mercoledì 4 agosto 2021

DOPO LA SECESSIONE DEI RICCHI ARRIVA "LA RIVOLUZIONE DEL RICCO"!

 


Poveri meridionali!

di Natale
Cuccurese

La maggior parte dei poveri in Italia risiede al Sud, come certificato da Eurostat. Ora oltre alla povertà devono combattere contro il governo più classista ed antimeridionale della storia della Repubblica.

Le politiche dei Governi dell’ultimo ventennio, che ha visto cieca obbedienza ad ogni ordine di Bruxelles, privatizzazioni a pioggia, modifica del Titolo V, politiche ultra liberiste, pareggio di bilancio ecc., hanno prodotto, anno dopo anno, i loro frutti avvelenati, fra cui un aumento sempre maggiore della povertà assoluta della popolazione oggi arrivata al record di 5,6 milioni di cittadini, in larga maggioranza nel Mezzogiorno, la macroarea più povera di tutto il continente, con Sicilia e Campania ai primi due posti per rischio povertà della classifica Eurostat, seguite da Calabria, Puglia, Basilicata e Molise.

L’Italia, governata da sempre sulla base di un feroce razzismo di Stato contro il Sud, ha letteralmente spolpato la propria colonia interna massacrandone senza ritegno i cittadini, senza nessun rispetto per la Costituzione nata dalla Resistenza. Una Costituzione comunque più volte modificata in senso antipopolare in questi anni. Abbiamo così assistito in questi ultimi trent’anni a una vera e propria “Rivoluzione del ricco”, dalla definizione del grande meridionalista Gaetano Salvemini.

Sembra impossibile eppure con il governo Draghi, sospinto da leghisti, protoleghisti e media di regime, un governo composto da un banchiere e dai suoi tecnocrati che hanno commissariato il Parlamento, si vuole continuare su di una strada classista ed oligarchica che porterà inevitabilmente a gravi problemi sociali. Dopo aver spolpato il Sud ora passano inevitabilmente alle classi più deboli anche del Nord, come infatti rivelato dagli ultimi dati Istat che dimostrano come la povertà sia inevitabilmente in deciso aumento anche nel Centro-Nord.

In questa direzione va la proposta di Renzi di un referendum sul Reddito di Cittadinanza, dopo che il suo tentativo di modificare la Costituzione in senso liberticida tramite referendum era già stata respinta dai cittadini nel 2016. Renzi quindi chiede non di correggere il RdC, magari migliorarlo, ma cancellarlo del tutto, lasciando le persone più in difficoltà senza un sostegno. Letteralmente alla fame ed in balia di una classe imprenditoriale senza scrupoli e pronta a sfruttare i cittadini in modo bestiale, come sta venendo alla luce grazie ad una inchiesta in corso in Veneto.

Cittadini letteralmente in balia del ricatto occupazionale da parte di prenditori senza scrupoli che pretendono di sfruttare per i loro soli interessi manovalanza a basso costo e senza diritti. Le parole scelte pochi giorni fa da Renzi sulla “gente che deve soffrire” e sul carattere “diseducativo” del RdC sono a dir poco disgustose e classiste. Indice di un ritorno alla oligarchia dei “migliori” come nell’Italietta monarchica.

Si chiedeva Salvemini a proposito di questa “Rivoluzione del ricco”: l’Italia prefascista fu una democrazia?! La risposta è negativa! “Non esiste una democrazia dove non vi è uguaglianza di diritti”.

Era un’oligarchia ancorata al potere con le classi popolari ridotte a masse informi di salariati a basso costo e nel caso di proteste era sempre pronto il Bava Beccaris di turno, non a caso decorato per la sua “bella impresa”. Il governo, grazie anche ad una legge elettorale ad hoc, era così bloccato nelle mani dei soli “migliori”. Completamente traditi gli ideali del Risorgimento che appunto si era rivelato essere stato, nei fatti, una Rivoluzione del ricco, utile solo ad alcune classi sociali e a danno totale delle classi popolari.

Se analizziamo la situazione dell’Italia attuale, con al governo “i migliori” imposti con una congiura di palazzo, con i lavoratori sempre più precari e quindi a rischio o meglio certezza di sfruttamento, poche regole e solo a vantaggio dei ricchi, con la repressione che si prepara a colpire sempre più duro i pochi che protestano e le elezioni bloccate da una legge elettorale sicuramente non rappresentativa dell’intero Paese e che vede, addirittura, la prossima riduzione dei parlamentari a danno della rappresentanza democratica dei territori, ci rendiamo facilmente conto come l’Italia del 2021 è più vicina a quella del 1921 che non alla modernità e soprattutto alla democrazia. Se a questo poi aggiungiamo, come recentemente fatto trasparire in un editoriale su La Stampa da Sorgi, la possibilità di una svolta autoritaria, è facile capire che siamo di fronte ad una vera e propria emergenza democratica.

In questa stessa direzione va anche il recente sblocco dei licenziamenti voluto da Confindustria, ottenuto senza colpo ferire grazie alla complicità sindacale e della politica politicante. Era inevitabile che ottenuto lo sblocco i camerieri politici in servizio permanente effettivo delle classi “migliori” passassero all’attacco del RdC, unico strumento che impedisce alle aziende di riuscire a ricattare del tutto cittadini e lavoratori.

Il Sud, già in enorme difficoltà e in preda anche ad un calo demografico pauroso, truffato e depredato dei fondi che gli spettavano nel #Pnrr, come sempre a favore del Nord, ne uscirà letteralmente distrutto e, una volta spolpato da questi “divoratori di carne cruda”, sarà abbandonato al suo destino e con la ratifica dell’atonomia differenziata si passerà all’inevitabile separazione del Paese.

Serve costruire rapidamente un’opposizione vera e popolare altrimenti l’Italia vivrà un massacro sociale di proporzioni inaudite e mai viste.

Le parole di Renzi, subito seguito su questa strada da Salvini, sono contro tutti gli italiani in difficoltà ad iniziare da quelli del Sud.

È Renzi il miglior alleato della Lega contro il Sud, anche su questo fronte.

Fonte: Transform!italia


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Poveri meridionali!

di Natale
Cuccurese

La maggior parte dei poveri in Italia risiede al Sud, come certificato da Eurostat. Ora oltre alla povertà devono combattere contro il governo più classista ed antimeridionale della storia della Repubblica.

Le politiche dei Governi dell’ultimo ventennio, che ha visto cieca obbedienza ad ogni ordine di Bruxelles, privatizzazioni a pioggia, modifica del Titolo V, politiche ultra liberiste, pareggio di bilancio ecc., hanno prodotto, anno dopo anno, i loro frutti avvelenati, fra cui un aumento sempre maggiore della povertà assoluta della popolazione oggi arrivata al record di 5,6 milioni di cittadini, in larga maggioranza nel Mezzogiorno, la macroarea più povera di tutto il continente, con Sicilia e Campania ai primi due posti per rischio povertà della classifica Eurostat, seguite da Calabria, Puglia, Basilicata e Molise.

L’Italia, governata da sempre sulla base di un feroce razzismo di Stato contro il Sud, ha letteralmente spolpato la propria colonia interna massacrandone senza ritegno i cittadini, senza nessun rispetto per la Costituzione nata dalla Resistenza. Una Costituzione comunque più volte modificata in senso antipopolare in questi anni. Abbiamo così assistito in questi ultimi trent’anni a una vera e propria “Rivoluzione del ricco”, dalla definizione del grande meridionalista Gaetano Salvemini.

Sembra impossibile eppure con il governo Draghi, sospinto da leghisti, protoleghisti e media di regime, un governo composto da un banchiere e dai suoi tecnocrati che hanno commissariato il Parlamento, si vuole continuare su di una strada classista ed oligarchica che porterà inevitabilmente a gravi problemi sociali. Dopo aver spolpato il Sud ora passano inevitabilmente alle classi più deboli anche del Nord, come infatti rivelato dagli ultimi dati Istat che dimostrano come la povertà sia inevitabilmente in deciso aumento anche nel Centro-Nord.

In questa direzione va la proposta di Renzi di un referendum sul Reddito di Cittadinanza, dopo che il suo tentativo di modificare la Costituzione in senso liberticida tramite referendum era già stata respinta dai cittadini nel 2016. Renzi quindi chiede non di correggere il RdC, magari migliorarlo, ma cancellarlo del tutto, lasciando le persone più in difficoltà senza un sostegno. Letteralmente alla fame ed in balia di una classe imprenditoriale senza scrupoli e pronta a sfruttare i cittadini in modo bestiale, come sta venendo alla luce grazie ad una inchiesta in corso in Veneto.

Cittadini letteralmente in balia del ricatto occupazionale da parte di prenditori senza scrupoli che pretendono di sfruttare per i loro soli interessi manovalanza a basso costo e senza diritti. Le parole scelte pochi giorni fa da Renzi sulla “gente che deve soffrire” e sul carattere “diseducativo” del RdC sono a dir poco disgustose e classiste. Indice di un ritorno alla oligarchia dei “migliori” come nell’Italietta monarchica.

Si chiedeva Salvemini a proposito di questa “Rivoluzione del ricco”: l’Italia prefascista fu una democrazia?! La risposta è negativa! “Non esiste una democrazia dove non vi è uguaglianza di diritti”.

Era un’oligarchia ancorata al potere con le classi popolari ridotte a masse informi di salariati a basso costo e nel caso di proteste era sempre pronto il Bava Beccaris di turno, non a caso decorato per la sua “bella impresa”. Il governo, grazie anche ad una legge elettorale ad hoc, era così bloccato nelle mani dei soli “migliori”. Completamente traditi gli ideali del Risorgimento che appunto si era rivelato essere stato, nei fatti, una Rivoluzione del ricco, utile solo ad alcune classi sociali e a danno totale delle classi popolari.

Se analizziamo la situazione dell’Italia attuale, con al governo “i migliori” imposti con una congiura di palazzo, con i lavoratori sempre più precari e quindi a rischio o meglio certezza di sfruttamento, poche regole e solo a vantaggio dei ricchi, con la repressione che si prepara a colpire sempre più duro i pochi che protestano e le elezioni bloccate da una legge elettorale sicuramente non rappresentativa dell’intero Paese e che vede, addirittura, la prossima riduzione dei parlamentari a danno della rappresentanza democratica dei territori, ci rendiamo facilmente conto come l’Italia del 2021 è più vicina a quella del 1921 che non alla modernità e soprattutto alla democrazia. Se a questo poi aggiungiamo, come recentemente fatto trasparire in un editoriale su La Stampa da Sorgi, la possibilità di una svolta autoritaria, è facile capire che siamo di fronte ad una vera e propria emergenza democratica.

In questa stessa direzione va anche il recente sblocco dei licenziamenti voluto da Confindustria, ottenuto senza colpo ferire grazie alla complicità sindacale e della politica politicante. Era inevitabile che ottenuto lo sblocco i camerieri politici in servizio permanente effettivo delle classi “migliori” passassero all’attacco del RdC, unico strumento che impedisce alle aziende di riuscire a ricattare del tutto cittadini e lavoratori.

Il Sud, già in enorme difficoltà e in preda anche ad un calo demografico pauroso, truffato e depredato dei fondi che gli spettavano nel #Pnrr, come sempre a favore del Nord, ne uscirà letteralmente distrutto e, una volta spolpato da questi “divoratori di carne cruda”, sarà abbandonato al suo destino e con la ratifica dell’atonomia differenziata si passerà all’inevitabile separazione del Paese.

Serve costruire rapidamente un’opposizione vera e popolare altrimenti l’Italia vivrà un massacro sociale di proporzioni inaudite e mai viste.

Le parole di Renzi, subito seguito su questa strada da Salvini, sono contro tutti gli italiani in difficoltà ad iniziare da quelli del Sud.

È Renzi il miglior alleato della Lega contro il Sud, anche su questo fronte.

Fonte: Transform!italia


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mercoledì 25 aprile 2012

Il 25 aprile di Salvemini: “Gli italiani non sono tutti uguali”


Gaetano Salvemini
“Gli italiani? Sono fatti così”. Gaetano Salvemini, intellettuale progressista e antifascista, smonta la retorica del “siamo tutti uguali” in una pagina vibrante di passione civile e di orgoglio nazionale. Una pagina scritta nel 1947, pensando al fascismo ma che vale la pena di rileggere, tanti anni dopo.

Gaetano Salvemini
Una retorica antica: “Gli italiani sono fatti così”. Un grande intellettuale e politico, Gaetano Salvemini, spiegava perchè non era giusto, nè vero, attribuire colpe e responsabilità a quell’indistinto che risponde al nome di “italiani”.
“Molte volte per spiegare, o peggio ancora per giustificare, gli spropositi e le porcherie fatti ieri e oggi dai politicanti italiani di ogni denominazione, si ripete che “gli italiani son fatti così” e la botte non può dare che il vino che ha.
Giolitti ai suoi tempi diceva che il popolo italiano era gobbo e – lui – non poteva fare a un gobbo altro che un abito da gobbo. E certo il popolo italiano era gobbo. Ma Giolitti invece di tentare quanto sarebbe stato possibile per farlo, non dico dritto come un fuso, ma un gobbo meno gobbo di quanto egli aveva trovato, lo rese più gobbo di quanto fosse prima. Poi venne Mussolini e disse che il popolo italiano era buono a nulla. Poi sono venuti molti – troppi – antifascisti e anch’essi dicono che il popolo italiano è fatto così. Dove tutti sono responsabili, nessuno è responsabile…
La verità è che dove tutti sono responsabili, ciascuno è responsabile per la parte che gli spetta, in proporzione della sua capacità a fare il bene o fare il male, e in proporzione del male che ha realmente fatto e non ha cercato di impedire. Un contadino sardo è anche lui responsabile per la sua quarantacinquemilionesima parte di quanto avviene oggi in Italia. Ma un Ministro che sta a Roma è infinitamente più responsabile che un contadino sardo, per quel che avviene col suo consenso , o per suo ordine, o con la sua complice passività…
Gli italiani furono responsabili per non aver mandato al diavolo il re col suo duce, sebbene, a dire il vero, sia difficile spiegare che cosa gli italiani avrebbero potuto fare, ridotti come erano a polvere incoerente e passiva da una organizzazione di pretoriani armati e da una polizia onnipotente. Ma lui il re, che non correva nessun pericolo di essere bastonato o mandato al domicilio coatto e in galera, lui, il re che aveva ai suoi ordini un esercito, non ebbe dunque nessuna responsabilità nelle vigliaccherie e nelle perfidie per cui rimarrà immortale nella storia?…
Sissignori, gli italiani presi uno per uno sono quello che sono. Ma grazie al cielo, non tutti sono allo stesso modo. Ve ne sono alcuni che…sono fatti diversamente.
Quanti siano stati partigiani in Italia fra il settembre 1943 e l’aprile 1945 nessuno saprà mai. Il comandante delle truppe angloamericane ammise che nei primi mesi del 1945 essi distrassero dal fronte di combattimento sei divisioni nazifasciste. Sei divisioni, anche calcolando diecimila uomini per divisione, fanno 60.000 uomini. Per tenere a bada 60.000 uomini bene armati, organizzati alla tedesca sotto una direzione centrale, quei partigiani scalcagnati, divisi in gruppi scombinati, senza rapide comunicazioni, e con un direzione centrale che funzionava come Dio voleva, devono essere stai almeno tre volte più numerosi delle divisioni nazifasciste. Dunque non corriamo pericolo di esagerare se mettiamo che nei primi mesi del 1945 vi erano nell’Italia del Nord non meno di 180.000 partigiani. Ma mettiamo fossero non più di 100.000. Dietro a quei 100.000 uomini di prima linea, c’erano le seconde e le terze linee, senza il cui favore la prima linea non avrebbe potuto tenere duro per mesi. Se calcoliamo tre persone (uomini e donne) di seconda e terza linea per ogni uomo di prima linea, siamo certi di non esagerare. Abbiamo dunque un totale di 100.000 più 300.000 uomini e donne: cifra tonda 400.000 italiani.
Non tutti sono stinchi di santo. D’accordo. Molti erano anche essi fatti così. D’accordo. Facciamo una tara della metà. Facciamo una tara dei due terzi. Facciamo una tara dei tre quarti. Si potrebbe essere più pessimisti di così? Restano sempre 100.000 uomini e donne, in tutti i partiti e fuori di tutti i partiti, che erano fatti diversamente.
E quand’anche gli italiani che sono fatti diversamente, fossero non centomila, ma appena mille, cento, dieci, uno solo, quell’uomo solo – degno di rispetto e non carogna – dovrebbe tener duro e non mollare. E sarebbe dovere approvarlo, incoraggiarlo, sostenerlo e non dirgli: “Pensa alla salute, tira a campare, chi te lo fa fare, bada ai fatti tuoi, lascia correre: gli italiani son fatti così”. Un uomo degno di rispetto è una ricchezza che non si deve buttare via. Chi sa? Quell’uomo solo potrebbe diventare, quando meno lui stesso se lo aspetta, centro d’attrazione e di cristallizzazione per molti altri.
Gaetano Salvemini scrisse queste parole nel 1947. Il brano è tratto da: Antologia della Resistenza, a cura di Luisa Sturani Monti, Edizioni Gruppo Abele, aprile 2012, pp. 43-47.

Fonte:: http://www.linkiesta.it/gaetano-salvemini-antifascismo#ixzz1t2yRFv5y


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Gaetano Salvemini
“Gli italiani? Sono fatti così”. Gaetano Salvemini, intellettuale progressista e antifascista, smonta la retorica del “siamo tutti uguali” in una pagina vibrante di passione civile e di orgoglio nazionale. Una pagina scritta nel 1947, pensando al fascismo ma che vale la pena di rileggere, tanti anni dopo.

Gaetano Salvemini
Una retorica antica: “Gli italiani sono fatti così”. Un grande intellettuale e politico, Gaetano Salvemini, spiegava perchè non era giusto, nè vero, attribuire colpe e responsabilità a quell’indistinto che risponde al nome di “italiani”.
“Molte volte per spiegare, o peggio ancora per giustificare, gli spropositi e le porcherie fatti ieri e oggi dai politicanti italiani di ogni denominazione, si ripete che “gli italiani son fatti così” e la botte non può dare che il vino che ha.
Giolitti ai suoi tempi diceva che il popolo italiano era gobbo e – lui – non poteva fare a un gobbo altro che un abito da gobbo. E certo il popolo italiano era gobbo. Ma Giolitti invece di tentare quanto sarebbe stato possibile per farlo, non dico dritto come un fuso, ma un gobbo meno gobbo di quanto egli aveva trovato, lo rese più gobbo di quanto fosse prima. Poi venne Mussolini e disse che il popolo italiano era buono a nulla. Poi sono venuti molti – troppi – antifascisti e anch’essi dicono che il popolo italiano è fatto così. Dove tutti sono responsabili, nessuno è responsabile…
La verità è che dove tutti sono responsabili, ciascuno è responsabile per la parte che gli spetta, in proporzione della sua capacità a fare il bene o fare il male, e in proporzione del male che ha realmente fatto e non ha cercato di impedire. Un contadino sardo è anche lui responsabile per la sua quarantacinquemilionesima parte di quanto avviene oggi in Italia. Ma un Ministro che sta a Roma è infinitamente più responsabile che un contadino sardo, per quel che avviene col suo consenso , o per suo ordine, o con la sua complice passività…
Gli italiani furono responsabili per non aver mandato al diavolo il re col suo duce, sebbene, a dire il vero, sia difficile spiegare che cosa gli italiani avrebbero potuto fare, ridotti come erano a polvere incoerente e passiva da una organizzazione di pretoriani armati e da una polizia onnipotente. Ma lui il re, che non correva nessun pericolo di essere bastonato o mandato al domicilio coatto e in galera, lui, il re che aveva ai suoi ordini un esercito, non ebbe dunque nessuna responsabilità nelle vigliaccherie e nelle perfidie per cui rimarrà immortale nella storia?…
Sissignori, gli italiani presi uno per uno sono quello che sono. Ma grazie al cielo, non tutti sono allo stesso modo. Ve ne sono alcuni che…sono fatti diversamente.
Quanti siano stati partigiani in Italia fra il settembre 1943 e l’aprile 1945 nessuno saprà mai. Il comandante delle truppe angloamericane ammise che nei primi mesi del 1945 essi distrassero dal fronte di combattimento sei divisioni nazifasciste. Sei divisioni, anche calcolando diecimila uomini per divisione, fanno 60.000 uomini. Per tenere a bada 60.000 uomini bene armati, organizzati alla tedesca sotto una direzione centrale, quei partigiani scalcagnati, divisi in gruppi scombinati, senza rapide comunicazioni, e con un direzione centrale che funzionava come Dio voleva, devono essere stai almeno tre volte più numerosi delle divisioni nazifasciste. Dunque non corriamo pericolo di esagerare se mettiamo che nei primi mesi del 1945 vi erano nell’Italia del Nord non meno di 180.000 partigiani. Ma mettiamo fossero non più di 100.000. Dietro a quei 100.000 uomini di prima linea, c’erano le seconde e le terze linee, senza il cui favore la prima linea non avrebbe potuto tenere duro per mesi. Se calcoliamo tre persone (uomini e donne) di seconda e terza linea per ogni uomo di prima linea, siamo certi di non esagerare. Abbiamo dunque un totale di 100.000 più 300.000 uomini e donne: cifra tonda 400.000 italiani.
Non tutti sono stinchi di santo. D’accordo. Molti erano anche essi fatti così. D’accordo. Facciamo una tara della metà. Facciamo una tara dei due terzi. Facciamo una tara dei tre quarti. Si potrebbe essere più pessimisti di così? Restano sempre 100.000 uomini e donne, in tutti i partiti e fuori di tutti i partiti, che erano fatti diversamente.
E quand’anche gli italiani che sono fatti diversamente, fossero non centomila, ma appena mille, cento, dieci, uno solo, quell’uomo solo – degno di rispetto e non carogna – dovrebbe tener duro e non mollare. E sarebbe dovere approvarlo, incoraggiarlo, sostenerlo e non dirgli: “Pensa alla salute, tira a campare, chi te lo fa fare, bada ai fatti tuoi, lascia correre: gli italiani son fatti così”. Un uomo degno di rispetto è una ricchezza che non si deve buttare via. Chi sa? Quell’uomo solo potrebbe diventare, quando meno lui stesso se lo aspetta, centro d’attrazione e di cristallizzazione per molti altri.
Gaetano Salvemini scrisse queste parole nel 1947. Il brano è tratto da: Antologia della Resistenza, a cura di Luisa Sturani Monti, Edizioni Gruppo Abele, aprile 2012, pp. 43-47.

