sabato 30 giugno 2012

Casalgrande( RE) 5 Luglio 2012 Teatro Fabrizio De André, ore 21.00: Spettacolo teatrale "A Sud" di e con PINO APRILE ed EUGENIO BENNATO


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Invitiamo tutti i nostri iscritti e simpatizzanti in zona a presenziare allo spettacolo

 ( PdSUD)

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Ora Legale: A SUD

05/07/2012
21:00a23:00
Teatro Fabrizio De André, ore 21.00 secondo appuntamento con la rassegna  ORA LEGALE. Tema di questa sera è
” A SUD “
di e con  PINO APRILE ed EUGENIO BENNATOEzio Lambiase, chitarra
testi di PINO APRILE con la collaborazione di Raffaele Vescera
musiche di EUGENIO BENNATO
luci Angelo Generali
Con una scelta di testi riadattati per il teatro, dai libri di Pino Aprile (TerroniGiù al SudL’altro Sud) e delle canzoni in cui Eugenio Bennato ha travasato i frutti della sua ricerca musicale e storica (da Brigante se more a Questione meridionale, sino a La taranta del futuro), si racconta come il Mezzogiorno d’Italia fu invaso, depredato, annesso e mai considerato parte davvero integrante del Paese così costruito. Così, l’Italia ha perso la più grande occasione per fare degli italiani un popolo unito e ricco delle sue differenze. Si racconta come fu demolita l’economia del Sud (Consiglio Nazionale delle Ricerche e Ufficio studi della Banca d’Italia dimostrano che non era più povero del Nord); le sue aziende distrutte, anche a mano armata, per non fare concorrenza a quelle del Nord; l’oro delle banche razziato e portato via, come gli arredi e i beni di regge, chiese, case, residenze private.
Il pregiudizio («Andiamo a fare esperienza d’Africa», «Questi sono peggio che beduini») giustificò fucilazioni in massa, rappresaglie, lo sterminio della popolazione e la cancellazione di interi paesi, la libertà di stupro concessa ai bersaglieri. L’opposizione all’unificazione così condotta sfociò in una guerra durata circa dieci anni e gabellata per “Brigantaggio”, anche se a combattere c’erano delinquenti (da una parte e dall’altra) e migliaia di soldati borbonici, fedeli al giuramento fatto. Quando la sconfitta fu evidente, il Sud, per la prima volta nella sua storia plurimillenaria scoprì la via dell’emigrazione. L’unificazione così fatta, contro una parte del Paese, produsse la Questione meridionale che non esisteva e la fa durare ancora oggi: a Sud tagliano le linee ferroviarie (mille chilometri, negli ultimi decenni), i treni diretti Sud-Nord, Matera è l’unica città europea irraggiungibile in treno, mentre miliardi di euro di tutti gli italiani vengono investiti nell’alta velocità solo al Nord; le alluvioni seminano morte in Liguria, Toscana e Sicilia, ma gli aiuti statali e quelli chiesti alla solidarietà nazionale e le accise sulla benzina vanno solo al Nord e zero in Sicilia; per uno studente meridionale, l’Italia spende metà che per uno del Nord e il ministero dell’Istruzione cancella dai programmi dei licei per la letteratura del Novecento, tutti i poeti e gli autori meridionali, inclusi i premi Nobel. Eppure, a sorpresa, migliaia di giovani cosmopoliti, colti e decisi rifiutano di andarsene dal Sud, o persino vi tornano, abbandonando lusinghieri incarichi all’estero e al Nord, e ripartono dalla propria terra, dalla propria storia, per riportare il Mezzogiorno alla dignità violata.E forse cominciare a fare, dopo 150 anni, l’Unità d’Italia, prima che l’Italia si spezzi.

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Invitiamo tutti i nostri iscritti e simpatizzanti in zona a presenziare allo spettacolo

 ( PdSUD)

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Ora Legale: A SUD

05/07/2012
21:00a23:00
Teatro Fabrizio De André, ore 21.00 secondo appuntamento con la rassegna  ORA LEGALE. Tema di questa sera è
” A SUD “
di e con  PINO APRILE ed EUGENIO BENNATOEzio Lambiase, chitarra
testi di PINO APRILE con la collaborazione di Raffaele Vescera
musiche di EUGENIO BENNATO
luci Angelo Generali
Con una scelta di testi riadattati per il teatro, dai libri di Pino Aprile (TerroniGiù al SudL’altro Sud) e delle canzoni in cui Eugenio Bennato ha travasato i frutti della sua ricerca musicale e storica (da Brigante se more a Questione meridionale, sino a La taranta del futuro), si racconta come il Mezzogiorno d’Italia fu invaso, depredato, annesso e mai considerato parte davvero integrante del Paese così costruito. Così, l’Italia ha perso la più grande occasione per fare degli italiani un popolo unito e ricco delle sue differenze. Si racconta come fu demolita l’economia del Sud (Consiglio Nazionale delle Ricerche e Ufficio studi della Banca d’Italia dimostrano che non era più povero del Nord); le sue aziende distrutte, anche a mano armata, per non fare concorrenza a quelle del Nord; l’oro delle banche razziato e portato via, come gli arredi e i beni di regge, chiese, case, residenze private.
Il pregiudizio («Andiamo a fare esperienza d’Africa», «Questi sono peggio che beduini») giustificò fucilazioni in massa, rappresaglie, lo sterminio della popolazione e la cancellazione di interi paesi, la libertà di stupro concessa ai bersaglieri. L’opposizione all’unificazione così condotta sfociò in una guerra durata circa dieci anni e gabellata per “Brigantaggio”, anche se a combattere c’erano delinquenti (da una parte e dall’altra) e migliaia di soldati borbonici, fedeli al giuramento fatto. Quando la sconfitta fu evidente, il Sud, per la prima volta nella sua storia plurimillenaria scoprì la via dell’emigrazione. L’unificazione così fatta, contro una parte del Paese, produsse la Questione meridionale che non esisteva e la fa durare ancora oggi: a Sud tagliano le linee ferroviarie (mille chilometri, negli ultimi decenni), i treni diretti Sud-Nord, Matera è l’unica città europea irraggiungibile in treno, mentre miliardi di euro di tutti gli italiani vengono investiti nell’alta velocità solo al Nord; le alluvioni seminano morte in Liguria, Toscana e Sicilia, ma gli aiuti statali e quelli chiesti alla solidarietà nazionale e le accise sulla benzina vanno solo al Nord e zero in Sicilia; per uno studente meridionale, l’Italia spende metà che per uno del Nord e il ministero dell’Istruzione cancella dai programmi dei licei per la letteratura del Novecento, tutti i poeti e gli autori meridionali, inclusi i premi Nobel. Eppure, a sorpresa, migliaia di giovani cosmopoliti, colti e decisi rifiutano di andarsene dal Sud, o persino vi tornano, abbandonando lusinghieri incarichi all’estero e al Nord, e ripartono dalla propria terra, dalla propria storia, per riportare il Mezzogiorno alla dignità violata.E forse cominciare a fare, dopo 150 anni, l’Unità d’Italia, prima che l’Italia si spezzi.

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venerdì 29 giugno 2012

Domani, 30 Giugno 2012, Convegno a Bari dei sindaci...

riceviamo dall'Ufficio Comunicazione di Luigi de Magistris e postiamo :



Ore 10, a Bari, partecipazione al convegno "Il Mezzogiorno, risorsa del Paese. Ripartiamo dai sindaci". L'iniziativa organizzata dall'Italia dei Valori si terrà sabato presso l'Hotel Villa Romanazzi Carducci. All'evento parteciperanno, oltre al sindaco di Napoli, anche il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, il sindaco di Bari, Michele Emiliano e di Palermo, Leoluca Orlando

Fonte : comunicazione.demagistris.it

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riceviamo dall'Ufficio Comunicazione di Luigi de Magistris e postiamo :



Ore 10, a Bari, partecipazione al convegno "Il Mezzogiorno, risorsa del Paese. Ripartiamo dai sindaci". L'iniziativa organizzata dall'Italia dei Valori si terrà sabato presso l'Hotel Villa Romanazzi Carducci. All'evento parteciperanno, oltre al sindaco di Napoli, anche il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, il sindaco di Bari, Michele Emiliano e di Palermo, Leoluca Orlando

Fonte : comunicazione.demagistris.it

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Sud, né scuola né lavoro: 900 mila giovani a spasso

Fonte: Il Denaro 

L’assenza di lavoro giovanile resta il principale problema del Mezzogiorno. La conferma arriva dal nuovo rapporto della Banca d’Italia sulle economie regionali, pubblicato ieri dall’Istituto sul proprio sito web. Gli esperti di via Nazionale confermano il momento di forte crisi per l’economia meridionale. “Nel 2011 è proseguito il deterioramento delle opportunità di lavoro nelle fasce di età più giovani – si legge nell’indagine – la quota di occupati sul totale della popolazione con meno di 35 anni è calata di un punto percentuale nel Nord e 1,8 al Centro”. Diversa la situazione degli over 55: “gli occupati con 55-64 anni è cresciuta di 2,2 punti, anche per effetto del progressivo innalzamento dell’età di pensionamento”. Per i giovani tra i 15 e 29 anni il tasso di disoccupazione è pari al 20,5 per cento, più del doppio di quello complessivo e in netto aumento rispetto al 2008 in tutte le macroaree. I giovani inattivi che non studiano e non fanno formazione sono circa 1,5 milioni e rappresentavano il 15,8 per cento del totale. Quasi il 60 per cento risiede nel Sud, dove la quota dei senza lavoro è arrivata al 23,3 per cento (0,5 punti in più rispetto al 2010); al Centro Nord la quota è pari al 10,8 per cento.
I giovani pagano un elevato prezzo per la crisi anche in termini di qualità. Il rapporto della Banca d’Italia rileva che tra i giovani occupati più istruiti, una quota elevata svolge mansioni il cui profilo qualitativo è relativamente scarso: tra il terzo trimestre del 2008 e il secondo del 2011, circa un quarto degli occupati tra i 25 e i 34 anni in possesso di almeno una laurea triennale svolge un lavoro a bassa o nessuna qualifica; la quota era più alta al Centro e nel Nord Est (rispettivamente il 28,7 e il 25,3 per cento) rispetto al Nord Ovest (23,9) e al Mezzogiorno (22,6). Il 32,1 per cento dei giovani occupati laureati svolge inoltre lavori che non riflettevano l’ambito tematico del corso di studi di provenienza (il 27,7 per cento nel Mezzogiorno, a fronte di oltre il 30 per cento nel Centro Nord).
Non solo occupazione, però. Nel 2011 la dinamica dell’attività del Mezzogiorno “è stata più debole” e caratterizzata “da un andamento particolarmente sfavorevole dei consumi, in presenza di una più debole dinamica delle retribuzioni e di peggiori attese sulle prospettive del mercato del lavoro”. “La minore crescita del Centro e del Mezzogiorno ha riguardato in particolare l’industria”, sottolinea la Banca d’Italia segnalando che “il divario negativo di crescita del Mezzogiorno è più contenuto nel settore dei servizi, che nel Sud hanno beneficiato di un maggior impulso del comparto turistico.
A.V.

 Fonte: Il Denaro 

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Fonte: Il Denaro 

L’assenza di lavoro giovanile resta il principale problema del Mezzogiorno. La conferma arriva dal nuovo rapporto della Banca d’Italia sulle economie regionali, pubblicato ieri dall’Istituto sul proprio sito web. Gli esperti di via Nazionale confermano il momento di forte crisi per l’economia meridionale. “Nel 2011 è proseguito il deterioramento delle opportunità di lavoro nelle fasce di età più giovani – si legge nell’indagine – la quota di occupati sul totale della popolazione con meno di 35 anni è calata di un punto percentuale nel Nord e 1,8 al Centro”. Diversa la situazione degli over 55: “gli occupati con 55-64 anni è cresciuta di 2,2 punti, anche per effetto del progressivo innalzamento dell’età di pensionamento”. Per i giovani tra i 15 e 29 anni il tasso di disoccupazione è pari al 20,5 per cento, più del doppio di quello complessivo e in netto aumento rispetto al 2008 in tutte le macroaree. I giovani inattivi che non studiano e non fanno formazione sono circa 1,5 milioni e rappresentavano il 15,8 per cento del totale. Quasi il 60 per cento risiede nel Sud, dove la quota dei senza lavoro è arrivata al 23,3 per cento (0,5 punti in più rispetto al 2010); al Centro Nord la quota è pari al 10,8 per cento.
I giovani pagano un elevato prezzo per la crisi anche in termini di qualità. Il rapporto della Banca d’Italia rileva che tra i giovani occupati più istruiti, una quota elevata svolge mansioni il cui profilo qualitativo è relativamente scarso: tra il terzo trimestre del 2008 e il secondo del 2011, circa un quarto degli occupati tra i 25 e i 34 anni in possesso di almeno una laurea triennale svolge un lavoro a bassa o nessuna qualifica; la quota era più alta al Centro e nel Nord Est (rispettivamente il 28,7 e il 25,3 per cento) rispetto al Nord Ovest (23,9) e al Mezzogiorno (22,6). Il 32,1 per cento dei giovani occupati laureati svolge inoltre lavori che non riflettevano l’ambito tematico del corso di studi di provenienza (il 27,7 per cento nel Mezzogiorno, a fronte di oltre il 30 per cento nel Centro Nord).
Non solo occupazione, però. Nel 2011 la dinamica dell’attività del Mezzogiorno “è stata più debole” e caratterizzata “da un andamento particolarmente sfavorevole dei consumi, in presenza di una più debole dinamica delle retribuzioni e di peggiori attese sulle prospettive del mercato del lavoro”. “La minore crescita del Centro e del Mezzogiorno ha riguardato in particolare l’industria”, sottolinea la Banca d’Italia segnalando che “il divario negativo di crescita del Mezzogiorno è più contenuto nel settore dei servizi, che nel Sud hanno beneficiato di un maggior impulso del comparto turistico.
A.V.

 Fonte: Il Denaro 

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giovedì 28 giugno 2012

Firma Convenzione RCA Napoli Virtuosa


stamani, 28/06/2012, a Napoli in Comune....




"Mentre in sala Giunta firmavamo la convenzione Rca Napoli Virtuosa, all'assemblea degli industriali a Pozzuoli l'iniziativa veniva menzionata dall'analista internazionale della McKinsey, Roger Abravanel, come esempio positivo di comunità che crede in se stessa!"

Marco Esposito

Fonte : Marco Esposito
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stamani, 28/06/2012, a Napoli in Comune....




"Mentre in sala Giunta firmavamo la convenzione Rca Napoli Virtuosa, all'assemblea degli industriali a Pozzuoli l'iniziativa veniva menzionata dall'analista internazionale della McKinsey, Roger Abravanel, come esempio positivo di comunità che crede in se stessa!"

Marco Esposito

Fonte : Marco Esposito

Sull'esempio dei Borbone...


a proposito di vero o presunto meridionalismo, ma quello che (con tirchieria e malafede intellettuale) era tra le poche cose che una intellighentia intellettuale riconosceva come positiva all'operato dei Borbone, al sindaco - in merito a critiche che abbiamo già letto - manco questo è riconosciuto.....mah!

martedì 26 giugno 2012
Il Real Albergo dei Poveri diventerà una sede di accoglienza per i ’disagiati’ della città. Ad annunciarlo il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, che sottolinea come ci siano alcuni nuovi progetti per la struttura costruita da Ferdinando Fuga nel ’49 e voluta da Ferdinando III di Borbone. La struttura monumentale in fase di restauro ospitera’ i senza fissa dimora, gli immigrati e i poveri della città, progetto che rientra nel più ampio piano di sostegno ai poveri di Napoli, che vedrà anche 3 nuove mense pubbliche. "Abbiamo subito un notevole taglio ai trasferimenti economici dal Governo e dalla Regione - ha detto de Magistris - nonostante questo abbiamo mantenuto inalterato il bilancio per le Politiche Sociali, nei prossimi giorni presenteremo le novità per Palazzo Fuga e una sarà il centro di accoglienza, che stiamo realizzando con padre Alex Zanotelli".

Fonte : napolipuntoacapo.it

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a proposito di vero o presunto meridionalismo, ma quello che (con tirchieria e malafede intellettuale) era tra le poche cose che una intellighentia intellettuale riconosceva come positiva all'operato dei Borbone, al sindaco - in merito a critiche che abbiamo già letto - manco questo è riconosciuto.....mah!

martedì 26 giugno 2012
Il Real Albergo dei Poveri diventerà una sede di accoglienza per i ’disagiati’ della città. Ad annunciarlo il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, che sottolinea come ci siano alcuni nuovi progetti per la struttura costruita da Ferdinando Fuga nel ’49 e voluta da Ferdinando III di Borbone. La struttura monumentale in fase di restauro ospitera’ i senza fissa dimora, gli immigrati e i poveri della città, progetto che rientra nel più ampio piano di sostegno ai poveri di Napoli, che vedrà anche 3 nuove mense pubbliche. "Abbiamo subito un notevole taglio ai trasferimenti economici dal Governo e dalla Regione - ha detto de Magistris - nonostante questo abbiamo mantenuto inalterato il bilancio per le Politiche Sociali, nei prossimi giorni presenteremo le novità per Palazzo Fuga e una sarà il centro di accoglienza, che stiamo realizzando con padre Alex Zanotelli".

