiesa! Viva la Fede! Viva il Papa![...].
Leggi tutto »

[...] Pontelandolfo si stava preparando alla fiera di San Donato; si sentiva nell’aria l’odore dell’estate. Il sole sembrava ardere il paese.
I raccolti non bastavano più a pagare le tasse ed i balzelli imposti dalle autorità piemontesi; la cosa pubblica era nelle mani dei liberal-massoni, gente senza scrupoli, feccia della società, servi e lacchè del nuovo regime sanguinario dei Savoia.
La gente aveva assistito, quasi incredula alle gesta del generale Garibaldi, che, nell’immaginario collettivo, passava per un socialista repubblicano.
Ben presto il popolo si accorse che stava dalla parte dei borghesi, dalla parte dei signorotti, dalla parte dei gentiluomini.
Gli eccidi di Bronte, Niscemi e Regalbuto l’avevano detta lunga sulla sua appartenenza di classe e da che parte stava: era andato a fucilare i contadini siciliani per difendere i suoi padroni inglesi, da buon servitore.
I pontelandolfesi erano stanchi delle razzie piemontesi, delle razzie della guardia mobile, dei loro notabili che li stavano spremendo come limoni e, soprattutto, si sentivano ostaggi.
Con le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione alla leva si agitavano ancora di più le acque.
I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte.
Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone e non aspettava altro che il momento in cui la rabbia di un anno di vessazioni sarebbe esplosa.
Sindaco di Pontelandolfo era tale Lorenzo Melchiorre, liberale, avvezzo al potere e all’arricchimento; sicuramente contrario alle nozioni di libertà ed uguaglianza, tenace esecutore dei bandi e delle circolari delle autorità militari piemontesi. Assieme agli altri notabili del paese sannita aveva costituito un bel comitato d’affari.
Suoi protettori in armi erano, Giuseppe De Marco, garibaldino e colonnello della Guardia Nazionale, e Francesco Perugino di Michelangelo, capo del Corpo di Guardia che, in quei giorni, il sindaco fece rinforzare.
Del Comitato di affari facevano parte anche il delegato di P.S. Vincenzo Coppola, il notaio, l’architetto e decurione Antonio Sforza che era considerato come il rappresentante il principio liberale, e cioè colui il quale stabiliva le cose da arraffare.
Il liberalismo è ideologia dei furbi, è ideologia dell’arricchimento a spese dei deboli, è ideologia dei ricchi, è ideologia dei Savoia, dei piemontesi, è guerra perché con essa devono arricchirsi determinate famiglie, è corruzione perenne.
Il liberalismo è dominio di una classe su un’altra. E’ la tomba del Sud.
E’ il monopolio del Nord sul Sud, è colonialismo, è sfruttamento.
La Chiesa ed i contadini lo avevano capito, e così i Borbone, e si allearono per combattere i nuovi lanzichenecchi.
A Pontelandolfo l’arciprete Epifanio De Gregorio assieme ad una moltitudine di attivisti borbonici manteneva i contatti con i contadini; sapeva infondere loro la speranza di un domani migliore in quanto con il prossimo ritorno di Re Francesco si sarebbe ristabilito il vecchio ordine.
Durante una messa mattutina l’arciprete, rivolgendosi alla affollata chiesa di San Donato, disse: “Fratelli, l’augusto re Francesco presto ritornerà da vincitore sul suo trono, i partigiani si battono da leoni contro gli invasori, il generale Bosco fa stragi di piemontesi in Calabria e truppe austriache stanno sbarcando nelle Marche…”.
Queste parole fecero il giro di Pontelandolfo e delle campagne circostanti. Finalmente un po’ di speranza, finalmente ci si poteva organizzare attorno ai partigiani che stazionavano sui monti e cacciare i liberali dissacratori di chiese e saccheggiatori di beni.
I contadini nei campi cantavano inni borbonici e, le donne, preghiere di ringraziamento.
Finalmente, a liberazione avvenuta, i loro figli sarebbero potuti tornare sui campi a lavorare la terra e abbandonare la lotta armata.
Finalmente il popolo poteva aver ragione dei nuovi usurpatori, delle guardie nazionali che razziavano i campi, degli amministratori corrotti che il governo piemontese aveva loro imposto, delle spie che si arricchivano, dei massoni che volevano distruggere la Chiesa cattolica.
La gente odiava i Piemontesi ed i loro servi….. Cosmo Giordano dava la caccia alle guardie nazionali del colonnello De Marco, la cui colonna infame era famosa nel razziare chiese e raccolti nei campi: spesso s’erano sentite anche voci di violenze e stupri nei confronti delle donne della zona …. [...]