Fonte:: http://www.linkiesta.it/gaetano-salvemini-antifascismo#ixzz1t2yRFv5y


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mercoledì 8 febbraio 2012

Gaetano Salvemini: fino alla fine controcorrente


Giustizia, libertà e democrazia sono le tre stelle polari del pensiero di Gaetano Salvemini. Uno "scienziato politico" che non rinunciò ad andare, fino alla fine, controcorrente. Anche a costo di scontrarsi contro i grandi "ismi" che aggregavano la quasi totalità delle forze della neonata Repubblica: il clericalismo da un parte e il comunismo dall'altra.

di Pierpaolo Lauria
Fonte: MicroMega

Non appena Salvemini rimise piede nell’Italia finalmente liberata, nel 1947, non si perse in inutili chiacchiere festose e in trionfalismo retorico, sedendosi comodo sugli allori.
Sapeva bene che il cammino della democrazia appena imboccato, dopo i lunghi anni oscuri vissuti nel vicolo cieco della dittatura, sarebbe stato difficile e pieno d’insidie, tormentato da ombre minacciose e molto tortuoso.
Non disperse quindi una goccia d’entusiasmo che si sprigionava in lui da ogni poro, ma le convogliò in forza motrice ed energia che lo spinse a impegnarsi come un tarantolato per tentare di costruire un paese più libero, più democratico e più giusto.

Giustizia, libertà e democrazia sono le tre stelle polari del suo pensiero politico fin dalle origini: non è un caso che scegliesse “Tre Stelle” come uno dei suoi pseudonimi giornalistici.
Per il vecchio guerriero, che non sentiva gli acciacchi e il peso degli anni, non era ancora giunta l’età della pensione; lontani erano i cipressi, i castagni e le querce, sotto cui gustare l’ombra amica della meditazione spensierata; così come il torpore avvolgente del focolare, conciliatore degli studi invernali; era tornato così come se n’era andato: non per cantare Giovinezza giovinezza.

Riprese a insegnare, con la gioia di un maestro alle prime armi, all’ateneo fiorentino, la sua Università. Cominciò a scrivere con penna di infuocata, affilata e pungente, su alcune testate giornalistiche per scuotere gli animi più pigri e quelli più imbelli a contribuire alla costruzione della neonata e giovane Italia repubblicana e democratica, e per sferzare energicamente i vili e i mascalzoni, che costruivano invece facciate nuove, dietro cui nascondere travi e impalcature vecchie.
La collaborazione più importante di questa nuova e prolifica stagione giornalistica è con “Il Mondo” di M. Pannunzio, e poi interventi a sua prestigiosa firma si susseguirono su “Controcorrente”, sul “Ponte” diretto da P. Calamandrei (padre costituente e amico di vecchia data), sul “Mulino” e su “Critica sociale”.

Tra i diversi argomenti, trattati su queste testate, la sua attenzione si appuntò particolarmente sulla difesa di A. Tasca (uno sventurato, vittima di due totalitarismi, che per fuggire al fascismo si era rifugiato nella parrocchia comunista: dalla padella alla brace, direbbe Salvemini) dall’infamante accusa dei “parrocchiani comunisti” di collaborazionismo con il regime di Vichy; sulla dura polemica contro i rigurgiti neofascisti e le nostalgie monarchiche, protese a riabilitare spudoratamente la memoria del duce infallibile (il revisionismo del fascismo, a tutt’oggi di preoccupante attualità, ha radici lunghe), “ostetrico eccezionale costretto ad operare con ferri di fortuna”, mentre in pari tempo si colpiva l’antifascismo accusandolo di antinazionalismo (anche il tema della “morte della patria” non è nuovo). Di contro si assolveva la monarchia impotente rispetto a un popolo che era quel che era, carogna e buono a nulla: “Gli italiani sono fatti così”, ricurvi e gobbi; sulla difesa della laicità contro la ripresa dell’offensiva “clerocratica” e, in misura minore, contro quella comunista.

Nel dopoguerra si ritrovò di nuovo a misurarsi faccia a faccia con la strisciante e subdola minaccia clericale: il nemico da combattere era antico e ritornava baldanzoso sugli scudi.
Già in principio di secolo se l’era vista brutta con questo pericoloso mostro, che ora era risorto più forte di prima sulle ceneri del fascismo, che fu il secondo temibile avversario affrontato ed era ora in ritirata, mentre avanzava un insidioso e nuovo nemico, a trombe levate e a spron battuto, il comunismo internazionale, tutto impettito di medaglie sulla scia del prestigio conseguito in battaglia.
Sono le “tre bestie totalitarie” in ordine di comparsa nell’esistenza di Salvemini, da lui gagliardamente e tenacemente combattute.

La difesa della tradizione laica è uno dei toni costanti del suo impegno civile.
La sua preoccupazione maggiore per la laicità dello Stato, nell’Italia una volta fascista e ora democrista, era rivolta all’Annibale clericale che, a differenza di quello comunista, che non aveva ancora varcato le Alpi, era già nella fortezza.
In questo senso va letta come un dotarsi di un’arma di difesa per contrastare l’assalto clericale, un antidoto al veleno, la pubblicazione nel 1951 del volume Il programma scolastico dei clericali, che raccoglie e ripropone una serie di scritti risalenti al periodo liberale [1].
Tanto grande era stata la sua stima per Sturzo, un vero democratico cristiano, quanto la sua avversione e il fastidio provato per i cristiani democratici, servi del Vaticano.
Era allergico agli “ismi” di tutti i tipi per la sua ben nota propensione al concreto, per cui acconsentiva che si parlasse di “politica cattolica” e bandiva nel contempo l’astrazione “cattolicesimo”.

All’interno di questa politica distingueva tra l’alto clero fedele alla politica cattolica e obbediente come gli scolaretti al Papa (le spinte conciliaristiche si erano spente da almeno cinque secoli) e il basso clero, che “lavorò sul campo” tra i fedeli, tra cure d’anime e gli altri loro quotidiani problemi, spesso dissidente rispetto alla politica ufficiale delle alte sfere e del sommo pontefice.
Negli anni del centrismo, temeva che i cattolici trasformassero la democrazia in clericocrazia, che lo Stato diventasse clericale. Sospettava che A. De Gasperi, che proclamava “democrazia, democrazia, democrazia”, fosse solo il capitano del vapore mentre il padrone fosse il Papa.
Profuse quindi il massimo dell’impegno nell’evitare l’ingerenza della Chiesa nello Stato, denunciandola ai sette venti ogni volta che ne fiutava i loschi tentavi; d’altro canto lo Stato doveva restare nel proprio orto, senza prevaricare in quelli altrui, ficcando il naso e intromettendosi nelle questioni della Chiesa: “Libera chiesa in libero stato”, dunque.
La laicità è infatti “una dottrina politica” che afferma l’incompetenza delle autorità secolari a decidere di questioni religiose.
Cesare e Cristo potevano essere buoni amici, come lui e Sturzo, ma non andavano confusi, dovevano essere distinti e separati sulle competenze, perché sono diverse.

All’autorità religiosa non va impedito di svolgere il proprio ufficio, l’insegnamento e la dottrina; né va intralciata nella propaganda delle proprie idee, nella libertà di espressione e di opinione; né gli va negato il diritto di consigliare e dare indicazioni ai fedeli.
Lo Stato doveva restare aconfessionale in materia di fede, garantendo la tolleranza delle diverse religioni; ed essere laico garantendo il godimento e l’esercizio delle libertà personali e politiche, tutelando così i diritti inviolabili e intangibili degli individui fuori portata e della disponibilità di qualunque autorità, compresa quello dello Stato.
Lo stato laico è in sostanza uno Stato libero, che dà diritto di scelta e rispetta la sacralità degli individui e la loro discrezionalità di decisione, perché è neutrale (neuter significa propriamente “né l’uno né l’altro”), non s’impone con la forza sulle loro prerogative personali.

Su questo punto, nella prima metà del secolo scorso, Francesco Ruffini scriveva parole, seppur ostiche nella forma, inequivocabili nel significato: “Termine fondamentale del problema è l’uomo e l’assoluto rispetto della sua individualità, egli ha diritto poziore e superiore da far valere nel litigio sopra tutte le pretese di supremazia di questo o di quell’ente, il diritto alla propria piena libertà […] Con che non si vuol punto dire che la Chiesa non possa in tutta libertà continuare a sancire per mezzo delle sue autorità e a professar per bocca dei suoi dottori gli antichi sistemi e le antiche teoriche, che noi, dal canto nostro, stimiamo sorpassati. Questa sua facoltà fa parte anzi di quel regime, che noi propugniamo; il quale deve garantire piena libertà religiosa in tutte quante le sue manifestazioni, siano esse individuali, siano esse collettive […] Si vuol dire solamente, che lo stato più non potrebbe considerare la protezione e il favore di codeste particolari manifestazioni come suo obbligo precipuo e specifico; e tanto meno spingere il suo favore fino a consentire che l’esercizio della libertà religiosa delle collettività o delle Chiese ridondasse a diniego e menomazione dell’eguale libertà di altre collettività o Chiese, e soprattutto a coartazione della piena libertà religiosa degli individui”. [2]

Allorché lo Stato dà la possibilità di scegliere a tutti e tanto meno la nega al cattolico, non si capisce come mai costui si lamenti e insorga indignato. Cosa l’offende? cosa l’urta? Perché mai è così suscettibile? Forse gli si tocca un nervo scoperto: la tentazione egemonica e totalitaria della Chiesa sull’intera società, che si vorrebbe, anziché civile e plurale, solo e unicamente cristiana, in cui il suo verbo è comandamento per tutti.

Furono molte le battaglie che impegnarono Salvemini. Fra le tante sostenne perfino una singolare “guerra di preposizioni”: “Si legge sull’“Osservatore romano” un articolo intitolato “Per la libertà dall’errore”. La libertà dell’errore, per chi non è totalitario, è un diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino. Libertà, badiamo bene, giuridica, non libertà intellettuale. Intellettualmente nessuno ha il diritto di proclamare la libertà dell’errore: sarebbe come se dicesse che intende liberarsi dalla ragione, che non gli importa quel che è e quel che non è verità; che si sente libero di cambiare opinione ogni volta vi trovi un profitto, distinguendo non fra verità ed errore, ma fra proprio utile e proprio danno. Ma chi si riconosce intellettualmente a rifiutare la libertà dell’errore, non passa con questo ad affermare il proprio diritto giuridico a violare negli altri la libertà dell’errore”. [3]

Siccome la Chiesa ritiene di avere la “verità in tasca”, di detenerne il monopolio legittimo, ed è anche convinta della sua infallibilità, almeno da Gregorio VII in avanti, dichiara l’errore, vale a dire tutte le opinioni che contrastano con la sua verità assoluta, “innominabile”, un abominio da scacciare, schiacciare e perseguitare a ogni costo (alla verità non piace la concorrenza).
Da qui il giornale della “Santa sede” parte per l’ennesima crociata contro la serpe, di mille e mille anni, da calpestare, per liberare il mondo da questo cancro infestante.
Il clericale non tollera la libertà individuale di coscienza. Ciò che si discosta dalla verità va proibito e annientato con tutti i mezzi, comprese le armi e le leggi. Non si contenta che l’errore sia punito nell’aldilà e bruci tra le fiamme dell’inferno.

I presunti possessori della verità, sicuri della loro salvezza, hanno premura di salvare anche le anime degli altri, pure a forza e contro il loro volere (l’universalismo del messaggio che, da semplice proposta, diventa un atto di forza, un obbligo), dalla perdizione (chi non è religioso è bollato di immoralità, è un essere maligno e pericoloso per la società tout court, in realtà per quella cristiana); si preoccupano, con fervente spirito missionario, del “gregge” da preservare dall’“errare” e dallo smarrimento.
L’errore non è ammesso, non ha cittadinanza, è eretico, fuori della comunità dei fedeli, della chiesa e non ha diritto di circolazione.
Il clericale ne chiede la soppressione in tutti gli ordini e gradi, quindi anche sul piano giuridico e rivendica perentoriamente la libertà della sola verità e la libertà della Chiesa, che altro non è se non la sua solita pretesa di supremazia ed egemonia.
Chi proclama la “libertà dell’errore” nega di fatto la “libertà dell’errore”.

Al contrario il liberale pensa che nessuno possa impedire giuridicamente agli altri di poter sbagliare, “è un diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino”, la libertà dell’errore è la tutela giuridica del dissenso, cioè dell’opinione che giudichiamo sbagliata ma che non soffochiamo perciò nel sangue.
La dottrina liberale sostiene che nessuna autorità può imporre le proprie verità con le galere, i manicomi e le ghigliottine.
Il liberale è convinto delle sue opinioni e ritiene che quelle opposte alle sue siano false e moralmente e intellettualmente vi si oppone e contrasta ciò che reputa sbagliato, almeno finché non si convince liberamente di essere in torto, ma non si sente autorizzato a obbligare gli altri ad accettare le sue verità.

Egli difende la tolleranza giuridica non quella intellettuale, mentre la Chiesa non consente né l’una né l’altra.
Salvemini, oltre alla distinzione capitale tra libertà dall’errore e libertà dell’errore, riguardo a quest’ultima ci tiene a non far confusione tra il piano giuridico che l’ammette e il piano intellettuale che non la consente, altrimenti non ci si curerebbe più della differenza tra verità ed errore e si scivolerebbe in una parificazione e uguaglianza scettico-relativistica, in cui verità ed errore si scambiano indifferentemente di ruolo nel gioco utilitaristico delle parti e per il puro profitto.
L’anticlericalismo di Salvemini è “reazionario”, difensivo, non di “principio”, come per Mussolini per esempio, bensì di seconda mano, non un valore in sé, perché il valore è la laicità, negata dal clericalismo, come nel suo antifascismo il valore era la democrazia negata dal fascismo.
La sua pungente critica affonda nella piaga di un modo di pensare dogmatico, in un comportamento fanatico piuttosto che in una categoria definita di persone e sa che il farmaco che inietta per curare la malattia è veleno pericoloso e letale, se assunto senza ragione e precauzione: “Questo nostro anticlericalismo non è salute: è una malattia fastidiosa, che ci è indispensabile per guarire da una malattia peggiore: il clericalismo; l’anticlericalismo segue come l’ombra il corpo: scomparso o attenuato l’uno scomparirebbe o si attuenerebbe l’altro”. [4]

Manifesto di tutte queste sue battaglie laiche e del suo antitotalitarismo può essere considerato il discorso La difesa della cultura (pronunciato al Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura, tenuto a Parigi, nel 1935). Qui egli accomuna fascismo e comunismo come regimi negatori del pluralismo, tirannici e liberticidi, di contro alla glorificazione di taluni che ne cantano le meraviglie e ne tessono le lodi sperticate come l’ideale dell’umanità: “Non mi sentirei il diritto di protestare contro la Gestapo e l’Ovra fascista se mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica. In Germania ci sono i campi di concentramento, in Italia ci sono isole-penitenziario e nella Russia sovietica c’è la Siberia. Ci sono proscritti, tedeschi ed italiani e ci sono proscritti russi. Siamo tutti d’accordo che la libertà significa il diritto di essere eretici, non conformisti di fronte alla cultura ufficiale e che la cultura, in quanto creatività, sconvolge la tradizione ufficiale. Il marxismo che, nelle società borghesi, è creatività anti-ufficiale, è divenuto tradizione ufficiale nella società sovietica. La libertà di creazione nelle società borghesi di tipo non fascista è compressa. Nella società borghese di tipo fascista è totalmente repressa. Altrettanto repressa è nella Russia sovietica”. [5]

Senza difendere a oltranza, oltre il lecito e il consentito, le società borghesi non fasciste per quello che sono (significativamente le connota in negativo, senza l’attribuzione di “libere”), lungi dall’essere il paradiso in terra, perfette e inattaccabili, ammonisce aspramente i suoi critici più radicali di non disprezzarle più del dovuto, perché in esse spiragli di libertà e spazi di manovra per cambiarle, si spera in meglio, se ne intravedono, al contrario delle altre, quelle fasciste e comuniste, che sono praticamente immutabili perché perfette e infallibili, addirittura meglio del migliore dei mondi possibili: “Non si apprezzano l’aria e la luce finché le si hanno: per comprenderne il valore bisogna averle perdute. Ma il giorno in cui le libertà sono perdute, riconquistarle non è facile [...] Insomma ci sono delle società borghesi che presentano dei buchi attraverso i quali può spirare un soffio di libertà, dov’è possibile per esempio tenere questo congresso, e ci sono società borghesi in cui ogni buco è ostruito e una sola cultura può svilupparsi, la cultura della menzogna ufficiale […] Non disprezzate le vostre libertà, difendetele ostinatamente pur continuando a dichiararle insufficienti, a lottare per svilupparle”. [6]

Siccome la libertà è il diritto di pensarla diversamente, di essere eretici per l’appunto, l’intellettuale non deve riconoscere a nessuna dottrina il monopolio legale della verità, e invitava a fare delle parole di Voltaire, il motto proprio di chiunque voglia dirsi liberale: “Signor abate, sono convinto che il suo libro è pieno di corbellerie, ma sarei pronto a donare fino all’ultima goccia del mio sangue per assicurarle il diritto di pubblicare le sue corbellerie”.

In coda all’intervento nomina la categoria che raccoglie i tratti comuni di fascismo e comunismo. I due fenomeni presentono altresì differenze significative, e si augura che ciò che malauguratamente è toccato a vivere a lui non sfiori neppure per malasorte gli altri: “Forse occorre aver vissuto l’esperienza di uno Stato totalitario, non fra i dominatori, ma fra coloro che sono stati schiacciati, bisogna conoscere la degradazione morale a cui lo Stato totalitario riduce non soltanto le classi intellettuali, ma anche le classi operaie, per rendersi conto dell’odio e del disprezzo che qualsiasi Stato totalitario, qualsiasi dittatura suscita nel mio animo. Vi auguro, amici di Paesi ancora relativamente liberi, di non dover mai vivere questa esperienza”. [7]
Sulla scia di quest’augurio ricominciò il conflitto con la Chiesa quando le corbellerie degli abati ritornarono a pretendere di diventare legge, i peccati reati, la fede diritto.

Nel dopoguerra la sua proposta politica mirava alla costruzione di una “terza forza”, portava avanti i propositi di GL, per aprire una terza via democratico-liberale e sfuggire all’asfissiante morsa totalitaria di sinistra e di destra: una proposta radicalmente alternativa rispetto alle opzioni Pio XII e Stalin.
Desiderava che i gruppi di centro-sinistra e di sinistra di tradizione democratica, “i passerotti della politica”, non finissero nelle grinfie delle “aquile totalitarie”, ma confluissero e si concentrassero in una “confederazione” polemica e battagliera, in cui ogni gruppo conservasse le proprie organizzazioni, i propri consigli direttivi, le proprie tradizioni, in linea con l’antipatia quasi viscerale emersa oramai da tempo verso la forma fissa e rigida del partito classico.