Fonte : napolipuntoacapo.it

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martedì 26 giugno 2012

il PdSUD di Napoli presenta il nuovo libro di Isaia Sales, il 12 Luglio 2012 alla Treves



un evento organizzato dal Partito del Sud a Napoli
Giovedì 12 luglio 2012 - dalle ore 19:00  alle ore 20:30
Libreria Treves, porticato di piazza del Plebiscito - Napoli
presentazione del libro di Isaia Sales        Napoli non è Berlino


una riflessione condivisa sul bilancio degli ultimi vent'anni
e sulle prospettive politiche ed economiche su cui basare il riscatto del Sud


Incontro con l'autore

NAPOLI NON E' BERLINO (Isaia Sales - Baldini Castoldi Dalai, 2012)
Partiamo dai numeri: 6600 chilometri di strade e 715 di autostrade. In poco più di vent'anni la Germania ha riversato nei lander dell'Est 1500 miliardi di euro. In 58 anni l'Italia concede al suo Sud una somma cinque volte inferiore. I numeri raccolgono un sentimento, una visione, un'idea di nazione. E Isaia Sales illustra la decadenza morale di Napoli e del Mezzogiorno, la stella caduta di Antonio Bassolino, leader meridionale che ha guidato la stagione dei sindaci ma non è stato all'altezza della forza rivoluzionaria della sua investitura, dentro la cornice di ignavia nazionale. Il successo di Berlino, capitale di tutta la Germania, punto geografico dove la riunione dell'oriente con l'occidente si fa sentimento collettivo, diviene anche forza letteraria espressiva, cultura nuova e aggregante. La città italiana invece resta sola e assediata dalle sue colpe. Sales non risparmia nulla a Bassolino, insieme al quale ha conosciuto la mortificazione di un fallimento consistente, senza appello. Non giustifica l'ex leader, ma chiama in causa quegli altri. I compagni di Roma, coloro che guidavano il partito e poi il Paese. E non hanno capito, né aiutato, né vigilato. Se Napoli non è Berlino c'è un perché. (Antonello Caporale - la Repubblica/Cultura 3 giugno 2012)


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un evento organizzato dal Partito del Sud a Napoli
Giovedì 12 luglio 2012 - dalle ore 19:00  alle ore 20:30
Libreria Treves, porticato di piazza del Plebiscito - Napoli
presentazione del libro di Isaia Sales        Napoli non è Berlino


una riflessione condivisa sul bilancio degli ultimi vent'anni
e sulle prospettive politiche ed economiche su cui basare il riscatto del Sud


Incontro con l'autore

NAPOLI NON E' BERLINO (Isaia Sales - Baldini Castoldi Dalai, 2012)
Partiamo dai numeri: 6600 chilometri di strade e 715 di autostrade. In poco più di vent'anni la Germania ha riversato nei lander dell'Est 1500 miliardi di euro. In 58 anni l'Italia concede al suo Sud una somma cinque volte inferiore. I numeri raccolgono un sentimento, una visione, un'idea di nazione. E Isaia Sales illustra la decadenza morale di Napoli e del Mezzogiorno, la stella caduta di Antonio Bassolino, leader meridionale che ha guidato la stagione dei sindaci ma non è stato all'altezza della forza rivoluzionaria della sua investitura, dentro la cornice di ignavia nazionale. Il successo di Berlino, capitale di tutta la Germania, punto geografico dove la riunione dell'oriente con l'occidente si fa sentimento collettivo, diviene anche forza letteraria espressiva, cultura nuova e aggregante. La città italiana invece resta sola e assediata dalle sue colpe. Sales non risparmia nulla a Bassolino, insieme al quale ha conosciuto la mortificazione di un fallimento consistente, senza appello. Non giustifica l'ex leader, ma chiama in causa quegli altri. I compagni di Roma, coloro che guidavano il partito e poi il Paese. E non hanno capito, né aiutato, né vigilato. Se Napoli non è Berlino c'è un perché. (Antonello Caporale - la Repubblica/Cultura 3 giugno 2012)


lunedì 25 giugno 2012

CAMPANIA TERRA DI FUOCHI/ Il Meridione discarica dei rifiuti industriali

Il problema dei rifiuti prodotti dalle industrie è una piovra che amplia i suoi tentacoli da anni in Campania e in tutto il Meridione. Dal caso Cantariello, in provincia di Napoli, dove la “terra fuma”rifiuti industriali tossici fino ai rifiuti radioattivi delle centrali nucleari americane smaltiti in Basilicata. Inevitabile è l’aumento di tumori, sterilità e malformazioni. Storia di un avvelenamento di massa.

di Maria Cristina Giovannitti

discarica-rifiuti-napoliCon l’estate e l’afa torna con maggiore pressione il problema dei roghi dolosi che vengono appiccati nelle zone a nord di Napoli ogni giorno, guadagnandosi il triste nome di “terra di fuochi”. Ultimo –cronologicamente- è stato un incendio di proporzioni devastanti sviluppatosi nella zona di Caivano, in un deposito di auto dismesse e sottoposte a sequestro giudiziario. Di questo incendio non se ne conosce bene la natura, ne le modalità. Raccolta la preoccupazione dei cittadini che temono per la loro salute perché non sanno cosa respirano, abbiamo cercato di metterci in contatto con il sindaco di Caivano, il dottor Antonio Falco, per avere dei chiarimenti. La segretaria telefonicamente ci informa che il sindaco non è al momento in Comune e che comunque non avrebbe rilasciato interviste.

La questione dello smaltimento dei rifiuti tossici è un grave problema che vede la coalizione politica- mafia –industria pericolosamente unita a danno della salute pubblica. 

La Campania è solo la punta dell’iceberg. Il vero problema coinvolge tutto il Meridione, discarica a cielo aperto per tutti i rifiuti prodotti da “imprenditori evasori” che, in accordo con la camorra, usano le terre del sud Italia per nascondere il marciume di quei rifiuti. Lobby di poteri e di criminalità che hanno un prezzo troppo alto da pagare: la salute di tutti, nessuno escluso. Abbiamo parlato con il dottor Antonio Marfella, oncologo e tossicologo presso l’Ospedale Pascale di Napoli, che conferma l’incidenza dell’aumento dei tumori, e con Lucio Iavarone, presidente del comitato No Discariche dei Comuni a Nord di Napoli.



antonio-marfella_oncologoDottor Marfella, che ne pensa dello smaltimento dei rifiuti tossici?
La prima cosa da precisare è che l’attenzione deve essere focalizzata solo sul problema dello smaltimento dei rifiuti industriali. E’ inutile discutere sullo smaltimento dei rifiuti urbani, sulla scelta degli inceneritori quando il numero pro capite dei rifiuti urbani è in diminuzione. Il grave dramma è l’incremento dei rifiuti delle industrie, specie quelle del nord che pagano la camorra e si muovono verso il meridione. Non è solo la Campania a smaltire i rifiuti tossici ma tutto il Sud Italia condannato ai rifiuti delle industrie dell’Europa e di tutto il mondo.

Per esempio?
Ad esempio in Basilicata sono stati trovati rifiuti radioattivi provenienti da scorie delle centrali nucleari chiuse negli Stati Uniti. Se non risolviamo questo problema, la cosmopolitizzazione porterà un incremento drammatico delle malattie.

Quindi sono i rifiuti tossici industriali a provocare un aumento dei tumori?
Certo, è un dato accertato. Si pensi che in Italia la legge per lo smaltimento dei rifiuti urbani è di gestione e soluzione pubblica mentre quella dei rifiuti industriali è un problema dei privati. E’ inutile parlare di smaltimento dei rifiuti urbani, che all’anno sono 30 milioni di tonnellate  rispetto ai 135 milioni di tonnellate di rifiuti industriali. Inoltre in questi 135 milioni, almeno 30 non hanno nessuna tracciabilità cioè non sappiamo che fine fanno. Il 30/ 40 per cento, invece, dei rifiuti industriali viene inserito tra i rifiuti urbani, così c’è uno sgravo dei costi di smaltimento per il privato. Questo, però, comporta discariche urbane infiltrate da rifiuti tossici industriali. E’ chiaro che ogni industria che produce rifiuti dovrebbe smaltirli nella propria terra. Fin quando i rifiuti circoleranno come merci, saremo condannati.

E la criminalità fa affari …
Le ricordo che la Campania, per scelta, è l’unica regione non dotata di discariche a norma per i rifiuti speciali tossici/nocivi. Ad esempio arrivano in Campania ogni anno 50 mila pneumatici usati da tutte le parti d’Italia per essere riciclati e smaltiti. Quelli che non vengono riciclati diventano combustione nelle terre di fuoco. Una volta bruciato, il pneumatico diventa un rifiuto tossico/nocivo e quindi bisogna, a spese dello Stato, portarlo in altre regioni che hanno discariche a norma. Riciclare un rifiuto urbano o un pneumatico costa 90 euro a tonnellata, se lo mandiamo in Olanda; smaltire un pneumatico bruciato diventato rifiuto tossico/nocivo da 300 euro a tonnellata, arriva anche a 1500 euro.

E lo Stato in tutto questo come si comporta?
Nel decreto legge per lo Sviluppo, il messaggio inviato agli industriali italiani è quello di continuare a smaltire illegalmente, tanto per ora non c’è controllo. E’ una criminalità che ha il suo flusso da nord a sud. Non dimentichiamo che anche la ditta Marcegaglia è stata inquisita ed incriminata per lo smaltimento di materiali tossici.

Ci fornisce qualche dato sull’incremento dei tumori?
Dato ufficiale è che nella sola provincia di Napoli, i tumori sono tre volte in più rispetto alla media nazionale. E’ ancora più drammatico il dato di Caserta. E’ la più giovane provincia d’Italia e in quanto tale dovrebbe essere anche la più sana, mentre riporta un aumento dei tumori di sei volte la media. Il paradosso è che i tumori e le malformazioni dovrebbero essere maggiori nelle zone urbane mentre in Campania sono diffuse nelle aree rurali, in periferia perché nelle campagne sono seppelliti i rifiuti industriali.

In Italia c’è un picco anche delle malformazioni e dei tumori infantili …
Vero. Però le malformazioni sono connesse agli aborti. E’ un dato in incremento ma difficilmente riscontrabile perché le donne che vengono a conoscenza di un feto malformato praticano l’interruzione di gravidanza. Dato ufficiale è invece  che in provincia di Napoli e Caserta  c’è il più basso numero di spermatozoi in Italia. L’infertilità diventa un problema primario.

E per quanto riguarda l’aumento dei tumori al polmone?
Sia la provincia di Napoli che Caserta hanno circa il 3 per cento in più dei casi di tumore al polmone con l’aggravante, però, che 1/3 dei malati non è fumatore. Quindi ciò significa che 3 persone su 10 non fumatori si sono ammalati per fumo passivo e inquinamento ambientale.

Per capirne di più ci siamo rivolti, come detto, a Lucio Iavarone, presidente del comitato No Discariche dei Comuni a Nord di Napoli.

lucio_iavarone_no_discariche_napoliIavarone, come guadagna la criminalità sui rifiuti tossici industriali?
Del problema abbiamo fiumi e fiumi di testimonianze, cominciando dal libro di Roberto Saviano per poi avere tantissime altre informazioni. L’influenza della criminalità sui rifiuti continua tutt’oggi e non si è affatto ridotta. Basti pensare che negli anni scorsi si è avuto il ‘fenomeno dell’interramento’ dove i rifiuti tossici industriali del nord sono stati smaltiti nelle discariche legati e illegali della Campania. L’imprenditoria compiacente, per spendere poco, da’ i suoi rifiuti alla camorra, principalmente i Casalesi che gestiscono questi traffici, e tutto viene riversato da anni nelle campagne della Campania, inquinando i territori a nord di Napoli come il giuglianese o l’agro aversano.

E’ palese il caso Cantariello dove la terra brucia …
Cantariello è un sito di stoccaggio dove, in 10 anni, sono state depositate 9 mila tonnellate di rifiuti industriali illegalmente. Oggi lì la terra fuma perché sono ancora attive le reazioni chimiche di quei prodotti tossici.

La gravità è che vicino al sito ci sono centri commerciali, quindi è una zona frequentata.
Si, c’è un maxi cinema, c’è l’Ikea, e Leroy Merlin. E’ insomma una zona frequentata quotidianamente da migliaia di persone.

E come reagisce l’amministrazione a tutto questo?
Il problema insiste sulla linea di confine tra Casoria ed Afragola. Il sito, territorialmente, è sul comune di Casoria e il sindaco Vincenzo Carfora si sta interessando alla questione. I rappresentanti della regione Campania e la commissione bonifiche si sono recati sul posto per testare la gravità della situazione. C’è stato un sopralluogo anche dell’ARPAC –Agenzia Regionale Protezione Ambientale- per ricorrere ad un’opera di bonifica urgente. Assente ingiustificata l’Asl Na2 nord. Il comune di Afragola trascura, invece, il problema. In realtà le conseguenze maggiori le hanno proprio gli abitanti di Afragola che in numero maggiore vivono in quella zona di confine. Nonostante il sindaco, Vincenzo Nespoli, sia un senatore e avrebbe potuto dedicarsi con maggiore impegno per la risoluzione, stiamo riscontrando un menefreghismo ed un atteggiamento assolutamente incomprensibile.

Intanto la situazione in Campania sta degenerando …
In effetti ad Acerra, nelle terre dove c’era un fiorente allevamento di bestiame, oggi c’è l’assoluto divieto di pascolare. Il triangolo della morte, Acerra-Pomigliano-Marigliano, ha delle terre avvelenate. Basti pensare che lì sono nate pecore deformate, con due teste e cinque zampe. Il pastore e proprietario di alcune di queste terre, Cannavacciuolo, morto in seguito per cancro per contaminazione elevata, prima di morire è stato sottoposto dall’oncologo Antonio Marfella ad analisi del sangue e nelle sue vene è stato riscontrato un livello di diossina centinaia di volte superiore alla norma.

Proprio sull’incidenza dei tumori e della connessione con i rifiuti, pochi giorni fa in Regione è stato approvato il Registro dei Tumori, finanziamenti volti alla raccolta dei dati per queste patologie. Il problema è che alla raccolta dei dati saranno addetti possibilità di poter falsare poi i dati?
Dopo anni di lotte  e battaglie per far approvare questa legge, arriva come un contentino, un fumo negli occhi. Nella proposta c’era l’idea di un organo di controllo dei dati, a titolo totalmente gratuito, formato dall’associazione dei Medici dell’Ambiente. La proposta è stata rigettata. Gli addetti che saranno scelti dai politici ovviamente verranno condizionati dal valore politico. Per esempio a Terzigno c’è un’incidenza di tumori 800 volte superiore alla media nazionale. E’ chiaro che i politici non faranno mai uscire un dato del genere, lasciando campo libero ai criminali.

Come reagisce il governo nazionale?
Ormai il ‘caso Campania’ lo abbiamo definito un tentativo di biocidio studiato a tavolino tra la politica corrotta, criminalità organizzata e imprenditoria malata. Alla Campania sono stati destinati 700 milioni euro per investire esclusivamente nelle bonifiche del territorio ma il governo impone alla Regione di acquistare l’inceneritore Impregilo a 355 milioni euro, soldi che devono essere sottratti dai fondi fas per le bonifiche. Impregilo è mafia e lo dimostra l’ultima vicenda del Presidente Ponzellini che è inquisito per associazione a delinquere. Il dramma di oggi è che il disegno mafioso vuol continuare a distruggere la Campania e non bonificare.

In Campania per ora c’è solo un sito di compostaggio per la raccolta differenziata. Il resto dei rifiuti sono mandati fuori regione e così i cittadini pagano molto di più. Perché succede?
Perché il piano regionale prevede nell’immediato la costruzione di quattro inceneritori e la costruzione dei siti di compostaggio è rimandata al 2015 in poi. E’ un chiaro e disarmante disegno che favorisce le lobby e la criminalità. Vorrei precisare che esiste anche una criminalità spicciola, quella che smista i rifiuti nelle retrovie, a cielo aperto e poi paga i rom per appiccare fuochi, i roghi che ogni giorni vediamo e respiriamo. Il nostro movimento ha chiesto anche maggiore controllo, con aree video sorvegliate, ma i comuni non recepiscono.


Fonte: Infiltrato.it
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Il problema dei rifiuti prodotti dalle industrie è una piovra che amplia i suoi tentacoli da anni in Campania e in tutto il Meridione. Dal caso Cantariello, in provincia di Napoli, dove la “terra fuma”rifiuti industriali tossici fino ai rifiuti radioattivi delle centrali nucleari americane smaltiti in Basilicata. Inevitabile è l’aumento di tumori, sterilità e malformazioni. Storia di un avvelenamento di massa.

di Maria Cristina Giovannitti

discarica-rifiuti-napoliCon l’estate e l’afa torna con maggiore pressione il problema dei roghi dolosi che vengono appiccati nelle zone a nord di Napoli ogni giorno, guadagnandosi il triste nome di “terra di fuochi”. Ultimo –cronologicamente- è stato un incendio di proporzioni devastanti sviluppatosi nella zona di Caivano, in un deposito di auto dismesse e sottoposte a sequestro giudiziario. Di questo incendio non se ne conosce bene la natura, ne le modalità. Raccolta la preoccupazione dei cittadini che temono per la loro salute perché non sanno cosa respirano, abbiamo cercato di metterci in contatto con il sindaco di Caivano, il dottor Antonio Falco, per avere dei chiarimenti. La segretaria telefonicamente ci informa che il sindaco non è al momento in Comune e che comunque non avrebbe rilasciato interviste.

