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sabato 23 giugno 2012
Risposta da Sud alla gaffe milanese...
Se la Milano di Pisapia si è tirata indietro dal concedere la cittadinanza onoraria al Dalai Lama ( i più maligni sostengono che la proposta sia stata ritirata perchè la Cina avrebbe minacciato di disertare l'Expo 2015), la lucana Matera, patrimonio dell'Unesco ''e' pronta a conferire la cittadinanza onoraria'' alla più alta autorità teocratica del Tibet, che sara' nella citta' lucana domenica prossima, 24 giugno.
La città dei sassi, che Mel Gibson trasformò nel set della Passione del suo Cristo, è candidata a capitale europea della cultura per il 2019 ed annovera tra i suoi cittadini onorari anche Michail Gorbaciov.
Matera dunque città di pace e tolleranza, dove ancora i principi e le idee sovrastano l'olezzo nauseabondo del vitello d'oro. Alla faccia dei ricatti pechinesi.
Fonte : il Lazzaro www.blog.libero.it
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Se la Milano di Pisapia si è tirata indietro dal concedere la cittadinanza onoraria al Dalai Lama ( i più maligni sostengono che la proposta sia stata ritirata perchè la Cina avrebbe minacciato di disertare l'Expo 2015), la lucana Matera, patrimonio dell'Unesco ''e' pronta a conferire la cittadinanza onoraria'' alla più alta autorità teocratica del Tibet, che sara' nella citta' lucana domenica prossima, 24 giugno.
La città dei sassi, che Mel Gibson trasformò nel set della Passione del suo Cristo, è candidata a capitale europea della cultura per il 2019 ed annovera tra i suoi cittadini onorari anche Michail Gorbaciov.
Matera dunque città di pace e tolleranza, dove ancora i principi e le idee sovrastano l'olezzo nauseabondo del vitello d'oro. Alla faccia dei ricatti pechinesi.
Fonte : il Lazzaro www.blog.libero.it
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Nuovo referente PdSUD in Alta Terra di Lavoro!
Il Partito del Sud ha un nuovo referente in "Alta Terra di Lavoro", per i comuni di Castelforte-SS.Cosma e Damiano, il referente è Antonio Rosato. E' possibile scrivere a:
castelforte@partitodelsud.eu
In bocca al lupo ad Antonio per la costituzione a breve di una nuova sezione e per trovare nuovi referenti in una zona che è storicamente "Sud" anche se oggi fa parte amministrativamente della Regione Lazio, in quanto faceva parte della provincia di Terra di Lavoro del Regno delle Due Sicilie.
Il Segretario Organizzativo Nazionale PdSUD
Enzo Riccio
Il Partito del Sud ha un nuovo referente in "Alta Terra di Lavoro", per i comuni di Castelforte-SS.Cosma e Damiano, il referente è Antonio Rosato. E' possibile scrivere a:
castelforte@partitodelsud.eu
In bocca al lupo ad Antonio per la costituzione a breve di una nuova sezione e per trovare nuovi referenti in una zona che è storicamente "Sud" anche se oggi fa parte amministrativamente della Regione Lazio, in quanto faceva parte della provincia di Terra di Lavoro del Regno delle Due Sicilie.
Il Segretario Organizzativo Nazionale PdSUD
Enzo Riccio
giovedì 21 giugno 2012
Il nemico giurato di Garibaldi fiero detenuto alla Linguella
Fu generale dei briganti contro l’esercito piemontese, antieroe dimenticato
di Gian Ugo BertiFonte: Il Tirreno
Leggi tutto »
di Gian Ugo BertiFonte: Il Tirreno
PORTOFERRAIO. Ci voleva uno sceneggiato televisivo, andato in onda alcuni mesi fa, per farlo di nuovo conoscere agli italiani. Siamo però certi che, già oggi, tanti, troppi, se lo sono scordato come avvenuto dopo altre iniziative. Eppure Carmine Crocco detto Donatello, dal nome del nonno paterno Donato, con il grado di “generale” combattè fieramente contro Giuseppe Garibaldi e l’esercito piemontese per difendere la propria terra. Venne sconfitto, ma ciò non rappresenta un motivo sufficiente - crediamo – per azzerarne la memoria. Forse perchè è anche più noto come il “bandito di Lucania”.
Nessuno lo nega, nemmeno lui nell’autobiografia. I delitti e le efferatezze di cui s’è macchiato si commentano da soli. Ma una critica storica oggettiva (non facile da tramandare alle nuove generazioni, anche se sono trascorsi 107 anni dalla scomparsa), pur tenendo conto di questi aspetti assai diversi, della sua esistenza, non può volutamente cancellarlo. Comunque lo si voglia inquadrare è stato un protagonista delle vicende, non sempre chiare, del nostro Risorgimento.
Crocco non è stato il solo, né sarà l’ultimo ad affrontare sentenze dei posteri discordanti, ma il fatto che i libri scolastici di storia, dove la coscienza dei giovani è più facilmente plasmabile, non ne facciano menzione, rappresenta un elemento di partenza tutt’altro che obiettivo ed attendibile, certo una presa di posizione che sa di scelta di campo. Già la notizia della scomparsa non venne riportata dalla stampa dell’epoca. Non che se ne dovesse parlare della morte d’un bandito ergastolano. L’evento, giornalisticamente, poteva non costituire motivo di particolare interesse per la cronaca, soprattutto a così ampia distanza di tempo da quegli avvenimenti. In ogni caso, si trattava della conclusione d’ un percorso che aveva a lungo segnato la storia dell’unità d’Italia. Un compromesso però lo si potrebbe oggi trovare in un duplice gioco di parole: non è stato un bandito comune, né un comune rivoluzionario. La sua figura è in pratica espressione, forse tra le più forti come personalità e carisma, del brigatismo meridionale sorto come reazione ad un potere, quello sabaudo, che prima ha illuso e promesso, poi di fatto ha tradito, considerando questi patrioti come delinquenti, dei fuorilegge. Da qui, la loro volontà di costituire con ogni mezzo un’autonomia a difesa delle proprie tradizioni e della propria cultura.
Potremo definirli come vittime della logica politica, che prima li ha usati per contrastare e superare i Borboni nel nome d’una effimera, ma credibile uguaglianza, quindi ha di fatto mantenuto la situazione sociale precedente. A quel punto, per loro, l’esercito piemontese non appare più sinonimo di liberazione, bensì d’occupazione. Ed ecco che s’accende la scintilla della rivolta e la ricerca d’un alleato, come appunto i Borboni, gli antichi padroni, in quel frangente soltanto il male minore. Ciò che ne scaturisce, non può essere che la naturale conseguenza d’una forzata unione di genti, profondamente diverse, che la politica ha voluto unificare, alla faccia delle radici storiche di ogni singola popolazione. Inascoltato, all’epoca, fu in particolare Carlo Cattaneo – tra i più lungimiranti e duttili interpreti d’una situazione così fragile e delicata - quando parlava della opportunità di creare una federazione di Stati, ciascuna con le proprie autonomie, nel contesto d’un governo centrale.
Abbiamo accennato alla crudeltà di Crocco e dei suoi uomini. Niente di più vero: 67 omicidi,7 tentati omicidi,4 attentati all’ordine pubblico,5 ribellioni, 20 estorsioni, 15 incendi di case e biche con un danno economico di oltre 1 milione e duecentomila lire.
Le motivazioni della sentenza di morte non sono da meno come omicidio volontario, formazione di banda armata,grassazione, sequestro di persona e ribellione contro lo Stato. Ma quale Stato, ci si deve chiedere? Quello che ha chiesto il suo aiuto contro i Borboni e che non è andato troppo per il sottile nel reclutare uomini e formare un vero e proprio esercito oppure quello che ha voluto eliminarlo perché diventato ormai scomodo e pericoloso per l’opinione pubblica italiana ed internazionale? Si parla in particolare di soprusi e torture, ma le testimonianze riferiscono atrocità compiute da entrambe le parti, senza esclusione di colpi. Accanto ai briganti combattevano anche le donne e le loro donne, alla pari, vivendo alla macchia, abbandonando case e famiglie, immolandosi per i loro ideali. Ebbene torture ed infamie vennero compiute su di loro ed i loro cadaveri, esposti al ludibrio della gente a scopo d’immagine intimidatoria.
La guerra è guerra, da qualunque parte la si voglia vedere e, dai numeri, si trattò d’una guerra civile. Lapidaria in tal senso fu la risposta del generale dei bersaglieri, La Marmora, alla commissione parlamentare d’inchiesta: «In tre anni abbiamo fucilato 7151 briganti, altro non so e non posso dire».
Lo storico Valentino Romano scrive: «Più che d’un esercito unificatore, s’è trattato d’un esercito occupatore. A farne le spese sono state soprattutto le classi umili, non certo i galantuomini, cioè i veri fomentatori della rivolta, che se ne uscirono tutti per il rotto della cuffia, riuscendo a dimostrare un’innocenza che non avevano». Ancor oggi per la gente del meridione, Crocco è e rimane un eroe perché era uno di loro e per la loro terra s’è battuto, contro le ingiustizie sociali da qualunque parte fossero commesse.
C’è l’eroe istituzionale, quello cioè che gli Stati considerano tale per un’azione portata a compimento a favore di altri, anche con il sacrificio della vita. C’è poi l’eroe popolare, un mito, al di là del tempo, perché ha compiuto qualcosa di unico che, poi, è andato alimentandosi sulle ali della leggenda. Se i morti della guerra sono dunque tutti uguali, perché nessuno tornerà alle proprie famiglie, vincitori o vinti, bisogna spiegare alle giovani generazioni che anche gli eroi, proprio per quello in cui hanno creduto e vissuto, sono uguali.
I se ed i ma, lasciano il tempo che trovano e la storia, quella vera, anche con due opposte verità, andrebbe parimenti riscritta ogni volta, senza falsi pudori. Se i morti dunque non parlano, sta ai vivi tramandarne la memoria, anche davanti alla verità più dura e crudele.
Così che, coloro i quali s’apprestino a vivere la propria vita, sappiano riflettere e giudicare. Ed il primo passo in tal senso è l’istruzione scolastica, come mezzo d’informazione obiettiva ed, a conti fatti, coraggiosa. Altrimenti le guerre esisteranno sempre con l’illusione di cambiare anche se tutto, alla fine, rimarrà uguale.
Fonte: Il Tirreno
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Fu generale dei briganti contro l’esercito piemontese, antieroe dimenticato
di Gian Ugo BertiFonte: Il Tirreno
di Gian Ugo BertiFonte: Il Tirreno
PORTOFERRAIO. Ci voleva uno sceneggiato televisivo, andato in onda alcuni mesi fa, per farlo di nuovo conoscere agli italiani. Siamo però certi che, già oggi, tanti, troppi, se lo sono scordato come avvenuto dopo altre iniziative. Eppure Carmine Crocco detto Donatello, dal nome del nonno paterno Donato, con il grado di “generale” combattè fieramente contro Giuseppe Garibaldi e l’esercito piemontese per difendere la propria terra. Venne sconfitto, ma ciò non rappresenta un motivo sufficiente - crediamo – per azzerarne la memoria. Forse perchè è anche più noto come il “bandito di Lucania”.
Nessuno lo nega, nemmeno lui nell’autobiografia. I delitti e le efferatezze di cui s’è macchiato si commentano da soli. Ma una critica storica oggettiva (non facile da tramandare alle nuove generazioni, anche se sono trascorsi 107 anni dalla scomparsa), pur tenendo conto di questi aspetti assai diversi, della sua esistenza, non può volutamente cancellarlo. Comunque lo si voglia inquadrare è stato un protagonista delle vicende, non sempre chiare, del nostro Risorgimento.
Crocco non è stato il solo, né sarà l’ultimo ad affrontare sentenze dei posteri discordanti, ma il fatto che i libri scolastici di storia, dove la coscienza dei giovani è più facilmente plasmabile, non ne facciano menzione, rappresenta un elemento di partenza tutt’altro che obiettivo ed attendibile, certo una presa di posizione che sa di scelta di campo. Già la notizia della scomparsa non venne riportata dalla stampa dell’epoca. Non che se ne dovesse parlare della morte d’un bandito ergastolano. L’evento, giornalisticamente, poteva non costituire motivo di particolare interesse per la cronaca, soprattutto a così ampia distanza di tempo da quegli avvenimenti. In ogni caso, si trattava della conclusione d’ un percorso che aveva a lungo segnato la storia dell’unità d’Italia. Un compromesso però lo si potrebbe oggi trovare in un duplice gioco di parole: non è stato un bandito comune, né un comune rivoluzionario. La sua figura è in pratica espressione, forse tra le più forti come personalità e carisma, del brigatismo meridionale sorto come reazione ad un potere, quello sabaudo, che prima ha illuso e promesso, poi di fatto ha tradito, considerando questi patrioti come delinquenti, dei fuorilegge. Da qui, la loro volontà di costituire con ogni mezzo un’autonomia a difesa delle proprie tradizioni e della propria cultura.
Potremo definirli come vittime della logica politica, che prima li ha usati per contrastare e superare i Borboni nel nome d’una effimera, ma credibile uguaglianza, quindi ha di fatto mantenuto la situazione sociale precedente. A quel punto, per loro, l’esercito piemontese non appare più sinonimo di liberazione, bensì d’occupazione. Ed ecco che s’accende la scintilla della rivolta e la ricerca d’un alleato, come appunto i Borboni, gli antichi padroni, in quel frangente soltanto il male minore. Ciò che ne scaturisce, non può essere che la naturale conseguenza d’una forzata unione di genti, profondamente diverse, che la politica ha voluto unificare, alla faccia delle radici storiche di ogni singola popolazione. Inascoltato, all’epoca, fu in particolare Carlo Cattaneo – tra i più lungimiranti e duttili interpreti d’una situazione così fragile e delicata - quando parlava della opportunità di creare una federazione di Stati, ciascuna con le proprie autonomie, nel contesto d’un governo centrale.
Abbiamo accennato alla crudeltà di Crocco e dei suoi uomini. Niente di più vero: 67 omicidi,7 tentati omicidi,4 attentati all’ordine pubblico,5 ribellioni, 20 estorsioni, 15 incendi di case e biche con un danno economico di oltre 1 milione e duecentomila lire.