Il desiderio restò tuttavia inappagato; il progetto politico di Salvemini si rivelò, nelle condizioni di allora, null’altro che un sogno vano, che non spiccò mai il volo, tenuto a terra dal forte vento della “guerra fredda”, che spirava da Oriente e da Occidente, e stretto dai rapporti di forza interni al sistema politico italiano, dominato dai cattolici, forza tradizionale nel paese di casa del Papa, e dai comunisti, nuova forza uscita prepotentemente alla ribalta dalla vittoriosa guerra di liberazione antifascista e partigiana.
Nella pratica, messo davanti alle scelte concrete elettorali e di alleanza politiche, era favorevole – sebbene tutt’altro che entusiasta, di necessità faceva virtù – all’appoggio e alle alleanze dei gruppi e dei partiti di centro-sinistra e di sinistra alla DC, che rappresentava per lui il male minore.

Il suo attivo anticomunismo fu generato dal timore dello sbocco totalitario. Era sospettoso di Togliatti, troppo legato a Stalin e diffidente della svolta di Salerno, pensava che i comunisti covassero segreti piani rivoluzionari.
Tuttavia non c’era una chiusura “totale” verso il partito comunista, prevedendo in talune circostanze accordi transitori e convergenze temporanee su determinati problemi e su singole questioni e nutrendo riposte speranze verso una sua evoluzione socialdemocratica. I fatti, a lungo andare, gli hanno dato ampiamente ragione, ma a questo processo, già in atto, contribuì in misura decisiva il crollo del muro di Berlino e ciò che ne conseguì (il collasso dell’URSS e la fine della guerra fredda) e non solo i bisogni e le condizioni della lotta politica interna italiana: “I comunisti resisi conto che la dipendenza dal governo russo e il metodo totalitario non rispondono a nessun bisogno italiano, adotteranno quei metodi del socialismo gradualista che hanno fatto ottima prova in Inghilterra, e fuori dei quali, in società come quelle dell’Europa occidentale, non è possibile vedere nessuna sicurezza di elevamento materiale, intellettuale e morale per le classi lavoratrici”. [8]

La sua ostilità incondizionata, senza spiragli di cambiamento e senza possibilità di ravvedimento, andava alle destre fasciste, clerico-fasciste e monarchico-fasciste: i veri nemici acerrimi e irriducibili.
Perciò, nella prefazione al volume Italia scombinata, dichiarò di confidare sul ritorno dei comunisti sui loro passi totalitari, al contrario delle “incorreggibili destre”: “Chi non è né missino, né monarchico, né clericale, non deve considerare i comunisti ed i loro compagni di viaggio come nemici eterni, coi quali non sarà mai possibile un dialogo o una intesa; ma deve nello stesso tempo rifiutare qualunque cooperazione con loro, finché non abbiano sicuramente abbandonato ogni intenzione totalitaria”. [9]

In virtù del suo “concretismo”, teoricamente avverso ai pregiudizi ideologici, alle condanne per partito preso, apprezzò l’opera ed elogiò sinceramente l’azione svolta dal partito comunista, secondo lui l’unica forza realmente meridionalistica dell’arco costituzionale, nel Sud: “I comunisti, anche se sono guidati da una volontà totalitaria, compiono nell’Italia meridionale la funzione di rompere una situazione, che i partiti conservatori hanno interesse a perpetuare, e che la sinistra democratico-cristiana e i partiti minori si dimostrano inetti a spezzare. I comunisti fanno quel che noi socialisti vissuti nel primo ventennio di questo secolo non sapemmo fare”. [10]

In quest’ultima stagione politica, in fatto di questione meridionale, ritornò all’ecumenismo non di classe però, bensì geografico. Scoraggiato dalla gente del Sud, auspicava l’aiuto interessato del “popolo del Nord” (lo sviluppo del Mezzogiorno ritardatario avrebbe creato un mercato capace di assorbire le merci fabbricate nel Settentrione): “… via via che la mia fiducia nelle forze indigene del Mezzogiorno si è andata attenuando, ho dovuto convincermi che l’aiuto dei settentrionali è la sola via che si possa battere. E quando c’è una sola via quella è la migliore”. [11]
Auspicava, secondo l’insegnamento di G. Fortunato, dopo l’esperienza fallimentare delle miracolistiche leggi speciali, che avevano prodotto “cattedrali deserte”, abbandonate a se stesse e inutilizzate, di affidarsi a politiche di riforme generali e strutturali.

Il “terrore rosso” frenò Salvemini anche sulla vecchia e annosa questione intrapresa contro il prefetto, un fossile di era liberale, e il suo strapotere.
Il vecchio seguace di Cattaneo ammise che “molte esperienze mi hanno costretto a mettere una certa dose d’acqua nel mio vino federalista di mezzo secolo fa”.
Il prefetto costituiva una vera emergenza democratica. Era l’agente sul territorio del governo centrale che, ingombrante com’era, soffocava l’autonomia degli Enti locali.
Rappresentante diretto del dispotismo statale, sorta di moderno governatore di provincia romano, tirannello onnipotente, disponeva a suo piacimento dell’approvazione delle delibere dei consigli comunali e provinciali e dei loro bilanci, aveva facoltà di sospensione dalle funzioni o di scioglimento dei consigli, commissariandoli.
Il timore che i comunisti potessero avvantaggiarsi dall’abolizione del prefetto, nei loro segreti piani sovversivi, lo consigliò di attenuare i toni e sfumare le richieste rivolte non più alla sua soppressione, ma al contenimento dei suoi poteri.

Il suo antitotalitarismo fu alla base del suo anticomunismo in politica interna così come in politica estera.
Accolse con favore l’ingresso nel Patto Atlantico, in quanto non c’era di meglio, ma non fu mai un fan sfegatato degli americani, e incoraggiò, nel frattempo, e sostenne i progetti di costruzione di una casa comune europea, gli Stati Uniti d’Europa, la via di scampo per non essere stritolati in mezzo ai giganti dell’USA e dell’URSS, come si vagheggiava all’epoca e la cui prima pietra fu messa con il “trattato di Roma” nell’anno della sua morte.
Il suo ideale era una Federazione europea sciolta da guinzagli e da cieca e incondizionata fedeltà all’America, capace di perseguire un’autonoma politica secondo i propri interessi, alleata degli USA, ma non sua cadetta o vassalla.
In sostanza, era il progetto della terza forza trasferito su scala internazionale e, come in politica interna questa forza doveva essere pronta a schierarsi con la DC, così in quella estera l’alleanza doveva essere mantenuta con il campo americano.

Nel tempo comunque, i capisaldi ideali del suo pensiero e della sua azione politica rimasero costanti e irremovibili, non subendo alcuna significativa alterazione, se non marginale, nelle varie fasi del suo impegno politico e delle sue adesioni a partiti e movimenti, che risultano in conclusione non ideologiche, ma pragmatiche, in definitiva funzionali e strumentali al miglior conseguimento dei suoi più profondi convincimenti. Questi sono il principio liberale, chiave di volta di tutto il sistema, per cui alla rivendicazione della mia libertà deve corrispondere il rispetto della libertà altrui e che è alla base dei “sacri” e intangibili diritti civili e politici degli individui in quanto persone e cittadini; una delle colonne del sistema è il principio democratico per cui la libertà non va intesa in senso “signorile” ed elitario, non è riservata alle sole classi possidenti, danarose e colte (e incolte purché benestanti e facoltose), bensì estesa a tutti gli uomini e alle donne di ogni ceto e ordine sociale: la libertà o è per tutti, altrimenti è privilegio, così come la legge è uguale per tutti (da ciò nasce il binomio “Giustizia e Libertà”, l’una è condizione dell’altra e viceversa: dove è assente la giustizia per tutti c’è l’arbitrio e la libertà del più forte, dove manca la libertà per tutti c’è sudditanza e oppressione).

L’altra colonna è rappresentata dal principio socialista o socialdemocratico, che implica una maggiore giustizia sociale (aiuto e solidarietà verso i poveri, gli sfortunati, gli indigenti, gli indifesi) attraverso la costruzione di una società più equa, nella quale i diritti di libertà siano integrati da un minimo di benessere e sicurezza per tutti. Senza questo minimo benessere non può sorgere il desiderio della libertà, né i diritti di libertà possono essere di regola praticati: lo stato di bisogno rende schiavi. Si tratta dei presupposti dei diritti sociali e della rete di protezione denominata welfare state o stato sociale, che si fa carico, o almeno dovrebbe, del problema in maniera più sistematica, strutturale e omogenea rispetto alla tradizionale, sporadica e discontinua carità privata, che resta pratica meritoria e insostituibile degli uomini di buona volontà sia che la facciano con l’intento di guadagnarsi un posto migliore nell’aldilà, sia per sentirsi meglio su questa terra.

All’architettura così composta si aggiunse un terzo tardivo pilastro, il principio repubblicano: “Vittorio Emanuele III, in venti anni di complicità con Mussolini ci rese repubblicani militanti (le repubbliche non nacquero mai dalle virtù o dalla sapienza dei repubblicani, ma dai delitti e dalle scempiaggini dei re)”. [12]
Lo “scienziato politico” Salvemini radunò e versò questi principi essenziali nella formula – sintetica e chiara, come di suo costume – di democrazia, ricavandone che “un regime politico può essere detto democratico solamente se riconosce tutti i diritti personali, tutti i diritti politici, e tutti i diritti sociali, a tutti i cittadini, senza distinzione di classe sociale, di razza e di religione o di opinione politica”. [13]

Non a torto Massimo L. Salvadori può dire: “Salvemini rappresentava, insieme con Croce, l’erede più legittimo del liberalismo italiano. Mentre Croce era il conservatore di tradizione cavouriana-giolittiana, Salvemini si poneva erede della tradizione democratica”. [14]
Tuttavia questa definizione liberal-democratica va completata, perché mancante di un motivo ispiratore del suo pensiero, di una radice della sua azione: la costellazione composta è priva della terza stella, quella socialista, per cui non è abbastanza luminosa e brillante come dovrebbe.
Egli, alla fin fine, più poeticamente – ed è una rarità per “uomo prosaico”, in tutti i sensi, che preferiva la sciabola al fioretto – si definiva un “pazzo malinconico” di epoca glaciale in via d’estinzione: “Noi siamo una mezza dozzina di pazzi malinconici (o innocenti) ultimi eredi di una stirpe illustre, che si va rapidamente estinguendo; massi erratici, abbandonati nella pianura da un ghiacciaio che si è ritirato sulle alte montagne. È il ghiacciaio che si chiamò “liberalismo”, “democrazia”, “socialismo” […]. In sintesi ci denomineremo “liberali-democratici-socialisti-repubblicani”. [15]

Il paesaggio politico dipinto da Salvemini era cosparso e popolato da strane figure, “utili idioti”, “compagni di viaggio” e “pazzi malinconici”, tutti coloriti termini che entrarono nel lessico e arricchirono il vocabolario politico italiano. A lui si deve anche il merito di aver coniato la figurativa espressione “stringiti fortemente il naso”. Qui c’è l’invito comunque a partecipare alla consultazione elettorale, a non astenersi, adempiendo anche malvolentieri ai propri doveri di cittadino. Essa fu – erroneamente – attribuita da tanti a Indro Montanelli.

Alla scomparsa del maestro dell’“altra Italia”, civile, onesta, laica e liberale, fustigatore inflessibile dell’“Italia peggiore” viziosa e conformista, malandrina, furbetta ed opportunista “Il Mondo” gli tributa un solenne e grandioso elogio: “Il segreto della sua personalità, il centro motore di tutta una vita è proprio qui: una lezione di intransigenza, di rigore morale, di “impoliticità”, di tutte quelle virtù che troppo spesso difettano nei “saggi” italiani che dopo i primi slanci di generosità giovanile si affrettano a diventar maturi ed a imboccare le vie del compromesso”. [16]

NOTE

[1] G. Salvemini, Il programma scolastico dei clericali, La Nuova Italia, Firenze, 1951.
[2] F. Ruffini, La libertà religiosa come diritto pubblico subbietivo, Il Mulino, Bologna, 1992, pp. 74-75.
[3] G. Salvemini, Una guerra di preposizioni, in “Il Mondo”, 22 marzo 1953, ora in Stato e chiesa in Italia, cit., p. 442.
[4] Citato in S. Bucchi, Laicità e democrazia in “Laicità”, n. 4, dicembre, 2007, p. 7.
[5] G. Salvemini, Scritti vari, cit., p. 670.
[6] G. Salvemini, Scritti vari, cit., pp. 668-669.
[7[ G. Salvemini, Scritti vari, cit., p. 670.
[8] G. Salvemini, Scritti sulla questione meridionale, cit., p. 659.
[9] G. Salvemini, Scritti vari, cit., p. 854.
[10] G. Salvemini, Italia scombinata, Einaudi, Torino, 1959, p. 227.
[11] G. Salvemini, Scritti sulla questione meridionale, cit., 614.
[12] G. Salvemini, Scritti vari, cit., pp. 811-812.
[13] G. Salvemini, Scritti sul Risorgimento, cit., pp. 460-462.
[14] M. L. Salvadori, Gaetano Salvemini, cit., pp. 26-27.
[15] G. Salvemini, Scritti vari, cit., pp. 810 e 812.
[16] Taccuino, La morte di un laico, in “Il Mondo”, 17 settembre1957. Più di recente, a conferma della grande reputazione e stima di cui gode Salvemini all'estero e dell'impopolarità e delle amnesie che ne perseguita, al contrario, la memoria in Italia, racconta un giovane scrittore, R. Saviano (un uomo del Sud che non piega la testa e resiste “a chiare lettere” a poteri occulti, che “hanno bisogno di silenzio e ombra” e nessuno perciò nomina), durante un suo viaggio a Stoccolma, invitato dall'Accademia che assegna i Nobel da più di un secolo, che molti in quel tempio della cultura gli chiesero “come sono considerati da noi Giorgio La Pira, il mitico sindaco di Firenze degli anni '50, e anche Danilo Dolci, Lelio Basso, Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi. Un'Italia dimenticata dagli italiani, che lì non solo ricordano ma considerano l'unica degna di memoria”. R. Saviano, La bellezza e l'inferno, Mondadori, Milano, 2009, p. 188.

Fonte: MicroMega

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Giustizia, libertà e democrazia sono le tre stelle polari del pensiero di Gaetano Salvemini. Uno "scienziato politico" che non rinunciò ad andare, fino alla fine, controcorrente. Anche a costo di scontrarsi contro i grandi "ismi" che aggregavano la quasi totalità delle forze della neonata Repubblica: il clericalismo da un parte e il comunismo dall'altra.

di Pierpaolo Lauria
Fonte: MicroMega

Non appena Salvemini rimise piede nell’Italia finalmente liberata, nel 1947, non si perse in inutili chiacchiere festose e in trionfalismo retorico, sedendosi comodo sugli allori.
Sapeva bene che il cammino della democrazia appena imboccato, dopo i lunghi anni oscuri vissuti nel vicolo cieco della dittatura, sarebbe stato difficile e pieno d’insidie, tormentato da ombre minacciose e molto tortuoso.
Non disperse quindi una goccia d’entusiasmo che si sprigionava in lui da ogni poro, ma le convogliò in forza motrice ed energia che lo spinse a impegnarsi come un tarantolato per tentare di costruire un paese più libero, più democratico e più giusto.

Giustizia, libertà e democrazia sono le tre stelle polari del suo pensiero politico fin dalle origini: non è un caso che scegliesse “Tre Stelle” come uno dei suoi pseudonimi giornalistici.
Per il vecchio guerriero, che non sentiva gli acciacchi e il peso degli anni, non era ancora giunta l’età della pensione; lontani erano i cipressi, i castagni e le querce, sotto cui gustare l’ombra amica della meditazione spensierata; così come il torpore avvolgente del focolare, conciliatore degli studi invernali; era tornato così come se n’era andato: non per cantare Giovinezza giovinezza.

Riprese a insegnare, con la gioia di un maestro alle prime armi, all’ateneo fiorentino, la sua Università. Cominciò a scrivere con penna di infuocata, affilata e pungente, su alcune testate giornalistiche per scuotere gli animi più pigri e quelli più imbelli a contribuire alla costruzione della neonata e giovane Italia repubblicana e democratica, e per sferzare energicamente i vili e i mascalzoni, che costruivano invece facciate nuove, dietro cui nascondere travi e impalcature vecchie.
La collaborazione più importante di questa nuova e prolifica stagione giornalistica è con “Il Mondo” di M. Pannunzio, e poi interventi a sua prestigiosa firma si susseguirono su “Controcorrente”, sul “Ponte” diretto da P. Calamandrei (padre costituente e amico di vecchia data), sul “Mulino” e su “Critica sociale”.

Tra i diversi argomenti, trattati su queste testate, la sua attenzione si appuntò particolarmente sulla difesa di A. Tasca (uno sventurato, vittima di due totalitarismi, che per fuggire al fascismo si era rifugiato nella parrocchia comunista: dalla padella alla brace, direbbe Salvemini) dall’infamante accusa dei “parrocchiani comunisti” di collaborazionismo con il regime di Vichy; sulla dura polemica contro i rigurgiti neofascisti e le nostalgie monarchiche, protese a riabilitare spudoratamente la memoria del duce infallibile (il revisionismo del fascismo, a tutt’oggi di preoccupante attualità, ha radici lunghe), “ostetrico eccezionale costretto ad operare con ferri di fortuna”, mentre in pari tempo si colpiva l’antifascismo accusandolo di antinazionalismo (anche il tema della “morte della patria” non è nuovo). Di contro si assolveva la monarchia impotente rispetto a un popolo che era quel che era, carogna e buono a nulla: “Gli italiani sono fatti così”, ricurvi e gobbi; sulla difesa della laicità contro la ripresa dell’offensiva “clerocratica” e, in misura minore, contro quella comunista.

Nel dopoguerra si ritrovò di nuovo a misurarsi faccia a faccia con la strisciante e subdola minaccia clericale: il nemico da combattere era antico e ritornava baldanzoso sugli scudi.
Già in principio di secolo se l’era vista brutta con questo pericoloso mostro, che ora era risorto più forte di prima sulle ceneri del fascismo, che fu il secondo temibile avversario affrontato ed era ora in ritirata, mentre avanzava un insidioso e nuovo nemico, a trombe levate e a spron battuto, il comunismo internazionale, tutto impettito di medaglie sulla scia del prestigio conseguito in battaglia.
Sono le “tre bestie totalitarie” in ordine di comparsa nell’esistenza di Salvemini, da lui gagliardamente e tenacemente combattute.

La difesa della tradizione laica è uno dei toni costanti del suo impegno civile.
La sua preoccupazione maggiore per la laicità dello Stato, nell’Italia una volta fascista e ora democrista, era rivolta all’Annibale clericale che, a differenza di quello comunista, che non aveva ancora varcato le Alpi, era già nella fortezza.
In questo senso va letta come un dotarsi di un’arma di difesa per contrastare l’assalto clericale, un antidoto al veleno, la pubblicazione nel 1951 del volume Il programma scolastico dei clericali, che raccoglie e ripropone una serie di scritti risalenti al periodo liberale [1].
Tanto grande era stata la sua stima per Sturzo, un vero democratico cristiano, quanto la sua avversione e il fastidio provato per i cristiani democratici, servi del Vaticano.
Era allergico agli “ismi” di tutti i tipi per la sua ben nota propensione al concreto, per cui acconsentiva che si parlasse di “politica cattolica” e bandiva nel contempo l’astrazione “cattolicesimo”.

All’interno di questa politica distingueva tra l’alto clero fedele alla politica cattolica e obbediente come gli scolaretti al Papa (le spinte conciliaristiche si erano spente da almeno cinque secoli) e il basso clero, che “lavorò sul campo” tra i fedeli, tra cure d’anime e gli altri loro quotidiani problemi, spesso dissidente rispetto alla politica ufficiale delle alte sfere e del sommo pontefice.
Negli anni del centrismo, temeva che i cattolici trasformassero la democrazia in clericocrazia, che lo Stato diventasse clericale. Sospettava che A. De Gasperi, che proclamava “democrazia, democrazia, democrazia”, fosse solo il capitano del vapore mentre il padrone fosse il Papa.
Profuse quindi il massimo dell’impegno nell’evitare l’ingerenza della Chiesa nello Stato, denunciandola ai sette venti ogni volta che ne fiutava i loschi tentavi; d’altro canto lo Stato doveva restare nel proprio orto, senza prevaricare in quelli altrui, ficcando il naso e intromettendosi nelle questioni della Chiesa: “Libera chiesa in libero stato”, dunque.
La laicità è infatti “una dottrina politica” che afferma l’incompetenza delle autorità secolari a decidere di questioni religiose.
Cesare e Cristo potevano essere buoni amici, come lui e Sturzo, ma non andavano confusi, dovevano essere distinti e separati sulle competenze, perché sono diverse.