La questione dello smaltimento dei rifiuti tossici è un grave problema che vede la coalizione politica- mafia –industria pericolosamente unita a danno della salute pubblica. 

La Campania è solo la punta dell’iceberg. Il vero problema coinvolge tutto il Meridione, discarica a cielo aperto per tutti i rifiuti prodotti da “imprenditori evasori” che, in accordo con la camorra, usano le terre del sud Italia per nascondere il marciume di quei rifiuti. Lobby di poteri e di criminalità che hanno un prezzo troppo alto da pagare: la salute di tutti, nessuno escluso. Abbiamo parlato con il dottor Antonio Marfella, oncologo e tossicologo presso l’Ospedale Pascale di Napoli, che conferma l’incidenza dell’aumento dei tumori, e con Lucio Iavarone, presidente del comitato No Discariche dei Comuni a Nord di Napoli.



antonio-marfella_oncologoDottor Marfella, che ne pensa dello smaltimento dei rifiuti tossici?
La prima cosa da precisare è che l’attenzione deve essere focalizzata solo sul problema dello smaltimento dei rifiuti industriali. E’ inutile discutere sullo smaltimento dei rifiuti urbani, sulla scelta degli inceneritori quando il numero pro capite dei rifiuti urbani è in diminuzione. Il grave dramma è l’incremento dei rifiuti delle industrie, specie quelle del nord che pagano la camorra e si muovono verso il meridione. Non è solo la Campania a smaltire i rifiuti tossici ma tutto il Sud Italia condannato ai rifiuti delle industrie dell’Europa e di tutto il mondo.

Per esempio?
Ad esempio in Basilicata sono stati trovati rifiuti radioattivi provenienti da scorie delle centrali nucleari chiuse negli Stati Uniti. Se non risolviamo questo problema, la cosmopolitizzazione porterà un incremento drammatico delle malattie.

Quindi sono i rifiuti tossici industriali a provocare un aumento dei tumori?
Certo, è un dato accertato. Si pensi che in Italia la legge per lo smaltimento dei rifiuti urbani è di gestione e soluzione pubblica mentre quella dei rifiuti industriali è un problema dei privati. E’ inutile parlare di smaltimento dei rifiuti urbani, che all’anno sono 30 milioni di tonnellate  rispetto ai 135 milioni di tonnellate di rifiuti industriali. Inoltre in questi 135 milioni, almeno 30 non hanno nessuna tracciabilità cioè non sappiamo che fine fanno. Il 30/ 40 per cento, invece, dei rifiuti industriali viene inserito tra i rifiuti urbani, così c’è uno sgravo dei costi di smaltimento per il privato. Questo, però, comporta discariche urbane infiltrate da rifiuti tossici industriali. E’ chiaro che ogni industria che produce rifiuti dovrebbe smaltirli nella propria terra. Fin quando i rifiuti circoleranno come merci, saremo condannati.

E la criminalità fa affari …
Le ricordo che la Campania, per scelta, è l’unica regione non dotata di discariche a norma per i rifiuti speciali tossici/nocivi. Ad esempio arrivano in Campania ogni anno 50 mila pneumatici usati da tutte le parti d’Italia per essere riciclati e smaltiti. Quelli che non vengono riciclati diventano combustione nelle terre di fuoco. Una volta bruciato, il pneumatico diventa un rifiuto tossico/nocivo e quindi bisogna, a spese dello Stato, portarlo in altre regioni che hanno discariche a norma. Riciclare un rifiuto urbano o un pneumatico costa 90 euro a tonnellata, se lo mandiamo in Olanda; smaltire un pneumatico bruciato diventato rifiuto tossico/nocivo da 300 euro a tonnellata, arriva anche a 1500 euro.

E lo Stato in tutto questo come si comporta?
Nel decreto legge per lo Sviluppo, il messaggio inviato agli industriali italiani è quello di continuare a smaltire illegalmente, tanto per ora non c’è controllo. E’ una criminalità che ha il suo flusso da nord a sud. Non dimentichiamo che anche la ditta Marcegaglia è stata inquisita ed incriminata per lo smaltimento di materiali tossici.

Ci fornisce qualche dato sull’incremento dei tumori?
Dato ufficiale è che nella sola provincia di Napoli, i tumori sono tre volte in più rispetto alla media nazionale. E’ ancora più drammatico il dato di Caserta. E’ la più giovane provincia d’Italia e in quanto tale dovrebbe essere anche la più sana, mentre riporta un aumento dei tumori di sei volte la media. Il paradosso è che i tumori e le malformazioni dovrebbero essere maggiori nelle zone urbane mentre in Campania sono diffuse nelle aree rurali, in periferia perché nelle campagne sono seppelliti i rifiuti industriali.

In Italia c’è un picco anche delle malformazioni e dei tumori infantili …
Vero. Però le malformazioni sono connesse agli aborti. E’ un dato in incremento ma difficilmente riscontrabile perché le donne che vengono a conoscenza di un feto malformato praticano l’interruzione di gravidanza. Dato ufficiale è invece  che in provincia di Napoli e Caserta  c’è il più basso numero di spermatozoi in Italia. L’infertilità diventa un problema primario.

E per quanto riguarda l’aumento dei tumori al polmone?
Sia la provincia di Napoli che Caserta hanno circa il 3 per cento in più dei casi di tumore al polmone con l’aggravante, però, che 1/3 dei malati non è fumatore. Quindi ciò significa che 3 persone su 10 non fumatori si sono ammalati per fumo passivo e inquinamento ambientale.

Per capirne di più ci siamo rivolti, come detto, a Lucio Iavarone, presidente del comitato No Discariche dei Comuni a Nord di Napoli.

lucio_iavarone_no_discariche_napoliIavarone, come guadagna la criminalità sui rifiuti tossici industriali?
Del problema abbiamo fiumi e fiumi di testimonianze, cominciando dal libro di Roberto Saviano per poi avere tantissime altre informazioni. L’influenza della criminalità sui rifiuti continua tutt’oggi e non si è affatto ridotta. Basti pensare che negli anni scorsi si è avuto il ‘fenomeno dell’interramento’ dove i rifiuti tossici industriali del nord sono stati smaltiti nelle discariche legati e illegali della Campania. L’imprenditoria compiacente, per spendere poco, da’ i suoi rifiuti alla camorra, principalmente i Casalesi che gestiscono questi traffici, e tutto viene riversato da anni nelle campagne della Campania, inquinando i territori a nord di Napoli come il giuglianese o l’agro aversano.

E’ palese il caso Cantariello dove la terra brucia …
Cantariello è un sito di stoccaggio dove, in 10 anni, sono state depositate 9 mila tonnellate di rifiuti industriali illegalmente. Oggi lì la terra fuma perché sono ancora attive le reazioni chimiche di quei prodotti tossici.

La gravità è che vicino al sito ci sono centri commerciali, quindi è una zona frequentata.
Si, c’è un maxi cinema, c’è l’Ikea, e Leroy Merlin. E’ insomma una zona frequentata quotidianamente da migliaia di persone.

E come reagisce l’amministrazione a tutto questo?
Il problema insiste sulla linea di confine tra Casoria ed Afragola. Il sito, territorialmente, è sul comune di Casoria e il sindaco Vincenzo Carfora si sta interessando alla questione. I rappresentanti della regione Campania e la commissione bonifiche si sono recati sul posto per testare la gravità della situazione. C’è stato un sopralluogo anche dell’ARPAC –Agenzia Regionale Protezione Ambientale- per ricorrere ad un’opera di bonifica urgente. Assente ingiustificata l’Asl Na2 nord. Il comune di Afragola trascura, invece, il problema. In realtà le conseguenze maggiori le hanno proprio gli abitanti di Afragola che in numero maggiore vivono in quella zona di confine. Nonostante il sindaco, Vincenzo Nespoli, sia un senatore e avrebbe potuto dedicarsi con maggiore impegno per la risoluzione, stiamo riscontrando un menefreghismo ed un atteggiamento assolutamente incomprensibile.

Intanto la situazione in Campania sta degenerando …
In effetti ad Acerra, nelle terre dove c’era un fiorente allevamento di bestiame, oggi c’è l’assoluto divieto di pascolare. Il triangolo della morte, Acerra-Pomigliano-Marigliano, ha delle terre avvelenate. Basti pensare che lì sono nate pecore deformate, con due teste e cinque zampe. Il pastore e proprietario di alcune di queste terre, Cannavacciuolo, morto in seguito per cancro per contaminazione elevata, prima di morire è stato sottoposto dall’oncologo Antonio Marfella ad analisi del sangue e nelle sue vene è stato riscontrato un livello di diossina centinaia di volte superiore alla norma.

Proprio sull’incidenza dei tumori e della connessione con i rifiuti, pochi giorni fa in Regione è stato approvato il Registro dei Tumori, finanziamenti volti alla raccolta dei dati per queste patologie. Il problema è che alla raccolta dei dati saranno addetti possibilità di poter falsare poi i dati?
Dopo anni di lotte  e battaglie per far approvare questa legge, arriva come un contentino, un fumo negli occhi. Nella proposta c’era l’idea di un organo di controllo dei dati, a titolo totalmente gratuito, formato dall’associazione dei Medici dell’Ambiente. La proposta è stata rigettata. Gli addetti che saranno scelti dai politici ovviamente verranno condizionati dal valore politico. Per esempio a Terzigno c’è un’incidenza di tumori 800 volte superiore alla media nazionale. E’ chiaro che i politici non faranno mai uscire un dato del genere, lasciando campo libero ai criminali.

Come reagisce il governo nazionale?
Ormai il ‘caso Campania’ lo abbiamo definito un tentativo di biocidio studiato a tavolino tra la politica corrotta, criminalità organizzata e imprenditoria malata. Alla Campania sono stati destinati 700 milioni euro per investire esclusivamente nelle bonifiche del territorio ma il governo impone alla Regione di acquistare l’inceneritore Impregilo a 355 milioni euro, soldi che devono essere sottratti dai fondi fas per le bonifiche. Impregilo è mafia e lo dimostra l’ultima vicenda del Presidente Ponzellini che è inquisito per associazione a delinquere. Il dramma di oggi è che il disegno mafioso vuol continuare a distruggere la Campania e non bonificare.

In Campania per ora c’è solo un sito di compostaggio per la raccolta differenziata. Il resto dei rifiuti sono mandati fuori regione e così i cittadini pagano molto di più. Perché succede?
Perché il piano regionale prevede nell’immediato la costruzione di quattro inceneritori e la costruzione dei siti di compostaggio è rimandata al 2015 in poi. E’ un chiaro e disarmante disegno che favorisce le lobby e la criminalità. Vorrei precisare che esiste anche una criminalità spicciola, quella che smista i rifiuti nelle retrovie, a cielo aperto e poi paga i rom per appiccare fuochi, i roghi che ogni giorni vediamo e respiriamo. Il nostro movimento ha chiesto anche maggiore controllo, con aree video sorvegliate, ma i comuni non recepiscono.


Fonte: Infiltrato.it

I dieci punti sull’intervento straordinario che non avevate mai osato chiedere. Parte seconda

A cura di Maria Carannante
Fonte: Unblognormale

L’intervento straordinario per lo sviluppo delle aree depresse è stato lo strumento di politica economica di maggior interesse del secolo scorso. Durato quarant’anni e frutto dell’influenza del pensiero economico e delle condizioni socio - economiche non solo italiane, ma anche dell’Europa e degli USA di quel periodo, è di certo oggetto di un acceso dibattito che sembra non essersi ancora concluso. Cresciuto insieme alla questione meridionale, anche se non è nato con essa, si è radicato nei ricordi attraverso giudizi poco veritieri e poco documentati. L’articolo tenta di fare luce su alcuni punti più o meno conosciuti in modo rendere più trasparenti finalità, esecuzione ed effetti dell’intervento. L’articolo non si pone obiettivi di esaustività, rimandando a fonti più autorevoli, ma di mettere in discussione alcuni assiomi che sono nati sul tema.

Questa è la seconda delle tre parti in cui è diviso l’articolo.

La prima parte, è disponibile al seguente link: I dieci punti sull’intervento straordinario che non avevate mai osato chiedere. Parte prima.

5 - Quanto è stato stanziato?

148.243,132 miliardi di Lire correnti o 340.271,765 milioni di Euro a prezzi concatenati al 2008 dal 1951 al 1993, comprensivi degli sgravi contributivi. [12] Ma scritto così significa ben poco. Facendo riferimento alle quantità effettivamente erogate ogni anno è possibile calcolarne l’incidenza sul PIL, riportate nel seguente grafico.

Incidenza sul PIL dell’intervento straordinario. Anni 1951 - 1993. Elaborazione mia. [12]

Come precedentemente scritto, la prima fase di intervento riguardava solo gli investimenti diretti nel Mezzogiorno, quindi sono gli unici ad essere considerati fino al 1967. Come si può notare gli investimenti superano l’1% del PIL solo in un anno, il 1975 (1,23%), anno in cui anche la spesa totale per l’intervento straordinario raggiunge il massimo, con l’1,73% del PIL. Nei due anni successivi la spesa per investimenti sfiora l’1%, così come nel 1954. L’andamento della serie appare stazionario attorno alla sua media dello 0,73% circa.
La spesa per gli sgravi fiscali ha invece un andamento crescente, partendo dalla mastodontica cifra dello 0,01% del PIL erogata nel 1968, ma che non raggiunge mai lo 0,6% del PIL.
Infine il totale ha un andamento stazionario attorno alla sua media dell’1% circa, e le cui oscillazioni sono influenzate da quelle degli investimenti, con cui condivide il massimo, e le elevate osservazioni immediatamente successive, in cui raggiunge l’1,49% del PIL.
C’è da sottolineare che non si tratta di spesa aggiuntiva, come ha denunciato più volte la Corte dei Conti.3 Per tutta la loro esistenza, la Cassa prima e l’Agensud poi sono stati gli unici enti ad erogare fondi atti allo sviluppo del Mezzogiorno, in assenza di una politica ordinaria di spesa di cui lo Stato avrebbe dovuto farsi carico, in aggiunta e in completa indipendenza da questi enti. [12]
Per avere un’idea dell’effettiva magnitudo di quanto investito è doveroso citare un articolo di Pasquale Saraceno, relativo alla prima fase di preindustrializzazione:

Da tempo si è […] mostrato che il valore economico della protezione consentita dagli incentivi è inferiore a quello della protezione doganale al cui riparo è sorta l’industria delle regioni nord-occidentali del Paese. E notisi che quella industria ha fruito di altri benefici: i profitti straordinari consentiti dalle commesse belliche conseguenti alle due grandi guerre e poi il pratico annullamento dei debiti delle imprese reso possibile dalle due inflazioni postbelliche. E ciò non è neppure bastato: per il sostegno del sistema industriale che si andava formando sono infatti occorsi anche i ripetuti salvataggi industriali effettuati nel ventennio tra le due guerre, un tipo di intervento che è poi continuato anche dopo l’ultima guerra, con un ritmo e per entità che non trovano esempi nel resto del mondo occidentale. A fronte di questa vicenda si collocano i 1.100 miliardi, in lire 1972, di contributi in conto capitale impegnati e ancora in parte non erogati all’industria meridionale a tutto il 1974. Si tratta di un importo probabilmente minore dei sopraprofitti di una sola delle due guerre conseguiti dalle industrie del triangolo; lo stesso può dirsi per ciascuna delle due inflazioni belliche di cui hanno beneficiato gli investitori in impianti industriali del tempo che, come era normale, si fossero largamente finanziati con prestiti bancari. Non vi è modo ovviamente di procedere a valutazioni anche approssimate di tali benefici. Questa possibilità esiste però nei riguardi dei salvataggi bancari: la perdita assunta dallo Stato a seguito dei salvataggi bancari effettuati dopo la prima guerra mondiale fino all’operazione di risanamento effettuata dall’IRI nel 1934 è stata valutata in 10,5 miliardi del tempo, importo che si può far corrispondere a 1.400 miliardi del 1972. I contributi in conto capitale dati all’industria meridionale durante tutto l’intervento straordinario, ammontanti come detto sopra a 1.100 miliardi, sono dunque inferiori al costo dei soli salvataggi bancari, un costo, notisi, sopportato da una economia italiana certo molto più povera di quella odierna.” [13]
Pur non potendo stimare le quantità, di certo non è stato solo il Mezzogiorno ad usufruire dell’intervento pubblico per l’industrializzazione.4 L’area del Nord Ovest fu, fino agli anni ‘60 del secolo scorso, l’unica in cui ci fosse una notevole presenza del settore secondario. Per questo motivo fu l’unica area che poté godere di tutte le politiche di incentivi e protezione doganale. E di certo gli interventi a favore dell’industria padana non cessarono con l’avvio della politica di intervento del Mezzogiorno. Per poterlo affermare serenamente è sufficiente contare tutte le volte in cui si è evitato il fallimento della FIAT.

6 - Fu un intervento di programmazione dall’alto.

