venerdì 25 gennaio 2013

Se a stracciare i pregiudizi sul Sud sono gli storici “ufficiali”


C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole del Sud. A cominciare dalla verità sui suoi ultimi 150 anni, quelli dell’unità d’Italia. Soprattutto sui giorni in cui l’unità si fece talmente male che non solo il Sud ne sconta ancora le conseguenze. E finalmente a parlarne in modo diverso non sono i presunti nostalgici più pronti a piangere per un tempo perduto che a fare autocritica. Ma sono gli storici cosiddetti : sia per distinguerli dagli esecrati neoborbonici, sia per dargli la dignità scientifica dell’accademia universitaria.
La conferma è in alcuni loro libri usciti negli ultimi mesi, tanto imprevisti quanto benvenuti. E che sul crollo del Regno delle Due Sicilie e sull’annessione ad opera del Piemonte raccontano un’altra storia finora appena accennata con tutte le reticenze o addirittura pervicacemente negata.
Anzitutto Eugenio Di Rienzo, docente alla Sapienza di Roma e direttore della . Il suo (Rubbettino, pag. 229, euro 14) conferma l’implosione del Regno per la sua incapacità di modernizzarsi, un po’ come avvenne per l’Impero romano. Ma aggiunge che la sua scomparsa fu dovuta anche alla lunga e costante azione di logoramento delle , Inghilterra e Francia, che volevano farne una loro colonia economica e un avamposto strategico per il dominio imperialistico del Mediterraneo. Progetto cui i Borbone ebbero il di reagire con la dignità di una indipendenza che non resse agli intrighi internazionali e alla violazione di ogni regola di diritto nei loro confronti. La vendetta della storia condannò poi l’Italia intera alla stessa debolezza e all’isolamento cui era stato precipitato il napoletano.
Secondo autore del revisionismo ufficiale è Paolo Macry, docente all’università Federico II di Napoli, col suo (il Mulino, pag. 155, euro 13,50). Pezzi incollati talmente male, da non avere un’Italia unita neanche oggi, a cominciare dal Sud. Cui fu fatta pagare la delusione di non ritrovarlo entusiasta e prono a liberatori che nessuno aveva richiesto. Che non reagì con l’adesione di popolo. Ma che poi, paradossalmente, divenne baricentro della stabilità del Paese, cui erano essenziali i suoi voti. Acquisiti con una assistenza di soldi pubblici che ora viene rinfacciata ai meridionali come se fosse un loro Dna, una minorità biologica, e non una condanna della politica ai danni del loro sviluppo.
Un ennesimo pregiudizio contro di loro, tema sviluppato da Antonino De Francesco, storico dell’università di Milano, nel suo (Feltrinelli, pag. 254, euro 20). Pregiudizio che non è un becerume da Curve Nord degli stadi, ma la foglia di fico che ha nascosto qualcosa di molto più importante: le politiche che hanno assoggettato il Sud. E che sono puntualmente scattate sulla scia della sospetta e interessata che già da prima dell’unità coglieva ogni occasione per descrivere il Sud come un inferno da redimere e non una terra da rispettare.
Infine non uno storico, ma Vito Tanzi, pugliese, per 25 anni dirigente del Fondo monetario internazionale, oltre che consulente della Banca mondiale, della Banca centrale europea, dell’Onu, e sottosegretario all’Economia nel secondo governo Berlusconi. E che nel suo (Grantorinolibri, pag. 296, euro 20) sposa in pieno una tesi cara ai Movimenti meridionali, a cominciare dal compianto Nicola Zitara: il Regno di Sardegna trasferì il suo colossale debito pubblico al nuovo Paese, affossando così il Sud i cui conti erano ordinati e in avanzo. Non un complotto, precisa, ma decisioni sbagliate. Si sarebbe invece dovuto scegliere il federalismo, fare gli Stati Uniti d’Italia. Quel federalismo che si ripropone oggi con i danni al Sud già fatti.
Tutte queste tesi sono state enunciate finora dai citati Movimenti meridionali nel silenzio generale se non nella totale irrisione. Ma sia Di Rienzo che Macry dicono chiaramente a qualche loro collega cocciuto che la storia non è immobile e la ricerca altrettanto: anche se, guarda caso, riabilita il Sud. Immobile è l’eterno giudizio sul Sud. Anzi, come abbiamo visto, il pregiudizio.
Lino Patruno
laureato in Economia con indirizzo sociologico, è stato direttore responsabile della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari dal 1995 al 2008. Ha a lungo diretto l’emittente televisiva <>. E’ attualmente editorialista della stessa Gazzetta oltre che collaboratore di periodici nazionali.
Ha insegnato per 14 anni anni Comunicazione Pubblica ed Economia e Tecnica della Pubblicità all’Università di Bari. E’ attualmente direttore della Scuola di giornalismo dell’Ordine di Puglia e dell’Università di Bari, per la quale insegna Scrittura giornalistica. Ha tenuto centinaia di conferenze, seminari, laboratori soprattutto sui temi della comunicazione e della storia del Mezzogiorno. Ha scritto una quindicina di libri su cultura, ambiente, società, economia di Puglia e Basilicata e del Sud: gli ultimi, <> (Manni ed.), (Rubbettino ed.) e ora in libreria <> (sempre per Rubbettino). Ha vinto decine di premi, compresa la menzione speciale al Saint Vincent per la campagna a favore del premio Nobel per la pace al Salento svolta dalla Gazzetta.
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C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole del Sud. A cominciare dalla verità sui suoi ultimi 150 anni, quelli dell’unità d’Italia. Soprattutto sui giorni in cui l’unità si fece talmente male che non solo il Sud ne sconta ancora le conseguenze. E finalmente a parlarne in modo diverso non sono i presunti nostalgici più pronti a piangere per un tempo perduto che a fare autocritica. Ma sono gli storici cosiddetti : sia per distinguerli dagli esecrati neoborbonici, sia per dargli la dignità scientifica dell’accademia universitaria.
La conferma è in alcuni loro libri usciti negli ultimi mesi, tanto imprevisti quanto benvenuti. E che sul crollo del Regno delle Due Sicilie e sull’annessione ad opera del Piemonte raccontano un’altra storia finora appena accennata con tutte le reticenze o addirittura pervicacemente negata.
Anzitutto Eugenio Di Rienzo, docente alla Sapienza di Roma e direttore della . Il suo (Rubbettino, pag. 229, euro 14) conferma l’implosione del Regno per la sua incapacità di modernizzarsi, un po’ come avvenne per l’Impero romano. Ma aggiunge che la sua scomparsa fu dovuta anche alla lunga e costante azione di logoramento delle , Inghilterra e Francia, che volevano farne una loro colonia economica e un avamposto strategico per il dominio imperialistico del Mediterraneo. Progetto cui i Borbone ebbero il di reagire con la dignità di una indipendenza che non resse agli intrighi internazionali e alla violazione di ogni regola di diritto nei loro confronti. La vendetta della storia condannò poi l’Italia intera alla stessa debolezza e all’isolamento cui era stato precipitato il napoletano.
Secondo autore del revisionismo ufficiale è Paolo Macry, docente all’università Federico II di Napoli, col suo (il Mulino, pag. 155, euro 13,50). Pezzi incollati talmente male, da non avere un’Italia unita neanche oggi, a cominciare dal Sud. Cui fu fatta pagare la delusione di non ritrovarlo entusiasta e prono a liberatori che nessuno aveva richiesto. Che non reagì con l’adesione di popolo. Ma che poi, paradossalmente, divenne baricentro della stabilità del Paese, cui erano essenziali i suoi voti. Acquisiti con una assistenza di soldi pubblici che ora viene rinfacciata ai meridionali come se fosse un loro Dna, una minorità biologica, e non una condanna della politica ai danni del loro sviluppo.
Un ennesimo pregiudizio contro di loro, tema sviluppato da Antonino De Francesco, storico dell’università di Milano, nel suo (Feltrinelli, pag. 254, euro 20). Pregiudizio che non è un becerume da Curve Nord degli stadi, ma la foglia di fico che ha nascosto qualcosa di molto più importante: le politiche che hanno assoggettato il Sud. E che sono puntualmente scattate sulla scia della sospetta e interessata che già da prima dell’unità coglieva ogni occasione per descrivere il Sud come un inferno da redimere e non una terra da rispettare.
Infine non uno storico, ma Vito Tanzi, pugliese, per 25 anni dirigente del Fondo monetario internazionale, oltre che consulente della Banca mondiale, della Banca centrale europea, dell’Onu, e sottosegretario all’Economia nel secondo governo Berlusconi. E che nel suo (Grantorinolibri, pag. 296, euro 20) sposa in pieno una tesi cara ai Movimenti meridionali, a cominciare dal compianto Nicola Zitara: il Regno di Sardegna trasferì il suo colossale debito pubblico al nuovo Paese, affossando così il Sud i cui conti erano ordinati e in avanzo. Non un complotto, precisa, ma decisioni sbagliate. Si sarebbe invece dovuto scegliere il federalismo, fare gli Stati Uniti d’Italia. Quel federalismo che si ripropone oggi con i danni al Sud già fatti.
Tutte queste tesi sono state enunciate finora dai citati Movimenti meridionali nel silenzio generale se non nella totale irrisione. Ma sia Di Rienzo che Macry dicono chiaramente a qualche loro collega cocciuto che la storia non è immobile e la ricerca altrettanto: anche se, guarda caso, riabilita il Sud. Immobile è l’eterno giudizio sul Sud. Anzi, come abbiamo visto, il pregiudizio.
Lino Patruno
laureato in Economia con indirizzo sociologico, è stato direttore responsabile della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari dal 1995 al 2008. Ha a lungo diretto l’emittente televisiva <>. E’ attualmente editorialista della stessa Gazzetta oltre che collaboratore di periodici nazionali.
Ha insegnato per 14 anni anni Comunicazione Pubblica ed Economia e Tecnica della Pubblicità all’Università di Bari. E’ attualmente direttore della Scuola di giornalismo dell’Ordine di Puglia e dell’Università di Bari, per la quale insegna Scrittura giornalistica. Ha tenuto centinaia di conferenze, seminari, laboratori soprattutto sui temi della comunicazione e della storia del Mezzogiorno. Ha scritto una quindicina di libri su cultura, ambiente, società, economia di Puglia e Basilicata e del Sud: gli ultimi, <> (Manni ed.), (Rubbettino ed.) e ora in libreria <> (sempre per Rubbettino). Ha vinto decine di premi, compresa la menzione speciale al Saint Vincent per la campagna a favore del premio Nobel per la pace al Salento svolta dalla Gazzetta.

venerdì 28 dicembre 2012

Sud, auguri e silenzio

di Lino Patruno
  
Che il 2012 sia stato un anno perso per il Sud, non si può dire. Non si può neanche dire che sia stato un anno guadagnato.  Sapere che la ferrovia ad alta velocità fra Bari e Napoli sarà pronta per il 2025, non è proprio da stappare spumante: per ora sono stati completati, udite udite, i primi 18 chilometri.
Sapere, come ha promesso il ministro Passera, che l’autostrada Salerno-Reggio Calabria sarà completata entro il 2013 dopo cinquant’anni, non è aver vinto al Bingo (e poi, completata per i tratti finora finanziati, mancandone quindi ancòra un’ottantina).Le infrastrutture sono per lo sviluppo del Sud il primo comandamento: senza, a nessuno converrà investire perché tutto costerà di più, sarebbe come cominciare una partita di calcio dallo 0-2. E non solo strade o aerei.
Si parla anche di una giustizia civile che non sia lumaca, benché questa sia malattia italiana: se un’azienda deve aspettare dieci anni per una sentenza su un pagamento contestato, o cambia mestiere o se ne va altrove. E così la pubblica amministrazione che rallenta invece di facilitare, un allacciamento alla fogna dopo vent’anni e uno all’acquedotto più o meno lo stesso.
Si può obiettare: ma per questo ci sono i fondi europei. Giusto, ma perché i fondi europei siano efficaci servono due condizioni. Uno, che il progetto sia in buona parte finanziato anche dall’Italia, e sappiamo che, anche se c’è un euro, il "patto di stabilità" impedisce di spendere per non aumentare il debito. Due, che si aggiungano alla spesa normale dello Stato in investimenti: altrimenti, per la Bari-Napoli, nel 2025 taglieremo il nastro ad altri 18 chilometri.
In questo il 2012 è stato un anno guadagnato per il Sud grazie al ministro Barca. Il quale non ha fatto niente di eccezionale, ma ha fatto molto di eccezionale perché nessuno prima ci era riuscito (continuando, occorre ricordarlo, il lavoro iniziale del suo predecessore Fitto, che doveva occuparsene di notte per non farsi vedere da quelli della Lega Nord e dal suo collega Tremonti).

Barca ha ripreso in mano i fondi che se ne stavano tornando in Europa e li ha salvati rifacendo i progetti. In alcuni casi ha fatto aprire i cantieri, impresa in Italia più difficile che Vendola vada a cena con Berlusconi: ci vogliono anni prima che arrivi il via libera dai ministeri e che si esaurisca la penosa litania dei ricorsi e controricorsi delle ditte interessate ai lavori.
Sono stati così rimessi in moto 12 miliardi, non spiccioli. Ma siccome per il Sud non si può mai dire che è fatta, la speranza è che un nuovo governo non scopra di avere bisogno di quei soldi per altre spesucce urgenti (magari al Nord). E la speranza è che certe Regioni del Sud non continuino a decidere di non decidere, sport molto in voga finora.


Infine occorre che le Ferrovie dello Stato, l’Anas, l’Alitalia non mandino al Sud solo vagoni vecchi, non gli lascino le buche nelle strade, non facciano fare scalo a Milano per andare da Bari a Palermo. Insomma che non continuino a trattare il Sud come brutto, sporco e cattivo.
Detto questo, argomento Sud esaurito. Poche righe retoriche nel programma elettorale del centrosinistra, chissà se almeno quelle nei programmi degli altri. Peggio nell’"agenda Monti", che parla del Sud non come del terzo d’Italia da portare allo stesso livello di partenza degli altri come sarebbe suo diritto, ma solo per lo "scandalo" dei fondi europei non spesi. Ma come, e il" patto di stabilità" ?
L’"agenda" aggiunge, chissà perché, che il Sud non può chiedere allo Stato ciò che lo Stato fa altrove nel Paese (ospedali, asili, scuole), spenda piuttosto i fondi europei. Come dire: siamo tutti Italia, ma la spesa dello Stato considera Italia solo il Nord, il Sud no, il Sud si rivolga all’Europa.
Confermando ciò che si sapeva già dal tempo della Cassa per il Mezzogiorno: fondi spacciati come "aggiuntivi"ma che non si aggiungono alla spesa dello Stato cui la Costituzione dà diritto anche al Sud, fraudolentemente devono sostituirla (sapendo che lo stesso Stato impedisce di spendere anche quelli).
Ma scusi, così non si potrà mai ridurre il divario come solennemente si proclama a ogni festa comandata. O il divario deve essere eterno? Stizzita alzata di spalle. Tantomeno s’azzardano a parlarne i candidati parlamentari del Sud, non vorranno rischiare di non essere più candidati. E meno che mai giornali e tv, tranne di tanto in tanto la frase fatta che il Sud è una risorsa e non un problema, ma pensando esattamente il contrario.
Così il Sud s’accinge ad entrare nel 2013. Nella congiura del silenzio. Anche delle sue colpe. E la lusinghiera etichetta di consueto fastidio nazionale.

