martedì 31 marzo 2009

Venetie per l’Autogoverno - Forse non tutti sanno che ……..


NOI VENETI SIAMO GIA’ INDIPENDENTI !!!!


Infatti, come una legge italiana riconosce al “Popolo Veneto” il diritto al proprio Autogoverno ( art.2 L.n.340 del 1971), una legge internazionale gli riconosce anche il diritto di costituire il proprio Stato in deroga alle leggi della Repubblica Italiana (L.n.881 del 1971 ).


Venetie per l’Autogoverno è il primo partito che nasce con lo scopo di realizzare il trasferimento di tutti i poteri dalle Istituzioni della Repubblica Italiana presenti nel territorio alle
Istituzioni di Autogoverno del Popolo Veneto.

Venetie per l’Autogoverno riconosce come proprie istituzioni naturali e giuridiche quelle di Autogoverno del Popolo Veneto, e tuttavia partecipa alle elezioni italiane proprio per realizzare il trasferimento dei poteri.


E’ nel potere del Popolo Veneto ritornare indipendente con le leggi attuali, ma il diritto risale al 1866, cioé preesistente all’Unità d’Italia .


Il gruppo è attivo per le elezioni amministrative italiane 2009 con la presentazione di liste in diversi comuni e province del Lombardo-Veneto.


Il programma è quello di realizzare l’Autogoverno dell’amministrazione del Comune e della Provincia nella gestione del territorio, della giustizia, del fisco e dello stato sociale.


L’amministrazione comunale diventerà così il soggetto a cui tutti (imprese e dipendenti) pagheranno le tasse, potendo quindi, non solo ridurre l’imposizione fiscale, ma aumentare gli stipendi dei dipendenti e disporre di incredibili risorse per la gestione dei servizi comunali e sociali.


Avvalendosi di queste leggi, il patto di stabilità che attualmente impedisce ai comuni di spendere anche i soldi in cassa, non potrà essere imposto alle amministrazioni in autogoverno, perché permesso dalla L.n.881 del 1977.


Per Venetie noi intendiamo le terre venete in Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia-Giulia, Trentino ecc.


Se abiti in uno di questi territori è tuo dovere impegnarti per far rispettare questi diritti della tua gente.


Iscriviti al gruppo o inviaci una email all’indirizzo email action@venetie.in
Stiamo creando una rete di intervento e cercando gente per creare liste locali.
Scrivici un commento con i tuoi riferimenti per essere contattato o telefona al

347 1416187




Oppure su Facebook

http://palmerini.net/utenti/lt.php?id=KRoFB1BVVg5TGQkGDU0EVFECCQ%3D%3D

STIAMO CERCANDO CANDIDATI PER LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE NEL TUO COMUNE O PROVINCIA


www.palmerini.net/utenti/
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NOI VENETI SIAMO GIA’ INDIPENDENTI !!!!


Infatti, come una legge italiana riconosce al “Popolo Veneto” il diritto al proprio Autogoverno ( art.2 L.n.340 del 1971), una legge internazionale gli riconosce anche il diritto di costituire il proprio Stato in deroga alle leggi della Repubblica Italiana (L.n.881 del 1971 ).


Venetie per l’Autogoverno è il primo partito che nasce con lo scopo di realizzare il trasferimento di tutti i poteri dalle Istituzioni della Repubblica Italiana presenti nel territorio alle
Istituzioni di Autogoverno del Popolo Veneto.

Venetie per l’Autogoverno riconosce come proprie istituzioni naturali e giuridiche quelle di Autogoverno del Popolo Veneto, e tuttavia partecipa alle elezioni italiane proprio per realizzare il trasferimento dei poteri.


E’ nel potere del Popolo Veneto ritornare indipendente con le leggi attuali, ma il diritto risale al 1866, cioé preesistente all’Unità d’Italia .


Il gruppo è attivo per le elezioni amministrative italiane 2009 con la presentazione di liste in diversi comuni e province del Lombardo-Veneto.


Il programma è quello di realizzare l’Autogoverno dell’amministrazione del Comune e della Provincia nella gestione del territorio, della giustizia, del fisco e dello stato sociale.


L’amministrazione comunale diventerà così il soggetto a cui tutti (imprese e dipendenti) pagheranno le tasse, potendo quindi, non solo ridurre l’imposizione fiscale, ma aumentare gli stipendi dei dipendenti e disporre di incredibili risorse per la gestione dei servizi comunali e sociali.


Avvalendosi di queste leggi, il patto di stabilità che attualmente impedisce ai comuni di spendere anche i soldi in cassa, non potrà essere imposto alle amministrazioni in autogoverno, perché permesso dalla L.n.881 del 1977.


Per Venetie noi intendiamo le terre venete in Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia-Giulia, Trentino ecc.


Se abiti in uno di questi territori è tuo dovere impegnarti per far rispettare questi diritti della tua gente.


Iscriviti al gruppo o inviaci una email all’indirizzo email action@venetie.in
Stiamo creando una rete di intervento e cercando gente per creare liste locali.
Scrivici un commento con i tuoi riferimenti per essere contattato o telefona al

347 1416187




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I Diavoli


Ricevo dall'amico Andrea e posto :



Di Andrea Balìa


Ne aveva parlato, strumentalmente, già qualche anno prima dell’unità d’Italia un certo Lord Gladstone : “un paradiso abitato da diavoli”.

Dove aveva usato il termine paradiso non tanto per decantare sinceramente le bellezze del Sud, ma per accentuare ancor più il contrasto con il modus vivendi luciferino dei suoi abitanti, da additare al ludibrio dell’opinione politica e pubblica d’Europa.
Ad annessione avvenuta, a Sud conquistato, aveva ritratto tutto confessando d’aver graziosamente confezionato un pacco di bugie per il solo scopo d’agevolare il piano piemontese d’appropriazione del meridione.

Davvero un gran signore, degno del suo titolo di Lord.
La frittata però era omai fatta, il plurisecolare regno con oltre sette secoli di storia che, da Ruggero il Normanno ai Borbone, aveva avuto splendori ed autonomie, diventava una lontana provincia italiana. Era stato depredato, depauperato, massacrato nella sua florida economia, subendo vessazioni, uccisione di civili e militari, ed una repressione violentissima e feroce.

Era iniziato il degrado, lo stillicidio di oltre un secolo e mezzo che attraverso abbandono, due emigrazioni bibliche (ed una terza a tutt’oggi in atto), finte sovvenzioni ed assistenzialismo, ruberie, corruzioni, la collusione malavitosa con la politica fatta diventare sistema, l’appropriazione demaniale di siti e ed edifici storici, la mancanza d’interventi infrastrutturali e perfino di soluzione sulle acque, l’ascarume di politici meridionali da i Gava, ai Pomicino, per arrivare agli Scotti, Lombardo, Mastella ecc…porterà il vecchio Sud alla rovina attuale.

Non c’è che dire : un gran bel lavoro! I diavoli però, a differenza delle fandonie di Gladstone, si sono, grazie a quanto sopra, adesso davvero materializzati.

Un governo della capitale del Sud e regionale in mano ad una sinistra rapace, inconcludente, rissosa, collusa, salottiera e giacobina.

I berluscones, per lo più giovani e di mezza età, che si sono appropriati con il loro consumismo sfrenato, delle più belle piazze con i loro SUV arroganti, con le moto e le auto esagerate, ed i loro capi d’abbigliamento firmati.

Quelli di loro più politicizzati, di destra, con il mito di Zio Silvio, il loro faro, il nuovo duce di riferimento.

Una “torcida”, proveniente da una periferia iperdegradata, terra di niente, che pullula, con i suoi motorini e con la sua presenza invadente, nelle sere e notti napoletane; border line con la malavita, o malavita essa stessa, e che sfrontatamente si muove con il suo carico di violenza e pericolosità.

I diavoli, i nuovi diavoli.
Per fortuna e, incredibilmente, sono, tutti messi insieme, da i politici agli altri, ancora la minoranza ; i due terzi sono quel popolo, quella che una volta s’usava dire “maggioranza silenziosa”, snobbato dalla destra e tradito dalla sinistra, che subisce i diavoli.

Come scrive il mio amico Gino Giammarino, giornalista meridionalista, da ispirato brigante, parlando di sé stesso in terza persona : “…nella sua insonnia, si gode la bellezza lunare di Partenope, finalmente libera dai suoi tamarri aguzzini.

Ancora per poco: tra un po' l'alba farà luce sulla tribù geneticamente modificata.

La Sirena si nasconderà negli abissi per non guardare, mentre le sue lacrime si confonderanno tra le onde del mediterraneo”.

Ora purtroppo noi non abbiamo il ruolo, il carisma e l’autorità, né siamo Nostro Signore, per scacciare i mercanti dal tempio.

Un’anatema, invece sì, possiamo permettercelo, da eredi privilegiati, tramite ramo materno, di quei briganti che diedero la vita per le nostre terre, come il grande Carmine Crocco, il mio avo di cui ascoltavo rapito, da piccolo, i racconti che i grandi facevano in casa sulle sue imprese :
“ che una nuova classe dirigente di gente fiera e dignitosa cancelli le vostre dannose presenze o vi riconduca ad una vita dove il senso d’appartenenza guidi il vostro iter quotidiano…diversamente che questa terra offesa e vilipesa - in un sussulto di riscatto - v’inghiotta!!! ”.

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Ricevo dall'amico Andrea e posto :



Di Andrea Balìa


Ne aveva parlato, strumentalmente, già qualche anno prima dell’unità d’Italia un certo Lord Gladstone : “un paradiso abitato da diavoli”.

Dove aveva usato il termine paradiso non tanto per decantare sinceramente le bellezze del Sud, ma per accentuare ancor più il contrasto con il modus vivendi luciferino dei suoi abitanti, da additare al ludibrio dell’opinione politica e pubblica d’Europa.
Ad annessione avvenuta, a Sud conquistato, aveva ritratto tutto confessando d’aver graziosamente confezionato un pacco di bugie per il solo scopo d’agevolare il piano piemontese d’appropriazione del meridione.

Davvero un gran signore, degno del suo titolo di Lord.
La frittata però era omai fatta, il plurisecolare regno con oltre sette secoli di storia che, da Ruggero il Normanno ai Borbone, aveva avuto splendori ed autonomie, diventava una lontana provincia italiana. Era stato depredato, depauperato, massacrato nella sua florida economia, subendo vessazioni, uccisione di civili e militari, ed una repressione violentissima e feroce.

Era iniziato il degrado, lo stillicidio di oltre un secolo e mezzo che attraverso abbandono, due emigrazioni bibliche (ed una terza a tutt’oggi in atto), finte sovvenzioni ed assistenzialismo, ruberie, corruzioni, la collusione malavitosa con la politica fatta diventare sistema, l’appropriazione demaniale di siti e ed edifici storici, la mancanza d’interventi infrastrutturali e perfino di soluzione sulle acque, l’ascarume di politici meridionali da i Gava, ai Pomicino, per arrivare agli Scotti, Lombardo, Mastella ecc…porterà il vecchio Sud alla rovina attuale.

Non c’è che dire : un gran bel lavoro! I diavoli però, a differenza delle fandonie di Gladstone, si sono, grazie a quanto sopra, adesso davvero materializzati.

Un governo della capitale del Sud e regionale in mano ad una sinistra rapace, inconcludente, rissosa, collusa, salottiera e giacobina.

I berluscones, per lo più giovani e di mezza età, che si sono appropriati con il loro consumismo sfrenato, delle più belle piazze con i loro SUV arroganti, con le moto e le auto esagerate, ed i loro capi d’abbigliamento firmati.

Quelli di loro più politicizzati, di destra, con il mito di Zio Silvio, il loro faro, il nuovo duce di riferimento.

Una “torcida”, proveniente da una periferia iperdegradata, terra di niente, che pullula, con i suoi motorini e con la sua presenza invadente, nelle sere e notti napoletane; border line con la malavita, o malavita essa stessa, e che sfrontatamente si muove con il suo carico di violenza e pericolosità.

I diavoli, i nuovi diavoli.
Per fortuna e, incredibilmente, sono, tutti messi insieme, da i politici agli altri, ancora la minoranza ; i due terzi sono quel popolo, quella che una volta s’usava dire “maggioranza silenziosa”, snobbato dalla destra e tradito dalla sinistra, che subisce i diavoli.

Come scrive il mio amico Gino Giammarino, giornalista meridionalista, da ispirato brigante, parlando di sé stesso in terza persona : “…nella sua insonnia, si gode la bellezza lunare di Partenope, finalmente libera dai suoi tamarri aguzzini.

Ancora per poco: tra un po' l'alba farà luce sulla tribù geneticamente modificata.

La Sirena si nasconderà negli abissi per non guardare, mentre le sue lacrime si confonderanno tra le onde del mediterraneo”.

Ora purtroppo noi non abbiamo il ruolo, il carisma e l’autorità, né siamo Nostro Signore, per scacciare i mercanti dal tempio.

Un’anatema, invece sì, possiamo permettercelo, da eredi privilegiati, tramite ramo materno, di quei briganti che diedero la vita per le nostre terre, come il grande Carmine Crocco, il mio avo di cui ascoltavo rapito, da piccolo, i racconti che i grandi facevano in casa sulle sue imprese :
“ che una nuova classe dirigente di gente fiera e dignitosa cancelli le vostre dannose presenze o vi riconduca ad una vita dove il senso d’appartenenza guidi il vostro iter quotidiano…diversamente che questa terra offesa e vilipesa - in un sussulto di riscatto - v’inghiotta!!! ”.

Libertà è partecipazione



monologhi e canzoni di Giorgio Gaber - con G. D'addario e D. Laddaga - musicisti: chitarra Gianluca Vecchio, tastiere Simone Iraci, basso Dario Iaculli, batteria Daniele Sergio - scenografia di Wolfregia di Domenico Laddaga
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monologhi e canzoni di Giorgio Gaber - con G. D'addario e D. Laddaga - musicisti: chitarra Gianluca Vecchio, tastiere Simone Iraci, basso Dario Iaculli, batteria Daniele Sergio - scenografia di Wolfregia di Domenico Laddaga

A Suzzara (MN) arriva il Partito del Sud




Fonte :La Gazzetta di Mantova del 31/03/2009
Per ingrandire e leggere cliccare sull'articolo
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Fonte :La Gazzetta di Mantova del 31/03/2009
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«Gomorra è qui, tacere è complice» Il grido di Cavalli


Milano, luglio e un «funerale oscenamente privato», quello dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso con tre colpi calibro 357 magnum, l’11 luglio del 1979.

Parte da qui l’ultimo lavoro di Giulio Cavalli, scritto a quattro mani con il giornalista Gianni Barbacetto,presentato sabato sera al Nebiolo, la chiusura della giornata di inaugurazione del Centro di documentazione per il teatro civile.
E non poteva esserci occasione migliore per questa prima lettura, che il direttore artistico del teatro di Tavazzano ha portato in scena con l’accompagnamento musicale di Gaetano Liguori, se non una giornata in cui a vincere è stato il sodalizio stretto tra giornalismo e teatro di narrazione.
Da Ambrosoli a Sindona, dalla Banca Rasini all’omicidio Calvi, da Milano all’Expo e l’attacco è duro, frontale, diretto a una città, Milano, «che non se ne accorge», a una regione, la Lombardia, muta, a una popolazione, cieca e complice, perché che «favola comoda è dire che qui la mafia non esiste».

E il ritratto, dipinto nei 50 minuti fitti di nomi, cognomi, fatti, è implacabile per la Milano «tutta aperitivo e presunzione», ma anche per tutti i territori limitrofi che sono diventati la patria ufficiale del «confino» voluto da Cosa Nostra e ‘ndrangheta, perché «le mafie sono diventate brave», non imbracciano più il fucile; i figli giovani e trentenni delle guerre di mafia degli anni Ottanta girano in Suv, fanno la stessa vita degli altri milanesi da aperitivo.

Ma soprattutto le mafie sono diventate grandi.
Hanno capito che per fare cassa, gli affari più sicuri sono quelli di edilizia e appalti pubblici. E allora una lettura può diventare un torrente di nomi e di luoghi, con l’oggettività giornalistica di Barbacetto e il linguaggio poetico di Cavalli: da Buccinasco a Corsico, da Cologno Monzese a Melegnano, da Spino d’Adda a Sant’Angelo Lodigiano, per dire che «Gomorra è anche qui» e il «silenzio è complice».«Ci sono spettacoli che nascono da un’urgenza diverse da quella di raccontare una storia, perché il lavoro che facciamo ci può portare ad incorrere in conseguenza che vanno oltre il palco e attaccano la vita privata - ha spiegato Cavalli in apertura - ; per me è un grandissimo onore lavorare con un professionista che è abituato a parlare, dati alla mano, di un fenomeno che siamo abituati a pensare come lontanissimo da qui».

Sul palco alla fine della lettura anche Gianni Barbacetto, che ha raccolto insieme a Cavalli, il caloroso applauso di Tavazzano.
«Questa lettura è ancora più forte degli articoli da cui proviene - ha commentato il giornalista - ; i fatti sembrano acquistare un senso di verità maggiore. L’informazione è poca cosa, ha le armi spuntate e la ricchezza di questo lavoro è la possibilità di andare nei teatri, incontrare la gente e dire loro la verità».

Fonte:
IL CITTADINO
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Milano, luglio e un «funerale oscenamente privato», quello dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso con tre colpi calibro 357 magnum, l’11 luglio del 1979.

Parte da qui l’ultimo lavoro di Giulio Cavalli, scritto a quattro mani con il giornalista Gianni Barbacetto,presentato sabato sera al Nebiolo, la chiusura della giornata di inaugurazione del Centro di documentazione per il teatro civile.
E non poteva esserci occasione migliore per questa prima lettura, che il direttore artistico del teatro di Tavazzano ha portato in scena con l’accompagnamento musicale di Gaetano Liguori, se non una giornata in cui a vincere è stato il sodalizio stretto tra giornalismo e teatro di narrazione.
Da Ambrosoli a Sindona, dalla Banca Rasini all’omicidio Calvi, da Milano all’Expo e l’attacco è duro, frontale, diretto a una città, Milano, «che non se ne accorge», a una regione, la Lombardia, muta, a una popolazione, cieca e complice, perché che «favola comoda è dire che qui la mafia non esiste».

E il ritratto, dipinto nei 50 minuti fitti di nomi, cognomi, fatti, è implacabile per la Milano «tutta aperitivo e presunzione», ma anche per tutti i territori limitrofi che sono diventati la patria ufficiale del «confino» voluto da Cosa Nostra e ‘ndrangheta, perché «le mafie sono diventate brave», non imbracciano più il fucile; i figli giovani e trentenni delle guerre di mafia degli anni Ottanta girano in Suv, fanno la stessa vita degli altri milanesi da aperitivo.