Le motivazioni della sentenza di morte non sono da meno come omicidio volontario, formazione di banda armata,grassazione, sequestro di persona e ribellione contro lo Stato. Ma quale Stato, ci si deve chiedere? Quello che ha chiesto il suo aiuto contro i Borboni e che non è andato troppo per il sottile nel reclutare uomini e formare un vero e proprio esercito oppure quello che ha voluto eliminarlo perché diventato ormai scomodo e pericoloso per l’opinione pubblica italiana ed internazionale? Si parla in particolare di soprusi e torture, ma le testimonianze riferiscono atrocità compiute da entrambe le parti, senza esclusione di colpi. Accanto ai briganti combattevano anche le donne e le loro donne, alla pari, vivendo alla macchia, abbandonando case e famiglie, immolandosi per i loro ideali. Ebbene torture ed infamie vennero compiute su di loro ed i loro cadaveri, esposti al ludibrio della gente a scopo d’immagine intimidatoria.
La guerra è guerra, da qualunque parte la si voglia vedere e, dai numeri, si trattò d’una guerra civile. Lapidaria in tal senso fu la risposta del generale dei bersaglieri, La Marmora, alla commissione parlamentare d’inchiesta: «In tre anni abbiamo fucilato 7151 briganti, altro non so e non posso dire».
Lo storico Valentino Romano scrive: «Più che d’un esercito unificatore, s’è trattato d’un esercito occupatore. A farne le spese sono state soprattutto le classi umili, non certo i galantuomini, cioè i veri fomentatori della rivolta, che se ne uscirono tutti per il rotto della cuffia, riuscendo a dimostrare un’innocenza che non avevano». Ancor oggi per la gente del meridione, Crocco è e rimane un eroe perché era uno di loro e per la loro terra s’è battuto, contro le ingiustizie sociali da qualunque parte fossero commesse.
C’è l’eroe istituzionale, quello cioè che gli Stati considerano tale per un’azione portata a compimento a favore di altri, anche con il sacrificio della vita. C’è poi l’eroe popolare, un mito, al di là del tempo, perché ha compiuto qualcosa di unico che, poi, è andato alimentandosi sulle ali della leggenda. Se i morti della guerra sono dunque tutti uguali, perché nessuno tornerà alle proprie famiglie, vincitori o vinti, bisogna spiegare alle giovani generazioni che anche gli eroi, proprio per quello in cui hanno creduto e vissuto, sono uguali.
I se ed i ma, lasciano il tempo che trovano e la storia, quella vera, anche con due opposte verità, andrebbe parimenti riscritta ogni volta, senza falsi pudori. Se i morti dunque non parlano, sta ai vivi tramandarne la memoria, anche davanti alla verità più dura e crudele.
Così che, coloro i quali s’apprestino a vivere la propria vita, sappiano riflettere e giudicare. Ed il primo passo in tal senso è l’istruzione scolastica, come mezzo d’informazione obiettiva ed, a conti fatti, coraggiosa. Altrimenti le guerre esisteranno sempre con l’illusione di cambiare anche se tutto, alla fine, rimarrà uguale.
Fonte: Il Tirreno
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Un anno di Giunta de Magistris: Napoli cambia passo
https://www.youtube.com/watch?v=gGG5x8SQwgM&feature=player_embedded
I primi risultati che hanno cambiato il volto della città.
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I primi risultati che hanno cambiato il volto della città.

Napo, Nauno, Toc, Marrucinum - L'invasione delle "monete locali"
Diverse amministrazioni stanno emettendo buoni sconto al portatore per legare i consumatori ai negozi del territorio. Una reazione creativa alla crisi dei consumi
di FABIO TONACCI e FEDERICA ANGELI
ROMA - Settanta milioni di Napo stanno per invadere Napoli. In Trentino i Nauno hanno colonizzato la Val di Non e la Val di Sole. Gli Scec hanno già conquistato città importanti, da Roma a Crotone, da Firenze a Terni. I Toc si sono insediati a Pordenone, il Marrucinum a Chieti. Banconote "aliene" dai nomi che sembrano scritti dagli sceneggiatori di Star Trek si stanno diffondendo in tutta la penisola. Impropriamente definite monete locali, sono in realtà buoni sconti al portatore, tagliandi stampati con disegni suggestivi e il controvalore in euro. Napo, Kro, Scec, Tau, Thyrus, Toc. L'alfabeto della nuova economia, il tentativo autogestito di reagire alla crisi dei consumi e tenere agganciati i soldi, quelli veri, al territorio.
70 MILIONI DI NAPO
L'ultimo nato è anche il più interessante. La giunta del sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha ideato il progetto Napo. Il prossimo autunno stamperà e consegnerà a ciascuna famiglia virtuosa, cioè in regola con le tasse, un pacchetto di 250 Napo dal valore virtuale di 250 euro. Virtuale perché non possono essere incassati, sono validi nei negozi e negli studi professionali convenzionati del circuito. Sono buoni sconto del 10 per cento, al portatore. L'amministrazione napoletana, che ha lanciato un concorso di idee aperto fino al 10 agosto per scegliere i disegni da mettere sui tagli da 1, 2, 5 e 10 Napo (devono essere luoghi simbolo della città), conta di metterne in circolazione entro l'anno almeno 70 milioni. Un volume mai raggiunto in Italia per questo tipo d'esperienze.
L'ultimo nato è anche il più interessante. La giunta del sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha ideato il progetto Napo. Il prossimo autunno stamperà e consegnerà a ciascuna famiglia virtuosa, cioè in regola con le tasse, un pacchetto di 250 Napo dal valore virtuale di 250 euro. Virtuale perché non possono essere incassati, sono validi nei negozi e negli studi professionali convenzionati del circuito. Sono buoni sconto del 10 per cento, al portatore. L'amministrazione napoletana, che ha lanciato un concorso di idee aperto fino al 10 agosto per scegliere i disegni da mettere sui tagli da 1, 2, 5 e 10 Napo (devono essere luoghi simbolo della città), conta di metterne in circolazione entro l'anno almeno 70 milioni. Un volume mai raggiunto in Italia per questo tipo d'esperienze.
Il senso del progetto Napo, che poi è anche quello che sta alla base di tutti i buoni sconto locali, lo racconta chi quel progetto l'ha promosso, l'assessore al Commercio Marco Esposito: "Così rilanceremo il commercio locale - sostiene - portando spesa nella nostra comunità. Nei negozi associati si farà la spesa pagandola per il 90 per cento del prezzo in euro, e per il 10 per cento in Napo. Il venditore che accetta i Napo, li riutilizzerà a sua volta in altri esercizi del circuito". Un modo per fidelizzare il cliente, dunque, perché si acquista sicuri dello sconto. Ma è anche un modo per "strappare" un po' di consumatori agli ipermercati, riportandoli nei negozi del vicinato.
L'idea di Esposito fa un passo ulteriore: "I commercianti che accumulano i buoni, potranno usarli per partecipare ad iniziative di arredo urbano del Comune, beneficiando quindi di un miglioramento del loro quartiere. Ad esempio, se abbiamo la possibilità di sistemare mille panchine, lo faremo nelle aree dove ci saranno più Napo riconsegnati". Napo che, specifica l'assessore, si potranno utilizzare solo in città.
L'ARCIPELAGO SCEC
La "moneta di De Magistris", come è già stata ribattezzata, si ispira al modello Scec, i buoni sconto locali in tagli da 0.50, 1, 2, 10, 20 e 50 euro ideati sempre a Napoli nel 2007.
L'idea di Esposito fa un passo ulteriore: "I commercianti che accumulano i buoni, potranno usarli per partecipare ad iniziative di arredo urbano del Comune, beneficiando quindi di un miglioramento del loro quartiere. Ad esempio, se abbiamo la possibilità di sistemare mille panchine, lo faremo nelle aree dove ci saranno più Napo riconsegnati". Napo che, specifica l'assessore, si potranno utilizzare solo in città.
L'ARCIPELAGO SCEC
La "moneta di De Magistris", come è già stata ribattezzata, si ispira al modello Scec, i buoni sconto locali in tagli da 0.50, 1, 2, 10, 20 e 50 euro ideati sempre a Napoli nel 2007.
Fonte : www.repubblica.it
Diverse amministrazioni stanno emettendo buoni sconto al portatore per legare i consumatori ai negozi del territorio. Una reazione creativa alla crisi dei consumi
di FABIO TONACCI e FEDERICA ANGELI
ROMA - Settanta milioni di Napo stanno per invadere Napoli. In Trentino i Nauno hanno colonizzato la Val di Non e la Val di Sole. Gli Scec hanno già conquistato città importanti, da Roma a Crotone, da Firenze a Terni. I Toc si sono insediati a Pordenone, il Marrucinum a Chieti. Banconote "aliene" dai nomi che sembrano scritti dagli sceneggiatori di Star Trek si stanno diffondendo in tutta la penisola. Impropriamente definite monete locali, sono in realtà buoni sconti al portatore, tagliandi stampati con disegni suggestivi e il controvalore in euro. Napo, Kro, Scec, Tau, Thyrus, Toc. L'alfabeto della nuova economia, il tentativo autogestito di reagire alla crisi dei consumi e tenere agganciati i soldi, quelli veri, al territorio.
70 MILIONI DI NAPO
L'ultimo nato è anche il più interessante. La giunta del sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha ideato il progetto Napo. Il prossimo autunno stamperà e consegnerà a ciascuna famiglia virtuosa, cioè in regola con le tasse, un pacchetto di 250 Napo dal valore virtuale di 250 euro. Virtuale perché non possono essere incassati, sono validi nei negozi e negli studi professionali convenzionati del circuito. Sono buoni sconto del 10 per cento, al portatore. L'amministrazione napoletana, che ha lanciato un concorso di idee aperto fino al 10 agosto per scegliere i disegni da mettere sui tagli da 1, 2, 5 e 10 Napo (devono essere luoghi simbolo della città), conta di metterne in circolazione entro l'anno almeno 70 milioni. Un volume mai raggiunto in Italia per questo tipo d'esperienze.
L'ultimo nato è anche il più interessante. La giunta del sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha ideato il progetto Napo. Il prossimo autunno stamperà e consegnerà a ciascuna famiglia virtuosa, cioè in regola con le tasse, un pacchetto di 250 Napo dal valore virtuale di 250 euro. Virtuale perché non possono essere incassati, sono validi nei negozi e negli studi professionali convenzionati del circuito. Sono buoni sconto del 10 per cento, al portatore. L'amministrazione napoletana, che ha lanciato un concorso di idee aperto fino al 10 agosto per scegliere i disegni da mettere sui tagli da 1, 2, 5 e 10 Napo (devono essere luoghi simbolo della città), conta di metterne in circolazione entro l'anno almeno 70 milioni. Un volume mai raggiunto in Italia per questo tipo d'esperienze.
Il senso del progetto Napo, che poi è anche quello che sta alla base di tutti i buoni sconto locali, lo racconta chi quel progetto l'ha promosso, l'assessore al Commercio Marco Esposito: "Così rilanceremo il commercio locale - sostiene - portando spesa nella nostra comunità. Nei negozi associati si farà la spesa pagandola per il 90 per cento del prezzo in euro, e per il 10 per cento in Napo. Il venditore che accetta i Napo, li riutilizzerà a sua volta in altri esercizi del circuito". Un modo per fidelizzare il cliente, dunque, perché si acquista sicuri dello sconto. Ma è anche un modo per "strappare" un po' di consumatori agli ipermercati, riportandoli nei negozi del vicinato.
L'idea di Esposito fa un passo ulteriore: "I commercianti che accumulano i buoni, potranno usarli per partecipare ad iniziative di arredo urbano del Comune, beneficiando quindi di un miglioramento del loro quartiere. Ad esempio, se abbiamo la possibilità di sistemare mille panchine, lo faremo nelle aree dove ci saranno più Napo riconsegnati". Napo che, specifica l'assessore, si potranno utilizzare solo in città.
L'ARCIPELAGO SCEC
La "moneta di De Magistris", come è già stata ribattezzata, si ispira al modello Scec, i buoni sconto locali in tagli da 0.50, 1, 2, 10, 20 e 50 euro ideati sempre a Napoli nel 2007.
L'idea di Esposito fa un passo ulteriore: "I commercianti che accumulano i buoni, potranno usarli per partecipare ad iniziative di arredo urbano del Comune, beneficiando quindi di un miglioramento del loro quartiere. Ad esempio, se abbiamo la possibilità di sistemare mille panchine, lo faremo nelle aree dove ci saranno più Napo riconsegnati". Napo che, specifica l'assessore, si potranno utilizzare solo in città.
L'ARCIPELAGO SCEC
La "moneta di De Magistris", come è già stata ribattezzata, si ispira al modello Scec, i buoni sconto locali in tagli da 0.50, 1, 2, 10, 20 e 50 euro ideati sempre a Napoli nel 2007.
Fonte : www.repubblica.it
mercoledì 20 giugno 2012
L'identità rispetto al nazionalismo
di Enzo Riccio
Fonte: Partito del Sud - Roma
Spesso noi del Partito del Sud siamo costretti a ripetere il concetto di meridionalismo "identitario", oltre al concetto di meridionalismo che in genere risulta più semplice spiegare, la cosa forse più complicata è spiegare cosa significa "identità", rispetto a pericolose devianze nazionaliste, che spesso scimmiottano le peggiori esperienza nazionaliste del XX secolo, e vaneggiamenti vari che pensano il mondo si sia fermato nel 1861.
Il concetto di identità è diverso da quello di nazione, una nazione presuppone una comunità che condivide qualcosa di forte con un'aggregazione intorno ad una storia, a volte ad un'etnia e spesso una lingua.
Il Sud è stato caratterizzato, storicamente e non etnicamente, nei secoli scorsi dai tempi di Ruggero il Normanno nel 1100 da due nazioni, quella napolitana e quella siciliana, divise o unite in un unico Stato che come sappiamo è scomparso per una guerra di annessione, una brutale invasione coloniale che dal 1861 ha relegato il Sud a colonia del resto del paese.