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di Lino Patruno
  
Che il 2012 sia stato un anno perso per il Sud, non si può dire. Non si può neanche dire che sia stato un anno guadagnato.  Sapere che la ferrovia ad alta velocità fra Bari e Napoli sarà pronta per il 2025, non è proprio da stappare spumante: per ora sono stati completati, udite udite, i primi 18 chilometri.
Sapere, come ha promesso il ministro Passera, che l’autostrada Salerno-Reggio Calabria sarà completata entro il 2013 dopo cinquant’anni, non è aver vinto al Bingo (e poi, completata per i tratti finora finanziati, mancandone quindi ancòra un’ottantina).Le infrastrutture sono per lo sviluppo del Sud il primo comandamento: senza, a nessuno converrà investire perché tutto costerà di più, sarebbe come cominciare una partita di calcio dallo 0-2. E non solo strade o aerei.
Si parla anche di una giustizia civile che non sia lumaca, benché questa sia malattia italiana: se un’azienda deve aspettare dieci anni per una sentenza su un pagamento contestato, o cambia mestiere o se ne va altrove. E così la pubblica amministrazione che rallenta invece di facilitare, un allacciamento alla fogna dopo vent’anni e uno all’acquedotto più o meno lo stesso.
Si può obiettare: ma per questo ci sono i fondi europei. Giusto, ma perché i fondi europei siano efficaci servono due condizioni. Uno, che il progetto sia in buona parte finanziato anche dall’Italia, e sappiamo che, anche se c’è un euro, il "patto di stabilità" impedisce di spendere per non aumentare il debito. Due, che si aggiungano alla spesa normale dello Stato in investimenti: altrimenti, per la Bari-Napoli, nel 2025 taglieremo il nastro ad altri 18 chilometri.
In questo il 2012 è stato un anno guadagnato per il Sud grazie al ministro Barca. Il quale non ha fatto niente di eccezionale, ma ha fatto molto di eccezionale perché nessuno prima ci era riuscito (continuando, occorre ricordarlo, il lavoro iniziale del suo predecessore Fitto, che doveva occuparsene di notte per non farsi vedere da quelli della Lega Nord e dal suo collega Tremonti).

Barca ha ripreso in mano i fondi che se ne stavano tornando in Europa e li ha salvati rifacendo i progetti. In alcuni casi ha fatto aprire i cantieri, impresa in Italia più difficile che Vendola vada a cena con Berlusconi: ci vogliono anni prima che arrivi il via libera dai ministeri e che si esaurisca la penosa litania dei ricorsi e controricorsi delle ditte interessate ai lavori.
Sono stati così rimessi in moto 12 miliardi, non spiccioli. Ma siccome per il Sud non si può mai dire che è fatta, la speranza è che un nuovo governo non scopra di avere bisogno di quei soldi per altre spesucce urgenti (magari al Nord). E la speranza è che certe Regioni del Sud non continuino a decidere di non decidere, sport molto in voga finora.


Infine occorre che le Ferrovie dello Stato, l’Anas, l’Alitalia non mandino al Sud solo vagoni vecchi, non gli lascino le buche nelle strade, non facciano fare scalo a Milano per andare da Bari a Palermo. Insomma che non continuino a trattare il Sud come brutto, sporco e cattivo.
Detto questo, argomento Sud esaurito. Poche righe retoriche nel programma elettorale del centrosinistra, chissà se almeno quelle nei programmi degli altri. Peggio nell’"agenda Monti", che parla del Sud non come del terzo d’Italia da portare allo stesso livello di partenza degli altri come sarebbe suo diritto, ma solo per lo "scandalo" dei fondi europei non spesi. Ma come, e il" patto di stabilità" ?
L’"agenda" aggiunge, chissà perché, che il Sud non può chiedere allo Stato ciò che lo Stato fa altrove nel Paese (ospedali, asili, scuole), spenda piuttosto i fondi europei. Come dire: siamo tutti Italia, ma la spesa dello Stato considera Italia solo il Nord, il Sud no, il Sud si rivolga all’Europa.
Confermando ciò che si sapeva già dal tempo della Cassa per il Mezzogiorno: fondi spacciati come "aggiuntivi"ma che non si aggiungono alla spesa dello Stato cui la Costituzione dà diritto anche al Sud, fraudolentemente devono sostituirla (sapendo che lo stesso Stato impedisce di spendere anche quelli).
Ma scusi, così non si potrà mai ridurre il divario come solennemente si proclama a ogni festa comandata. O il divario deve essere eterno? Stizzita alzata di spalle. Tantomeno s’azzardano a parlarne i candidati parlamentari del Sud, non vorranno rischiare di non essere più candidati. E meno che mai giornali e tv, tranne di tanto in tanto la frase fatta che il Sud è una risorsa e non un problema, ma pensando esattamente il contrario.
Così il Sud s’accinge ad entrare nel 2013. Nella congiura del silenzio. Anche delle sue colpe. E la lusinghiera etichetta di consueto fastidio nazionale.

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sabato 22 dicembre 2012

Sud, estrai il biglietto sbagliato


Di Lino Patruno

Un tempo per le piazze meridionali girava il" pappagallo della fortuna" . Era un carrettino con la musica, un pappagallo per richiamare i passanti e una serie di caselle da cui estrarre bigliettini di una lotteria alla buona. Dovevi estrarre quello vincente. Se ci fosse ancòra, ora invece da qualsiasi casella e in qualsiasi momento si potrebbe estrarre un bigliettino perdente con un danno fatto o tentato contro il Sud. Aggiornato al minuto, mica occorre andare troppo indietro.

 Un esempio? Fuori un bigliettino. La legge di stabilità prevede che dal 2013 sia lasciato ai sindaci tutto l’importo dell’Imu sulle abitazioni. Si potrebbe dire: alleluia, se non fosse per l’odio popolare verso questa imposta. E tenendo conto delle proteste dei sindaci, che non sapevano a che santo votarsi per recuperare quel 50 per cento che il decreto salva-Italia aveva riservato allo Stato. I soldi tolti ai Comuni sono servizi per i cittadini immediatamente tagliati, dagli asili, ai bus, all’assistenza agli anziani. Quindi molto più carne viva dei servizi che sono tagliati dallo Stato.Ma come fa lo Stato a recuperare quel 50 per cento che perde?

 Fra l’altro azzerando il cosiddetto . E’ quello che in una prima fase sarebbe servito ad andare incontro alle necessità dei Comuni più poveri. Indovinate quali? I Comuni del Sud. Lo Stato dice: tenetevi l’Imu, ma perdete tutto il resto. Conseguenza. Imu più ricca dalle più ricche case delle più ricche città del Nord. Imu meno ricca dalle meno ricche case delle meno ricche città del Sud. Con Comuni del Sud non solo costretti a portare le aliquote al massimo contrariamente ai Comuni del Nord. Ma a scotennare di più i propri cittadini per dargli meno servizi all’altezza di quelli del Nord. E proprio nelle città del Sud in cui c’è maggiore bisogno: una media famiglia del Nord si può pagare un asilo privato, una media famiglia del Sud no, con figli a casa e mamme anche, e senza che possano tentare un lavoro per arrotondare. 

 Allora ci si sarebbe immaginata una reazione immediata della solitamente agguerrita Anci, l’associazione dei Comuni italiani presieduta dall’emiliano Del Rio (quello che col sostegno del fiorentino Renzi e la spinta del centrosinistra del Nord soffiò la presidenza al barese Emiliano). Invece silenzio assoluto, se non il mezzo impegno che sì, vediamo più in là cosa fare. Ma silenzio assoluto anche dei parlamentari del Sud, come tutti impegnatissimi in questi giorni a non farsi soffiare il posto nelle liste delle prossime elezioni. Tutto un frutto marcio del velenoso federalismo fiscale di Bossi. E mentre uno fra i primi atti del governo Monti era già stato la cancellazione del previsto da quello stesso federalismo iniettato con l’assicurazione solenne che si sarebbero create condizioni pari di partenza fra Nord e Sud: perché poi ciascuno avesse potuto governarsi al meglio da sé. Il serviva proprio a questo. E proprio per questo è stato il primo a sparire nottetempo. Secondo bigliettino estratto dal del Sud. Un giorno sì e l’altro pure, in tv il leghista Matteo Salvini tuona contro il Sud che ogni anno scipperebbe 50 miliardi di tasse pagate dal Nord. Se al Sud ci fosse un po’ di cervello, invece di mettere la coda fra le gambe si dovrebbe rispondergli di darsi una calmata, perché quelli sono in buona parte soldi che il Nord prende dal Sud. 

 Nei giorni scorsi su questo giornale ne ha dato conferma non uno qualsiasi, ma Gaetano Nanula, già comandante in seconda della Guardia di Finanza: insomma persona informata dei fatti. Buona parte di quei 50 miliardi sono tasse che le imprese settentrionali che operano al Sud dovrebbero pagare al Sud dove si produce il loro reddito (fra l’altro col lavoro meridionale) e non al Nord dove hanno indebitamente la sede legale. Invece non solo avviene il contrario, ma lo si rinfaccia al Sud che non ha mai la faccia per replicare. Ultimo esempio, la fusione dell’Alenia con la lombarda Aermacchi e la sede legale portata immediatamente da Napoli in provincia di Varese: per consentire a Salvini di continuare il suo teatrino.

 Terzo bigliettino estratto dal del Sud: l’alta velocità ferroviaria. Tutta al Nord, perché lì c’è l’economia più sviluppata. Ma scusi, non ascoltiamo sempre dai ministri che bisogna puntare sul Sud per il famoso riequilibrio e una maggiore crescita del Paese? E come mai allora si continua a far crescere chi è già cresciuto? Nessuna risposta anche qui. Però esultiamo perché sono stati completati i primi 18 chilometri dell’alta velocità fra Bari e Napoli. A questa bassa velocità, opera completata per i pronipoti. Però, come al solito, il Sud farebbe bene a non piangere e non incolpare altri. Per ottenere il dovuto non bisogna piangere, ma dare segni di vita. Appunto.

 Fonte: “La Gazzetta del Mezzogiorno” 

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Di Lino Patruno

Un tempo per le piazze meridionali girava il" pappagallo della fortuna" . Era un carrettino con la musica, un pappagallo per richiamare i passanti e una serie di caselle da cui estrarre bigliettini di una lotteria alla buona. Dovevi estrarre quello vincente. Se ci fosse ancòra, ora invece da qualsiasi casella e in qualsiasi momento si potrebbe estrarre un bigliettino perdente con un danno fatto o tentato contro il Sud. Aggiornato al minuto, mica occorre andare troppo indietro.

 Un esempio? Fuori un bigliettino. La legge di stabilità prevede che dal 2013 sia lasciato ai sindaci tutto l’importo dell’Imu sulle abitazioni. Si potrebbe dire: alleluia, se non fosse per l’odio popolare verso questa imposta. E tenendo conto delle proteste dei sindaci, che non sapevano a che santo votarsi per recuperare quel 50 per cento che il decreto salva-Italia aveva riservato allo Stato. I soldi tolti ai Comuni sono servizi per i cittadini immediatamente tagliati, dagli asili, ai bus, all’assistenza agli anziani. Quindi molto più carne viva dei servizi che sono tagliati dallo Stato.Ma come fa lo Stato a recuperare quel 50 per cento che perde?

 Fra l’altro azzerando il cosiddetto . E’ quello che in una prima fase sarebbe servito ad andare incontro alle necessità dei Comuni più poveri. Indovinate quali? I Comuni del Sud. Lo Stato dice: tenetevi l’Imu, ma perdete tutto il resto. Conseguenza. Imu più ricca dalle più ricche case delle più ricche città del Nord. Imu meno ricca dalle meno ricche case delle meno ricche città del Sud. Con Comuni del Sud non solo costretti a portare le aliquote al massimo contrariamente ai Comuni del Nord. Ma a scotennare di più i propri cittadini per dargli meno servizi all’altezza di quelli del Nord. E proprio nelle città del Sud in cui c’è maggiore bisogno: una media famiglia del Nord si può pagare un asilo privato, una media famiglia del Sud no, con figli a casa e mamme anche, e senza che possano tentare un lavoro per arrotondare. 

 Allora ci si sarebbe immaginata una reazione immediata della solitamente agguerrita Anci, l’associazione dei Comuni italiani presieduta dall’emiliano Del Rio (quello che col sostegno del fiorentino Renzi e la spinta del centrosinistra del Nord soffiò la presidenza al barese Emiliano). Invece silenzio assoluto, se non il mezzo impegno che sì, vediamo più in là cosa fare. Ma silenzio assoluto anche dei parlamentari del Sud, come tutti impegnatissimi in questi giorni a non farsi soffiare il posto nelle liste delle prossime elezioni. Tutto un frutto marcio del velenoso federalismo fiscale di Bossi. E mentre uno fra i primi atti del governo Monti era già stato la cancellazione del previsto da quello stesso federalismo iniettato con l’assicurazione solenne che si sarebbero create condizioni pari di partenza fra Nord e Sud: perché poi ciascuno avesse potuto governarsi al meglio da sé. Il serviva proprio a questo. E proprio per questo è stato il primo a sparire nottetempo. Secondo bigliettino estratto dal del Sud. Un giorno sì e l’altro pure, in tv il leghista Matteo Salvini tuona contro il Sud che ogni anno scipperebbe 50 miliardi di tasse pagate dal Nord. Se al Sud ci fosse un po’ di cervello, invece di mettere la coda fra le gambe si dovrebbe rispondergli di darsi una calmata, perché quelli sono in buona parte soldi che il Nord prende dal Sud. 

 Nei giorni scorsi su questo giornale ne ha dato conferma non uno qualsiasi, ma Gaetano Nanula, già comandante in seconda della Guardia di Finanza: insomma persona informata dei fatti. Buona parte di quei 50 miliardi sono tasse che le imprese settentrionali che operano al Sud dovrebbero pagare al Sud dove si produce il loro reddito (fra l’altro col lavoro meridionale) e non al Nord dove hanno indebitamente la sede legale. Invece non solo avviene il contrario, ma lo si rinfaccia al Sud che non ha mai la faccia per replicare. Ultimo esempio, la fusione dell’Alenia con la lombarda Aermacchi e la sede legale portata immediatamente da Napoli in provincia di Varese: per consentire a Salvini di continuare il suo teatrino.

 Terzo bigliettino estratto dal del Sud: l’alta velocità ferroviaria. Tutta al Nord, perché lì c’è l’economia più sviluppata. Ma scusi, non ascoltiamo sempre dai ministri che bisogna puntare sul Sud per il famoso riequilibrio e una maggiore crescita del Paese? E come mai allora si continua a far crescere chi è già cresciuto? Nessuna risposta anche qui. Però esultiamo perché sono stati completati i primi 18 chilometri dell’alta velocità fra Bari e Napoli. A questa bassa velocità, opera completata per i pronipoti. Però, come al solito, il Sud farebbe bene a non piangere e non incolpare altri. Per ottenere il dovuto non bisogna piangere, ma dare segni di vita. Appunto.