CASALDUNI - 1 agosto 1861


[...] A Casalduni il sindaco Ursini chiamò tutti i capifamiglia nella piazzetta antistante il comune e disse loro:
- Concittadini, come sapete la legislazione sulla leva è stata cambiata il 30 giugno dal nuovo governo piemontese e, secondo gli obblighi che mi competono, devo dirvi che se i vostri figli non si presenteranno al distretto militare saranno guai per loro, saranno fucilati appena presi.
Ecco cari amici, mi dispiace, sapete come la penso, le leggi emanate dal buon Ferdinando sono state soppresse.
La gente mormorava, urlava. La rabbia era tanta, non contro il sindaco ma contro i nuovi usurpatori, contro i piemontesi.
Si fece avanti un vecchio contadino, ben voluto da tutti per la sua onestà e la sua saggezza, tale Fusco, che secondo la legge avrebbe dovuto far presentare il figlio per la leva, e rivolgendosi al primo cittadino rispettosamente rispose:
- Sig. Sindaco, ti ringraziamo per la gentilezza ed il senso civico che hai dimostrato di avere, ti ringraziamo di averci informati ufficialmente di ciò che già sapevamo ufficiosamente, ma… - rivolgendosi verso la folla come a trovare consenso negli occhi della gente e accentuando sempre più le sue parole - Ecco, un “ma”, sig. sindaco, c’è! Non possiamo mandare i nostri figli a combattere contro i bracciali e i terrazzani delle Calabrie, della Basilicata, dell’Apulia, degli Abruzzi, del Molise o contro i pastori degli Ausoni. Fratelli contro fratelli ci vogliono mettere! Parlano di Italia una, i piemontesi, ma, conoscendo i liberali, vi assicuro che a quelli dell’Italia una non importa niente; a quelli importano solo le ricchezze delle nostre terre, i nostri sacrifici, il sangue dei nostri figli per far guerre ed arricchirsi. Quella è gente che non ha mai lavorato, è il ceto dei parassiti, è il ceto borghese e vedo un futuro di morte. Sindaco, vedi queste mani? Sono piene di calli e mai hanno toccato un fucile ma, anche se son vecchio posso imbracciarlo ancora contro i soldati blu dei Savoia. Questi sig. sindaco, non vogliono l’Italia unita, vogliono i nostri tesori nascosti, vogliono saccheggiare le nostre chiese, vogliono i nostri risparmi, le nostre terre, le nostre fatiche, i nostri sacrifici. Hanno già razziato le riserve auree del Regno delle Due Sicilie e hanno fatto sparire i milioni del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli.
I piemontesi non hanno avuto nemmeno il coraggio di dichiarare guerra a Re Francesco e, mentre la nostra regina Sofia stava combattendo sui bastioni di Gaeta, la corte sabauda e Cavour, a Torino, scialacquavano con baldracche o con ragazze vergini fatte rapire dai loro agenti segreti (4), mentre l’imperatore Napoleone se la spassava con la Castiglione e Nigra faceva il magnaccia.
Questa gente porterà la nostra Patria alla rovina.
Razzie, fucilazioni, ruberie e terrore porteranno solo fame e distruggeranno la nostra Patria; mio figlio sta sulle montagne a difendere il sacro suolo mentre Cavour ha ceduto alla Francia la Savoia, Nizza e la Costa Azzurra e i piemontesi cederanno la Sardegna non appena le loro truppe entreranno in Roma. Mai mio figlio andrà soldato sotto la bandiera azzurra sabauda, preferirei vederlo fucilato sotto gli occhi miei, anziché saperlo a sparare contro di me ed i suoi fratelli.
Un’ovazione calorosa di applausi e grida di gioia raggiunsero Fusco e qualcuno gridò: - Sindaco, il Re sta sbarcando a Napoli, il generale Bosco sta sbaragliando i piemontesi; i partigiani in tutto il Regno si battono da leoni.
A morte i Savoia! A morte i piemontesi! Viva Francesco! Viva il Regno delle Due Sicilie! Viva la Chiesa! Viva la Fede! Viva il Papa![...].

giovedì 31 luglio 2008

PONTELANDOLFO E CASALDUNI


Iniziamo da oggi e nei prossimi giorni a postare alcuni brani tratti dal libro di Antonio Ciano " I Savoia e il massacro del Sud", in ricordo delle orrende stragi compiute dagli "squadroni della morte" piemontesi , nei paesi martiri di Pontelandolfo e Casalduni e del circondario Matese.