Oggi non esiste ne' una nazione napolitana ne' una nazione duosiciliana, prenderne atto vuol dire fare i conti con la realtà lasciando l'"isola che non c'è" alle canzoni di Bennato, sopravvive una nazione siciliana grazie alla natura insulare del territorio e soprattutto alla lingua siciliana oltre che ad una storia specifica di autonomismo, con tratti pure di movimento indipendentista di massa con il MIS e l'EVIS tra il 1943-1946, storia che il resto del Sud non ha mai avuto dopo la rivolta popolare del "brigantaggio" post-unitario tra il 1860 ed il 1870 che fu una vera e propria guerra partigiana.
Altro aspetto fondamentale del Sud continentale è la mancanza di una lingua unica, come avviene per la parte insulare con il siciliano, il napoletano è una lingua riconosciuta dall'UNESCO (ma troppo poco considerata e per anni relegata a dialetto, erroneamente considerata una lingua per ignoranti ed analfabeti) ma non e' diffuso in tutto il territorio, avendo nella Puglia meridionale il salentino e nella Calabria centro-meridionale il calabrese che sono varianti del siciliano. Inoltre le varianti del "napoletano" in Puglia o in Abruzzo, più che nel Lazio meridionale, fanno si che non c'e' una vera e propria unità linguistica nel territorio e per questo basta consultare la carta dei dialetti d'Italia de disponibile sul sito di wikipedia dedicato alla lingua napoletana: http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_napoletana
Per questo motivo credo che per me oggi l'opzione indipendentista sia velleitaria, tanto più senza un forte braccio politico, a meno che non si consideri l'opzione della lotta armata...ma noi siamo per le soluzioni pacifiche e democratiche per la risoluzione dei problemi.
Se non esiste più una nazione del Sud continentale, non vuol dire che non esiste un'identità meridionale e mediterranea che convive con quel "pensiero meridiano" mirabilmente sintetizzato nell'omonimo libro di Franco Cassano.
Identità significa conoscere, o per lo meno intuire, recuperare la propria storia e le proprie radici, non per improbabili rivendicazioni nazionaliste, ma per costruire un paese più giusto. Identità vuol dire superare il concetto di "minorità meridionale" e ribaltare i luoghi comuni a partire dalla verità storica, cioè dal concetto fondamentale che la "questione meridionale" è nata con la "malaunità" d'Italia nel 1861 e non prima. Identità vuol dire non ricordare solo le bellezze del Regno delle Due Sicilie, ingiustamente mortificato dalla storiografica ufficiale, ma anche di secoli di storia che con i monumenti greci, normanni, angioini, aragonesi, etc etc...ancora oggi danno lustro alle nostre terre. Identità vuol dire difendere e comporre tutto questo in Italia ed in Europa con delle proposte da XXI secolo, tenendo presente le nostre specificità mediterranee e tornando al concetto di Mediterraneo come "ponte" e luogo di scambio non come "frontiera" rispetto ad altri popoli ed altre civiltà. A questi valori deve guardare il neo-meridionalismo del nuovo millennio per essere un'alternativa forte allo sfacelo politico dei partiti tradizionali del "belpaese", per poter diventare un movimento di massa e non più uno dei tanti piccoli gruppi in perenne lite con altri piccoli gruppi per il capo, il nome, il simboletto, la politica o la cultura, l'indipendenza si o no, etc etc...sono errori che non possiamo più commettere.
Nel momento dell'acme della crisi economica, che ovviamente al Sud morde e morderà sempre più, è arrivata l'ora di prendere una strada chiara ed in modo serio, aggregando quante più persone possibile per un progetto di meridionalismo progressista e rivoluzionario, a cuore caldo e cervello freddo come diceva Nitti. Riprendiamo le grandi lezioni non solo di Nitti ma anche di Salvemini e di Dorso, purtroppo queste idee sono fallite non per la qualità delle stesse ma perché non si sono mai tradotte in un movimento di massa che è necessario per la liberazione del Sud, qualunque sia la meta finale (autonomia o indipendenza) del percorso da fare per un paese diverso e più giusto, dove la latitudine alla quale si nasce non può e non deve essere una condizione di base ostativa o peggiorativa per trovare un lavoro decente o per disporre di trasporti adeguati o per avere delle cure degne nel XXI secolo.
"Non c'è nessuna strada facile per la libertà."
(da Lungo cammino verso la libertà, Nelson Mandela, 1995)
Fonte: Partito del Sud - Roma
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Fonte: Partito del Sud - Roma
Spesso noi del Partito del Sud siamo costretti a ripetere il concetto di meridionalismo "identitario", oltre al concetto di meridionalismo che in genere risulta più semplice spiegare, la cosa forse più complicata è spiegare cosa significa "identità", rispetto a pericolose devianze nazionaliste, che spesso scimmiottano le peggiori esperienza nazionaliste del XX secolo, e vaneggiamenti vari che pensano il mondo si sia fermato nel 1861.
Il concetto di identità è diverso da quello di nazione, una nazione presuppone una comunità che condivide qualcosa di forte con un'aggregazione intorno ad una storia, a volte ad un'etnia e spesso una lingua.
Il Sud è stato caratterizzato, storicamente e non etnicamente, nei secoli scorsi dai tempi di Ruggero il Normanno nel 1100 da due nazioni, quella napolitana e quella siciliana, divise o unite in un unico Stato che come sappiamo è scomparso per una guerra di annessione, una brutale invasione coloniale che dal 1861 ha relegato il Sud a colonia del resto del paese.
Oggi non esiste ne' una nazione napolitana ne' una nazione duosiciliana, prenderne atto vuol dire fare i conti con la realtà lasciando l'"isola che non c'è" alle canzoni di Bennato, sopravvive una nazione siciliana grazie alla natura insulare del territorio e soprattutto alla lingua siciliana oltre che ad una storia specifica di autonomismo, con tratti pure di movimento indipendentista di massa con il MIS e l'EVIS tra il 1943-1946, storia che il resto del Sud non ha mai avuto dopo la rivolta popolare del "brigantaggio" post-unitario tra il 1860 ed il 1870 che fu una vera e propria guerra partigiana.
Altro aspetto fondamentale del Sud continentale è la mancanza di una lingua unica, come avviene per la parte insulare con il siciliano, il napoletano è una lingua riconosciuta dall'UNESCO (ma troppo poco considerata e per anni relegata a dialetto, erroneamente considerata una lingua per ignoranti ed analfabeti) ma non e' diffuso in tutto il territorio, avendo nella Puglia meridionale il salentino e nella Calabria centro-meridionale il calabrese che sono varianti del siciliano. Inoltre le varianti del "napoletano" in Puglia o in Abruzzo, più che nel Lazio meridionale, fanno si che non c'e' una vera e propria unità linguistica nel territorio e per questo basta consultare la carta dei dialetti d'Italia de disponibile sul sito di wikipedia dedicato alla lingua napoletana: http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_napoletana
Per questo motivo credo che per me oggi l'opzione indipendentista sia velleitaria, tanto più senza un forte braccio politico, a meno che non si consideri l'opzione della lotta armata...ma noi siamo per le soluzioni pacifiche e democratiche per la risoluzione dei problemi.
Se non esiste più una nazione del Sud continentale, non vuol dire che non esiste un'identità meridionale e mediterranea che convive con quel "pensiero meridiano" mirabilmente sintetizzato nell'omonimo libro di Franco Cassano.
Identità significa conoscere, o per lo meno intuire, recuperare la propria storia e le proprie radici, non per improbabili rivendicazioni nazionaliste, ma per costruire un paese più giusto. Identità vuol dire superare il concetto di "minorità meridionale" e ribaltare i luoghi comuni a partire dalla verità storica, cioè dal concetto fondamentale che la "questione meridionale" è nata con la "malaunità" d'Italia nel 1861 e non prima. Identità vuol dire non ricordare solo le bellezze del Regno delle Due Sicilie, ingiustamente mortificato dalla storiografica ufficiale, ma anche di secoli di storia che con i monumenti greci, normanni, angioini, aragonesi, etc etc...ancora oggi danno lustro alle nostre terre. Identità vuol dire difendere e comporre tutto questo in Italia ed in Europa con delle proposte da XXI secolo, tenendo presente le nostre specificità mediterranee e tornando al concetto di Mediterraneo come "ponte" e luogo di scambio non come "frontiera" rispetto ad altri popoli ed altre civiltà. A questi valori deve guardare il neo-meridionalismo del nuovo millennio per essere un'alternativa forte allo sfacelo politico dei partiti tradizionali del "belpaese", per poter diventare un movimento di massa e non più uno dei tanti piccoli gruppi in perenne lite con altri piccoli gruppi per il capo, il nome, il simboletto, la politica o la cultura, l'indipendenza si o no, etc etc...sono errori che non possiamo più commettere.
Nel momento dell'acme della crisi economica, che ovviamente al Sud morde e morderà sempre più, è arrivata l'ora di prendere una strada chiara ed in modo serio, aggregando quante più persone possibile per un progetto di meridionalismo progressista e rivoluzionario, a cuore caldo e cervello freddo come diceva Nitti. Riprendiamo le grandi lezioni non solo di Nitti ma anche di Salvemini e di Dorso, purtroppo queste idee sono fallite non per la qualità delle stesse ma perché non si sono mai tradotte in un movimento di massa che è necessario per la liberazione del Sud, qualunque sia la meta finale (autonomia o indipendenza) del percorso da fare per un paese diverso e più giusto, dove la latitudine alla quale si nasce non può e non deve essere una condizione di base ostativa o peggiorativa per trovare un lavoro decente o per disporre di trasporti adeguati o per avere delle cure degne nel XXI secolo.
"Non c'è nessuna strada facile per la libertà."
(da Lungo cammino verso la libertà, Nelson Mandela, 1995)
Fonte: Partito del Sud - Roma
di Enzo Riccio
Fonte: Partito del Sud - Roma
Spesso noi del Partito del Sud siamo costretti a ripetere il concetto di meridionalismo "identitario", oltre al concetto di meridionalismo che in genere risulta più semplice spiegare, la cosa forse più complicata è spiegare cosa significa "identità", rispetto a pericolose devianze nazionaliste, che spesso scimmiottano le peggiori esperienza nazionaliste del XX secolo, e vaneggiamenti vari che pensano il mondo si sia fermato nel 1861.
Il concetto di identità è diverso da quello di nazione, una nazione presuppone una comunità che condivide qualcosa di forte con un'aggregazione intorno ad una storia, a volte ad un'etnia e spesso una lingua.
Il Sud è stato caratterizzato, storicamente e non etnicamente, nei secoli scorsi dai tempi di Ruggero il Normanno nel 1100 da due nazioni, quella napolitana e quella siciliana, divise o unite in un unico Stato che come sappiamo è scomparso per una guerra di annessione, una brutale invasione coloniale che dal 1861 ha relegato il Sud a colonia del resto del paese.
Oggi non esiste ne' una nazione napolitana ne' una nazione duosiciliana, prenderne atto vuol dire fare i conti con la realtà lasciando l'"isola che non c'è" alle canzoni di Bennato, sopravvive una nazione siciliana grazie alla natura insulare del territorio e soprattutto alla lingua siciliana oltre che ad una storia specifica di autonomismo, con tratti pure di movimento indipendentista di massa con il MIS e l'EVIS tra il 1943-1946, storia che il resto del Sud non ha mai avuto dopo la rivolta popolare del "brigantaggio" post-unitario tra il 1860 ed il 1870 che fu una vera e propria guerra partigiana.
Altro aspetto fondamentale del Sud continentale è la mancanza di una lingua unica, come avviene per la parte insulare con il siciliano, il napoletano è una lingua riconosciuta dall'UNESCO (ma troppo poco considerata e per anni relegata a dialetto, erroneamente considerata una lingua per ignoranti ed analfabeti) ma non e' diffuso in tutto il territorio, avendo nella Puglia meridionale il salentino e nella Calabria centro-meridionale il calabrese che sono varianti del siciliano. Inoltre le varianti del "napoletano" in Puglia o in Abruzzo, più che nel Lazio meridionale, fanno si che non c'e' una vera e propria unità linguistica nel territorio e per questo basta consultare la carta dei dialetti d'Italia de disponibile sul sito di wikipedia dedicato alla lingua napoletana: http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_napoletana
Per questo motivo credo che per me oggi l'opzione indipendentista sia velleitaria, tanto più senza un forte braccio politico, a meno che non si consideri l'opzione della lotta armata...ma noi siamo per le soluzioni pacifiche e democratiche per la risoluzione dei problemi.
Se non esiste più una nazione del Sud continentale, non vuol dire che non esiste un'identità meridionale e mediterranea che convive con quel "pensiero meridiano" mirabilmente sintetizzato nell'omonimo libro di Franco Cassano.
Identità significa conoscere, o per lo meno intuire, recuperare la propria storia e le proprie radici, non per improbabili rivendicazioni nazionaliste, ma per costruire un paese più giusto. Identità vuol dire superare il concetto di "minorità meridionale" e ribaltare i luoghi comuni a partire dalla verità storica, cioè dal concetto fondamentale che la "questione meridionale" è nata con la "malaunità" d'Italia nel 1861 e non prima. Identità vuol dire non ricordare solo le bellezze del Regno delle Due Sicilie, ingiustamente mortificato dalla storiografica ufficiale, ma anche di secoli di storia che con i monumenti greci, normanni, angioini, aragonesi, etc etc...ancora oggi danno lustro alle nostre terre. Identità vuol dire difendere e comporre tutto questo in Italia ed in Europa con delle proposte da XXI secolo, tenendo presente le nostre specificità mediterranee e tornando al concetto di Mediterraneo come "ponte" e luogo di scambio non come "frontiera" rispetto ad altri popoli ed altre civiltà. A questi valori deve guardare il neo-meridionalismo del nuovo millennio per essere un'alternativa forte allo sfacelo politico dei partiti tradizionali del "belpaese", per poter diventare un movimento di massa e non più uno dei tanti piccoli gruppi in perenne lite con altri piccoli gruppi per il capo, il nome, il simboletto, la politica o la cultura, l'indipendenza si o no, etc etc...sono errori che non possiamo più commettere.