 Fonte: “La Gazzetta del Mezzogiorno” 

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martedì 4 dicembre 2012

Lino Patruno - Ricomincio dal Sud


https://www.youtube.com/watch?v=ggAw6apxPrc&feature=youtu.be

 PRESENTAZIONE A TITOLO GRATUITO KIDVIDEOPRESS TORREMAGGIORE RICOMINCIO DAL SUD DI LINO PATRUNO. SI RINGRAZIANO I COLLABORATORI DI KIDVIDEOPRESSS CHE FANNO SI CHE CHE IL SAPERE SIA ALLA PORTATA DI TUTTI GRAZIE AL WEB.
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https://www.youtube.com/watch?v=ggAw6apxPrc&feature=youtu.be

 PRESENTAZIONE A TITOLO GRATUITO KIDVIDEOPRESS TORREMAGGIORE RICOMINCIO DAL SUD DI LINO PATRUNO. SI RINGRAZIANO I COLLABORATORI DI KIDVIDEOPRESSS CHE FANNO SI CHE CHE IL SAPERE SIA ALLA PORTATA DI TUTTI GRAZIE AL WEB.

sabato 1 dicembre 2012

C’è Batman in Italia ma con la coda fra le gambe

di LINO PATRUNO
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

È come se ci fosse un tizio con un braccio più robusto dell’altro. Per farlo diventare Batman, la scelta più logica sarebbe irrobustire il braccio più debole e non dire: puntiamo su quello buono, che provvederà anche all’altro. Ma se hai due braccia, perché rinunciarci? Così il tizio non sarebbe mai il Batman che potrebbe, ne sarebbe una serie B. E’ ciò che avviene col Sud e il resto d’Italia. Sud vagone appresso della locomotiva del Nord, se va la locomotiva va anche il vagone. Ma se puoi avere due locomotive, perché no? 

Se ne torna a parlare a proposito delle elezioni primarie fra Bersani e Renzi. Nella «Carta d’intenti» del Pd firmata dai due, il Sud è il paragrafo di un capitoletto. Il paragrafo di un capitoletto. 

Si sta parlando di un terzo del territorio, di un terzo della popolazione, di un quarto del reddito nazionale. Sud che non cresce come potrebbe non solo per sé ma per far diventare Batman l’Italia, altro che crisi e bacchettate dell’Europa. Sud miniera di ricchezza capace di portare l’Italia al livello di Francia e Germania. Ma Sud considerato (e solo per scandalizzarsene) problema nazionale quando è la soluzione al problema nazionale. Sud considerato la malattia nazionale quando è la cura della malattia nazionale. 

E Sud, tanto per capirci, dove si vincono o perdono le elezioni. Anche Bersani ha vinto il primo turno con i voti del Sud. Ed è al Sud che Renzi ha l’unica possibilità di recuperare. Del resto avviene da 150 anni: Sud serbatoio elettorale per mantenere in piedi un Paese che lo considera una zavorra. Senza che mai il Sud sia stato in grado di farli pesare, quei voti. Anzi con i suoi mitici politici (e la sua gente, perché no) che troppo a lungo hanno accettato la condanna di concederli in cambio di ciò che storia e storie nazionali gli avevano assegnato: non sviluppo ma assistenza. 

Così per Bersani il Sud è un problema di , per rendere più giusto un Paese dalle mille diseguaglianze. Per Renzi è il posto dove rottamare cattive mentalità e cattivi dirigenti. Pochino, onestamente. Ma non va certo meglio dalla parte del centrodestra: dominato da una Lega Nord e da ministri che a turno hanno cortesemente definito il Sud «cancro» o «topaia» (abitata da topi) da derattizzare. 

Di tanto in tanto, bisogna riconoscerlo, qualcuno si ricorda di dire che il Sud è una : ma tutt’al più nei convegni. E invece è la Banca d’Italia a ricordare, tanto per fare un esempio, che un euro di investimenti pubblici al Sud rende 1,4 euro all’intero Paese, mentre un euro investito al Nord rende 1,1 euro. Uno 0,30 in più che moltiplicato per le grosse cifre fa capire quanto il Sud possa essere la moltiplicazione d’Italia, non la sottrazione. 

Altro esempio, il tasso di occupazione: quanta gente lavora rispetto alla popolazione complessiva. Al Sud il 20 per cento in meno rispetto al Centro Nord. Facendo questa volta capire cosa potrebbe significare quella iniezione di 20 per cento di reddito prodotto se solo l’economia meridionale fosse nella condizione di creare quella occupazione. Avviene però il contrario: il Sud è stato disegnato lungo e lontano ma invece di dargli i treni per collegarlo, glieli tolgono. Le banche raccolgono al Sud ma le Fondazioni bancarie distribuiscono i loro utili al Nord. Per decisione di tutti i governi da Amato in poi il 45 per cento della spesa (quella per gli investimenti, non per stipendi e pensioni) doveva andare al Sud ma non è mai stato sfiorato il 40 per cento. 

Cosicché ci sono le cifre per capire che ci sarebbe bisogno di più Sud, non meno. Della sua riserva di energia. E ci sono le cifre per capire che finora c’è stato spreco «di» Sud, mentre si parla solo e sempre di sprechi «del» Sud (pur veri e brucianti). Però il Sud è un argomento molesto, i non meridionali ne parlano con fastidio e i meridionali con vergogna. Precludendosi il Superbingo di un pezzo d’Italia pieno di orrori ma anche di opportunità uniche per tutti. 

Di tanto in tanto, bisognerebbe non andare a vedere solo quelle inette regioni meridionali che non riescono a spendere i fondi europei. Ma bisognerebbe andare a visitare, tanto per stare sulla notizia, quella azienda di Modugno (Bari) produttrice del sensore montato sul robot che su Marte sta scoprendo la vita. Se il Sud è capace di queste eccellenze, sarebbe il caso di capire cosa impedisce che spuntino anche altrove, invece di tranciare sentenze inappellabili. 

Il fatto è che pullulano dotte diagnosi ma non terapie. Meno che mai da quei pensosi meridionali con la coda fra le gambe bravi a sparare sulla loro amara terra (sia pure con tante ragioni, sia chiaro) ma a non andare al di là del «dobbiamo rimboccarci le maniche» e del «futuro nelle nostre mani». Bravi a dire che cercano alibi quelli che non si auto-fustigano. Così facendo, il Sud si è ritrovato a oggi. E così persistendo, si ritroverà (sempre peggio) a domani.


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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di LINO PATRUNO
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

È come se ci fosse un tizio con un braccio più robusto dell’altro. Per farlo diventare Batman, la scelta più logica sarebbe irrobustire il braccio più debole e non dire: puntiamo su quello buono, che provvederà anche all’altro. Ma se hai due braccia, perché rinunciarci? Così il tizio non sarebbe mai il Batman che potrebbe, ne sarebbe una serie B. E’ ciò che avviene col Sud e il resto d’Italia. Sud vagone appresso della locomotiva del Nord, se va la locomotiva va anche il vagone. Ma se puoi avere due locomotive, perché no? 

Se ne torna a parlare a proposito delle elezioni primarie fra Bersani e Renzi. Nella «Carta d’intenti» del Pd firmata dai due, il Sud è il paragrafo di un capitoletto. Il paragrafo di un capitoletto. 

Si sta parlando di un terzo del territorio, di un terzo della popolazione, di un quarto del reddito nazionale. Sud che non cresce come potrebbe non solo per sé ma per far diventare Batman l’Italia, altro che crisi e bacchettate dell’Europa. Sud miniera di ricchezza capace di portare l’Italia al livello di Francia e Germania. Ma Sud considerato (e solo per scandalizzarsene) problema nazionale quando è la soluzione al problema nazionale. Sud considerato la malattia nazionale quando è la cura della malattia nazionale. 

E Sud, tanto per capirci, dove si vincono o perdono le elezioni. Anche Bersani ha vinto il primo turno con i voti del Sud. Ed è al Sud che Renzi ha l’unica possibilità di recuperare. Del resto avviene da 150 anni: Sud serbatoio elettorale per mantenere in piedi un Paese che lo considera una zavorra. Senza che mai il Sud sia stato in grado di farli pesare, quei voti. Anzi con i suoi mitici politici (e la sua gente, perché no) che troppo a lungo hanno accettato la condanna di concederli in cambio di ciò che storia e storie nazionali gli avevano assegnato: non sviluppo ma assistenza. 

Così per Bersani il Sud è un problema di , per rendere più giusto un Paese dalle mille diseguaglianze. Per Renzi è il posto dove rottamare cattive mentalità e cattivi dirigenti. Pochino, onestamente. Ma non va certo meglio dalla parte del centrodestra: dominato da una Lega Nord e da ministri che a turno hanno cortesemente definito il Sud «cancro» o «topaia» (abitata da topi) da derattizzare. 

Di tanto in tanto, bisogna riconoscerlo, qualcuno si ricorda di dire che il Sud è una : ma tutt’al più nei convegni. E invece è la Banca d’Italia a ricordare, tanto per fare un esempio, che un euro di investimenti pubblici al Sud rende 1,4 euro all’intero Paese, mentre un euro investito al Nord rende 1,1 euro. Uno 0,30 in più che moltiplicato per le grosse cifre fa capire quanto il Sud possa essere la moltiplicazione d’Italia, non la sottrazione. 

Altro esempio, il tasso di occupazione: quanta gente lavora rispetto alla popolazione complessiva. Al Sud il 20 per cento in meno rispetto al Centro Nord. Facendo questa volta capire cosa potrebbe significare quella iniezione di 20 per cento di reddito prodotto se solo l’economia meridionale fosse nella condizione di creare quella occupazione. Avviene però il contrario: il Sud è stato disegnato lungo e lontano ma invece di dargli i treni per collegarlo, glieli tolgono. Le banche raccolgono al Sud ma le Fondazioni bancarie distribuiscono i loro utili al Nord. Per decisione di tutti i governi da Amato in poi il 45 per cento della spesa (quella per gli investimenti, non per stipendi e pensioni) doveva andare al Sud ma non è mai stato sfiorato il 40 per cento. 

Cosicché ci sono le cifre per capire che ci sarebbe bisogno di più Sud, non meno. Della sua riserva di energia. E ci sono le cifre per capire che finora c’è stato spreco «di» Sud, mentre si parla solo e sempre di sprechi «del» Sud (pur veri e brucianti). Però il Sud è un argomento molesto, i non meridionali ne parlano con fastidio e i meridionali con vergogna. Precludendosi il Superbingo di un pezzo d’Italia pieno di orrori ma anche di opportunità uniche per tutti. 

Di tanto in tanto, bisognerebbe non andare a vedere solo quelle inette regioni meridionali che non riescono a spendere i fondi europei. Ma bisognerebbe andare a visitare, tanto per stare sulla notizia, quella azienda di Modugno (Bari) produttrice del sensore montato sul robot che su Marte sta scoprendo la vita. Se il Sud è capace di queste eccellenze, sarebbe il caso di capire cosa impedisce che spuntino anche altrove, invece di tranciare sentenze inappellabili. 

Il fatto è che pullulano dotte diagnosi ma non terapie. Meno che mai da quei pensosi meridionali con la coda fra le gambe bravi a sparare sulla loro amara terra (sia pure con tante ragioni, sia chiaro) ma a non andare al di là del «dobbiamo rimboccarci le maniche» e del «futuro nelle nostre mani». Bravi a dire che cercano alibi quelli che non si auto-fustigano. Così facendo, il Sud si è ritrovato a oggi. E così persistendo, si ritroverà (sempre peggio) a domani.


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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giovedì 29 novembre 2012

Lunedì 3 a Torremaggiore (Fg) ore 19 Lino Patruno presenta "Ricomincio da Sud".

Lunedì 3 a Torremaggiore (Fg) ore 19 Lino Patruno presenta Ricomincio da Sud. 
Guardiamo al nostro sud con occhi diversi. 

La Bottega dei Miracoli - Via Magenta, 51



 
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Lunedì 3 a Torremaggiore (Fg) ore 19 Lino Patruno presenta Ricomincio da Sud. 
Guardiamo al nostro sud con occhi diversi. 

La Bottega dei Miracoli - Via Magenta, 51



 

venerdì 16 novembre 2012

Treni, il binario morto lo tengono nella testa

di LINO PATRUNO
Il Sud è sempre stato terra di emigrazione. Quanti ne ha portati nelle nebbie il mitico espresso Lecce-Zurigo via Milano. E quanti il Bari-Torino. Ora l’emigrazione è intellettuale, dopo le valigie di cartone vanno i nostri ragazzi laureati col trolley e il computer. Ma vanno e vengono anche i pendolari. Vanno e vengono gli imprenditori e gli uomini d’affari. Vanno e vengono le merci. E vanno e vengono anche i turisti, soprattutto vengono sempre più nelle terre del sole. 

Non ci fossero i treni, le strade, le autostrade, gli aerei, il Sud resterebbe ancor più la periferia d’Europa che è: bisogna raggiungerlo di proposito, non ci si passa per andare altrove in questa lunga Italia che il buon Dio ha disegnato così con un po’ di distrazione. Perciò se qualcuno decidesse di far male al Sud, il sistema sarebbe rapido: isolarlo. Farlo diventare, ad esempio, un binario morto, come dice un dolente cartellone affisso in Puglia con la foto delle coppole che partivano sùbito dopo la guerra, e le mamme con i figli al collo. Detto e fatto. Dopo due anni e due governi, la missione è compiuta. 

Per restare alla Puglia, le indiscrezioni sui nuovi orari invernali la danno collegata solo con tre Freccia Argento per Roma. Ma nella capitale non si potrà arrivare prima delle 11,30, quando già stanno pensando alla pausa pranzo. E dalla capitale non si potrà rientrare più tardi delle 18, lasciando nel mezzo non solo il binario morto ma ore morte nelle quali si potrà concludere meno che niente. Neanche a pensarci alle ore piccole: niente notturni giornalieri con la capitale, niente Taranto-Milano (e a Taranto c’è una cosina come l’Ilva per la quale qualche viaggio su e giù s’immagina sia necessario). 

Ma come, proprio i treni notturni che fanno risparmiare tempo e riducono i costi per il Sud? Mah, rispondono da Trenitalia, ormai ci sono i voli low cost, a basso prezzo, che li hanno soppiantati ovunque in Europa. Ma il Mezzogiorno non è un caso particolare in Europa? Cosa vuole che ci interessi, noi siamo una società privata e dobbiamo fare utili. Quindi meno treni perché ci sarebbero meno passeggeri. 

Ma non è che ci sono meno passeggeri perché ci sono meno treni? Sembra la storiella del comico Petrolini. Il quale, a uno spettatore che disturbava dalla galleria del teatro disse di non avercela con lui, ma con i suoi vicini che non lo buttavano giù. Non dovremmo avercela con Trenitalia, ma con un governo disinteressato a farle capire che il trasporto non è un’eventualità come un gelato dopo pranzo, ma un diritto fondamentale protetto dalla Costituzione. La quale non dice che ci si può muovere di più o di meno a seconda di dove si è nati. Ma questo è il Paese che in 150 anni si è guardato bene dal collegare il Sud dal Tirreno all’Adriatico, tipo Bari-Napoli, dovesse mettersi in testa di essere più unito per far valere le proprie ragioni. 