Ma soprattutto le mafie sono diventate grandi.
Hanno capito che per fare cassa, gli affari più sicuri sono quelli di edilizia e appalti pubblici. E allora una lettura può diventare un torrente di nomi e di luoghi, con l’oggettività giornalistica di Barbacetto e il linguaggio poetico di Cavalli: da Buccinasco a Corsico, da Cologno Monzese a Melegnano, da Spino d’Adda a Sant’Angelo Lodigiano, per dire che «Gomorra è anche qui» e il «silenzio è complice».«Ci sono spettacoli che nascono da un’urgenza diverse da quella di raccontare una storia, perché il lavoro che facciamo ci può portare ad incorrere in conseguenza che vanno oltre il palco e attaccano la vita privata - ha spiegato Cavalli in apertura - ; per me è un grandissimo onore lavorare con un professionista che è abituato a parlare, dati alla mano, di un fenomeno che siamo abituati a pensare come lontanissimo da qui».

Sul palco alla fine della lettura anche Gianni Barbacetto, che ha raccolto insieme a Cavalli, il caloroso applauso di Tavazzano.
«Questa lettura è ancora più forte degli articoli da cui proviene - ha commentato il giornalista - ; i fatti sembrano acquistare un senso di verità maggiore. L’informazione è poca cosa, ha le armi spuntate e la ricchezza di questo lavoro è la possibilità di andare nei teatri, incontrare la gente e dire loro la verità».

Fonte:
IL CITTADINO

lunedì 30 marzo 2009

Cronista antimafia rinviato a giudizio


La nostra solidarietà a Pino Maniaci e a tutti quelli che, come lui, operano per la legalità e la libertà.
(PdSUD ER)
Il direttore dell'emittente televisiva Telejato di Partinico (Palermo), Pino Maniaci, è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista.
Nonostante non abbia mai voluto prendere il tesserino dell'Ordine, Maniaci conduce ogni giorno il Tg dell'emittente locale, più volte minacciata, querelata e contestata da boss e notabili della zona di Partinico. Lo stesso Maniaci lo scorso anno era stato minacciato dal figlio di un boss della famiglia Vitale

Pino Maniaci, direttore dell'emittente televisiva "Telejato" di Partinico, nel palermitano, la tv più volte minacciata, querelata e contestata dai boss della zona, è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista. La "citazione diretta" è stata disposta dal pubblico ministero di Palermo Paoletta Caltabellotta. Il processo è stato fissato davanti al giudice monocratico di Partinico l'8 maggio prossimo.

Secondo l'accusa, Maniaci, "con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso", avrebbe esercitato abusivamente l'attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato. Maniaci infatti conduce ogni giorno il tg di Telejato ma non ha mai voluto prendere il tesserino di giornalista pubblicista.

Proprio per aver denunciato più volte le attività criminose dell'area di Partinico, Maniaci l'anno scorso era stato minacciato da un figlio di un boss della famiglia dei Vitale, detti "Fardazza", da lui più volte criticati e attaccati durante i telegiornali.

Fonte:LaRepubblica Palermo (30 marzo 2009)
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La nostra solidarietà a Pino Maniaci e a tutti quelli che, come lui, operano per la legalità e la libertà.
(PdSUD ER)
Il direttore dell'emittente televisiva Telejato di Partinico (Palermo), Pino Maniaci, è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista.
Nonostante non abbia mai voluto prendere il tesserino dell'Ordine, Maniaci conduce ogni giorno il Tg dell'emittente locale, più volte minacciata, querelata e contestata da boss e notabili della zona di Partinico. Lo stesso Maniaci lo scorso anno era stato minacciato dal figlio di un boss della famiglia Vitale

Pino Maniaci, direttore dell'emittente televisiva "Telejato" di Partinico, nel palermitano, la tv più volte minacciata, querelata e contestata dai boss della zona, è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista. La "citazione diretta" è stata disposta dal pubblico ministero di Palermo Paoletta Caltabellotta. Il processo è stato fissato davanti al giudice monocratico di Partinico l'8 maggio prossimo.

Secondo l'accusa, Maniaci, "con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso", avrebbe esercitato abusivamente l'attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato. Maniaci infatti conduce ogni giorno il tg di Telejato ma non ha mai voluto prendere il tesserino di giornalista pubblicista.

Proprio per aver denunciato più volte le attività criminose dell'area di Partinico, Maniaci l'anno scorso era stato minacciato da un figlio di un boss della famiglia dei Vitale, detti "Fardazza", da lui più volte criticati e attaccati durante i telegiornali.

Fonte:LaRepubblica Palermo (30 marzo 2009)

Sud e identità politica - Conferenza del 28/03/09 a Napoli - la seconda parte del discorso di Antonio Ciano

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Il risorgimento rivisitato dalla scuola del mezzogiorno mentre inizia la stagione del federalismo italiano


Ricevo queste considerazioni da Redazione Due Sicilie e ne rilancio l'appello:

Come facevano in Russia anche in Italia, per indottrinare i bambini, si commemorano i 150 anni di "unità" raccontando la favoletta risorgimentale con le solite bugie. In più, ne approfittano anche per inserirci dentro il federalismo. Stiamo attenti a questi delinquenti e inondiamoli di proteste.

Scrivete e protestate di brutto, perché questo è solo l'inizio di una lunga campagna mediatica contro di noi.
Io così ho scritto a:
http://www.primapaginamolise.it/service.php?section=scriveteci


A proposito dell'art.: "Il risorgimento rivisitato dalla scuola del mezzogiorno mentre inizia la stagione del federalismo italiano" è davvero stupefacente che proprio voi che siete del Sud andate ancora avanti con la favoletta risorgimentale dell' "unità" e per di più la volete insegnare anche ai bambini.

E' come se in Israele insegnassero ai bambini che lo sterminio degli ebrei fatto dai nazisti era una cosa buona e bella. Garibaldi era un mercenario inviato nel Regno delle Due Sicilie per gettarvi scompiglio in modo tale da giustificare l'invasione piemontese per rapinare le nostre ricchezze e ammazzare quelli che si opponevano (quelli che loro chiamarono briganti e che invece erano partigiani che difendevano la nostra Terra contro i piemontesi). Ancora oggi siamo una colonia delle cosche savojarde e finanziarie del Nord, per questo che in 150 il Sud non ha mai potuto svilupparsi.

Dovreste vergognarvi di rimanere ancora fermi al 1860 e così avallare, come i collaborazionisti dei nazisti, lo scempio che viene fatto a noi Meridionali. Vergogna!



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Il risorgimento rivisitato dalla scuola del mezzogiorno mentre inizia la stagione del federalismo italiano




L'incontro alla Presidenza del Consiglio Comunale di Napoli.

Gli studenti molisani e campani all' Archivio centrale dello Stato a Roma lunedì prossimo 31 marzo. Garibaldi federalista.

A Napoli, alla Presidenza del Consiglio Comunale, è stato illustrato da Filippo Poleggi della Lega delle Autonomie Locali ed Antonio Turco della Fondazione Ibsen, con la presenza dello storico, vulcanologo Antonio Luongo e delle docenti Anna Maria Papasso ed Antonella Galano dell'I.C. San Giovanni Bosco di Ponticelli, al Presidente dott. Leonardo Impegno, il significato delle manifestazioni che avranno luogo a Roma, per celebrare il 150° dell'Unità d'Italia.

La scuola, in sinergia con le associazioni promotrici, impegnate per il rinnovamento del Paese, sviluppa progetti di conoscenza e ricerca storica per aiutare la società d'oggi ad uscire dalla crisi che è prima etica e poi economico -finanziaria.

Prima d'ogni altra cosa occorre la conoscenza storica per capire cosa è successo nel passato che è all'origine degli accadimenti attuali, per orientarsi ed uscire dallo smarrimento che sembra pervadere la società.

Uomini delle istituzioni, come Leonardo Impegno ed altri, accettano re favoriscono questi processi per promuovere nuovi assetti e rapporti tra istituzioni e società.

Per questi motivi, lunedì 30 marzo, alle ore 11: 00, a Roma presso l'Archivio Centrale dello Stato in piazzale degli Archivi, in un apposito convegno, alunni e studenti molisani e campani, illustreranno il progetto della ricerca in cui sono impegnati su Garibaldi per due mesi condottiero, dittatore politico innovatore, federalista; il loro lavoro rappresenta, sulla base di documenti ufficiali d'Archivio, l'eroe dei due mondi quale governatore delle Due Sicilie che, con formali decreti, introdusse importanti riforme di equità sociale, innovazione dello Stato, cambiamenti istituzionali di chiara visione federalista. L'arresto di questo processo è uno dei prezzi che il Mezzogiorno pago per la necessaria unità d'Italia.

I giovani rivisitano anche questa storia mentre nel Paese si avvia la stagione del nuovo assetto istituzionale federalista.

Fonte:PrimapagineMolise

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Ricevo queste considerazioni da Redazione Due Sicilie e ne rilancio l'appello:

Come facevano in Russia anche in Italia, per indottrinare i bambini, si commemorano i 150 anni di "unità" raccontando la favoletta risorgimentale con le solite bugie. In più, ne approfittano anche per inserirci dentro il federalismo. Stiamo attenti a questi delinquenti e inondiamoli di proteste.

Scrivete e protestate di brutto, perché questo è solo l'inizio di una lunga campagna mediatica contro di noi.
Io così ho scritto a:
http://www.primapaginamolise.it/service.php?section=scriveteci


A proposito dell'art.: "Il risorgimento rivisitato dalla scuola del mezzogiorno mentre inizia la stagione del federalismo italiano" è davvero stupefacente che proprio voi che siete del Sud andate ancora avanti con la favoletta risorgimentale dell' "unità" e per di più la volete insegnare anche ai bambini.

E' come se in Israele insegnassero ai bambini che lo sterminio degli ebrei fatto dai nazisti era una cosa buona e bella. Garibaldi era un mercenario inviato nel Regno delle Due Sicilie per gettarvi scompiglio in modo tale da giustificare l'invasione piemontese per rapinare le nostre ricchezze e ammazzare quelli che si opponevano (quelli che loro chiamarono briganti e che invece erano partigiani che difendevano la nostra Terra contro i piemontesi). Ancora oggi siamo una colonia delle cosche savojarde e finanziarie del Nord, per questo che in 150 il Sud non ha mai potuto svilupparsi.

Dovreste vergognarvi di rimanere ancora fermi al 1860 e così avallare, come i collaborazionisti dei nazisti, lo scempio che viene fatto a noi Meridionali. Vergogna!



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Il risorgimento rivisitato dalla scuola del mezzogiorno mentre inizia la stagione del federalismo italiano




L'incontro alla Presidenza del Consiglio Comunale di Napoli.

Gli studenti molisani e campani all' Archivio centrale dello Stato a Roma lunedì prossimo 31 marzo. Garibaldi federalista.

A Napoli, alla Presidenza del Consiglio Comunale, è stato illustrato da Filippo Poleggi della Lega delle Autonomie Locali ed Antonio Turco della Fondazione Ibsen, con la presenza dello storico, vulcanologo Antonio Luongo e delle docenti Anna Maria Papasso ed Antonella Galano dell'I.C. San Giovanni Bosco di Ponticelli, al Presidente dott. Leonardo Impegno, il significato delle manifestazioni che avranno luogo a Roma, per celebrare il 150° dell'Unità d'Italia.

La scuola, in sinergia con le associazioni promotrici, impegnate per il rinnovamento del Paese, sviluppa progetti di conoscenza e ricerca storica per aiutare la società d'oggi ad uscire dalla crisi che è prima etica e poi economico -finanziaria.

Prima d'ogni altra cosa occorre la conoscenza storica per capire cosa è successo nel passato che è all'origine degli accadimenti attuali, per orientarsi ed uscire dallo smarrimento che sembra pervadere la società.

Uomini delle istituzioni, come Leonardo Impegno ed altri, accettano re favoriscono questi processi per promuovere nuovi assetti e rapporti tra istituzioni e società.

Per questi motivi, lunedì 30 marzo, alle ore 11: 00, a Roma presso l'Archivio Centrale dello Stato in piazzale degli Archivi, in un apposito convegno, alunni e studenti molisani e campani, illustreranno il progetto della ricerca in cui sono impegnati su Garibaldi per due mesi condottiero, dittatore politico innovatore, federalista; il loro lavoro rappresenta, sulla base di documenti ufficiali d'Archivio, l'eroe dei due mondi quale governatore delle Due Sicilie che, con formali decreti, introdusse importanti riforme di equità sociale, innovazione dello Stato, cambiamenti istituzionali di chiara visione federalista. L'arresto di questo processo è uno dei prezzi che il Mezzogiorno pago per la necessaria unità d'Italia.

I giovani rivisitano anche questa storia mentre nel Paese si avvia la stagione del nuovo assetto istituzionale federalista.

Fonte:PrimapagineMolise

Meno male che Fini c'è..........

























Fonte:Vauro
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Fonte:Vauro

Sud e identità politica - conferenza del 28/03/09 a Napoli - la prima parte del discorso di Antonio Ciano

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L'alleanza di cemento tra Berlusconi e Impregilo


Di Antonio Mazzeo


Dietro le Grandi Operette del presidente del consiglio c'è un rapporto di ferro e cemento armato con i più grandi gruppi italiani del settore. A partire dall'Impregilo, in eterna difficoltà, ma sempre pronta a vincere gli appalti più ghiotti. Come quello per il Ponte.

«È una cosa drammatica che i vertici di Impregilo dopo lavori difficili per la tratta ad alta velocità della Bologna-Firenze si sono trovati assolti dalla magistratura di Bologna e condannati a ben 5 anni da quella di Firenze. È qualcosa di patologico, è una metastasi del nostro Paese cui dobbiamo reagire perché c’è qualcuno che usa la legge come un Moloch che deve colpire. Dobbiamo trovare una via di uscita, altrimenti le società non vorranno fare lavori sul nostro territorio». La pensa così il premier Silvio Berlusconi sulla pesante condanna inflitta all’amministratore delegato d’Impregilo, Alberto Rupegni, a conclusione del primo grado del processo sui presunti crimini ambientali dei lavori per l’Alta Velocità. Il governo ha un asso nella manica per evitare che future inchieste della magistratura possano avere conseguenze sull’iter di realizzazione delle Grandi Opere, primo fra tutti il Ponte sullo Stretto, ad altissimo rischio d’infiltrazione mafiosa. L’affidamento di tutti i controlli ad un commissario ad acta, mettendo fuori gioco le procure locali e derogando dalle leggi generali. Lo ha rivelato Milano Finanza con un documentato articolo dal significativo titolo «Impregilo, niente scherzi sul Ponte». E che si faccia realmente sul serio lo dimostrano le parole di ringraziamento del presidente della grande società di costruzioni, Massimo Ponzellini. Intervenendo alla cerimonia di inaugurazione della prima linea del famigerato termovalorizzatore di Acerra – presente Berlusconi – Ponzellini ha affermato «che con il premier al nostro fianco, dopo aver realizzato quest’opera, sapremo vincere altre sfide, come quella della Salerno-Reggio Calabria e del Ponte sullo Stretto…».


Amore antico quello del Signore di Arcore per Impregilo e l’ecomostro dello Stretto di Messina. Berlusconi ha pubblicamente rivendicato come sia stato proprio il suo precedente governo a sollecitare un accordo tra le aziende italiane per progettare e realizzare in tutta tranquillità la megaopera. Nel corso di un comizio tenuto nel novembre 2008 durante la campagna elettorale per l’elezione del Governatore della regione Abruzzo, Belusconi ha dichiarato: «Sapete com’è andata col Ponte sullo Stretto? Avevamo impiegato cinque anni a metter d’accordo le imprese italiane perché non si presentassero separate alla gara d’appalto ma in consorzio… Eravamo andati dai nostri colleghi chiedendo che le imprese non si presentassero in modo molto aggressivo, proprio perché volevamo una realizzazione di mano italiana, e poi avremmo saputo ricompensarli con altre opere pubbliche». L’episodio è stato raccontato dal giornalista Marco Travaglio su «L’Espresso» del 30 dicembre 2008. Come sottolineato dallo stesso Travaglio, «se le parole hanno un senso, il premier spiega di avere – non si sa a che titolo – aggiustato una gara internazionale per far vincere Impregilo sui concorrenti stranieri, invitando quelli italiani a farsi da parte in cambio di altri appalti [pilotati anche quelli?]».


Di certo in casa Berlusconi non erano in pochi i profeti in grado di prevedere per filo e segno quello che sarebbe stato l’esito della gara per scegliere la società a cui affidare i lavori tra Scilla e Cariddi. «La gara per il Ponte sullo Stretto la vincerà Impregilo», dichiarò nel corso di una telefonata con Paolo Savona [l’allora presidente d’Impregilo], l’economista Carlo Pelanda, proprio ala vigilia dell’apertura delle offerte delle due cordate in gara. Nel corso della stessa telefonata Pelanda spiegò di avere avuto assicurazioni in merito dal senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, già presidente di Publitalia ed amministratore delegato di Mediaset. Sfortunatamente, il colloquio tra Paolo Savona e l’amico Carlo Pelanda fu intercettato dagli inquirenti della procura di Monza nell’ambito dell’inchiesta sulla società di Sesto San Giovanni per falso in bilancio, false comunicazioni sociali ed aggiotaggio. Incuriositi dalla singolare vocazione profetica dell’interlocutore, i magistrati lombardi interrogarono Paolo Savona sul senso di quella telefonata. «Era una legittima previsione», risponderà Paolo Savona.


«Il professor Pelanda mi stava spiegando che noi eravamo obiettivamente il concorrente più forte». Carlo Pelanda, editorialista del Foglio e del Giornale – quotidiani del gruppo Berlusconi – ricopriva al tempo l’incarico di consulente del ministro della difesa Antonio Martino, origini messinesi e uomo di vertice di Forza Italia. Pelanda era pure un intimo amico di Marcello Dell’Utri, al punto di aver ricoperto l’incarico di presidente dell’associazione «Il Buongoverno», fondata proprio dal senatore su cui pesa una condanna in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Gara piena di anomalie e stranezze quella per il general contractor del Ponte di Messina. Alla fase di pre-qualifica riuscì a partecipare perfino una società su cui sarebbe stato rilevante il controllo la potente organizzazione mafiosa nordamericana diretta dal boss Vito Rizzuto. Poi, uno dopo l’altro, si ritirarono inaspettatamente quasi tutti i grandi gruppi esteri partecipanti. Il 18 aprile 2005 [quarantotto ore prima della scadenza dei termini fissati dal bando], giunse inaspettata la decisione dei vertici della Stretto di Messina S.p.A., società pubblica concessionaria per il Ponte, di concedere ai consorzi in gara un mese di tempo in più per la presentazione delle offerte.


Le ragioni della benevola proroga restarono ignote, ma gli osservatori finanziari la giudicarono perlomeno discutibile, anche perché i tre mesi precedenti erano stati caratterizzati da altalenanti e contraddittori contatti tra i due colossi italiani capofila delle cordate in gara, l’Impregilo di Sesto San Giovanni e l’Astaldi di Roma.


Impregilo era al centro di una grave crisi finanziaria ed i vertici aziendali erano stati azzerati dall’inchiesta della procura di Monza. Per evitare il tracollo finanziario i principali azionisti della società avevano invocato l’intervento del governo e delle banche creditrici, auspicando l’ingresso di nuovi e più solidi soci. Nel febbraio 2005 i manager Astaldi dichiararono la propria disponibilità a fornire 250 milioni di euro per ricapitalizzare la società di Sesto San Giovanni, ma la loro offerta veniva respinta. In Impregilo fece invece ingresso un consorzio, IGLI, costituito appositamente dai gruppi Argofin [Marcellino Gavio], Techint-Sirti, Efibanca ed Autostrade S.p.A. [gruppo Benetton]. Efibanca, Techint e Sirti cederanno un anno più tardi la loro quota di IGLI a Salvatore Ligresti, il costruttore originario di Paternò a capo del gruppo assicurativo Fondiaria-Sai.
Sfumata l’ipotesi di una compartecipazione in Impregilo, Astaldi propose alla «concorrente» un’alleanza strategica per la formulazione di un’unica offerta per la realizzazione del Ponte sullo Stretto.