Nel momento dell'acme della crisi economica, che ovviamente al Sud morde e morderà sempre più, è arrivata l'ora di prendere una strada chiara ed in modo serio, aggregando quante più persone possibile per un progetto di meridionalismo progressista e rivoluzionario, a cuore caldo e cervello freddo come diceva Nitti. Riprendiamo le grandi lezioni non solo di Nitti ma anche di Salvemini e di Dorso, purtroppo queste idee sono fallite non per la qualità delle stesse ma perché non si sono mai tradotte in un movimento di massa che è necessario per la liberazione del Sud, qualunque sia la meta finale (autonomia o indipendenza) del percorso da fare per un paese diverso e più giusto, dove la latitudine alla quale si nasce non può e non deve essere una condizione di base ostativa o peggiorativa per trovare un lavoro decente o per disporre di trasporti adeguati o per avere delle cure degne nel XXI secolo.
"Non c'è nessuna strada facile per la libertà."
(da Lungo cammino verso la libertà, Nelson Mandela, 1995)
Fonte: Partito del Sud - Roma
Fonte: Partito del Sud - Roma
Spesso noi del Partito del Sud siamo costretti a ripetere il concetto di meridionalismo "identitario", oltre al concetto di meridionalismo che in genere risulta più semplice spiegare, la cosa forse più complicata è spiegare cosa significa "identità", rispetto a pericolose devianze nazionaliste, che spesso scimmiottano le peggiori esperienza nazionaliste del XX secolo, e vaneggiamenti vari che pensano il mondo si sia fermato nel 1861.
Il concetto di identità è diverso da quello di nazione, una nazione presuppone una comunità che condivide qualcosa di forte con un'aggregazione intorno ad una storia, a volte ad un'etnia e spesso una lingua.
Il Sud è stato caratterizzato, storicamente e non etnicamente, nei secoli scorsi dai tempi di Ruggero il Normanno nel 1100 da due nazioni, quella napolitana e quella siciliana, divise o unite in un unico Stato che come sappiamo è scomparso per una guerra di annessione, una brutale invasione coloniale che dal 1861 ha relegato il Sud a colonia del resto del paese.
Oggi non esiste ne' una nazione napolitana ne' una nazione duosiciliana, prenderne atto vuol dire fare i conti con la realtà lasciando l'"isola che non c'è" alle canzoni di Bennato, sopravvive una nazione siciliana grazie alla natura insulare del territorio e soprattutto alla lingua siciliana oltre che ad una storia specifica di autonomismo, con tratti pure di movimento indipendentista di massa con il MIS e l'EVIS tra il 1943-1946, storia che il resto del Sud non ha mai avuto dopo la rivolta popolare del "brigantaggio" post-unitario tra il 1860 ed il 1870 che fu una vera e propria guerra partigiana.
Altro aspetto fondamentale del Sud continentale è la mancanza di una lingua unica, come avviene per la parte insulare con il siciliano, il napoletano è una lingua riconosciuta dall'UNESCO (ma troppo poco considerata e per anni relegata a dialetto, erroneamente considerata una lingua per ignoranti ed analfabeti) ma non e' diffuso in tutto il territorio, avendo nella Puglia meridionale il salentino e nella Calabria centro-meridionale il calabrese che sono varianti del siciliano. Inoltre le varianti del "napoletano" in Puglia o in Abruzzo, più che nel Lazio meridionale, fanno si che non c'e' una vera e propria unità linguistica nel territorio e per questo basta consultare la carta dei dialetti d'Italia de disponibile sul sito di wikipedia dedicato alla lingua napoletana: http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_napoletana
Per questo motivo credo che per me oggi l'opzione indipendentista sia velleitaria, tanto più senza un forte braccio politico, a meno che non si consideri l'opzione della lotta armata...ma noi siamo per le soluzioni pacifiche e democratiche per la risoluzione dei problemi.
Se non esiste più una nazione del Sud continentale, non vuol dire che non esiste un'identità meridionale e mediterranea che convive con quel "pensiero meridiano" mirabilmente sintetizzato nell'omonimo libro di Franco Cassano.
Identità significa conoscere, o per lo meno intuire, recuperare la propria storia e le proprie radici, non per improbabili rivendicazioni nazionaliste, ma per costruire un paese più giusto. Identità vuol dire superare il concetto di "minorità meridionale" e ribaltare i luoghi comuni a partire dalla verità storica, cioè dal concetto fondamentale che la "questione meridionale" è nata con la "malaunità" d'Italia nel 1861 e non prima. Identità vuol dire non ricordare solo le bellezze del Regno delle Due Sicilie, ingiustamente mortificato dalla storiografica ufficiale, ma anche di secoli di storia che con i monumenti greci, normanni, angioini, aragonesi, etc etc...ancora oggi danno lustro alle nostre terre. Identità vuol dire difendere e comporre tutto questo in Italia ed in Europa con delle proposte da XXI secolo, tenendo presente le nostre specificità mediterranee e tornando al concetto di Mediterraneo come "ponte" e luogo di scambio non come "frontiera" rispetto ad altri popoli ed altre civiltà. A questi valori deve guardare il neo-meridionalismo del nuovo millennio per essere un'alternativa forte allo sfacelo politico dei partiti tradizionali del "belpaese", per poter diventare un movimento di massa e non più uno dei tanti piccoli gruppi in perenne lite con altri piccoli gruppi per il capo, il nome, il simboletto, la politica o la cultura, l'indipendenza si o no, etc etc...sono errori che non possiamo più commettere.
Nel momento dell'acme della crisi economica, che ovviamente al Sud morde e morderà sempre più, è arrivata l'ora di prendere una strada chiara ed in modo serio, aggregando quante più persone possibile per un progetto di meridionalismo progressista e rivoluzionario, a cuore caldo e cervello freddo come diceva Nitti. Riprendiamo le grandi lezioni non solo di Nitti ma anche di Salvemini e di Dorso, purtroppo queste idee sono fallite non per la qualità delle stesse ma perché non si sono mai tradotte in un movimento di massa che è necessario per la liberazione del Sud, qualunque sia la meta finale (autonomia o indipendenza) del percorso da fare per un paese diverso e più giusto, dove la latitudine alla quale si nasce non può e non deve essere una condizione di base ostativa o peggiorativa per trovare un lavoro decente o per disporre di trasporti adeguati o per avere delle cure degne nel XXI secolo.
"Non c'è nessuna strada facile per la libertà."
(da Lungo cammino verso la libertà, Nelson Mandela, 1995)
Fonte: Partito del Sud - Roma
martedì 19 giugno 2012
Oro blu: un business tutto privato alla faccia del referendum?
Le Regioni regalano alla lobby dell’acqua almeno 122 milioni di euro all’anno
Alessandro Citarella, Segretario Provinciale del Partito del Sud – Napoli
Il Partito del Sud sostiene che l’acqua è un bene primario non commerciabile e che le indicazioni dei referendum andrebbero attuate in pieno, attraverso le necessarie procedure per riportare sotto il controllo pubblico tutte le fonti d’acqua potabile. Il Partito sostiene che sarebbe necessario che i Sindaci si muovessero in modo efficiente ed efficace per recuperare ogni euro finito illegittimamente nelle casse delle ditte private.
Si prende atto che, in assenza di una legge nazionale, ogni Regione sembra poter fare ciò che vuole, dove una preoccupante serie di vuoti legislativi e normativi, permette ad alcuni privati di sfruttare con massimo profitto e minimo rischio, un bene che, in diverse sedi politiche e istituzionali, sia stato già definito un bene pubblico.
Attraverso uno studio condotto Legambiente con Altreconomia, si scopre che in alcune regioni, come la Liguria, i canoni di concessione per lo sfruttamento delle sorgenti naturali sono stati stabiliti da regolamenti vecchi di trent’anni o, addirittura, come in Molise, da un regio decreto sabaudo. “Anche in Emilia Romagna, Puglia e Sardegna” si legge nel dossier “le società non pagano un centesimo per l’acqua imbottigliata o estratta, ma versano una sorta di obolo solo per la superficie utilizzata”.
Nel 2006, la Conferenza delle Regioni aveva dato indicazioni per una revisione dei canoni, indicando tre tipologie: da 1 a 2,5 euro per metro cubo o frazione di acqua imbottigliata; da 0,5 a 2 euro per metro cubo o frazione di acqua utilizzata o estratta; almeno 30 euro per ettaro o frazione di superficie concessa. Ma da allora solo tredici Regioni hanno rivisto la normativa e nove di queste “hanno recepito le indicazioni in modo solo parziale o al ribasso”. Il risultato è che le casse pubbliche restano vuote, mentre le società imbottigliatrici continuano a fare profitti eccezionali sulle spalle della collettività, sfruttando un bene pubblico inalienabile, ovviamente con la connivenza dei vertici istituzionali.
Se si ipotizzasse un canone uguale per tutto il territorio di 10 euro a metro cubo imbottigliato (mille litri), secondo Legambiente nel 2010 si sarebbero ricavati ben 122 milioni di euro: appena il 5% del totale dei guadagni annuali delle aziende imbottigliatrici, che in Italia impiegano quaranta mila persone. In Sardegna, ad esempio, i guadagni passerebbero dai trentaquattro mila euro attuali a oltre due milioni; l’Emilia-Romagna incasserebbe non più gli attuali trentacinque mila euro ma tre milioni e 870 mila euro.
Pochi giorni fa il consiglio regionale del Veneto ha prorogato sino al 2015 le riduzioni del pagamento dei diritti di prelievo, rinunciando a oltre 10 milioni di euro. La Regione Toscana si è “impegnata” a rivedere i canoni verso l’alto, mentre alcuni comuni lombardi hanno “chiesto” a Milano di destinare i fondi alle amministrazioni sul cui territorio ricadono le concessioni o gli stabilimenti di imbottigliamento. Anche la “virtuosa” Provincia di Bolzano figura tra i “sordi”.
Secondo Giorgio Zampetti, coordinatore scientifico di Legambiente, “un aumento dei canoni porterebbe anche altri vantaggi, come l’aumento dei prezzi e il riallineamento dei consumi alle medie europee, ovvero verso il basso. Così si ridurrebbe l’impatto ambientale del business dell’oro blu, che a tutt’oggi prevede l’utilizzo di oltre 350 mila tonnellate di PET (la plastica usata per le bottiglie), per un consumo di 700 mila tonnellate di petrolio e l’emissione di quasi un milione di tonnellate di CO2″. Si deve, infatti, tenere conto che 78% delle bottiglie utilizzate è di plastica e solo un terzo è riciclato, mentre i restanti due terzi “inquinano”.
Comunque, con l’aumento delle campagne di sensibilizzazione a favore dell’acqua del rubinetto, il consumo pro-capite di acqua in bottiglia è sceso da 190 a 186 litri ogni anno (l’Italia ha il primato europeo). Nel 2010, la produzione totale è stata di dodici miliardi di litri di acque minerali: il 2% in meno rispetto al 2009, per un calo del giro di affari dei produttori di 100 milioni di euro (da 2,3 a 2,2 miliardi di euro totali). Questa diminuzione è utile ma non serve a sradicare il sistema di privatizzazione de facto delle sorgenti e del pagamento di canoni irrisori agli enti locali, come invece hanno chiaramente indicato i risultati dei referendum dello scorso anno, permettendo alle società d’imbottigliamento di continuare a fare guadagni enormi, forse contando su rapporti non sempre limpidi fra imprese private e politica.
Abbinata alla necessità di riordinare in senso democratico la gestione di tutto il sistema idrico, e di riequilibrare i rapporti fra pubblico e privato rispetto al rapporto economico con l’industria dell’imbottigliamento dell’acqua, c’è la necessità di garantire che l’acqua del rubinetto sia di buona qualità. Legambiente ha denunciato lo scorso marzo, in occasione della giornata mondiale dell’acqua, che i controlli in Campania sono inefficienti o fuori regola e che il cittadino consumatore non ha le garanzie dovute per la qualità dell’acqua destinata al consumo.
Gli interessi lobbistici prevalgono sul bene comune? Sembrerebbe di sì. E’ interessante notare che fra le Regioni bocciate dal dossier di Legambiente non c’è alcuna differenza tra centrosinistra e centrodestra.
Fonte: PdSUD - Napoli
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Le Regioni regalano alla lobby dell’acqua almeno 122 milioni di euro all’anno
Alessandro Citarella, Segretario Provinciale del Partito del Sud – Napoli
Il Partito del Sud sostiene che l’acqua è un bene primario non commerciabile e che le indicazioni dei referendum andrebbero attuate in pieno, attraverso le necessarie procedure per riportare sotto il controllo pubblico tutte le fonti d’acqua potabile. Il Partito sostiene che sarebbe necessario che i Sindaci si muovessero in modo efficiente ed efficace per recuperare ogni euro finito illegittimamente nelle casse delle ditte private.
Si prende atto che, in assenza di una legge nazionale, ogni Regione sembra poter fare ciò che vuole, dove una preoccupante serie di vuoti legislativi e normativi, permette ad alcuni privati di sfruttare con massimo profitto e minimo rischio, un bene che, in diverse sedi politiche e istituzionali, sia stato già definito un bene pubblico.
Attraverso uno studio condotto Legambiente con Altreconomia, si scopre che in alcune regioni, come la Liguria, i canoni di concessione per lo sfruttamento delle sorgenti naturali sono stati stabiliti da regolamenti vecchi di trent’anni o, addirittura, come in Molise, da un regio decreto sabaudo. “Anche in Emilia Romagna, Puglia e Sardegna” si legge nel dossier “le società non pagano un centesimo per l’acqua imbottigliata o estratta, ma versano una sorta di obolo solo per la superficie utilizzata”.
Nel 2006, la Conferenza delle Regioni aveva dato indicazioni per una revisione dei canoni, indicando tre tipologie: da 1 a 2,5 euro per metro cubo o frazione di acqua imbottigliata; da 0,5 a 2 euro per metro cubo o frazione di acqua utilizzata o estratta; almeno 30 euro per ettaro o frazione di superficie concessa. Ma da allora solo tredici Regioni hanno rivisto la normativa e nove di queste “hanno recepito le indicazioni in modo solo parziale o al ribasso”. Il risultato è che le casse pubbliche restano vuote, mentre le società imbottigliatrici continuano a fare profitti eccezionali sulle spalle della collettività, sfruttando un bene pubblico inalienabile, ovviamente con la connivenza dei vertici istituzionali.