Si è guardato bene dal collegare decentemente le città meridionali fra loro, dovessero concludere affari in comune. Si è guardato bene dal far arrivare un treno a Matera, dovesse la città lucana perdere il suo primato nazionale di noncuranza. E ora si guarda bene dal dare al Sud l’alta velocità ferroviaria come al Nord. Forse perché il Sud è l’eterno posto in cui si prenderebbe tempo e si perderebbe tempo, quindi a bassa velocità? Guardi, sviluppiamo l’alta velocità dove più alto è lo sviluppo economico. Appunto, Paese a due velocità. Che pensa allo sviluppo di chi è già sviluppato e se ne infischia di chi è meno sviluppato. 

Paese in cui se va la locomotiva del Nord, il Sud può ringraziare di essere il bagaglio appresso. E Paese che anche per questo non solo non cresce più da oltre vent’anni, ma ora va indietro pur avendo in casa un tesoro considerato invece una vergogna da tenere nascosta. Così si spiega l’autostrada Salerno-Reggio Calabria in costruzione da cinquant’anni. Così si spiega una statale ionica che divide Puglia, Basilicata e Calabria invece di unirle. Ma del resto, il ministro dell’economia, Grilli, parla a un giornale tedesco e dice che il modello di crescita del Sud è fallito. Signor ministro, questo è più o meno evidente. Si vorrebbe sapere piuttosto se intende rimediare togliendo al Sud i treni invece di darglieli, così come terapia d’urto. E si vorrebbe sapere se la conclusione è far morire il malato, anche se ci hanno provveduto prima di lei. 

(Ultime notizie. Per almeno metà dei politici italiani il Sud non esiste. Questa sconveniente parola non è stata mai pronunciata, se non di sfuggita da Bersani, durante il dibattito televisivo fra i candidati alle elezioni primarie del centro sinistra. L’intervistatore non lo ha chiesto, ma nessuno impediva agli intervistati di parlarne. Quindi il Sud non è il principale problema d’Italia e non è la principale soluzione ai problemi d’Italia. Evviva).

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno


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di LINO PATRUNO
Il Sud è sempre stato terra di emigrazione. Quanti ne ha portati nelle nebbie il mitico espresso Lecce-Zurigo via Milano. E quanti il Bari-Torino. Ora l’emigrazione è intellettuale, dopo le valigie di cartone vanno i nostri ragazzi laureati col trolley e il computer. Ma vanno e vengono anche i pendolari. Vanno e vengono gli imprenditori e gli uomini d’affari. Vanno e vengono le merci. E vanno e vengono anche i turisti, soprattutto vengono sempre più nelle terre del sole. 

Non ci fossero i treni, le strade, le autostrade, gli aerei, il Sud resterebbe ancor più la periferia d’Europa che è: bisogna raggiungerlo di proposito, non ci si passa per andare altrove in questa lunga Italia che il buon Dio ha disegnato così con un po’ di distrazione. Perciò se qualcuno decidesse di far male al Sud, il sistema sarebbe rapido: isolarlo. Farlo diventare, ad esempio, un binario morto, come dice un dolente cartellone affisso in Puglia con la foto delle coppole che partivano sùbito dopo la guerra, e le mamme con i figli al collo. Detto e fatto. Dopo due anni e due governi, la missione è compiuta. 

Per restare alla Puglia, le indiscrezioni sui nuovi orari invernali la danno collegata solo con tre Freccia Argento per Roma. Ma nella capitale non si potrà arrivare prima delle 11,30, quando già stanno pensando alla pausa pranzo. E dalla capitale non si potrà rientrare più tardi delle 18, lasciando nel mezzo non solo il binario morto ma ore morte nelle quali si potrà concludere meno che niente. Neanche a pensarci alle ore piccole: niente notturni giornalieri con la capitale, niente Taranto-Milano (e a Taranto c’è una cosina come l’Ilva per la quale qualche viaggio su e giù s’immagina sia necessario). 

Ma come, proprio i treni notturni che fanno risparmiare tempo e riducono i costi per il Sud? Mah, rispondono da Trenitalia, ormai ci sono i voli low cost, a basso prezzo, che li hanno soppiantati ovunque in Europa. Ma il Mezzogiorno non è un caso particolare in Europa? Cosa vuole che ci interessi, noi siamo una società privata e dobbiamo fare utili. Quindi meno treni perché ci sarebbero meno passeggeri. 

Ma non è che ci sono meno passeggeri perché ci sono meno treni? Sembra la storiella del comico Petrolini. Il quale, a uno spettatore che disturbava dalla galleria del teatro disse di non avercela con lui, ma con i suoi vicini che non lo buttavano giù. Non dovremmo avercela con Trenitalia, ma con un governo disinteressato a farle capire che il trasporto non è un’eventualità come un gelato dopo pranzo, ma un diritto fondamentale protetto dalla Costituzione. La quale non dice che ci si può muovere di più o di meno a seconda di dove si è nati. Ma questo è il Paese che in 150 anni si è guardato bene dal collegare il Sud dal Tirreno all’Adriatico, tipo Bari-Napoli, dovesse mettersi in testa di essere più unito per far valere le proprie ragioni. 

Si è guardato bene dal collegare decentemente le città meridionali fra loro, dovessero concludere affari in comune. Si è guardato bene dal far arrivare un treno a Matera, dovesse la città lucana perdere il suo primato nazionale di noncuranza. E ora si guarda bene dal dare al Sud l’alta velocità ferroviaria come al Nord. Forse perché il Sud è l’eterno posto in cui si prenderebbe tempo e si perderebbe tempo, quindi a bassa velocità? Guardi, sviluppiamo l’alta velocità dove più alto è lo sviluppo economico. Appunto, Paese a due velocità. Che pensa allo sviluppo di chi è già sviluppato e se ne infischia di chi è meno sviluppato. 

Paese in cui se va la locomotiva del Nord, il Sud può ringraziare di essere il bagaglio appresso. E Paese che anche per questo non solo non cresce più da oltre vent’anni, ma ora va indietro pur avendo in casa un tesoro considerato invece una vergogna da tenere nascosta. Così si spiega l’autostrada Salerno-Reggio Calabria in costruzione da cinquant’anni. Così si spiega una statale ionica che divide Puglia, Basilicata e Calabria invece di unirle. Ma del resto, il ministro dell’economia, Grilli, parla a un giornale tedesco e dice che il modello di crescita del Sud è fallito. Signor ministro, questo è più o meno evidente. Si vorrebbe sapere piuttosto se intende rimediare togliendo al Sud i treni invece di darglieli, così come terapia d’urto. E si vorrebbe sapere se la conclusione è far morire il malato, anche se ci hanno provveduto prima di lei. 

(Ultime notizie. Per almeno metà dei politici italiani il Sud non esiste. Questa sconveniente parola non è stata mai pronunciata, se non di sfuggita da Bersani, durante il dibattito televisivo fra i candidati alle elezioni primarie del centro sinistra. L’intervistatore non lo ha chiesto, ma nessuno impediva agli intervistati di parlarne. Quindi il Sud non è il principale problema d’Italia e non è la principale soluzione ai problemi d’Italia. Evviva).

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno


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lunedì 12 novembre 2012

Qualcosa di nuovo anzi di antico


Di  Lino Patruno

Scena dei comizi di un tempo. Molti che non ci capivano granché ma sempre pronti a battere le mani callose: sta bene all’onorevole. Però alla fine, quando si cominciava a lasciare la piazza e la scarpa grossa e cervello fine sospettava la fregatura, domandava: ma di ferie ha parlato? Già allora la politica si occupava di cose diverse da quelle che la gente si aspettava.
 Convegno di questi tempi, argomento eterno: il Sud. Non mani callose in sala, ma in gran parte madri e padri i cui figli sono andati a studiare o a lavorare al Nord. Si aspettano di capire se si fa bene a farli, questi figli, visto che il Sud comincia a stare indietro anche nelle nascite mentre era la culla del Paese. E poi se mandarli all’università, visto che tutti dicono di riscoprire i perduti mestieri. E, nel caso, che facoltà scegliere per non essere condannati a inviare curriculum e a fare concorsi a raffica. Insomma, istruzioni per l’uso della vita pratica, ma in verità per il futuro.
 Con tutto il rispetto, si sentono rispondere dal tavolo dei relatori che il problema del Sud è la riforma del capitolo V della Costituzione (quel federalismo contro cui nessuno aveva finora mosso un dito). Un altro dice che il problema del Sud è la demografia, cioè che nessun Paese si sviluppa se non fa figli (ma se li facciamo e se ne vanno?). Un terzo argomenta che al Sud si dovrebbero abbassare i salari, altrimenti non si capisce perché le aziende dovrebbero venirci.
 La questione è che ciascun relatore ha la sua parte di ragione, e di sicuro la sua parte di soluzione. Ma il dramma è che le orecchie vogliono sentire altro, anch’esse con altrettanta parte di ragione. Non si somigliano e non si pigliano. Poi, usciti, uno ti ferma e si discute se si è fatto qualcosa di utile per il Sud. Che fa, commenta, abbiamo parlato. Se quello dei comizi era interessato alle sue ferie, questo sembra scettico fino al cinismo. Evoluzione di una nazione.
 Anche per questo, quando irrompono sulla scena un Grillo e un Renzi, fanno il botto. Entrambi si propongono, in sintesi, di mandare via quelli che ci sono, e da troppo ormai. Rottamare il vecchio. Il primo lo dice a parolacce. Il secondo con l’aria del Topo Gigio saputello. Due personalità non da poco, chiaro, non si tiene avvinta l’Italia se sei una mezza calzetta. Ma tutti due troppo a rischio dello stesso passato che vogliono abbattere.
 Due soli al comando. Grillo con un movimento (partito) personale. Renzi con una corrente nel Pd altrettanto personale. Per capirci: nulla che nasca dal basso, se non ci fossero loro non ci sarebbero neanche i loro sostenitori. E sono loro a dettare linea, argomenti, nomi. Insomma proprio ciò che si è finora rimproverato alla cosiddetta Seconda Repubblica, solo con una ventina d’anni in meno (e Grillo nemmeno quello). Il personalismo, appunto. Il leaderismo. Il padre-padrone, da Berlusconi a Bossi a Di Pietro.
 Ovvio che non bisogna prendersela con B&B&Dp, cioè con i tre, ma con un’Italia che non è riuscita ad esprimere altro. E che prima c’è stata bene, e alla grande anche. Poi ha cambiato idea (e francamente non c’era alternativa) davanti ad arroganze, scandali, ruberie, risse, corruzioni da putrefazione di un impero. Non è detto che dovesse per forza finire così. Ma non sorprende che lo sia, senza controlli né all’interno né all’esterno di partiti lasciati in mani incontrollate, sulla fiducia personale. In anni in cui il carisma del capo ha oscurato il programma delle cose da fare.
 L’inizio della presunta Terza Repubblica somiglia troppo all’inizio della Seconda per stare tranquilli. Sia Grillo che Renzi hanno qualcosa di benvenuto viste le macerie. Forse domani occorrerà ringraziarli. O forse ci accorgeremo dell’ennesimo abbaglio. In ogni caso non bisogna giudicare troppo in fretta. Ma quanto a programma, ad esempio, Grillo vuole che l’Italia non paghi più il suo debito e che esca dall’euro. E Renzi, ad esempio, dice che bisogna pagare meno tasse, cioè dice l’ovvio ma lo dice bene.
 Tanto di eccitante, molto meno di rassicurante. Cosa succede se non paghiamo più il debito? E nessuno vuole e deve pagare tante tasse, giusto: però bisogna dire quando e come e a che prezzo. Il nuovo non è solo l’antitesi del vecchio. E il nuovo è il contrario del futuro se manca un progetto serio. Ciò che è certo, è che il vecchio è talmente indifendibile e impresentabile da affossarsi da solo. E chi ambisce a subentrare passa su una montagna di cadaveri, mica è una Banda Bassotti che va a scassinare forzieri. Anzi la Banda Bassotti l’abbiamo avuto finora.
 Molto meno un problema i cosiddetti grillini (pardon, cinquestellacei) che irromperanno in Parlamento. Nessuno può dire barbari agli altri, meno che mai gli uscenti. E poi, nessuno come Roma sa che si fa presto a dire Lanzichenecchi a quelli che attraverso la porta aperta portano solo aria più pulita. 



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Di  Lino Patruno

Scena dei comizi di un tempo. Molti che non ci capivano granché ma sempre pronti a battere le mani callose: sta bene all’onorevole. Però alla fine, quando si cominciava a lasciare la piazza e la scarpa grossa e cervello fine sospettava la fregatura, domandava: ma di ferie ha parlato? Già allora la politica si occupava di cose diverse da quelle che la gente si aspettava.
 Convegno di questi tempi, argomento eterno: il Sud. Non mani callose in sala, ma in gran parte madri e padri i cui figli sono andati a studiare o a lavorare al Nord. Si aspettano di capire se si fa bene a farli, questi figli, visto che il Sud comincia a stare indietro anche nelle nascite mentre era la culla del Paese. E poi se mandarli all’università, visto che tutti dicono di riscoprire i perduti mestieri. E, nel caso, che facoltà scegliere per non essere condannati a inviare curriculum e a fare concorsi a raffica. Insomma, istruzioni per l’uso della vita pratica, ma in verità per il futuro.
 Con tutto il rispetto, si sentono rispondere dal tavolo dei relatori che il problema del Sud è la riforma del capitolo V della Costituzione (quel federalismo contro cui nessuno aveva finora mosso un dito). Un altro dice che il problema del Sud è la demografia, cioè che nessun Paese si sviluppa se non fa figli (ma se li facciamo e se ne vanno?). Un terzo argomenta che al Sud si dovrebbero abbassare i salari, altrimenti non si capisce perché le aziende dovrebbero venirci.
 La questione è che ciascun relatore ha la sua parte di ragione, e di sicuro la sua parte di soluzione. Ma il dramma è che le orecchie vogliono sentire altro, anch’esse con altrettanta parte di ragione. Non si somigliano e non si pigliano. Poi, usciti, uno ti ferma e si discute se si è fatto qualcosa di utile per il Sud. Che fa, commenta, abbiamo parlato. Se quello dei comizi era interessato alle sue ferie, questo sembra scettico fino al cinismo. Evoluzione di una nazione.
 Anche per questo, quando irrompono sulla scena un Grillo e un Renzi, fanno il botto. Entrambi si propongono, in sintesi, di mandare via quelli che ci sono, e da troppo ormai. Rottamare il vecchio. Il primo lo dice a parolacce. Il secondo con l’aria del Topo Gigio saputello. Due personalità non da poco, chiaro, non si tiene avvinta l’Italia se sei una mezza calzetta. Ma tutti due troppo a rischio dello stesso passato che vogliono abbattere.
 Due soli al comando. Grillo con un movimento (partito) personale. Renzi con una corrente nel Pd altrettanto personale. Per capirci: nulla che nasca dal basso, se non ci fossero loro non ci sarebbero neanche i loro sostenitori. E sono loro a dettare linea, argomenti, nomi. Insomma proprio ciò che si è finora rimproverato alla cosiddetta Seconda Repubblica, solo con una ventina d’anni in meno (e Grillo nemmeno quello). Il personalismo, appunto. Il leaderismo. Il padre-padrone, da Berlusconi a Bossi a Di Pietro.
 Ovvio che non bisogna prendersela con B&B&Dp, cioè con i tre, ma con un’Italia che non è riuscita ad esprimere altro. E che prima c’è stata bene, e alla grande anche. Poi ha cambiato idea (e francamente non c’era alternativa) davanti ad arroganze, scandali, ruberie, risse, corruzioni da putrefazione di un impero. Non è detto che dovesse per forza finire così. Ma non sorprende che lo sia, senza controlli né all’interno né all’esterno di partiti lasciati in mani incontrollate, sulla fiducia personale. In anni in cui il carisma del capo ha oscurato il programma delle cose da fare.
 L’inizio della presunta Terza Repubblica somiglia troppo all’inizio della Seconda per stare tranquilli. Sia Grillo che Renzi hanno qualcosa di benvenuto viste le macerie. Forse domani occorrerà ringraziarli. O forse ci accorgeremo dell’ennesimo abbaglio. In ogni caso non bisogna giudicare troppo in fretta. Ma quanto a programma, ad esempio, Grillo vuole che l’Italia non paghi più il suo debito e che esca dall’euro. E Renzi, ad esempio, dice che bisogna pagare meno tasse, cioè dice l’ovvio ma lo dice bene.
 Tanto di eccitante, molto meno di rassicurante. Cosa succede se non paghiamo più il debito? E nessuno vuole e deve pagare tante tasse, giusto: però bisogna dire quando e come e a che prezzo. Il nuovo non è solo l’antitesi del vecchio. E il nuovo è il contrario del futuro se manca un progetto serio. Ciò che è certo, è che il vecchio è talmente indifendibile e impresentabile da affossarsi da solo. E chi ambisce a subentrare passa su una montagna di cadaveri, mica è una Banda Bassotti che va a scassinare forzieri. Anzi la Banda Bassotti l’abbiamo avuto finora.
 Molto meno un problema i cosiddetti grillini (pardon, cinquestellacei) che irromperanno in Parlamento. Nessuno può dire barbari agli altri, meno che mai gli uscenti. E poi, nessuno come Roma sa che si fa presto a dire Lanzichenecchi a quelli che attraverso la porta aperta portano solo aria più pulita. 