«Dopo la fuga di partner stranieri di entrambe le cordate e la scarsa convinzione degli altri, il buon senso vorrebbe che i due gruppi in qualche modo mettessero insieme le forze», dichiarò Vittorio Di Paola, amministratore delegato di Astaldi, dopo che due società spagnole partner di Astaldi si erano ritirate dalla gara. Il 2 maggio 2005, il nuovo consiglio d’amministrazione di Impregilo respinse però la vantaggiosa offerta di alleanza.

Coincidenza vuole che negli stessi giorni era stata depositata un’interrogazione parlamentare al Ministro delle Infrastrutture, a firma dei senatori Brutti e Montalbano [Ds]. In essa si affermava che la presentazione di un’unica offerta da parte di Astaldi e Impregilo per il Ponte sullo Stretto «configurava un’effettiva turbativa d’asta e quindi l’irregolarità della gara».

Nell’interrogazione i due parlamentari denunciavano che i due raggruppamenti avevano avviato « una trattativa con i buoni uffici di un noto avvocato, consulente legale dell’Anas per la sorveglianza sui lavori dell’Impregilo, notoriamente legato da vincoli professionali ventennali con l’impresa Astaldi, per giungere, attraverso un rimescolamento delle carte, a presentare un’unica offerta in comune tra Astaldi e Impregilo, riducendo in tal modo ad uno il numero dei partecipanti effettivi alla fase conclusiva della gara stessa».

Brutti e Montalbano aggiungevano che il rinvio dei termini della gara in questione «era stato fortemente sollecitato alla società Stretto di Messina da una delle due società concorrenti, indebolita nella sua composizione interna dall’uscita di un fondamentale partner francese». Sempre secondo gli interroganti, a tal fine il consiglio d’amministrazione della società concessionaria aveva inserito nel bando una clausola che consentiva di aggiudicare la gara anche in presenza di una sola offerta.

«Appare quanto meno sospetto un rinvio dei termini idoneo a far maturare un accordo tra i due concorrenti e la contemporanea decisione di modificare il bando, che sembra proprio spingere nella direzione dell’accordo tra i concorrenti», commentavano i senatori diessini.
Quando alla scadenza del termine, giunsero le offerte delle uniche due cordate rimaste in gara, certe «anomalie» furono sotto gli occhi di tutti. In meno di un anno si erano verificati cambiamenti rilevanti nelle composizioni dei raggruppamenti.

Nell’associazione temporanea a guida Impregilo, ad esempio, non comparivano più la società statunitense Parsons. Nella cordata a guida Astaldi spiccava invece la scomparsa del Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna. Vere e proprie fughe provvidenziali, verrebbe da dire, dato che hanno permesso la conclusione della gara diradando alcuni dei dubbi di legittimità e regolarità.
Il forfait di Parsons evitava infatti che la transnazionale finisse nella ragnatela dei conflitti d’interesse che hanno segnato la stagione delle selezioni dei soggetti chiamati alla realizzazione del collegamento stabile.

La controllata Parsons Transportation Group, a fine 1999, era stata nominata «advisor» dal Ministero dei lavori pubblici per approfondire gli aspetti tecnici del progetto di massima del Ponte di Messina. La stessa Parsons Transportation Group ha poi partecipato al bando per il Project Management Consultant per la vigilanza delle attività del general contractor del Ponte. Se Parsons Transportation Group avesse vinto questa gara [cosa poi puntualmente verificatasi] e la società madre fosse rimasta associata ad Impregilo, la Stretto di Messina si sarebbe trovata nella spiacevole situazione di affidare i due bandi multimilionari ad una medesima entità, in cui avrebbero coinciso controllore e controllato.

Altrettanto miracolosa l’uscita di scena del Consorzio Cooperative Costruzioni. Originariamente la Lega delle Cooperative compariva in entrambe le cordate in gara per i lavori del Ponte: con la Ccc in ATI con Astaldi e con la Cmc – Cooperatriva Muratori Cementisti di Ravenna in ATI con la «concorrente» Impregilo. Con l’aggravante che proprio la Cmc risultava essere una delle 240 associate, la più importante, della cooperativa «madre» Ccc di Bologna. Ciò avrebbe comportato la violazione delle normative europee e italiane in materia di appalti pubblici che escludono espressamente la partecipazione ad una gara di imprese che «si trovino fra di loro in una delle situazioni di controllo», ovverossia di società tra esse «collegate o controllate». L’ipotesi di violazione è stato sollevato, tra gli altri, dalla parlamentare Anna Donati, mentre il Wwf è ricorso davanti all’Autorità per i Lavori Pubblici e alla Commissione Europea per chiedere l’annullamento della gara.

Se poi si passa ad analizzare la lista dei professionisti che sono stati membri del consiglio di amministrazione della Stretto di Messina S.p.A., c’è il riscontro di un certo feeling con Impregilo. Nell’aprile del 2005, ad esempio, venne nominato quale membro del Cda della concessionaria del Ponte, il dottor Francesco Paolo Mattioli, ex manager Fiat e Cogefar-Impresit [oggi Impregilo], consulente della holding di Torino e responsabile del progetto per le linee ad alta velocità ferroviaria Firenze-Bologna e Torino-Milano di cui Impregilo ha ricoperto il ruolo di general contractor. Nel consiglio di amministrazione della Stretto S.p.A. sedeva al momento dell’espletamento delle gare del Ponte, il Preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma, prof. Carlo Angelici. Angelici era contestualmente consigliere di Pirelli & C. e di Telecom Italia Mobile (TIM), società di cui erano (e sono) azionisti i Benetton. Edizioni Holding, altro gioiello del gruppo di Treviso, controlla la Società per il Traforo del Monte Bianco, di cui è membro del consiglio d’amministrazione un altro «storico» del Cda della Stretto di Messina, il direttore generale ANAS Francesco Sabato.
Presenze «pesanti» anche all’interno di Società Italiana per Condotte d’Acqua, altro partecipante alla cordata vincente per i lavori del Ponte. Condotte d’Acqua è quasi internamente controllata dalla finanziaria Ferfina S.p.A. della famiglia Bruno. Ebbene, nei consigli d’amministrazione di Ferfina e di Condotte Immobiliare (la immobiliare di Condotte d’Acqua) compariva nel giugno 2005 il professore Emmanuele Emanuele, contestualmente membro del Cda della concessionaria statale per il Ponte.

Dal 2002, presidente della Stretto di Messina S.p.A. è l’on. Giuseppe Zamberletti, più volte parlamentare Dc e sottosegretario all’interno e agli esteri ed ex ministro per la protezione civile e dei lavori pubblici. Invidiabile pure la sua lunga esperienza in materia di grandi infrastrutture: Giuseppe Zamberletti è stato presidente del Forum europeo delle Grandi Imprese, mentre da più di un ventennio ricopre la massima carica dell’Istituto Grandi Infrastrutture [IGI], il «centro-studi» d’imprese di costruzione, concessionarie autostradali, enti aeroportuali, istituti bancari, per monitorare il mercato dei lavori pubblici e delle grandi opere e premere sugli organi istituzionali per ottenere modifiche e aggiustamenti legislativi in materia di appalti e concessioni a vantaggio degli investimenti privati.

In questa potente lobby dei signori del cemento, compaiono quasi tutti i concorrenti alle gare per la realizzazione del Ponte. Vicepresidente vicario di IGI al tempo delle gare del Ponte, il cavaliere Franco Nobili, trent’anni a capo della società di costruzione Cogefar (poi Impregilo), passato poi nel Cda della Pizzarotti di Parma, che ha integrato in un primo tempo la cordata guidata da Astaldi per il general contractor del Ponte. Dal 1989 al 1993 Franco Nobili ha pure ricoperto la carica di presidente dell’IRI, l’istituto di cui è stato direttore generale e membro del collegio dei liquidatori l’odierno amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci.

Anche tra gli odierni vicepresidenti del consiglio direttivo dell’Istituto Grandi Infrastrutture ci sono i manager delle società entrate nel business del Ponte: Alberto Rubegni [l’amministratore delegato d’Impregilo condannato a 5 anni di reclusione nell’ambito del processo TAV]; Pietro Gian Maria Gros, presidente di Autostrade-Benetton; Vittorio Morigi, Ad del Consorzio Muratori Cementisti; il professor Carlo Bucci [rappresentante dell’ANAS, azionista di maggioranza della Stretto di Messina S.p.A., e consigliere d’amministrazione della concessionaria nel triennio 2005-2007].

Ci sono poi le aziende presenti nel consiglio direttivo dell’IGI. Anche qui abbondano le società che hanno concorso su fronti opposti alla gara per il Ponte sullo Stretto. Tra esse, Società Italiana per Condotte d’Acque e SATAP S.p.A., società autostradale controllata dalla finanziaria Argos di Marcellino Gavio [azionista IGLI-Impregilo]. Più Astaldi, capogruppo dell’ATI «contrappostasi» a Impregilo, con le associate Grandi Lavori Fincosit e Vianini Lavori dell’imprenditore-editore Caltagirone.

Uno dei prossimi maggiori impegni della Stretto S.p.A. sarà quello di ritoccare l’ammontare del contratto sottoscritto da Impregilo & socie; ferro e acciaio sono cresciuti vertiginosamente nel mercato internazionale, mentre altre voci di spesa potrebbero essere state sottostimate in fase di pre-progettazione. Date affinità e cointeressenze, chissà se alla fine, per comodità, non ci si veda tutti in Piazza Cola di Rienzo 68, sede dell’IGI e dei signori del Ponte.

Fonte:Carta
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Di Antonio Mazzeo


Dietro le Grandi Operette del presidente del consiglio c'è un rapporto di ferro e cemento armato con i più grandi gruppi italiani del settore. A partire dall'Impregilo, in eterna difficoltà, ma sempre pronta a vincere gli appalti più ghiotti. Come quello per il Ponte.

«È una cosa drammatica che i vertici di Impregilo dopo lavori difficili per la tratta ad alta velocità della Bologna-Firenze si sono trovati assolti dalla magistratura di Bologna e condannati a ben 5 anni da quella di Firenze. È qualcosa di patologico, è una metastasi del nostro Paese cui dobbiamo reagire perché c’è qualcuno che usa la legge come un Moloch che deve colpire. Dobbiamo trovare una via di uscita, altrimenti le società non vorranno fare lavori sul nostro territorio». La pensa così il premier Silvio Berlusconi sulla pesante condanna inflitta all’amministratore delegato d’Impregilo, Alberto Rupegni, a conclusione del primo grado del processo sui presunti crimini ambientali dei lavori per l’Alta Velocità. Il governo ha un asso nella manica per evitare che future inchieste della magistratura possano avere conseguenze sull’iter di realizzazione delle Grandi Opere, primo fra tutti il Ponte sullo Stretto, ad altissimo rischio d’infiltrazione mafiosa. L’affidamento di tutti i controlli ad un commissario ad acta, mettendo fuori gioco le procure locali e derogando dalle leggi generali. Lo ha rivelato Milano Finanza con un documentato articolo dal significativo titolo «Impregilo, niente scherzi sul Ponte». E che si faccia realmente sul serio lo dimostrano le parole di ringraziamento del presidente della grande società di costruzioni, Massimo Ponzellini. Intervenendo alla cerimonia di inaugurazione della prima linea del famigerato termovalorizzatore di Acerra – presente Berlusconi – Ponzellini ha affermato «che con il premier al nostro fianco, dopo aver realizzato quest’opera, sapremo vincere altre sfide, come quella della Salerno-Reggio Calabria e del Ponte sullo Stretto…».


Amore antico quello del Signore di Arcore per Impregilo e l’ecomostro dello Stretto di Messina. Berlusconi ha pubblicamente rivendicato come sia stato proprio il suo precedente governo a sollecitare un accordo tra le aziende italiane per progettare e realizzare in tutta tranquillità la megaopera. Nel corso di un comizio tenuto nel novembre 2008 durante la campagna elettorale per l’elezione del Governatore della regione Abruzzo, Belusconi ha dichiarato: «Sapete com’è andata col Ponte sullo Stretto? Avevamo impiegato cinque anni a metter d’accordo le imprese italiane perché non si presentassero separate alla gara d’appalto ma in consorzio… Eravamo andati dai nostri colleghi chiedendo che le imprese non si presentassero in modo molto aggressivo, proprio perché volevamo una realizzazione di mano italiana, e poi avremmo saputo ricompensarli con altre opere pubbliche». L’episodio è stato raccontato dal giornalista Marco Travaglio su «L’Espresso» del 30 dicembre 2008. Come sottolineato dallo stesso Travaglio, «se le parole hanno un senso, il premier spiega di avere – non si sa a che titolo – aggiustato una gara internazionale per far vincere Impregilo sui concorrenti stranieri, invitando quelli italiani a farsi da parte in cambio di altri appalti [pilotati anche quelli?]».


Di certo in casa Berlusconi non erano in pochi i profeti in grado di prevedere per filo e segno quello che sarebbe stato l’esito della gara per scegliere la società a cui affidare i lavori tra Scilla e Cariddi. «La gara per il Ponte sullo Stretto la vincerà Impregilo», dichiarò nel corso di una telefonata con Paolo Savona [l’allora presidente d’Impregilo], l’economista Carlo Pelanda, proprio ala vigilia dell’apertura delle offerte delle due cordate in gara. Nel corso della stessa telefonata Pelanda spiegò di avere avuto assicurazioni in merito dal senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, già presidente di Publitalia ed amministratore delegato di Mediaset. Sfortunatamente, il colloquio tra Paolo Savona e l’amico Carlo Pelanda fu intercettato dagli inquirenti della procura di Monza nell’ambito dell’inchiesta sulla società di Sesto San Giovanni per falso in bilancio, false comunicazioni sociali ed aggiotaggio. Incuriositi dalla singolare vocazione profetica dell’interlocutore, i magistrati lombardi interrogarono Paolo Savona sul senso di quella telefonata. «Era una legittima previsione», risponderà Paolo Savona.


«Il professor Pelanda mi stava spiegando che noi eravamo obiettivamente il concorrente più forte». Carlo Pelanda, editorialista del Foglio e del Giornale – quotidiani del gruppo Berlusconi – ricopriva al tempo l’incarico di consulente del ministro della difesa Antonio Martino, origini messinesi e uomo di vertice di Forza Italia. Pelanda era pure un intimo amico di Marcello Dell’Utri, al punto di aver ricoperto l’incarico di presidente dell’associazione «Il Buongoverno», fondata proprio dal senatore su cui pesa una condanna in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Gara piena di anomalie e stranezze quella per il general contractor del Ponte di Messina. Alla fase di pre-qualifica riuscì a partecipare perfino una società su cui sarebbe stato rilevante il controllo la potente organizzazione mafiosa nordamericana diretta dal boss Vito Rizzuto. Poi, uno dopo l’altro, si ritirarono inaspettatamente quasi tutti i grandi gruppi esteri partecipanti. Il 18 aprile 2005 [quarantotto ore prima della scadenza dei termini fissati dal bando], giunse inaspettata la decisione dei vertici della Stretto di Messina S.p.A., società pubblica concessionaria per il Ponte, di concedere ai consorzi in gara un mese di tempo in più per la presentazione delle offerte.


Le ragioni della benevola proroga restarono ignote, ma gli osservatori finanziari la giudicarono perlomeno discutibile, anche perché i tre mesi precedenti erano stati caratterizzati da altalenanti e contraddittori contatti tra i due colossi italiani capofila delle cordate in gara, l’Impregilo di Sesto San Giovanni e l’Astaldi di Roma.


Impregilo era al centro di una grave crisi finanziaria ed i vertici aziendali erano stati azzerati dall’inchiesta della procura di Monza. Per evitare il tracollo finanziario i principali azionisti della società avevano invocato l’intervento del governo e delle banche creditrici, auspicando l’ingresso di nuovi e più solidi soci. Nel febbraio 2005 i manager Astaldi dichiararono la propria disponibilità a fornire 250 milioni di euro per ricapitalizzare la società di Sesto San Giovanni, ma la loro offerta veniva respinta. In Impregilo fece invece ingresso un consorzio, IGLI, costituito appositamente dai gruppi Argofin [Marcellino Gavio], Techint-Sirti, Efibanca ed Autostrade S.p.A. [gruppo Benetton]. Efibanca, Techint e Sirti cederanno un anno più tardi la loro quota di IGLI a Salvatore Ligresti, il costruttore originario di Paternò a capo del gruppo assicurativo Fondiaria-Sai.
Sfumata l’ipotesi di una compartecipazione in Impregilo, Astaldi propose alla «concorrente» un’alleanza strategica per la formulazione di un’unica offerta per la realizzazione del Ponte sullo Stretto.


«Dopo la fuga di partner stranieri di entrambe le cordate e la scarsa convinzione degli altri, il buon senso vorrebbe che i due gruppi in qualche modo mettessero insieme le forze», dichiarò Vittorio Di Paola, amministratore delegato di Astaldi, dopo che due società spagnole partner di Astaldi si erano ritirate dalla gara. Il 2 maggio 2005, il nuovo consiglio d’amministrazione di Impregilo respinse però la vantaggiosa offerta di alleanza.

Coincidenza vuole che negli stessi giorni era stata depositata un’interrogazione parlamentare al Ministro delle Infrastrutture, a firma dei senatori Brutti e Montalbano [Ds]. In essa si affermava che la presentazione di un’unica offerta da parte di Astaldi e Impregilo per il Ponte sullo Stretto «configurava un’effettiva turbativa d’asta e quindi l’irregolarità della gara».

Nell’interrogazione i due parlamentari denunciavano che i due raggruppamenti avevano avviato « una trattativa con i buoni uffici di un noto avvocato, consulente legale dell’Anas per la sorveglianza sui lavori dell’Impregilo, notoriamente legato da vincoli professionali ventennali con l’impresa Astaldi, per giungere, attraverso un rimescolamento delle carte, a presentare un’unica offerta in comune tra Astaldi e Impregilo, riducendo in tal modo ad uno il numero dei partecipanti effettivi alla fase conclusiva della gara stessa».

Brutti e Montalbano aggiungevano che il rinvio dei termini della gara in questione «era stato fortemente sollecitato alla società Stretto di Messina da una delle due società concorrenti, indebolita nella sua composizione interna dall’uscita di un fondamentale partner francese». Sempre secondo gli interroganti, a tal fine il consiglio d’amministrazione della società concessionaria aveva inserito nel bando una clausola che consentiva di aggiudicare la gara anche in presenza di una sola offerta.