Se si ipotizzasse un canone uguale per tutto il territorio di 10 euro a metro cubo imbottigliato (mille litri), secondo Legambiente nel 2010 si sarebbero ricavati ben 122 milioni di euro: appena il 5% del totale dei guadagni annuali delle aziende imbottigliatrici, che in Italia impiegano quaranta mila persone. In Sardegna, ad esempio, i guadagni passerebbero dai trentaquattro mila euro attuali a oltre due milioni; l’Emilia-Romagna incasserebbe non più gli attuali trentacinque mila euro ma tre milioni e 870 mila euro.
Pochi giorni fa il consiglio regionale del Veneto ha prorogato sino al 2015 le riduzioni del pagamento dei diritti di prelievo, rinunciando a oltre 10 milioni di euro. La Regione Toscana si è “impegnata” a rivedere i canoni verso l’alto, mentre alcuni comuni lombardi hanno “chiesto” a Milano di destinare i fondi alle amministrazioni sul cui territorio ricadono le concessioni o gli stabilimenti di imbottigliamento. Anche la “virtuosa” Provincia di Bolzano figura tra i “sordi”.
Secondo Giorgio Zampetti, coordinatore scientifico di Legambiente, “un aumento dei canoni porterebbe anche altri vantaggi, come l’aumento dei prezzi e il riallineamento dei consumi alle medie europee, ovvero verso il basso. Così si ridurrebbe l’impatto ambientale del business dell’oro blu, che a tutt’oggi prevede l’utilizzo di oltre 350 mila tonnellate di PET (la plastica usata per le bottiglie), per un consumo di 700 mila tonnellate di petrolio e l’emissione di quasi un milione di tonnellate di CO2″. Si deve, infatti, tenere conto che 78% delle bottiglie utilizzate è di plastica e solo un terzo è riciclato, mentre i restanti due terzi “inquinano”.
Comunque, con l’aumento delle campagne di sensibilizzazione a favore dell’acqua del rubinetto, il consumo pro-capite di acqua in bottiglia è sceso da 190 a 186 litri ogni anno (l’Italia ha il primato europeo). Nel 2010, la produzione totale è stata di dodici miliardi di litri di acque minerali: il 2% in meno rispetto al 2009, per un calo del giro di affari dei produttori di 100 milioni di euro (da 2,3 a 2,2 miliardi di euro totali). Questa diminuzione è utile ma non serve a sradicare il sistema di privatizzazione de facto delle sorgenti e del pagamento di canoni irrisori agli enti locali, come invece hanno chiaramente indicato i risultati dei referendum dello scorso anno, permettendo alle società d’imbottigliamento di continuare a fare guadagni enormi, forse contando su rapporti non sempre limpidi fra imprese private e politica.
Abbinata alla necessità di riordinare in senso democratico la gestione di tutto il sistema idrico, e di riequilibrare i rapporti fra pubblico e privato rispetto al rapporto economico con l’industria dell’imbottigliamento dell’acqua, c’è la necessità di garantire che l’acqua del rubinetto sia di buona qualità. Legambiente ha denunciato lo scorso marzo, in occasione della giornata mondiale dell’acqua, che i controlli in Campania sono inefficienti o fuori regola e che il cittadino consumatore non ha le garanzie dovute per la qualità dell’acqua destinata al consumo.
Gli interessi lobbistici prevalgono sul bene comune? Sembrerebbe di sì. E’ interessante notare che fra le Regioni bocciate dal dossier di Legambiente non c’è alcuna differenza tra centrosinistra e centrodestra.
Fonte: PdSUD - Napoli
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Uscire dall'euro? Signora Maria legga qui
di LINO PATRUNO
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
Per diventare popolari in questo momento basta dire che l’Italia deve uscire dall’euro. Si aggirano per tv personaggi inquietanti non perché lo dicano, ma perché lo dicono con argomenti tipo: meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine. Comunque spavento mentre la gente vorrebbe serenità. Per la verità ci sono anche le Santanchè che, per fortuna isolate nei loro partiti, invitano a non pagare l’Imu. E invece un sindaco come il leghista Tosi di Verona ribatte: non posso scaricare la responsabilità di violare la legge sui miei cittadini, io non attivo gli uffici per il pagamento e la responsabilità me la prendo io.
Ma l’euro. Bisognerebbe spiegare che vuol dire uscirne, invece di fare i Robespierre e buttare a mare un intero Paese. Uscirne si può, e ci sono anche piani nel caso ci si finisse. Ma la signora Maria che va al mercato deve conoscerne il prezzo. Anzitutto una svalutazione dei propri soldi fra il 50 e il 30 percento: se un euro vale circa duemila lire, tornare alla lira vuol dire non avere più duemila lire ma mille. Se ho da parte 30 mila euro, cioè circa 60 milioni, con la lira diverranno 30 milioni o poco più.
Dice: ma ribasseranno anche i prezzi, quindi sarà più o meno lo stesso. Anzitutto nessuno ha mai visto i prezzi ribassare, e di tanto poi. Così il primo rischio è una forte inflazione, quella che appunto le regole dell’euro hanno finora evitato. E figuriamoci l’esplosione della spesa pubblica, che già con le regole dell’euro, invece di diminuire ha continuato allegramente a crescere: 40mila euro al minuto, altrimenti mica l’Italia sarebbe inguaiata com’è. Spesa pubblica, cioè anche tutto ciò per cui mezzo Paese è da galera: sprechi, abusi, privilegi, furti, scandali, auto blu, consulenze, favori, superstipendi. Con i ministeri che oggi spendono la metà dei loro fondi solo per funzionare, non per far funzionare l’Italia. Spesa che non c’entra nulla con quella sociale (sanità, istruzione, scuola, trasporti, sicurezza) che invece ci dà sempre meno ospedali, meno asili, meno scuole proprio perché i soldi che occorrerebbero sono arraffati da una famelica compagnia nazionale di farabutti.
Ma senza l’euro si potrebbe rilanciare la crescita con investimenti (soprattutto grandi opere) finora sempre promessi e sempre rimandati in attesa di spolparci vivi di tasse. Si può e si dovrebbe fare anche adesso, sia chiaro, sia pure sotto l’occhio attento dell’Europa per non far crescere il debito. Dopo, occorrerebbe stampare moneta che, senza più l’occhio europeo, chissà che carnevale sarebbe. Mentre il debito devi continuare a pagarlo, perché i famosi mercati non sono una roba senza volto, ma, mettiamo, pensionati americani che hanno investito in buoni del tesoro italiani e non vogliono finire a dormire nei giardinetti per colpa nostra. Si può uscire dall’euro, arrivando a u n’Europa a due velocità: da una parte la Germania, dall’altra Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e quasi certamente anche Francia. Comunque un danno, perché la Banca europea (con la Germania) non ci aiuterebbe come ora a rimborsare il debito.
E comunque, si possono capire i tedeschi quando dicono: se non rispettate le regole, non possiamo pagare noi i vostri bagordi. Ma i tedeschi devono fare un po’ meno i tedeschi. E capire anch’essi che non ci sarebbe Germania se non ci fosse l’Eu - ropa: che acquista i suoi prodotti senza poterle fare concorrenza, perché se i loro industriali hanno prestiti dalle loro banche a un tasso quattro volte inferiore a quello degli altri, non c’è partita. E la Germania dovrebbe ricordare che la sua ricostruzione dopo il nazismo l’hanno pagata anche gli altri europei. Insomma alla Germania conviene quell’Europa verso la quale agita sempre il dito minaccioso della signora Merkel. Sembra il Nord verso il Sud d’Italia: ogni anno 50 miliardi delle nostre tasse scendono al Sud, lamenta, ma mai che vada a vedere quanti ne ritornano (con abbondanti interessi) in sue merci comprate dal Sud. E del resto, cosa fu l’Europa? Papale papale, un mezzo per creare una comunità solidale che impedisse quelle guerre che per due volte era stata la Germania a provocare. Strano che la solidarietà vada a farsi benedire proprio quando servirebbe.
E che quest’Europa smemorata, egoista e mezzacalzetta preferisca perdere mille miliardi se la Grecia uscisse dall’euro quando gliene sarebbero bastati 300 (e in prestito) se l’avesse aiutata quando gli speculatori non sentivano ancòra odore di sangue. E’ la solita Germania che di tanto in tanto si sente così forte da lanciare le sue divisioni contro tutti, non accorgendosi che la potenza che la spazzerebbe avanza dalle parti della Cina, dell’India e della Russia. Ma non scherzano nemmeno i nostri squallidi seminatori di paure che per un voto in più si giocherebbero anche la mamma.
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
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Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
Per diventare popolari in questo momento basta dire che l’Italia deve uscire dall’euro. Si aggirano per tv personaggi inquietanti non perché lo dicano, ma perché lo dicono con argomenti tipo: meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine. Comunque spavento mentre la gente vorrebbe serenità. Per la verità ci sono anche le Santanchè che, per fortuna isolate nei loro partiti, invitano a non pagare l’Imu. E invece un sindaco come il leghista Tosi di Verona ribatte: non posso scaricare la responsabilità di violare la legge sui miei cittadini, io non attivo gli uffici per il pagamento e la responsabilità me la prendo io.
Ma l’euro. Bisognerebbe spiegare che vuol dire uscirne, invece di fare i Robespierre e buttare a mare un intero Paese. Uscirne si può, e ci sono anche piani nel caso ci si finisse. Ma la signora Maria che va al mercato deve conoscerne il prezzo. Anzitutto una svalutazione dei propri soldi fra il 50 e il 30 percento: se un euro vale circa duemila lire, tornare alla lira vuol dire non avere più duemila lire ma mille. Se ho da parte 30 mila euro, cioè circa 60 milioni, con la lira diverranno 30 milioni o poco più.
Dice: ma ribasseranno anche i prezzi, quindi sarà più o meno lo stesso. Anzitutto nessuno ha mai visto i prezzi ribassare, e di tanto poi. Così il primo rischio è una forte inflazione, quella che appunto le regole dell’euro hanno finora evitato. E figuriamoci l’esplosione della spesa pubblica, che già con le regole dell’euro, invece di diminuire ha continuato allegramente a crescere: 40mila euro al minuto, altrimenti mica l’Italia sarebbe inguaiata com’è. Spesa pubblica, cioè anche tutto ciò per cui mezzo Paese è da galera: sprechi, abusi, privilegi, furti, scandali, auto blu, consulenze, favori, superstipendi. Con i ministeri che oggi spendono la metà dei loro fondi solo per funzionare, non per far funzionare l’Italia. Spesa che non c’entra nulla con quella sociale (sanità, istruzione, scuola, trasporti, sicurezza) che invece ci dà sempre meno ospedali, meno asili, meno scuole proprio perché i soldi che occorrerebbero sono arraffati da una famelica compagnia nazionale di farabutti.
Ma senza l’euro si potrebbe rilanciare la crescita con investimenti (soprattutto grandi opere) finora sempre promessi e sempre rimandati in attesa di spolparci vivi di tasse. Si può e si dovrebbe fare anche adesso, sia chiaro, sia pure sotto l’occhio attento dell’Europa per non far crescere il debito. Dopo, occorrerebbe stampare moneta che, senza più l’occhio europeo, chissà che carnevale sarebbe. Mentre il debito devi continuare a pagarlo, perché i famosi mercati non sono una roba senza volto, ma, mettiamo, pensionati americani che hanno investito in buoni del tesoro italiani e non vogliono finire a dormire nei giardinetti per colpa nostra. Si può uscire dall’euro, arrivando a u n’Europa a due velocità: da una parte la Germania, dall’altra Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e quasi certamente anche Francia. Comunque un danno, perché la Banca europea (con la Germania) non ci aiuterebbe come ora a rimborsare il debito.
E comunque, si possono capire i tedeschi quando dicono: se non rispettate le regole, non possiamo pagare noi i vostri bagordi. Ma i tedeschi devono fare un po’ meno i tedeschi. E capire anch’essi che non ci sarebbe Germania se non ci fosse l’Eu - ropa: che acquista i suoi prodotti senza poterle fare concorrenza, perché se i loro industriali hanno prestiti dalle loro banche a un tasso quattro volte inferiore a quello degli altri, non c’è partita. E la Germania dovrebbe ricordare che la sua ricostruzione dopo il nazismo l’hanno pagata anche gli altri europei. Insomma alla Germania conviene quell’Europa verso la quale agita sempre il dito minaccioso della signora Merkel. Sembra il Nord verso il Sud d’Italia: ogni anno 50 miliardi delle nostre tasse scendono al Sud, lamenta, ma mai che vada a vedere quanti ne ritornano (con abbondanti interessi) in sue merci comprate dal Sud. E del resto, cosa fu l’Europa? Papale papale, un mezzo per creare una comunità solidale che impedisse quelle guerre che per due volte era stata la Germania a provocare. Strano che la solidarietà vada a farsi benedire proprio quando servirebbe.
E che quest’Europa smemorata, egoista e mezzacalzetta preferisca perdere mille miliardi se la Grecia uscisse dall’euro quando gliene sarebbero bastati 300 (e in prestito) se l’avesse aiutata quando gli speculatori non sentivano ancòra odore di sangue. E’ la solita Germania che di tanto in tanto si sente così forte da lanciare le sue divisioni contro tutti, non accorgendosi che la potenza che la spazzerebbe avanza dalle parti della Cina, dell’India e della Russia. Ma non scherzano nemmeno i nostri squallidi seminatori di paure che per un voto in più si giocherebbero anche la mamma.
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
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di LINO PATRUNO
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
Per diventare popolari in questo momento basta dire che l’Italia deve uscire dall’euro. Si aggirano per tv personaggi inquietanti non perché lo dicano, ma perché lo dicono con argomenti tipo: meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine. Comunque spavento mentre la gente vorrebbe serenità. Per la verità ci sono anche le Santanchè che, per fortuna isolate nei loro partiti, invitano a non pagare l’Imu. E invece un sindaco come il leghista Tosi di Verona ribatte: non posso scaricare la responsabilità di violare la legge sui miei cittadini, io non attivo gli uffici per il pagamento e la responsabilità me la prendo io.
