lunedì 6 febbraio 2012

Gaetano Salvemini: nel riscatto del Sud lo sviluppo dell'Italia intera


Unità di Italia e questione meridionale: un binomio da leggere attraverso il pensiero, e gli scritti soprattutto, di Gaetano Salvemini. E allora proprio per inquadrare il tutto è bene riflettere su una affermazione che solo l'illuminato meridionalista poteva “incardinare” nella storia dell’Unità di Italia.
“In questi anni abbiam visto la mafia, la camorra, la malavita, tutta la feccia sociale dei nostri paesi, palesemente protetta dal Governo centrale, […] abbiam visto massacrare senza pietà i nostri proletari ad ogni minimo accenno di disordine, mentre al Nord la forza pubblica aveva per gli operai mille riguardi e mille tolleranze, come ben si addice a persone che appartengono a una razza più gentile”. Non è sufficiente? Consultate gli “Scritti sulla questione meridionale” (1896-1955, Einaudi, 1955, p. 115): “Se dall’unità il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata: ha perduto la capitale, ha finito di essere il mercato del Mezzogiorno, è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone”.
Ma chi era Salvemini? Nato a Molfetta nel 1873 si laureò a soli 23 anni a Firenze nel 1896. I suoi primi interessi si concentrarono sulla storia medioevale dimostrandosi uno dei migliori giovani storici. Insegnò latino in una scuola media di Palermo e storia nel Liceo Torricelli di Faenza; nel 1901 ottenne la cattedra di Storia moderna a Messina. Questa fase della sua vita lo segnò particolarmente in quanto nel 1908 fu sorpreso dal terremoto e perse la moglie, i cinque figli e la sorella, rimanendo l’unico sopravvissuto di tutta la sua famiglia (“sono un povero disgraziato senza tetto e senza focolare”). Successivamente insegnò all’Università di Pisa e infine a quella di Firenze. Tra i suoi allievi vi furono Carlo Rosselli, Ernesto Rossi (compagno di Altiero Spinelli e padri del federalismo ed estensori del Manifesto di Ventotene) e Camillo Berneri. L’insegnamento gli scorreva nel sangue fu professore ad Harvard e nel 1955 l’Accademia dei Lincei gli conferì il premio internazionale Feltrinelli per la storia. A lui anche una laurea “honoris causa” dall’Università di Oxford.
Eletto deputato nel 1919 con l'avvento del fascismo si schierò subito contro Mussolini e strinse un profondo sodalizio ideale e politico con i fratelli Carlo Rosselli e Nello Rosselli e con Ernesto Rossi. Appassionato della stampa nel 1925, Salvemini, i due Rosselli e Nello Traquandi fondarono a Firenze il primo giornale antifascista clandestino: “Non Mollare”. Salvemini morì il 6 settembre 1957.
Nelle sue denunce Salvemini, puntò il dito, sull’arretratezza del Mezzogiorno condizione antireciproca a quella del nord tutelata da Giolitti. Il Nostro non ebbe timori a definire quest’ultimo “il ministro della malavita” per la perfidia politica con cui, utilizzando mezzi illeciti e qualche volta leciti, approfittava dell'arretratezza e dell'ignoranza del sud per raccogliervi consensi. Il 14 marzo 1909, Salvemini, mise nero su bianco pubblicando sull’“Avanti” un articolo contro Giovanni Giolitti accusandolo di aver incentivato la corruzione nel Mezzogiorno e di essersi procurato il voto dei deputati meridionali mettendo “nelle elezioni, al loro servizio, la malavita e la questura”. Nella visione di sviluppo del Mezzogiorno Salvemini non prendeva a modello un processo di industrializzazione - essendo lontano dal substrato economico e geografico - ma professava come volàno la vocazione agricola del meridione.
Altro campo in cui si distinse, con analisi intelligibili e inconfutabili, fu quello della presunta differenza tra nord e sud che a parer di parere di molti studiosi era basata su fattori non sanabili. A queste convinzioni, che per esempio furono formulate anche dall’avvocato Lelio Basso, Salvemini rispose che “nego assolutamente che il carattere dei meridionali, diverso da quello dei settentrionali, abbia alcuna parte nella diversità di sviluppo dei due paesi. La razza si forma nella storia ed è effetto di essa non causa; […] spiegare la storia di un paese con la parola razza è da poltroni e da semplicisti” (Risposta ad un’inchiesta, in Scritti sulla questione meridionale (1896-1955 ), Torino, Einaudi 1955 p. 60).
Ma quale potrebbe essere un messaggio del socialista Gaetano Salvemini in questo momento di confusione? Ci viene in soccorso un altro molfettese di adozione il servo di Dio Don Tonino Bello, vescovo e pastore degli ultimi. L'avvocato Agostino Picicco, tempo fa, lo ha trattato durante un incontro tra nostalgici ed impegnati pugliesi in terra del nord durante un convegno sul tema “La questione meridionale alla luce degli scritti e della testimonianza di vita di Gaetano Salvemini e di don Tonino Bello”. Sebbene diversi per tempi biologici, studi, formazione e ruoli sono accomunati dalla naturale propensione di sposare cause di sofferenza attraverso la lente della speranza e del dialogo. (Giuseppe Dimiccoli)