Si distingue, all’interno delle politiche di sviluppo, lo sviluppo dall’alto e lo sviluppo dal basso, il primo realizzato attraverso politiche standardizzate e controllate da organismi centrali, l’altro, invece, realizzato attraverso politiche di incentivi generalizzati atti a favorire la natalità e la competitività delle imprese locali. [3]
Durante i quarant’anni dell’intervento straordinario si sono alternate fasi di sviluppo dall’alto e dal basso [3]:

  • La fase di preindustrializzazione è stata una politica di sviluppo dall’alto, essendo stata realizzata attraverso una serie di investimenti stabiliti dalla Cassa;
  • La fase degli incentivi è stata una politica di sviluppo dal basso;
  • La fase dell’industrializzazione esterna è stata una politica di sviluppo dall’alto, in quanto le scelte relative alla localizzazione delle imprese pubbliche erano prese a livello centrale;
  • La fase di sviluppo assistito è stata una politica di sviluppo dal basso.
Il ritorno allo sviluppo dall’alto nella terza fase dell’intervento, non fu legato al fallimento della politica dello sviluppo dal basso, piuttosto alla pressione esercitata dalla classe imprenditoriale del Nord per limitare lo sviluppo del Mezzogiorno:

Che gli industriali del Nord favorissero […] lo sviluppo dall’alto è […] chiaro solo se si consideri che lo sviluppo dall’alto favorisce le grandi imprese e che le grandi imprese settentrionali hanno interesse […] che al Sud non cresca un tessuto ricco di imprese industriali che faccia ad esse concorrenza; e hanno interesse, pertanto, che siano esse a «conquistare» i mercati del Sud, e non siano invece le imprese meridionali a sottrarre ad esse mercati.” [3]
Lo sviluppo dall’alto, inoltre, è una politica di intervento che richiede un notevole intervento discrezionale da parte dell’amministrazione pubblica. È stato infatti proprio nelle due fasi dello sviluppo dall’alto, in particolare quella dell’industrializzazione esterna, che si sono verificate tutte le inefficienze legate all’ingerenza della classe politica nella politica industriale, quali la creazione di clientele e di favoritismi elettorali. Ciò garantì il consenso di questo tipo di intervento anche da parte degli esponenti politici locali, in una logica di convenienza personale e di classe a scapito dell’interesse pubblico. Grazie all’accordo tra la classe industriale del Nord e la classe politica del Mezzogiorno, l’intervento straordinario divenne uno strumento di consenso politico piuttosto che di sviluppo delle aree depresse. [3]

7 - Ha apportato maggior crescita economica al Nord che al Sud.

Il condizionamento della classe imprenditoriale del Nord delle scelte di intervento per lo sviluppo del Mezzogiorno ha comportato una distorsione della natura dello stesso tale da apportare, nel lungo periodo, maggiori vantaggi al Nord rispetto al Sud.
La SVIMEZ, già nelle stime preliminari relative alla fase di preindustrializzazione, aveva previsto che gli effetti dell’intervento, così come definiti, sarebbero stati maggiormente favorevoli per il Nord.

La Svimez, applicando la teoria del moltiplicatore agli investimenti previsti per il primo biennio, era giunta alla conclusione che la spesa della Cassa avrebbe generato una domanda di beni di investimento e di consumo pari al 69% del suo ammontare; sarebbe avvenuta la localizzazione al Nord del 55% dei consumi, del 118% dei risparmi, del 51% dei tributi (indiceSud=100). L’incremento del reddito sarebbe stato più alto al Sud solo nel primo ciclo, mentre già al quinto ciclo sarebbe stato più alto al Nord” [11]
Questa fase che, come riportato in precedenza, ha determinato la creazione di un mercato di consumo nel Mezzogiorno il quale, unito alla emigrazione di massa, legata sostanzialmente allo spopolamento delle zone rurali, fece da traino al “miracolo economico5 verificatosi nel Centro - Nord nel decennio successivo. [14] Le politiche della prima fase di intervento, infatti, furono collocate nell’ottica dell’urbanizzazione dell’area e dell’abbandono delle campagne al fine di colmare lo squilibrio esistente nel mercato del lavoro. E poco importava la totale assenza di industrie nei centri urbani. Il fine dell’intervento era il raggiungimento della piena occupazione, che si poteva realizzare in entrambe le aree che formavano l’economia dualistica attraverso l’emigrazione di massa. [15] Pur non volendo enfatizzarne il ruolo si può affermare che il vero miracolo del Nord sia stato l’istituzione della Cassa.
Ma non è tutto. Le opere pubbliche, piccole o grandi che siano, devono essere realizzate da imprese private. E di certo le opere di preindustrializzazione del Mezzogiorno non erano realizzabili da imprese locali, semplicemente perché esse non esistevano.
Gli investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno, quindi, rappresentarono una ghiotta occasione di crescita per le imprese del Nord le quali, oltretutto, ebbero la possibilità di ottenere i finanziamenti senza gara d’appalto e di essere esonerate dall’obbligo di spendere l’intero importo erogato per la realizzazione dell’opera. [14] L’eccesso di discrezionalità da parte della Pubblica Amministrazione, a queste condizioni, appare evidente. Esse avevano la possibilità di scegliere arbitrariamente l’importo da erogare, le imprese appaltatrici e la localizzazione delle infrastrutture. Ciò ha comportato la nascita di opere inutili, quando completate, a costi abnormi e localizzate in ragione di convenienza politica.
Relativamente agli incentivi, nel seguente grafico sono riportati i valori medi per regione della ripartizione negli anni dal 1953 al 1970.

Incentivi. Valori medi per anno e regione. Anni 1953 - 1970. Elaborazione mia. [16]

Dal grafico è possibile notare un aumento nel tempo dell’erogazione degli incentivi per tutte le ripartizioni, ma, in tutti gli intervalli di tempo considerati, le imprese situate nel Nord - Ovest ne hanno usufruito in misura maggiore rispetto al resto del Paese.
In particolare nel primo periodo gli incentivi erogati mediamente in questa ripartizione furono in misura più che doppia rispetto alle altre ripartizioni. Nel secondo periodo, che indica il passaggio dalla prima alla seconda fase dell’intervento straordinario, ci fu un livellamento delle proporzioni degli incentivi nelle varie ripartizioni. Nel terzo intervallo di tempo considerato, infine, ci fu un nuovo dislivello a favore del Nord - Ovest e del Mezzogiorno, anche se in misura minore per quest’ultimo.
Quindi, anche sotto questo aspetto, è l’area del Nord - Ovest ad aver usufruito maggiormente delle politiche di intervento pubblico a favore dello sviluppo. Infatti nonostante nel Mezzogiorno si applicarono tassi di interesse agevolati, le imprese dell’area godettero di una quantità modesta di incentivi.6 Ciò era dovuto sostanzialmente alla delega alla Cassa di tutte le politiche di intervento, che permise all’amministrazione centrale di occuparsi quasi esclusivamente delle altre ripartizioni. [16]

Riferimenti:

[12] Soriero, G., “È stato giusto chiudere l’intervento straordinario? Alcune riflessioni sul dibattito parlamentare e culturale.”, in “Nord e Sud a 150 anni dall’Unità di Italia”, SVIMEZ, Roma, Marzo 2012.
[13] Saraceno, P., “È ancora valida la concezione del meridionalismo apparso nell’ultimo dopoguerra?”, in “Rivista Apulia, numero III - 75”, Banca Popolare Pugliese, Lecce, Luglio 1975.
[14] Redazione, “60 anni fa nasceva la CasMez un provvedimento proSud che ha fatto straricco il Nord.”, su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’8 Agosto 2010.
[15] Vita, C., “I modelli dualistici di sviluppo e il dibattito sul Mezzogiorno.”, in Realfonzo, R., Vita, C., “Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa.”, Franco. Angeli, Milano 2006.
[16] Spadavecchia, A., “Regional and national industrial policies in Italy, 1950s – 1993. Where did the subsidies flow?”, in “University of Reading Working Paper No. 48. Sutcliffe, B.”, 2004.

3 Nella “Relazione sul Rendiconto generale dello Stato” del 1992 la Corte dei Conti fa notare di averlo già denunciato in precedenza.
4 Spesso si asserisce che la quota di investimenti destinata al Centro - Nord nel periodo dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno sia stata in media del 35% del PIL. Devo ammettere che non mi convince. Sebbene sia vero che in quel periodo si sia fatto un ampio ricorso all’indebitamento, ciò equivale ad affermare che la quasi totalità del gettito fiscale sia stata utilizzata per le spese in conto capitale.
Per gli anni dal 1996 al 2009 le spese in conto capitale sono state contabilizzate dal Dipartimento del Tesoro per adempiere ad obblighi a livello europeo. Da esse risulta che la spesa per investimenti e incentivi è stata in media del 2,78% del PIL nel Centro - Nord e dell’1,13% del PIL nel Mezzogiorno. In proporzione la spesa è stata del 29% nel Mezzogiorno e del 71% nel Centro - Nord. Volendo mantenere le stesse proporzioni per il periodo dell’intervento straordinario, si può assumere che nel Centro - Nord la spesa sia stata in media del 2,5% del PIL.
La quota del 35% è più probabilmente relativa agli investimenti fissi lordi, ovvero gli investimenti privati che concorrono alla formazione del PIL.
5 A proposito, sapevate che l’espressione “miracolo economico” fu coniata da una giornalista di The Economist che trovò lo sviluppo del Centro - Nord inspiegabile?
6 In media, nel periodo dal 1953 al 1970, la proporzione di incentivi sul totale per il Mezzogiorno fu del 30,5%. Una quota maggiore rispetto al Nord Est e al Centro, ma inferiore al peso demografico dell’area, intorno al 35%.
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A cura di Maria Carannante
Fonte: Unblognormale

L’intervento straordinario per lo sviluppo delle aree depresse è stato lo strumento di politica economica di maggior interesse del secolo scorso. Durato quarant’anni e frutto dell’influenza del pensiero economico e delle condizioni socio - economiche non solo italiane, ma anche dell’Europa e degli USA di quel periodo, è di certo oggetto di un acceso dibattito che sembra non essersi ancora concluso. Cresciuto insieme alla questione meridionale, anche se non è nato con essa, si è radicato nei ricordi attraverso giudizi poco veritieri e poco documentati. L’articolo tenta di fare luce su alcuni punti più o meno conosciuti in modo rendere più trasparenti finalità, esecuzione ed effetti dell’intervento. L’articolo non si pone obiettivi di esaustività, rimandando a fonti più autorevoli, ma di mettere in discussione alcuni assiomi che sono nati sul tema.

Questa è la seconda delle tre parti in cui è diviso l’articolo.

La prima parte, è disponibile al seguente link: I dieci punti sull’intervento straordinario che non avevate mai osato chiedere. Parte prima.

5 - Quanto è stato stanziato?

148.243,132 miliardi di Lire correnti o 340.271,765 milioni di Euro a prezzi concatenati al 2008 dal 1951 al 1993, comprensivi degli sgravi contributivi. [12] Ma scritto così significa ben poco. Facendo riferimento alle quantità effettivamente erogate ogni anno è possibile calcolarne l’incidenza sul PIL, riportate nel seguente grafico.

Incidenza sul PIL dell’intervento straordinario. Anni 1951 - 1993. Elaborazione mia. [12]

Come precedentemente scritto, la prima fase di intervento riguardava solo gli investimenti diretti nel Mezzogiorno, quindi sono gli unici ad essere considerati fino al 1967. Come si può notare gli investimenti superano l’1% del PIL solo in un anno, il 1975 (1,23%), anno in cui anche la spesa totale per l’intervento straordinario raggiunge il massimo, con l’1,73% del PIL. Nei due anni successivi la spesa per investimenti sfiora l’1%, così come nel 1954. L’andamento della serie appare stazionario attorno alla sua media dello 0,73% circa.
La spesa per gli sgravi fiscali ha invece un andamento crescente, partendo dalla mastodontica cifra dello 0,01% del PIL erogata nel 1968, ma che non raggiunge mai lo 0,6% del PIL.
Infine il totale ha un andamento stazionario attorno alla sua media dell’1% circa, e le cui oscillazioni sono influenzate da quelle degli investimenti, con cui condivide il massimo, e le elevate osservazioni immediatamente successive, in cui raggiunge l’1,49% del PIL.
C’è da sottolineare che non si tratta di spesa aggiuntiva, come ha denunciato più volte la Corte dei Conti.3 Per tutta la loro esistenza, la Cassa prima e l’Agensud poi sono stati gli unici enti ad erogare fondi atti allo sviluppo del Mezzogiorno, in assenza di una politica ordinaria di spesa di cui lo Stato avrebbe dovuto farsi carico, in aggiunta e in completa indipendenza da questi enti. [12]
Per avere un’idea dell’effettiva magnitudo di quanto investito è doveroso citare un articolo di Pasquale Saraceno, relativo alla prima fase di preindustrializzazione:

Da tempo si è […] mostrato che il valore economico della protezione consentita dagli incentivi è inferiore a quello della protezione doganale al cui riparo è sorta l’industria delle regioni nord-occidentali del Paese. E notisi che quella industria ha fruito di altri benefici: i profitti straordinari consentiti dalle commesse belliche conseguenti alle due grandi guerre e poi il pratico annullamento dei debiti delle imprese reso possibile dalle due inflazioni postbelliche. E ciò non è neppure bastato: per il sostegno del sistema industriale che si andava formando sono infatti occorsi anche i ripetuti salvataggi industriali effettuati nel ventennio tra le due guerre, un tipo di intervento che è poi continuato anche dopo l’ultima guerra, con un ritmo e per entità che non trovano esempi nel resto del mondo occidentale. A fronte di questa vicenda si collocano i 1.100 miliardi, in lire 1972, di contributi in conto capitale impegnati e ancora in parte non erogati all’industria meridionale a tutto il 1974. Si tratta di un importo probabilmente minore dei sopraprofitti di una sola delle due guerre conseguiti dalle industrie del triangolo; lo stesso può dirsi per ciascuna delle due inflazioni belliche di cui hanno beneficiato gli investitori in impianti industriali del tempo che, come era normale, si fossero largamente finanziati con prestiti bancari. Non vi è modo ovviamente di procedere a valutazioni anche approssimate di tali benefici. Questa possibilità esiste però nei riguardi dei salvataggi bancari: la perdita assunta dallo Stato a seguito dei salvataggi bancari effettuati dopo la prima guerra mondiale fino all’operazione di risanamento effettuata dall’IRI nel 1934 è stata valutata in 10,5 miliardi del tempo, importo che si può far corrispondere a 1.400 miliardi del 1972. I contributi in conto capitale dati all’industria meridionale durante tutto l’intervento straordinario, ammontanti come detto sopra a 1.100 miliardi, sono dunque inferiori al costo dei soli salvataggi bancari, un costo, notisi, sopportato da una economia italiana certo molto più povera di quella odierna.” [13]
Pur non potendo stimare le quantità, di certo non è stato solo il Mezzogiorno ad usufruire dell’intervento pubblico per l’industrializzazione.4 L’area del Nord Ovest fu, fino agli anni ‘60 del secolo scorso, l’unica in cui ci fosse una notevole presenza del settore secondario. Per questo motivo fu l’unica area che poté godere di tutte le politiche di incentivi e protezione doganale. E di certo gli interventi a favore dell’industria padana non cessarono con l’avvio della politica di intervento del Mezzogiorno. Per poterlo affermare serenamente è sufficiente contare tutte le volte in cui si è evitato il fallimento della FIAT.

6 - Fu un intervento di programmazione dall’alto.

Si distingue, all’interno delle politiche di sviluppo, lo sviluppo dall’alto e lo sviluppo dal basso, il primo realizzato attraverso politiche standardizzate e controllate da organismi centrali, l’altro, invece, realizzato attraverso politiche di incentivi generalizzati atti a favorire la natalità e la competitività delle imprese locali. [3]
Durante i quarant’anni dell’intervento straordinario si sono alternate fasi di sviluppo dall’alto e dal basso [3]:

  • La fase di preindustrializzazione è stata una politica di sviluppo dall’alto, essendo stata realizzata attraverso una serie di investimenti stabiliti dalla Cassa;
  • La fase degli incentivi è stata una politica di sviluppo dal basso;
  • La fase dell’industrializzazione esterna è stata una politica di sviluppo dall’alto, in quanto le scelte relative alla localizzazione delle imprese pubbliche erano prese a livello centrale;
  • La fase di sviluppo assistito è stata una politica di sviluppo dal basso.
Il ritorno allo sviluppo dall’alto nella terza fase dell’intervento, non fu legato al fallimento della politica dello sviluppo dal basso, piuttosto alla pressione esercitata dalla classe imprenditoriale del Nord per limitare lo sviluppo del Mezzogiorno:

Che gli industriali del Nord favorissero […] lo sviluppo dall’alto è […] chiaro solo se si consideri che lo sviluppo dall’alto favorisce le grandi imprese e che le grandi imprese settentrionali hanno interesse […] che al Sud non cresca un tessuto ricco di imprese industriali che faccia ad esse concorrenza; e hanno interesse, pertanto, che siano esse a «conquistare» i mercati del Sud, e non siano invece le imprese meridionali a sottrarre ad esse mercati.” [3]
Lo sviluppo dall’alto, inoltre, è una politica di intervento che richiede un notevole intervento discrezionale da parte dell’amministrazione pubblica. È stato infatti proprio nelle due fasi dello sviluppo dall’alto, in particolare quella dell’industrializzazione esterna, che si sono verificate tutte le inefficienze legate all’ingerenza della classe politica nella politica industriale, quali la creazione di clientele e di favoritismi elettorali. Ciò garantì il consenso di questo tipo di intervento anche da parte degli esponenti politici locali, in una logica di convenienza personale e di classe a scapito dell’interesse pubblico. Grazie all’accordo tra la classe industriale del Nord e la classe politica del Mezzogiorno, l’intervento straordinario divenne uno strumento di consenso politico piuttosto che di sviluppo delle aree depresse. [3]

7 - Ha apportato maggior crescita economica al Nord che al Sud.