Ma l’euro. Bisognerebbe spiegare che vuol dire uscirne, invece di fare i Robespierre e buttare a mare un intero Paese. Uscirne si può, e ci sono anche piani nel caso ci si finisse. Ma la signora Maria che va al mercato deve conoscerne il prezzo. Anzitutto una svalutazione dei propri soldi fra il 50 e il 30 percento: se un euro vale circa duemila lire, tornare alla lira vuol dire non avere più duemila lire ma mille. Se ho da parte 30 mila euro, cioè circa 60 milioni, con la lira diverranno 30 milioni o poco più.
Dice: ma ribasseranno anche i prezzi, quindi sarà più o meno lo stesso. Anzitutto nessuno ha mai visto i prezzi ribassare, e di tanto poi. Così il primo rischio è una forte inflazione, quella che appunto le regole dell’euro hanno finora evitato. E figuriamoci l’esplosione della spesa pubblica, che già con le regole dell’euro, invece di diminuire ha continuato allegramente a crescere: 40mila euro al minuto, altrimenti mica l’Italia sarebbe inguaiata com’è. Spesa pubblica, cioè anche tutto ciò per cui mezzo Paese è da galera: sprechi, abusi, privilegi, furti, scandali, auto blu, consulenze, favori, superstipendi. Con i ministeri che oggi spendono la metà dei loro fondi solo per funzionare, non per far funzionare l’Italia. Spesa che non c’entra nulla con quella sociale (sanità, istruzione, scuola, trasporti, sicurezza) che invece ci dà sempre meno ospedali, meno asili, meno scuole proprio perché i soldi che occorrerebbero sono arraffati da una famelica compagnia nazionale di farabutti.
Ma senza l’euro si potrebbe rilanciare la crescita con investimenti (soprattutto grandi opere) finora sempre promessi e sempre rimandati in attesa di spolparci vivi di tasse. Si può e si dovrebbe fare anche adesso, sia chiaro, sia pure sotto l’occhio attento dell’Europa per non far crescere il debito. Dopo, occorrerebbe stampare moneta che, senza più l’occhio europeo, chissà che carnevale sarebbe. Mentre il debito devi continuare a pagarlo, perché i famosi mercati non sono una roba senza volto, ma, mettiamo, pensionati americani che hanno investito in buoni del tesoro italiani e non vogliono finire a dormire nei giardinetti per colpa nostra. Si può uscire dall’euro, arrivando a u n’Europa a due velocità: da una parte la Germania, dall’altra Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e quasi certamente anche Francia. Comunque un danno, perché la Banca europea (con la Germania) non ci aiuterebbe come ora a rimborsare il debito.
E comunque, si possono capire i tedeschi quando dicono: se non rispettate le regole, non possiamo pagare noi i vostri bagordi. Ma i tedeschi devono fare un po’ meno i tedeschi. E capire anch’essi che non ci sarebbe Germania se non ci fosse l’Eu - ropa: che acquista i suoi prodotti senza poterle fare concorrenza, perché se i loro industriali hanno prestiti dalle loro banche a un tasso quattro volte inferiore a quello degli altri, non c’è partita. E la Germania dovrebbe ricordare che la sua ricostruzione dopo il nazismo l’hanno pagata anche gli altri europei. Insomma alla Germania conviene quell’Europa verso la quale agita sempre il dito minaccioso della signora Merkel. Sembra il Nord verso il Sud d’Italia: ogni anno 50 miliardi delle nostre tasse scendono al Sud, lamenta, ma mai che vada a vedere quanti ne ritornano (con abbondanti interessi) in sue merci comprate dal Sud. E del resto, cosa fu l’Europa? Papale papale, un mezzo per creare una comunità solidale che impedisse quelle guerre che per due volte era stata la Germania a provocare. Strano che la solidarietà vada a farsi benedire proprio quando servirebbe.
E che quest’Europa smemorata, egoista e mezzacalzetta preferisca perdere mille miliardi se la Grecia uscisse dall’euro quando gliene sarebbero bastati 300 (e in prestito) se l’avesse aiutata quando gli speculatori non sentivano ancòra odore di sangue. E’ la solita Germania che di tanto in tanto si sente così forte da lanciare le sue divisioni contro tutti, non accorgendosi che la potenza che la spazzerebbe avanza dalle parti della Cina, dell’India e della Russia. Ma non scherzano nemmeno i nostri squallidi seminatori di paure che per un voto in più si giocherebbero anche la mamma.
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
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Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
Per diventare popolari in questo momento basta dire che l’Italia deve uscire dall’euro. Si aggirano per tv personaggi inquietanti non perché lo dicano, ma perché lo dicono con argomenti tipo: meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine. Comunque spavento mentre la gente vorrebbe serenità. Per la verità ci sono anche le Santanchè che, per fortuna isolate nei loro partiti, invitano a non pagare l’Imu. E invece un sindaco come il leghista Tosi di Verona ribatte: non posso scaricare la responsabilità di violare la legge sui miei cittadini, io non attivo gli uffici per il pagamento e la responsabilità me la prendo io.
Ma l’euro. Bisognerebbe spiegare che vuol dire uscirne, invece di fare i Robespierre e buttare a mare un intero Paese. Uscirne si può, e ci sono anche piani nel caso ci si finisse. Ma la signora Maria che va al mercato deve conoscerne il prezzo. Anzitutto una svalutazione dei propri soldi fra il 50 e il 30 percento: se un euro vale circa duemila lire, tornare alla lira vuol dire non avere più duemila lire ma mille. Se ho da parte 30 mila euro, cioè circa 60 milioni, con la lira diverranno 30 milioni o poco più.
Dice: ma ribasseranno anche i prezzi, quindi sarà più o meno lo stesso. Anzitutto nessuno ha mai visto i prezzi ribassare, e di tanto poi. Così il primo rischio è una forte inflazione, quella che appunto le regole dell’euro hanno finora evitato. E figuriamoci l’esplosione della spesa pubblica, che già con le regole dell’euro, invece di diminuire ha continuato allegramente a crescere: 40mila euro al minuto, altrimenti mica l’Italia sarebbe inguaiata com’è. Spesa pubblica, cioè anche tutto ciò per cui mezzo Paese è da galera: sprechi, abusi, privilegi, furti, scandali, auto blu, consulenze, favori, superstipendi. Con i ministeri che oggi spendono la metà dei loro fondi solo per funzionare, non per far funzionare l’Italia. Spesa che non c’entra nulla con quella sociale (sanità, istruzione, scuola, trasporti, sicurezza) che invece ci dà sempre meno ospedali, meno asili, meno scuole proprio perché i soldi che occorrerebbero sono arraffati da una famelica compagnia nazionale di farabutti.
Ma senza l’euro si potrebbe rilanciare la crescita con investimenti (soprattutto grandi opere) finora sempre promessi e sempre rimandati in attesa di spolparci vivi di tasse. Si può e si dovrebbe fare anche adesso, sia chiaro, sia pure sotto l’occhio attento dell’Europa per non far crescere il debito. Dopo, occorrerebbe stampare moneta che, senza più l’occhio europeo, chissà che carnevale sarebbe. Mentre il debito devi continuare a pagarlo, perché i famosi mercati non sono una roba senza volto, ma, mettiamo, pensionati americani che hanno investito in buoni del tesoro italiani e non vogliono finire a dormire nei giardinetti per colpa nostra. Si può uscire dall’euro, arrivando a u n’Europa a due velocità: da una parte la Germania, dall’altra Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e quasi certamente anche Francia. Comunque un danno, perché la Banca europea (con la Germania) non ci aiuterebbe come ora a rimborsare il debito.
E comunque, si possono capire i tedeschi quando dicono: se non rispettate le regole, non possiamo pagare noi i vostri bagordi. Ma i tedeschi devono fare un po’ meno i tedeschi. E capire anch’essi che non ci sarebbe Germania se non ci fosse l’Eu - ropa: che acquista i suoi prodotti senza poterle fare concorrenza, perché se i loro industriali hanno prestiti dalle loro banche a un tasso quattro volte inferiore a quello degli altri, non c’è partita. E la Germania dovrebbe ricordare che la sua ricostruzione dopo il nazismo l’hanno pagata anche gli altri europei. Insomma alla Germania conviene quell’Europa verso la quale agita sempre il dito minaccioso della signora Merkel. Sembra il Nord verso il Sud d’Italia: ogni anno 50 miliardi delle nostre tasse scendono al Sud, lamenta, ma mai che vada a vedere quanti ne ritornano (con abbondanti interessi) in sue merci comprate dal Sud. E del resto, cosa fu l’Europa? Papale papale, un mezzo per creare una comunità solidale che impedisse quelle guerre che per due volte era stata la Germania a provocare. Strano che la solidarietà vada a farsi benedire proprio quando servirebbe.
E che quest’Europa smemorata, egoista e mezzacalzetta preferisca perdere mille miliardi se la Grecia uscisse dall’euro quando gliene sarebbero bastati 300 (e in prestito) se l’avesse aiutata quando gli speculatori non sentivano ancòra odore di sangue. E’ la solita Germania che di tanto in tanto si sente così forte da lanciare le sue divisioni contro tutti, non accorgendosi che la potenza che la spazzerebbe avanza dalle parti della Cina, dell’India e della Russia. Ma non scherzano nemmeno i nostri squallidi seminatori di paure che per un voto in più si giocherebbero anche la mamma.
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
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lunedì 18 giugno 2012
Quando...ferito a morte...
di Andrea Balìa
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Quando eravamo giovani. Quando si scendeva a piedi Posillipo. Quando era il tempo di ciò che Raffaele La Capria racconta in “Ferito a morte”. Quando la descrizione cha fa della “bella giornata” la riconosci come una cosa vera che hai vissuto e davvero c’era, ma ora non sai dov’è finita. Quando c’era quell’humus che ritrovi negli scritti di Erri De Luca.
Quando, senza saperlo, stavamo vivendo l’ultimo tempo prima che le merci e i loro consumi ci rovinassero la vita. Quando ascoltavamo ancora la radio la domenica prima di pranzare, e la Tv, ai suoi albori, dava solo notizie e qualche spettacolo o commedia, e non voleva venderci nulla.
Quando Capri non era il posto delle “griffe” ma il luogo dei profumi della natura e il rifugio di artisti o “belle” menti, quando Ischia non era stata assalita dalla malavita, e quando i giovani andavano d’estate alle Eolie per vivere una vacanza selvaggia ed economica, e non perché era di moda.
Quando, insistendo perché non ricevi una risposta non dovevi sentirti infine dire : “ trovo inopportuno…avrò un anno difficile” come invece ti capita oggi, tentando di dare una giustificazione alla maleducazione. Quando ti verrebbe voglia di replicare : “veramente gli ultimi cinquant’anni (mezzo secolo) sono già stati e diventati difficili!” Viviamo il paradosso dell’incomunicabilità nell’era della comunicazione. Quando c’erano le nazioni in un’Europa solo geografica, e nessuno imponeva nulla in casa d’altri come capita ora in un’Europa a chiacchiere unita. Quando il tuo caparbio, pur se fiaccato, desiderio d’amicizia non veniva, come oggi, frainteso.
Quando l’estate arrivava pian piano, ne assaporavi il crescendo, il suo culmine, e il suo decrescere e non vivevi quattro mesi di caldo infernale per poi tirare fuori 10/15 giorni di vacanze striminzite. Quando avevamo una Fiat 500, porte "a vento" (ovvero apertura all'incontrario delle stesse rispetto ad oggi) e non sapevamo ancora che, grazie ad un signor Marchionne, quel marchio oggi lo avremmo odiato. L’estate durava 2 o 3 mesi e anche se già avevi un lavoro riuscivi a viverla quasi nella sua pienezza.
Quando in una musica che viveva un suo periodo stanco di propositività, quella napoletana sempre più colta e ricercatrice dava delle canzoni, alla fine degli anni ’50, che oggi sono riscoperte per la loro atmosfera e validità. Quando la guerra era finita da non molto per permettersi la tristezza e la depressione. Quando gli anziani erano troppo stanchi dall’ultima guerra e desiderosi di pace e i giovani troppo inesperti per comprendere bene e contrastare lo scempio laurino delle “Mani sulla città” in una Napoli perennemente saccheggiata : dai Savoia, ai fascisti, ai nuovi ricchi della ricostruzione. Quando c’erano “ Nord e Sud”, “Cronache Meridionali” a dibattere per un nuovo Sud sempre alla ricerca del suo riscatto, della sua dignità calpestata, d’un suo ruolo vero in un’Italia in ripartenza. Quando oggi questi esempi che si tenta di riproporre vengono dileggiati accusando, follia tra le tante, il meridionalismo d’essere il male del Sud.
Quando ti succede di non star bene, e in questi momenti inevitabilmente riparte il film della tua vita e, con tanta tenerezza, ritornano forti le persone e le cose che hanno avuto un vero significato per ognuno di noi.
Quando, senza saperlo, stavamo vivendo l’ultimo tempo prima che le merci e i loro consumi ci rovinassero la vita. Quando ascoltavamo ancora la radio la domenica prima di pranzare, e la Tv, ai suoi albori, dava solo notizie e qualche spettacolo o commedia, e non voleva venderci nulla.
Quando Capri non era il posto delle “griffe” ma il luogo dei profumi della natura e il rifugio di artisti o “belle” menti, quando Ischia non era stata assalita dalla malavita, e quando i giovani andavano d’estate alle Eolie per vivere una vacanza selvaggia ed economica, e non perché era di moda.
Quando, insistendo perché non ricevi una risposta non dovevi sentirti infine dire : “ trovo inopportuno…avrò un anno difficile” come invece ti capita oggi, tentando di dare una giustificazione alla maleducazione. Quando ti verrebbe voglia di replicare : “veramente gli ultimi cinquant’anni (mezzo secolo) sono già stati e diventati difficili!” Viviamo il paradosso dell’incomunicabilità nell’era della comunicazione. Quando c’erano le nazioni in un’Europa solo geografica, e nessuno imponeva nulla in casa d’altri come capita ora in un’Europa a chiacchiere unita. Quando il tuo caparbio, pur se fiaccato, desiderio d’amicizia non veniva, come oggi, frainteso.