Finiamola di definirci i “buoni” d’Europa, e nessuno dei nostri fratelli del Nord venga a lamentarsi delle stragi naziste.

Le SS del 1860 e degli anni successivi si chiamarono, almeno per gli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie, Piemontesi.

Perciò smettiamo di sbarrare gli occhi, di spalancare all’urlo le bocche, a deprecare violenze altrui.

Ci bastino le nostre, per sentire un solo brivido di pudore.

Noi abbiamo saputo fare di più e di peggio.

( Carlo Alianello )


L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996

Pontelandolfo e Casalduni sono due paesi del Matese e distano quasi 5 chilometri l’uno dall’altro. Nel 1861 il primo aveva 5 mila abitanti ed il secondo 3 mila; furono accomunati da un atroce destino. Nell’agosto di quell’anno infausto per il Sud, furono messi a ferro e fuoco dalle truppe piemontesi del generale Cialdini, e centinaia di cittadini furono trucidati nel sonno da due compagnie di bersaglieri che non combattevano contro soldati ma contro donne, bambini, vecchi ed infermi …….. Il Sud era in fibrillazione sin dall’11 maggio del 1860, quando Garibaldi sbarcò a Marsala. Tumulti si susseguirono in tutti i paesi dove la fame e le ingiustizie dei governi prodittatoriali cominciavano a farsi sentire. Nel dicembre del 1860 il Giornale di Gaeta, che riportava i proclami insurrezionali di Francesco II, stampato in migliaia di copie, veniva diffuso in tutto il Meridione. Già intorno al 20 settembre del 1860 vi fu una feroce ribellione contro governi prodittatoriali ……. insorsero i contadini di Cantalupo, Macchiagodena, S. Pietro Avellana, Forlì del Sannio e Rionero del Sannio, Roccasicura, Cittanova e Castel di Sangro; i morti furono all’incirca 1.500. Tra il 19 e il 21 settembre i contadini assieme ai reparti borbonici sconfissero a Roccaromana e Caiazzo le truppe di Csudafy e Cattabeni e li rigettarono oltre il Volturno ………..

Si formarono ben presto compagnie sotto la direzione del ministro della polizia borbonica Ulba, che aveva il compito di ripristinare ovunque il governo legittimista. Furono riconquistati verso la fine dell’ottobre del 1860 Pontecorvo, Sora, Teano, Venafro, Isernia e Piedimonte d’Alife. I borbonici batterono i cacciatori del Vesuvio, annientandoli a Civitella Roveto e raggiungendo Avezzano …….. Il 12 ottobre del 1860 le truppe piemontesi varcarono il Tronto con intenzioni certamente non pacifiche. Quel giorno iniziò la conquista del Sud da parte dei piemontesi, che trovarono una marea di partigiani negli Abruzzi, nel Molise ed in Ciociaria ………

I contadini del Sannio e del Molise, ricordandosi di appartenere alla stirpe degli antichi guerrieri che avevano sconfitto i Romani facendoli passare sotto le forche Caudine, scatenarono la loro rabbia repressa contro i liberali, rappresentanti illegali e servi dei piemontesi. Il Molise e l’Abruzzo ai primi di ottobre erano stati liberati; la bandiera borbonica sventolava su tutti i paesi ma il Piemonte mandò la sua armata agli ordini di Cialdini, visto che dappertutto i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi venivano bruciati e le bandiere savoiarde fatte a pezzi. La stessa cosa accadeva in Terra di Lavoro, in Capitanata, nel Gargano, in Basilicata, in Calabria…. [...]

L’ ECCIDIO DI PONTELANDOLFO E CASALDUNI

[...] Il regno delle Due Sicilie nell’agosto del 1861 era in fiamme, un vero inferno. Centinaia di paesi si erano sollevati contro l’oppressione, le fucilazioni erano all’ordine del giorno. Ad Auletta furono tricidati da mercenari ungherese, altra faccia immonda con coccarda azzurra in petto, 45 popolani, tra i quali quattro sacerdoti; questi poveri disgraziati furono seviziati con coltelli e fatti a pezzi dai barbari magiari sotto la guida piemontese-garibaldina.