Il condizionamento della classe imprenditoriale del Nord delle scelte di intervento per lo sviluppo del Mezzogiorno ha comportato una distorsione della natura dello stesso tale da apportare, nel lungo periodo, maggiori vantaggi al Nord rispetto al Sud.
La SVIMEZ, già nelle stime preliminari relative alla fase di preindustrializzazione, aveva previsto che gli effetti dell’intervento, così come definiti, sarebbero stati maggiormente favorevoli per il Nord.

La Svimez, applicando la teoria del moltiplicatore agli investimenti previsti per il primo biennio, era giunta alla conclusione che la spesa della Cassa avrebbe generato una domanda di beni di investimento e di consumo pari al 69% del suo ammontare; sarebbe avvenuta la localizzazione al Nord del 55% dei consumi, del 118% dei risparmi, del 51% dei tributi (indiceSud=100). L’incremento del reddito sarebbe stato più alto al Sud solo nel primo ciclo, mentre già al quinto ciclo sarebbe stato più alto al Nord” [11]
Questa fase che, come riportato in precedenza, ha determinato la creazione di un mercato di consumo nel Mezzogiorno il quale, unito alla emigrazione di massa, legata sostanzialmente allo spopolamento delle zone rurali, fece da traino al “miracolo economico5 verificatosi nel Centro - Nord nel decennio successivo. [14] Le politiche della prima fase di intervento, infatti, furono collocate nell’ottica dell’urbanizzazione dell’area e dell’abbandono delle campagne al fine di colmare lo squilibrio esistente nel mercato del lavoro. E poco importava la totale assenza di industrie nei centri urbani. Il fine dell’intervento era il raggiungimento della piena occupazione, che si poteva realizzare in entrambe le aree che formavano l’economia dualistica attraverso l’emigrazione di massa. [15] Pur non volendo enfatizzarne il ruolo si può affermare che il vero miracolo del Nord sia stato l’istituzione della Cassa.
Ma non è tutto. Le opere pubbliche, piccole o grandi che siano, devono essere realizzate da imprese private. E di certo le opere di preindustrializzazione del Mezzogiorno non erano realizzabili da imprese locali, semplicemente perché esse non esistevano.
Gli investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno, quindi, rappresentarono una ghiotta occasione di crescita per le imprese del Nord le quali, oltretutto, ebbero la possibilità di ottenere i finanziamenti senza gara d’appalto e di essere esonerate dall’obbligo di spendere l’intero importo erogato per la realizzazione dell’opera. [14] L’eccesso di discrezionalità da parte della Pubblica Amministrazione, a queste condizioni, appare evidente. Esse avevano la possibilità di scegliere arbitrariamente l’importo da erogare, le imprese appaltatrici e la localizzazione delle infrastrutture. Ciò ha comportato la nascita di opere inutili, quando completate, a costi abnormi e localizzate in ragione di convenienza politica.
Relativamente agli incentivi, nel seguente grafico sono riportati i valori medi per regione della ripartizione negli anni dal 1953 al 1970.

Incentivi. Valori medi per anno e regione. Anni 1953 - 1970. Elaborazione mia. [16]

Dal grafico è possibile notare un aumento nel tempo dell’erogazione degli incentivi per tutte le ripartizioni, ma, in tutti gli intervalli di tempo considerati, le imprese situate nel Nord - Ovest ne hanno usufruito in misura maggiore rispetto al resto del Paese.
In particolare nel primo periodo gli incentivi erogati mediamente in questa ripartizione furono in misura più che doppia rispetto alle altre ripartizioni. Nel secondo periodo, che indica il passaggio dalla prima alla seconda fase dell’intervento straordinario, ci fu un livellamento delle proporzioni degli incentivi nelle varie ripartizioni. Nel terzo intervallo di tempo considerato, infine, ci fu un nuovo dislivello a favore del Nord - Ovest e del Mezzogiorno, anche se in misura minore per quest’ultimo.
Quindi, anche sotto questo aspetto, è l’area del Nord - Ovest ad aver usufruito maggiormente delle politiche di intervento pubblico a favore dello sviluppo. Infatti nonostante nel Mezzogiorno si applicarono tassi di interesse agevolati, le imprese dell’area godettero di una quantità modesta di incentivi.6 Ciò era dovuto sostanzialmente alla delega alla Cassa di tutte le politiche di intervento, che permise all’amministrazione centrale di occuparsi quasi esclusivamente delle altre ripartizioni. [16]

Riferimenti:

[12] Soriero, G., “È stato giusto chiudere l’intervento straordinario? Alcune riflessioni sul dibattito parlamentare e culturale.”, in “Nord e Sud a 150 anni dall’Unità di Italia”, SVIMEZ, Roma, Marzo 2012.
[13] Saraceno, P., “È ancora valida la concezione del meridionalismo apparso nell’ultimo dopoguerra?”, in “Rivista Apulia, numero III - 75”, Banca Popolare Pugliese, Lecce, Luglio 1975.
[14] Redazione, “60 anni fa nasceva la CasMez un provvedimento proSud che ha fatto straricco il Nord.”, su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’8 Agosto 2010.
[15] Vita, C., “I modelli dualistici di sviluppo e il dibattito sul Mezzogiorno.”, in Realfonzo, R., Vita, C., “Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa.”, Franco. Angeli, Milano 2006.
[16] Spadavecchia, A., “Regional and national industrial policies in Italy, 1950s – 1993. Where did the subsidies flow?”, in “University of Reading Working Paper No. 48. Sutcliffe, B.”, 2004.

3 Nella “Relazione sul Rendiconto generale dello Stato” del 1992 la Corte dei Conti fa notare di averlo già denunciato in precedenza.
4 Spesso si asserisce che la quota di investimenti destinata al Centro - Nord nel periodo dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno sia stata in media del 35% del PIL. Devo ammettere che non mi convince. Sebbene sia vero che in quel periodo si sia fatto un ampio ricorso all’indebitamento, ciò equivale ad affermare che la quasi totalità del gettito fiscale sia stata utilizzata per le spese in conto capitale.
Per gli anni dal 1996 al 2009 le spese in conto capitale sono state contabilizzate dal Dipartimento del Tesoro per adempiere ad obblighi a livello europeo. Da esse risulta che la spesa per investimenti e incentivi è stata in media del 2,78% del PIL nel Centro - Nord e dell’1,13% del PIL nel Mezzogiorno. In proporzione la spesa è stata del 29% nel Mezzogiorno e del 71% nel Centro - Nord. Volendo mantenere le stesse proporzioni per il periodo dell’intervento straordinario, si può assumere che nel Centro - Nord la spesa sia stata in media del 2,5% del PIL.
La quota del 35% è più probabilmente relativa agli investimenti fissi lordi, ovvero gli investimenti privati che concorrono alla formazione del PIL.
5 A proposito, sapevate che l’espressione “miracolo economico” fu coniata da una giornalista di The Economist che trovò lo sviluppo del Centro - Nord inspiegabile?
6 In media, nel periodo dal 1953 al 1970, la proporzione di incentivi sul totale per il Mezzogiorno fu del 30,5%. Una quota maggiore rispetto al Nord Est e al Centro, ma inferiore al peso demografico dell’area, intorno al 35%.

domenica 24 giugno 2012

I dieci punti sull’intervento straordinario che non avevate mai osato chiedere. Parte prima.

A cura di Maria Carannante
Fonte: Unblognormale

L’intervento straordinario per lo sviluppo delle aree depresse è stato lo strumento di politica economica di maggior interesse del secolo scorso. Durato quarant’anni e frutto dell’influenza del pensiero economico e delle condizioni socio - economiche non solo italiane, ma anche dell’Europa e degli USA di quel periodo, è di certo oggetto di un acceso dibattito che sembra non essersi ancora concluso.

Cresciuto insieme alla questione meridionale, anche se non è nato con essa, si è radicato nei ricordi attraverso giudizi poco veritieri e poco documentati.
L’articolo tenta di fare luce su alcuni punti più o meno conosciuti in modo rendere più trasparenti finalità, esecuzione ed effetti dell’intervento. L’articolo non si pone obiettivi di esaustività, rimandando a fonti più autorevoli, ma di mettere in discussione alcuni assiomi che sono nati sul tema.1
Esso è suddiviso in dieci punti ed è riportato in tre parti per semplificarne la lettura.

1. Determina il punto di rottura tra il meridionalismo classico e il nuovo meridionalismo:

Si definisce nuovo meridionalismo la corrente di pensiero nata nel dopoguerra e si distingue dal pensiero meridionalista fino ad allora adottato e definito classico perché ha introdotto l’importanza del coinvolgimento delle classi dirigenti del Nord allo sviluppo del Sud. In altri termini, secondo la nuova corrente, la convergenza economica delle due aree non può prescindere dalla convergenza politica.

Nel meridionalismo classico sono identificabili fondamentalmente due posizioni; secondo la prima il meccanismo di mercato porterà al superamento della situazione di dualismo e l’azione pubblica potrà facilitare quel superamento, senza che occorra far ricorso a misure che non siano proprie di quel meccanismo. L’altra posizione ha come presupposto che sia di importanza pregiudiziale, per il progresso del nostro Paese, un mutamento radicale o addirittura rivoluzionario degli equilibri politici e dell’ordinamento dello Stato; in un quadro profondamente mutato, i problemi del Paese, inclusa tra essi la questione meridionale, si sarebbero presentati in termini ovviamente del tutto nuovi e in quei termini essi sarebbero stati affrontati. Sembra evidente che le due opposte posizioni hanno come comune caratteristica un limitato interesse per l’identificazione di processi che, una volta avviati nel sistema di rapporti esistente, concorressero alla unificazione economica e sociale del Paese.” [1]
Il nuovo meridionalismo si pone in linea con due filoni di pensiero che hanno caratterizzato gli anni del dopoguerra e in contrapposizione con gli studi finora presentati sulla questione meridionale: il primo è il modello economico keynesiano, che prevedeva un intenso intervento pubblico per lo sviluppo, l’altro è il sistema politico bipolare, che ha portato alla creazione delle sfere di influenza e che ha condizionato il ripristino dei confini precedenti al 1943 onde evitare l’isolamento degli stati italici che altrimenti sarebbe avvenuto.
Il pensiero neomeridionalista fu sintetizzato da Pasquale Saraceno in due proposizioni: secondo la prima la questione meridionale era una questione nazionale e lo stato italiano non poteva esimersi dalla sua risoluzione, secondo l’altra la condizione necessaria, ma non sufficiente, per il superamento della questione meridionale era l’industrializzazione del Mezzogiorno. Ne conseguiva che lo stato italiano avrebbe dovuto farsi carico dell’industrializzazione del Mezzogiorno per garantire la sua stessa sopravvivenza. [2]
È l’incontro tra queste due correnti che permise la definizione dell’intervento straordinario. Esso, infatti, fu presentato come uno strumento di politica economica finalizzato all’intensificazione e modernizzazione del settore agricolo, alla nascita del settore industriale e allo stimolo di una domanda che potesse far fronte all’offerta così creatasi.

2. È stato realizzato attraverso quattro fasi distinte:

I quarant’anni dell’intervento straordinario possono essere approssimativamente essere suddivisi in quattro fasi: [3]
  • La prima fase, relativa all’istituzione della Cassa e allo Schema Vanoni, che ha previsto sostanzialmente gli investimenti per la preindustrializzazione delle aree depresse;
  • La seconda fase, cominciata alla fine della programmazione prevista dallo Schema Vanoni e finita negli anni ‘70, che ha previsto un notevole aumento degli incentivi per l’industrializzazione delle aree depresse;
  • La terza fase, dell’industrializzazione esterna, caratteristica degli anni ‘70 e ‘80, che ha previsto la nascita di insediamenti industriali “programmati” nell’area. Si tratta della politica dei poli di sviluppo.
  • La quarta fase, dello sviluppo assistito, istituita nella metà degli anni ‘70 fino alla chiusura dell’intervento straordinario, limitata al sostegno dei redditi delle famiglie.
L’intervento straordinario è stato legato principalmente due organismi “centrali”. Il primo è la Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia Meridionale, un ente pubblico con sede a Roma con lo scopo di coordinare la gestione delle risorse finalizzate allo sviluppo, l’altro è Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (SVIMEZ), privata senza fini di lucro, con sede a Roma e con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo nel Mezzogiorno.
Il primo intervento pubblico gestito dalla Cassa fu lo Schema di sviluppo della occupazione e del reddito del decennio 1955 - 1964, noto anche come Schema Vanoni, redatto dalla SVIMEZ e che ha introdotto per la prima volta la necessità di un intervento programmatico di sviluppo. In particolare, esso era basato sull’idea che:
Lo squilibrio Nord - Sud veniva a costituire una delle principali manifestazioni di inefficienza del sistema economico italiano.” [4]
E gli investimenti, così come predisposti fino ad allora, rappresentavano un’inefficienza dell’intervento pubblico, che dovevano essere ridefiniti in un’ottica di industrializzazione del Mezzogiorno, ripartendo la spesa per la creazione di un’economia autopropulsiva nella misura del 48% al Sud e del 52% al Nord.
La novità introdotta dallo schema Vanoni fu sostanzialmente quella di considerare il Mezzogiorno in un’ottica sistemica rispetto allo stato italiano, abbandonando quell’idea di indipendenza della questione meridionale dagli obiettivi di politica economica dello stato italiano che ha caratterizzato gli interventi fino ad allora. [5]
Lo Schema Vanoni si è posto come obiettivo quello di indirizzare la spesa pubblica all’incremento della quota dei redditi privati destinata al risparmio e all’investimento piuttosto che al consumo per un periodo medio - lungo, indicato nello schema stesso in dieci anni [6]. I limiti di questo approccio risultarono evidenti dal punto di vista del pensiero neomeridionalista, secondo cui esso appariva come un mero esercizio macroeconomico che non poteva essere d’aiuto all’industrializzazione dell’area. [6]

Per questa ragione si è ritenuto necessario intervenire direttamente nel processo di industrializzazione, attraverso politiche di incentivi prima e la localizzazione di imprese pubbliche poi al fine di stimolare la nascita di distretti industriali formati da piccole e medie imprese.
Gli incentivi avevano sostanzialmente lo scopo di proteggere le imprese meridionali dall’invasione delle imprese del Centro - Nord che operavano in condizioni vantaggiose rispetto ad esse, i poli di sviluppo invece di sollecitare la nascita di sistemi distrettuali di piccole imprese. [6]
La crisi di questa fase di intervento si fece sentire presto: le ragioni del fallimento della politica di industrializzazione esterna erano sostanzialmente legate a scelte di investimento sbagliate. Sono state privilegiate grandi imprese ad alta intensità di capitale, che non hanno attenuato il problema della disoccupazione e il relativo fenomeno migratorio nell’area, con impianti spesso sottodimensionati e localizzati più in funzione di convenienza politica che di effettive opportunità di sviluppo. [7] A ciò bisogna aggiungere che gran parte delle imprese che si insediarono nel Mezzogiorno mantennero i rapporti con le case madri ed erano di fatto gestite da esse. Ciò ha impedito la creazione di un adeguato capitale umano nel Mezzogiorno e la gestione dei poli avveniva privilegiando gli interessi dell’area di origine. [7]

La crisi dei poli di sviluppo è stata poi accentuata dallo choc petrolifero, dal malcontento della gestione delle risorse pubbliche e dall’istituzione delle regioni a statuto ordinario che hanno portato, nel 1984, alla chiusura della Cassa, sostituita due anni dopo dall’Agenzia della promozione dello sviluppo del Mezzogiorno (Agensud), con il compito di erogare incentivi ed approvare piani di investimento proposti dai neonati enti locali. [8] L’istituzione dell’Agensud aveva infatti lo scopo di affidare a livello locale il compito di promuovere lo sviluppo, attraverso una programmazione specifica per ogni singola regione.
In realtà questa fase dell’intervento straordinario ha messo in luce le difficoltà di comunicazione tra le istituzioni di diverso livello: le regioni si dimostrarono incapaci di gestire le risorse straordinarie a disposizione né fu data loro la possibilità di partecipare davvero alla programmazione, rimasta nelle mani dell’amministrazione centrale. [8]
Di conseguenza, le politiche attuate in quest’ultima fase di intervento furono sostanzialmente di sostegno dei redditi delle famiglie. [3]
L’intervento straordinario venne chiuso nel 1992, a causa principalmente delle politiche di revisione dei conti pubblici richieste per l’ingresso nel mercato unico europeo. La chiusura dell’intervento straordinario ha determinato una notevole riduzione della spesa pubblica nell’area che ha inevitabilmente causato la contrazione dei redditi delle famiglie, essendo venuto meno il sostegno su cui fino ad allora avevano contato. [9]

3. È stato possibile grazie all’appoggio degli organismi internazionali:

L’intervento straordinario è stato in larga parte ispirato alla New Deal, applicata negli Stati Uniti per far fronte alla grande depressione del 1929. In particolare la Cassa ricorda la Tennessee Valley Authority voluta da Roosvelt per incentivare lo sviluppo della valle del Tennesse. L’idea di fondo in entrambi i casi è stata la creazione di un unico ente che coordinasse sia gli interventi di modernizzazione del settore agricolo che quelli di sviluppo industriale atti a stimolare la crescita economica delle aree in forte ritardo con lo sviluppo. In Italia ci fu comunque una precedente esperienza di questo tipo tramite la costituzione dell’IRI. [10]
Per la realizzazione della prima fase dell’intervento, inoltre, ci fu il coinvolgimento della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS), con un duplice scopo: il primo era quello di assicurarsi la creazione di un piano di sviluppo preciso ed efficace, l’altro era il consolidamento dei rapporti tra Italia e Stati Uniti. [11]
L’intervento della BIRS fu visto in un’ottica di prolungamento del Piano Marshall limitatamente alle aree in ritardo con lo sviluppo e, tramite precedenti accordi con la SVIMEZ, esso si realizzò, oltre che con il finanziamento delle singole opere realizzate, con la messa in circolazione di dollari a supporto della crescita dei consumi e delle importazioni di materie prime. Ciò permise all’Italia anche di poter essere competitiva nelle esportazioni. [11]
Dal canto suo, la BIRS trovò conveniente poter prendere parte alle decisioni del più grande e attraente piano di sviluppo regionale del mondo, così come fu definito in uno dei suoi rapporti, pur contribuendo in misura minima al progetto, ovvero per circa un decimo del totale dell’importo da stanziare. [11]

4. È stata un’iniziativa proposta e approvata sia dagli studiosi del nuovo meridionalismo che dalle classi dirigenti del Nord:

La fondazione nel 1946 della SVIMEZ può essere vista come l’incontro tra il neomeridionalismo, rappresentato da Rodolfo Morandi, e le politiche di industrializzazione, rappresentate da Pasquale Saraceno. [11]
La politica della SVIMEZ si opponeva fortemente alla visione padano - centrica adottata dal primo IRI [2]. Nonostante ciò, la nascita dell’associazione non interessò solo gli USA, che intervenne attraverso i finanziamenti del Piano Marshall e la BIRS, ma anche la classe imprenditoriale del Nord, che vide nell’industrializzazione del Mezzogiorno un’opportunità per la modernizzazione dell’economia di tutto il Paese, così come auspicato dagli economisti neomeridionalisti. Alla costituzione della SVIMEZ, infatti, parteciparono anche le grandi imprese del triangolo industriale.