Quando l’estate arrivava pian piano, ne assaporavi il crescendo, il suo culmine, e il suo decrescere e non vivevi quattro mesi di caldo infernale per poi tirare fuori 10/15 giorni di vacanze striminzite. Quando avevamo una Fiat 500, porte "a vento" (ovvero apertura all'incontrario delle stesse rispetto ad oggi) e non sapevamo ancora che, grazie ad un signor Marchionne, quel marchio oggi lo avremmo odiato. L’estate durava 2 o 3 mesi e anche se già avevi un lavoro riuscivi a viverla quasi nella sua pienezza.
Quando in una musica che viveva un suo periodo stanco di propositività, quella napoletana sempre più colta e ricercatrice dava delle canzoni, alla fine degli anni ’50, che oggi sono riscoperte per la loro atmosfera e validità. Quando la guerra era finita da non molto per permettersi la tristezza e la depressione. Quando gli anziani erano troppo stanchi dall’ultima guerra e desiderosi di pace e i giovani troppo inesperti per comprendere bene e contrastare lo scempio laurino delle “Mani sulla città” in una Napoli perennemente saccheggiata : dai Savoia, ai fascisti, ai nuovi ricchi della ricostruzione. Quando c’erano “ Nord e Sud”, “Cronache Meridionali” a dibattere per un nuovo Sud sempre alla ricerca del suo riscatto, della sua dignità calpestata, d’un suo ruolo vero in un’Italia in ripartenza. Quando oggi questi esempi che si tenta di riproporre vengono dileggiati accusando, follia tra le tante, il meridionalismo d’essere il male del Sud.
Quando ti succede di non star bene, e in questi momenti inevitabilmente riparte il film della tua vita e, con tanta tenerezza, ritornano forti le persone e le cose che hanno avuto un vero significato per ognuno di noi.
Andrea Balìa
.
di Andrea Balìa
Quando eravamo giovani. Quando si scendeva a piedi Posillipo. Quando era il tempo di ciò che Raffaele La Capria racconta in “Ferito a morte”. Quando la descrizione cha fa della “bella giornata” la riconosci come una cosa vera che hai vissuto e davvero c’era, ma ora non sai dov’è finita. Quando c’era quell’humus che ritrovi negli scritti di Erri De Luca.
Quando, senza saperlo, stavamo vivendo l’ultimo tempo prima che le merci e i loro consumi ci rovinassero la vita. Quando ascoltavamo ancora la radio la domenica prima di pranzare, e la Tv, ai suoi albori, dava solo notizie e qualche spettacolo o commedia, e non voleva venderci nulla.
Quando Capri non era il posto delle “griffe” ma il luogo dei profumi della natura e il rifugio di artisti o “belle” menti, quando Ischia non era stata assalita dalla malavita, e quando i giovani andavano d’estate alle Eolie per vivere una vacanza selvaggia ed economica, e non perché era di moda.
Quando, insistendo perché non ricevi una risposta non dovevi sentirti infine dire : “ trovo inopportuno…avrò un anno difficile” come invece ti capita oggi, tentando di dare una giustificazione alla maleducazione. Quando ti verrebbe voglia di replicare : “veramente gli ultimi cinquant’anni (mezzo secolo) sono già stati e diventati difficili!” Viviamo il paradosso dell’incomunicabilità nell’era della comunicazione. Quando c’erano le nazioni in un’Europa solo geografica, e nessuno imponeva nulla in casa d’altri come capita ora in un’Europa a chiacchiere unita. Quando il tuo caparbio, pur se fiaccato, desiderio d’amicizia non veniva, come oggi, frainteso.
Quando l’estate arrivava pian piano, ne assaporavi il crescendo, il suo culmine, e il suo decrescere e non vivevi quattro mesi di caldo infernale per poi tirare fuori 10/15 giorni di vacanze striminzite. Quando avevamo una Fiat 500, porte "a vento" (ovvero apertura all'incontrario delle stesse rispetto ad oggi) e non sapevamo ancora che, grazie ad un signor Marchionne, quel marchio oggi lo avremmo odiato. L’estate durava 2 o 3 mesi e anche se già avevi un lavoro riuscivi a viverla quasi nella sua pienezza.
Quando in una musica che viveva un suo periodo stanco di propositività, quella napoletana sempre più colta e ricercatrice dava delle canzoni, alla fine degli anni ’50, che oggi sono riscoperte per la loro atmosfera e validità. Quando la guerra era finita da non molto per permettersi la tristezza e la depressione. Quando gli anziani erano troppo stanchi dall’ultima guerra e desiderosi di pace e i giovani troppo inesperti per comprendere bene e contrastare lo scempio laurino delle “Mani sulla città” in una Napoli perennemente saccheggiata : dai Savoia, ai fascisti, ai nuovi ricchi della ricostruzione. Quando c’erano “ Nord e Sud”, “Cronache Meridionali” a dibattere per un nuovo Sud sempre alla ricerca del suo riscatto, della sua dignità calpestata, d’un suo ruolo vero in un’Italia in ripartenza. Quando oggi questi esempi che si tenta di riproporre vengono dileggiati accusando, follia tra le tante, il meridionalismo d’essere il male del Sud.
Quando ti succede di non star bene, e in questi momenti inevitabilmente riparte il film della tua vita e, con tanta tenerezza, ritornano forti le persone e le cose che hanno avuto un vero significato per ognuno di noi.
Quando, senza saperlo, stavamo vivendo l’ultimo tempo prima che le merci e i loro consumi ci rovinassero la vita. Quando ascoltavamo ancora la radio la domenica prima di pranzare, e la Tv, ai suoi albori, dava solo notizie e qualche spettacolo o commedia, e non voleva venderci nulla.
Quando Capri non era il posto delle “griffe” ma il luogo dei profumi della natura e il rifugio di artisti o “belle” menti, quando Ischia non era stata assalita dalla malavita, e quando i giovani andavano d’estate alle Eolie per vivere una vacanza selvaggia ed economica, e non perché era di moda.
Quando, insistendo perché non ricevi una risposta non dovevi sentirti infine dire : “ trovo inopportuno…avrò un anno difficile” come invece ti capita oggi, tentando di dare una giustificazione alla maleducazione. Quando ti verrebbe voglia di replicare : “veramente gli ultimi cinquant’anni (mezzo secolo) sono già stati e diventati difficili!” Viviamo il paradosso dell’incomunicabilità nell’era della comunicazione. Quando c’erano le nazioni in un’Europa solo geografica, e nessuno imponeva nulla in casa d’altri come capita ora in un’Europa a chiacchiere unita. Quando il tuo caparbio, pur se fiaccato, desiderio d’amicizia non veniva, come oggi, frainteso.
Quando l’estate arrivava pian piano, ne assaporavi il crescendo, il suo culmine, e il suo decrescere e non vivevi quattro mesi di caldo infernale per poi tirare fuori 10/15 giorni di vacanze striminzite. Quando avevamo una Fiat 500, porte "a vento" (ovvero apertura all'incontrario delle stesse rispetto ad oggi) e non sapevamo ancora che, grazie ad un signor Marchionne, quel marchio oggi lo avremmo odiato. L’estate durava 2 o 3 mesi e anche se già avevi un lavoro riuscivi a viverla quasi nella sua pienezza.
Quando in una musica che viveva un suo periodo stanco di propositività, quella napoletana sempre più colta e ricercatrice dava delle canzoni, alla fine degli anni ’50, che oggi sono riscoperte per la loro atmosfera e validità. Quando la guerra era finita da non molto per permettersi la tristezza e la depressione. Quando gli anziani erano troppo stanchi dall’ultima guerra e desiderosi di pace e i giovani troppo inesperti per comprendere bene e contrastare lo scempio laurino delle “Mani sulla città” in una Napoli perennemente saccheggiata : dai Savoia, ai fascisti, ai nuovi ricchi della ricostruzione. Quando c’erano “ Nord e Sud”, “Cronache Meridionali” a dibattere per un nuovo Sud sempre alla ricerca del suo riscatto, della sua dignità calpestata, d’un suo ruolo vero in un’Italia in ripartenza. Quando oggi questi esempi che si tenta di riproporre vengono dileggiati accusando, follia tra le tante, il meridionalismo d’essere il male del Sud.
Quando ti succede di non star bene, e in questi momenti inevitabilmente riparte il film della tua vita e, con tanta tenerezza, ritornano forti le persone e le cose che hanno avuto un vero significato per ognuno di noi.
Andrea Balìa
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I vertici dello Stato sapevano. “Paolo aveva capito tutto”
di Sandra Amurri - 17 giugno 2012
Agnese Borsellino: ''Alcuni potenti non hanno salvato neppure la dignità''
Agnese Piraino Borsellino non è donna dalla parola leggera. È abituata a pesarle le parole prima di pronunciarle, ma non a calcolarne la convenienza. È una donna attraversata dal dolore che il dolore non ha avvizzito. I suoi occhi brillano ancora.
E ancora hanno la forza per guardare in faccia una verità aberrante che non sfiora la politica e le istituzioni. Una donna che trascorre il suo tempo con i tre figli e i nipotini, uno dei quali si chiama Paolo Borsellino. Le siamo grati di aver accettato di incontrarci all’indomani delle ultime notizie sulla trattativa Stato-mafia iniziata nel 1992, che ha portato alla strage di via D’Amelio, di cui ricorre il ventennale il 19 luglio, e alle altre bombe. In un’intervista al Fatto l’11 ottobre 2009, Agnese disse: “Sono una vedova di guerra e non una vedova di mafia” e alla domanda: “Una guerra terminata con la strage di via D’Amelio?”, rispose: “No. Non è finita . Si è trasformata in guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità”.
A distanza di tre anni quella verità, al di là degli esiti processuali, è divenuta patrimonio collettivo: la trattativa Stato-mafia c’è stata. Sono indagati, a vario titolo, ex ministri come Conso e Mancino, deputati in carica come Mannino e Dell’Utri. Lei che ha vissuto accanto a un uomo animato da un senso dello Stato così profondo da anteporlo alla sua stessa vita, cosa prova oggi?
Le rispondo cosa non provo: non provo meraviglia in quanto moglie di chi, da sempre, metteva in guardia dal rischio di una contiguità tra poteri criminali e pezzi dello Stato, contiguità della quale Cosa Nostra, ieri come oggi, non poteva fare a meno per esistere.
Non la meraviglia neppure che probabilmente anche alte cariche dello Stato sapessero della trattativa Stato-mafia, come si evince dalla telefonata di Nicola Mancino al consigliere giuridico del presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, in cui chiede di parlare con Giorgio Napolitano e dice: “Non lasciatemi solo, possono uscire altri nomi” (tra cui Scalfaro)? Come dire: le persone sole parlano di altre persone?
Questo mi addolora profondamente, perché uno Stato popolato da ricattatori e ricattati non potrà mai avere e dare né pace né libertà ai suoi figli. Ma ripeto, non provo meraviglia: mio marito aveva capito tutto.
Lei descrive i cosiddetti smemorati istituzionali, coloro che hanno taciuto o che hanno ricordato a metà, come “uomini che tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi” e disse di provare per loro “una certa tenerezza”. La prova ancora, o ritiene che abbiano responsabilità così grandi da non poter essere né compianti né perdonati?
Non perdono quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno il senso della vergogna, ma sanno solo difendersi professandosi innocenti come normalmente si professa il criminale che si è macchiato di orrendi crimini. Alcuni cosiddetti “potenti”, ritenuti in passato intoccabili, hanno secondo me perso in questa storia un’occasione importante per salvare almeno la loro dignità e non mi meraviglierei se qualche comico li ridicolizzasse.
A distanza di tre anni quella verità, al di là degli esiti processuali, è divenuta patrimonio collettivo: la trattativa Stato-mafia c’è stata. Sono indagati, a vario titolo, ex ministri come Conso e Mancino, deputati in carica come Mannino e Dell’Utri. Lei che ha vissuto accanto a un uomo animato da un senso dello Stato così profondo da anteporlo alla sua stessa vita, cosa prova oggi?
Le rispondo cosa non provo: non provo meraviglia in quanto moglie di chi, da sempre, metteva in guardia dal rischio di una contiguità tra poteri criminali e pezzi dello Stato, contiguità della quale Cosa Nostra, ieri come oggi, non poteva fare a meno per esistere.
Non la meraviglia neppure che probabilmente anche alte cariche dello Stato sapessero della trattativa Stato-mafia, come si evince dalla telefonata di Nicola Mancino al consigliere giuridico del presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, in cui chiede di parlare con Giorgio Napolitano e dice: “Non lasciatemi solo, possono uscire altri nomi” (tra cui Scalfaro)? Come dire: le persone sole parlano di altre persone?
Questo mi addolora profondamente, perché uno Stato popolato da ricattatori e ricattati non potrà mai avere e dare né pace né libertà ai suoi figli. Ma ripeto, non provo meraviglia: mio marito aveva capito tutto.
Lei descrive i cosiddetti smemorati istituzionali, coloro che hanno taciuto o che hanno ricordato a metà, come “uomini che tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi” e disse di provare per loro “una certa tenerezza”. La prova ancora, o ritiene che abbiano responsabilità così grandi da non poter essere né compianti né perdonati?
Non perdono quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno il senso della vergogna, ma sanno solo difendersi professandosi innocenti come normalmente si professa il criminale che si è macchiato di orrendi crimini. Alcuni cosiddetti “potenti”, ritenuti in passato intoccabili, hanno secondo me perso in questa storia un’occasione importante per salvare almeno la loro dignità e non mi meraviglierei se qualche comico li ridicolizzasse.
Paolo Borsellino ai figli ripeteva spesso: imparate a fare la differenza umanamente, non è il ruolo che fa grandi gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Mai parole appaiono più vere alla luce dell’oggi.
Il posto, il ruolo, non è importante, lo diventa secondo l’autorevolezza di chi lo ricopre. Oggi mio marito ripeterebbe la stessa espressione con il sorriso ironico che lo caratterizzava.