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

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Unità di Italia e questione meridionale: un binomio da leggere attraverso il pensiero, e gli scritti soprattutto, di Gaetano Salvemini. E allora proprio per inquadrare il tutto è bene riflettere su una affermazione che solo l'illuminato meridionalista poteva “incardinare” nella storia dell’Unità di Italia.
“In questi anni abbiam visto la mafia, la camorra, la malavita, tutta la feccia sociale dei nostri paesi, palesemente protetta dal Governo centrale, […] abbiam visto massacrare senza pietà i nostri proletari ad ogni minimo accenno di disordine, mentre al Nord la forza pubblica aveva per gli operai mille riguardi e mille tolleranze, come ben si addice a persone che appartengono a una razza più gentile”. Non è sufficiente? Consultate gli “Scritti sulla questione meridionale” (1896-1955, Einaudi, 1955, p. 115): “Se dall’unità il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata: ha perduto la capitale, ha finito di essere il mercato del Mezzogiorno, è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone”.
Ma chi era Salvemini? Nato a Molfetta nel 1873 si laureò a soli 23 anni a Firenze nel 1896. I suoi primi interessi si concentrarono sulla storia medioevale dimostrandosi uno dei migliori giovani storici. Insegnò latino in una scuola media di Palermo e storia nel Liceo Torricelli di Faenza; nel 1901 ottenne la cattedra di Storia moderna a Messina. Questa fase della sua vita lo segnò particolarmente in quanto nel 1908 fu sorpreso dal terremoto e perse la moglie, i cinque figli e la sorella, rimanendo l’unico sopravvissuto di tutta la sua famiglia (“sono un povero disgraziato senza tetto e senza focolare”). Successivamente insegnò all’Università di Pisa e infine a quella di Firenze. Tra i suoi allievi vi furono Carlo Rosselli, Ernesto Rossi (compagno di Altiero Spinelli e padri del federalismo ed estensori del Manifesto di Ventotene) e Camillo Berneri. L’insegnamento gli scorreva nel sangue fu professore ad Harvard e nel 1955 l’Accademia dei Lincei gli conferì il premio internazionale Feltrinelli per la storia. A lui anche una laurea “honoris causa” dall’Università di Oxford.
Eletto deputato nel 1919 con l'avvento del fascismo si schierò subito contro Mussolini e strinse un profondo sodalizio ideale e politico con i fratelli Carlo Rosselli e Nello Rosselli e con Ernesto Rossi. Appassionato della stampa nel 1925, Salvemini, i due Rosselli e Nello Traquandi fondarono a Firenze il primo giornale antifascista clandestino: “Non Mollare”. Salvemini morì il 6 settembre 1957.
Nelle sue denunce Salvemini, puntò il dito, sull’arretratezza del Mezzogiorno condizione antireciproca a quella del nord tutelata da Giolitti. Il Nostro non ebbe timori a definire quest’ultimo “il ministro della malavita” per la perfidia politica con cui, utilizzando mezzi illeciti e qualche volta leciti, approfittava dell'arretratezza e dell'ignoranza del sud per raccogliervi consensi. Il 14 marzo 1909, Salvemini, mise nero su bianco pubblicando sull’“Avanti” un articolo contro Giovanni Giolitti accusandolo di aver incentivato la corruzione nel Mezzogiorno e di essersi procurato il voto dei deputati meridionali mettendo “nelle elezioni, al loro servizio, la malavita e la questura”. Nella visione di sviluppo del Mezzogiorno Salvemini non prendeva a modello un processo di industrializzazione - essendo lontano dal substrato economico e geografico - ma professava come volàno la vocazione agricola del meridione.
Altro campo in cui si distinse, con analisi intelligibili e inconfutabili, fu quello della presunta differenza tra nord e sud che a parer di parere di molti studiosi era basata su fattori non sanabili. A queste convinzioni, che per esempio furono formulate anche dall’avvocato Lelio Basso, Salvemini rispose che “nego assolutamente che il carattere dei meridionali, diverso da quello dei settentrionali, abbia alcuna parte nella diversità di sviluppo dei due paesi. La razza si forma nella storia ed è effetto di essa non causa; […] spiegare la storia di un paese con la parola razza è da poltroni e da semplicisti” (Risposta ad un’inchiesta, in Scritti sulla questione meridionale (1896-1955 ), Torino, Einaudi 1955 p. 60).
Ma quale potrebbe essere un messaggio del socialista Gaetano Salvemini in questo momento di confusione? Ci viene in soccorso un altro molfettese di adozione il servo di Dio Don Tonino Bello, vescovo e pastore degli ultimi. L'avvocato Agostino Picicco, tempo fa, lo ha trattato durante un incontro tra nostalgici ed impegnati pugliesi in terra del nord durante un convegno sul tema “La questione meridionale alla luce degli scritti e della testimonianza di vita di Gaetano Salvemini e di don Tonino Bello”. Sebbene diversi per tempi biologici, studi, formazione e ruoli sono accomunati dalla naturale propensione di sposare cause di sofferenza attraverso la lente della speranza e del dialogo. (Giuseppe Dimiccoli)

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

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