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domenica 28 ottobre 2012

Sono schizzinoso, anzi non lo sono

di LINO PATRUNO
Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno
L’annuncio dice “Cercasi responsabile marketing strate gico”. Ci vai e ci sono cento persone disperate, ti dicono che loro cercano varie figure, ma che si parte tutti dallo stesso livello: quale? Vendita di macchinette di caffè e similari, solo che ti devi comprare il kit che costa 1000 euro e venderne almeno 60 per cominciare a essere pagato. Niente fisso, niente rimborsi spese ma “provvigioni ad altissimo livello”. Ragazzi laureati ci mettono l’anima, arrivano a 50, poi lasciano. Ci hanno perso tempo e capitale. Intanto tanti sono andati in giro a fare pubblicità gratuita all’azienda, hanno piazzato qualche macchinetta alla nonna 90enne. 

Queste sono le offerte di lavoro dalle nostre parti. "Ma la Fornero, dove vive?". È uno fra i tanti sfoghi su Facebook dopo l’ultima uscita della ministra del lavoro, che ha invitato i ragazzi a non essere "choosy", schizzinosi, nel rapporto col loro futuro: "Lo dicevo sempre ai miei studenti, prendete la prima offerta e poi vi guardate intorno, mettetevi in gioco. Oggi certo non è più così in un mercato tanto difficile e debole, ma abbiamo visto tutti dei laureati sempre in attesa del posto ideale". 

Arduo dirlo a laureati che si adattano alle macchinette di caffè, ma la Fornero è a rischio ogni volta che ha una telecamera davanti. Fra l’altro recidiva, così come altri suoi colleghi di governo che i ragazzi li hanno trattati da "attaccati alla gonna di mamma" perché non vorrebbero cambiare città o da "sfigati" perché a 28 anni non sono ancora laureati. Gli stessi ragazzi che invece lo scomparso mago dei computer, Steve Jobs, spronava a inseguire i loro sogni, a essere "affamati" e "folli". 
Allora, inseguire i sogni o accontentarsi di ciò che passa il convento? Domanda retorica, visto che la risposta numero due non è oggi scelta ma obbligata. 

E però, un disordine c’è sotto il cielo, e chissà se è bene così come predicava il presidente cinese Mao. Quest’Italia nella quale si parla ai giovani come la Fornero, è la stessa Italia agli ultimi posti in Europa per numero di laureati e diplomati. E se la scuola è progresso, è un’Italia arretrata. Ci vogliono più laureati e diplomati. Allora, come deve comportarsi un giovane che debba decidere cosa fare da grande? Se decide che vuole essere un fisico perché gli piace essere un fisico, poi da dottore in fisica gli dicono che, sì, è bello ma per i fisici non c’è sufficiente lavoro. Se poi si iscrive a giurisprudenza senza passione ma perché così può avere vari sbocchi, dopo rischia di vagare fra i possibili sbocchi senza essere né carne né pesce. E comincia a fare master su master un po’ per diventare carne o pesce, un po’ per rinviare il momento in cui non si potrà più scherzare. 

Così abbiamo pochi laureati e diplomati, abbiamo la gioventù più masterizzata d’Europa, abbiamo la gioventù più disoccupata d’Europa. Se non si iscrive affatto all’università, o addirittura lascia dopo la scuola dell’obbligo, il nostro eroe si può mettere a fare un mestiere. Ma ne ha scarsa competenza perché le scuole professionali sono state retrocesse come una serie B in un Paese in cui il padre operaio non vuol vedere il figlio operaio ma ingegnere.
In conclusione questo giovane non sa che fare, tranne che restare al palo e vedersi anche bacchettato dalla Fornero. La quale avrebbe ragione se il problema non fosse fare gli schizzinosi verso un lavoro o l’altro, ma non poterlo neanche fare visto che non c’è né un lavoro né l’altro.

Per la verità, lavori ce ne sono. Servono cuochi, idraulici, manutentori. Servono paramedici e badanti per una popolazione che invecchia sempre più. Ma quelli sono i lavori che prendono gli immigrati stranieri perché nessuno dei nostri vuole farli. Perché i nostri sono drogati da facoltà come Scienza della comunicazione. E dalla laurea come riscatto sociale, anzi come necessità nazionale. Ma in Germania (sempre lei) già il 50 per cento degli iscritti all’università comincia a lavorare. E non a servire al bar, pur dignitosissimo. Ma se dovrà fare il biologo, frequenta i laboratori di analisi. Se dovrà fare il manager, frequenta le aziende. Insomma scelta precisa a 18 anni (si può, si può) e sforzi concentrati per non arrivare spaesati. 

In Italia avviene (anche alla scuola superiore) solo per il 10 per cento: così, a fine studi, è come se si dovesse ricominciare da zero. La famosa alternanza scuola-lavoro che da noi è come sbarcare su Urano. Ma che si può perseguire ostinatamente anche da sé. Conclusione. Ragazzi stimolati ad andare avanti con gli studi, orientati verso facoltà sbagliate, definiti se non vogliono accontentarsi dopo aver studiato. Così diventano precari non solo nel lavoro e nella vita ma nella testa. E vanno via: i meridionali al Nord, i settentrionali all’estero. 

Decenni fa c’era chi diceva che la crisi è la più grande benedizione, perché "porta progressi". Si chiamava Albert Einstein, era un genio. E stranamente era stato ciuccissimo a scuola.


Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

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di LINO PATRUNO
Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno
L’annuncio dice “Cercasi responsabile marketing strate gico”. Ci vai e ci sono cento persone disperate, ti dicono che loro cercano varie figure, ma che si parte tutti dallo stesso livello: quale? Vendita di macchinette di caffè e similari, solo che ti devi comprare il kit che costa 1000 euro e venderne almeno 60 per cominciare a essere pagato. Niente fisso, niente rimborsi spese ma “provvigioni ad altissimo livello”. Ragazzi laureati ci mettono l’anima, arrivano a 50, poi lasciano. Ci hanno perso tempo e capitale. Intanto tanti sono andati in giro a fare pubblicità gratuita all’azienda, hanno piazzato qualche macchinetta alla nonna 90enne. 

Queste sono le offerte di lavoro dalle nostre parti. "Ma la Fornero, dove vive?". È uno fra i tanti sfoghi su Facebook dopo l’ultima uscita della ministra del lavoro, che ha invitato i ragazzi a non essere "choosy", schizzinosi, nel rapporto col loro futuro: "Lo dicevo sempre ai miei studenti, prendete la prima offerta e poi vi guardate intorno, mettetevi in gioco. Oggi certo non è più così in un mercato tanto difficile e debole, ma abbiamo visto tutti dei laureati sempre in attesa del posto ideale". 

Arduo dirlo a laureati che si adattano alle macchinette di caffè, ma la Fornero è a rischio ogni volta che ha una telecamera davanti. Fra l’altro recidiva, così come altri suoi colleghi di governo che i ragazzi li hanno trattati da "attaccati alla gonna di mamma" perché non vorrebbero cambiare città o da "sfigati" perché a 28 anni non sono ancora laureati. Gli stessi ragazzi che invece lo scomparso mago dei computer, Steve Jobs, spronava a inseguire i loro sogni, a essere "affamati" e "folli". 
Allora, inseguire i sogni o accontentarsi di ciò che passa il convento? Domanda retorica, visto che la risposta numero due non è oggi scelta ma obbligata. 

E però, un disordine c’è sotto il cielo, e chissà se è bene così come predicava il presidente cinese Mao. Quest’Italia nella quale si parla ai giovani come la Fornero, è la stessa Italia agli ultimi posti in Europa per numero di laureati e diplomati. E se la scuola è progresso, è un’Italia arretrata. Ci vogliono più laureati e diplomati. Allora, come deve comportarsi un giovane che debba decidere cosa fare da grande? Se decide che vuole essere un fisico perché gli piace essere un fisico, poi da dottore in fisica gli dicono che, sì, è bello ma per i fisici non c’è sufficiente lavoro. Se poi si iscrive a giurisprudenza senza passione ma perché così può avere vari sbocchi, dopo rischia di vagare fra i possibili sbocchi senza essere né carne né pesce. E comincia a fare master su master un po’ per diventare carne o pesce, un po’ per rinviare il momento in cui non si potrà più scherzare. 

Così abbiamo pochi laureati e diplomati, abbiamo la gioventù più masterizzata d’Europa, abbiamo la gioventù più disoccupata d’Europa. Se non si iscrive affatto all’università, o addirittura lascia dopo la scuola dell’obbligo, il nostro eroe si può mettere a fare un mestiere. Ma ne ha scarsa competenza perché le scuole professionali sono state retrocesse come una serie B in un Paese in cui il padre operaio non vuol vedere il figlio operaio ma ingegnere.
In conclusione questo giovane non sa che fare, tranne che restare al palo e vedersi anche bacchettato dalla Fornero. La quale avrebbe ragione se il problema non fosse fare gli schizzinosi verso un lavoro o l’altro, ma non poterlo neanche fare visto che non c’è né un lavoro né l’altro.

Per la verità, lavori ce ne sono. Servono cuochi, idraulici, manutentori. Servono paramedici e badanti per una popolazione che invecchia sempre più. Ma quelli sono i lavori che prendono gli immigrati stranieri perché nessuno dei nostri vuole farli. Perché i nostri sono drogati da facoltà come Scienza della comunicazione. E dalla laurea come riscatto sociale, anzi come necessità nazionale. Ma in Germania (sempre lei) già il 50 per cento degli iscritti all’università comincia a lavorare. E non a servire al bar, pur dignitosissimo. Ma se dovrà fare il biologo, frequenta i laboratori di analisi. Se dovrà fare il manager, frequenta le aziende. Insomma scelta precisa a 18 anni (si può, si può) e sforzi concentrati per non arrivare spaesati. 

In Italia avviene (anche alla scuola superiore) solo per il 10 per cento: così, a fine studi, è come se si dovesse ricominciare da zero. La famosa alternanza scuola-lavoro che da noi è come sbarcare su Urano. Ma che si può perseguire ostinatamente anche da sé. Conclusione. Ragazzi stimolati ad andare avanti con gli studi, orientati verso facoltà sbagliate, definiti se non vogliono accontentarsi dopo aver studiato. Così diventano precari non solo nel lavoro e nella vita ma nella testa. E vanno via: i meridionali al Nord, i settentrionali all’estero. 

Decenni fa c’era chi diceva che la crisi è la più grande benedizione, perché "porta progressi". Si chiamava Albert Einstein, era un genio. E stranamente era stato ciuccissimo a scuola.


Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

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venerdì 19 ottobre 2012

I MORTI VIVENTI CHE SPACCANO L’ITALIA

di Lino Patruno
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno 


Quando tutta l’Italia dovrebbe marciare unita per salvarsi, da lassù qualcuno continua a non amarla e a spaccarla. Così questa storia della `ndrangheta al Nord. Secondo i leghisti la colpa è tutta di chi un giorno decise di mandarvi i boss in soggiorno obbligato. Ne sarebbe nato il contagio, vittima soprattutto la Lombardia.
 Ma nessuno per questo con la `ndrangheta era obbligato (appunto) a farci gli affari che ci hanno fatto. Né qualcuno era obbligato a comprarci i voti per farsi eleggere. Non è che se ci avessero mandato delle galline, tutti per contagio si sarebbero messi a fare le uova. La `ndrangheta è stata la più inquietante smentita all’illusione che l’Italia possa continuare ad andare avanti come se ce ne fossero due. Anzi non solo illusione, ma un disegno da sempre perseguito.
La malavita organizzata al Sud non è stata una scelta dei meridionali “delinquenti nati” come riteneva Lombroso: così si trasforma in colpa una iattura subita per ragioni storiche e sociali. Iattura che lo Stato non ha mai saputo combattere come avrebbe dovuto. Se il territorio non è dominato dallo Stato ma dalle mafie, dobbiamo prendercela coi meridionali? Certo, complicità ci sono state come ora in Lombardia. E quanti voti comprati e venduti. Ma sono del Sud e non del Nord i Falcone e i Borsellino ammazzati così come tanti poliziotti e cittadini che hanno detto no.
E al Sud sono nati movimenti come 1″Ammazzatecitutti” che non ci stanno e non fanno affari come a Milano. Continuare a parlare di contagio senza interrogarsi più a fondo è il principale favore alle mafie pur di polemizzare col Sud. E poi, questo buongoverno ora sbandierato da Formigoni e dintorni in antitesi al malgoverno al Sud. Il Sud è stato mezzo sotterrato di malgoverno, lo sappiamo: e la sua colpa è non essere mai riuscito a liberarsene, anzi.
Ma che l’Italia sia purtroppo una anche in questo, lo dice proprio la Lombardia pur tanto benemerita di lavoro e produzione. Sei hai cinque assessori arrestati e mezzo consiglio regionale tra galera e tribunale, più tangentisti sparsi in tanti Comuni, di quale buongoverno stai parlando? E cosa c’entra questo col contagio della ‘ndrangheta? E i furti nella ricca ingorda Lombardia (anche ai danni di ciechi e orfani) sono meglio dei vituperati e sbandierati sprechi al Sud? E possono sempre dire che sono casi personali, come se il mondo non fosse fatto di persone? E la Guardia di Finanza in quasi tutte le Regioni del Nord?
 Ci troviamo a fare la classifica del peggio: questa la nostra storia di declino morale, noi Italia che siamo stati faro nel mondo.
E col continuo alibi del Sud brutto, sporco e cattivo. Senza voler capire che il Paese è molto più innervato nei suoi problemi comuni di quanto sembri. E che può e deve uscirne tutto insieme, o tutto insieme ne crollerà dando la colpa al Sud pur tanto colpevole di suo. Se la colpa è tutta del Sud, allora il resto d’Italia si sente innocente, non può far nulla per uscire dal suo fango.
E’ ciò che si è sempre rimproverato al Sud: se la colpa è sempre dello Stato, allora ci assolviamo sempre. Ma dopo aver rovinato tutti col federalismo separatista del “ciascuno si tiene i suoi soldi” (rubando dove possibile perché non bastano mai), ecco la consueta coazione a ripetersi. Ora la nuova vecchia parola d’ordine dei Maroni e dei Salvinì è: il Nord ha cifre da Baviera, il Sud da Grecia.
Quindi bisogna sostenere il Nord. Giusto farlo.
Ma proprio la teoria del Nord locomotiva del Paese e Sud bagaglio appresso non ci ha fatto crescere di un millimetro negli ultimi decenni, anzi ci ha portato alle pezze. Non ci si può vantare quando si va avanti e dare addosso agli altri quando si va indietro. Bisogna sostenere invece il Sud perché possa dare un miglior apporto alla crescita comune. Si dica no al Sud se vuole soldi a vanvera, ma gli si diano le opere di bene che non gli sono mai state date.
Infrastrutture, al 40 per cento in meno rispetto al Nord. Per non isolarlo ancòra di più. E se non sa usare i fondi, ci pensi lo Stato a usarli meglio. Si rimprovera chi va a scomodare la storia, conta il futuro e rimboccarsi le maniche. D’accordo. Ma se si vanno a vedere le ferrovie 150 anni fa, c’erano 100 km al Sud e mille al Centro Nord: e si considerava arretrato il Sud anche per questo.
Se andiamo a vedere l’alta velocità ferroviaria oggi, stessa musica: oltre mille chilometri al Centro Nord e meno di 200 al Sud. Possibile che 150 anni dopo nulla sia -cambiato? Possibile che si continui a parlare di Nord e Sud precipitando tutti? E non si accorgono anche i Lombardi alle Crociate di essere trattati da Germania e compari come un Sud non meno della Grecia? E intanto anche la Germania è trattata come un Sud dal nuovo centro del mondo di Cina e soci asiatici.
C’è sempre un Sud di qualcuno, ma ci sono anche tanti zombi che continuano a menar fendenti e sono morti.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno del 19 ottobre 2012