Altri 100 cittadini furono portati a marcire nelle carceri di Salerno.

Il paese fu saccheggiato e dato alle fiamme. Nel Beneventano si sollevarono anche San Marco dei Cavoti, Molinara, San Giorgio La Molara, Pago, Pietrelcina, Paduli, Colle Sannita, Paolise, Bucciano, Forchia, Reina, Civitella. I fatti più gravi e sanguinosi si verificarono a Pontelandolfo e Casalduni. La reazione era voluta da tutto il popolo del Sud.

Il nuovo regime si stava dimostrando, nei fatti, tirannico e famelico, assetato di sangue e di denaro: ogni ciminiera di Torino e Milano è stata costruita con sangue meridionale. I piemontesi mettevano tasse e balzelli ed i contadini affamati ed esasperati presero la strada senza ritorno della montagna. I liberali la facevano da padroni, finalmente erano riusciti a mettere le mani sulla cosa pubblica e sulle terre demaniali.

I signorotti e i proprietari terrieri erano appellati galantuomini e da sempre erano i nemici dei contadini. Dagli Abruzzi, dal Molise, dalla Ciociaria arrivavano notizie di fucilazioni, notizie di donne violentate, di chiese saccheggiate, di bambini uccisi, di raccolti bruciati dai piemontesi e dai loro mercenari.

L’8 luglio del 1861, Carlo Torre, governatore di Benevento, spedisce al segretario generale del Dicastero di Polizia in Napoli Silvio Spaventa una relazione allarmata sulla reazione borbonica nel Sannio (1). Il 24 luglio 1861 un altro allarmantissimo rapporto dell’Intendente di Cerreto Sannita, Mario Carletti, al governatore di Benevento Carlo Torre (2) la dice lunga sullo stato in cui versava la provincia beneventana:

“I briganti scorazzanti pel Matese, corona di aspre ed intrattabili montagne poste a cavaliere di questa contrada, sono entrati nell’ardito intendimento di scendere al piano e aggredire l’abitato per consumarvi fatti di immane atrocità appena che la poca forza regolare qui stanziata se ne apparti per poco chiamata altrove …”.

Il governatore di Benevento seguendo la voce della prudenza chiedeva altra truppa al luogotenente Cialdini. I partigiani scorrazzanti le montagne del Matese erano capeggiati da Cosmo (Cosimo) Giordano di Cerreto Sannita, ex sergente borbonico.

La banda era costituita da circa duecento valorosi e coraggiosi guerrieri, votati alla morte con un giuramento fatto davanti a Dio. I pontelandolfesi erano: Nicola, Andrea e Michelangelo Mancini, Scudanigno; Salvatore Rinaldi, Matteo; Gennaro e Michele Rinaldi Sticco e loro padre Giuseppe; Antonio e Francesco Rinaldi di Romualdo; Saverio di Rubbio, Bascetta; Antonio Lese, Corso; Donato Paladino, Anguilla; Antonio e Francesco Perciosepe; Carlo Tomaso Bisconti; Giosuè del Negro; Antonio e G. B. Gugliotti; Tommaso Rinaldi, Falcone di Giuseppe; Pietro d’Addona Trippabella fu G. Battista; Donato Terlizzo; Giovanni Barbiero Vozzacchio e suo figlio; Giuseppe Borrelli di Domenicoantonio, Cellone; Giuseppe Bilotta, Lupo di Nicola; Giuseppe d’Addona fu Giacomo, Spaccamontagna; Filippo Lese d’Antonio, Riconto; Domenico d’Addona, Spaccamontagna di Francesco; Antonio Mancini, Cosetta, di Giuseppe; Pasquale Ranaudo, Mattone; Salvatore Biondi, Piroli, Vitantonio Ciarlo,; Pellegrini Sfeccio; Francesco, Domenico e Tommaso Ciarlo, Monaco e fratelli; Francesco, Domenico Petta, di Giuseppe; Vincenzo Longo, Giangiacomo; Giuseppe Ciarlo, Monaco, fu Nicola; Saverio Longo, Peppelongo, fu Giuseppe; Andrea Longo, Giangiacomo.(3) [...]
Leggi tutto »

Iniziamo da oggi e nei prossimi giorni a postare alcuni brani tratti dal libro di Antonio Ciano " I Savoia e il massacro del Sud", in ricordo delle orrende stragi compiute dagli "squadroni della morte" piemontesi , nei paesi martiri di Pontelandolfo e Casalduni e del circondario Matese.