All’autorità religiosa non va impedito di svolgere il proprio ufficio, l’insegnamento e la dottrina; né va intralciata nella propaganda delle proprie idee, nella libertà di espressione e di opinione; né gli va negato il diritto di consigliare e dare indicazioni ai fedeli.
Lo Stato doveva restare aconfessionale in materia di fede, garantendo la tolleranza delle diverse religioni; ed essere laico garantendo il godimento e l’esercizio delle libertà personali e politiche, tutelando così i diritti inviolabili e intangibili degli individui fuori portata e della disponibilità di qualunque autorità, compresa quello dello Stato.
Lo stato laico è in sostanza uno Stato libero, che dà diritto di scelta e rispetta la sacralità degli individui e la loro discrezionalità di decisione, perché è neutrale (neuter significa propriamente “né l’uno né l’altro”), non s’impone con la forza sulle loro prerogative personali.

Su questo punto, nella prima metà del secolo scorso, Francesco Ruffini scriveva parole, seppur ostiche nella forma, inequivocabili nel significato: “Termine fondamentale del problema è l’uomo e l’assoluto rispetto della sua individualità, egli ha diritto poziore e superiore da far valere nel litigio sopra tutte le pretese di supremazia di questo o di quell’ente, il diritto alla propria piena libertà […] Con che non si vuol punto dire che la Chiesa non possa in tutta libertà continuare a sancire per mezzo delle sue autorità e a professar per bocca dei suoi dottori gli antichi sistemi e le antiche teoriche, che noi, dal canto nostro, stimiamo sorpassati. Questa sua facoltà fa parte anzi di quel regime, che noi propugniamo; il quale deve garantire piena libertà religiosa in tutte quante le sue manifestazioni, siano esse individuali, siano esse collettive […] Si vuol dire solamente, che lo stato più non potrebbe considerare la protezione e il favore di codeste particolari manifestazioni come suo obbligo precipuo e specifico; e tanto meno spingere il suo favore fino a consentire che l’esercizio della libertà religiosa delle collettività o delle Chiese ridondasse a diniego e menomazione dell’eguale libertà di altre collettività o Chiese, e soprattutto a coartazione della piena libertà religiosa degli individui”. [2]

Allorché lo Stato dà la possibilità di scegliere a tutti e tanto meno la nega al cattolico, non si capisce come mai costui si lamenti e insorga indignato. Cosa l’offende? cosa l’urta? Perché mai è così suscettibile? Forse gli si tocca un nervo scoperto: la tentazione egemonica e totalitaria della Chiesa sull’intera società, che si vorrebbe, anziché civile e plurale, solo e unicamente cristiana, in cui il suo verbo è comandamento per tutti.

Furono molte le battaglie che impegnarono Salvemini. Fra le tante sostenne perfino una singolare “guerra di preposizioni”: “Si legge sull’“Osservatore romano” un articolo intitolato “Per la libertà dall’errore”. La libertà dell’errore, per chi non è totalitario, è un diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino. Libertà, badiamo bene, giuridica, non libertà intellettuale. Intellettualmente nessuno ha il diritto di proclamare la libertà dell’errore: sarebbe come se dicesse che intende liberarsi dalla ragione, che non gli importa quel che è e quel che non è verità; che si sente libero di cambiare opinione ogni volta vi trovi un profitto, distinguendo non fra verità ed errore, ma fra proprio utile e proprio danno. Ma chi si riconosce intellettualmente a rifiutare la libertà dell’errore, non passa con questo ad affermare il proprio diritto giuridico a violare negli altri la libertà dell’errore”. [3]

Siccome la Chiesa ritiene di avere la “verità in tasca”, di detenerne il monopolio legittimo, ed è anche convinta della sua infallibilità, almeno da Gregorio VII in avanti, dichiara l’errore, vale a dire tutte le opinioni che contrastano con la sua verità assoluta, “innominabile”, un abominio da scacciare, schiacciare e perseguitare a ogni costo (alla verità non piace la concorrenza).
Da qui il giornale della “Santa sede” parte per l’ennesima crociata contro la serpe, di mille e mille anni, da calpestare, per liberare il mondo da questo cancro infestante.
Il clericale non tollera la libertà individuale di coscienza. Ciò che si discosta dalla verità va proibito e annientato con tutti i mezzi, comprese le armi e le leggi. Non si contenta che l’errore sia punito nell’aldilà e bruci tra le fiamme dell’inferno.

I presunti possessori della verità, sicuri della loro salvezza, hanno premura di salvare anche le anime degli altri, pure a forza e contro il loro volere (l’universalismo del messaggio che, da semplice proposta, diventa un atto di forza, un obbligo), dalla perdizione (chi non è religioso è bollato di immoralità, è un essere maligno e pericoloso per la società tout court, in realtà per quella cristiana); si preoccupano, con fervente spirito missionario, del “gregge” da preservare dall’“errare” e dallo smarrimento.
L’errore non è ammesso, non ha cittadinanza, è eretico, fuori della comunità dei fedeli, della chiesa e non ha diritto di circolazione.
Il clericale ne chiede la soppressione in tutti gli ordini e gradi, quindi anche sul piano giuridico e rivendica perentoriamente la libertà della sola verità e la libertà della Chiesa, che altro non è se non la sua solita pretesa di supremazia ed egemonia.
Chi proclama la “libertà dell’errore” nega di fatto la “libertà dell’errore”.

Al contrario il liberale pensa che nessuno possa impedire giuridicamente agli altri di poter sbagliare, “è un diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino”, la libertà dell’errore è la tutela giuridica del dissenso, cioè dell’opinione che giudichiamo sbagliata ma che non soffochiamo perciò nel sangue.
La dottrina liberale sostiene che nessuna autorità può imporre le proprie verità con le galere, i manicomi e le ghigliottine.
Il liberale è convinto delle sue opinioni e ritiene che quelle opposte alle sue siano false e moralmente e intellettualmente vi si oppone e contrasta ciò che reputa sbagliato, almeno finché non si convince liberamente di essere in torto, ma non si sente autorizzato a obbligare gli altri ad accettare le sue verità.

Egli difende la tolleranza giuridica non quella intellettuale, mentre la Chiesa non consente né l’una né l’altra.
Salvemini, oltre alla distinzione capitale tra libertà dall’errore e libertà dell’errore, riguardo a quest’ultima ci tiene a non far confusione tra il piano giuridico che l’ammette e il piano intellettuale che non la consente, altrimenti non ci si curerebbe più della differenza tra verità ed errore e si scivolerebbe in una parificazione e uguaglianza scettico-relativistica, in cui verità ed errore si scambiano indifferentemente di ruolo nel gioco utilitaristico delle parti e per il puro profitto.
L’anticlericalismo di Salvemini è “reazionario”, difensivo, non di “principio”, come per Mussolini per esempio, bensì di seconda mano, non un valore in sé, perché il valore è la laicità, negata dal clericalismo, come nel suo antifascismo il valore era la democrazia negata dal fascismo.
La sua pungente critica affonda nella piaga di un modo di pensare dogmatico, in un comportamento fanatico piuttosto che in una categoria definita di persone e sa che il farmaco che inietta per curare la malattia è veleno pericoloso e letale, se assunto senza ragione e precauzione: “Questo nostro anticlericalismo non è salute: è una malattia fastidiosa, che ci è indispensabile per guarire da una malattia peggiore: il clericalismo; l’anticlericalismo segue come l’ombra il corpo: scomparso o attenuato l’uno scomparirebbe o si attuenerebbe l’altro”. [4]

Manifesto di tutte queste sue battaglie laiche e del suo antitotalitarismo può essere considerato il discorso La difesa della cultura (pronunciato al Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura, tenuto a Parigi, nel 1935). Qui egli accomuna fascismo e comunismo come regimi negatori del pluralismo, tirannici e liberticidi, di contro alla glorificazione di taluni che ne cantano le meraviglie e ne tessono le lodi sperticate come l’ideale dell’umanità: “Non mi sentirei il diritto di protestare contro la Gestapo e l’Ovra fascista se mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica. In Germania ci sono i campi di concentramento, in Italia ci sono isole-penitenziario e nella Russia sovietica c’è la Siberia. Ci sono proscritti, tedeschi ed italiani e ci sono proscritti russi. Siamo tutti d’accordo che la libertà significa il diritto di essere eretici, non conformisti di fronte alla cultura ufficiale e che la cultura, in quanto creatività, sconvolge la tradizione ufficiale. Il marxismo che, nelle società borghesi, è creatività anti-ufficiale, è divenuto tradizione ufficiale nella società sovietica. La libertà di creazione nelle società borghesi di tipo non fascista è compressa. Nella società borghese di tipo fascista è totalmente repressa. Altrettanto repressa è nella Russia sovietica”. [5]

Senza difendere a oltranza, oltre il lecito e il consentito, le società borghesi non fasciste per quello che sono (significativamente le connota in negativo, senza l’attribuzione di “libere”), lungi dall’essere il paradiso in terra, perfette e inattaccabili, ammonisce aspramente i suoi critici più radicali di non disprezzarle più del dovuto, perché in esse spiragli di libertà e spazi di manovra per cambiarle, si spera in meglio, se ne intravedono, al contrario delle altre, quelle fasciste e comuniste, che sono praticamente immutabili perché perfette e infallibili, addirittura meglio del migliore dei mondi possibili: “Non si apprezzano l’aria e la luce finché le si hanno: per comprenderne il valore bisogna averle perdute. Ma il giorno in cui le libertà sono perdute, riconquistarle non è facile [...] Insomma ci sono delle società borghesi che presentano dei buchi attraverso i quali può spirare un soffio di libertà, dov’è possibile per esempio tenere questo congresso, e ci sono società borghesi in cui ogni buco è ostruito e una sola cultura può svilupparsi, la cultura della menzogna ufficiale […] Non disprezzate le vostre libertà, difendetele ostinatamente pur continuando a dichiararle insufficienti, a lottare per svilupparle”. [6]

Siccome la libertà è il diritto di pensarla diversamente, di essere eretici per l’appunto, l’intellettuale non deve riconoscere a nessuna dottrina il monopolio legale della verità, e invitava a fare delle parole di Voltaire, il motto proprio di chiunque voglia dirsi liberale: “Signor abate, sono convinto che il suo libro è pieno di corbellerie, ma sarei pronto a donare fino all’ultima goccia del mio sangue per assicurarle il diritto di pubblicare le sue corbellerie”.

In coda all’intervento nomina la categoria che raccoglie i tratti comuni di fascismo e comunismo. I due fenomeni presentono altresì differenze significative, e si augura che ciò che malauguratamente è toccato a vivere a lui non sfiori neppure per malasorte gli altri: “Forse occorre aver vissuto l’esperienza di uno Stato totalitario, non fra i dominatori, ma fra coloro che sono stati schiacciati, bisogna conoscere la degradazione morale a cui lo Stato totalitario riduce non soltanto le classi intellettuali, ma anche le classi operaie, per rendersi conto dell’odio e del disprezzo che qualsiasi Stato totalitario, qualsiasi dittatura suscita nel mio animo. Vi auguro, amici di Paesi ancora relativamente liberi, di non dover mai vivere questa esperienza”. [7]
Sulla scia di quest’augurio ricominciò il conflitto con la Chiesa quando le corbellerie degli abati ritornarono a pretendere di diventare legge, i peccati reati, la fede diritto.

Nel dopoguerra la sua proposta politica mirava alla costruzione di una “terza forza”, portava avanti i propositi di GL, per aprire una terza via democratico-liberale e sfuggire all’asfissiante morsa totalitaria di sinistra e di destra: una proposta radicalmente alternativa rispetto alle opzioni Pio XII e Stalin.
Desiderava che i gruppi di centro-sinistra e di sinistra di tradizione democratica, “i passerotti della politica”, non finissero nelle grinfie delle “aquile totalitarie”, ma confluissero e si concentrassero in una “confederazione” polemica e battagliera, in cui ogni gruppo conservasse le proprie organizzazioni, i propri consigli direttivi, le proprie tradizioni, in linea con l’antipatia quasi viscerale emersa oramai da tempo verso la forma fissa e rigida del partito classico.

Il desiderio restò tuttavia inappagato; il progetto politico di Salvemini si rivelò, nelle condizioni di allora, null’altro che un sogno vano, che non spiccò mai il volo, tenuto a terra dal forte vento della “guerra fredda”, che spirava da Oriente e da Occidente, e stretto dai rapporti di forza interni al sistema politico italiano, dominato dai cattolici, forza tradizionale nel paese di casa del Papa, e dai comunisti, nuova forza uscita prepotentemente alla ribalta dalla vittoriosa guerra di liberazione antifascista e partigiana.
Nella pratica, messo davanti alle scelte concrete elettorali e di alleanza politiche, era favorevole – sebbene tutt’altro che entusiasta, di necessità faceva virtù – all’appoggio e alle alleanze dei gruppi e dei partiti di centro-sinistra e di sinistra alla DC, che rappresentava per lui il male minore.

Il suo attivo anticomunismo fu generato dal timore dello sbocco totalitario. Era sospettoso di Togliatti, troppo legato a Stalin e diffidente della svolta di Salerno, pensava che i comunisti covassero segreti piani rivoluzionari.
Tuttavia non c’era una chiusura “totale” verso il partito comunista, prevedendo in talune circostanze accordi transitori e convergenze temporanee su determinati problemi e su singole questioni e nutrendo riposte speranze verso una sua evoluzione socialdemocratica. I fatti, a lungo andare, gli hanno dato ampiamente ragione, ma a questo processo, già in atto, contribuì in misura decisiva il crollo del muro di Berlino e ciò che ne conseguì (il collasso dell’URSS e la fine della guerra fredda) e non solo i bisogni e le condizioni della lotta politica interna italiana: “I comunisti resisi conto che la dipendenza dal governo russo e il metodo totalitario non rispondono a nessun bisogno italiano, adotteranno quei metodi del socialismo gradualista che hanno fatto ottima prova in Inghilterra, e fuori dei quali, in società come quelle dell’Europa occidentale, non è possibile vedere nessuna sicurezza di elevamento materiale, intellettuale e morale per le classi lavoratrici”. [8]

La sua ostilità incondizionata, senza spiragli di cambiamento e senza possibilità di ravvedimento, andava alle destre fasciste, clerico-fasciste e monarchico-fasciste: i veri nemici acerrimi e irriducibili.
Perciò, nella prefazione al volume Italia scombinata, dichiarò di confidare sul ritorno dei comunisti sui loro passi totalitari, al contrario delle “incorreggibili destre”: “Chi non è né missino, né monarchico, né clericale, non deve considerare i comunisti ed i loro compagni di viaggio come nemici eterni, coi quali non sarà mai possibile un dialogo o una intesa; ma deve nello stesso tempo rifiutare qualunque cooperazione con loro, finché non abbiano sicuramente abbandonato ogni intenzione totalitaria”. [9]

In virtù del suo “concretismo”, teoricamente avverso ai pregiudizi ideologici, alle condanne per partito preso, apprezzò l’opera ed elogiò sinceramente l’azione svolta dal partito comunista, secondo lui l’unica forza realmente meridionalistica dell’arco costituzionale, nel Sud: “I comunisti, anche se sono guidati da una volontà totalitaria, compiono nell’Italia meridionale la funzione di rompere una situazione, che i partiti conservatori hanno interesse a perpetuare, e che la sinistra democratico-cristiana e i partiti minori si dimostrano inetti a spezzare. I comunisti fanno quel che noi socialisti vissuti nel primo ventennio di questo secolo non sapemmo fare”. [10]

In quest’ultima stagione politica, in fatto di questione meridionale, ritornò all’ecumenismo non di classe però, bensì geografico. Scoraggiato dalla gente del Sud, auspicava l’aiuto interessato del “popolo del Nord” (lo sviluppo del Mezzogiorno ritardatario avrebbe creato un mercato capace di assorbire le merci fabbricate nel Settentrione): “… via via che la mia fiducia nelle forze indigene del Mezzogiorno si è andata attenuando, ho dovuto convincermi che l’aiuto dei settentrionali è la sola via che si possa battere. E quando c’è una sola via quella è la migliore”. [11]
Auspicava, secondo l’insegnamento di G. Fortunato, dopo l’esperienza fallimentare delle miracolistiche leggi speciali, che avevano prodotto “cattedrali deserte”, abbandonate a se stesse e inutilizzate, di affidarsi a politiche di riforme generali e strutturali.

Il “terrore rosso” frenò Salvemini anche sulla vecchia e annosa questione intrapresa contro il prefetto, un fossile di era liberale, e il suo strapotere.
Il vecchio seguace di Cattaneo ammise che “molte esperienze mi hanno costretto a mettere una certa dose d’acqua nel mio vino federalista di mezzo secolo fa”.
Il prefetto costituiva una vera emergenza democratica. Era l’agente sul territorio del governo centrale che, ingombrante com’era, soffocava l’autonomia degli Enti locali.
Rappresentante diretto del dispotismo statale, sorta di moderno governatore di provincia romano, tirannello onnipotente, disponeva a suo piacimento dell’approvazione delle delibere dei consigli comunali e provinciali e dei loro bilanci, aveva facoltà di sospensione dalle funzioni o di scioglimento dei consigli, commissariandoli.
Il timore che i comunisti potessero avvantaggiarsi dall’abolizione del prefetto, nei loro segreti piani sovversivi, lo consigliò di attenuare i toni e sfumare le richieste rivolte non più alla sua soppressione, ma al contenimento dei suoi poteri.

Il suo antitotalitarismo fu alla base del suo anticomunismo in politica interna così come in politica estera.
Accolse con favore l’ingresso nel Patto Atlantico, in quanto non c’era di meglio, ma non fu mai un fan sfegatato degli americani, e incoraggiò, nel frattempo, e sostenne i progetti di costruzione di una casa comune europea, gli Stati Uniti d’Europa, la via di scampo per non essere stritolati in mezzo ai giganti dell’USA e dell’URSS, come si vagheggiava all’epoca e la cui prima pietra fu messa con il “trattato di Roma” nell’anno della sua morte.
Il suo ideale era una Federazione europea sciolta da guinzagli e da cieca e incondizionata fedeltà all’America, capace di perseguire un’autonoma politica secondo i propri interessi, alleata degli USA, ma non sua cadetta o vassalla.
In sostanza, era il progetto della terza forza trasferito su scala internazionale e, come in politica interna questa forza doveva essere pronta a schierarsi con la DC, così in quella estera l’alleanza doveva essere mantenuta con il campo americano.

Nel tempo comunque, i capisaldi ideali del suo pensiero e della sua azione politica rimasero costanti e irremovibili, non subendo alcuna significativa alterazione, se non marginale, nelle varie fasi del suo impegno politico e delle sue adesioni a partiti e movimenti, che risultano in conclusione non ideologiche, ma pragmatiche, in definitiva funzionali e strumentali al miglior conseguimento dei suoi più profondi convincimenti. Questi sono il principio liberale, chiave di volta di tutto il sistema, per cui alla rivendicazione della mia libertà deve corrispondere il rispetto della libertà altrui e che è alla base dei “sacri” e intangibili diritti civili e politici degli individui in quanto persone e cittadini; una delle colonne del sistema è il principio democratico per cui la libertà non va intesa in senso “signorile” ed elitario, non è riservata alle sole classi possidenti, danarose e colte (e incolte purché benestanti e facoltose), bensì estesa a tutti gli uomini e alle donne di ogni ceto e ordine sociale: la libertà o è per tutti, altrimenti è privilegio, così come la legge è uguale per tutti (da ciò nasce il binomio “Giustizia e Libertà”, l’una è condizione dell’altra e viceversa: dove è assente la giustizia per tutti c’è l’arbitrio e la libertà del più forte, dove manca la libertà per tutti c’è sudditanza e oppressione).

L’altra colonna è rappresentata dal principio socialista o socialdemocratico, che implica una maggiore giustizia sociale (aiuto e solidarietà verso i poveri, gli sfortunati, gli indigenti, gli indifesi) attraverso la costruzione di una società più equa, nella quale i diritti di libertà siano integrati da un minimo di benessere e sicurezza per tutti. Senza questo minimo benessere non può sorgere il desiderio della libertà, né i diritti di libertà possono essere di regola praticati: lo stato di bisogno rende schiavi. Si tratta dei presupposti dei diritti sociali e della rete di protezione denominata welfare state o stato sociale, che si fa carico, o almeno dovrebbe, del problema in maniera più sistematica, strutturale e omogenea rispetto alla tradizionale, sporadica e discontinua carità privata, che resta pratica meritoria e insostituibile degli uomini di buona volontà sia che la facciano con l’intento di guadagnarsi un posto migliore nell’aldilà, sia per sentirsi meglio su questa terra.