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di Lino Patruno
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno 


Quando tutta l’Italia dovrebbe marciare unita per salvarsi, da lassù qualcuno continua a non amarla e a spaccarla. Così questa storia della `ndrangheta al Nord. Secondo i leghisti la colpa è tutta di chi un giorno decise di mandarvi i boss in soggiorno obbligato. Ne sarebbe nato il contagio, vittima soprattutto la Lombardia.
 Ma nessuno per questo con la `ndrangheta era obbligato (appunto) a farci gli affari che ci hanno fatto. Né qualcuno era obbligato a comprarci i voti per farsi eleggere. Non è che se ci avessero mandato delle galline, tutti per contagio si sarebbero messi a fare le uova. La `ndrangheta è stata la più inquietante smentita all’illusione che l’Italia possa continuare ad andare avanti come se ce ne fossero due. Anzi non solo illusione, ma un disegno da sempre perseguito.
La malavita organizzata al Sud non è stata una scelta dei meridionali “delinquenti nati” come riteneva Lombroso: così si trasforma in colpa una iattura subita per ragioni storiche e sociali. Iattura che lo Stato non ha mai saputo combattere come avrebbe dovuto. Se il territorio non è dominato dallo Stato ma dalle mafie, dobbiamo prendercela coi meridionali? Certo, complicità ci sono state come ora in Lombardia. E quanti voti comprati e venduti. Ma sono del Sud e non del Nord i Falcone e i Borsellino ammazzati così come tanti poliziotti e cittadini che hanno detto no.
E al Sud sono nati movimenti come 1″Ammazzatecitutti” che non ci stanno e non fanno affari come a Milano. Continuare a parlare di contagio senza interrogarsi più a fondo è il principale favore alle mafie pur di polemizzare col Sud. E poi, questo buongoverno ora sbandierato da Formigoni e dintorni in antitesi al malgoverno al Sud. Il Sud è stato mezzo sotterrato di malgoverno, lo sappiamo: e la sua colpa è non essere mai riuscito a liberarsene, anzi.
Ma che l’Italia sia purtroppo una anche in questo, lo dice proprio la Lombardia pur tanto benemerita di lavoro e produzione. Sei hai cinque assessori arrestati e mezzo consiglio regionale tra galera e tribunale, più tangentisti sparsi in tanti Comuni, di quale buongoverno stai parlando? E cosa c’entra questo col contagio della ‘ndrangheta? E i furti nella ricca ingorda Lombardia (anche ai danni di ciechi e orfani) sono meglio dei vituperati e sbandierati sprechi al Sud? E possono sempre dire che sono casi personali, come se il mondo non fosse fatto di persone? E la Guardia di Finanza in quasi tutte le Regioni del Nord?
 Ci troviamo a fare la classifica del peggio: questa la nostra storia di declino morale, noi Italia che siamo stati faro nel mondo.
E col continuo alibi del Sud brutto, sporco e cattivo. Senza voler capire che il Paese è molto più innervato nei suoi problemi comuni di quanto sembri. E che può e deve uscirne tutto insieme, o tutto insieme ne crollerà dando la colpa al Sud pur tanto colpevole di suo. Se la colpa è tutta del Sud, allora il resto d’Italia si sente innocente, non può far nulla per uscire dal suo fango.
E’ ciò che si è sempre rimproverato al Sud: se la colpa è sempre dello Stato, allora ci assolviamo sempre. Ma dopo aver rovinato tutti col federalismo separatista del “ciascuno si tiene i suoi soldi” (rubando dove possibile perché non bastano mai), ecco la consueta coazione a ripetersi. Ora la nuova vecchia parola d’ordine dei Maroni e dei Salvinì è: il Nord ha cifre da Baviera, il Sud da Grecia.
Quindi bisogna sostenere il Nord. Giusto farlo.
Ma proprio la teoria del Nord locomotiva del Paese e Sud bagaglio appresso non ci ha fatto crescere di un millimetro negli ultimi decenni, anzi ci ha portato alle pezze. Non ci si può vantare quando si va avanti e dare addosso agli altri quando si va indietro. Bisogna sostenere invece il Sud perché possa dare un miglior apporto alla crescita comune. Si dica no al Sud se vuole soldi a vanvera, ma gli si diano le opere di bene che non gli sono mai state date.
Infrastrutture, al 40 per cento in meno rispetto al Nord. Per non isolarlo ancòra di più. E se non sa usare i fondi, ci pensi lo Stato a usarli meglio. Si rimprovera chi va a scomodare la storia, conta il futuro e rimboccarsi le maniche. D’accordo. Ma se si vanno a vedere le ferrovie 150 anni fa, c’erano 100 km al Sud e mille al Centro Nord: e si considerava arretrato il Sud anche per questo.
Se andiamo a vedere l’alta velocità ferroviaria oggi, stessa musica: oltre mille chilometri al Centro Nord e meno di 200 al Sud. Possibile che 150 anni dopo nulla sia -cambiato? Possibile che si continui a parlare di Nord e Sud precipitando tutti? E non si accorgono anche i Lombardi alle Crociate di essere trattati da Germania e compari come un Sud non meno della Grecia? E intanto anche la Germania è trattata come un Sud dal nuovo centro del mondo di Cina e soci asiatici.
C’è sempre un Sud di qualcuno, ma ci sono anche tanti zombi che continuano a menar fendenti e sono morti.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno del 19 ottobre 2012


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martedì 4 settembre 2012

Il Nord dipende dal Meridione


Il caso Ilva di Taranto costituisce la dimostrazione delle tesi sostenute da Lino Patruno nel suo libro “Ricomincio da Sud” (Rubbettino)
L’Ilva di Taranto è sempre più sulle prime pagine dei giornali. Al di là delle legittime proteste dei lavoratori e della preoccupazione per la salute di chi opera e vive intorno allo stabilimento industriale, vi è un aspetto che la vicenda ha messo particolarmente in evidenza, ovvero quello dell’interdipendenza tra le due parti del Paese, che qualcuno invece ha avuto interesse a rappresentare come separate da un’insanabile frattura.
In realtà, un recentissimo libro di Lino Patruno, ex direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno, sottolinea decisamente la sottovalutazione del Meridione d’Italia. La pubblicazione è Ricomincio da Sud. È qui il futuro dell’Italia (Rubbettino, pp. 250, € 14,00) e, secondo le tesi dello scritto, se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe aerei e auto, acciaio e olio d’oliva, computer e cellulari, benzina e medicine. Ancora: il Meridione produce incredibili tesori, è ventinove volte più saccheggiato del Nord, conviene a tutta l’Italia ed è il nuovo ombelico del mondo, infatti «Mezzogiorno è l’ora dalla quale ripartirà tutto».
Tornando al caso Ilva, Patruno, autore, sempre presso Rubbettino, di Fuoco del SudLa ribollente galassia dei Movimenti meridionali, ha affermato: «Pochi lo sapevano prima che esplodesse il dramma dell’Ilva di Taranto. Pochi immaginavano quanto siano integrate le due Italie, nonostante lo scontro fra Nord e Sud. Pochi conoscevano il peso economico del cosiddetto “improduttivo” Sud, e quanto il Sud convenga a tutti. L’Ilva è una conferma a quanto dico nel mio libro Ricomincio da Sud. Non solo a Taranto è prodotto il 45% di tutto l’acciaio italiano. Ma, se chiudesse Taranto, si perderebbe gran parte della restante produzione perché dovrebbero chiudere anche le acciaierie di Novi Ligure e Genova che, non avendo impianti a caldo, dipendono direttamente da Taranto. Così, con una rinuncia all’Ilva, l’Italia perderebbe la più grande acciaieria d’Europa, ma perderebbe anche tutto l’acciaio per le sue auto e i suoi elettrodomestici, oltre che per i suoi guardrail e i suoi tubi. Ma l’Ilva è solo una delle ricchezze non riconosciute del Sud. Nel libro sono elencati altri casi di produzioni meridionali fondamentali per l’intero Paese, che senza il Sud l’Italia non avrebbe: dal petrolio all’energia eolica, dalla plastica ai farmaci, dagli aerei all’olio d’oliva. Tanti casi di eccellenza al Sud, ben 71 dei quali sono recensiti nel libro».

(e.s.)


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Il caso Ilva di Taranto costituisce la dimostrazione delle tesi sostenute da Lino Patruno nel suo libro “Ricomincio da Sud” (Rubbettino)
L’Ilva di Taranto è sempre più sulle prime pagine dei giornali. Al di là delle legittime proteste dei lavoratori e della preoccupazione per la salute di chi opera e vive intorno allo stabilimento industriale, vi è un aspetto che la vicenda ha messo particolarmente in evidenza, ovvero quello dell’interdipendenza tra le due parti del Paese, che qualcuno invece ha avuto interesse a rappresentare come separate da un’insanabile frattura.
In realtà, un recentissimo libro di Lino Patruno, ex direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno, sottolinea decisamente la sottovalutazione del Meridione d’Italia. La pubblicazione è Ricomincio da Sud. È qui il futuro dell’Italia (Rubbettino, pp. 250, € 14,00) e, secondo le tesi dello scritto, se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe aerei e auto, acciaio e olio d’oliva, computer e cellulari, benzina e medicine. Ancora: il Meridione produce incredibili tesori, è ventinove volte più saccheggiato del Nord, conviene a tutta l’Italia ed è il nuovo ombelico del mondo, infatti «Mezzogiorno è l’ora dalla quale ripartirà tutto».
Tornando al caso Ilva, Patruno, autore, sempre presso Rubbettino, di Fuoco del SudLa ribollente galassia dei Movimenti meridionali, ha affermato: «Pochi lo sapevano prima che esplodesse il dramma dell’Ilva di Taranto. Pochi immaginavano quanto siano integrate le due Italie, nonostante lo scontro fra Nord e Sud. Pochi conoscevano il peso economico del cosiddetto “improduttivo” Sud, e quanto il Sud convenga a tutti. L’Ilva è una conferma a quanto dico nel mio libro Ricomincio da Sud. Non solo a Taranto è prodotto il 45% di tutto l’acciaio italiano. Ma, se chiudesse Taranto, si perderebbe gran parte della restante produzione perché dovrebbero chiudere anche le acciaierie di Novi Ligure e Genova che, non avendo impianti a caldo, dipendono direttamente da Taranto. Così, con una rinuncia all’Ilva, l’Italia perderebbe la più grande acciaieria d’Europa, ma perderebbe anche tutto l’acciaio per le sue auto e i suoi elettrodomestici, oltre che per i suoi guardrail e i suoi tubi. Ma l’Ilva è solo una delle ricchezze non riconosciute del Sud. Nel libro sono elencati altri casi di produzioni meridionali fondamentali per l’intero Paese, che senza il Sud l’Italia non avrebbe: dal petrolio all’energia eolica, dalla plastica ai farmaci, dagli aerei all’olio d’oliva. Tanti casi di eccellenza al Sud, ben 71 dei quali sono recensiti nel libro».

(e.s.)