Alla SVIMEZ si associarono immediatamente, oltre alla Banca d’Italia e alle principali banche nazionali, la Confindustria, la Federconsorzi, tutte le imprese IRI e le principali imprese private italiane, tra cui la FIAT, la Montecatini, la Breda, la Pirelli, la Innocenti, la Olivetti, nonché il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, e alcune camere di commercio, consorzi di bonifica, banche e imprese locali.” [11]
Era l’intera economia italiana, infatti, ad essere in seria difficoltà nel dopoguerra. Il Nord, nonostante le migliori condizioni economiche che poteva vantare rispetto al Sud, era notevolmente arretrato rispetto all’Europa occidentale e gli USA. L’economia italiana ristagnava dagli inizi del XX secolo e le prospettive di crescita erano misere senza un’adeguata politica di sviluppo per tutto il Paese. Era quindi la crescita del reddito nazionale il vero obiettivo posto dall’intervento straordinario. [11]
L’intervento straordinario, quindi, divenne un accordo tra la classe imprenditoriale del Nord e gli economisti neomeridionalisti, che diede vita ad un piano di interventi che non ledesse gli interessi dei primi. La classe imprenditoriale del Nord aveva infatti interesse al mantenimento del dualismo che caratterizzava l’economia italiana e auspicava uno sviluppo nel Mezzogiorno che si limitasse al settore terziario, in modo da poter invadere il mercato che si sarebbe venuto a creare con il proprio settore secondario. [3]
Ciò si realizzò attraverso la separazione della fase degli investimenti in infrastrutture da quella dell’industrializzazione ha permesso alle imprese del Nord di insediarsi al Sud.

L’aver creato al Sud prima le infrastrutture e poi le industrie […] ha fatto sì che il processo moltiplicativo alimentato dalla spesa per opere pubbliche al Sud ha favorito l’industrializzazione al Nord, perché la maggior domanda di prodotti industriali dei meridionali dovuta alla spesa pubblica, non avendo trovato un’offerta di prodotti industriali al Sud, è rifluita al Nord, alimentando […] il dualismo.” [3]
Il successivo insediamento delle imprese pubbliche nel Mezzogiorno non è stato sufficiente allo sviluppo dell’area, dato che le neonate imprese locali non riuscirono comunque a reggere la concorrenza delle imprese del Nord.2


Riferimenti:

[1] Saraceno, P., “Il nuovo meridionalismo.”, in “Quaderni del trentennale 1975 - 2005”, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli, 2005.
[2] Saraceno, P., “Morandi e il nuovo meridionalismo.”, in “Rivista Apulia, numero IV - 81”, Banca Popolare Pugliese, Lecce, Dicembre 1981.
[3] Jossa, B., “Il Mezzogiorno e lo sviluppo dall’alto.”, in “Rivista economica del Mezzogiorno, anno XV, numero 3”, Settembre 2001.
[4] Alemanno, C., “Problemi dello sviluppo meridionale.”, in “Rivista Apulia, numero IV - 83”, Banca Popolare Pugliese, Lecce, Dicembre 1983.
[5] Novacco, N., “Alcune scelte degli anni ’50 per il Mezzogiorno.”, in “Rivista Economica del Mezzogiorno, anno XV, numero 1 - 2”, Marzo - Giugno 2001.
[6] Pica, F., “Salvatore Cafiero e la «Storia» dell’intervento straordinario.”, in “Rivista economica del Mezzogiorno, anno XV, numero 3”, Settembre 2001.
[7] Cerrito, E., “La politica dei poli di sviluppo nel Mezzogiorno. Elementi per una prospettiva storica.”, in “Quaderni di Storia Economica, numero 3.”, Banca d’Italia, Giugno 2011.
[8] Trono, A., “Squilibri regionali in Italia e politiche di intervento pubblico per lo sviluppo dell’occupazione locale.”, in “Anales de Estudios Economicos Y Empresaliares”, Universidad de Valladolid, 1993.
[9] OCSE, “Assessment and Recommendations, in OECD Territorial Reviews – Italy.”, traduzione italiana, Parigi-Roma, Settembre 2001.
[10] Lepore, A., “Cassa per il Mezzogiorno e politiche per lo sviluppo.”, in “SSRN working papers series”, Gennaio 2012.
[11] D’Antone, L., “L’«interesse straordinario» per il Mezzogiorno (1943-1960).”, in “Meridiana, numero 24”, 1995.

1 Sono ovviamente bene accette domande, suggerimenti, approfondimenti e correzioni.

2 E la situazione, ad oggi, non sembra essere migliorata.
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A cura di Maria Carannante
Fonte: Unblognormale

L’intervento straordinario per lo sviluppo delle aree depresse è stato lo strumento di politica economica di maggior interesse del secolo scorso. Durato quarant’anni e frutto dell’influenza del pensiero economico e delle condizioni socio - economiche non solo italiane, ma anche dell’Europa e degli USA di quel periodo, è di certo oggetto di un acceso dibattito che sembra non essersi ancora concluso.

Cresciuto insieme alla questione meridionale, anche se non è nato con essa, si è radicato nei ricordi attraverso giudizi poco veritieri e poco documentati.
L’articolo tenta di fare luce su alcuni punti più o meno conosciuti in modo rendere più trasparenti finalità, esecuzione ed effetti dell’intervento. L’articolo non si pone obiettivi di esaustività, rimandando a fonti più autorevoli, ma di mettere in discussione alcuni assiomi che sono nati sul tema.1
Esso è suddiviso in dieci punti ed è riportato in tre parti per semplificarne la lettura.

1. Determina il punto di rottura tra il meridionalismo classico e il nuovo meridionalismo:

Si definisce nuovo meridionalismo la corrente di pensiero nata nel dopoguerra e si distingue dal pensiero meridionalista fino ad allora adottato e definito classico perché ha introdotto l’importanza del coinvolgimento delle classi dirigenti del Nord allo sviluppo del Sud. In altri termini, secondo la nuova corrente, la convergenza economica delle due aree non può prescindere dalla convergenza politica.

Nel meridionalismo classico sono identificabili fondamentalmente due posizioni; secondo la prima il meccanismo di mercato porterà al superamento della situazione di dualismo e l’azione pubblica potrà facilitare quel superamento, senza che occorra far ricorso a misure che non siano proprie di quel meccanismo. L’altra posizione ha come presupposto che sia di importanza pregiudiziale, per il progresso del nostro Paese, un mutamento radicale o addirittura rivoluzionario degli equilibri politici e dell’ordinamento dello Stato; in un quadro profondamente mutato, i problemi del Paese, inclusa tra essi la questione meridionale, si sarebbero presentati in termini ovviamente del tutto nuovi e in quei termini essi sarebbero stati affrontati. Sembra evidente che le due opposte posizioni hanno come comune caratteristica un limitato interesse per l’identificazione di processi che, una volta avviati nel sistema di rapporti esistente, concorressero alla unificazione economica e sociale del Paese.” [1]
Il nuovo meridionalismo si pone in linea con due filoni di pensiero che hanno caratterizzato gli anni del dopoguerra e in contrapposizione con gli studi finora presentati sulla questione meridionale: il primo è il modello economico keynesiano, che prevedeva un intenso intervento pubblico per lo sviluppo, l’altro è il sistema politico bipolare, che ha portato alla creazione delle sfere di influenza e che ha condizionato il ripristino dei confini precedenti al 1943 onde evitare l’isolamento degli stati italici che altrimenti sarebbe avvenuto.
Il pensiero neomeridionalista fu sintetizzato da Pasquale Saraceno in due proposizioni: secondo la prima la questione meridionale era una questione nazionale e lo stato italiano non poteva esimersi dalla sua risoluzione, secondo l’altra la condizione necessaria, ma non sufficiente, per il superamento della questione meridionale era l’industrializzazione del Mezzogiorno. Ne conseguiva che lo stato italiano avrebbe dovuto farsi carico dell’industrializzazione del Mezzogiorno per garantire la sua stessa sopravvivenza. [2]
È l’incontro tra queste due correnti che permise la definizione dell’intervento straordinario. Esso, infatti, fu presentato come uno strumento di politica economica finalizzato all’intensificazione e modernizzazione del settore agricolo, alla nascita del settore industriale e allo stimolo di una domanda che potesse far fronte all’offerta così creatasi.

2. È stato realizzato attraverso quattro fasi distinte:

I quarant’anni dell’intervento straordinario possono essere approssimativamente essere suddivisi in quattro fasi: [3]
  • La prima fase, relativa all’istituzione della Cassa e allo Schema Vanoni, che ha previsto sostanzialmente gli investimenti per la preindustrializzazione delle aree depresse;
  • La seconda fase, cominciata alla fine della programmazione prevista dallo Schema Vanoni e finita negli anni ‘70, che ha previsto un notevole aumento degli incentivi per l’industrializzazione delle aree depresse;
  • La terza fase, dell’industrializzazione esterna, caratteristica degli anni ‘70 e ‘80, che ha previsto la nascita di insediamenti industriali “programmati” nell’area. Si tratta della politica dei poli di sviluppo.
  • La quarta fase, dello sviluppo assistito, istituita nella metà degli anni ‘70 fino alla chiusura dell’intervento straordinario, limitata al sostegno dei redditi delle famiglie.
L’intervento straordinario è stato legato principalmente due organismi “centrali”. Il primo è la Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia Meridionale, un ente pubblico con sede a Roma con lo scopo di coordinare la gestione delle risorse finalizzate allo sviluppo, l’altro è Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (SVIMEZ), privata senza fini di lucro, con sede a Roma e con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo nel Mezzogiorno.
Il primo intervento pubblico gestito dalla Cassa fu lo Schema di sviluppo della occupazione e del reddito del decennio 1955 - 1964, noto anche come Schema Vanoni, redatto dalla SVIMEZ e che ha introdotto per la prima volta la necessità di un intervento programmatico di sviluppo. In particolare, esso era basato sull’idea che:
Lo squilibrio Nord - Sud veniva a costituire una delle principali manifestazioni di inefficienza del sistema economico italiano.” [4]
E gli investimenti, così come predisposti fino ad allora, rappresentavano un’inefficienza dell’intervento pubblico, che dovevano essere ridefiniti in un’ottica di industrializzazione del Mezzogiorno, ripartendo la spesa per la creazione di un’economia autopropulsiva nella misura del 48% al Sud e del 52% al Nord.
La novità introdotta dallo schema Vanoni fu sostanzialmente quella di considerare il Mezzogiorno in un’ottica sistemica rispetto allo stato italiano, abbandonando quell’idea di indipendenza della questione meridionale dagli obiettivi di politica economica dello stato italiano che ha caratterizzato gli interventi fino ad allora. [5]
Lo Schema Vanoni si è posto come obiettivo quello di indirizzare la spesa pubblica all’incremento della quota dei redditi privati destinata al risparmio e all’investimento piuttosto che al consumo per un periodo medio - lungo, indicato nello schema stesso in dieci anni [6]. I limiti di questo approccio risultarono evidenti dal punto di vista del pensiero neomeridionalista, secondo cui esso appariva come un mero esercizio macroeconomico che non poteva essere d’aiuto all’industrializzazione dell’area. [6]

Per questa ragione si è ritenuto necessario intervenire direttamente nel processo di industrializzazione, attraverso politiche di incentivi prima e la localizzazione di imprese pubbliche poi al fine di stimolare la nascita di distretti industriali formati da piccole e medie imprese.
Gli incentivi avevano sostanzialmente lo scopo di proteggere le imprese meridionali dall’invasione delle imprese del Centro - Nord che operavano in condizioni vantaggiose rispetto ad esse, i poli di sviluppo invece di sollecitare la nascita di sistemi distrettuali di piccole imprese. [6]
La crisi di questa fase di intervento si fece sentire presto: le ragioni del fallimento della politica di industrializzazione esterna erano sostanzialmente legate a scelte di investimento sbagliate. Sono state privilegiate grandi imprese ad alta intensità di capitale, che non hanno attenuato il problema della disoccupazione e il relativo fenomeno migratorio nell’area, con impianti spesso sottodimensionati e localizzati più in funzione di convenienza politica che di effettive opportunità di sviluppo. [7] A ciò bisogna aggiungere che gran parte delle imprese che si insediarono nel Mezzogiorno mantennero i rapporti con le case madri ed erano di fatto gestite da esse. Ciò ha impedito la creazione di un adeguato capitale umano nel Mezzogiorno e la gestione dei poli avveniva privilegiando gli interessi dell’area di origine. [7]

La crisi dei poli di sviluppo è stata poi accentuata dallo choc petrolifero, dal malcontento della gestione delle risorse pubbliche e dall’istituzione delle regioni a statuto ordinario che hanno portato, nel 1984, alla chiusura della Cassa, sostituita due anni dopo dall’Agenzia della promozione dello sviluppo del Mezzogiorno (Agensud), con il compito di erogare incentivi ed approvare piani di investimento proposti dai neonati enti locali. [8] L’istituzione dell’Agensud aveva infatti lo scopo di affidare a livello locale il compito di promuovere lo sviluppo, attraverso una programmazione specifica per ogni singola regione.
In realtà questa fase dell’intervento straordinario ha messo in luce le difficoltà di comunicazione tra le istituzioni di diverso livello: le regioni si dimostrarono incapaci di gestire le risorse straordinarie a disposizione né fu data loro la possibilità di partecipare davvero alla programmazione, rimasta nelle mani dell’amministrazione centrale. [8]
Di conseguenza, le politiche attuate in quest’ultima fase di intervento furono sostanzialmente di sostegno dei redditi delle famiglie. [3]
L’intervento straordinario venne chiuso nel 1992, a causa principalmente delle politiche di revisione dei conti pubblici richieste per l’ingresso nel mercato unico europeo. La chiusura dell’intervento straordinario ha determinato una notevole riduzione della spesa pubblica nell’area che ha inevitabilmente causato la contrazione dei redditi delle famiglie, essendo venuto meno il sostegno su cui fino ad allora avevano contato. [9]

3. È stato possibile grazie all’appoggio degli organismi internazionali:

L’intervento straordinario è stato in larga parte ispirato alla New Deal, applicata negli Stati Uniti per far fronte alla grande depressione del 1929. In particolare la Cassa ricorda la Tennessee Valley Authority voluta da Roosvelt per incentivare lo sviluppo della valle del Tennesse. L’idea di fondo in entrambi i casi è stata la creazione di un unico ente che coordinasse sia gli interventi di modernizzazione del settore agricolo che quelli di sviluppo industriale atti a stimolare la crescita economica delle aree in forte ritardo con lo sviluppo. In Italia ci fu comunque una precedente esperienza di questo tipo tramite la costituzione dell’IRI. [10]
Per la realizzazione della prima fase dell’intervento, inoltre, ci fu il coinvolgimento della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS), con un duplice scopo: il primo era quello di assicurarsi la creazione di un piano di sviluppo preciso ed efficace, l’altro era il consolidamento dei rapporti tra Italia e Stati Uniti. [11]
L’intervento della BIRS fu visto in un’ottica di prolungamento del Piano Marshall limitatamente alle aree in ritardo con lo sviluppo e, tramite precedenti accordi con la SVIMEZ, esso si realizzò, oltre che con il finanziamento delle singole opere realizzate, con la messa in circolazione di dollari a supporto della crescita dei consumi e delle importazioni di materie prime. Ciò permise all’Italia anche di poter essere competitiva nelle esportazioni. [11]
Dal canto suo, la BIRS trovò conveniente poter prendere parte alle decisioni del più grande e attraente piano di sviluppo regionale del mondo, così come fu definito in uno dei suoi rapporti, pur contribuendo in misura minima al progetto, ovvero per circa un decimo del totale dell’importo da stanziare. [11]

4. È stata un’iniziativa proposta e approvata sia dagli studiosi del nuovo meridionalismo che dalle classi dirigenti del Nord:

La fondazione nel 1946 della SVIMEZ può essere vista come l’incontro tra il neomeridionalismo, rappresentato da Rodolfo Morandi, e le politiche di industrializzazione, rappresentate da Pasquale Saraceno. [11]
La politica della SVIMEZ si opponeva fortemente alla visione padano - centrica adottata dal primo IRI [2]. Nonostante ciò, la nascita dell’associazione non interessò solo gli USA, che intervenne attraverso i finanziamenti del Piano Marshall e la BIRS, ma anche la classe imprenditoriale del Nord, che vide nell’industrializzazione del Mezzogiorno un’opportunità per la modernizzazione dell’economia di tutto il Paese, così come auspicato dagli economisti neomeridionalisti. Alla costituzione della SVIMEZ, infatti, parteciparono anche le grandi imprese del triangolo industriale.