All’architettura così composta si aggiunse un terzo tardivo pilastro, il principio repubblicano: “Vittorio Emanuele III, in venti anni di complicità con Mussolini ci rese repubblicani militanti (le repubbliche non nacquero mai dalle virtù o dalla sapienza dei repubblicani, ma dai delitti e dalle scempiaggini dei re)”. [12]
Lo “scienziato politico” Salvemini radunò e versò questi principi essenziali nella formula – sintetica e chiara, come di suo costume – di democrazia, ricavandone che “un regime politico può essere detto democratico solamente se riconosce tutti i diritti personali, tutti i diritti politici, e tutti i diritti sociali, a tutti i cittadini, senza distinzione di classe sociale, di razza e di religione o di opinione politica”. [13]

Non a torto Massimo L. Salvadori può dire: “Salvemini rappresentava, insieme con Croce, l’erede più legittimo del liberalismo italiano. Mentre Croce era il conservatore di tradizione cavouriana-giolittiana, Salvemini si poneva erede della tradizione democratica”. [14]
Tuttavia questa definizione liberal-democratica va completata, perché mancante di un motivo ispiratore del suo pensiero, di una radice della sua azione: la costellazione composta è priva della terza stella, quella socialista, per cui non è abbastanza luminosa e brillante come dovrebbe.
Egli, alla fin fine, più poeticamente – ed è una rarità per “uomo prosaico”, in tutti i sensi, che preferiva la sciabola al fioretto – si definiva un “pazzo malinconico” di epoca glaciale in via d’estinzione: “Noi siamo una mezza dozzina di pazzi malinconici (o innocenti) ultimi eredi di una stirpe illustre, che si va rapidamente estinguendo; massi erratici, abbandonati nella pianura da un ghiacciaio che si è ritirato sulle alte montagne. È il ghiacciaio che si chiamò “liberalismo”, “democrazia”, “socialismo” […]. In sintesi ci denomineremo “liberali-democratici-socialisti-repubblicani”. [15]

Il paesaggio politico dipinto da Salvemini era cosparso e popolato da strane figure, “utili idioti”, “compagni di viaggio” e “pazzi malinconici”, tutti coloriti termini che entrarono nel lessico e arricchirono il vocabolario politico italiano. A lui si deve anche il merito di aver coniato la figurativa espressione “stringiti fortemente il naso”. Qui c’è l’invito comunque a partecipare alla consultazione elettorale, a non astenersi, adempiendo anche malvolentieri ai propri doveri di cittadino. Essa fu – erroneamente – attribuita da tanti a Indro Montanelli.

Alla scomparsa del maestro dell’“altra Italia”, civile, onesta, laica e liberale, fustigatore inflessibile dell’“Italia peggiore” viziosa e conformista, malandrina, furbetta ed opportunista “Il Mondo” gli tributa un solenne e grandioso elogio: “Il segreto della sua personalità, il centro motore di tutta una vita è proprio qui: una lezione di intransigenza, di rigore morale, di “impoliticità”, di tutte quelle virtù che troppo spesso difettano nei “saggi” italiani che dopo i primi slanci di generosità giovanile si affrettano a diventar maturi ed a imboccare le vie del compromesso”. [16]

NOTE

[1] G. Salvemini, Il programma scolastico dei clericali, La Nuova Italia, Firenze, 1951.
[2] F. Ruffini, La libertà religiosa come diritto pubblico subbietivo, Il Mulino, Bologna, 1992, pp. 74-75.
[3] G. Salvemini, Una guerra di preposizioni, in “Il Mondo”, 22 marzo 1953, ora in Stato e chiesa in Italia, cit., p. 442.
[4] Citato in S. Bucchi, Laicità e democrazia in “Laicità”, n. 4, dicembre, 2007, p. 7.
[5] G. Salvemini, Scritti vari, cit., p. 670.
[6] G. Salvemini, Scritti vari, cit., pp. 668-669.
[7[ G. Salvemini, Scritti vari, cit., p. 670.
[8] G. Salvemini, Scritti sulla questione meridionale, cit., p. 659.
[9] G. Salvemini, Scritti vari, cit., p. 854.
[10] G. Salvemini, Italia scombinata, Einaudi, Torino, 1959, p. 227.
[11] G. Salvemini, Scritti sulla questione meridionale, cit., 614.
[12] G. Salvemini, Scritti vari, cit., pp. 811-812.
[13] G. Salvemini, Scritti sul Risorgimento, cit., pp. 460-462.
[14] M. L. Salvadori, Gaetano Salvemini, cit., pp. 26-27.
[15] G. Salvemini, Scritti vari, cit., pp. 810 e 812.
[16] Taccuino, La morte di un laico, in “Il Mondo”, 17 settembre1957. Più di recente, a conferma della grande reputazione e stima di cui gode Salvemini all'estero e dell'impopolarità e delle amnesie che ne perseguita, al contrario, la memoria in Italia, racconta un giovane scrittore, R. Saviano (un uomo del Sud che non piega la testa e resiste “a chiare lettere” a poteri occulti, che “hanno bisogno di silenzio e ombra” e nessuno perciò nomina), durante un suo viaggio a Stoccolma, invitato dall'Accademia che assegna i Nobel da più di un secolo, che molti in quel tempio della cultura gli chiesero “come sono considerati da noi Giorgio La Pira, il mitico sindaco di Firenze degli anni '50, e anche Danilo Dolci, Lelio Basso, Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi. Un'Italia dimenticata dagli italiani, che lì non solo ricordano ma considerano l'unica degna di memoria”. R. Saviano, La bellezza e l'inferno, Mondadori, Milano, 2009, p. 188.

Fonte: MicroMega

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lunedì 6 febbraio 2012

Gaetano Salvemini: nel riscatto del Sud lo sviluppo dell'Italia intera


Unità di Italia e questione meridionale: un binomio da leggere attraverso il pensiero, e gli scritti soprattutto, di Gaetano Salvemini. E allora proprio per inquadrare il tutto è bene riflettere su una affermazione che solo l'illuminato meridionalista poteva “incardinare” nella storia dell’Unità di Italia.
“In questi anni abbiam visto la mafia, la camorra, la malavita, tutta la feccia sociale dei nostri paesi, palesemente protetta dal Governo centrale, […] abbiam visto massacrare senza pietà i nostri proletari ad ogni minimo accenno di disordine, mentre al Nord la forza pubblica aveva per gli operai mille riguardi e mille tolleranze, come ben si addice a persone che appartengono a una razza più gentile”. Non è sufficiente? Consultate gli “Scritti sulla questione meridionale” (1896-1955, Einaudi, 1955, p. 115): “Se dall’unità il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata: ha perduto la capitale, ha finito di essere il mercato del Mezzogiorno, è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone”.
Ma chi era Salvemini? Nato a Molfetta nel 1873 si laureò a soli 23 anni a Firenze nel 1896. I suoi primi interessi si concentrarono sulla storia medioevale dimostrandosi uno dei migliori giovani storici. Insegnò latino in una scuola media di Palermo e storia nel Liceo Torricelli di Faenza; nel 1901 ottenne la cattedra di Storia moderna a Messina. Questa fase della sua vita lo segnò particolarmente in quanto nel 1908 fu sorpreso dal terremoto e perse la moglie, i cinque figli e la sorella, rimanendo l’unico sopravvissuto di tutta la sua famiglia (“sono un povero disgraziato senza tetto e senza focolare”). Successivamente insegnò all’Università di Pisa e infine a quella di Firenze. Tra i suoi allievi vi furono Carlo Rosselli, Ernesto Rossi (compagno di Altiero Spinelli e padri del federalismo ed estensori del Manifesto di Ventotene) e Camillo Berneri. L’insegnamento gli scorreva nel sangue fu professore ad Harvard e nel 1955 l’Accademia dei Lincei gli conferì il premio internazionale Feltrinelli per la storia. A lui anche una laurea “honoris causa” dall’Università di Oxford.
Eletto deputato nel 1919 con l'avvento del fascismo si schierò subito contro Mussolini e strinse un profondo sodalizio ideale e politico con i fratelli Carlo Rosselli e Nello Rosselli e con Ernesto Rossi. Appassionato della stampa nel 1925, Salvemini, i due Rosselli e Nello Traquandi fondarono a Firenze il primo giornale antifascista clandestino: “Non Mollare”. Salvemini morì il 6 settembre 1957.
Nelle sue denunce Salvemini, puntò il dito, sull’arretratezza del Mezzogiorno condizione antireciproca a quella del nord tutelata da Giolitti. Il Nostro non ebbe timori a definire quest’ultimo “il ministro della malavita” per la perfidia politica con cui, utilizzando mezzi illeciti e qualche volta leciti, approfittava dell'arretratezza e dell'ignoranza del sud per raccogliervi consensi. Il 14 marzo 1909, Salvemini, mise nero su bianco pubblicando sull’“Avanti” un articolo contro Giovanni Giolitti accusandolo di aver incentivato la corruzione nel Mezzogiorno e di essersi procurato il voto dei deputati meridionali mettendo “nelle elezioni, al loro servizio, la malavita e la questura”. Nella visione di sviluppo del Mezzogiorno Salvemini non prendeva a modello un processo di industrializzazione - essendo lontano dal substrato economico e geografico - ma professava come volàno la vocazione agricola del meridione.
Altro campo in cui si distinse, con analisi intelligibili e inconfutabili, fu quello della presunta differenza tra nord e sud che a parer di parere di molti studiosi era basata su fattori non sanabili. A queste convinzioni, che per esempio furono formulate anche dall’avvocato Lelio Basso, Salvemini rispose che “nego assolutamente che il carattere dei meridionali, diverso da quello dei settentrionali, abbia alcuna parte nella diversità di sviluppo dei due paesi. La razza si forma nella storia ed è effetto di essa non causa; […] spiegare la storia di un paese con la parola razza è da poltroni e da semplicisti” (Risposta ad un’inchiesta, in Scritti sulla questione meridionale (1896-1955 ), Torino, Einaudi 1955 p. 60).
Ma quale potrebbe essere un messaggio del socialista Gaetano Salvemini in questo momento di confusione? Ci viene in soccorso un altro molfettese di adozione il servo di Dio Don Tonino Bello, vescovo e pastore degli ultimi. L'avvocato Agostino Picicco, tempo fa, lo ha trattato durante un incontro tra nostalgici ed impegnati pugliesi in terra del nord durante un convegno sul tema “La questione meridionale alla luce degli scritti e della testimonianza di vita di Gaetano Salvemini e di don Tonino Bello”. Sebbene diversi per tempi biologici, studi, formazione e ruoli sono accomunati dalla naturale propensione di sposare cause di sofferenza attraverso la lente della speranza e del dialogo. (Giuseppe Dimiccoli)

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

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Unità di Italia e questione meridionale: un binomio da leggere attraverso il pensiero, e gli scritti soprattutto, di Gaetano Salvemini. E allora proprio per inquadrare il tutto è bene riflettere su una affermazione che solo l'illuminato meridionalista poteva “incardinare” nella storia dell’Unità di Italia.
“In questi anni abbiam visto la mafia, la camorra, la malavita, tutta la feccia sociale dei nostri paesi, palesemente protetta dal Governo centrale, […] abbiam visto massacrare senza pietà i nostri proletari ad ogni minimo accenno di disordine, mentre al Nord la forza pubblica aveva per gli operai mille riguardi e mille tolleranze, come ben si addice a persone che appartengono a una razza più gentile”. Non è sufficiente? Consultate gli “Scritti sulla questione meridionale” (1896-1955, Einaudi, 1955, p. 115): “Se dall’unità il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata: ha perduto la capitale, ha finito di essere il mercato del Mezzogiorno, è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone”.
Ma chi era Salvemini? Nato a Molfetta nel 1873 si laureò a soli 23 anni a Firenze nel 1896. I suoi primi interessi si concentrarono sulla storia medioevale dimostrandosi uno dei migliori giovani storici. Insegnò latino in una scuola media di Palermo e storia nel Liceo Torricelli di Faenza; nel 1901 ottenne la cattedra di Storia moderna a Messina. Questa fase della sua vita lo segnò particolarmente in quanto nel 1908 fu sorpreso dal terremoto e perse la moglie, i cinque figli e la sorella, rimanendo l’unico sopravvissuto di tutta la sua famiglia (“sono un povero disgraziato senza tetto e senza focolare”). Successivamente insegnò all’Università di Pisa e infine a quella di Firenze. Tra i suoi allievi vi furono Carlo Rosselli, Ernesto Rossi (compagno di Altiero Spinelli e padri del federalismo ed estensori del Manifesto di Ventotene) e Camillo Berneri. L’insegnamento gli scorreva nel sangue fu professore ad Harvard e nel 1955 l’Accademia dei Lincei gli conferì il premio internazionale Feltrinelli per la storia. A lui anche una laurea “honoris causa” dall’Università di Oxford.
Eletto deputato nel 1919 con l'avvento del fascismo si schierò subito contro Mussolini e strinse un profondo sodalizio ideale e politico con i fratelli Carlo Rosselli e Nello Rosselli e con Ernesto Rossi. Appassionato della stampa nel 1925, Salvemini, i due Rosselli e Nello Traquandi fondarono a Firenze il primo giornale antifascista clandestino: “Non Mollare”. Salvemini morì il 6 settembre 1957.
Nelle sue denunce Salvemini, puntò il dito, sull’arretratezza del Mezzogiorno condizione antireciproca a quella del nord tutelata da Giolitti. Il Nostro non ebbe timori a definire quest’ultimo “il ministro della malavita” per la perfidia politica con cui, utilizzando mezzi illeciti e qualche volta leciti, approfittava dell'arretratezza e dell'ignoranza del sud per raccogliervi consensi. Il 14 marzo 1909, Salvemini, mise nero su bianco pubblicando sull’“Avanti” un articolo contro Giovanni Giolitti accusandolo di aver incentivato la corruzione nel Mezzogiorno e di essersi procurato il voto dei deputati meridionali mettendo “nelle elezioni, al loro servizio, la malavita e la questura”. Nella visione di sviluppo del Mezzogiorno Salvemini non prendeva a modello un processo di industrializzazione - essendo lontano dal substrato economico e geografico - ma professava come volàno la vocazione agricola del meridione.
Altro campo in cui si distinse, con analisi intelligibili e inconfutabili, fu quello della presunta differenza tra nord e sud che a parer di parere di molti studiosi era basata su fattori non sanabili. A queste convinzioni, che per esempio furono formulate anche dall’avvocato Lelio Basso, Salvemini rispose che “nego assolutamente che il carattere dei meridionali, diverso da quello dei settentrionali, abbia alcuna parte nella diversità di sviluppo dei due paesi. La razza si forma nella storia ed è effetto di essa non causa; […] spiegare la storia di un paese con la parola razza è da poltroni e da semplicisti” (Risposta ad un’inchiesta, in Scritti sulla questione meridionale (1896-1955 ), Torino, Einaudi 1955 p. 60).
Ma quale potrebbe essere un messaggio del socialista Gaetano Salvemini in questo momento di confusione? Ci viene in soccorso un altro molfettese di adozione il servo di Dio Don Tonino Bello, vescovo e pastore degli ultimi. L'avvocato Agostino Picicco, tempo fa, lo ha trattato durante un incontro tra nostalgici ed impegnati pugliesi in terra del nord durante un convegno sul tema “La questione meridionale alla luce degli scritti e della testimonianza di vita di Gaetano Salvemini e di don Tonino Bello”. Sebbene diversi per tempi biologici, studi, formazione e ruoli sono accomunati dalla naturale propensione di sposare cause di sofferenza attraverso la lente della speranza e del dialogo. (Giuseppe Dimiccoli)

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

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venerdì 18 marzo 2011

Gaetano Salvemini sull'unità d'Italia, Un viaggio in treno

Fonte:

Riportato in "Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini" Lucchese, Salvatore, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004, pp. 131-136"

LA QUESTIONE MERIDIONALE E IL FEDERALISMO

di Gaetano Salvemini

Nel vagone, che ci conduceva verso Bari, c'eravamo mia madre, io avevo quattordici anni - e, fra gli altri signori, un Piemontese figlio di un capostazione, e un altro settentrionale.

- Postacci, - diceva il Piemontese; - creda pure che qui non ci si vive; beato lei che ritorna nel Nord. Qui aria cattiva, acqua pessima, dialetto incomprensibile che par turco, popolazione ignorante, superstiziosa, barbara...

- Ma non siamo mica barbari, - interruppi io, - quando ci rubate i nostri quattr...

Un atroce pizzicotto materno mi richiamò a più miti consigli.

lo ero proprio convinto che quel Piemontese, il quale ci chiamava «barbari», ci rubava i nostri quattrini. Perché avevo questa convinzione? chi me lo aveva detto? quali elementi si erano a poco a poco accumulati nella mia coscienza quattordicenne per dar corpo a una opinione di quel genere?

Non saprei dirlo con sicurezza.

Certo vi avevano contribuito le querimonie di un mio zio borbonico, il quale ripeteva spesso e volentieri, ad ogni scadenza dei bimestre delle tasse, le parole di Francesco Il: «I Piemontesi vi lasceranno solo gli occhi per piangere»; vi avevano contribuito l'osservazione da me fatta sulla carta geografica dell'Italia che le ferrovie erano più numerose al Nord che al Sud, i racconti confusi e sbiaditi delle prepotenze che gli ufficiali piemontesi avevano commesso nei nostri paesi nel'60.

Di queste nozioni indeterminate e incoerenti, forse di qualche altro discorso, di cui non è rimasto più alcun ricordo nella mia mente, era materiata la mia convinzione.

Se il pizzicotto materno non mi avesse interdetto la discussione, e quel giovane Piemontese mi avesse domandato ragione della mia accusa, io non avrei saputo dir nulla; ma sarei rimasto egualmente fermo nella convinzione che i Settentrionali ci succhiavano il sangue, ci sfruttavano come bestie e per giunta ci chiamavano barbari.

Questo stato d'animo, nel quale io mi trovavo a quattordici anni, era ed è lo stato d'animo dei novantanove centesimi dei meridionali, di tutti i partiti: un sordo rancore verso quelli del Nord, una coscienza indeterminata e profonda di esser vittime della loro rapacità e prepotenza, una amara avversione, acuita di tanto in tanto dai segni di disprezzo, che dal Nord ci vengono, il desiderio ardente di farla finita una buona volta con questa situazione subordinata e disprezzata. Per dimostrare fino a che punto le idee antisettentrionali filtrano anche nelle menti, che dovrebbero essere più refrattarie - nelle menti dei socialisti - mi basterà ricordare le proteste astiose e sospettose, che vennero dai giornali e dai circoli del Sud, quando un compagno - per fortuna meridionale - sostenne che il giornale quotidiano del partito doveva pubblicarsi a Milano e non a Roma; le accuse che i compagni meridionali non si stancano mai di muovere al partito, che, secondo essi, si occupa solo del Nord e trascura il Sud; la ostilità, a volte sorda, a volte palese, che c'è fino nel nostro Consiglio nazionale fra i rappresentanti del Sud e quelli del Nord. E questi sentimenti - intendiamoci -in buona parte non sono che troppo giustificati dal contegno dei settentrionali, i quali non sanno che manifestare verso i compagni del Sud a volte del disprezzo, a volte del compatimento, non meno umiliante del disprezzo.

Perché è un fatto innegabile che, se i meridionali detestano i settentrionali, questi ripagano di egual, ed anche migliore, moneta gli altri. E' opinione diffusissima nel Nord che il Sud paghi molto meno tasse del Nord e goda di tutti i favori del governo: è un parassita che dà poco e prende molto.

Lo sfruttamento economico è accompagnato dalla corruzione politica, della quale il Sud è la inesauribile sentina. Un corrispondente vuol dare al suo giornale un'idea della corruzione elettorale del suo collegio? non mancherà di scrivere, per dare un'idea sintetica della situazione:

«Pareva di essere nel Mezzogiorno». Un sottoprefetto o un delegato fanno i prepotenti? gli si dice subito: «Caro lei, crede forse di essere nel Mezzogiorno?»

Crispi è il brigante «meridionale» per eccellenza. In un articolo - del resto ottimo - su La fine di un regno di Raffaele de Cesare, pubblicato non è molto nell'«Educazione Politica» di Milano, ho raccolto i seguenti fioretti meridionali: «Per chiunque ha un po' d'onore e un po' di sangue nelle vene, è una gran calamità molte volte nascere Napoletano» (parole di Carlo Filangieri, messe come epigrafe all'articolo); «uno scrittore di idee moderate, un meridionale per giunta, ha saputo ritrovare in se stesso tanta onestà scientifica»; «il racconto di questo viaggio [il viaggio trionfale di Ferdinando Il nel '52] può dar la misura di quel che valgano le acclamazioni del popolino meridionale», «quella povera plebe meridionale, ignorante e superstiziosa, alla quale manca ogni educazione politica ed ogni senso pur collettivo di dignità personale».

Per l'autore evidentemente uno scrittore moderato meridionale non può non essere peggiore di uno scrittore moderato settentrionale; le due idee: «plebe» e «meridionale» sono inseparabili; nel Nord di plebe non ce n'è; o se ce n'è, è plebe per bene, è plebe... settentrionale.