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domenica 19 agosto 2012

Patruno: "Il Mezzogiorno sarà l'ora da cui tutto ripartirà"


di Maria Curci
patruno
“Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia”, prodotto da Rubbettino Editore, è l’ultima opera letteraria di una delle voci e penne del Sud, tra le più autorevoli sulla questione meridionale: il giornalista e saggista  Lino Patruno.
Da appassionato meridionalista, l’ex direttore della Gazzetta del Mezzogiorno invita ad intraprendere un viaggio di scoperta circumnavigando, ma soprattutto attraversando, per intero il Meridione: “Una visita guidata che spezzi il monopolio di un Sud mai descritto da se stesso, ma sempre pensato da altri solo come divario e sottosviluppo.”
Un viaggio che l’autore intraprende portando i lettori, specie se conterranei, a squarciare il velo su aspetti della propria terra, che ancora volutamente o inconsapevolmente s’ignorano. Un Meridione che conta eccellenze di un certo rispetto e di cui Patruno ci mette a conoscenza, deliziandoci con un provocatorio, tendente quasi al rimprovero, “Lo sapevate che?”.  Per poi quasi sentenziare: “vedremo, come dicono i filosofi, che dove crescono i mali fioriscono le possibilità di salvezza. Vedremo che Mezzogiorno è l’ora dalla quale ripartirà tutto.
L'INTERVISTA:
“Alle sponde del Mediterraneo”, “Alla riscossa terroni. Perché il Sud non è diventato ricco. Il caso Puglia”, “Fuoco del Sud. La ribollente galassia dei Movimenti Meridionali”, sono i titoli di alcuni dei libri da Lei scritti, fino ad arrivare all’ultimo nato “Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia”, tutti riguardanti la questione meridionale. Questo vituperato, e al contempo osannato, Sud - nonostante la globalizzazione economica mondiale, nonostante gli onnipresenti pruriti secessionistici di qualche politicante con annesso manipolo di seguaci, nonostante la più volte declamata inerzia dei suoi abitanti - è riuscito seppur arrancando (come, d’altronde, da tradizione secolare) ad arrivare al XXI secolo. Detto questo si può dire, senza remore, che questo Sud tutto è sempre stato fuorché arrendevole?
Vorrei sicuramente dire che è così, ma direi una mezza bugia. Col suo sacrificio, con la sua laboriosità, col suo rigore morale il Sud d’Italia è riuscito a resistere: non dimentichiamo che, nonostante tutto, fa parte del 15% più ricco del mondo e che senza Sud non esisterebbe neanche l’Italia, nonostante le panzane che raccontano i leghisti. E non ci sarebbe neanche un Nord senza questo Sud. Tuttavia, non si può dire che il Sud non sia stato arrendevole, che sia vissuto più che sopravvissuto. Era difficile combattere contro un sistema di potere nordico forte delle sue banche, delle sue grandi aziende, della sua finanza, dei suoi giornali. Ma pochi rappresentanti del Sud, e non solo quelli politici, ci hanno provato. E’ valso il famoso meccanismo: noi vi diamo soldi (coi quali acquistate i nostri prodotti), voi ci date i voti per lasciare tutto come sta e stiamo contenti tutti. Ma il Sud non poteva esserne contento: infatti dal Sud si continua a emigrare.
In seno alla questione meridionale si sono spesso addossate larghe fette di responsabilità ai governi centrali che si sono susseguiti nel corso degli anni sulla scena politica nazionale, oltre che locale. Adesso che a farla da padrone è un governo noto più per la sua tecnicità che per un’appartenenza politica vera e propria, pensa si stiano ponendo le basi per una effettiva regolarizzazione del Sud oppure questa prospettiva è ancora ben lungi dall’essere realizzata?
Assolutamente no. Anche questo governo, e non per sua responsabilità, si trova a operare in situazione di emergenza: occorre anzitutto ridurre il debito. Ma per ridurre il debito non basta tagliare, bisogna anche crescere: e il solo posto in cui l’Italia può crescere è il Sud. Però si fa finta di niente. Anzi si continua a dire che, se riprenderà a marciare la locomotiva del Nord, tutta l’Italia (cioè il Sud) verrà appresso come un vagone. Ma è per questo che, anche quando è cresciuta, l’Italia è cresciuta molto meno di quanto avrebbe potuto. Perché ha il tesoro del Sud, dove tanto si può fare, ma continua a ignorarlo.
In “Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia”, Lei sostiene che le rivoluzioni per mezzo di Internet di Tunisia, Egitto e Libia in realtà non hanno portato tutta la democrazia desiderata ma perlomeno hanno aiutato questi Paesi a rimettersi in moto. Pensa che potrebbe mai esserci un movimento sulla falsariga di quello della “primavera araba” anche qui nel Mezzogiorno?
Forse c’è già, bisogna solo mettere l’orecchio per terra e capire dove vanno i cavalli, come si faceva nel Far West. Ci sono al Sud giovani che emigrano, ma ci sono anche quelli che restano, come ci sono quelli che tornano. E c’è una società civile molto meno dormiente di quanto sembri. E poi, l’ombelico del mondo si sposta verso il Mediterraneo. Ci sono, sull’altra sponda, 160 milioni di giovani con meno di trent’anni: e i giovani sono una forza esplosiva, come le rivoluzioni via internet hanno dimostrato.
A dominare la scena della cronaca nazionale in questi giorni è la questione tarantina rappresentata dal caso Ilva (di cui Affari stesso se n’è occupato nel dossier “Il Patto D’Acciaio”, Affari Italiani Editore) e dal conseguente spettro della disoccupazione che affligge i lavoratori dello stabilimento siderurgico. Lei che opinioni ha avuto modo di formarsi in merito?  
L’Ilva è un simbolo del lavoro del Sud: difendere il lavoro anche a costo della salute. Mai il Sud avrebbe dovuto essere in tali condizioni. Ma ora che il problema si è imposto, il progresso del Sud e dell’Italia dovrà passare attraverso tante altre simboliche Ilva che ci sono al Sud, e tante altre da crearne su nuove basi. Il futuro è a Sud.  
Fonte: Affaritaliani.it

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di Maria Curci
patruno
“Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia”, prodotto da Rubbettino Editore, è l’ultima opera letteraria di una delle voci e penne del Sud, tra le più autorevoli sulla questione meridionale: il giornalista e saggista  Lino Patruno.
Da appassionato meridionalista, l’ex direttore della Gazzetta del Mezzogiorno invita ad intraprendere un viaggio di scoperta circumnavigando, ma soprattutto attraversando, per intero il Meridione: “Una visita guidata che spezzi il monopolio di un Sud mai descritto da se stesso, ma sempre pensato da altri solo come divario e sottosviluppo.”
Un viaggio che l’autore intraprende portando i lettori, specie se conterranei, a squarciare il velo su aspetti della propria terra, che ancora volutamente o inconsapevolmente s’ignorano. Un Meridione che conta eccellenze di un certo rispetto e di cui Patruno ci mette a conoscenza, deliziandoci con un provocatorio, tendente quasi al rimprovero, “Lo sapevate che?”.  Per poi quasi sentenziare: “vedremo, come dicono i filosofi, che dove crescono i mali fioriscono le possibilità di salvezza. Vedremo che Mezzogiorno è l’ora dalla quale ripartirà tutto.
L'INTERVISTA:
“Alle sponde del Mediterraneo”, “Alla riscossa terroni. Perché il Sud non è diventato ricco. Il caso Puglia”, “Fuoco del Sud. La ribollente galassia dei Movimenti Meridionali”, sono i titoli di alcuni dei libri da Lei scritti, fino ad arrivare all’ultimo nato “Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia”, tutti riguardanti la questione meridionale. Questo vituperato, e al contempo osannato, Sud - nonostante la globalizzazione economica mondiale, nonostante gli onnipresenti pruriti secessionistici di qualche politicante con annesso manipolo di seguaci, nonostante la più volte declamata inerzia dei suoi abitanti - è riuscito seppur arrancando (come, d’altronde, da tradizione secolare) ad arrivare al XXI secolo. Detto questo si può dire, senza remore, che questo Sud tutto è sempre stato fuorché arrendevole?
Vorrei sicuramente dire che è così, ma direi una mezza bugia. Col suo sacrificio, con la sua laboriosità, col suo rigore morale il Sud d’Italia è riuscito a resistere: non dimentichiamo che, nonostante tutto, fa parte del 15% più ricco del mondo e che senza Sud non esisterebbe neanche l’Italia, nonostante le panzane che raccontano i leghisti. E non ci sarebbe neanche un Nord senza questo Sud. Tuttavia, non si può dire che il Sud non sia stato arrendevole, che sia vissuto più che sopravvissuto. Era difficile combattere contro un sistema di potere nordico forte delle sue banche, delle sue grandi aziende, della sua finanza, dei suoi giornali. Ma pochi rappresentanti del Sud, e non solo quelli politici, ci hanno provato. E’ valso il famoso meccanismo: noi vi diamo soldi (coi quali acquistate i nostri prodotti), voi ci date i voti per lasciare tutto come sta e stiamo contenti tutti. Ma il Sud non poteva esserne contento: infatti dal Sud si continua a emigrare.
In seno alla questione meridionale si sono spesso addossate larghe fette di responsabilità ai governi centrali che si sono susseguiti nel corso degli anni sulla scena politica nazionale, oltre che locale. Adesso che a farla da padrone è un governo noto più per la sua tecnicità che per un’appartenenza politica vera e propria, pensa si stiano ponendo le basi per una effettiva regolarizzazione del Sud oppure questa prospettiva è ancora ben lungi dall’essere realizzata?
Assolutamente no. Anche questo governo, e non per sua responsabilità, si trova a operare in situazione di emergenza: occorre anzitutto ridurre il debito. Ma per ridurre il debito non basta tagliare, bisogna anche crescere: e il solo posto in cui l’Italia può crescere è il Sud. Però si fa finta di niente. Anzi si continua a dire che, se riprenderà a marciare la locomotiva del Nord, tutta l’Italia (cioè il Sud) verrà appresso come un vagone. Ma è per questo che, anche quando è cresciuta, l’Italia è cresciuta molto meno di quanto avrebbe potuto. Perché ha il tesoro del Sud, dove tanto si può fare, ma continua a ignorarlo.
In “Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia”, Lei sostiene che le rivoluzioni per mezzo di Internet di Tunisia, Egitto e Libia in realtà non hanno portato tutta la democrazia desiderata ma perlomeno hanno aiutato questi Paesi a rimettersi in moto. Pensa che potrebbe mai esserci un movimento sulla falsariga di quello della “primavera araba” anche qui nel Mezzogiorno?
Forse c’è già, bisogna solo mettere l’orecchio per terra e capire dove vanno i cavalli, come si faceva nel Far West. Ci sono al Sud giovani che emigrano, ma ci sono anche quelli che restano, come ci sono quelli che tornano. E c’è una società civile molto meno dormiente di quanto sembri. E poi, l’ombelico del mondo si sposta verso il Mediterraneo. Ci sono, sull’altra sponda, 160 milioni di giovani con meno di trent’anni: e i giovani sono una forza esplosiva, come le rivoluzioni via internet hanno dimostrato.
A dominare la scena della cronaca nazionale in questi giorni è la questione tarantina rappresentata dal caso Ilva (di cui Affari stesso se n’è occupato nel dossier “Il Patto D’Acciaio”, Affari Italiani Editore) e dal conseguente spettro della disoccupazione che affligge i lavoratori dello stabilimento siderurgico. Lei che opinioni ha avuto modo di formarsi in merito?  
L’Ilva è un simbolo del lavoro del Sud: difendere il lavoro anche a costo della salute. Mai il Sud avrebbe dovuto essere in tali condizioni. Ma ora che il problema si è imposto, il progresso del Sud e dell’Italia dovrà passare attraverso tante altre simboliche Ilva che ci sono al Sud, e tante altre da crearne su nuove basi. Il futuro è a Sud.  
Fonte: Affaritaliani.it

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martedì 7 agosto 2012

Una, dieci, cento Ilva (nonostante tutto)



di LINO PATRUNO
Da un lato ci sono operai che dicono: meglio un tumore fra venti anni che far morire di fame oggi i miei figli. Dall’altro, i soliti cattivi maestri lontani mille miglia dalla realtà e scandalizzati: come, una alleanza strategica fra lavoratori e padrone? Questa è l’Ilva di Taranto nell’anno del Signore 2012. L’Ilva è l’emblema del più grave problema del Sud: il lavoro che non c’è, e per questo difeso a costo di se stessi. Come se difesa del lavoro e difesa della salute non potessero andare d’accordo, non siamo mica nella Cina della dittatura che ammazza lavoratori e ambiente sull’altare del grande balzo economico. Non ci fosse stata la Regione Puglia a combattere contro il colosso tanto isolata da rischiare anche lo scontro con gli operai, ora lì dentro continuerebbero a guadagnarsi la vita consumandosela. Tanto, la gloriosa politica italiana ha continuato a pensare come sempre ad altro: ora pensa a un sistema elettorale non migliore per il Paese, ma migliore per non andarsene mai. 

Ovvio che nel vuoto sia stata tirata per i capelli la magistratura, a tentare di risolvere un problema che spettava ad altri. Ma l’Ilva, che pure oggi il Sud deve nonostante tutto tenersi strettissima, è anche l’emblema di una fra le tante scelte sbagliate per il Sud, anzi contro il Sud. Quando si decise di accelerarne l’industrializzazione, si pensò di puntare su facilitazioni per le piccole e medie imprese, quelle che con meno capitale producono più lavoro. Ma ci fu la rivolta delle Confindustrie del Nord: mai avrebbero consentito che al Sud nascesse una concorrenza a loro. Così si decise per impianti che divoravano molto più capitale di quanto lavoro producessero: l’esatto contrario di ciò che serviva al Sud. Che non aveva capitali ma lavoratori in cerca di lavoro. Impianti di industria cosiddetta di base, industria pesante che al Nord non volevano (troppo inquinante) ma che al Nord serviva per la materia prima dei suoi prodotti. 

Sud come Terzo Mondo: si massacri di fumi e veleni e ci dia l’acciaio per le nostre auto, i nostri frigoriferi, i nostri cucchiai e forchette che poi rivendiamo a loro stessi tenendoci però il guadagno. Di quel Grande Inganno, ciminiere al cielo per farne scendere benedizione, le guerre del petrolio degli anni Settanta-Ottanta e le crisi finanziarie hanno lasciato al Sud un cumulo di macerie tranne l’Ilva.

Anche l’acciaio di Stato sarebbe stato spazzato via come la chimica e (in parte) la raffinazione del petrolio se l’Italsider non fosse passata a un ruvido e deciso privato diventando Ilva. Ma diventandone anche tanto sangue e corpo, che Taranto non sopravviverebbe a una sua scomparsa, e non solo Taranto. Non piacerà ai puri e duri della sinistra irreale e dell’ambientalismo del no a tutto, ma è così. Eppure, nel surrealismo demenziale della politica italiana, tutti sono prodighi di pensosi consigli del giorno dopo, ma nessuno che veda l’Ilva per quello che effettivamente è. Non il peggiore o il migliore film della catastrofe. Non il mostro che erutta fuoco e morte, l’immagine futurista di un pianeta di Avatar che un giorno ci inghiottirà tutti nell’apocalisse dell’unica terra che avevamo e non abbiamo saputo difendere. 

Ma l’Ilva è un monumento del lavoro del Sud, carne viva di visi scavati, sguardi spaventati, epopea di pendolari: metafora di una condizione del Sud divisa fra la necessità e il rifiuto, psicologia di chi ogni giorno passa quei cancelli aspettando il momento di uscirne ma che mai e poi mai si sognerebbe di perdere il lavoro per una coscienza di classe. E’ lo stesso Sud delle sarte-schiave di Barletta che, dopo il crollo del palazzo e la morte di quattro compagne, invece di fuggire si chiedevano: e ora, chi ce lo dà il lavoro? Bene, questo Sud ancòra una volta è rimasto solo, al di là delle estive parole di circostanza. Non c’è politico, perlomeno del Sud, anzi meno che mai del Sud, che ne abbia colto il dramma per far capire quante altre piccole Ilva ci sono al Sud. Nel senso di quanto lavoro serva al Sud, se per difendere con unghie e con denti quello che si ha ci si può ammalare per le disattenzioni di chi per troppo tempo ha chiuso gli occhi. E però ora c’è lo “spread”, l’attacco all’Italia e occorre difendersi. 