Signora, perché ha raccontato ai magistrati di Caltanissetta solo nel 2010, dopo 18 anni, che suo marito le aveva confidato che l’ex comandante del Ros, il generale Antonio Subranni, era in rapporto con ambienti mafiosi e che era stato “punciutu”?
Potrebbe apparire un silenzio anomalo, ma non lo è. I tempi sono maturati successivamente e gli attuali magistrati di Caltanissetta, cui ancora una volta desidero manifestare la mia stima e il mio affetto, sanno le ragioni per le quali ho riferito alcune confidenze di mio marito a loro e soltanto a loro.
Sta dicendo che ha ritenuto di non poter affidare quella confidenza così sconvolgente alla Procura di Caltanissetta fino a che è stata diretta da Giovanni Tinebra?
Il primo problema che mi sono posta all’indomani della strage è stato di proteggere i miei figli, le mie condotte e le mie decisioni sono state prevalentemente dettate, in tutti questi lunghi anni, da questa preoccupazione.
Il pm Nico Gozzo all’indomani della dichiarazione del generale Subranni, che l’ha definita non credibile con parole che per pudore non riportiamo, ha fondato su Facebook il gruppo: ”Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”. Un fiume di adesioni, lettere commoventi , fotografie, dediche struggenti. Come lo racconterebbe a suo marito in un dialogo ideale?
Caro Paolo, l’amore che hai sparso si è tradotto anche in tantissime lettere affettuose, prive di retorica e grondanti di profondi sentimenti, che ho avuto l’onore di ricevere perché moglie di un grande uomo buono.
Dove trova la forza una donna che ha toccato il dolore per la perdita del suo più grande amore e ora deve sopportare anche il dolore per una verità che fa rabbrividire?
Nel far convivere i sentimenti emotivi e la ragione, ho fatto prevalere quest’ultima in quanto mi ha dato la forza di sopportare il dolore per la perdita di un marito meraviglioso ed esemplare e per accettare una verità complessa, frutto di una società e di una politica in pieno degrado etico e istituzionale.
Tratto da: Il Fatto Quotidiano
Il posto, il ruolo, non è importante, lo diventa secondo l’autorevolezza di chi lo ricopre. Oggi mio marito ripeterebbe la stessa espressione con il sorriso ironico che lo caratterizzava.
Signora, perché ha raccontato ai magistrati di Caltanissetta solo nel 2010, dopo 18 anni, che suo marito le aveva confidato che l’ex comandante del Ros, il generale Antonio Subranni, era in rapporto con ambienti mafiosi e che era stato “punciutu”?
Potrebbe apparire un silenzio anomalo, ma non lo è. I tempi sono maturati successivamente e gli attuali magistrati di Caltanissetta, cui ancora una volta desidero manifestare la mia stima e il mio affetto, sanno le ragioni per le quali ho riferito alcune confidenze di mio marito a loro e soltanto a loro.
Sta dicendo che ha ritenuto di non poter affidare quella confidenza così sconvolgente alla Procura di Caltanissetta fino a che è stata diretta da Giovanni Tinebra?
Il primo problema che mi sono posta all’indomani della strage è stato di proteggere i miei figli, le mie condotte e le mie decisioni sono state prevalentemente dettate, in tutti questi lunghi anni, da questa preoccupazione.
Il pm Nico Gozzo all’indomani della dichiarazione del generale Subranni, che l’ha definita non credibile con parole che per pudore non riportiamo, ha fondato su Facebook il gruppo: ”Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”. Un fiume di adesioni, lettere commoventi , fotografie, dediche struggenti. Come lo racconterebbe a suo marito in un dialogo ideale?
Caro Paolo, l’amore che hai sparso si è tradotto anche in tantissime lettere affettuose, prive di retorica e grondanti di profondi sentimenti, che ho avuto l’onore di ricevere perché moglie di un grande uomo buono.
Dove trova la forza una donna che ha toccato il dolore per la perdita del suo più grande amore e ora deve sopportare anche il dolore per una verità che fa rabbrividire?
Nel far convivere i sentimenti emotivi e la ragione, ho fatto prevalere quest’ultima in quanto mi ha dato la forza di sopportare il dolore per la perdita di un marito meraviglioso ed esemplare e per accettare una verità complessa, frutto di una società e di una politica in pieno degrado etico e istituzionale.
Tratto da: Il Fatto Quotidiano
Fonte: Antimafiaduemila
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di Sandra Amurri - 17 giugno 2012
Agnese Borsellino: ''Alcuni potenti non hanno salvato neppure la dignità''
Agnese Piraino Borsellino non è donna dalla parola leggera. È abituata a pesarle le parole prima di pronunciarle, ma non a calcolarne la convenienza. È una donna attraversata dal dolore che il dolore non ha avvizzito. I suoi occhi brillano ancora.
E ancora hanno la forza per guardare in faccia una verità aberrante che non sfiora la politica e le istituzioni. Una donna che trascorre il suo tempo con i tre figli e i nipotini, uno dei quali si chiama Paolo Borsellino. Le siamo grati di aver accettato di incontrarci all’indomani delle ultime notizie sulla trattativa Stato-mafia iniziata nel 1992, che ha portato alla strage di via D’Amelio, di cui ricorre il ventennale il 19 luglio, e alle altre bombe. In un’intervista al Fatto l’11 ottobre 2009, Agnese disse: “Sono una vedova di guerra e non una vedova di mafia” e alla domanda: “Una guerra terminata con la strage di via D’Amelio?”, rispose: “No. Non è finita . Si è trasformata in guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità”.
A distanza di tre anni quella verità, al di là degli esiti processuali, è divenuta patrimonio collettivo: la trattativa Stato-mafia c’è stata. Sono indagati, a vario titolo, ex ministri come Conso e Mancino, deputati in carica come Mannino e Dell’Utri. Lei che ha vissuto accanto a un uomo animato da un senso dello Stato così profondo da anteporlo alla sua stessa vita, cosa prova oggi?
Le rispondo cosa non provo: non provo meraviglia in quanto moglie di chi, da sempre, metteva in guardia dal rischio di una contiguità tra poteri criminali e pezzi dello Stato, contiguità della quale Cosa Nostra, ieri come oggi, non poteva fare a meno per esistere.
Non la meraviglia neppure che probabilmente anche alte cariche dello Stato sapessero della trattativa Stato-mafia, come si evince dalla telefonata di Nicola Mancino al consigliere giuridico del presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, in cui chiede di parlare con Giorgio Napolitano e dice: “Non lasciatemi solo, possono uscire altri nomi” (tra cui Scalfaro)? Come dire: le persone sole parlano di altre persone?
Questo mi addolora profondamente, perché uno Stato popolato da ricattatori e ricattati non potrà mai avere e dare né pace né libertà ai suoi figli. Ma ripeto, non provo meraviglia: mio marito aveva capito tutto.
Lei descrive i cosiddetti smemorati istituzionali, coloro che hanno taciuto o che hanno ricordato a metà, come “uomini che tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi” e disse di provare per loro “una certa tenerezza”. La prova ancora, o ritiene che abbiano responsabilità così grandi da non poter essere né compianti né perdonati?
Non perdono quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno il senso della vergogna, ma sanno solo difendersi professandosi innocenti come normalmente si professa il criminale che si è macchiato di orrendi crimini. Alcuni cosiddetti “potenti”, ritenuti in passato intoccabili, hanno secondo me perso in questa storia un’occasione importante per salvare almeno la loro dignità e non mi meraviglierei se qualche comico li ridicolizzasse.
A distanza di tre anni quella verità, al di là degli esiti processuali, è divenuta patrimonio collettivo: la trattativa Stato-mafia c’è stata. Sono indagati, a vario titolo, ex ministri come Conso e Mancino, deputati in carica come Mannino e Dell’Utri. Lei che ha vissuto accanto a un uomo animato da un senso dello Stato così profondo da anteporlo alla sua stessa vita, cosa prova oggi?
Le rispondo cosa non provo: non provo meraviglia in quanto moglie di chi, da sempre, metteva in guardia dal rischio di una contiguità tra poteri criminali e pezzi dello Stato, contiguità della quale Cosa Nostra, ieri come oggi, non poteva fare a meno per esistere.
Non la meraviglia neppure che probabilmente anche alte cariche dello Stato sapessero della trattativa Stato-mafia, come si evince dalla telefonata di Nicola Mancino al consigliere giuridico del presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, in cui chiede di parlare con Giorgio Napolitano e dice: “Non lasciatemi solo, possono uscire altri nomi” (tra cui Scalfaro)? Come dire: le persone sole parlano di altre persone?
Questo mi addolora profondamente, perché uno Stato popolato da ricattatori e ricattati non potrà mai avere e dare né pace né libertà ai suoi figli. Ma ripeto, non provo meraviglia: mio marito aveva capito tutto.
Lei descrive i cosiddetti smemorati istituzionali, coloro che hanno taciuto o che hanno ricordato a metà, come “uomini che tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi” e disse di provare per loro “una certa tenerezza”. La prova ancora, o ritiene che abbiano responsabilità così grandi da non poter essere né compianti né perdonati?
Non perdono quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno il senso della vergogna, ma sanno solo difendersi professandosi innocenti come normalmente si professa il criminale che si è macchiato di orrendi crimini. Alcuni cosiddetti “potenti”, ritenuti in passato intoccabili, hanno secondo me perso in questa storia un’occasione importante per salvare almeno la loro dignità e non mi meraviglierei se qualche comico li ridicolizzasse.
Paolo Borsellino ai figli ripeteva spesso: imparate a fare la differenza umanamente, non è il ruolo che fa grandi gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Mai parole appaiono più vere alla luce dell’oggi.
Il posto, il ruolo, non è importante, lo diventa secondo l’autorevolezza di chi lo ricopre. Oggi mio marito ripeterebbe la stessa espressione con il sorriso ironico che lo caratterizzava.
Signora, perché ha raccontato ai magistrati di Caltanissetta solo nel 2010, dopo 18 anni, che suo marito le aveva confidato che l’ex comandante del Ros, il generale Antonio Subranni, era in rapporto con ambienti mafiosi e che era stato “punciutu”?
Potrebbe apparire un silenzio anomalo, ma non lo è. I tempi sono maturati successivamente e gli attuali magistrati di Caltanissetta, cui ancora una volta desidero manifestare la mia stima e il mio affetto, sanno le ragioni per le quali ho riferito alcune confidenze di mio marito a loro e soltanto a loro.
Sta dicendo che ha ritenuto di non poter affidare quella confidenza così sconvolgente alla Procura di Caltanissetta fino a che è stata diretta da Giovanni Tinebra?
Il primo problema che mi sono posta all’indomani della strage è stato di proteggere i miei figli, le mie condotte e le mie decisioni sono state prevalentemente dettate, in tutti questi lunghi anni, da questa preoccupazione.
Il pm Nico Gozzo all’indomani della dichiarazione del generale Subranni, che l’ha definita non credibile con parole che per pudore non riportiamo, ha fondato su Facebook il gruppo: ”Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”. Un fiume di adesioni, lettere commoventi , fotografie, dediche struggenti. Come lo racconterebbe a suo marito in un dialogo ideale?
Caro Paolo, l’amore che hai sparso si è tradotto anche in tantissime lettere affettuose, prive di retorica e grondanti di profondi sentimenti, che ho avuto l’onore di ricevere perché moglie di un grande uomo buono.
Dove trova la forza una donna che ha toccato il dolore per la perdita del suo più grande amore e ora deve sopportare anche il dolore per una verità che fa rabbrividire?
Nel far convivere i sentimenti emotivi e la ragione, ho fatto prevalere quest’ultima in quanto mi ha dato la forza di sopportare il dolore per la perdita di un marito meraviglioso ed esemplare e per accettare una verità complessa, frutto di una società e di una politica in pieno degrado etico e istituzionale.
Tratto da: Il Fatto Quotidiano
Il posto, il ruolo, non è importante, lo diventa secondo l’autorevolezza di chi lo ricopre. Oggi mio marito ripeterebbe la stessa espressione con il sorriso ironico che lo caratterizzava.
Signora, perché ha raccontato ai magistrati di Caltanissetta solo nel 2010, dopo 18 anni, che suo marito le aveva confidato che l’ex comandante del Ros, il generale Antonio Subranni, era in rapporto con ambienti mafiosi e che era stato “punciutu”?
Potrebbe apparire un silenzio anomalo, ma non lo è. I tempi sono maturati successivamente e gli attuali magistrati di Caltanissetta, cui ancora una volta desidero manifestare la mia stima e il mio affetto, sanno le ragioni per le quali ho riferito alcune confidenze di mio marito a loro e soltanto a loro.
Sta dicendo che ha ritenuto di non poter affidare quella confidenza così sconvolgente alla Procura di Caltanissetta fino a che è stata diretta da Giovanni Tinebra?
Il primo problema che mi sono posta all’indomani della strage è stato di proteggere i miei figli, le mie condotte e le mie decisioni sono state prevalentemente dettate, in tutti questi lunghi anni, da questa preoccupazione.
Il pm Nico Gozzo all’indomani della dichiarazione del generale Subranni, che l’ha definita non credibile con parole che per pudore non riportiamo, ha fondato su Facebook il gruppo: ”Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”. Un fiume di adesioni, lettere commoventi , fotografie, dediche struggenti. Come lo racconterebbe a suo marito in un dialogo ideale?
Caro Paolo, l’amore che hai sparso si è tradotto anche in tantissime lettere affettuose, prive di retorica e grondanti di profondi sentimenti, che ho avuto l’onore di ricevere perché moglie di un grande uomo buono.
Dove trova la forza una donna che ha toccato il dolore per la perdita del suo più grande amore e ora deve sopportare anche il dolore per una verità che fa rabbrividire?
Nel far convivere i sentimenti emotivi e la ragione, ho fatto prevalere quest’ultima in quanto mi ha dato la forza di sopportare il dolore per la perdita di un marito meraviglioso ed esemplare e per accettare una verità complessa, frutto di una società e di una politica in pieno degrado etico e istituzionale.
Tratto da: Il Fatto Quotidiano
Fonte: Antimafiaduemila
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