Un Romagnolo, col quale sono stretto da calda amicizia, credette una volta di farmi un gran complimento, dicendomi: «Pare impossibile che tu sia meridionale» Ergisto Bezzi, ottimo cuore di repubblicano e di cittadino, che fu aiutante di campo di Garibaldi nella spedizione di Sicilia e di Napoli, mi diceva un anno fa:

«Il mio più gran rimorso è quello di aver accompagnato Garibaldi nel Sud; il Sud doveva rimanere ancora sotto i Borboni».

Un fraterno augurio, che io ho sentito molto spesso fare dai settentrionali ai meridionali, è che le acque del mare coprano tutta l'Italia da Roma in giù.

I nordici disprezzano, come dicon essi, i sudici; e i sudici detestano con tutta l'anima i nordici; ecco il prodotto di quarant'anni d'unità.

Questo non impedisce naturalmente che nelle relazioni, diciam così, ufficiali fra le due sezioni del paese scorrano fiumi di fratellanza latte e miele; più profondo anzi si scava l'abisso fra Nord e Sud, i discorsi degli uomini politici e gli articoli dei giornaloni settentrionali traboccano di saluti alle terre del sole e di proteste di solida - pei figli prediletti della patria; e in compenso volano dal Sud verso il Nord applausi e auguri ai fratelli iniziatori del nostro - ahi! - Risorgimento.

A che cosa servirebbe - Dio buono! - la parola se non a nascondere le idee? Eppoi, non è forse legge fatale della nostra vita politica l'esser fuori sempre della realtà, il sostituire alla constataci fatti la retorica, l'andar innanzi alla cieca cullandoci al suono e prive di senso?

E' bensì vero che, da qualche anno a questa parte, la questione le è molto spesso agitata nei giornali del Nord e del Sud. Ma con quali compassionevoli metodi!

La stampa del Sud, mancipia delle camorre che dissanguano il paese, combatte a base di menzogne e di calunnie, spesso assolutamente cretine, contro il Nord.

Se non ci fossero tra i meridionalisti il Renda, il Ciccotti, il Colajanni, i quali han discussa la questione con indipendenza di giudizio, ci sarebbe da disperare sull'avvenire del nostro paese.

Ma anche quei meridionalisti onesti e sinceri, i quali pur riconoscono l'inferiorità del loro paese, di fronte al disprezzo umiliante e irritante, che traspira da ogni riga scritta nel Nord, finiscono spesso col perdere la pazienza, e si sentono fervere il sangue nelle vene, e provano una gran voglia di dar ragione ai rettili della stampa latifondista e camorrista.

Fra i giornalisti e gli uomini politici settentrionali, poi, non credo che arrivino a due quelli che conoscono bene le condizioni del Mezzogiorno, e le giudichino serenamente e senza pregiudizi. Specialmente la stampa democratica dà a questo proposito uno spettacolo compassionevole: essa o fa, come «Il Secolo», della retorica slombata sulla solidarietà fra Nord e Sud, oppure si compiace di mettere in vista i mali del Sud, contrapponendoli alla forza, alla moralità, al progresso del Nord.

Questo non è male; ma, quando avete fatto la descrizione più nera della corruzione meridionale, a che scopo volete arrivare? che cosa vi proponete di fare?

Il vostro disprezzo non è purtroppo che in gran parte giustificato, ma disprezzare non basta; un rimedio, bene e male, bisogna trovarlo. Ora, chi fra i settentrionali pensa ad alcun rimedio, all'infuori del solito augurio che il mare ricopra le terre da Roma in giù?

E, mentre i partiti democratici non sanno affrontare risolutamente il problema e sviscerarlo spregiudicatamente, quali che ne debbano essere le conseguenze, i partiti reazionari hanno iniziato nel Mezzogiorno una lenta e abilissima propaganda contro il Nord, dalla quale hanno molto da temere i partiti democratici del Settentrione.

Ormai per il partito monarchico il Nord appare perduto; bisogna appoggiarsi al Mezzogiorno. Ma le masse meridionali non potranno mai essere mobilitate contro la democrazia del Nord sotto la bandiera conservatrice e monarchica: della monarchia ad esse non importa nulla, e dall'essere conservatrici ci corre e di molto.

Sotto questo punto di vista, il meglio, che i conservatori possano desiderare dal Mezzogiorno, è che se ne stia tranquillo e non si muova; il can che dorme, lascialo dormire.

Il regionalismo si presta invece molto bene allo scopo: bisogna approfittare dell'ostilità, che i meridionali di tuffi i partiti sentono acuta verso i settentrionali, bisogna far leva sugli interessi regionali, trasformando la lotta fra democrazia e reazione in lotta fra Nord e Sud.

Distratti dal miraggio di scuotere l'oppressione dei settentrionali, gli stessi democratici e socialisti del Sud - la cui coscienza politica è purtroppo appena in via di formazione - dovranno unirsi ai conservatori meridionali; i conservatori del Nord, sbattuti dalla montante marca democratica, si aggrapperanno al Mezzogiorno come all'ultima ancora di salvezza, sacrificando magari gli interessi del Nord pur di salvare la propria esistenza.

Sarà una nuova unità a profitto del Sud, che comincerà a sfruttare il Nord. Ma che importa?

il «porro unum necessarium» è che si salvino le istituzioni, cioè che si salvi l'attuale impalcatura politica amministrativa, condizione indispensabile al predominio delle consorterie conservatrici del Nord e del Sud.

Ed ecco che i giornali monarchici del Sud, capitanati dal «Mattino» di Scarfoglio, iniziano apertamente l'agitazione regionalista a base di odio contro il Nord e specialmente contro Milano, la quale vuol diventare capitale d'Italia; di calunnie contro tutti i principali democratici dei Nord, le cui parole sulle condizioni del Mezzogiorno vengono riprodotte, commentate, contorte, falsificate; e su tutta questa minuta propaganda di bugie, di insinuazioni, di abili suggestioni, grandeggiano i due concetti, che l'unità d'Italia deve essere difesa ad ogni costo e che la monarchia per difendere l'unità deve appoggiarsi necessariamente sul Mezzogiorno.

Questa propaganda sfugge quasi completamente agli uomini politici e ai giornalisti dei Nord, prima perché i giornali meridionali sono quasi sconosciuti nel Settentrione, e poi perché la propaganda regionalista è fatta in forma ipocrita: essa sfugge quasi sempre gli articoli di fondo firmati, che richiamano l'attenzione, e si annida nei Giri pel mondo, nei «mots de la fin», nei brevi «entrefilets» sperduti nelle seconde pagine, nelle cronache locali, in quelle parti del giornale le quali si sottraggono all'occhio frettoloso dei forestieri, ma che sono i migliori veicoli per far penetrare inavvertitamente le idee nelle menti, già ben disposte, dei lettori locali.

D'altra parte, quand'anche i settentrionali avessero agio di sorvegliare attentamente l'opinione pubblica del Sud, essi non potrebbero influire in alcun modo su di essa col mezzo ordinario della stampa, perché i giornali del Nord sono quasi tutti sconosciuti nel Sud.

E i gazzettieri meridionali citano della stampa nordica solo ciò che può servire a rinfocolare gli odi locali, ma non sarebbero mai tanto minchioni da ammannire ai loro lettori delle citazioni contrarie.

In quest'ambiente, pieno di diffidenze e di recriminazioni, di ostilità e di disprezzi, è uscito il recente libro di F. S. Nitti, intitolato Nord e Sud, Prime linee di una inchiesta sulla ripartízíone territoriale delle entrate e delle spese dello Stato in Italia (Torino 1900).

Questo libro dice molte verità, che è bene sieno conosciute specialmente nel Nord; ma ne trascura molte altre, che meritano di esser conosciute non meno delle prime.

Può fare molto bene ai partiti popolari, se questi non lo lasciano passare inosservato e se sanno attingere in esso la loro linea di condotta di fronte alla questione meridionale.

Contribuirà invece potentemente alla formazione definitiva di un movimento antinordico nel Mezzogiorno, e preparerà un magnifico campo d'azione ai partiti reazionari, se la democrazia del Nord si disinteresserà della questione, lasciandone, come ha fatto finora, il monopolio agli Scarfogli più o meno bacati della stampa del Mezzodí.

Ho detto che il libro del Nitti dice molte verità, che è bene sieno conosciute specialmente nel Nord e, aggiungo, specialmente dai partiti democratici del Nord. Esso infatti distrugge, in base a dati inconfutabili, la leggenda che il Sud sfrutti il Nord, e dimostra che, nella famigerata unità mazziniana-cavouriana, gl'interessi del Sud sono stati fin dai prirni tempi e sono ogni giorno sacrificati agl'interessi del Nord.

[...]

_________________________________________________________________________________

«[ ... ] Ogni giorno che passa diventa sempre più vivo in me il dubbio, se non sia il caso di solennizzare il cinquantennio [dell'Unità] lanciando nel Mezzogiorno la formula della separazione politica. A che scopo continuare con questa unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d'America per le industrie del Nord, e a fornire collegi elettorali ai Chiaraviglio del Nord; e in cui non possiamo attenderci nessun aiuto serio né dai partiti conservatori, né dalla democrazia del Nord, nel nostro penoso lavoro di resurrezione, anzi tutti lavorano a deprimerci più e a render più difficile il nostro lavoro? Perché non facciamo due stati distinti? Una buona barriera doganale al Tronto e al Carigliano. Voi si consumate le vostre cotonate sul luogo. Noi vendiamo i nostri prodotti agricoli agli inglesi, e comperiamo i loro prodotti industriali a metà prezzo. In cinquant'anni, abbandonati a noi, diventiamo un altro popolo. E se non siamo capaci di governarci da noi, ci daremo in colonia agli inglesi, i quali è sperabile ci amministrino almeno come amministrano l'Egitto, e certo ci tratteranno meglio che non ci abbiano trattato nei cinquant'anni passati i partiti conservatori, che non si dispongano a trattarci nei prossimi cinquant'anni i cosiddetti democratici». Cfr. Lettera di G. Salvemini ad A. Schiavi, Pisa 16 marzo 1911, in C. Salvemini, Carteggi, I. 1895-1911, cit., pp. 478-81.

Riportato in Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini Lucchese, Salvatore - Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004, pag. 117

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Fonte:

Riportato in "Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini" Lucchese, Salvatore, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004, pp. 131-136"

LA QUESTIONE MERIDIONALE E IL FEDERALISMO

di Gaetano Salvemini

Nel vagone, che ci conduceva verso Bari, c'eravamo mia madre, io avevo quattordici anni - e, fra gli altri signori, un Piemontese figlio di un capostazione, e un altro settentrionale.

- Postacci, - diceva il Piemontese; - creda pure che qui non ci si vive; beato lei che ritorna nel Nord. Qui aria cattiva, acqua pessima, dialetto incomprensibile che par turco, popolazione ignorante, superstiziosa, barbara...

- Ma non siamo mica barbari, - interruppi io, - quando ci rubate i nostri quattr...

Un atroce pizzicotto materno mi richiamò a più miti consigli.

lo ero proprio convinto che quel Piemontese, il quale ci chiamava «barbari», ci rubava i nostri quattrini. Perché avevo questa convinzione? chi me lo aveva detto? quali elementi si erano a poco a poco accumulati nella mia coscienza quattordicenne per dar corpo a una opinione di quel genere?

Non saprei dirlo con sicurezza.

Certo vi avevano contribuito le querimonie di un mio zio borbonico, il quale ripeteva spesso e volentieri, ad ogni scadenza dei bimestre delle tasse, le parole di Francesco Il: «I Piemontesi vi lasceranno solo gli occhi per piangere»; vi avevano contribuito l'osservazione da me fatta sulla carta geografica dell'Italia che le ferrovie erano più numerose al Nord che al Sud, i racconti confusi e sbiaditi delle prepotenze che gli ufficiali piemontesi avevano commesso nei nostri paesi nel'60.

Di queste nozioni indeterminate e incoerenti, forse di qualche altro discorso, di cui non è rimasto più alcun ricordo nella mia mente, era materiata la mia convinzione.

Se il pizzicotto materno non mi avesse interdetto la discussione, e quel giovane Piemontese mi avesse domandato ragione della mia accusa, io non avrei saputo dir nulla; ma sarei rimasto egualmente fermo nella convinzione che i Settentrionali ci succhiavano il sangue, ci sfruttavano come bestie e per giunta ci chiamavano barbari.

Questo stato d'animo, nel quale io mi trovavo a quattordici anni, era ed è lo stato d'animo dei novantanove centesimi dei meridionali, di tutti i partiti: un sordo rancore verso quelli del Nord, una coscienza indeterminata e profonda di esser vittime della loro rapacità e prepotenza, una amara avversione, acuita di tanto in tanto dai segni di disprezzo, che dal Nord ci vengono, il desiderio ardente di farla finita una buona volta con questa situazione subordinata e disprezzata. Per dimostrare fino a che punto le idee antisettentrionali filtrano anche nelle menti, che dovrebbero essere più refrattarie - nelle menti dei socialisti - mi basterà ricordare le proteste astiose e sospettose, che vennero dai giornali e dai circoli del Sud, quando un compagno - per fortuna meridionale - sostenne che il giornale quotidiano del partito doveva pubblicarsi a Milano e non a Roma; le accuse che i compagni meridionali non si stancano mai di muovere al partito, che, secondo essi, si occupa solo del Nord e trascura il Sud; la ostilità, a volte sorda, a volte palese, che c'è fino nel nostro Consiglio nazionale fra i rappresentanti del Sud e quelli del Nord. E questi sentimenti - intendiamoci -in buona parte non sono che troppo giustificati dal contegno dei settentrionali, i quali non sanno che manifestare verso i compagni del Sud a volte del disprezzo, a volte del compatimento, non meno umiliante del disprezzo.

Perché è un fatto innegabile che, se i meridionali detestano i settentrionali, questi ripagano di egual, ed anche migliore, moneta gli altri. E' opinione diffusissima nel Nord che il Sud paghi molto meno tasse del Nord e goda di tutti i favori del governo: è un parassita che dà poco e prende molto.

Lo sfruttamento economico è accompagnato dalla corruzione politica, della quale il Sud è la inesauribile sentina. Un corrispondente vuol dare al suo giornale un'idea della corruzione elettorale del suo collegio? non mancherà di scrivere, per dare un'idea sintetica della situazione:

«Pareva di essere nel Mezzogiorno». Un sottoprefetto o un delegato fanno i prepotenti? gli si dice subito: «Caro lei, crede forse di essere nel Mezzogiorno?»

Crispi è il brigante «meridionale» per eccellenza. In un articolo - del resto ottimo - su La fine di un regno di Raffaele de Cesare, pubblicato non è molto nell'«Educazione Politica» di Milano, ho raccolto i seguenti fioretti meridionali: «Per chiunque ha un po' d'onore e un po' di sangue nelle vene, è una gran calamità molte volte nascere Napoletano» (parole di Carlo Filangieri, messe come epigrafe all'articolo); «uno scrittore di idee moderate, un meridionale per giunta, ha saputo ritrovare in se stesso tanta onestà scientifica»; «il racconto di questo viaggio [il viaggio trionfale di Ferdinando Il nel '52] può dar la misura di quel che valgano le acclamazioni del popolino meridionale», «quella povera plebe meridionale, ignorante e superstiziosa, alla quale manca ogni educazione politica ed ogni senso pur collettivo di dignità personale».

Per l'autore evidentemente uno scrittore moderato meridionale non può non essere peggiore di uno scrittore moderato settentrionale; le due idee: «plebe» e «meridionale» sono inseparabili; nel Nord di plebe non ce n'è; o se ce n'è, è plebe per bene, è plebe... settentrionale.

Un Romagnolo, col quale sono stretto da calda amicizia, credette una volta di farmi un gran complimento, dicendomi: «Pare impossibile che tu sia meridionale» Ergisto Bezzi, ottimo cuore di repubblicano e di cittadino, che fu aiutante di campo di Garibaldi nella spedizione di Sicilia e di Napoli, mi diceva un anno fa:

«Il mio più gran rimorso è quello di aver accompagnato Garibaldi nel Sud; il Sud doveva rimanere ancora sotto i Borboni».

Un fraterno augurio, che io ho sentito molto spesso fare dai settentrionali ai meridionali, è che le acque del mare coprano tutta l'Italia da Roma in giù.

I nordici disprezzano, come dicon essi, i sudici; e i sudici detestano con tutta l'anima i nordici; ecco il prodotto di quarant'anni d'unità.

Questo non impedisce naturalmente che nelle relazioni, diciam così, ufficiali fra le due sezioni del paese scorrano fiumi di fratellanza latte e miele; più profondo anzi si scava l'abisso fra Nord e Sud, i discorsi degli uomini politici e gli articoli dei giornaloni settentrionali traboccano di saluti alle terre del sole e di proteste di solida - pei figli prediletti della patria; e in compenso volano dal Sud verso il Nord applausi e auguri ai fratelli iniziatori del nostro - ahi! - Risorgimento.

A che cosa servirebbe - Dio buono! - la parola se non a nascondere le idee? Eppoi, non è forse legge fatale della nostra vita politica l'esser fuori sempre della realtà, il sostituire alla constataci fatti la retorica, l'andar innanzi alla cieca cullandoci al suono e prive di senso?

E' bensì vero che, da qualche anno a questa parte, la questione le è molto spesso agitata nei giornali del Nord e del Sud. Ma con quali compassionevoli metodi!

La stampa del Sud, mancipia delle camorre che dissanguano il paese, combatte a base di menzogne e di calunnie, spesso assolutamente cretine, contro il Nord.

Se non ci fossero tra i meridionalisti il Renda, il Ciccotti, il Colajanni, i quali han discussa la questione con indipendenza di giudizio, ci sarebbe da disperare sull'avvenire del nostro paese.

Ma anche quei meridionalisti onesti e sinceri, i quali pur riconoscono l'inferiorità del loro paese, di fronte al disprezzo umiliante e irritante, che traspira da ogni riga scritta nel Nord, finiscono spesso col perdere la pazienza, e si sentono fervere il sangue nelle vene, e provano una gran voglia di dar ragione ai rettili della stampa latifondista e camorrista.

Fra i giornalisti e gli uomini politici settentrionali, poi, non credo che arrivino a due quelli che conoscono bene le condizioni del Mezzogiorno, e le giudichino serenamente e senza pregiudizi. Specialmente la stampa democratica dà a questo proposito uno spettacolo compassionevole: essa o fa, come «Il Secolo», della retorica slombata sulla solidarietà fra Nord e Sud, oppure si compiace di mettere in vista i mali del Sud, contrapponendoli alla forza, alla moralità, al progresso del Nord.

Questo non è male; ma, quando avete fatto la descrizione più nera della corruzione meridionale, a che scopo volete arrivare? che cosa vi proponete di fare?

Il vostro disprezzo non è purtroppo che in gran parte giustificato, ma disprezzare non basta; un rimedio, bene e male, bisogna trovarlo. Ora, chi fra i settentrionali pensa ad alcun rimedio, all'infuori del solito augurio che il mare ricopra le terre da Roma in giù?

E, mentre i partiti democratici non sanno affrontare risolutamente il problema e sviscerarlo spregiudicatamente, quali che ne debbano essere le conseguenze, i partiti reazionari hanno iniziato nel Mezzogiorno una lenta e abilissima propaganda contro il Nord, dalla quale hanno molto da temere i partiti democratici del Settentrione.

Ormai per il partito monarchico il Nord appare perduto; bisogna appoggiarsi al Mezzogiorno. Ma le masse meridionali non potranno mai essere mobilitate contro la democrazia del Nord sotto la bandiera conservatrice e monarchica: della monarchia ad esse non importa nulla, e dall'essere conservatrici ci corre e di molto.

Sotto questo punto di vista, il meglio, che i conservatori possano desiderare dal Mezzogiorno, è che se ne stia tranquillo e non si muova; il can che dorme, lascialo dormire.

Il regionalismo si presta invece molto bene allo scopo: bisogna approfittare dell'ostilità, che i meridionali di tuffi i partiti sentono acuta verso i settentrionali, bisogna far leva sugli interessi regionali, trasformando la lotta fra democrazia e reazione in lotta fra Nord e Sud.

Distratti dal miraggio di scuotere l'oppressione dei settentrionali, gli stessi democratici e socialisti del Sud - la cui coscienza politica è purtroppo appena in via di formazione - dovranno unirsi ai conservatori meridionali; i conservatori del Nord, sbattuti dalla montante marca democratica, si aggrapperanno al Mezzogiorno come all'ultima ancora di salvezza, sacrificando magari gli interessi del Nord pur di salvare la propria esistenza.

Sarà una nuova unità a profitto del Sud, che comincerà a sfruttare il Nord. Ma che importa?

il «porro unum necessarium» è che si salvino le istituzioni, cioè che si salvi l'attuale impalcatura politica amministrativa, condizione indispensabile al predominio delle consorterie conservatrici del Nord e del Sud.