Prima c’era la Questione Settentrionale e occorreva dare soddisfazione a Bossi e ai suoi ladroni. Prima ancòra c’erano i sacrifici per chissà cos’altro, e poi al Sud si davano i soldi e i suoi politici ne erano contenti, potevano distribuirli in cambio di voti. Anzi ora i governi dicono di darli e poi li dirottano altrove. Facciamoci caso: non c’è un programma elettorale, di quelli di nuovi partiti e movimenti che si presentano come fuoco purificatore, che parli del Sud. Controllare l’ultimo dei mille, quello titolato “Fer mare il declino”. Eppure il declino si ferma sviluppando ciò che è meno sviluppato: il Sud appunto, che non salva solo se stesso ma l’intero Paese.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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di LINO PATRUNO
Da un lato ci sono operai che dicono: meglio un tumore fra venti anni che far morire di fame oggi i miei figli. Dall’altro, i soliti cattivi maestri lontani mille miglia dalla realtà e scandalizzati: come, una alleanza strategica fra lavoratori e padrone? Questa è l’Ilva di Taranto nell’anno del Signore 2012. L’Ilva è l’emblema del più grave problema del Sud: il lavoro che non c’è, e per questo difeso a costo di se stessi. Come se difesa del lavoro e difesa della salute non potessero andare d’accordo, non siamo mica nella Cina della dittatura che ammazza lavoratori e ambiente sull’altare del grande balzo economico. Non ci fosse stata la Regione Puglia a combattere contro il colosso tanto isolata da rischiare anche lo scontro con gli operai, ora lì dentro continuerebbero a guadagnarsi la vita consumandosela. Tanto, la gloriosa politica italiana ha continuato a pensare come sempre ad altro: ora pensa a un sistema elettorale non migliore per il Paese, ma migliore per non andarsene mai. 

Ovvio che nel vuoto sia stata tirata per i capelli la magistratura, a tentare di risolvere un problema che spettava ad altri. Ma l’Ilva, che pure oggi il Sud deve nonostante tutto tenersi strettissima, è anche l’emblema di una fra le tante scelte sbagliate per il Sud, anzi contro il Sud. Quando si decise di accelerarne l’industrializzazione, si pensò di puntare su facilitazioni per le piccole e medie imprese, quelle che con meno capitale producono più lavoro. Ma ci fu la rivolta delle Confindustrie del Nord: mai avrebbero consentito che al Sud nascesse una concorrenza a loro. Così si decise per impianti che divoravano molto più capitale di quanto lavoro producessero: l’esatto contrario di ciò che serviva al Sud. Che non aveva capitali ma lavoratori in cerca di lavoro. Impianti di industria cosiddetta di base, industria pesante che al Nord non volevano (troppo inquinante) ma che al Nord serviva per la materia prima dei suoi prodotti. 

Sud come Terzo Mondo: si massacri di fumi e veleni e ci dia l’acciaio per le nostre auto, i nostri frigoriferi, i nostri cucchiai e forchette che poi rivendiamo a loro stessi tenendoci però il guadagno. Di quel Grande Inganno, ciminiere al cielo per farne scendere benedizione, le guerre del petrolio degli anni Settanta-Ottanta e le crisi finanziarie hanno lasciato al Sud un cumulo di macerie tranne l’Ilva.

Anche l’acciaio di Stato sarebbe stato spazzato via come la chimica e (in parte) la raffinazione del petrolio se l’Italsider non fosse passata a un ruvido e deciso privato diventando Ilva. Ma diventandone anche tanto sangue e corpo, che Taranto non sopravviverebbe a una sua scomparsa, e non solo Taranto. Non piacerà ai puri e duri della sinistra irreale e dell’ambientalismo del no a tutto, ma è così. Eppure, nel surrealismo demenziale della politica italiana, tutti sono prodighi di pensosi consigli del giorno dopo, ma nessuno che veda l’Ilva per quello che effettivamente è. Non il peggiore o il migliore film della catastrofe. Non il mostro che erutta fuoco e morte, l’immagine futurista di un pianeta di Avatar che un giorno ci inghiottirà tutti nell’apocalisse dell’unica terra che avevamo e non abbiamo saputo difendere. 

Ma l’Ilva è un monumento del lavoro del Sud, carne viva di visi scavati, sguardi spaventati, epopea di pendolari: metafora di una condizione del Sud divisa fra la necessità e il rifiuto, psicologia di chi ogni giorno passa quei cancelli aspettando il momento di uscirne ma che mai e poi mai si sognerebbe di perdere il lavoro per una coscienza di classe. E’ lo stesso Sud delle sarte-schiave di Barletta che, dopo il crollo del palazzo e la morte di quattro compagne, invece di fuggire si chiedevano: e ora, chi ce lo dà il lavoro? Bene, questo Sud ancòra una volta è rimasto solo, al di là delle estive parole di circostanza. Non c’è politico, perlomeno del Sud, anzi meno che mai del Sud, che ne abbia colto il dramma per far capire quante altre piccole Ilva ci sono al Sud. Nel senso di quanto lavoro serva al Sud, se per difendere con unghie e con denti quello che si ha ci si può ammalare per le disattenzioni di chi per troppo tempo ha chiuso gli occhi. E però ora c’è lo “spread”, l’attacco all’Italia e occorre difendersi. 

Prima c’era la Questione Settentrionale e occorreva dare soddisfazione a Bossi e ai suoi ladroni. Prima ancòra c’erano i sacrifici per chissà cos’altro, e poi al Sud si davano i soldi e i suoi politici ne erano contenti, potevano distribuirli in cambio di voti. Anzi ora i governi dicono di darli e poi li dirottano altrove. Facciamoci caso: non c’è un programma elettorale, di quelli di nuovi partiti e movimenti che si presentano come fuoco purificatore, che parli del Sud. Controllare l’ultimo dei mille, quello titolato “Fer mare il declino”. Eppure il declino si ferma sviluppando ciò che è meno sviluppato: il Sud appunto, che non salva solo se stesso ma l’intero Paese.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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mercoledì 25 luglio 2012

Le otto stanchezze della gente del sud






di Lino Patruno

Quante ne vorrebbe dire la gente del Sud mentre a fare le rivoluzioni elettorali sono sempre gli altri. Prima la Lega Nord, putrefatta in quel “familismo amorale” rinfacciato al solo Sud: a rubacchiare soldi pubblici per dare la paghetta ai figli di Bossi sono stati loro non qualche onorevole Gennaro Esposito napoletano. Dopo la Lega, Grillo, che senza badare a parolacce spazza via tutti i cadaveri ambulanti della politica. Tranne che la gente del Sud non voglia considerare una rivoluzione la rielezione (per la quarta volta, ripetiamo: quarta volta) di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo. 

Tanto per cominciare, anche la gente del Sud vorrebbe che sparissero le eterne mummie messe lì dagli stessi che promettono facce nuove. Chi candidare a sindaco?

Chiaro, uno che è già stato (se non lo è ancòra) presidente della Provincia. Ci sono (nella stessa Puglia) sindaci che sono anche consiglieri di qualcos’altro: devono essere fenomeni. Chi candidare alla Regione? Chiaro, chi è stato sindaco o consigliere da qualche parte o presidente, via, di una municipalizzata. Il nuovo che avanza. Ma cosa c’entrano poi i politici coi bus, le Asl, i teatri, i cassonetti dei rifiuti dove spadroneggiano? 

Due. La gente del Sud vorrebbe che si fosse assunti perché si è bravi e non amici di qualcuno, per talento non per cognome. Non vorrebbe sentir più parlare del clientelismo, la necessità di avere più conoscenze che competenze. Non vorrebbe più vedere concorsi annunciati tre giorni prima e con regolamenti ritagliati per vincitori già stabiliti, ti posso già dire il nome che uscirà. Poi ci si lamenta che in Italia i ragazzi cominciano a disertare l’università, e già in Europa siamo quelli che ci vanno meno: studiare può essere una perdita di tempo più che un vantaggio. 

Tre. La gente del Sud è stanca di tutti i mammasantissima di servizi pubblici che non funzionano. E’ stanca di sentirsi dire che in un ospedale c’è la solita carenza di organico quando per la sanità si spende oltre l’ottanta per cento dei soldi delle regioni. La gente del Sud è stanca delle liste d’attesa per una ecografia o una mammografia: possono dare tutte le spiegazioni di questo mondo, ma io voglio fare l’esame senza dover andare alla clinica privata, e se non sei capace di farmelo fare, te ne vai. 

Quattro. La gente del Sud è stanca di sentir parlare di sprechi di denaro pubblico (e poi essere massacrata di tasse). E’ stanca di veder spendere i suoi soldi, mettiamo, per un concerto che non cambia né il mondo né il Sud e vedere le prime file col cartello “riservato autorità”. E’ stanca di vedere opere pubbliche iniziate e mai finite e senza che qui il cartello ci sia: stiamo facendo questo, finiremo quando, costa tanto, i soldi vengono da qui. E’ stanca di vedere ospedali pronti da anni ma da anni abbandonati. E’ stanca di leggere che certi ospedali rimangono aperti più per i dipendenti (ed elettori) che hanno comprato la casa di fronte che per i pazienti. 

Cinque. La gente del Sud è stanca di dover aspettare anni per una autorizzazione, una firma, un parere conforme, una perizia tecnica, una agibilità, una licenza. Soprattutto quando sa che c’è un eccesso di dipendenti pubblici e, papale papale, non riesce a capire cosa facciano. La gente del Sud è stanca di dover frequentare più i corridoi degli assessorati che la sua azienda. E’ stanca di dover perdere mezze giornate per pagare una bolletta ed essere anche trattata a pesci in faccia. E’ stanca di vedersi fissata al marzo 2013 la prima (la prima) udienza di una causa per farsi pagare da chi non l’ha pagata. 

Sei. La gente del Sud è stanca di essere accusata di scarso senso civico magari da amministratori affetti da mancanza di senso morale. E’ stanca di segnalare e sentirsi rispondere “stiamo provvedendo”. E’ stanca di segnalare e sentirsi rispondere “ma qui siamo al Sud”. E’ stanca di vedere una panchina rotta lasciata rotta a vita come un monumento, anche se il vandalo è un imbecille. 

Sette. La gente del Sud è stanca di sentirsi ripetere da tutti che il Paese non cresce se non cresce il Sud. E’ stanca di vedere i suoi figli che continuano ad andar via perché, nell’attesa che il Sud possa crescere, il lavoro non c’è e non tu puoi tenere un figlio a casa a mandare ogni giorno curriculum. 

Otto. La gente del Sud è stanca di vedere le rivoluzioni elettorali altrui ma è troppo impegnata a cavarsela oggi, e domani di nuovo. E’ stanca anche di se stessa, di voler cambiare ma di non cambiare. Certo, non sono stati per niente belli i fischi all’inno nazionale prima della finale di Coppa Italia fra Napoli e Juventus. Venivano dai tifosi napoletani e c’entravano poco col calcio. Il Napoli è stato multato mentre Bossi, che la bandiera tricolore la usava come carta igienica, lo hanno fatto ministro. Si è sudisti anche nei fischi.


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno.

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di Lino Patruno

Quante ne vorrebbe dire la gente del Sud mentre a fare le rivoluzioni elettorali sono sempre gli altri. Prima la Lega Nord, putrefatta in quel “familismo amorale” rinfacciato al solo Sud: a rubacchiare soldi pubblici per dare la paghetta ai figli di Bossi sono stati loro non qualche onorevole Gennaro Esposito napoletano. Dopo la Lega, Grillo, che senza badare a parolacce spazza via tutti i cadaveri ambulanti della politica. Tranne che la gente del Sud non voglia considerare una rivoluzione la rielezione (per la quarta volta, ripetiamo: quarta volta) di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo. 

Tanto per cominciare, anche la gente del Sud vorrebbe che sparissero le eterne mummie messe lì dagli stessi che promettono facce nuove. Chi candidare a sindaco?

Chiaro, uno che è già stato (se non lo è ancòra) presidente della Provincia. Ci sono (nella stessa Puglia) sindaci che sono anche consiglieri di qualcos’altro: devono essere fenomeni. Chi candidare alla Regione? Chiaro, chi è stato sindaco o consigliere da qualche parte o presidente, via, di una municipalizzata. Il nuovo che avanza. Ma cosa c’entrano poi i politici coi bus, le Asl, i teatri, i cassonetti dei rifiuti dove spadroneggiano? 

Due. La gente del Sud vorrebbe che si fosse assunti perché si è bravi e non amici di qualcuno, per talento non per cognome. Non vorrebbe sentir più parlare del clientelismo, la necessità di avere più conoscenze che competenze. Non vorrebbe più vedere concorsi annunciati tre giorni prima e con regolamenti ritagliati per vincitori già stabiliti, ti posso già dire il nome che uscirà. Poi ci si lamenta che in Italia i ragazzi cominciano a disertare l’università, e già in Europa siamo quelli che ci vanno meno: studiare può essere una perdita di tempo più che un vantaggio. 

Tre. La gente del Sud è stanca di tutti i mammasantissima di servizi pubblici che non funzionano. E’ stanca di sentirsi dire che in un ospedale c’è la solita carenza di organico quando per la sanità si spende oltre l’ottanta per cento dei soldi delle regioni. La gente del Sud è stanca delle liste d’attesa per una ecografia o una mammografia: possono dare tutte le spiegazioni di questo mondo, ma io voglio fare l’esame senza dover andare alla clinica privata, e se non sei capace di farmelo fare, te ne vai. 

Quattro. La gente del Sud è stanca di sentir parlare di sprechi di denaro pubblico (e poi essere massacrata di tasse). E’ stanca di veder spendere i suoi soldi, mettiamo, per un concerto che non cambia né il mondo né il Sud e vedere le prime file col cartello “riservato autorità”. E’ stanca di vedere opere pubbliche iniziate e mai finite e senza che qui il cartello ci sia: stiamo facendo questo, finiremo quando, costa tanto, i soldi vengono da qui. E’ stanca di vedere ospedali pronti da anni ma da anni abbandonati. E’ stanca di leggere che certi ospedali rimangono aperti più per i dipendenti (ed elettori) che hanno comprato la casa di fronte che per i pazienti. 

Cinque. La gente del Sud è stanca di dover aspettare anni per una autorizzazione, una firma, un parere conforme, una perizia tecnica, una agibilità, una licenza. Soprattutto quando sa che c’è un eccesso di dipendenti pubblici e, papale papale, non riesce a capire cosa facciano. La gente del Sud è stanca di dover frequentare più i corridoi degli assessorati che la sua azienda. E’ stanca di dover perdere mezze giornate per pagare una bolletta ed essere anche trattata a pesci in faccia. E’ stanca di vedersi fissata al marzo 2013 la prima (la prima) udienza di una causa per farsi pagare da chi non l’ha pagata. 

Sei. La gente del Sud è stanca di essere accusata di scarso senso civico magari da amministratori affetti da mancanza di senso morale. E’ stanca di segnalare e sentirsi rispondere “stiamo provvedendo”. E’ stanca di segnalare e sentirsi rispondere “ma qui siamo al Sud”. E’ stanca di vedere una panchina rotta lasciata rotta a vita come un monumento, anche se il vandalo è un imbecille. 

Sette. La gente del Sud è stanca di sentirsi ripetere da tutti che il Paese non cresce se non cresce il Sud. E’ stanca di vedere i suoi figli che continuano ad andar via perché, nell’attesa che il Sud possa crescere, il lavoro non c’è e non tu puoi tenere un figlio a casa a mandare ogni giorno curriculum. 

Otto. La gente del Sud è stanca di vedere le rivoluzioni elettorali altrui ma è troppo impegnata a cavarsela oggi, e domani di nuovo. E’ stanca anche di se stessa, di voler cambiare ma di non cambiare. Certo, non sono stati per niente belli i fischi all’inno nazionale prima della finale di Coppa Italia fra Napoli e Juventus. Venivano dai tifosi napoletani e c’entravano poco col calcio. Il Napoli è stato multato mentre Bossi, che la bandiera tricolore la usava come carta igienica, lo hanno fatto ministro. Si è sudisti anche nei fischi.


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno.

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