Alla SVIMEZ si associarono immediatamente, oltre alla Banca d’Italia e alle principali banche nazionali, la Confindustria, la Federconsorzi, tutte le imprese IRI e le principali imprese private italiane, tra cui la FIAT, la Montecatini, la Breda, la Pirelli, la Innocenti, la Olivetti, nonché il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, e alcune camere di commercio, consorzi di bonifica, banche e imprese locali.” [11]
Era l’intera economia italiana, infatti, ad essere in seria difficoltà nel dopoguerra. Il Nord, nonostante le migliori condizioni economiche che poteva vantare rispetto al Sud, era notevolmente arretrato rispetto all’Europa occidentale e gli USA. L’economia italiana ristagnava dagli inizi del XX secolo e le prospettive di crescita erano misere senza un’adeguata politica di sviluppo per tutto il Paese. Era quindi la crescita del reddito nazionale il vero obiettivo posto dall’intervento straordinario. [11]
L’intervento straordinario, quindi, divenne un accordo tra la classe imprenditoriale del Nord e gli economisti neomeridionalisti, che diede vita ad un piano di interventi che non ledesse gli interessi dei primi. La classe imprenditoriale del Nord aveva infatti interesse al mantenimento del dualismo che caratterizzava l’economia italiana e auspicava uno sviluppo nel Mezzogiorno che si limitasse al settore terziario, in modo da poter invadere il mercato che si sarebbe venuto a creare con il proprio settore secondario. [3]
Ciò si realizzò attraverso la separazione della fase degli investimenti in infrastrutture da quella dell’industrializzazione ha permesso alle imprese del Nord di insediarsi al Sud.

L’aver creato al Sud prima le infrastrutture e poi le industrie […] ha fatto sì che il processo moltiplicativo alimentato dalla spesa per opere pubbliche al Sud ha favorito l’industrializzazione al Nord, perché la maggior domanda di prodotti industriali dei meridionali dovuta alla spesa pubblica, non avendo trovato un’offerta di prodotti industriali al Sud, è rifluita al Nord, alimentando […] il dualismo.” [3]
Il successivo insediamento delle imprese pubbliche nel Mezzogiorno non è stato sufficiente allo sviluppo dell’area, dato che le neonate imprese locali non riuscirono comunque a reggere la concorrenza delle imprese del Nord.2


Riferimenti:

[1] Saraceno, P., “Il nuovo meridionalismo.”, in “Quaderni del trentennale 1975 - 2005”, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli, 2005.
[2] Saraceno, P., “Morandi e il nuovo meridionalismo.”, in “Rivista Apulia, numero IV - 81”, Banca Popolare Pugliese, Lecce, Dicembre 1981.
[3] Jossa, B., “Il Mezzogiorno e lo sviluppo dall’alto.”, in “Rivista economica del Mezzogiorno, anno XV, numero 3”, Settembre 2001.
[4] Alemanno, C., “Problemi dello sviluppo meridionale.”, in “Rivista Apulia, numero IV - 83”, Banca Popolare Pugliese, Lecce, Dicembre 1983.
[5] Novacco, N., “Alcune scelte degli anni ’50 per il Mezzogiorno.”, in “Rivista Economica del Mezzogiorno, anno XV, numero 1 - 2”, Marzo - Giugno 2001.
[6] Pica, F., “Salvatore Cafiero e la «Storia» dell’intervento straordinario.”, in “Rivista economica del Mezzogiorno, anno XV, numero 3”, Settembre 2001.
[7] Cerrito, E., “La politica dei poli di sviluppo nel Mezzogiorno. Elementi per una prospettiva storica.”, in “Quaderni di Storia Economica, numero 3.”, Banca d’Italia, Giugno 2011.
[8] Trono, A., “Squilibri regionali in Italia e politiche di intervento pubblico per lo sviluppo dell’occupazione locale.”, in “Anales de Estudios Economicos Y Empresaliares”, Universidad de Valladolid, 1993.
[9] OCSE, “Assessment and Recommendations, in OECD Territorial Reviews – Italy.”, traduzione italiana, Parigi-Roma, Settembre 2001.
[10] Lepore, A., “Cassa per il Mezzogiorno e politiche per lo sviluppo.”, in “SSRN working papers series”, Gennaio 2012.
[11] D’Antone, L., “L’«interesse straordinario» per il Mezzogiorno (1943-1960).”, in “Meridiana, numero 24”, 1995.

1 Sono ovviamente bene accette domande, suggerimenti, approfondimenti e correzioni.

2 E la situazione, ad oggi, non sembra essere migliorata.

La Liberazione ha altri racconti - Su "Il Sole 24 ore" di oggi recensione dell'ultimo libro di Gigi Di Fiore

 La ciociara ti viene immediatamente incontro, ti si ripropone con il carico d'orrore del suo viso e con la tragedia del suo racconto smozzicato. Ma stavolta non ha il volto di Sofia Loren e non parla la lingua forte, ma inevitabilmente elegante di Moravia. Ora si chiama Nannina, zia Nannina, e la sua voce di ottantenne ti narra una storia di vergogna conservata per una vita e di una vita, appunto, che da quella vergogna ha piegato verso scelte, o meglio verso rinunce che non erano nei sogni della sua giovinezza. È, insomma, una ciociara vera, una delle molte per le quali – come scrive Gigi Di Fiore nelle prime pagine di questo suo libro ambizioso – «la Liberazione diventa la prigione dei ricordi, la gabbia definitiva e totale del futuro». Il fardello iconico che le consegna chi ne raccoglie con necessaria pietas il racconto è, tuttavia, assai pesante. A Nannina non spetta solo il compito di riscattare da una lunghissima afasia il mondo di chi si ...
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 Luigi Mascilli Migliorini - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/uLSvh

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 La ciociara ti viene immediatamente incontro, ti si ripropone con il carico d'orrore del suo viso e con la tragedia del suo racconto smozzicato. Ma stavolta non ha il volto di Sofia Loren e non parla la lingua forte, ma inevitabilmente elegante di Moravia. Ora si chiama Nannina, zia Nannina, e la sua voce di ottantenne ti narra una storia di vergogna conservata per una vita e di una vita, appunto, che da quella vergogna ha piegato verso scelte, o meglio verso rinunce che non erano nei sogni della sua giovinezza. È, insomma, una ciociara vera, una delle molte per le quali – come scrive Gigi Di Fiore nelle prime pagine di questo suo libro ambizioso – «la Liberazione diventa la prigione dei ricordi, la gabbia definitiva e totale del futuro». Il fardello iconico che le consegna chi ne raccoglie con necessaria pietas il racconto è, tuttavia, assai pesante. A Nannina non spetta solo il compito di riscattare da una lunghissima afasia il mondo di chi si ...
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L'aragosta e le alici fra Germania ed Europa

di LINO PATRUNO
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


Dice la Germania: se andiamo al ristorante e io mangio le alici mentre tu ti fai l’aragosta, l’aragosta non posso pagartela io. A mangiare l’aragosta in tutti questi anni sarebbe stata la Grecia, ma sotto sotto anche Portogallo e Spagna. E vogliamo dirla tutta? Pure l’Italia. Allora i tedeschi non possono dare i loro soldi a chi spreca. Perché loro lavorano eccetera eccetera. Sembra sentire il Nord verso il Sud. E messa così, è difficile ribattere. 

Ma così si può metterla nei dibattiti tv, dove conta la battuta al volo. Quando stai fra amici, e non perché te lo abbiano imposto, si può pagare, come si dice, alla romana, ciascuno per sé, ma qualche volta può capitare di dividere anche l’aragosta. Magari questa volta, la prossima no. 

L’Europa è una comunità che si è data regole comuni ma basate sulla solidarietà: nel senso che conviene a tutti starci, altrimenti non ci starebbero. Ma non può convenire solo quando ne guadagni e tirare calci proprio quando la solidarietà serve. Altrimenti la Germania leghista dice follemente, come ha detto, che la Grecia può pure fallire. E dalla Grecia ricordano alla Germania le stragi naziste nella stessa Grecia. Brutta storia, la parola nazismo. Come brutta storia è sentir dire che la Germania vuole per la terza volta distruggere l’Europa in meno di cent’anni. Le altre due volte ci è riuscita, e ora le guerre sono economiche: la solita “fame di spazi” tedesca. Dobbiamo ammassare truppe al Brennero? 

Però, che in Grecia abbiano assunto migliaia di statali prima di ogni elezione, lo sanno per primi loro. E che abbiano truccato i conti per nasconderlo, sono stati trovati con le dita nella marmellata. Così come tutti sanno che in Spagna hanno costruito all’impazzata sperando nel boom del turismo e vendendo case e alberghetti anche a chi non ha potuto più pagare. E non ne parliamo dell’Italia, spreco da ergastolo: il debito pubblico aumenta di 40 mila euro al minuto, più i furti di Stato, la corruzione, l’evasione fiscale, la politica rapace. E l’ipotesi che un’azienda pubblica come l’Amgas a Bari paghi le pedane per le feste dell’estate: ma se ne ha tanti, perché non ribassa invece le tariffe del gas? 

Ma la Germania in Europa ci ha tanto guadagnato. E continua a farlo. 

Uno: il valore minore dell’euro rispetto al marco le ha consentito di vendere le sue merci a prezzi più bassi, concorrenza non proprio leale. Due: quando ha fatto la riunificazione con l’Est, ha chiesto capitali internazionali a tassi altissimi, tassi che anche gli altri Paesi hanno subìto quando a loro volta hanno chiesto prestiti, così indebitandosi più del dovuto per colpa della Germania. Tre: oggi, più gli investitori mondiali comprano titoli di Sato tedeschi (più sicuri di tutti) senza ricevere un euro di interesse, più gli altri Paesi (Italia in testa) devono pagare interessi altissimi per piazzare i loro. Come dire: la Germania si finanzia e diventa ancòra più ricca a spese degli stessi alleati cui fa la lezione. La crisi degli altri le conviene. 

Se vogliamo ragionare come al Bar dello sport, si può aggiungere un punto quattro: la Germania non dimentichi quanto gli altri europei hanno sborsato per ricostruirla dopo una guerra che essa stessa aveva provocato. E visto che ci siamo, un punto cinque (ma del quale ci dovremmo vergognare noi, non la Germania): rispetto all’Italia, le loro imprese pagano il venti per cento in meno di tasse, pagano quattro volte in meno il credito alle banche, pagano l’energia tre volte di meno e i loro lavoratori hanno un salario doppio. Onesti: sono ricchi soprattutto per questi loro meriti, noi siamo quel che siamo perché siamo degli sciagurati. 

E allora, come sintesi, l’euro. Alle elezioni in Grecia non hanno vinto i nemici dell’Europa, ma l’attacco all’euro continua, nel senso che continua la paura: e i nostri risparmi, se crolla? La Germania dovrebbe spiegare perché, a un certo punto, la sua Banca centrale ha venduto grandi quantità di titoli italiani e greci, facendone precipitare il valore. Ma lasciamo stare. 

Il fatto è che chi ha comprato euro per investire (perché l’euro è stato fino a poco fa più forte del dollaro), cioè i famosi mercati internazionali, ora si chiede che ne sarà dell’euro. E pare chiederlo agli stessi europei: fateci capire cosa ne volete fare. Perché se non lo difendete voi, volete che non ce ne liberiamo noi che abbiamo in euro i nostri risparmi? Li vendono, facendone ancor più scendere il valore e mettendoci nei guai. 

Certo, ci sono gli speculatori che si arricchiscono, ma ci sono sempre stati, e anche da noi. Ma alla domanda del signor Catacchio, che fine fanno i miei soldi, la risposta è nelle mani degli europei. Signora Merkel in testa, se capirà che ingrassare troppo fa male alla salute soprattutto propria: se ammazzi i soci che ti fanno star bene, prima o poi al mondo ci sarà uno più grosso di te che ammazza te. 




Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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Dice la Germania: se andiamo al ristorante e io mangio le alici mentre tu ti fai l’aragosta, l’aragosta non posso pagartela io. A mangiare l’aragosta in tutti questi anni sarebbe stata la Grecia, ma sotto sotto anche Portogallo e Spagna. E vogliamo dirla tutta? Pure l’Italia. Allora i tedeschi non possono dare i loro soldi a chi spreca. Perché loro lavorano eccetera eccetera. Sembra sentire il Nord verso il Sud. E messa così, è difficile ribattere. 

Ma così si può metterla nei dibattiti tv, dove conta la battuta al volo. Quando stai fra amici, e non perché te lo abbiano imposto, si può pagare, come si dice, alla romana, ciascuno per sé, ma qualche volta può capitare di dividere anche l’aragosta. Magari questa volta, la prossima no. 

L’Europa è una comunità che si è data regole comuni ma basate sulla solidarietà: nel senso che conviene a tutti starci, altrimenti non ci starebbero. Ma non può convenire solo quando ne guadagni e tirare calci proprio quando la solidarietà serve. Altrimenti la Germania leghista dice follemente, come ha detto, che la Grecia può pure fallire. E dalla Grecia ricordano alla Germania le stragi naziste nella stessa Grecia. Brutta storia, la parola nazismo. Come brutta storia è sentir dire che la Germania vuole per la terza volta distruggere l’Europa in meno di cent’anni. Le altre due volte ci è riuscita, e ora le guerre sono economiche: la solita “fame di spazi” tedesca. Dobbiamo ammassare truppe al Brennero? 

Però, che in Grecia abbiano assunto migliaia di statali prima di ogni elezione, lo sanno per primi loro. E che abbiano truccato i conti per nasconderlo, sono stati trovati con le dita nella marmellata. Così come tutti sanno che in Spagna hanno costruito all’impazzata sperando nel boom del turismo e vendendo case e alberghetti anche a chi non ha potuto più pagare. E non ne parliamo dell’Italia, spreco da ergastolo: il debito pubblico aumenta di 40 mila euro al minuto, più i furti di Stato, la corruzione, l’evasione fiscale, la politica rapace. E l’ipotesi che un’azienda pubblica come l’Amgas a Bari paghi le pedane per le feste dell’estate: ma se ne ha tanti, perché non ribassa invece le tariffe del gas? 

Ma la Germania in Europa ci ha tanto guadagnato. E continua a farlo. 

Uno: il valore minore dell’euro rispetto al marco le ha consentito di vendere le sue merci a prezzi più bassi, concorrenza non proprio leale. Due: quando ha fatto la riunificazione con l’Est, ha chiesto capitali internazionali a tassi altissimi, tassi che anche gli altri Paesi hanno subìto quando a loro volta hanno chiesto prestiti, così indebitandosi più del dovuto per colpa della Germania. Tre: oggi, più gli investitori mondiali comprano titoli di Sato tedeschi (più sicuri di tutti) senza ricevere un euro di interesse, più gli altri Paesi (Italia in testa) devono pagare interessi altissimi per piazzare i loro. Come dire: la Germania si finanzia e diventa ancòra più ricca a spese degli stessi alleati cui fa la lezione. La crisi degli altri le conviene. 

Se vogliamo ragionare come al Bar dello sport, si può aggiungere un punto quattro: la Germania non dimentichi quanto gli altri europei hanno sborsato per ricostruirla dopo una guerra che essa stessa aveva provocato. E visto che ci siamo, un punto cinque (ma del quale ci dovremmo vergognare noi, non la Germania): rispetto all’Italia, le loro imprese pagano il venti per cento in meno di tasse, pagano quattro volte in meno il credito alle banche, pagano l’energia tre volte di meno e i loro lavoratori hanno un salario doppio. Onesti: sono ricchi soprattutto per questi loro meriti, noi siamo quel che siamo perché siamo degli sciagurati. 

E allora, come sintesi, l’euro. Alle elezioni in Grecia non hanno vinto i nemici dell’Europa, ma l’attacco all’euro continua, nel senso che continua la paura: e i nostri risparmi, se crolla? La Germania dovrebbe spiegare perché, a un certo punto, la sua Banca centrale ha venduto grandi quantità di titoli italiani e greci, facendone precipitare il valore. Ma lasciamo stare. 