«Appare quanto meno sospetto un rinvio dei termini idoneo a far maturare un accordo tra i due concorrenti e la contemporanea decisione di modificare il bando, che sembra proprio spingere nella direzione dell’accordo tra i concorrenti», commentavano i senatori diessini.
Quando alla scadenza del termine, giunsero le offerte delle uniche due cordate rimaste in gara, certe «anomalie» furono sotto gli occhi di tutti. In meno di un anno si erano verificati cambiamenti rilevanti nelle composizioni dei raggruppamenti.

Nell’associazione temporanea a guida Impregilo, ad esempio, non comparivano più la società statunitense Parsons. Nella cordata a guida Astaldi spiccava invece la scomparsa del Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna. Vere e proprie fughe provvidenziali, verrebbe da dire, dato che hanno permesso la conclusione della gara diradando alcuni dei dubbi di legittimità e regolarità.
Il forfait di Parsons evitava infatti che la transnazionale finisse nella ragnatela dei conflitti d’interesse che hanno segnato la stagione delle selezioni dei soggetti chiamati alla realizzazione del collegamento stabile.

La controllata Parsons Transportation Group, a fine 1999, era stata nominata «advisor» dal Ministero dei lavori pubblici per approfondire gli aspetti tecnici del progetto di massima del Ponte di Messina. La stessa Parsons Transportation Group ha poi partecipato al bando per il Project Management Consultant per la vigilanza delle attività del general contractor del Ponte. Se Parsons Transportation Group avesse vinto questa gara [cosa poi puntualmente verificatasi] e la società madre fosse rimasta associata ad Impregilo, la Stretto di Messina si sarebbe trovata nella spiacevole situazione di affidare i due bandi multimilionari ad una medesima entità, in cui avrebbero coinciso controllore e controllato.

Altrettanto miracolosa l’uscita di scena del Consorzio Cooperative Costruzioni. Originariamente la Lega delle Cooperative compariva in entrambe le cordate in gara per i lavori del Ponte: con la Ccc in ATI con Astaldi e con la Cmc – Cooperatriva Muratori Cementisti di Ravenna in ATI con la «concorrente» Impregilo. Con l’aggravante che proprio la Cmc risultava essere una delle 240 associate, la più importante, della cooperativa «madre» Ccc di Bologna. Ciò avrebbe comportato la violazione delle normative europee e italiane in materia di appalti pubblici che escludono espressamente la partecipazione ad una gara di imprese che «si trovino fra di loro in una delle situazioni di controllo», ovverossia di società tra esse «collegate o controllate». L’ipotesi di violazione è stato sollevato, tra gli altri, dalla parlamentare Anna Donati, mentre il Wwf è ricorso davanti all’Autorità per i Lavori Pubblici e alla Commissione Europea per chiedere l’annullamento della gara.

Se poi si passa ad analizzare la lista dei professionisti che sono stati membri del consiglio di amministrazione della Stretto di Messina S.p.A., c’è il riscontro di un certo feeling con Impregilo. Nell’aprile del 2005, ad esempio, venne nominato quale membro del Cda della concessionaria del Ponte, il dottor Francesco Paolo Mattioli, ex manager Fiat e Cogefar-Impresit [oggi Impregilo], consulente della holding di Torino e responsabile del progetto per le linee ad alta velocità ferroviaria Firenze-Bologna e Torino-Milano di cui Impregilo ha ricoperto il ruolo di general contractor. Nel consiglio di amministrazione della Stretto S.p.A. sedeva al momento dell’espletamento delle gare del Ponte, il Preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma, prof. Carlo Angelici. Angelici era contestualmente consigliere di Pirelli & C. e di Telecom Italia Mobile (TIM), società di cui erano (e sono) azionisti i Benetton. Edizioni Holding, altro gioiello del gruppo di Treviso, controlla la Società per il Traforo del Monte Bianco, di cui è membro del consiglio d’amministrazione un altro «storico» del Cda della Stretto di Messina, il direttore generale ANAS Francesco Sabato.
Presenze «pesanti» anche all’interno di Società Italiana per Condotte d’Acqua, altro partecipante alla cordata vincente per i lavori del Ponte. Condotte d’Acqua è quasi internamente controllata dalla finanziaria Ferfina S.p.A. della famiglia Bruno. Ebbene, nei consigli d’amministrazione di Ferfina e di Condotte Immobiliare (la immobiliare di Condotte d’Acqua) compariva nel giugno 2005 il professore Emmanuele Emanuele, contestualmente membro del Cda della concessionaria statale per il Ponte.

Dal 2002, presidente della Stretto di Messina S.p.A. è l’on. Giuseppe Zamberletti, più volte parlamentare Dc e sottosegretario all’interno e agli esteri ed ex ministro per la protezione civile e dei lavori pubblici. Invidiabile pure la sua lunga esperienza in materia di grandi infrastrutture: Giuseppe Zamberletti è stato presidente del Forum europeo delle Grandi Imprese, mentre da più di un ventennio ricopre la massima carica dell’Istituto Grandi Infrastrutture [IGI], il «centro-studi» d’imprese di costruzione, concessionarie autostradali, enti aeroportuali, istituti bancari, per monitorare il mercato dei lavori pubblici e delle grandi opere e premere sugli organi istituzionali per ottenere modifiche e aggiustamenti legislativi in materia di appalti e concessioni a vantaggio degli investimenti privati.

In questa potente lobby dei signori del cemento, compaiono quasi tutti i concorrenti alle gare per la realizzazione del Ponte. Vicepresidente vicario di IGI al tempo delle gare del Ponte, il cavaliere Franco Nobili, trent’anni a capo della società di costruzione Cogefar (poi Impregilo), passato poi nel Cda della Pizzarotti di Parma, che ha integrato in un primo tempo la cordata guidata da Astaldi per il general contractor del Ponte. Dal 1989 al 1993 Franco Nobili ha pure ricoperto la carica di presidente dell’IRI, l’istituto di cui è stato direttore generale e membro del collegio dei liquidatori l’odierno amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci.

Anche tra gli odierni vicepresidenti del consiglio direttivo dell’Istituto Grandi Infrastrutture ci sono i manager delle società entrate nel business del Ponte: Alberto Rubegni [l’amministratore delegato d’Impregilo condannato a 5 anni di reclusione nell’ambito del processo TAV]; Pietro Gian Maria Gros, presidente di Autostrade-Benetton; Vittorio Morigi, Ad del Consorzio Muratori Cementisti; il professor Carlo Bucci [rappresentante dell’ANAS, azionista di maggioranza della Stretto di Messina S.p.A., e consigliere d’amministrazione della concessionaria nel triennio 2005-2007].

Ci sono poi le aziende presenti nel consiglio direttivo dell’IGI. Anche qui abbondano le società che hanno concorso su fronti opposti alla gara per il Ponte sullo Stretto. Tra esse, Società Italiana per Condotte d’Acque e SATAP S.p.A., società autostradale controllata dalla finanziaria Argos di Marcellino Gavio [azionista IGLI-Impregilo]. Più Astaldi, capogruppo dell’ATI «contrappostasi» a Impregilo, con le associate Grandi Lavori Fincosit e Vianini Lavori dell’imprenditore-editore Caltagirone.

Uno dei prossimi maggiori impegni della Stretto S.p.A. sarà quello di ritoccare l’ammontare del contratto sottoscritto da Impregilo & socie; ferro e acciaio sono cresciuti vertiginosamente nel mercato internazionale, mentre altre voci di spesa potrebbero essere state sottostimate in fase di pre-progettazione. Date affinità e cointeressenze, chissà se alla fine, per comodità, non ci si veda tutti in Piazza Cola di Rienzo 68, sede dell’IGI e dei signori del Ponte.

Fonte:Carta

Italiani preparatevi...............

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Procuratore di Bologna: "Saviano è una luce positiva nel buio dell'omertà"


"Roberto Saviano è una delle poche luci positive in questo enorme buio di omertà sulla criminalità organizzata che riguarda tutta la nazione". Così il procuratore reggente di Bologna, responsabile della Dda, Silverio Piro, si inserisce nella polemica scoppiata tra lo scrittore di Gomorra e il prefetto di Parma, Paolo Scarpis. Tra i due infatti non c'è identità di veduta sulla infiltrazione della criminalita' organizzata nella citta' ducale. E anzi il rappresentante del governo ha definito "sparate" le dichiarazioni dello scrittore fatte alla trasmissione "Che tempo che fa". "Sparate di uno che vive a 800 chilometri di distanza".

Secondo il procuratore Piro, Saviano non solo "ha le idde chiare e riesce ad attaccare con assoluta indifferenza chiunque", ma "è una delle stelle che brillano nel buio della lotta alle grandi organizzazioni criminali".

Poi il magistrato spiega che "per quanto riguarda Parma è evidente che è stata ed è interessata da infiltrazioni di organizzazioni criminali". E lo dimostra il fatto che "la Dda di Bologna e Napoli hanno indagini aperte di cui ovviamente non si può parlare". Dal canto suo il prefetto Paolo Scarpis aveva detto: "In questa provincia esiste sicuramente la criminalità organizzata che è quella che viene messa in opera da più di due persone, ma non mi risultano indagini di nessun tipo che riguardino mafia, camorra e 'ndrangheta".

Fonte:Rainews24
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"Roberto Saviano è una delle poche luci positive in questo enorme buio di omertà sulla criminalità organizzata che riguarda tutta la nazione". Così il procuratore reggente di Bologna, responsabile della Dda, Silverio Piro, si inserisce nella polemica scoppiata tra lo scrittore di Gomorra e il prefetto di Parma, Paolo Scarpis. Tra i due infatti non c'è identità di veduta sulla infiltrazione della criminalita' organizzata nella citta' ducale. E anzi il rappresentante del governo ha definito "sparate" le dichiarazioni dello scrittore fatte alla trasmissione "Che tempo che fa". "Sparate di uno che vive a 800 chilometri di distanza".

Secondo il procuratore Piro, Saviano non solo "ha le idde chiare e riesce ad attaccare con assoluta indifferenza chiunque", ma "è una delle stelle che brillano nel buio della lotta alle grandi organizzazioni criminali".

Poi il magistrato spiega che "per quanto riguarda Parma è evidente che è stata ed è interessata da infiltrazioni di organizzazioni criminali". E lo dimostra il fatto che "la Dda di Bologna e Napoli hanno indagini aperte di cui ovviamente non si può parlare". Dal canto suo il prefetto Paolo Scarpis aveva detto: "In questa provincia esiste sicuramente la criminalità organizzata che è quella che viene messa in opera da più di due persone, ma non mi risultano indagini di nessun tipo che riguardino mafia, camorra e 'ndrangheta".

Fonte:Rainews24

I Gattopardi che furono.....



E il Principe disse:
Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli ...; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalli, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.
Oggi più che mai si è avverato! Ma la cosa più grave è che tutta l'Italia sta diventando Sicilia o forse già lo è!
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E il Principe disse:
Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli ...; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalli, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.
Oggi più che mai si è avverato! Ma la cosa più grave è che tutta l'Italia sta diventando Sicilia o forse già lo è!

domenica 29 marzo 2009

Gaeta sempre più BELLA e più FUNZIONALE. "Interventi in quantità industriale" Portati a termine una quantità enorme di interventi pubblici


Gaeta28 marzo 2009:
Tra febbraio e marzo l'Amministrazione Raimondi, di cui il Partito del SUD fa parte, ha portato a termine un'altra lunghissima serie di interventi per l'abbellimento e la riqualificazione della città.

Proprio questa settimana sono stati riqualificati i giardini di Gaeta Sant'Erasmo in cui sono state piantate belissime palme, alberi e fiori ed è stato rifatto con cura tutto il manto erboso.
Sempre a Gaeta Medievale abbiamo ridato dignità alle nostre antiche mura, togliendo strati di muschi e capperi secchi che da decenni le stavano rovinando irrimediabilmente. Quest' opera, in questa settimana, è in fase conclusiva anche sul mastodontico bastione nelle vicinanze della Porta CarloIII.

Il nostro costante impegno verso la ricostruzione dei marciapiedi è proseguito con l'inizio della riqualificazione di Serapo, dove il marciapiede trascurato per circa 50 anni, è in corso di rifacimento. Inoltre è stato concluso il marciapiede del primo tratto di Via San Nilo e i marciapiedi di via Firenze, quelli di Serapo nei pressi degli alberghi, quello di Lungomare Caboto, quello su Monte Orlando, quello di Corso Cavour e sono iniziati i lavori per la ricostruzione di quelli in via Europa e quello di Via Napoli difronte la scuola Media Giosuè Carducci.
Anche sul fronte della bitumazione ci stiamo muovendo con determinazione, abbiamo asfaltato dopo decenni la dissestata strada di via Cuostile, via C.Colombo, Corso Cavour, parte di M.Orlando e via Cagliari.

Per quanto riguarda l'illuminazione, abbiamo provveduto a ricostruire l'impianto elettrico del quartiere Fontania ed è stato predisposto il tutto per l'installazione dei nuovi pali stilizzati che sono in fase di arrivo. Inoltre stiamo provvedendo a sostituire i pali della luce alla fine di via Atratino e via C.Colombo.
In ultimo è da sottolineare la nostra attenzione verso i restauri dei nostri monumenti: si è concluso l'intervento a Porla CarloIII, sono partite le ristrutturazioni della chiesa della Sorresca e di S'Lucia.

Stiamo rendendo Gaeta più Bella,più vivibile e più Funzionale per tutti i suoi cittadini. Stiamo ridando dignità a questa città che è stata abbandonata per decenni e abbiamo portato davanti gli occhi di tutti un esempio di buon governo e di come si può amministrare in maniera efficiente una cittadina del centro-sud.
Gaeta vive di turismo e sul turismo dobbiamo puntare per rafforzare la città e questi interventi hanno anche la finalità di renderla più appetibile e piacevole.
Anche sul fronte dei grandi progetti siamo assolutamente determinati e presto i gaetani vedranno i risultati.

Partito del SUD - Gaeta
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Gaeta28 marzo 2009:
Tra febbraio e marzo l'Amministrazione Raimondi, di cui il Partito del SUD fa parte, ha portato a termine un'altra lunghissima serie di interventi per l'abbellimento e la riqualificazione della città.

Proprio questa settimana sono stati riqualificati i giardini di Gaeta Sant'Erasmo in cui sono state piantate belissime palme, alberi e fiori ed è stato rifatto con cura tutto il manto erboso.
Sempre a Gaeta Medievale abbiamo ridato dignità alle nostre antiche mura, togliendo strati di muschi e capperi secchi che da decenni le stavano rovinando irrimediabilmente. Quest' opera, in questa settimana, è in fase conclusiva anche sul mastodontico bastione nelle vicinanze della Porta CarloIII.

Il nostro costante impegno verso la ricostruzione dei marciapiedi è proseguito con l'inizio della riqualificazione di Serapo, dove il marciapiede trascurato per circa 50 anni, è in corso di rifacimento. Inoltre è stato concluso il marciapiede del primo tratto di Via San Nilo e i marciapiedi di via Firenze, quelli di Serapo nei pressi degli alberghi, quello di Lungomare Caboto, quello su Monte Orlando, quello di Corso Cavour e sono iniziati i lavori per la ricostruzione di quelli in via Europa e quello di Via Napoli difronte la scuola Media Giosuè Carducci.
Anche sul fronte della bitumazione ci stiamo muovendo con determinazione, abbiamo asfaltato dopo decenni la dissestata strada di via Cuostile, via C.Colombo, Corso Cavour, parte di M.Orlando e via Cagliari.

Per quanto riguarda l'illuminazione, abbiamo provveduto a ricostruire l'impianto elettrico del quartiere Fontania ed è stato predisposto il tutto per l'installazione dei nuovi pali stilizzati che sono in fase di arrivo. Inoltre stiamo provvedendo a sostituire i pali della luce alla fine di via Atratino e via C.Colombo.
In ultimo è da sottolineare la nostra attenzione verso i restauri dei nostri monumenti: si è concluso l'intervento a Porla CarloIII, sono partite le ristrutturazioni della chiesa della Sorresca e di S'Lucia.

Stiamo rendendo Gaeta più Bella,più vivibile e più Funzionale per tutti i suoi cittadini. Stiamo ridando dignità a questa città che è stata abbandonata per decenni e abbiamo portato davanti gli occhi di tutti un esempio di buon governo e di come si può amministrare in maniera efficiente una cittadina del centro-sud.
Gaeta vive di turismo e sul turismo dobbiamo puntare per rafforzare la città e questi interventi hanno anche la finalità di renderla più appetibile e piacevole.
Anche sul fronte dei grandi progetti siamo assolutamente determinati e presto i gaetani vedranno i risultati.

Partito del SUD - Gaeta

Splendidamente riuscita la Conferenza di presentazione dell'accordo fra CompraSud e Comunità Metapontina







Postiamo il comunicato di presentazione della riuscitissima manifestazione:






NUOVE STRATEGIE DI MARKETING PER LA VALORIZZAZIONE DEI PRODOTTI TIPICI LUCANI E MERIDIONALI: L’AGROALIMENTARE DI QUALITA’ DEL METAPONTINO INCONTRA UN INNOVATIVO CIRCUITO DI DISTRIBUZIONE.


Sabato 28 marzo p.v., alle ore 10.00, presso l’Aula Magna dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Manlio Capitolo” di Tursi, si terrà una Conferenza stampa di presentazione del recente protocollo d’intesa stipulato tra il Distretto Agroalimentare di Qualità del Metapontino, la Comunità Montana Basso Sinni (nella sua veste di Soggetto Responsabile del PIT Metapontino) il Gal Cosvel ed il gruppo imprenditoriale nazionale che ha recentemente promosso il marchio Comprasud;
un vero e proprio progetto strategico di marketing innovativo, quest’ultimo, che si prefigge di valorizzare i prodotti di eccellenza del Mezzogiorno d’Italia attraverso il virtuoso incontro tra produttori (meridionali) e distribuzione.


Con questo marchio, infatti, in diverse regioni italiane sta nascendo una nuova rete di negozi in franchising specializzati nella commercializzazione delle tipicità agro-alimentari meridionali: dai vini e le acque minerali del Vulture ai pistacchi di Bronte, per esempio; dalle albicocche di Rotondella allo zafferano abruzzese; dall’olio pugliese alla liquirizia della calabria; dai pomodorini campani ai formaggi del ragusano e così via.


Il Metapontino (e la relativa Area Pit) rappresenta, come è noto, un sistema locale a forte valenza agro-alimentare e a sviluppo auto sostenuto, caratterizzato anche da un’elevata propensione alla cooperazione da parte dei soggetti istituzionali e sociali che in essi operano, vivono e lavorano: così i principali attori collettivi del comprensorio (il Pit, il Distretto agroalimentare, il Gal) insieme hanno inteso condividere questa nuova iniziativa di valorizzazione delle produzioni e della cultura locale con il gruppo di Comprasud.


La finalità principale del Protocollo d’intesa (i cui contenuti saranno presentati nel corso della Conferenza Stampa) è quella di formalizzare e sviluppare nel tempo una fattiva collaborazione per lo sviluppo socio-economico del Basso Sinni e del Metapontino.
Questo comprensorio – già individuato come area di elezione di molte tipicità e dunque potenziale fornitore del nuovo circuito commerciale – potrà accrescere le proprie opportunità anche attraverso lo sviluppo dei punti vendita Comprasud. D’altronde questa rete nazionale di supermercati di tipicità, come ribadito dal protocollo, intende offrire particolare visibilità ai prodotti lucani.