Finiamola di definirci i “buoni” d’Europa, e nessuno dei nostri fratelli del Nord venga a lamentarsi delle stragi naziste.

Le SS del 1860 e degli anni successivi si chiamarono, almeno per gli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie, Piemontesi.

Perciò smettiamo di sbarrare gli occhi, di spalancare all’urlo le bocche, a deprecare violenze altrui.

Ci bastino le nostre, per sentire un solo brivido di pudore.

Noi abbiamo saputo fare di più e di peggio.

( Carlo Alianello )


L’ECCIDIO
di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano
da: “I Savoia e il massacro del sud” - Grandmelò, ROMA, 1996

Pontelandolfo e Casalduni sono due paesi del Matese e distano quasi 5 chilometri l’uno dall’altro. Nel 1861 il primo aveva 5 mila abitanti ed il secondo 3 mila; furono accomunati da un atroce destino. Nell’agosto di quell’anno infausto per il Sud, furono messi a ferro e fuoco dalle truppe piemontesi del generale Cialdini, e centinaia di cittadini furono trucidati nel sonno da due compagnie di bersaglieri che non combattevano contro soldati ma contro donne, bambini, vecchi ed infermi …….. Il Sud era in fibrillazione sin dall’11 maggio del 1860, quando Garibaldi sbarcò a Marsala. Tumulti si susseguirono in tutti i paesi dove la fame e le ingiustizie dei governi prodittatoriali cominciavano a farsi sentire. Nel dicembre del 1860 il Giornale di Gaeta, che riportava i proclami insurrezionali di Francesco II, stampato in migliaia di copie, veniva diffuso in tutto il Meridione. Già intorno al 20 settembre del 1860 vi fu una feroce ribellione contro governi prodittatoriali ……. insorsero i contadini di Cantalupo, Macchiagodena, S. Pietro Avellana, Forlì del Sannio e Rionero del Sannio, Roccasicura, Cittanova e Castel di Sangro; i morti furono all’incirca 1.500. Tra il 19 e il 21 settembre i contadini assieme ai reparti borbonici sconfissero a Roccaromana e Caiazzo le truppe di Csudafy e Cattabeni e li rigettarono oltre il Volturno ………..

Si formarono ben presto compagnie sotto la direzione del ministro della polizia borbonica Ulba, che aveva il compito di ripristinare ovunque il governo legittimista. Furono riconquistati verso la fine dell’ottobre del 1860 Pontecorvo, Sora, Teano, Venafro, Isernia e Piedimonte d’Alife. I borbonici batterono i cacciatori del Vesuvio, annientandoli a Civitella Roveto e raggiungendo Avezzano …….. Il 12 ottobre del 1860 le truppe piemontesi varcarono il Tronto con intenzioni certamente non pacifiche. Quel giorno iniziò la conquista del Sud da parte dei piemontesi, che trovarono una marea di partigiani negli Abruzzi, nel Molise ed in Ciociaria ………

I contadini del Sannio e del Molise, ricordandosi di appartenere alla stirpe degli antichi guerrieri che avevano sconfitto i Romani facendoli passare sotto le forche Caudine, scatenarono la loro rabbia repressa contro i liberali, rappresentanti illegali e servi dei piemontesi. Il Molise e l’Abruzzo ai primi di ottobre erano stati liberati; la bandiera borbonica sventolava su tutti i paesi ma il Piemonte mandò la sua armata agli ordini di Cialdini, visto che dappertutto i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi venivano bruciati e le bandiere savoiarde fatte a pezzi. La stessa cosa accadeva in Terra di Lavoro, in Capitanata, nel Gargano, in Basilicata, in Calabria…. [...]

L’ ECCIDIO DI PONTELANDOLFO E CASALDUNI

[...] Il regno delle Due Sicilie nell’agosto del 1861 era in fiamme, un vero inferno. Centinaia di paesi si erano sollevati contro l’oppressione, le fucilazioni erano all’ordine del giorno. Ad Auletta furono tricidati da mercenari ungherese, altra faccia immonda con coccarda azzurra in petto, 45 popolani, tra i quali quattro sacerdoti; questi poveri disgraziati furono seviziati con coltelli e fatti a pezzi dai barbari magiari sotto la guida piemontese-garibaldina.