Il fatto è che chi ha comprato euro per investire (perché l’euro è stato fino a poco fa più forte del dollaro), cioè i famosi mercati internazionali, ora si chiede che ne sarà dell’euro. E pare chiederlo agli stessi europei: fateci capire cosa ne volete fare. Perché se non lo difendete voi, volete che non ce ne liberiamo noi che abbiamo in euro i nostri risparmi? Li vendono, facendone ancor più scendere il valore e mettendoci nei guai. 

Certo, ci sono gli speculatori che si arricchiscono, ma ci sono sempre stati, e anche da noi. Ma alla domanda del signor Catacchio, che fine fanno i miei soldi, la risposta è nelle mani degli europei. Signora Merkel in testa, se capirà che ingrassare troppo fa male alla salute soprattutto propria: se ammazzi i soci che ti fanno star bene, prima o poi al mondo ci sarà uno più grosso di te che ammazza te. 




Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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La battaglia di Ostia nell'849 D.C. ...quando Napoli salvò Roma...


Quest'articolo molto interessante e colto dell'amico Vincenzo Mungo contribuisce a fare luce su un periodo poco conosciuto della storia di Napoli e del Sud, quella del ducato di Napoli, bizantino prima e autonomo poi, e su un episodio molto importante, anche questo davvero poco conosciuto e soprattutto poco divulgato, del IX secolo come la battaglia di Ostia. 
Roma rischiava di fare la fine che fece Costantinopoli nel 1453 con la minaccia saracena oramai alle sue porte e fu Napoli, a capo di una flotta con altre città campane come Amalfi e Gaeta, che salvò Roma e la Chiesa cattolica con la più grande vittoria cristiana prima di Lepanto!
Assolutamente da leggere e divulgare, come tutta la nostra grande storia che spesso viene volutamente ignorata....

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IL DUCATO DI NAPOLI E LA BATTAGLIA DI OSTIA: LA PIU’ GRANDE VITTORIA
DI UNA FLOTTA CRISTIANA  SUI MUSULMANI PRIMA DI LEPANTO

di V. Mungo

Gli studiosi  e in genere tutti coloro che si interessano delle questioni attinenti il Mezzogiorno d'Italia, per rimuovere molti pregiudizi che ancora ci sono verso questa parte del Paese, hanno ricordato e sottolineato i risultati positivi che le  Regioni meridionali hanno in passato raggiunto in molti campi, da quello economico, a quello scientifico, da quello artistico a quello della cultura umanistica. Le analisi sulla reale rilevanza del Sud Italia nella storia dell'Europa e del Mondo sono sempre piu' recepite dall'opinione pubblica, che sta comprendendo che l'Italia meridionale non è stata sempre una zona  "arretrata", ma è stata anzi, in molte epoche, una regione tra le più " sviluppate",  in tutti i sensi, del Pianeta. Gran parte della popolazione grazie alle numerose pubblicazioni in tal senso,  sta ormai comprendendo (non solo al Sud) che le regioni meridionali sono diventate relativamente povere ed arretrate solo dopo la mal concepita e mal realizzata unificazione del Paese. 
Molti luoghi comuni,  in altre parole,  stanno cadendo ed oggi le popolazioni meridionali sono  (giustamente) considerate come le eredi di un grande patrimonio culturale. Un solo luogo comune, tuttavia, resiste. Quello di un Mezzogiorno che è stato sede in passato di regni e repubbliche economicamente, socialmente e culturalmente sviluppate, ma che spesso non erano in grado di difendersi bene, dal punto di vista militare. Per questo motivo regni e repubbliche  che si sono susseguiti nei secoli nelle varie zone del Sud Italia sarebbero  stati, secondo quello che ancora oggi è il "senso comune", facile oggetto di conquista da parte di altre nazioni  che ne hanno successivamente depredato le risorse.  Anche questo aspetto della questione deve essere a nostro avviso riesaminato e deve essere riscoperto uno dei piu' importanti  periodi della Storia di Napoli e del Sud Italia, quello  relativo ai secoli successivi  alla caduta dell'impero romano d'Occidente nel 476 D.C. 
Come è noto l'Impero sopravvisse in Oriente per oltre  900 anni  e molte realtà meridionali restarono  collegate al potere imperiale di  Bisanzio,  che assumeva delle caratteristiche sempre più ellenistiche. Molte realtà del Sud Italia non avevano tuttavia solo una posizione subordinata rispetto al  potere bizantino ma si conquistarono ampi spazi di autonomia , come il ducato di Napoli e la Repubblica marinara di Amalfi. In altre parole mentre il Centro ed il Nord Italia, subito dopo la caduta formale dell'Impero romano di Occidente, cadevano in mano al potere di re germanici ed arretravano,.come ormai e' dimostrato dalla storiografia pressochè unanime, sotto tutti i punti di vista economico, politico, sociale,  il Sud Italia riscopriva le sue radici greche e grazie anche alla forza militare delle sue città più sviluppate riusciva a respingere sia le invasioni dei popoli germanici,  che quelle degli arabi.  Uno studio piu' approfondito di questo periodo storico, che arriva almeno fino all'anno 1100, farebbe riscoprire un'Italia Meridionale piu' ricca, forte e progredita di quella centro settentrionale e questo non nel lontano periodo della cosiddetta "Magna Grecia". E' in questa epoca che  le regioni meridionali danno forse il meglio di se dal punto di vista militare.  A tale proposito centriamo l'attenzione  su un episodio  importantissimo che riguarda la storia della cristianità, che vide protagoniste Napoli ed altre citta' campane: la battaglia navale  di Ostia dell’ 849 d.c.  che permise  alla stessa Roma di restare  cristiana. Per meglio comprendere quanto accadde ad Ostia, occorre considerare che gli arabi, dopo il loro primo sbarco nell’827 a Mazara del Vallo, si erano insediati stabilmente in Sicilia.  L’isola era usata anche come base per effettuare razzie in tutta l’area del Tirreno  e per effettuare  incursioni contro le altre regioni meridionali. Ma nella parte peninsulare del meridione i saraceni  non  erano riusciti a formare domini stabili quasi in nessuna zona, data l'efficace reazione militare delle città, spesso aiutate da forze dell’Impero bizantino.  
Un importante tentativo da parte degli arabi  per conquistare parte della Penisola e la stessa Roma fu effettuato nell’846.  In questa occasione una coalizione di forze cristiane, cui partecipavano anche il papato, i bizantini oltre alle principali città del Meridione, guidata da Cesario Console, figlio del Duca di Napoli, Sergio,  sconfisse la flotta musulmana nei pressi di Gaeta. Lo scontro decisivo avvenne, comunque,  tre anni dopo, nei pressi di Ostia. Nell’estate dell’849 una flotta costituita stavolta da navi delle repubbliche marinare di Amalfi, Napoli, Sorrento e Gaeta, sbaragliò una flotta araba che si apprestava a sbarcare presso Ostia con l’intento di conquistare Roma. La flotta della Lega Campana, guidata anche stavolta da Cesario Console, fu benedetta dal papa Leone IV il giorno prima della battaglia. Lo scontro tra le due flotte durò un’intera giornata con esito incerto fin quando un’improvvisa tempesta non sopravvenne creandolo scompiglio tra le navi saracene. Ma non furono  solo  le condizioni meteorologiche a determinare la vittoria campana, ma il fatto che i più esperti marinai dell’Italia meridionale seppero padroneggiare le onde ed attaccare contemporaneamente  le navi nemiche infliggendo gravissime perdite agli arabi. Secondo molti storici la battaglia di Ostia fu il piu’ importante successo di una flotta cristiana su una musulmana prima della  battaglia di Lepanto, cui peraltro parteciparono le navi di mezza Europa , non di una sola Regione.   

La vittoria, che fu anche immortalata da un affresco di Raffaello in Vaticano, dimostra anche, aggiungiamo noi, il livello di sviluppo e di potenza militare della Campania oltre tre secoli dopo la fine dell’Impero romano di Occidente. Il successo di Ostia, inoltre, data l’importanza della posta in gioco (in caso di sconfitta della flotta campana Roma probabilmente sarebbe diventata islamica), può anche  fare dire che la più importante vittoria militare della storia italiana, dopo la fine dell’Impero romano è stata determinata da Napoli e dalle altre repubbliche marinare campane. In quegli stessi anni, si tenga inoltre presente, il ducato di Napoli sconfiggeva piu’ volte, soprattutto con le truppe di terra, sia gli arabi che i popoli germanici (come i Longobardi) che avevano invaso altre parti della Penisola. Il periodo del  “ducato” napoletano, che dal 766 si era sganciato anche formalmente dalla tutela “bizantina”,  e che durò  fino al 1130,  anno della conquista di Napoli da parte di Ruggero il normanno, è un periodo storico poco conosciuto e studiato, come la stesa battaglia di Ostia, di cui neanche si parla nei libri di testo  scolastici (ricchi invece di citazioni sulle “Leghe lombarde”, la sconfitta dl Barbarossa etc.). Tuttavia l’epoca del ducato fu ricca di avvenimenti importanti, oltre che sul piano militare, anche per quel che riguarda la vita culturale, economica e sociale, dei quali, oltre alle menzionate campagne militari terrestri contro popoli arabi e germanici, è il caso di riprendere a parlarne.


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Quest'articolo molto interessante e colto dell'amico Vincenzo Mungo contribuisce a fare luce su un periodo poco conosciuto della storia di Napoli e del Sud, quella del ducato di Napoli, bizantino prima e autonomo poi, e su un episodio molto importante, anche questo davvero poco conosciuto e soprattutto poco divulgato, del IX secolo come la battaglia di Ostia. 
Roma rischiava di fare la fine che fece Costantinopoli nel 1453 con la minaccia saracena oramai alle sue porte e fu Napoli, a capo di una flotta con altre città campane come Amalfi e Gaeta, che salvò Roma e la Chiesa cattolica con la più grande vittoria cristiana prima di Lepanto!
Assolutamente da leggere e divulgare, come tutta la nostra grande storia che spesso viene volutamente ignorata....

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IL DUCATO DI NAPOLI E LA BATTAGLIA DI OSTIA: LA PIU’ GRANDE VITTORIA
DI UNA FLOTTA CRISTIANA  SUI MUSULMANI PRIMA DI LEPANTO

di V. Mungo

Gli studiosi  e in genere tutti coloro che si interessano delle questioni attinenti il Mezzogiorno d'Italia, per rimuovere molti pregiudizi che ancora ci sono verso questa parte del Paese, hanno ricordato e sottolineato i risultati positivi che le  Regioni meridionali hanno in passato raggiunto in molti campi, da quello economico, a quello scientifico, da quello artistico a quello della cultura umanistica. Le analisi sulla reale rilevanza del Sud Italia nella storia dell'Europa e del Mondo sono sempre piu' recepite dall'opinione pubblica, che sta comprendendo che l'Italia meridionale non è stata sempre una zona  "arretrata", ma è stata anzi, in molte epoche, una regione tra le più " sviluppate",  in tutti i sensi, del Pianeta. Gran parte della popolazione grazie alle numerose pubblicazioni in tal senso,  sta ormai comprendendo (non solo al Sud) che le regioni meridionali sono diventate relativamente povere ed arretrate solo dopo la mal concepita e mal realizzata unificazione del Paese. 
Molti luoghi comuni,  in altre parole,  stanno cadendo ed oggi le popolazioni meridionali sono  (giustamente) considerate come le eredi di un grande patrimonio culturale. Un solo luogo comune, tuttavia, resiste. Quello di un Mezzogiorno che è stato sede in passato di regni e repubbliche economicamente, socialmente e culturalmente sviluppate, ma che spesso non erano in grado di difendersi bene, dal punto di vista militare. Per questo motivo regni e repubbliche  che si sono susseguiti nei secoli nelle varie zone del Sud Italia sarebbero  stati, secondo quello che ancora oggi è il "senso comune", facile oggetto di conquista da parte di altre nazioni  che ne hanno successivamente depredato le risorse.  Anche questo aspetto della questione deve essere a nostro avviso riesaminato e deve essere riscoperto uno dei piu' importanti  periodi della Storia di Napoli e del Sud Italia, quello  relativo ai secoli successivi  alla caduta dell'impero romano d'Occidente nel 476 D.C. 
Come è noto l'Impero sopravvisse in Oriente per oltre  900 anni  e molte realtà meridionali restarono  collegate al potere imperiale di  Bisanzio,  che assumeva delle caratteristiche sempre più ellenistiche. Molte realtà del Sud Italia non avevano tuttavia solo una posizione subordinata rispetto al  potere bizantino ma si conquistarono ampi spazi di autonomia , come il ducato di Napoli e la Repubblica marinara di Amalfi. In altre parole mentre il Centro ed il Nord Italia, subito dopo la caduta formale dell'Impero romano di Occidente, cadevano in mano al potere di re germanici ed arretravano,.come ormai e' dimostrato dalla storiografia pressochè unanime, sotto tutti i punti di vista economico, politico, sociale,  il Sud Italia riscopriva le sue radici greche e grazie anche alla forza militare delle sue città più sviluppate riusciva a respingere sia le invasioni dei popoli germanici,  che quelle degli arabi.  Uno studio piu' approfondito di questo periodo storico, che arriva almeno fino all'anno 1100, farebbe riscoprire un'Italia Meridionale piu' ricca, forte e progredita di quella centro settentrionale e questo non nel lontano periodo della cosiddetta "Magna Grecia". E' in questa epoca che  le regioni meridionali danno forse il meglio di se dal punto di vista militare.  A tale proposito centriamo l'attenzione  su un episodio  importantissimo che riguarda la storia della cristianità, che vide protagoniste Napoli ed altre citta' campane: la battaglia navale  di Ostia dell’ 849 d.c.  che permise  alla stessa Roma di restare  cristiana. Per meglio comprendere quanto accadde ad Ostia, occorre considerare che gli arabi, dopo il loro primo sbarco nell’827 a Mazara del Vallo, si erano insediati stabilmente in Sicilia.  L’isola era usata anche come base per effettuare razzie in tutta l’area del Tirreno  e per effettuare  incursioni contro le altre regioni meridionali. Ma nella parte peninsulare del meridione i saraceni  non  erano riusciti a formare domini stabili quasi in nessuna zona, data l'efficace reazione militare delle città, spesso aiutate da forze dell’Impero bizantino.  
Un importante tentativo da parte degli arabi  per conquistare parte della Penisola e la stessa Roma fu effettuato nell’846.  In questa occasione una coalizione di forze cristiane, cui partecipavano anche il papato, i bizantini oltre alle principali città del Meridione, guidata da Cesario Console, figlio del Duca di Napoli, Sergio,  sconfisse la flotta musulmana nei pressi di Gaeta. Lo scontro decisivo avvenne, comunque,  tre anni dopo, nei pressi di Ostia. Nell’estate dell’849 una flotta costituita stavolta da navi delle repubbliche marinare di Amalfi, Napoli, Sorrento e Gaeta, sbaragliò una flotta araba che si apprestava a sbarcare presso Ostia con l’intento di conquistare Roma. La flotta della Lega Campana, guidata anche stavolta da Cesario Console, fu benedetta dal papa Leone IV il giorno prima della battaglia. Lo scontro tra le due flotte durò un’intera giornata con esito incerto fin quando un’improvvisa tempesta non sopravvenne creandolo scompiglio tra le navi saracene. Ma non furono  solo  le condizioni meteorologiche a determinare la vittoria campana, ma il fatto che i più esperti marinai dell’Italia meridionale seppero padroneggiare le onde ed attaccare contemporaneamente  le navi nemiche infliggendo gravissime perdite agli arabi. Secondo molti storici la battaglia di Ostia fu il piu’ importante successo di una flotta cristiana su una musulmana prima della  battaglia di Lepanto, cui peraltro parteciparono le navi di mezza Europa , non di una sola Regione.   

La vittoria, che fu anche immortalata da un affresco di Raffaello in Vaticano, dimostra anche, aggiungiamo noi, il livello di sviluppo e di potenza militare della Campania oltre tre secoli dopo la fine dell’Impero romano di Occidente. Il successo di Ostia, inoltre, data l’importanza della posta in gioco (in caso di sconfitta della flotta campana Roma probabilmente sarebbe diventata islamica), può anche  fare dire che la più importante vittoria militare della storia italiana, dopo la fine dell’Impero romano è stata determinata da Napoli e dalle altre repubbliche marinare campane. In quegli stessi anni, si tenga inoltre presente, il ducato di Napoli sconfiggeva piu’ volte, soprattutto con le truppe di terra, sia gli arabi che i popoli germanici (come i Longobardi) che avevano invaso altre parti della Penisola. Il periodo del  “ducato” napoletano, che dal 766 si era sganciato anche formalmente dalla tutela “bizantina”,  e che durò  fino al 1130,  anno della conquista di Napoli da parte di Ruggero il normanno, è un periodo storico poco conosciuto e studiato, come la stesa battaglia di Ostia, di cui neanche si parla nei libri di testo  scolastici (ricchi invece di citazioni sulle “Leghe lombarde”, la sconfitta dl Barbarossa etc.). Tuttavia l’epoca del ducato fu ricca di avvenimenti importanti, oltre che sul piano militare, anche per quel che riguarda la vita culturale, economica e sociale, dei quali, oltre alle menzionate campagne militari terrestri contro popoli arabi e germanici, è il caso di riprendere a parlarne.


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