Nel corso della Conferenza Stampa si parlerà anche delle opportunità di sviluppo di tutto l’universo dei prodotti tipici e tradizionali legati al territorio e delle azioni da intraprendere per meglio intercettare il crescente interesse dei consumatori verso prodotti di elevata qualità e valore simbolico.


Degli oltre 40 miliardi di euro spesi in prodotti alimentari dalle famiglie residenti nel Mezzogiorno d’Italia, meno del 10% è destinato a prodotti delle aziende meridionali. Ed è anche a questo paradosso che hanno inteso rispondere gli imprenditori (guidati dalla geniale intuizione dell’architetto catanese Erasmo Vecchio) del franchising Comprasud.


Parteciperanno alla Conferenza Stampa, introdotta dal Presidente della Comunità Montana Basso Sinni-Soggetto Responsabile del PIT Metapontino, Vincenzo Ruggiero, Il Presidente del Cosvel, Vincenzo Santagata, il Presidente del Distretto Agroalimentare di Qualità del Metapontino, Salvatore Martelli, il Presidente della Medinvest Srl (promotrice del progetto Comprasud), Erasmo Vecchio.


Sono stati invitati anche il Presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, l’Assessore regionale all’Agricoltura, Vincenzo Viti, il Presidente della Provincia di Matera, Carmine Nigro, gli Assessori della Provincia di Matera, Francesco Labriola e Giovanni Iannuzziello ed i sindaci del Metapontino.


Il link al video della precedente Conferenza di presentazione del CompraSud a Catania
.
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Postiamo il comunicato di presentazione della riuscitissima manifestazione:






NUOVE STRATEGIE DI MARKETING PER LA VALORIZZAZIONE DEI PRODOTTI TIPICI LUCANI E MERIDIONALI: L’AGROALIMENTARE DI QUALITA’ DEL METAPONTINO INCONTRA UN INNOVATIVO CIRCUITO DI DISTRIBUZIONE.


Sabato 28 marzo p.v., alle ore 10.00, presso l’Aula Magna dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Manlio Capitolo” di Tursi, si terrà una Conferenza stampa di presentazione del recente protocollo d’intesa stipulato tra il Distretto Agroalimentare di Qualità del Metapontino, la Comunità Montana Basso Sinni (nella sua veste di Soggetto Responsabile del PIT Metapontino) il Gal Cosvel ed il gruppo imprenditoriale nazionale che ha recentemente promosso il marchio Comprasud;
un vero e proprio progetto strategico di marketing innovativo, quest’ultimo, che si prefigge di valorizzare i prodotti di eccellenza del Mezzogiorno d’Italia attraverso il virtuoso incontro tra produttori (meridionali) e distribuzione.


Con questo marchio, infatti, in diverse regioni italiane sta nascendo una nuova rete di negozi in franchising specializzati nella commercializzazione delle tipicità agro-alimentari meridionali: dai vini e le acque minerali del Vulture ai pistacchi di Bronte, per esempio; dalle albicocche di Rotondella allo zafferano abruzzese; dall’olio pugliese alla liquirizia della calabria; dai pomodorini campani ai formaggi del ragusano e così via.


Il Metapontino (e la relativa Area Pit) rappresenta, come è noto, un sistema locale a forte valenza agro-alimentare e a sviluppo auto sostenuto, caratterizzato anche da un’elevata propensione alla cooperazione da parte dei soggetti istituzionali e sociali che in essi operano, vivono e lavorano: così i principali attori collettivi del comprensorio (il Pit, il Distretto agroalimentare, il Gal) insieme hanno inteso condividere questa nuova iniziativa di valorizzazione delle produzioni e della cultura locale con il gruppo di Comprasud.


La finalità principale del Protocollo d’intesa (i cui contenuti saranno presentati nel corso della Conferenza Stampa) è quella di formalizzare e sviluppare nel tempo una fattiva collaborazione per lo sviluppo socio-economico del Basso Sinni e del Metapontino.
Questo comprensorio – già individuato come area di elezione di molte tipicità e dunque potenziale fornitore del nuovo circuito commerciale – potrà accrescere le proprie opportunità anche attraverso lo sviluppo dei punti vendita Comprasud. D’altronde questa rete nazionale di supermercati di tipicità, come ribadito dal protocollo, intende offrire particolare visibilità ai prodotti lucani.


Nel corso della Conferenza Stampa si parlerà anche delle opportunità di sviluppo di tutto l’universo dei prodotti tipici e tradizionali legati al territorio e delle azioni da intraprendere per meglio intercettare il crescente interesse dei consumatori verso prodotti di elevata qualità e valore simbolico.


Degli oltre 40 miliardi di euro spesi in prodotti alimentari dalle famiglie residenti nel Mezzogiorno d’Italia, meno del 10% è destinato a prodotti delle aziende meridionali. Ed è anche a questo paradosso che hanno inteso rispondere gli imprenditori (guidati dalla geniale intuizione dell’architetto catanese Erasmo Vecchio) del franchising Comprasud.


Parteciperanno alla Conferenza Stampa, introdotta dal Presidente della Comunità Montana Basso Sinni-Soggetto Responsabile del PIT Metapontino, Vincenzo Ruggiero, Il Presidente del Cosvel, Vincenzo Santagata, il Presidente del Distretto Agroalimentare di Qualità del Metapontino, Salvatore Martelli, il Presidente della Medinvest Srl (promotrice del progetto Comprasud), Erasmo Vecchio.


Sono stati invitati anche il Presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, l’Assessore regionale all’Agricoltura, Vincenzo Viti, il Presidente della Provincia di Matera, Carmine Nigro, gli Assessori della Provincia di Matera, Francesco Labriola e Giovanni Iannuzziello ed i sindaci del Metapontino.


Il link al video della precedente Conferenza di presentazione del CompraSud a Catania
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Convenscion



Di Gianni Barbacetto




Nasce il Pdl. Non da un congresso, ma da una "convenscion" aziendale, siparietti, stacchi musicali, rassegna di spot, interminabile telepromozione, evento per lanciare un nuovo prodotto. Senza discussione, senza dibattito, senza confronto. Alla fine, senza politica. L'effetto Madia da eccezione diventato norma. Interventi preordinati, vallette e comparse invece che delegati (tanto che per tenere il pubblico in sala, in segreteria hanno dovuto appendere questo cartello: «La borsa del delegato verrà consegnata a fine lavori»). Se proprio congresso vogliamo chiamarlo, allora è un congresso nordcoreano, per applaudire la grandezza del caro leader e le sue opere. Un congresso all'incontrario, come l'Italia di oggi, un congresso che comincia dalla fine, cioè dall'annuncio trionfale che è nato il partito unico, il nuovo mirabolante prodotto da collocare sugli scaffali del supermarket della politica italiana. An si era già suicidata, i suoi colonnelli si erano già venduti al nuovo padrone.

La politica, assente dalla "convenscion", la fanno altrove: al governo, in tv. Un piano casa che è una truffa (piano casa era quello di Fanfani, che metteva soldi per costruire case popolari, questo invece è una sanatoria preventiva, un invito all'abuso urbanistico, un via libera alla cementificazione). E poi: una legge sul testamento biologico che è un'altra truffa, imposizione dell'etica vaticana diventata etica di Stato; un cambiamento della legge sulla sicurezza sul lavoro che rende impunite le cosiddette morti bianche; e le leggi razziali, le schedature dei rom, i medici che devono denunciare gli irregolari, le ronde... E poi arriveranno le intercettazioni a disarmare la legge e a mettere il bavaglio alla stampa. Ecco la destra che è nata alla "convenscion" di Roma: un partito P2 di massa, un populismo mediatico-aziendale costruito attorno al capo, dove il potere legislativo è svuotato (ma sì, possono votare solo i capigruppo, così si risparmia tempo), il potere giudiziario è disarmato, il controllo della stampa sulla politica è bloccato. La Costituzione? Un ferrovecchio da cambiare a piacimento. Un progetto autoritario ed eversivo, raccontato con stacchetti al posto giusto.

Fonte:http://www.societacivile.it/blog/index.html
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Di Gianni Barbacetto




Nasce il Pdl. Non da un congresso, ma da una "convenscion" aziendale, siparietti, stacchi musicali, rassegna di spot, interminabile telepromozione, evento per lanciare un nuovo prodotto. Senza discussione, senza dibattito, senza confronto. Alla fine, senza politica. L'effetto Madia da eccezione diventato norma. Interventi preordinati, vallette e comparse invece che delegati (tanto che per tenere il pubblico in sala, in segreteria hanno dovuto appendere questo cartello: «La borsa del delegato verrà consegnata a fine lavori»). Se proprio congresso vogliamo chiamarlo, allora è un congresso nordcoreano, per applaudire la grandezza del caro leader e le sue opere. Un congresso all'incontrario, come l'Italia di oggi, un congresso che comincia dalla fine, cioè dall'annuncio trionfale che è nato il partito unico, il nuovo mirabolante prodotto da collocare sugli scaffali del supermarket della politica italiana. An si era già suicidata, i suoi colonnelli si erano già venduti al nuovo padrone.

La politica, assente dalla "convenscion", la fanno altrove: al governo, in tv. Un piano casa che è una truffa (piano casa era quello di Fanfani, che metteva soldi per costruire case popolari, questo invece è una sanatoria preventiva, un invito all'abuso urbanistico, un via libera alla cementificazione). E poi: una legge sul testamento biologico che è un'altra truffa, imposizione dell'etica vaticana diventata etica di Stato; un cambiamento della legge sulla sicurezza sul lavoro che rende impunite le cosiddette morti bianche; e le leggi razziali, le schedature dei rom, i medici che devono denunciare gli irregolari, le ronde... E poi arriveranno le intercettazioni a disarmare la legge e a mettere il bavaglio alla stampa. Ecco la destra che è nata alla "convenscion" di Roma: un partito P2 di massa, un populismo mediatico-aziendale costruito attorno al capo, dove il potere legislativo è svuotato (ma sì, possono votare solo i capigruppo, così si risparmia tempo), il potere giudiziario è disarmato, il controllo della stampa sulla politica è bloccato. La Costituzione? Un ferrovecchio da cambiare a piacimento. Un progetto autoritario ed eversivo, raccontato con stacchetti al posto giusto.

Fonte:http://www.societacivile.it/blog/index.html

LAMEZIA T./AEROPORTO: RIPEPI (SACAL), CAI IGNORA IL SUD


Ricevo e posto da Redazione Due Sicilie:


(ASCA) - Lamezia Terme (Cz), 27 mar - Il Presidente della Sacal, la sociata' di Gestione dell'aeroporto di Lamezia Terme, Eugenio Ripepi, lamenta che, nonostante le varie e diverse sollecitazioni, la Cai e' rimasta sorda, senza alcuni serio e concreto intervento per il Sud e per l'aeroporto di Lamezia Terme.

La Cai, invece, ''e Sea, la societa' di gestione degli aeroporti di Milano, sulle pagine dei giornali nazionali, danno risalto a nuove strategie adottate da Alitalia. Con l'intento di fare concorrenza al treno ad alta velocita' delle Ferrovie dello Stato, la nuova compagnia annuncia velocita' di imbarco per i viaggiatori con corsie preferenziali e tariffe piu' convenienti''. Secondo Ripepi, beneficiari sono solo e sempre i passeggeri della tratta Milano Roma Milano. E il resto degli italiani? I siciliani, i calabresi, i pugliesi, ma anche i liguri, i piemontesi, gli emiliani, non hanno forse gli stessi diritti?'' La Sacal, ha, piu' volte, evidenziato la scarsa considerazione nei confronti dei passeggeri del Sud e della Calabria..

''Per far fronte alla crisi - spiega il presidente della Societa' aeroportuale, Eugenio Ripepe - la Sacal si e' rimboccata le maniche e ha lavorato in questi mesi con grande impegno e fervore, riuscendo a incrementare i voli e a dare cosi' la possibilita' ai tanti calabresi di sentirsi piu' vicini al resto dell'Italia. Il volo per Roma partira', infatti, giorno 30 marzo, quello per Perugia sara' operativo dal 4 aprile e dal 1 maggio i voli per il capoluogo umbro raddoppieranno.'' Nel mentre si prendono iniziative, sempre in favore del Nord Italia, ''nel frattempo - dice Ripepi - il resto d'Italia e la Calabria, i suoi cittadini continuano a sottostare al monopolio della nuova Alitalia, che continua a operare con le stesse modalita' della vecchia compagnia di bandiera, applicando tariffe inaccessibili e orari improbabili per qualsiasi viaggio d'affari. La Calabria continua ad avere difficolta' economiche, dovute anche alla mancanza di strutture e infrastrutture.
Ma l'importante e' salvare Malpensa''.

red/rg/rob

(Asca)
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Ricevo e posto da Redazione Due Sicilie:


(ASCA) - Lamezia Terme (Cz), 27 mar - Il Presidente della Sacal, la sociata' di Gestione dell'aeroporto di Lamezia Terme, Eugenio Ripepi, lamenta che, nonostante le varie e diverse sollecitazioni, la Cai e' rimasta sorda, senza alcuni serio e concreto intervento per il Sud e per l'aeroporto di Lamezia Terme.

La Cai, invece, ''e Sea, la societa' di gestione degli aeroporti di Milano, sulle pagine dei giornali nazionali, danno risalto a nuove strategie adottate da Alitalia. Con l'intento di fare concorrenza al treno ad alta velocita' delle Ferrovie dello Stato, la nuova compagnia annuncia velocita' di imbarco per i viaggiatori con corsie preferenziali e tariffe piu' convenienti''. Secondo Ripepi, beneficiari sono solo e sempre i passeggeri della tratta Milano Roma Milano. E il resto degli italiani? I siciliani, i calabresi, i pugliesi, ma anche i liguri, i piemontesi, gli emiliani, non hanno forse gli stessi diritti?'' La Sacal, ha, piu' volte, evidenziato la scarsa considerazione nei confronti dei passeggeri del Sud e della Calabria..

''Per far fronte alla crisi - spiega il presidente della Societa' aeroportuale, Eugenio Ripepe - la Sacal si e' rimboccata le maniche e ha lavorato in questi mesi con grande impegno e fervore, riuscendo a incrementare i voli e a dare cosi' la possibilita' ai tanti calabresi di sentirsi piu' vicini al resto dell'Italia. Il volo per Roma partira', infatti, giorno 30 marzo, quello per Perugia sara' operativo dal 4 aprile e dal 1 maggio i voli per il capoluogo umbro raddoppieranno.'' Nel mentre si prendono iniziative, sempre in favore del Nord Italia, ''nel frattempo - dice Ripepi - il resto d'Italia e la Calabria, i suoi cittadini continuano a sottostare al monopolio della nuova Alitalia, che continua a operare con le stesse modalita' della vecchia compagnia di bandiera, applicando tariffe inaccessibili e orari improbabili per qualsiasi viaggio d'affari. La Calabria continua ad avere difficolta' economiche, dovute anche alla mancanza di strutture e infrastrutture.
Ma l'importante e' salvare Malpensa''.

red/rg/rob

(Asca)

Il saccheggio di Napoli, e scopriamo che Cialdini era anche ladro.(settima puntata)


“Ma accaddero tante altre cose- ci fa sapere Angelo Manna- Accadde per esempio, che il proto-beccaio Enrico Cialdini, entrato trionfante in Napoli alla testa di ottomila bersaglieri, il 12 ottobre ( la capitale era stata ormai declassata a capoluogo di provincia) prendesse alloggio nella profanata Reggia di Domenico Fontana…Embè: quell’eroe immacolato non fottette tutti i candelabri d’argento che vi trovò? Li fuse, il grand’uomo…ne fece un po’ di lingotti e via…Li spedì a Torino, cacchio, a casa sua!…” (Angelo Manna, Briganti furono loro quei vili assassini dei fratelli d’Italia, Sun Books, Roma, 1997, pag 143)

Il saccheggio di Napoli e Palermo
Prima dell’impresa dei Mille, nel Regno delle Due Sicilie, gli scambi commerciali con l’estero erano eccellenti. Il bilanci dell’import-export avevano prodotto un attivo di 35 milioni di ducati. I titoli borbonici erano quotati al 120% alla borsa di Parigi, la valuta del Reame era floridissima e “…nel 1859, al Banco di Sicilia dovettero chiamare gli operai per rinforzare il pavimento che, nonostante la blindatura, non bastava per sostenere il tesoro conservato in cassaforte. Lingotti a tonnellate…[...]Garibaldi Giuseppe, appena entrato in palermo si fece consegnare dal banco 2.178.818 lire dei 5 milioni di ducati che erano custoditi. Lasciò un pezzo di carta con scritto:<<>>e la promessa che il nuovo stato avrebbe restituito tutto e rimesso i conti in ordine. Quel foglietto restò negli archivi dell’istituto:prima in quello contabile e poi in quello storico.( Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Edizioni Piemme SpA,Casale Monferrato(AL),1998,pag. )

Ad agosto sempre a Palermo “…correvano i tempi di piglia piglia. Dai beni dei Liguorini e Gesuiti volsero ducati diciottomila alla pubblica istruzione. Ordinarono una sovrimposta del due per cento sui valori di tutti i beni del clero, da pagarsi in tre rate. Da tutte le parti del mondo erano venuti sussidi e obbligazioni per la santa causa della rivoluzione; fatta questa vincitrice, non si tenne conto di quei denari,; e si obbligò il tesoro siciliano a pagar milioni per arme, cannoni, munizioni, vestiari, cavalli, spie, e altri compensamenti, e anche 700.000 ducati prezzo dei quattro decrepiti legni a vapore sicchè il Garibaldi e il Crispi si rivalsero di ogni minimo quattrino speso, e intascarono quanto era stato offerto dai rivoluzionari del mondo. Né sazi di tanto, il dittatore in ottobre comandò allo scrivano di razione così:” Rimborserà il tesoriere generale d’un milione e quattrocentomiladucati, , per estinguere cambiali all’estero, senza darne conto, ponendo l’esito al capitolo delle spese comuni nello stato discusso. E vi era la firma di Domenico Peranni allora ministro delle Finanze. Il denaro se lo presero; i conti li sapevano il Garibaldi, il Crispi, il Peranni, e un Michele Minneci; questi due beneficiatissimi di Ferdinando II, allora predicatori acerrimi della tirannia dei Borboni.( Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Cosenza, 1985, pag. 133.)