Ed ecco che i giornali monarchici del Sud, capitanati dal «Mattino» di Scarfoglio, iniziano apertamente l'agitazione regionalista a base di odio contro il Nord e specialmente contro Milano, la quale vuol diventare capitale d'Italia; di calunnie contro tutti i principali democratici dei Nord, le cui parole sulle condizioni del Mezzogiorno vengono riprodotte, commentate, contorte, falsificate; e su tutta questa minuta propaganda di bugie, di insinuazioni, di abili suggestioni, grandeggiano i due concetti, che l'unità d'Italia deve essere difesa ad ogni costo e che la monarchia per difendere l'unità deve appoggiarsi necessariamente sul Mezzogiorno.

Questa propaganda sfugge quasi completamente agli uomini politici e ai giornalisti dei Nord, prima perché i giornali meridionali sono quasi sconosciuti nel Settentrione, e poi perché la propaganda regionalista è fatta in forma ipocrita: essa sfugge quasi sempre gli articoli di fondo firmati, che richiamano l'attenzione, e si annida nei Giri pel mondo, nei «mots de la fin», nei brevi «entrefilets» sperduti nelle seconde pagine, nelle cronache locali, in quelle parti del giornale le quali si sottraggono all'occhio frettoloso dei forestieri, ma che sono i migliori veicoli per far penetrare inavvertitamente le idee nelle menti, già ben disposte, dei lettori locali.

D'altra parte, quand'anche i settentrionali avessero agio di sorvegliare attentamente l'opinione pubblica del Sud, essi non potrebbero influire in alcun modo su di essa col mezzo ordinario della stampa, perché i giornali del Nord sono quasi tutti sconosciuti nel Sud.

E i gazzettieri meridionali citano della stampa nordica solo ciò che può servire a rinfocolare gli odi locali, ma non sarebbero mai tanto minchioni da ammannire ai loro lettori delle citazioni contrarie.

In quest'ambiente, pieno di diffidenze e di recriminazioni, di ostilità e di disprezzi, è uscito il recente libro di F. S. Nitti, intitolato Nord e Sud, Prime linee di una inchiesta sulla ripartízíone territoriale delle entrate e delle spese dello Stato in Italia (Torino 1900).

Questo libro dice molte verità, che è bene sieno conosciute specialmente nel Nord; ma ne trascura molte altre, che meritano di esser conosciute non meno delle prime.

Può fare molto bene ai partiti popolari, se questi non lo lasciano passare inosservato e se sanno attingere in esso la loro linea di condotta di fronte alla questione meridionale.

Contribuirà invece potentemente alla formazione definitiva di un movimento antinordico nel Mezzogiorno, e preparerà un magnifico campo d'azione ai partiti reazionari, se la democrazia del Nord si disinteresserà della questione, lasciandone, come ha fatto finora, il monopolio agli Scarfogli più o meno bacati della stampa del Mezzodí.

Ho detto che il libro del Nitti dice molte verità, che è bene sieno conosciute specialmente nel Nord e, aggiungo, specialmente dai partiti democratici del Nord. Esso infatti distrugge, in base a dati inconfutabili, la leggenda che il Sud sfrutti il Nord, e dimostra che, nella famigerata unità mazziniana-cavouriana, gl'interessi del Sud sono stati fin dai prirni tempi e sono ogni giorno sacrificati agl'interessi del Nord.

[...]

_________________________________________________________________________________

«[ ... ] Ogni giorno che passa diventa sempre più vivo in me il dubbio, se non sia il caso di solennizzare il cinquantennio [dell'Unità] lanciando nel Mezzogiorno la formula della separazione politica. A che scopo continuare con questa unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d'America per le industrie del Nord, e a fornire collegi elettorali ai Chiaraviglio del Nord; e in cui non possiamo attenderci nessun aiuto serio né dai partiti conservatori, né dalla democrazia del Nord, nel nostro penoso lavoro di resurrezione, anzi tutti lavorano a deprimerci più e a render più difficile il nostro lavoro? Perché non facciamo due stati distinti? Una buona barriera doganale al Tronto e al Carigliano. Voi si consumate le vostre cotonate sul luogo. Noi vendiamo i nostri prodotti agricoli agli inglesi, e comperiamo i loro prodotti industriali a metà prezzo. In cinquant'anni, abbandonati a noi, diventiamo un altro popolo. E se non siamo capaci di governarci da noi, ci daremo in colonia agli inglesi, i quali è sperabile ci amministrino almeno come amministrano l'Egitto, e certo ci tratteranno meglio che non ci abbiano trattato nei cinquant'anni passati i partiti conservatori, che non si dispongano a trattarci nei prossimi cinquant'anni i cosiddetti democratici». Cfr. Lettera di G. Salvemini ad A. Schiavi, Pisa 16 marzo 1911, in C. Salvemini, Carteggi, I. 1895-1911, cit., pp. 478-81.

Riportato in Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini Lucchese, Salvatore - Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004, pag. 117

venerdì 10 settembre 2010

Quando il Sud manteneva l'economia del Nord Italia




"Il Veneto mantiene il Sud come fa la Germania con la Grecia"..così tuonava qualche giorno fa Zaia, il neo eletto presidente della regione veneto. Ma le cose stanno veramente così?..E poi se così fosse (e non lo è)..perchè siamo arrivati a tanto?
Ci aiuta a capire come stanno le coseGaetano Salvemini, con le sue "attualissime analisi" sulla"Questione Meridionale".

Il pensiero che Gaetano Salvemini ha elaborato fra gli ultimi decenni dell’Ottocento e gli inizi del Novecento rappresenta, di certo, uno dei contributi più lucidi e lungimiranti che la classe politica ed intellettuale di quegli anni sia riuscita a produrre.

In un’epoca in cui l’Italia viveva una profondissima crisi politica, sociale ed economica, Salvemini ha anticipato molti dei suoi contemporanei nell’analisi e nella proposta di risoluzione dei più gravi problemi che travagliavano l’Italia.
Non avrebbe fatto piacere allo storico pugliese il ritrovare, a distanza di oltre cento anni, la questione meridionale ascritta in quell’elenco che indica chiaramente che la questione è ancora presente, è ancora viva, in altri termini, è ancora irrisolta.

L’amore che Salvemini nutriva per i meridionali fu forte al punto da influenzarne tutte le scelte; e la questione meridionale era da lui considerata l’irrinunciabile punto da cui partire per lo sviluppo dell’Italia intera. Salvemini aveva infatti chiaro che “il nodo dei problemi che andava sotto il nome di questione meridionale, diventava la condizione pregiudiziale per la trasformazione dell’Italia in un paese civile, ed il banco di prova quindi dei partiti che si ponevano come partiti di audace rinnovamento o rivoluzione”. E Salvemini, infatti, considerò la questione meridionale come punto di confine fra la corruzione e lo sviluppo dell’Italia.

E’ questo, quindi, il motivo per cui ogni sua azione ed ogni suo scritto furono volti alla risoluzione di un unico problema: quello della disparità fra il Nord e il Sud d’Italia. E’ importante tenere presente che, a parere di molti studiosi, le condizioni di squilibrio fra il Nord e il Sud erano dovute ad una serie di fattori non superabili che ponevano il Sud in una posizione di insanabile inferiorità rispetto al Nord.

Infatti “le spiegazioni positivistiche, scientifiche, della maggioranza degli scrittori di cose meridionali, attribuivano la causa dell’inferiorità sociale del Mezzogiorno a fatti naturali come il clima e la razza, contro cui sarebbe stato vano lottare”. E’ ovvio che considerazioni di questo tipo furono fatte in funzione di un disinteresse sprezzante per le condizioni del Meridione. Analizzandola, la posizione di Salvemini è di totale contrasto: “nego assolutamente che il carattere dei meridionali, diverso da quello dei settentrionali, abbia alcuna parte nella diversità di sviluppo dei due paesi. La razza si forma nella storia ed è effetto di essa non causa; spiegare la storia di un paese con la parola razza è da poltroni e da semplicisti”. In realtà, la posizione di Salvemini è storicamente documentata; è confermata, infatti, la tesi secondo cui l’arretratezza del meridione era dovuta a minori opportunità di sviluppo del Sud rispetto al Nord. Allora, come per troppi aspetti ancora oggi, il Nord rappresentava il centro degli interessi economici, e quindi la zona su cui maggiormente investire.

Il Meridione, a parere di Salvemini, soffriva di tre malattie: lo Stato accentratore, l’oppressione economica del Nord ed una struttura sociale semifeudale.

Le prime due, generate da politiche protezionistiche ed autoritarie, permettevano al Nord di opprimere il mezzogiorno.

Cosa strana è che, quando si unì l’Italia, il Napoletano e la Sicilia non avevano debiti; l’unità, quindi, ebbe l’effetto di obbligare i meridionali a pagare gli interessi dei debiti contratti dai settentrionali. Infatti la ripartizione del carico fiscale era estremamente iniqua e “faceva sì che l’Italia settentrionale, la quale possedeva il 48% della ricchezza del paese, pagava meno del 40% del carico tributario, mentre l’Italia meridionale, con il 27% della ricchezza pagava il 32%”.

L’Italia meridionale, quindi, dava senza ricevere, poiché tutti gli investimenti, come quelli destinati all’esercito ed alle ferrovie, erano concentrati prevalentemente nel settentrione. “L’Italia meridionale – scrive Salvemini – deve oggi comprare dall’Italia del Nord i prodotti manifatturieri ai prezzi, che gli industriali si son compiaciuti di stabilire; viceversa non può vendere al Nord le sue derrate agricole, perché le tariffe ferroviarie rendono impossibile la circolazione delle merci di gran volume e di basso prezzo quali sono appunto i prodotti dell’agricoltura meridionale”.
Quindi, le tasse ed i dazi sui prodotti agricoli, ben “dieci volte superiori a quelli dei prodotti manifatturieri”, impedivano in Italia il commercio dei prodotti meridionali, esclusivamente agricoli.
“Così – accusa Salvemini – noi assistiamo allo spettacolo che i limoni si pagano cinque a soldo a Messina e due soldi l’uno a Firenze, e un litro di vino costa venti centesimi a Barletta e cinquanta a Lodi”.

Dunque le tasse ed i dazi furono stabiliti con un unico scopo: sviluppare il mercato del Nord e rendere non concorrenziale quello del Sud. Gli industriali settentrionali poterono accordarsi con il governo a loro piacimento tanto che Salvemini, sarcasticamente, scrive così: “ e meno male che in Lombardia sono scarsi i vigneti, e che i proprietari lombardi non sono minacciati, come i piemontesi dalla concorrenza dei vini meridionali: se questo fosse, noi vedremmo anche in Lombardia le amministrazioni comunali, dominate dai proprietari, istituire dazi differenziali a danno dei vini a forte gradazione alcolica (meridionali) in modo da rialzarne artificialmente i prezzi più che non sieno rialzati dalle tariffe ferroviarie, e restringerne il consumo a tutto vantaggio dei vini locali”.

Da qui il rammarico sconsolato di un Salvemini alla continua ricerca di una via d’uscita; un provvedimento, una riforma che avesse creato i presupposti di una concorrenza onesta nel commercio italiano ed internazionale. “Potessimo almeno le nostre merci venderle fuori dall’Italia Ma le nazioni straniere, non potendo per le tariffe del 1887 venderci i loro prodotti industriali – ché il monopolio di questi se lo sono attribuito gl’industriali del Nord – non vogliono saperne naturalmente dei nostri vini, dei nostri ortaggi, della nostra frutta dei nostri agrumi.

Per meglio spiegare la terza “malattia”, la struttura sociale semifeudale, Salvemini ricorda che la società meridionale era distinta in tre classi sociali: la grande proprietà, la piccola borghesia e il proletariato agricolo.
Ora, il potere incontrastato dei latifondisti, impediva la formazione di una borghesia moderna come quella presente nel Nord, e che sola avrebbe permesso lo sviluppo e la democratizzazione del meridione. Salvemini, inoltre, faceva notare come il potere delle prime due classi fosse forte al punto da influenzare e manipolare la vita politica e sociale del meridione. Questa analisi, ovviamente, è salveminiana, cioè dura e spietata; ma utile poiché lascia intendere al lettore quanto egli realmente conoscesse la situazione meridionale.
La grande proprietà, antichissima nelle sue dinastie, era riuscita a superare indenne tutti i vari cambiamenti di regime restando sempre in sella, ed aveva “fatto sì che il Risorgimento risultasse nel Mezzogiorno non una rivoluzione, ma una corbellatura, ed [era] e sarà pronta sempre a vestire nuove livree pur di difendere il suo potere fino all’ultimo sangue”.
A parere di Salvemini, il potere della grande proprietà sarebbe rimasto forte perché risulta essere coordinato, oltre che appoggiato dalla piccola borghesia con cui si era creato un solido legame di cooperazione. “I due alleati si distribuiscono, da buoni amici, il terreno da sfruttare”.


Dunque, i latifondisti si adoperavano perché nulla cambiasse. Ogni loro azione era volta al mantenimento di quei vecchi privilegi ormai perduti in ogni altra parte dell’Italia.

“I latifondisti e la grande proprietà fondiaria erano indenni dai mali che affliggevano il Mezzogiorno, ed erano i veri beneficiari dello status quo, che perciò essi erano pronti a difendere con le unghie e con i denti”. Sarebbe necessario ricordare che i grandi proprietari non erano neppure oppressi dalle tasse. Ad esempio, posto che nel sistema tributario meridionale aveva grossa consistenza il dazio sul consumo, i latifondisti pagavano poche tasse perché il calcolo era fatto non in base a quanto il terreno avrebbe potuto produrre, ma a quanto in realtà produceva. E poiché i terreni producevano poco, poco pagavano. “Se i grandi proprietari non erano oppressi dalle tasse, in compenso essi e soltanto essi si giovavano dei dazi di importazione sul grano, che costituivano un grosso tributo annuo pagato dai consumatori al loro dolce far niente”

Per attualizzarne il concetto sostituiamo a "latifondisti" industriali sovvenzionati dallo stato, evasori fiscali, tecnocrazia politica, burocrazia, sistema politico, mafie...etc etc.

...Della piccola borghesia Salvemini, sottolinea il perenne senso di frustrazione e gli appetiti mai soddisfatti per l’impossibilità in cui era questa classe di migliorare la propria condizione economica. Ad essa era precluso l’accesso alle attività produttive. I piccoli borghesi erano “costretti a vivere dei modestissimi redditi loro derivanti dei pochi terreni che [possedevano] e sulla lontana e difficile prospettiva di diventare professionisti o impiegati”. Calcando le tinte Salvemini spiega che le ristrettezze in cui i piccoli borghesi erano costretti a vivere facevano sì che “la lotta per l’esistenza [assumesse] per loro un carattere di mostruosità, di ferocia, di pazzo accanimento e la vita [divenisse] uno spasimo continuo, un inferno, di fronte al quale l’inferno vero sarebbe il più desiderabile dei paradisi.

Pur avendo però una laurea o un diploma i piccoli borghesi del Sud non erano affatto persone colte; se lo fossero state si sarebbero forse condotti in modo differente. Non avrebbero certamente sfruttato una situazione così precaria proprio a discapito dei loro concittadini più umili.
Non si sarebbero certo accontentati di sfruttare una società così “disgraziata”, da cui avrebbero potuto trarre molti vantaggi solo se avessero cooperato per elevarne gli enormi potenziali di sviluppo.

“Andate – scrive Salvemini – un pomeriggio d’estate in uno di quei circoli di civili, in cui si raccoglie il fior fiore della poltroneria paesana; ascoltate per qualche ora conversare quella gente corpulenta, dagli occhi spenti, dalla voce fessa, mezzo sbracata, grossolana e volgare nelle parole e negli atti, badate alle scempiaggini, ai non sensi, alle irrealtà di cui sono infarciti i discorsi.
E abbiate il coraggio di dire che i meridionali sono intelligenti!”.

Salvemini ha speso, nei confronti della piccola borghesia, parole sempre più aspre, evidenziandone l’animo cupido ed il costume ozioso, centrando la sua accusa sul comportamento parassitario ed opportunista.
“L’Italia meridionale di oggi non è più quella di quindici anni fa. I contadini meridionali non sono più i miserabili di una volta. Ogni giorno più miserabile, invece diventa la piccola borghesia parassita ed oziosa che scrive sui giornali e piange sulle miserie proprie, credendole in buona fede miserie di tutta l’Italia meridionale”.

Parole dure, vibranti di disprezzo per l’egoismo che aveva distrutto le terre del meridione, a lui tanto care.
“La borghesia non esiste; il proletariato non ha diritti politici: la classe che forma il corpo elettorale è la piccola borghesia dei cui voti i latifondisti hanno, quindi, bisogno per tenersi su.
Si ha così un’associazione fra latifondisti e piccoli borghesi, che è la chiave di volta di tutta la vita pubblica meridionale”.

L’alleanza consisteva in un macchinoso, ma ben studiato gioco elettorale che avrebbe garantito loro posti di potere, contrastando ogni forma di progresso a danno del proletariato agricolo.
Ciò non è paradossale, se si tiene presente che, non essendoci ancora il suffragio universale, le persone con diritto di voto erano realmente poche.

Come scrive Salvemini “la presente legge elettorale escludendo dal voto gli analfabeti, e riducendo nel Mezzodì a proporzioni minime il numero degli elettori, fa sì che lo spostamento di cento o duecento voti determini la vittoria”.
Ecco, questo è il punto di appoggio della critica salveminiana.
Non esistendo una vera e propria borghesia, la piccola borghesia “frustrata” formava la gran parte del corpo elettorale.
Avveniva così che la grande proprietà se ne serviva per poter controllare le elezioni, mantenendo sempre intatti i suoi poteri ed i suoi privilegi e impedendo la nascita di una borghesia moderna.

“I deputati meridionali – scrive Salvemini – facevano consistere il loro ufficio nel fare raccomandazioni e procurar favori agli elettori, e per essi una croce di cavaliere aveva più importanza che un trattato di commercio o un progetto di legge per le pensioni […]”.

Così, il patto scellerato fra i latifondisti e i piccoli borghesi permetteva una vera e propria spartizione dei seggi assegnati o da assegnare con le elezioni.

Si aveva così che “i latifondisti si prendevano il parlamento e la piccola borghesia lavorava nei Consigli comunali. […] Dominio dei latifondisti nella vita politica, dominio di una frazione della piccola borghesia a danno del proletariato nella vita amministrativa”.

Viene da sé che, stando così le cose, queste classi avevano un illimitato potere su ogni atto che riguardasse l’Italia meridionale.
“Ignoranti peggio dei macigni. I più non hanno mai imparato o hanno disimparato a lo scrivere”.
Poche parole, che però la dicono lunga sulle condizioni dei contadini. Il proletariato agricolo, non potendo vantare alcun diritto politico per povertà e mancanza di istruzione, riesciva sconfitto ed impossibilitato a fare qualunque cosa per risollevare la sua posizione.

“Nessuno si occupa di essere elettore; se qualcuno si trova, senza saperlo come, iscritto nelle liste, non va a votare, o ci va trascinato da qualche conoscente, da ebete, senza aver coscienza di quel che fa”. Vittima, quindi, della carnefice alleanza fra i “potenti”, “i contadini meridionali sono abbandonati a se stessi, non possono far nulla, hanno bisogno di essere illuminati e guidati, ma non hanno nessuno che possa illuminarli e guidarli”.

Il proletariato, come denuncia Salvemini, viveva in uno stato di totale abbandono. Lasciati allo sbando dalla borghesia e dai troppo potenti latifondisti i proletari vivevano inermi lo sfruttamento e la miseria.
“Dove gli operai industriali mancano ed i contadini sono impermeabili alla propaganda nostra, ivi l’idea socialista o non penetra o, se penetra si corrompe”.

È facile dedurre dalle parole di Salvemini che le pratiche dei favoritismi, della corruzione e dello sfruttamento, risultavano all’ordine del giorno nella vita pubblica meridionale, così precisamente, così realisticamente ma, allo stesso tempo, così dolorosamente dipinta da Salvemini.
Ed infatti, come egli scrive, “la vita pubblica si riduce ad una serie continua di strisciamenti vicendevoli, di mercimoni, di servilismi di tutti verso tutti. L’origine dei deputati meridionali sta tutta in questa condizione di cose, la quale è intollerabile per tutti”.....Dopo oltre 100 anni cos'è cambiato ?

..... Secondo Salvemini v'era un altro fattore che impediva il riscatto dei proletari meridionali: l’atteggiamento governativo. Nel meridione, a differenza di ciò che accadeva al Nord, ogni manifestazione e ogni forma di protesta contraria alle disposizioni governative veniva inevitabilmente repressa.