Altri 100 cittadini furono portati a marcire nelle carceri di Salerno.

Il paese fu saccheggiato e dato alle fiamme. Nel Beneventano si sollevarono anche San Marco dei Cavoti, Molinara, San Giorgio La Molara, Pago, Pietrelcina, Paduli, Colle Sannita, Paolise, Bucciano, Forchia, Reina, Civitella. I fatti più gravi e sanguinosi si verificarono a Pontelandolfo e Casalduni. La reazione era voluta da tutto il popolo del Sud.

Il nuovo regime si stava dimostrando, nei fatti, tirannico e famelico, assetato di sangue e di denaro: ogni ciminiera di Torino e Milano è stata costruita con sangue meridionale. I piemontesi mettevano tasse e balzelli ed i contadini affamati ed esasperati presero la strada senza ritorno della montagna. I liberali la facevano da padroni, finalmente erano riusciti a mettere le mani sulla cosa pubblica e sulle terre demaniali.

I signorotti e i proprietari terrieri erano appellati galantuomini e da sempre erano i nemici dei contadini. Dagli Abruzzi, dal Molise, dalla Ciociaria arrivavano notizie di fucilazioni, notizie di donne violentate, di chiese saccheggiate, di bambini uccisi, di raccolti bruciati dai piemontesi e dai loro mercenari.

L’8 luglio del 1861, Carlo Torre, governatore di Benevento, spedisce al segretario generale del Dicastero di Polizia in Napoli Silvio Spaventa una relazione allarmata sulla reazione borbonica nel Sannio (1). Il 24 luglio 1861 un altro allarmantissimo rapporto dell’Intendente di Cerreto Sannita, Mario Carletti, al governatore di Benevento Carlo Torre (2) la dice lunga sullo stato in cui versava la provincia beneventana:

“I briganti scorazzanti pel Matese, corona di aspre ed intrattabili montagne poste a cavaliere di questa contrada, sono entrati nell’ardito intendimento di scendere al piano e aggredire l’abitato per consumarvi fatti di immane atrocità appena che la poca forza regolare qui stanziata se ne apparti per poco chiamata altrove …”.

Il governatore di Benevento seguendo la voce della prudenza chiedeva altra truppa al luogotenente Cialdini. I partigiani scorrazzanti le montagne del Matese erano capeggiati da Cosmo (Cosimo) Giordano di Cerreto Sannita, ex sergente borbonico.

La banda era costituita da circa duecento valorosi e coraggiosi guerrieri, votati alla morte con un giuramento fatto davanti a Dio. I pontelandolfesi erano: Nicola, Andrea e Michelangelo Mancini, Scudanigno; Salvatore Rinaldi, Matteo; Gennaro e Michele Rinaldi Sticco e loro padre Giuseppe; Antonio e Francesco Rinaldi di Romualdo; Saverio di Rubbio, Bascetta; Antonio Lese, Corso; Donato Paladino, Anguilla; Antonio e Francesco Perciosepe; Carlo Tomaso Bisconti; Giosuè del Negro; Antonio e G. B. Gugliotti; Tommaso Rinaldi, Falcone di Giuseppe; Pietro d’Addona Trippabella fu G. Battista; Donato Terlizzo; Giovanni Barbiero Vozzacchio e suo figlio; Giuseppe Borrelli di Domenicoantonio, Cellone; Giuseppe Bilotta, Lupo di Nicola; Giuseppe d’Addona fu Giacomo, Spaccamontagna; Filippo Lese d’Antonio, Riconto; Domenico d’Addona, Spaccamontagna di Francesco; Antonio Mancini, Cosetta, di Giuseppe; Pasquale Ranaudo, Mattone; Salvatore Biondi, Piroli, Vitantonio Ciarlo,; Pellegrini Sfeccio; Francesco, Domenico e Tommaso Ciarlo, Monaco e fratelli; Francesco, Domenico Petta, di Giuseppe; Vincenzo Longo, Giangiacomo; Giuseppe Ciarlo, Monaco, fu Nicola; Saverio Longo, Peppelongo, fu Giuseppe; Andrea Longo, Giangiacomo.(3) [...]

 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India