Continua il Del Boca a pag 233 del suo bellissimo libro “Maledetti Savoia”,”…Il Piemonte, con la sua rete di funzionari, portaborse e burocrati onnivori, lasciò il Meridione conquistato, avvilito, depresso e spogliato di ogni avere. Con la scusa dell’Unità d’Italia rubarono tutto…”



Il 6 settembre 1860, cioè il giorno prima dell’arrivo del filibustiere a Napoli, le risorse pubbliche ammontavano a 29.749.256 franchi. I Borbone avevano lasciato intatto il tesoro del Regno, tesoro che fu subito predato dal pirata dei Due Mondi. Pietro Calà Ulloa, ministro in esilio di Francesco II, in una lettera indirizzata al politico britannico Disraeli, descrisse il fatto come un “ prodigio di dilapidazione e di corruzione…si cominciò con l’impadronirsi delle residenze reali, delle loro mobiglie, della loro argenteria, degli oggetti d’arte e di lusso , senza redigerne alcun inventario…”.(L’Alfiere, luglio 1998,pag Il grande patriota Giacinto De Sivo di quel tristo periodo storico ci ha lasciato questa traccia:”…il settembre fu sequenza di iniquità, empietà e misfatti. Plebe irta d’arme, popolo indignato, Nazionali scherani, garibaldini atei e vandali, scellerati potenti; rapine, contrabbandi, mancanza di commercio, caro di vettovaglie; erario dilapidato, non percepiti i dazi,nessuna giustizia, nessuna sicurezza di vita e di roba; ospedali carichi di feriti,case cariche d’alloggi; teatri, piazze, chiese, fatti luogo di spettacoli turpi, accozzamenti di mali preti, di donne, di camorristi, e chiedere soccorsi per feriti e martiri, tutte estorsioni. Nelle province turbolenze, paure e rabbie. Chi a predare,a carcerare, a uccidere; chi a pagare, fuggire, a fingersi liberale. La stampa tutta faziosa, spaventata da tante fazioni opposte, accusava i ministri, il Bertani e i suoi latrocinii; e finiva gridando tribunali statarii e forche…” Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Cosenza, Anno 1985, pag.221.)



Si mormorava che Silvio Spaventa, direttore di polizia di Garibaldi, aveva fatto liquefare 600 paia di candelieri d’argento preziosissimi. Sparirono altresì tanti dipinti di valore, orologi di pregio, impagabili oggetti d’argento e la notevole armeria del Re, fra cui la famosa spada che Francesco I, Re di Francia, aveva impugnato a Pavia nella battaglia contro le truppe di Carlo V.

Non appena terminata la visita al santuario di Piedigrotta, il Garibaldi, attorniato da una schiera di delinquenti, diede inizio al il saccheggio di Napoli e della Chiesa. Per cominciare, camorristi e prostitute furono gratificati con grosse somme di denaro; indi, senza indugio, si diede a cancellare l’assetto istituzionale del Sud. I decreti cominciarono a sortire nuovi privilegi a scapito della proprietà privata, demaniale, e della Chiesa. Ai gattopardi si stavano sostituendo le iene fameliche. Al buonsenso si stava sostituendo il malcostume; alla morale il disordine e la rapina. Cominciarono a piovere come grandine i decreti di confisca dei pegni, depositati nei Monti di Pietà, e dei depositi bancari. Il ladrone, da pirata con esperienza decennale nel saccheggio del del Sud-America per conto della massoneria, cominciò quello del Banco di Napoli dalle cui casse estorse ben 80 milioni di ducati. Poi mise mano ai beni della Casa Reale, a quelli dei Maggiorati Reali e dell’Ordine Costantiniano fino ad allora amministrati dal Presidente dei Ministri. Fu anche abolito l’Ordine dei Gesuiti con tutte le diramazioni e dipendenze. I beni mobili ed immobili dell’ordine furono dichiarati nazionali, cioè piemontesi.

Ci chiediamo: come mai questo falso eroe, questo falso rivoluzionario, questo falso biondo, questo falso capellone, questo vero assassino, questo vero pirata, questo falso socialista, questo vero massone e mercenario non andò a Londra a depredare i beni della sua Consorteria o quelli del Gran Maestro venerabile Albert Pike ? Perché non andò a Londra a saccheggiare le banche degli strozzini Rothschild o quelli della Casa Reale Inglese? Eppure gli inglesi, il Garibaldi lo sapeva, erano quelli che avevano inventato la tratta degli schiavi e che massacravano milioni di pakistani, di indiani e di cinesi! Perché non andò a liberare la sua Nizza dai francesi? Perché non andò a Torino a confiscare i beni di casa Savoia? Era o no un fervente repubblicanoe patriota? No, Garibaldi non era niente, era solo un mercenario al servizio del sistema liberal-massonico. Infatti, anni dopo, quando Londra gli tributò il dovuto riconoscimento di servo e lacchè, Disraeli, che sapeva tutto, rifiutò di stringergli la mano, lo considerava un bieco pirata. Il Garibaldi, spacciato dagli oleografi risorgimentali eroe dei due mondi, colui che della giustizia umana aveva fatto la sua bandiera, non è mai andato a confiscare i beni di Cavour che erano tanti, e quelli dell’aristocrazia piemontese. Ed i liberali napoletani? Tutti ad applaudire le ruberie dello straniero venuto dal Nord. Questi sono stati i nostri liberatori!

Furono confiscati 30 milioni di franchi di rendite in cedole sopra il debito pubblico ( gli attuali BOT e CCT ) che gli ex consiglieri del Re si affrettarono a rivelare quali beni personali dei membri della famiglia Reale. (La Civiltà Cattolica, Serie IV, Vol. VIII, anno 1860, pag 360)

E oggi? Chi va a confiscare i beni dei Savoia esiliati per fellonia? Chi va a confiscare i beni della famiglia Craxi, garibaldino da sempre? Chi va a confiscare i beni dei liberal- massoni capeggiati da Berlusconi & Company diretti discendenti politici di quei “ rivoluzionari”?

Questi nuovi ladri affamati ed assetati, lebbrosi, ebbero persino il coraggio di predare 67.059.000 ducati, della dote ereditaria di Maria Cristina di Savoia, madre di Francesco II. Tali ruberie furono denominate Reintegrazioni legittime in quanto, secondo i nuovi padroni di Napoli, i Borbone quei soldi li avevano rubati. Il ministro Conforti aveva assegnato tutti i soldi, rubati alla Casa Reale, al Garibaldi, mammasantissima del momento ed anche degli anni successivi, il quale da buon corsaro non li aveva disdegnati; a tale sconceria si opposero gli agenti di cambio, per cui l’intera somma al momento fu giocoforza assegnata all’erario. Si assegnarono 6000 franchi al giorno per le spese della tavola del bandito dittatore nizzardo, somma che i suoi pro-dittatori dilapidavano allegramente. Contro quelle ruberie protestò Francesco II attraverso il Ministro degli Esteri Casella e proclamò “…di aver unito la sua causa a quella del popolo, e di non aver curato di porre in salvo le sue sostanze, perché avrebbe sdegnato di salvare per esso una tavola in mezzo al naufragio della Patria”.

(Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie,Vol.II, Edizioni Brenner, Cosenza, 1984,pag. 211)

“Ma accaddero tante altre cose- ci fa sapere Angelo Manna- Accadde per esempio, che il proto-beccaio Enrico Cialdini, entrato trionfante in Napoli alla testa di ottomila bersaglieri, il 12 ottobre ( la capitale era stata ormai declassata a capoluogo di provincia) prendesse alloggio nella profanata Reggia di Domenico Fontana…Embè: quell’eroe immacolato non fottette tutti i candelabri d’argento che vi trovò? Li fuse, il grand’uomo…ne fece un po’ di lingotti e via…Li spedì a Torino, cacchio, a casa sua!…” (Angelo Manna, Briganti furono loro quei vili assassini dei fratelli d’Italia, Sun Books, Roma, 1997, pag 143)

“…Con le rendite private confiscate a casa Borbone vennero pagati i big. Il luogotenente, il già lodato Farini Luigi Carlo( quello dell’Affrica e dei beduini che erano rose e fiori al nostro confronto…) si assegnò, bontà sua, uno stipendio di 11mila ducati al mese. E tremila al mese si beccarono i tre generali garibaldesi promossi generali dell’esercito italiano:Turr, Medici e Cosenz, l’amico del cuore di Carlo Pisacane che gli involò Enrichetta de Lorenzo, e fu per quelle amichevoli corna che il cornutone pensò di andarsi a suicidare nella disperata spedizione di Sapri…” ( Angelo Manna, Briganti furono loro quei vili assassini dei fratelli d’Italia, ibidem, pag 144)


Fonte:
ReteSud
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“Ma accaddero tante altre cose- ci fa sapere Angelo Manna- Accadde per esempio, che il proto-beccaio Enrico Cialdini, entrato trionfante in Napoli alla testa di ottomila bersaglieri, il 12 ottobre ( la capitale era stata ormai declassata a capoluogo di provincia) prendesse alloggio nella profanata Reggia di Domenico Fontana…Embè: quell’eroe immacolato non fottette tutti i candelabri d’argento che vi trovò? Li fuse, il grand’uomo…ne fece un po’ di lingotti e via…Li spedì a Torino, cacchio, a casa sua!…” (Angelo Manna, Briganti furono loro quei vili assassini dei fratelli d’Italia, Sun Books, Roma, 1997, pag 143)

Il saccheggio di Napoli e Palermo
Prima dell’impresa dei Mille, nel Regno delle Due Sicilie, gli scambi commerciali con l’estero erano eccellenti. Il bilanci dell’import-export avevano prodotto un attivo di 35 milioni di ducati. I titoli borbonici erano quotati al 120% alla borsa di Parigi, la valuta del Reame era floridissima e “…nel 1859, al Banco di Sicilia dovettero chiamare gli operai per rinforzare il pavimento che, nonostante la blindatura, non bastava per sostenere il tesoro conservato in cassaforte. Lingotti a tonnellate…[...]Garibaldi Giuseppe, appena entrato in palermo si fece consegnare dal banco 2.178.818 lire dei 5 milioni di ducati che erano custoditi. Lasciò un pezzo di carta con scritto:<<>>e la promessa che il nuovo stato avrebbe restituito tutto e rimesso i conti in ordine. Quel foglietto restò negli archivi dell’istituto:prima in quello contabile e poi in quello storico.( Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Edizioni Piemme SpA,Casale Monferrato(AL),1998,pag. )

Ad agosto sempre a Palermo “…correvano i tempi di piglia piglia. Dai beni dei Liguorini e Gesuiti volsero ducati diciottomila alla pubblica istruzione. Ordinarono una sovrimposta del due per cento sui valori di tutti i beni del clero, da pagarsi in tre rate. Da tutte le parti del mondo erano venuti sussidi e obbligazioni per la santa causa della rivoluzione; fatta questa vincitrice, non si tenne conto di quei denari,; e si obbligò il tesoro siciliano a pagar milioni per arme, cannoni, munizioni, vestiari, cavalli, spie, e altri compensamenti, e anche 700.000 ducati prezzo dei quattro decrepiti legni a vapore sicchè il Garibaldi e il Crispi si rivalsero di ogni minimo quattrino speso, e intascarono quanto era stato offerto dai rivoluzionari del mondo. Né sazi di tanto, il dittatore in ottobre comandò allo scrivano di razione così:” Rimborserà il tesoriere generale d’un milione e quattrocentomiladucati, , per estinguere cambiali all’estero, senza darne conto, ponendo l’esito al capitolo delle spese comuni nello stato discusso. E vi era la firma di Domenico Peranni allora ministro delle Finanze. Il denaro se lo presero; i conti li sapevano il Garibaldi, il Crispi, il Peranni, e un Michele Minneci; questi due beneficiatissimi di Ferdinando II, allora predicatori acerrimi della tirannia dei Borboni.( Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Cosenza, 1985, pag. 133.)

Continua il Del Boca a pag 233 del suo bellissimo libro “Maledetti Savoia”,”…Il Piemonte, con la sua rete di funzionari, portaborse e burocrati onnivori, lasciò il Meridione conquistato, avvilito, depresso e spogliato di ogni avere. Con la scusa dell’Unità d’Italia rubarono tutto…”



Il 6 settembre 1860, cioè il giorno prima dell’arrivo del filibustiere a Napoli, le risorse pubbliche ammontavano a 29.749.256 franchi. I Borbone avevano lasciato intatto il tesoro del Regno, tesoro che fu subito predato dal pirata dei Due Mondi. Pietro Calà Ulloa, ministro in esilio di Francesco II, in una lettera indirizzata al politico britannico Disraeli, descrisse il fatto come un “ prodigio di dilapidazione e di corruzione…si cominciò con l’impadronirsi delle residenze reali, delle loro mobiglie, della loro argenteria, degli oggetti d’arte e di lusso , senza redigerne alcun inventario…”.(L’Alfiere, luglio 1998,pag Il grande patriota Giacinto De Sivo di quel tristo periodo storico ci ha lasciato questa traccia:”…il settembre fu sequenza di iniquità, empietà e misfatti. Plebe irta d’arme, popolo indignato, Nazionali scherani, garibaldini atei e vandali, scellerati potenti; rapine, contrabbandi, mancanza di commercio, caro di vettovaglie; erario dilapidato, non percepiti i dazi,nessuna giustizia, nessuna sicurezza di vita e di roba; ospedali carichi di feriti,case cariche d’alloggi; teatri, piazze, chiese, fatti luogo di spettacoli turpi, accozzamenti di mali preti, di donne, di camorristi, e chiedere soccorsi per feriti e martiri, tutte estorsioni. Nelle province turbolenze, paure e rabbie. Chi a predare,a carcerare, a uccidere; chi a pagare, fuggire, a fingersi liberale. La stampa tutta faziosa, spaventata da tante fazioni opposte, accusava i ministri, il Bertani e i suoi latrocinii; e finiva gridando tribunali statarii e forche…” Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Cosenza, Anno 1985, pag.221.)



Si mormorava che Silvio Spaventa, direttore di polizia di Garibaldi, aveva fatto liquefare 600 paia di candelieri d’argento preziosissimi. Sparirono altresì tanti dipinti di valore, orologi di pregio, impagabili oggetti d’argento e la notevole armeria del Re, fra cui la famosa spada che Francesco I, Re di Francia, aveva impugnato a Pavia nella battaglia contro le truppe di Carlo V.

Non appena terminata la visita al santuario di Piedigrotta, il Garibaldi, attorniato da una schiera di delinquenti, diede inizio al il saccheggio di Napoli e della Chiesa. Per cominciare, camorristi e prostitute furono gratificati con grosse somme di denaro; indi, senza indugio, si diede a cancellare l’assetto istituzionale del Sud. I decreti cominciarono a sortire nuovi privilegi a scapito della proprietà privata, demaniale, e della Chiesa. Ai gattopardi si stavano sostituendo le iene fameliche. Al buonsenso si stava sostituendo il malcostume; alla morale il disordine e la rapina. Cominciarono a piovere come grandine i decreti di confisca dei pegni, depositati nei Monti di Pietà, e dei depositi bancari. Il ladrone, da pirata con esperienza decennale nel saccheggio del del Sud-America per conto della massoneria, cominciò quello del Banco di Napoli dalle cui casse estorse ben 80 milioni di ducati. Poi mise mano ai beni della Casa Reale, a quelli dei Maggiorati Reali e dell’Ordine Costantiniano fino ad allora amministrati dal Presidente dei Ministri. Fu anche abolito l’Ordine dei Gesuiti con tutte le diramazioni e dipendenze. I beni mobili ed immobili dell’ordine furono dichiarati nazionali, cioè piemontesi.

Ci chiediamo: come mai questo falso eroe, questo falso rivoluzionario, questo falso biondo, questo falso capellone, questo vero assassino, questo vero pirata, questo falso socialista, questo vero massone e mercenario non andò a Londra a depredare i beni della sua Consorteria o quelli del Gran Maestro venerabile Albert Pike ? Perché non andò a Londra a saccheggiare le banche degli strozzini Rothschild o quelli della Casa Reale Inglese? Eppure gli inglesi, il Garibaldi lo sapeva, erano quelli che avevano inventato la tratta degli schiavi e che massacravano milioni di pakistani, di indiani e di cinesi! Perché non andò a liberare la sua Nizza dai francesi? Perché non andò a Torino a confiscare i beni di casa Savoia? Era o no un fervente repubblicanoe patriota? No, Garibaldi non era niente, era solo un mercenario al servizio del sistema liberal-massonico. Infatti, anni dopo, quando Londra gli tributò il dovuto riconoscimento di servo e lacchè, Disraeli, che sapeva tutto, rifiutò di stringergli la mano, lo considerava un bieco pirata. Il Garibaldi, spacciato dagli oleografi risorgimentali eroe dei due mondi, colui che della giustizia umana aveva fatto la sua bandiera, non è mai andato a confiscare i beni di Cavour che erano tanti, e quelli dell’aristocrazia piemontese. Ed i liberali napoletani? Tutti ad applaudire le ruberie dello straniero venuto dal Nord. Questi sono stati i nostri liberatori!

Furono confiscati 30 milioni di franchi di rendite in cedole sopra il debito pubblico ( gli attuali BOT e CCT ) che gli ex consiglieri del Re si affrettarono a rivelare quali beni personali dei membri della famiglia Reale. (La Civiltà Cattolica, Serie IV, Vol. VIII, anno 1860, pag 360)

E oggi? Chi va a confiscare i beni dei Savoia esiliati per fellonia? Chi va a confiscare i beni della famiglia Craxi, garibaldino da sempre? Chi va a confiscare i beni dei liberal- massoni capeggiati da Berlusconi & Company diretti discendenti politici di quei “ rivoluzionari”?

Questi nuovi ladri affamati ed assetati, lebbrosi, ebbero persino il coraggio di predare 67.059.000 ducati, della dote ereditaria di Maria Cristina di Savoia, madre di Francesco II. Tali ruberie furono denominate Reintegrazioni legittime in quanto, secondo i nuovi padroni di Napoli, i Borbone quei soldi li avevano rubati. Il ministro Conforti aveva assegnato tutti i soldi, rubati alla Casa Reale, al Garibaldi, mammasantissima del momento ed anche degli anni successivi, il quale da buon corsaro non li aveva disdegnati; a tale sconceria si opposero gli agenti di cambio, per cui l’intera somma al momento fu giocoforza assegnata all’erario. Si assegnarono 6000 franchi al giorno per le spese della tavola del bandito dittatore nizzardo, somma che i suoi pro-dittatori dilapidavano allegramente. Contro quelle ruberie protestò Francesco II attraverso il Ministro degli Esteri Casella e proclamò “…di aver unito la sua causa a quella del popolo, e di non aver curato di porre in salvo le sue sostanze, perché avrebbe sdegnato di salvare per esso una tavola in mezzo al naufragio della Patria”.

(Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie,Vol.II, Edizioni Brenner, Cosenza, 1984,pag. 211)

“Ma accaddero tante altre cose- ci fa sapere Angelo Manna- Accadde per esempio, che il proto-beccaio Enrico Cialdini, entrato trionfante in Napoli alla testa di ottomila bersaglieri, il 12 ottobre ( la capitale era stata ormai declassata a capoluogo di provincia) prendesse alloggio nella profanata Reggia di Domenico Fontana…Embè: quell’eroe immacolato non fottette tutti i candelabri d’argento che vi trovò? Li fuse, il grand’uomo…ne fece un po’ di lingotti e via…Li spedì a Torino, cacchio, a casa sua!…” (Angelo Manna, Briganti furono loro quei vili assassini dei fratelli d’Italia, Sun Books, Roma, 1997, pag 143)

“…Con le rendite private confiscate a casa Borbone vennero pagati i big. Il luogotenente, il già lodato Farini Luigi Carlo( quello dell’Affrica e dei beduini che erano rose e fiori al nostro confronto…) si assegnò, bontà sua, uno stipendio di 11mila ducati al mese. E tremila al mese si beccarono i tre generali garibaldesi promossi generali dell’esercito italiano:Turr, Medici e Cosenz, l’amico del cuore di Carlo Pisacane che gli involò Enrichetta de Lorenzo, e fu per quelle amichevoli corna che il cornutone pensò di andarsi a suicidare nella disperata spedizione di Sapri…” ( Angelo Manna, Briganti furono loro quei vili assassini dei fratelli d’Italia, ibidem, pag 144)


Fonte:
ReteSud

sabato 28 marzo 2009

Diretta Web-Tv PdSUD dalle ore 11,00 : L'IDENTITA' POLITICA DEL SUD - Sabato 28 marzo 2009 da Napoli


Quale strategia di battaglia per i "briganti" di oggi impegnati ancora un volta a difendere il Sud dai nemici?