“In questi anni abbiam visto la mafia, la camorra, la malavita, tutta la feccia sociale dei nostri paesi, palesemente protetta dal Governo centrale, […] abbiam visto massacrare senza pietà i nostri proletari ad ogni minimo accenno di disordine, mentre al Nord la forza pubblica aveva per gli operai mille riguardi e mille tolleranze, come ben si addice a persone che appartengono a una razza più gentile”. Al Nord, infatti, il governo tollerava le manifestazioni, concedendo inevitabilmente la possibilità di numerose azioni volte alla conquista dei diritti fondamentali. Ma, come denuncia Salvemini, quando qualcuno lamentava le infamie commesse, e le disparità con la “razza gentile”, “essi o non rispondevano o ci facevano capire che non credevano alle nostre parole, o facevano una scrollata di spalle e dicevano: da noi il governo non fa così; la colpa non è di Giolitti; è vostra”.

Queste parole non possono che confermare la scarsa considerazione umana che si aveva nei confronti del mezzogiorno. È amaro pensare che, proprio alla parte più debole di un unico popolo fossero riservati tali trattamenti. È difficile accettare come “per molti settentrionali, anche fra coloro che più spesso fanno sfoggio di retorica unitaria, le popolazioni meridionali sono cagnaccia da macello e da bordello”.

Ma questo non è un luogo comune; il disprezzo che le popolazioni settentrionali provavano nei confronti dei loro connazionali, emerge anche in altre pagine di Salvemini. Toccante, ad esempio, il racconto in cui egli, memore di un viaggio in treno, riporta il giudizio di un piemontese: “postacci – si lasciava andare il piemontese al passaggio per un villaggio del Sud – creda pure che qui non ci si vive. Qui aria cattiva, acqua pessima, dialetto incomprensibile che par turco, popolazione superstiziosa barbara”.
Il meridione, quindi, viveva in condizioni difficili che andavano affrontate in modo energico. Si capisce come Salvemini, molfettese fino alle midolla delle ossa, si adoperò cercando di risollevarne le condizioni, e di trovare delle soluzioni concrete che ne riscattassero lo stato d’arretratezza.

E’ importante però chiarire un punto. Molti criticano Salvemini accusandolo di aver difeso il Mezzogiorno, trascurando, così, quelle che erano le reali necessità del momento. Il problemismo ed il concretismo di cui si fa interprete Salvemini, poggiava invece su basi molto solide che non possono essere trascurate. Quello di Salvemini, infatti, era un socialismo che, pur ponendo al primo posto la protezione delle classi più deboli della società, non si lasciò mai corrompere dallo spirito di parte e restò sempre legato alla concreta realtà.



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"Il Veneto mantiene il Sud come fa la Germania con la Grecia"..così tuonava qualche giorno fa Zaia, il neo eletto presidente della regione veneto. Ma le cose stanno veramente così?..E poi se così fosse (e non lo è)..perchè siamo arrivati a tanto?
Ci aiuta a capire come stanno le coseGaetano Salvemini, con le sue "attualissime analisi" sulla"Questione Meridionale".

Il pensiero che Gaetano Salvemini ha elaborato fra gli ultimi decenni dell’Ottocento e gli inizi del Novecento rappresenta, di certo, uno dei contributi più lucidi e lungimiranti che la classe politica ed intellettuale di quegli anni sia riuscita a produrre.

In un’epoca in cui l’Italia viveva una profondissima crisi politica, sociale ed economica, Salvemini ha anticipato molti dei suoi contemporanei nell’analisi e nella proposta di risoluzione dei più gravi problemi che travagliavano l’Italia.
Non avrebbe fatto piacere allo storico pugliese il ritrovare, a distanza di oltre cento anni, la questione meridionale ascritta in quell’elenco che indica chiaramente che la questione è ancora presente, è ancora viva, in altri termini, è ancora irrisolta.

L’amore che Salvemini nutriva per i meridionali fu forte al punto da influenzarne tutte le scelte; e la questione meridionale era da lui considerata l’irrinunciabile punto da cui partire per lo sviluppo dell’Italia intera. Salvemini aveva infatti chiaro che “il nodo dei problemi che andava sotto il nome di questione meridionale, diventava la condizione pregiudiziale per la trasformazione dell’Italia in un paese civile, ed il banco di prova quindi dei partiti che si ponevano come partiti di audace rinnovamento o rivoluzione”. E Salvemini, infatti, considerò la questione meridionale come punto di confine fra la corruzione e lo sviluppo dell’Italia.

E’ questo, quindi, il motivo per cui ogni sua azione ed ogni suo scritto furono volti alla risoluzione di un unico problema: quello della disparità fra il Nord e il Sud d’Italia. E’ importante tenere presente che, a parere di molti studiosi, le condizioni di squilibrio fra il Nord e il Sud erano dovute ad una serie di fattori non superabili che ponevano il Sud in una posizione di insanabile inferiorità rispetto al Nord.

Infatti “le spiegazioni positivistiche, scientifiche, della maggioranza degli scrittori di cose meridionali, attribuivano la causa dell’inferiorità sociale del Mezzogiorno a fatti naturali come il clima e la razza, contro cui sarebbe stato vano lottare”. E’ ovvio che considerazioni di questo tipo furono fatte in funzione di un disinteresse sprezzante per le condizioni del Meridione. Analizzandola, la posizione di Salvemini è di totale contrasto: “nego assolutamente che il carattere dei meridionali, diverso da quello dei settentrionali, abbia alcuna parte nella diversità di sviluppo dei due paesi. La razza si forma nella storia ed è effetto di essa non causa; spiegare la storia di un paese con la parola razza è da poltroni e da semplicisti”. In realtà, la posizione di Salvemini è storicamente documentata; è confermata, infatti, la tesi secondo cui l’arretratezza del meridione era dovuta a minori opportunità di sviluppo del Sud rispetto al Nord. Allora, come per troppi aspetti ancora oggi, il Nord rappresentava il centro degli interessi economici, e quindi la zona su cui maggiormente investire.

Il Meridione, a parere di Salvemini, soffriva di tre malattie: lo Stato accentratore, l’oppressione economica del Nord ed una struttura sociale semifeudale.

Le prime due, generate da politiche protezionistiche ed autoritarie, permettevano al Nord di opprimere il mezzogiorno.

Cosa strana è che, quando si unì l’Italia, il Napoletano e la Sicilia non avevano debiti; l’unità, quindi, ebbe l’effetto di obbligare i meridionali a pagare gli interessi dei debiti contratti dai settentrionali. Infatti la ripartizione del carico fiscale era estremamente iniqua e “faceva sì che l’Italia settentrionale, la quale possedeva il 48% della ricchezza del paese, pagava meno del 40% del carico tributario, mentre l’Italia meridionale, con il 27% della ricchezza pagava il 32%”.

L’Italia meridionale, quindi, dava senza ricevere, poiché tutti gli investimenti, come quelli destinati all’esercito ed alle ferrovie, erano concentrati prevalentemente nel settentrione. “L’Italia meridionale – scrive Salvemini – deve oggi comprare dall’Italia del Nord i prodotti manifatturieri ai prezzi, che gli industriali si son compiaciuti di stabilire; viceversa non può vendere al Nord le sue derrate agricole, perché le tariffe ferroviarie rendono impossibile la circolazione delle merci di gran volume e di basso prezzo quali sono appunto i prodotti dell’agricoltura meridionale”.
Quindi, le tasse ed i dazi sui prodotti agricoli, ben “dieci volte superiori a quelli dei prodotti manifatturieri”, impedivano in Italia il commercio dei prodotti meridionali, esclusivamente agricoli.
“Così – accusa Salvemini – noi assistiamo allo spettacolo che i limoni si pagano cinque a soldo a Messina e due soldi l’uno a Firenze, e un litro di vino costa venti centesimi a Barletta e cinquanta a Lodi”.

Dunque le tasse ed i dazi furono stabiliti con un unico scopo: sviluppare il mercato del Nord e rendere non concorrenziale quello del Sud. Gli industriali settentrionali poterono accordarsi con il governo a loro piacimento tanto che Salvemini, sarcasticamente, scrive così: “ e meno male che in Lombardia sono scarsi i vigneti, e che i proprietari lombardi non sono minacciati, come i piemontesi dalla concorrenza dei vini meridionali: se questo fosse, noi vedremmo anche in Lombardia le amministrazioni comunali, dominate dai proprietari, istituire dazi differenziali a danno dei vini a forte gradazione alcolica (meridionali) in modo da rialzarne artificialmente i prezzi più che non sieno rialzati dalle tariffe ferroviarie, e restringerne il consumo a tutto vantaggio dei vini locali”.

Da qui il rammarico sconsolato di un Salvemini alla continua ricerca di una via d’uscita; un provvedimento, una riforma che avesse creato i presupposti di una concorrenza onesta nel commercio italiano ed internazionale. “Potessimo almeno le nostre merci venderle fuori dall’Italia Ma le nazioni straniere, non potendo per le tariffe del 1887 venderci i loro prodotti industriali – ché il monopolio di questi se lo sono attribuito gl’industriali del Nord – non vogliono saperne naturalmente dei nostri vini, dei nostri ortaggi, della nostra frutta dei nostri agrumi.

Per meglio spiegare la terza “malattia”, la struttura sociale semifeudale, Salvemini ricorda che la società meridionale era distinta in tre classi sociali: la grande proprietà, la piccola borghesia e il proletariato agricolo.
Ora, il potere incontrastato dei latifondisti, impediva la formazione di una borghesia moderna come quella presente nel Nord, e che sola avrebbe permesso lo sviluppo e la democratizzazione del meridione. Salvemini, inoltre, faceva notare come il potere delle prime due classi fosse forte al punto da influenzare e manipolare la vita politica e sociale del meridione. Questa analisi, ovviamente, è salveminiana, cioè dura e spietata; ma utile poiché lascia intendere al lettore quanto egli realmente conoscesse la situazione meridionale.
La grande proprietà, antichissima nelle sue dinastie, era riuscita a superare indenne tutti i vari cambiamenti di regime restando sempre in sella, ed aveva “fatto sì che il Risorgimento risultasse nel Mezzogiorno non una rivoluzione, ma una corbellatura, ed [era] e sarà pronta sempre a vestire nuove livree pur di difendere il suo potere fino all’ultimo sangue”.
A parere di Salvemini, il potere della grande proprietà sarebbe rimasto forte perché risulta essere coordinato, oltre che appoggiato dalla piccola borghesia con cui si era creato un solido legame di cooperazione. “I due alleati si distribuiscono, da buoni amici, il terreno da sfruttare”.


Dunque, i latifondisti si adoperavano perché nulla cambiasse. Ogni loro azione era volta al mantenimento di quei vecchi privilegi ormai perduti in ogni altra parte dell’Italia.

“I latifondisti e la grande proprietà fondiaria erano indenni dai mali che affliggevano il Mezzogiorno, ed erano i veri beneficiari dello status quo, che perciò essi erano pronti a difendere con le unghie e con i denti”. Sarebbe necessario ricordare che i grandi proprietari non erano neppure oppressi dalle tasse. Ad esempio, posto che nel sistema tributario meridionale aveva grossa consistenza il dazio sul consumo, i latifondisti pagavano poche tasse perché il calcolo era fatto non in base a quanto il terreno avrebbe potuto produrre, ma a quanto in realtà produceva. E poiché i terreni producevano poco, poco pagavano. “Se i grandi proprietari non erano oppressi dalle tasse, in compenso essi e soltanto essi si giovavano dei dazi di importazione sul grano, che costituivano un grosso tributo annuo pagato dai consumatori al loro dolce far niente”

Per attualizzarne il concetto sostituiamo a "latifondisti" industriali sovvenzionati dallo stato, evasori fiscali, tecnocrazia politica, burocrazia, sistema politico, mafie...etc etc.

...Della piccola borghesia Salvemini, sottolinea il perenne senso di frustrazione e gli appetiti mai soddisfatti per l’impossibilità in cui era questa classe di migliorare la propria condizione economica. Ad essa era precluso l’accesso alle attività produttive. I piccoli borghesi erano “costretti a vivere dei modestissimi redditi loro derivanti dei pochi terreni che [possedevano] e sulla lontana e difficile prospettiva di diventare professionisti o impiegati”. Calcando le tinte Salvemini spiega che le ristrettezze in cui i piccoli borghesi erano costretti a vivere facevano sì che “la lotta per l’esistenza [assumesse] per loro un carattere di mostruosità, di ferocia, di pazzo accanimento e la vita [divenisse] uno spasimo continuo, un inferno, di fronte al quale l’inferno vero sarebbe il più desiderabile dei paradisi.

Pur avendo però una laurea o un diploma i piccoli borghesi del Sud non erano affatto persone colte; se lo fossero state si sarebbero forse condotti in modo differente. Non avrebbero certamente sfruttato una situazione così precaria proprio a discapito dei loro concittadini più umili.
Non si sarebbero certo accontentati di sfruttare una società così “disgraziata”, da cui avrebbero potuto trarre molti vantaggi solo se avessero cooperato per elevarne gli enormi potenziali di sviluppo.

“Andate – scrive Salvemini – un pomeriggio d’estate in uno di quei circoli di civili, in cui si raccoglie il fior fiore della poltroneria paesana; ascoltate per qualche ora conversare quella gente corpulenta, dagli occhi spenti, dalla voce fessa, mezzo sbracata, grossolana e volgare nelle parole e negli atti, badate alle scempiaggini, ai non sensi, alle irrealtà di cui sono infarciti i discorsi.
E abbiate il coraggio di dire che i meridionali sono intelligenti!”.

Salvemini ha speso, nei confronti della piccola borghesia, parole sempre più aspre, evidenziandone l’animo cupido ed il costume ozioso, centrando la sua accusa sul comportamento parassitario ed opportunista.
“L’Italia meridionale di oggi non è più quella di quindici anni fa. I contadini meridionali non sono più i miserabili di una volta. Ogni giorno più miserabile, invece diventa la piccola borghesia parassita ed oziosa che scrive sui giornali e piange sulle miserie proprie, credendole in buona fede miserie di tutta l’Italia meridionale”.

Parole dure, vibranti di disprezzo per l’egoismo che aveva distrutto le terre del meridione, a lui tanto care.
“La borghesia non esiste; il proletariato non ha diritti politici: la classe che forma il corpo elettorale è la piccola borghesia dei cui voti i latifondisti hanno, quindi, bisogno per tenersi su.
Si ha così un’associazione fra latifondisti e piccoli borghesi, che è la chiave di volta di tutta la vita pubblica meridionale”.

L’alleanza consisteva in un macchinoso, ma ben studiato gioco elettorale che avrebbe garantito loro posti di potere, contrastando ogni forma di progresso a danno del proletariato agricolo.
Ciò non è paradossale, se si tiene presente che, non essendoci ancora il suffragio universale, le persone con diritto di voto erano realmente poche.

Come scrive Salvemini “la presente legge elettorale escludendo dal voto gli analfabeti, e riducendo nel Mezzodì a proporzioni minime il numero degli elettori, fa sì che lo spostamento di cento o duecento voti determini la vittoria”.
Ecco, questo è il punto di appoggio della critica salveminiana.
Non esistendo una vera e propria borghesia, la piccola borghesia “frustrata” formava la gran parte del corpo elettorale.
Avveniva così che la grande proprietà se ne serviva per poter controllare le elezioni, mantenendo sempre intatti i suoi poteri ed i suoi privilegi e impedendo la nascita di una borghesia moderna.

“I deputati meridionali – scrive Salvemini – facevano consistere il loro ufficio nel fare raccomandazioni e procurar favori agli elettori, e per essi una croce di cavaliere aveva più importanza che un trattato di commercio o un progetto di legge per le pensioni […]”.

Così, il patto scellerato fra i latifondisti e i piccoli borghesi permetteva una vera e propria spartizione dei seggi assegnati o da assegnare con le elezioni.

Si aveva così che “i latifondisti si prendevano il parlamento e la piccola borghesia lavorava nei Consigli comunali. […] Dominio dei latifondisti nella vita politica, dominio di una frazione della piccola borghesia a danno del proletariato nella vita amministrativa”.

Viene da sé che, stando così le cose, queste classi avevano un illimitato potere su ogni atto che riguardasse l’Italia meridionale.
“Ignoranti peggio dei macigni. I più non hanno mai imparato o hanno disimparato a lo scrivere”.
Poche parole, che però la dicono lunga sulle condizioni dei contadini. Il proletariato agricolo, non potendo vantare alcun diritto politico per povertà e mancanza di istruzione, riesciva sconfitto ed impossibilitato a fare qualunque cosa per risollevare la sua posizione.

“Nessuno si occupa di essere elettore; se qualcuno si trova, senza saperlo come, iscritto nelle liste, non va a votare, o ci va trascinato da qualche conoscente, da ebete, senza aver coscienza di quel che fa”. Vittima, quindi, della carnefice alleanza fra i “potenti”, “i contadini meridionali sono abbandonati a se stessi, non possono far nulla, hanno bisogno di essere illuminati e guidati, ma non hanno nessuno che possa illuminarli e guidarli”.

Il proletariato, come denuncia Salvemini, viveva in uno stato di totale abbandono. Lasciati allo sbando dalla borghesia e dai troppo potenti latifondisti i proletari vivevano inermi lo sfruttamento e la miseria.
“Dove gli operai industriali mancano ed i contadini sono impermeabili alla propaganda nostra, ivi l’idea socialista o non penetra o, se penetra si corrompe”.

È facile dedurre dalle parole di Salvemini che le pratiche dei favoritismi, della corruzione e dello sfruttamento, risultavano all’ordine del giorno nella vita pubblica meridionale, così precisamente, così realisticamente ma, allo stesso tempo, così dolorosamente dipinta da Salvemini.
Ed infatti, come egli scrive, “la vita pubblica si riduce ad una serie continua di strisciamenti vicendevoli, di mercimoni, di servilismi di tutti verso tutti. L’origine dei deputati meridionali sta tutta in questa condizione di cose, la quale è intollerabile per tutti”.....Dopo oltre 100 anni cos'è cambiato ?

..... Secondo Salvemini v'era un altro fattore che impediva il riscatto dei proletari meridionali: l’atteggiamento governativo. Nel meridione, a differenza di ciò che accadeva al Nord, ogni manifestazione e ogni forma di protesta contraria alle disposizioni governative veniva inevitabilmente repressa.

“In questi anni abbiam visto la mafia, la camorra, la malavita, tutta la feccia sociale dei nostri paesi, palesemente protetta dal Governo centrale, […] abbiam visto massacrare senza pietà i nostri proletari ad ogni minimo accenno di disordine, mentre al Nord la forza pubblica aveva per gli operai mille riguardi e mille tolleranze, come ben si addice a persone che appartengono a una razza più gentile”. Al Nord, infatti, il governo tollerava le manifestazioni, concedendo inevitabilmente la possibilità di numerose azioni volte alla conquista dei diritti fondamentali. Ma, come denuncia Salvemini, quando qualcuno lamentava le infamie commesse, e le disparità con la “razza gentile”, “essi o non rispondevano o ci facevano capire che non credevano alle nostre parole, o facevano una scrollata di spalle e dicevano: da noi il governo non fa così; la colpa non è di Giolitti; è vostra”.

Queste parole non possono che confermare la scarsa considerazione umana che si aveva nei confronti del mezzogiorno. È amaro pensare che, proprio alla parte più debole di un unico popolo fossero riservati tali trattamenti. È difficile accettare come “per molti settentrionali, anche fra coloro che più spesso fanno sfoggio di retorica unitaria, le popolazioni meridionali sono cagnaccia da macello e da bordello”.

Ma questo non è un luogo comune; il disprezzo che le popolazioni settentrionali provavano nei confronti dei loro connazionali, emerge anche in altre pagine di Salvemini. Toccante, ad esempio, il racconto in cui egli, memore di un viaggio in treno, riporta il giudizio di un piemontese: “postacci – si lasciava andare il piemontese al passaggio per un villaggio del Sud – creda pure che qui non ci si vive. Qui aria cattiva, acqua pessima, dialetto incomprensibile che par turco, popolazione superstiziosa barbara”.
Il meridione, quindi, viveva in condizioni difficili che andavano affrontate in modo energico. Si capisce come Salvemini, molfettese fino alle midolla delle ossa, si adoperò cercando di risollevarne le condizioni, e di trovare delle soluzioni concrete che ne riscattassero lo stato d’arretratezza.

E’ importante però chiarire un punto. Molti criticano Salvemini accusandolo di aver difeso il Mezzogiorno, trascurando, così, quelle che erano le reali necessità del momento. Il problemismo ed il concretismo di cui si fa interprete Salvemini, poggiava invece su basi molto solide che non possono essere trascurate. Quello di Salvemini, infatti, era un socialismo che, pur ponendo al primo posto la protezione delle classi più deboli della società, non si lasciò mai corrompere dallo spirito di parte e restò sempre legato alla concreta realtà.



 
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