Sabato 28 marzo 2009 dalle ore 11:00 a Napoli presso l'hotel Sant'Angelo. Sabato 28 marzo 2009 alle ore 11:00 presso l'hotel Sant'Angelo in piazza Garibaldi 60/63 a Napoli s terrà un incontro sul tema:

"SUD E LA SUA IDENTITA' POLITICA"

Al centro della discussione, naturalmente, come sintetizza immaginificamente il manifesto, verrà messa la tipologia di armi e la strategia di battaglia che i "briganti" di oggi possono mettere in campo contro la partitocrazia e, più in generale, contro tutti i nemici dello sviluppo e della rinascita del nostro Sud.


Ad avviare il dibattito, che sarà successivamente aperto ai partecipanti tra il pubblico che abbiano da aggiungere proposte e contributi ai lavori, saranno:


Antonio Ciano
"Partito del Sud"

Nando Dicè
Insorgenza Civile

Giuliano Falanga
Insorgenza Universitaria

A moderare gli interventi sarà
Gino Giammarino Il Brigante

Alla manifestazione aderiscono:
Soccorso Popolare Antiusure - Terra e Libertà - Patto Mediterraneo - Comitato Cittadini di Caivano - Nostra Romanitas - Opus Teatra - Insorgenza Vesuviana - Il Brigante
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Quale strategia di battaglia per i "briganti" di oggi impegnati ancora un volta a difendere il Sud dai nemici?

Sabato 28 marzo 2009 dalle ore 11:00 a Napoli presso l'hotel Sant'Angelo. Sabato 28 marzo 2009 alle ore 11:00 presso l'hotel Sant'Angelo in piazza Garibaldi 60/63 a Napoli s terrà un incontro sul tema:

"SUD E LA SUA IDENTITA' POLITICA"

Al centro della discussione, naturalmente, come sintetizza immaginificamente il manifesto, verrà messa la tipologia di armi e la strategia di battaglia che i "briganti" di oggi possono mettere in campo contro la partitocrazia e, più in generale, contro tutti i nemici dello sviluppo e della rinascita del nostro Sud.


Ad avviare il dibattito, che sarà successivamente aperto ai partecipanti tra il pubblico che abbiano da aggiungere proposte e contributi ai lavori, saranno:


Antonio Ciano
"Partito del Sud"

Nando Dicè
Insorgenza Civile

Giuliano Falanga
Insorgenza Universitaria

A moderare gli interventi sarà
Gino Giammarino Il Brigante

Alla manifestazione aderiscono:
Soccorso Popolare Antiusure - Terra e Libertà - Patto Mediterraneo - Comitato Cittadini di Caivano - Nostra Romanitas - Opus Teatra - Insorgenza Vesuviana - Il Brigante

I Meccanismi della Disinformazione



"Una serie di pazzi, truffatori e cialtroni ha preso una serie di decisioni catastrofiche, questo è indiscutibile, ma chi li ha eletti? Voi! Voi li avete eletti! Voi avete permesso loro di decidere per voi! Sarà anche vero che chiunque può sbagliare ma continuare per secoli a commettere gli stessi errori micidiali mi sembra perverso. Voi avete incoraggiato questi incompetenti in malafede che hanno portato alla rovina la società. Voi avete accettato supinamente i loro ordini insensati. Voi avete permesso loro di riempire la fabbrica di macchinari pericolosi e mai collaudati. Avreste potuto fermarli. Sarebbe bastato dire "No", siete degli smidollati, non avete orgoglio. Non siete più utili alla società. [...] Questo è tutto. Potete tornare al lavoro. I programmi normali riprenderanno al più presto."
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"Una serie di pazzi, truffatori e cialtroni ha preso una serie di decisioni catastrofiche, questo è indiscutibile, ma chi li ha eletti? Voi! Voi li avete eletti! Voi avete permesso loro di decidere per voi! Sarà anche vero che chiunque può sbagliare ma continuare per secoli a commettere gli stessi errori micidiali mi sembra perverso. Voi avete incoraggiato questi incompetenti in malafede che hanno portato alla rovina la società. Voi avete accettato supinamente i loro ordini insensati. Voi avete permesso loro di riempire la fabbrica di macchinari pericolosi e mai collaudati. Avreste potuto fermarli. Sarebbe bastato dire "No", siete degli smidollati, non avete orgoglio. Non siete più utili alla società. [...] Questo è tutto. Potete tornare al lavoro. I programmi normali riprenderanno al più presto."

venerdì 27 marzo 2009

I crimini di Cialdini (sesta puntata)


Il Fanti con due divisioni penetrò dalla Toscana ; Cialdini a sua volta dalla Romagna, nei pressi del passo della Cattolica, con altre tre la sera dell’11 settembre, e assalì Pesaro e Fano.

I 1200 papalini del colonnello Zappi, colti di sorpresa,si asserragliarono nel fortino di Pesaro assieme al delegato pontificio monsignor Bellà.

Il generalone Cialdini, con un’armata di 30 mila uomini, impiegò una giornata intera per conquistare la piccola sgangherata fortezza che fu sepolta sotto una gragnuola micidiale di bombe.

Innalzata la bandiera bianca, il prelato pontificio si recò a parlamentare col barbaro generale piemontese, poco mancò invece, che il religioso, umiliato con insulti di ogni sorta, fosse ucciso.

L’infame generale savoiardo rimproverò e ingiuriò pure il comandante del fortino “reo” di aver fatto ritardare di un giorno le operazioni militari in atto, quasi fosse colpa gravissima difendere la propria terra e la propria bandiera.

Cialdini tenne in piedi, sotto un sole cocente, senza cibo e senza acqua i papalini superstiti, per poi spedirli a Rimini da dove, dopo essere stati scherniti dai comitati liberaleschi preparati ad arte dal medico Farini, furono fatti proseguire a piedi fino al campo di concentramento delle Fenestrelle in Piemonte.
A Pesaro intanto iniziarono i saccheggi delle case: vasellame, carrozze, vassoi d’argento, denaro, tutto fu rubato.

Dopo questa alta prova di strategia e di valore militare, il generale Cialdini si impadronì di Fano difesa solo da 300 uomini. Poi si diresse alla conquista di Senigallia. Qui i papalini, circondati dal Masi, si difesero per quattro ore come leoni, infine, con la perdita di 50 uomini, riuscirono a rompere l’accerchiamento e a portarsi in salvo inoltrandosi nei boschi del monte Manciano da cui raggiunsero Ancona durante la notte .
G. De Sivo. Storia delle Due Sicilie, Vol. II, pag. 240.)


Il Cialdini, che poi a Custoza, nel 1866, dimostrerà tutta la sua inettitudine militare e la sua vigliaccheria coprendosi di infamia di fronte ad un piccolo esercito organizzato, quello austriaco, fu giocato dal Masi e dai papalini che se la ridevano dentro le mura della fortezza di Ancona.


Fonte:ReteSud
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Il Fanti con due divisioni penetrò dalla Toscana ; Cialdini a sua volta dalla Romagna, nei pressi del passo della Cattolica, con altre tre la sera dell’11 settembre, e assalì Pesaro e Fano.

I 1200 papalini del colonnello Zappi, colti di sorpresa,si asserragliarono nel fortino di Pesaro assieme al delegato pontificio monsignor Bellà.

Il generalone Cialdini, con un’armata di 30 mila uomini, impiegò una giornata intera per conquistare la piccola sgangherata fortezza che fu sepolta sotto una gragnuola micidiale di bombe.

Innalzata la bandiera bianca, il prelato pontificio si recò a parlamentare col barbaro generale piemontese, poco mancò invece, che il religioso, umiliato con insulti di ogni sorta, fosse ucciso.

L’infame generale savoiardo rimproverò e ingiuriò pure il comandante del fortino “reo” di aver fatto ritardare di un giorno le operazioni militari in atto, quasi fosse colpa gravissima difendere la propria terra e la propria bandiera.

Cialdini tenne in piedi, sotto un sole cocente, senza cibo e senza acqua i papalini superstiti, per poi spedirli a Rimini da dove, dopo essere stati scherniti dai comitati liberaleschi preparati ad arte dal medico Farini, furono fatti proseguire a piedi fino al campo di concentramento delle Fenestrelle in Piemonte.
A Pesaro intanto iniziarono i saccheggi delle case: vasellame, carrozze, vassoi d’argento, denaro, tutto fu rubato.

Dopo questa alta prova di strategia e di valore militare, il generale Cialdini si impadronì di Fano difesa solo da 300 uomini. Poi si diresse alla conquista di Senigallia. Qui i papalini, circondati dal Masi, si difesero per quattro ore come leoni, infine, con la perdita di 50 uomini, riuscirono a rompere l’accerchiamento e a portarsi in salvo inoltrandosi nei boschi del monte Manciano da cui raggiunsero Ancona durante la notte .
G. De Sivo. Storia delle Due Sicilie, Vol. II, pag. 240.)


Il Cialdini, che poi a Custoza, nel 1866, dimostrerà tutta la sua inettitudine militare e la sua vigliaccheria coprendosi di infamia di fronte ad un piccolo esercito organizzato, quello austriaco, fu giocato dal Masi e dai papalini che se la ridevano dentro le mura della fortezza di Ancona.


Fonte:ReteSud

Scuola: La Calabria perdera' 2.492 posti in un anno


Tagli agli organici delle scuole per l'anno scolastico 2009-2010 produrranno in Calabria la perdita di 2.492 posti di cui 75 dirigenze...


CATANZARO - I tagli agli organici delle scuole per l'anno scolastico 2009-2010 produrranno in Calabria la perdita di 2.492 posti di cui 75 dirigenze.

Lo rende noto il segretario provinciale della Gilda di Catanzaro, Antonino Tindiglia, che illustra la bozza sugli organici 2009-2010.

I dati, dice, confermano ''il trend negativo che vede ridotte le cattedre disponibili anche per il prossimo anno scolastico''.

In particolare, i tagli sono cosi' ripartiti: meno 631 insegnanti nella scuola primaria; meno 1002 nella scuola secondaria di primo grado; meno 783 nella scuola secondaria di secondo grado.

''Mancano i dati del personale Ata - spiega il sindacalista della Gilda - possiamo dire addio alla scuola pubblica, al diritto allo studio e alle pari opportunita'.

Le politiche governative degli ultimi anni hanno accentuato il divario tra ricchi e poveri.

Siamo arrivati ad un punto di non ritorno''.

Fonte:Soveratoweb



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Tagli agli organici delle scuole per l'anno scolastico 2009-2010 produrranno in Calabria la perdita di 2.492 posti di cui 75 dirigenze...


CATANZARO - I tagli agli organici delle scuole per l'anno scolastico 2009-2010 produrranno in Calabria la perdita di 2.492 posti di cui 75 dirigenze.

Lo rende noto il segretario provinciale della Gilda di Catanzaro, Antonino Tindiglia, che illustra la bozza sugli organici 2009-2010.

I dati, dice, confermano ''il trend negativo che vede ridotte le cattedre disponibili anche per il prossimo anno scolastico''.

In particolare, i tagli sono cosi' ripartiti: meno 631 insegnanti nella scuola primaria; meno 1002 nella scuola secondaria di primo grado; meno 783 nella scuola secondaria di secondo grado.

''Mancano i dati del personale Ata - spiega il sindacalista della Gilda - possiamo dire addio alla scuola pubblica, al diritto allo studio e alle pari opportunita'.

Le politiche governative degli ultimi anni hanno accentuato il divario tra ricchi e poveri.

Siamo arrivati ad un punto di non ritorno''.

Fonte:Soveratoweb



IN DIRETTA SULLA WEB-TV DEL PARTITO DEL SUD LA CONFERENZA :L'IDENTITA' POLITICA DEL SUD - Sabato 28 marzo 2009 dalle ore 11,00


IN DIRETTA SULLA WEB-TV DEL PARTITO DEL SUD SABATO 28 MARZO 2009 ALLE ORE 11,00
DA NAPOLI IN ONDA LA CONFERENZA :
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L'IDENTITA' POLITICA DEL SUD
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POTRETE SEGUIRE LA DIRETTA OLTRE CHE SU QUESTO BLOG ANCHE SUI SEGUENTI SITI E BLOG:
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COLLEGATI ALLE ORE 11,00 , RESPIRA UNA BOCCATA DI LIBERTA'!
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IN DIRETTA SULLA WEB-TV DEL PARTITO DEL SUD SABATO 28 MARZO 2009 ALLE ORE 11,00
DA NAPOLI IN ONDA LA CONFERENZA :
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L'IDENTITA' POLITICA DEL SUD
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POTRETE SEGUIRE LA DIRETTA OLTRE CHE SU QUESTO BLOG ANCHE SUI SEGUENTI SITI E BLOG:
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INCENERITORE... Questo succederà anche ad Acerra.

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giovedì 26 marzo 2009

Saviano: la lotta alla camorra



Lo scrittore ieri sera da Fazio


R. C.


Voglio essere un’operazione mediatica, voglio che se ne parli in prima serata».

E così Roberto Saviano, l’autore del bestseller Gomorra che ha denunciato il sistema della camorra, si è presentato ieri sera agli spettatori dello speciale di Che tempo che fa, su Raitre, condotto da Fabio Fazio. Ospiti della trasmissione anche altri due scrittori, l’americano Paul Auster e l’israeliano David Grossman.


«Il mio sogno - ha detto Saviano - è che la lotta alla criminalità organizzata diventi una moda». «Non è la mia battaglia - ha insistito lo scrittore -, ma la battaglia di molti e va anche bene se per una volta succede il miracolo che grandi interessi economici si fondano con l’interesse del Paese, che grandi editori di libri, televisivi, si uniscano per combattere la camorra».


Nel lungo intervento di Saviano sono ritornate le accuse che da anni lo scrittore va ripetendo, le realtà che da quando il suo libro è uscito il suo libro non si stanca di denunciare: il mondo orrendo della camorra, la lingua della complicità «ambientale» tra la camorra e l’informazione locale (foto in prima pagina di morti ammazzati, ma «giustiziati» spesso li definiscono i titoli dei giornali campani, quasi un riconoscimento del potere malavitoso di dettare legge e punire), la trascuratezza della cronaca nazionale, la timidezza dei politici nell’inserire la lotta alla camorra fra i punti forti delle campagne elettorali.


«Nessuno l’ha impugnata come una priorità nelle ultime elezioni», ha rilevato Saviano con un dolore anche più forte dell’indignazione. «La cosa più grave che può fare la politica - ha sottolineato Saviano - è il silenzio. La cosa più grave che possono fare gli elettori è scegliere il silenzio». E a proposito di politica e di elettori, ha dato anche un’indicazione di voto in vista dell’appuntamento del 6 e 7 giugno. A modo suo.

Al momento del voto, ha sostenuto, non bisogna fare una scelta fra destra e sinistra:
«Agli elettori mi va di dire di non cambiare idea, ma di scegliere secondo la tradizione legalitaria della propria parte».


Se una cosa è apparsa evidente nella trasmissione è una specie di disperato ottimismo della volontà che induce Saviano a ripetere con accanimento, con pervicacia ossessiva la sua fiducia nel valore della parola, della denuncia, nella necessità di non stare zitti, di svergognare tutti quei complici, di svegliare tutti quegli indifferenti che continuano a lasciare marcire il problema, a relegarlo in quella zona di «emergenza continua» che assomiglia pericolosamente all’emarginazione, alla rassegnazione, al tirare a campare.


Anche se il suo impegno in questa battaglia può suscitare ostilità, non soltanto presso quegli ambienti camorristici che hanno tutto l’interesse a screditarlo.

Lo hanno accusato di avere speculato sul dramma della Campania per arricchirsi con il suo libro. È una «accusa ingiusta», ha detto, che gli provoca un vero e proprio «fastidio»: «Sono i lettori - ha sottolineato - che mi danno la possibilità di vivere e pagare gli avvocati». E quanto alle accuse di plagio, ha citato l’intervista che fece con Enzo Biagi: «Lui mi disse: “Sei arrivato davvero quando fanno un falso del tuo libro e ti accusano di plagio”. E io ce li ho tutti e due».



Fonte: La Stampa
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Lo scrittore ieri sera da Fazio


R. C.


Voglio essere un’operazione mediatica, voglio che se ne parli in prima serata».

E così Roberto Saviano, l’autore del bestseller Gomorra che ha denunciato il sistema della camorra, si è presentato ieri sera agli spettatori dello speciale di Che tempo che fa, su Raitre, condotto da Fabio Fazio. Ospiti della trasmissione anche altri due scrittori, l’americano Paul Auster e l’israeliano David Grossman.


«Il mio sogno - ha detto Saviano - è che la lotta alla criminalità organizzata diventi una moda». «Non è la mia battaglia - ha insistito lo scrittore -, ma la battaglia di molti e va anche bene se per una volta succede il miracolo che grandi interessi economici si fondano con l’interesse del Paese, che grandi editori di libri, televisivi, si uniscano per combattere la camorra».


Nel lungo intervento di Saviano sono ritornate le accuse che da anni lo scrittore va ripetendo, le realtà che da quando il suo libro è uscito il suo libro non si stanca di denunciare: il mondo orrendo della camorra, la lingua della complicità «ambientale» tra la camorra e l’informazione locale (foto in prima pagina di morti ammazzati, ma «giustiziati» spesso li definiscono i titoli dei giornali campani, quasi un riconoscimento del potere malavitoso di dettare legge e punire), la trascuratezza della cronaca nazionale, la timidezza dei politici nell’inserire la lotta alla camorra fra i punti forti delle campagne elettorali.


«Nessuno l’ha impugnata come una priorità nelle ultime elezioni», ha rilevato Saviano con un dolore anche più forte dell’indignazione. «La cosa più grave che può fare la politica - ha sottolineato Saviano - è il silenzio. La cosa più grave che possono fare gli elettori è scegliere il silenzio». E a proposito di politica e di elettori, ha dato anche un’indicazione di voto in vista dell’appuntamento del 6 e 7 giugno. A modo suo.

Al momento del voto, ha sostenuto, non bisogna fare una scelta fra destra e sinistra:
«Agli elettori mi va di dire di non cambiare idea, ma di scegliere secondo la tradizione legalitaria della propria parte».


Se una cosa è apparsa evidente nella trasmissione è una specie di disperato ottimismo della volontà che induce Saviano a ripetere con accanimento, con pervicacia ossessiva la sua fiducia nel valore della parola, della denuncia, nella necessità di non stare zitti, di svergognare tutti quei complici, di svegliare tutti quegli indifferenti che continuano a lasciare marcire il problema, a relegarlo in quella zona di «emergenza continua» che assomiglia pericolosamente all’emarginazione, alla rassegnazione, al tirare a campare.


Anche se il suo impegno in questa battaglia può suscitare ostilità, non soltanto presso quegli ambienti camorristici che hanno tutto l’interesse a screditarlo.

Lo hanno accusato di avere speculato sul dramma della Campania per arricchirsi con il suo libro. È una «accusa ingiusta», ha detto, che gli provoca un vero e proprio «fastidio»: «Sono i lettori - ha sottolineato - che mi danno la possibilità di vivere e pagare gli avvocati». E quanto alle accuse di plagio, ha citato l’intervista che fece con Enzo Biagi: «Lui mi disse: “Sei arrivato davvero quando fanno un falso del tuo libro e ti accusano di plagio”. E io ce li ho tutti e due».



Fonte: La Stampa

Ecco chi era Cialdini


Il Generale Cialdini, che di lì a poco passerà alla storia come il più efferato criminale di guerra che abbia mai calcato il suolo italiano, per non essere da meno del Fanti, forse in preda alla sbornia di qualche fiasco di buon vino emiliano, emanò il seguente bando:<< Soldati del quarto Corpo d’Armata. Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri che sete d’oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri paesi. Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicari, e per mano vostra sentano l’ira di un popolo che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza. Soldati! L’inulta Perugia domanda vendetta, e benchè tarda, l’avrà. Il Generale Comandante il 4° Corpo d’Armata. ENRICO CIALDINI>>.

( La Civiltà Cattolica, Ibidem, pag.107)

. L’Italia sta ancora pagando per quella invasione, il Sud è stato massacrato e violentato come mai i barbari avevano osato! I liberali piemontesi, i massoni nazionali ed internazionali che avevano giurato fedeltà alle logge occulte, quelli che dovevano eseguire alla lettera gli ordini dei Grandi Maestri Venerabili, decisero di massacrare i fratelli meridionali in nome della Rivoluzione Liberale e dell’Italia una ed indivisibile, di infangare la storia, di distruggere paesi e città, di cancellare le tradizioni cristiane per sempre. Quella feccia al soldo di una ideologia straniera, per soldi, come Giuda, stava svendendo agli inglesi e ai francesi i ricchi mercati italiani in cambio del bottino di guerra da incamerare a favore delle casse pubbliche piemontesi. Questi erano gli unitari filo-piemontesi, questa la “filosofia” liberal-massonica. Prima del 1860 erano in mani straniere il Lombardo-Veneto, ceduto agli austriaci col trattato di Campoformio dal massone Napoleone Bonaparte, che era stato istruito dai liguri che avevano venduto la sua Corsica alla Francia; il Canton Ticino svenduto dal lombardo Ludovico il Moro alla Svizzera; Malta strappata al Regno delle Due Sicilie dagli inglesi. Gli altri territori della penisola erano amministrati da principi italiani con leggi italianissime. Nel 1860 caddero in mani straniere anche Nizza e la Savoia svendute dai traditori della patria Vittorio Emanuele II e Camillo Cavour.

Dopo alcune minacce diplomatiche pro forma da parte dei compari di rapina francesi, Vittorio Ermanuele II, sordo alle proteste del mondo civile, calpestando il diritto delle nazioni e delle genti, ricevute alcune delegazioni di liberal-massoni e ascoltato il loro grido di dolore, cioè quello di non poter rubare abbastanza sotto il governo del Santo Padre, esternò al mondo il seguente bando:<<Soldati! Voi entrate nelle Marche e nell’Umbria per restaurare l’ordine civile nelle desolate Città, e per dare ai Popoli la libertà di esprimere i propri voti. Non dovete combattere contro eserciti potenti ma per liberare infelici Provincie Italiane dalle straniere Compagnie di Ventura. Non andate a vendicare le ingiurie fatte a me ed all’Italia ma ad impedire che gli odii popolari rompano a vendetta della mala signoria. Voi insegnerete con l’esempio il ‘delle offese e la tolleranza cristiana a chi stoltamente paragonò all’islamismo lo amore alla Patria Italiana. In pace con tutte le Grandi Potenze, ed alieno da ogni provocazione, io intendo a togliere dal centro dell’Italia una cagione perenne di turbamento e di discordia. Io voglio rispettare la Sede del Capo della Chiesa, al quale sono sempre pronto a dare, in accordo colle potenze alleate ed amiche, tutte quelle guarentigie di indipendenza e sicurezza, che i suoi ciechi consiglieri si sono indarno ripromessi dal fanatismo della setta malvagia cospirante contro la mia autorità e la libertà della Nazione.

Soldati! Mi accusano di ambizione. Si, ho un’ambizione: ed è quella di restaurare i principii dell’ordine morale in Italia, e di preservare l’Europa dai continui pericoli della rivoluzione e della guerra. Settembre 1860. Vittorio Emanuele. C. Cavour. Farini. >>

( La Civiltà Cattolica, Ibidem, pag 108).

Fonte:ReteSud

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Il Generale Cialdini, che di lì a poco passerà alla storia come il più efferato criminale di guerra che abbia mai calcato il suolo italiano, per non essere da meno del Fanti, forse in preda alla sbornia di qualche fiasco di buon vino emiliano, emanò il seguente bando:<< Soldati del quarto Corpo d’Armata. Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri che sete d’oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri paesi. Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicari, e per mano vostra sentano l’ira di un popolo che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza. Soldati! L’inulta Perugia domanda vendetta, e benchè tarda, l’avrà. Il Generale Comandante il 4° Corpo d’Armata. ENRICO CIALDINI>>.

( La Civiltà Cattolica, Ibidem, pag.107)

. L’Italia sta ancora pagando per quella invasione, il Sud è stato massacrato e violentato come mai i barbari avevano osato! I liberali piemontesi, i massoni nazionali ed internazionali che avevano giurato fedeltà alle logge occulte, quelli che dovevano eseguire alla lettera gli ordini dei Grandi Maestri Venerabili, decisero di massacrare i fratelli meridionali in nome della Rivoluzione Liberale e dell’Italia una ed indivisibile, di infangare la storia, di distruggere paesi e città, di cancellare le tradizioni cristiane per sempre. Quella feccia al soldo di una ideologia straniera, per soldi, come Giuda, stava svendendo agli inglesi e ai francesi i ricchi mercati italiani in cambio del bottino di guerra da incamerare a favore delle casse pubbliche piemontesi. Questi erano gli unitari filo-piemontesi, questa la “filosofia” liberal-massonica. Prima del 1860 erano in mani straniere il Lombardo-Veneto, ceduto agli austriaci col trattato di Campoformio dal massone Napoleone Bonaparte, che era stato istruito dai liguri che avevano venduto la sua Corsica alla Francia; il Canton Ticino svenduto dal lombardo Ludovico il Moro alla Svizzera; Malta strappata al Regno delle Due Sicilie dagli inglesi. Gli altri territori della penisola erano amministrati da principi italiani con leggi italianissime. Nel 1860 caddero in mani straniere anche Nizza e la Savoia svendute dai traditori della patria Vittorio Emanuele II e Camillo Cavour.

Dopo alcune minacce diplomatiche pro forma da parte dei compari di rapina francesi, Vittorio Ermanuele II, sordo alle proteste del mondo civile, calpestando il diritto delle nazioni e delle genti, ricevute alcune delegazioni di liberal-massoni e ascoltato il loro grido di dolore, cioè quello di non poter rubare abbastanza sotto il governo del Santo Padre, esternò al mondo il seguente bando:<<Soldati! Voi entrate nelle Marche e nell’Umbria per restaurare l’ordine civile nelle desolate Città, e per dare ai Popoli la libertà di esprimere i propri voti. Non dovete combattere contro eserciti potenti ma per liberare infelici Provincie Italiane dalle straniere Compagnie di Ventura. Non andate a vendicare le ingiurie fatte a me ed all’Italia ma ad impedire che gli odii popolari rompano a vendetta della mala signoria. Voi insegnerete con l’esempio il ‘delle offese e la tolleranza cristiana a chi stoltamente paragonò all’islamismo lo amore alla Patria Italiana. In pace con tutte le Grandi Potenze, ed alieno da ogni provocazione, io intendo a togliere dal centro dell’Italia una cagione perenne di turbamento e di discordia. Io voglio rispettare la Sede del Capo della Chiesa, al quale sono sempre pronto a dare, in accordo colle potenze alleate ed amiche, tutte quelle guarentigie di indipendenza e sicurezza, che i suoi ciechi consiglieri si sono indarno ripromessi dal fanatismo della setta malvagia cospirante contro la mia autorità e la libertà della Nazione.

Soldati! Mi accusano di ambizione. Si, ho un’ambizione: ed è quella di restaurare i principii dell’ordine morale in Italia, e di preservare l’Europa dai continui pericoli della rivoluzione e della guerra. Settembre 1860. Vittorio Emanuele. C. Cavour. Farini. >>

( La Civiltà Cattolica, Ibidem, pag 108).

Fonte:ReteSud

Settembre 1943, i giorni della vergogna.


Esemplare per ricchezza di documentazione e qualità di interpretazione, il libro di Patricelli racconta, ricostruisce, analizza. Un giudizio pesante e condivisibile su uno dei momenti più tragici e simbolici del Novecento italiano

Di Marco Innocenti



8 settembre 1943. L'Italia è in guerra da 1.184 giorni, il fascismo è caduto da 45 e da cinque, conquistata la Sicilia, gli Alleati hanno messo piede sul continente. Si fa notte. C'è afa. Il maresciallo Badoglio, con voce neutra, ha appena annunciato l'armistizio. L'Italia, per un attimo, si illude che la guerra sia finita. Nel buio delle caserme qualche ragazzo del Sud canta sommessamente la propria nostalgia accompagnandosi con la chitarra.

Nelle città devastate dalle bombe la notte trascorre calma ma pochi dormono, con l'orecchio teso a rumori lontani. Poche ore e la luce incerta dell'alba coglie le sagome scure dei panzer di Rommel. Eccoli i tedeschi: hanno le tute mimetiche, i mitra puntati, le bombe a mano infilate negli stivali. A guardarli fanno paura. Vogliono vendicare il "tradimento". Le loro avanguardie serrano su Roma, ed è il panico. Il re, il principe Umberto, Badoglio, Ambrosio, Roatta, i generali sono in fuga, tutti insieme appassionatamente, verso Ortona, il cui molo farà da scenario a una gazzarra tragicomica da si salvi chi può. Era stato buon profeta Mussolini quando aveva scritto: «Un re che fugge è un uomo che si condanna da sé».

Il 9 settembre al Quirinale non c'è più nessuno, nemmeno i carabinieri. L'Italia reagisce come da copione e implode. L'esercito si sfalda, disperdendosi in mille anonimi rivoli. Senza fede, senza capi né ordini, con la catena di comando disarticolata dalla fuga dei vertici, si frantuma ogni equilibrio. Le prime colonne di soldati catturati dalla Wehrmacht vengono avviate alle stazioni ferroviarie con destinazione i lager nazisti. Chi riesce butta la divisa e se ne va, in un fuggi fuggi generale verso casa. Le strade si riempiono di sbandati che ricordano un gregge disfatto. Molti, però, non ce la fanno. La caccia all'uomo è moneta corrente per i tedeschi, spendibile senza formalità. La Wehrmacht si muove come sa: rastrella, intercetta i fuggiaschi, piomba sui pochi reparti che non si sono arresi e fa centinaia di migliaia di prigionieri sparando pochi colpi, ma sparandoli con ferocia.

L'adrenalina della paura scorre nelle vene del "camaleonte" Badoglio e del suo entourage. Vittorio Emanuele III sembra ancora più piccolo di quanto la natura gli abbia concesso. I capi politici e militari non sono riusciti a ingannare i tedeschi, ma hanno ingannato, sorpreso e abbandonato i loro soldati in un clima di sfascio e di terrore. Per i vertici l'8 settembre è un gioco di inganni, di opportunismi, di malafede, di irresponsabilità e di vigliaccheria: una nera pagina di storia. Per i gregari è inevitabile il crollo. Milioni di vite restano in balìa della rabbia tedesca.

La politica finge di non sporcarsi le mani mentre le uniformi dei soldati si sporcano di sangue. Si rompono i freni inibitori, anche quello della decenza. Un esercito in assetto di guerra si dissolve in poche ore. "Basta", perché la pelle innanzitutto, perché non si sa dove sia il giusto e l'ingiusto, i capi sono fuggiti, non c'è un ufficiale a dare un ordine e la guerra è perduta. Si sciolgono un esercito, un Paese, una generazione, un mondo. Tutto. Chi resisterà, seguendo la propria coscienza (Gonzaga, Bellomo, Bergamini, i difensori di Roma, la Acqui a Cefalonia) rappresenterà l'altra faccia, fortemente minoritaria, dell'8 settembre.

Quel giorno che resterà nella storia d'Italia è un dramma dalle molte sfaccettature: dal tragico al buffo, dal grottesco al sublime. Alle regole e all'ordine si sostituiscono, in una sovversione improvvisa, l'anarchia, la liberazione degli istinti, la lotta per la sopravvivenza, l'eroismo di pochi, il terrore di molti. Anni di retorica sono spazzati via in poche ore. Il cinismo e l'incapacità azzerano uno Stato in una sequenza di eventi che consegneranno l'Italia a un destino di macerie. Nel profumo dell'estate che muore, tra gli ordini urlati dei tedeschi e l'ombra lunga dei panzer, muore quello che credeva di essere un Paese vero.

Marco Patricelli ha scritto "Settembre 1943, i giorni della vergogna", un titolo che si commenta da sé, un libro esemplare per ricchezza di documentazione e qualità di interpretazione. Dall'armistizio annunciato da Badoglio alla liberazione di Mussolini da Campo Imperatore trascorrono quattro giorni, un soffio di tempo in cui muore un'Italia e ne nascono due sul palcoscenico della storia. Patricelli racconta, ricostruisce, analizza e giudica. Un giudizio pesante, assolutamente condivisibile, su uno dei momenti più tragici e simbolici del Novecento italiano.

Fonte:Il Sole 24 ore
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Esemplare per ricchezza di documentazione e qualità di interpretazione, il libro di Patricelli racconta, ricostruisce, analizza. Un giudizio pesante e condivisibile su uno dei momenti più tragici e simbolici del Novecento italiano

Di Marco Innocenti



8 settembre 1943. L'Italia è in guerra da 1.184 giorni, il fascismo è caduto da 45 e da cinque, conquistata la Sicilia, gli Alleati hanno messo piede sul continente. Si fa notte. C'è afa. Il maresciallo Badoglio, con voce neutra, ha appena annunciato l'armistizio. L'Italia, per un attimo, si illude che la guerra sia finita. Nel buio delle caserme qualche ragazzo del Sud canta sommessamente la propria nostalgia accompagnandosi con la chitarra.

Nelle città devastate dalle bombe la notte trascorre calma ma pochi dormono, con l'orecchio teso a rumori lontani. Poche ore e la luce incerta dell'alba coglie le sagome scure dei panzer di Rommel. Eccoli i tedeschi: hanno le tute mimetiche, i mitra puntati, le bombe a mano infilate negli stivali. A guardarli fanno paura. Vogliono vendicare il "tradimento". Le loro avanguardie serrano su Roma, ed è il panico. Il re, il principe Umberto, Badoglio, Ambrosio, Roatta, i generali sono in fuga, tutti insieme appassionatamente, verso Ortona, il cui molo farà da scenario a una gazzarra tragicomica da si salvi chi può. Era stato buon profeta Mussolini quando aveva scritto: «Un re che fugge è un uomo che si condanna da sé».

Il 9 settembre al Quirinale non c'è più nessuno, nemmeno i carabinieri. L'Italia reagisce come da copione e implode. L'esercito si sfalda, disperdendosi in mille anonimi rivoli. Senza fede, senza capi né ordini, con la catena di comando disarticolata dalla fuga dei vertici, si frantuma ogni equilibrio. Le prime colonne di soldati catturati dalla Wehrmacht vengono avviate alle stazioni ferroviarie con destinazione i lager nazisti. Chi riesce butta la divisa e se ne va, in un fuggi fuggi generale verso casa. Le strade si riempiono di sbandati che ricordano un gregge disfatto. Molti, però, non ce la fanno. La caccia all'uomo è moneta corrente per i tedeschi, spendibile senza formalità. La Wehrmacht si muove come sa: rastrella, intercetta i fuggiaschi, piomba sui pochi reparti che non si sono arresi e fa centinaia di migliaia di prigionieri sparando pochi colpi, ma sparandoli con ferocia.

L'adrenalina della paura scorre nelle vene del "camaleonte" Badoglio e del suo entourage. Vittorio Emanuele III sembra ancora più piccolo di quanto la natura gli abbia concesso. I capi politici e militari non sono riusciti a ingannare i tedeschi, ma hanno ingannato, sorpreso e abbandonato i loro soldati in un clima di sfascio e di terrore. Per i vertici l'8 settembre è un gioco di inganni, di opportunismi, di malafede, di irresponsabilità e di vigliaccheria: una nera pagina di storia. Per i gregari è inevitabile il crollo. Milioni di vite restano in balìa della rabbia tedesca.

La politica finge di non sporcarsi le mani mentre le uniformi dei soldati si sporcano di sangue. Si rompono i freni inibitori, anche quello della decenza. Un esercito in assetto di guerra si dissolve in poche ore. "Basta", perché la pelle innanzitutto, perché non si sa dove sia il giusto e l'ingiusto, i capi sono fuggiti, non c'è un ufficiale a dare un ordine e la guerra è perduta. Si sciolgono un esercito, un Paese, una generazione, un mondo. Tutto. Chi resisterà, seguendo la propria coscienza (Gonzaga, Bellomo, Bergamini, i difensori di Roma, la Acqui a Cefalonia) rappresenterà l'altra faccia, fortemente minoritaria, dell'8 settembre.

Quel giorno che resterà nella storia d'Italia è un dramma dalle molte sfaccettature: dal tragico al buffo, dal grottesco al sublime. Alle regole e all'ordine si sostituiscono, in una sovversione improvvisa, l'anarchia, la liberazione degli istinti, la lotta per la sopravvivenza, l'eroismo di pochi, il terrore di molti. Anni di retorica sono spazzati via in poche ore. Il cinismo e l'incapacità azzerano uno Stato in una sequenza di eventi che consegneranno l'Italia a un destino di macerie. Nel profumo dell'estate che muore, tra gli ordini urlati dei tedeschi e l'ombra lunga dei panzer, muore quello che credeva di essere un Paese vero.

Marco Patricelli ha scritto "Settembre 1943, i giorni della vergogna", un titolo che si commenta da sé, un libro esemplare per ricchezza di documentazione e qualità di interpretazione. Dall'armistizio annunciato da Badoglio alla liberazione di Mussolini da Campo Imperatore trascorrono quattro giorni, un soffio di tempo in cui muore un'Italia e ne nascono due sul palcoscenico della storia. Patricelli racconta, ricostruisce, analizza e giudica. Un giudizio pesante, assolutamente condivisibile, su uno dei momenti più tragici e simbolici del Novecento italiano.

Fonte:Il Sole 24 ore

 
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