martedì 24 febbraio 2009

L’ANTI-RISORGIMENTO IL DISEGNO DI UN REAZIONARIO - Lettere al Corriere


Vuole aiutarmi a rinverdire un ricordo? Molto tempo fa lessi un libro che si occupava, tra le altre figure del Risorgimento, del marchese Solaro della Margarita, un uomo di Stato vissuto nel Regno di Sardegna al tempo della formazione dell’unità d’Italia. Qualcosa su di lui si trova anche in Wikipedia.
Ma ciò che mi pare di ricordare è che egli nel decennio tra la prima e la seconda guerra d’indipendenza avesse elaborato un progetto politico alternativo a quello cavourriano. Riteneva che l’Austria avrebbe acconsentito a cedere la Lombardia al Piemonte con un trattato, senza bisogno di nuove battaglie. Riteneva anche che, a quel punto, sarebbe stato facile attrarre ai territori di Casa Savoia i cantoni svizzeri di religione cattolica - cioè, in pratica, il Vallese, e magari anche il Ticino - che allora erano in rotta con quelli protestanti.
Si sarebbe così formato un nuovo Stato, bilingue, a cavallo delle Alpi occidentali e nel Nordovest d’Italia, con un importante sbocco al mare (compresa, naturalmente, Nizza), senza ulteriori mire espansionistiche. Mi dica qualcosa di più su quest’uomo dimenticato e sconfitto, forse ingiustamente, dalla Storia.

Giovanni Maragnoli

Caro Maragnoli,
Clemente Solaro della Margarita fu uno dei maggiori esponenti del partito anti-risorgimentale e per molti anni una sorta di fiero e bellicoso anti-Cavour.
Nacque a Cuneo nel 1792 (l’anno in cui la Francia giacobina cominciò a conquistare l’Europa) ed entrò nella carriera diplomatica del Regno sabaudo dopo la fine dell’era napoleonica e il ritorno di Vittorio Emanuele I dall’esilio.
Credette nell’Europa della Restaurazione, nel diritto divino dei sovrani, nella Chiesa cattolica, nell’alleanza fra il trono e l’altare. Era convinto che i re dovessero rendere conto dei loro atti soltanto a Dio e che il pensiero liberale fosse una minaccia alla stabilità degli Stati. Ritenne che l’«opinione pubblica», di cui i liberali si atteggiavano a rappresentanti, fosse soltanto una chimera. Nel suo libro più importante, il «Memorandum storico-politico» apparso a Torino nel 1851, la descrisse come un torrente senza sponde che si getta ora a destra ora a sinistra e copre di fango tutto ciò che incontra sulla sua strada. E aggiunse: se scorre in un letto ben scavato e custodito, il torrente non minaccerà le campagne; se lo si abbandona alle passioni diverrà feroce. Disse anche che l’opinione pubblica intimidisce i codardi e travolge i deboli nei suoi capricci, ma può essere spezzata da coloro che l’affrontano con forza e con autorità. Fu insomma un grande reazionario nello stile di Joseph de Maistre e, per restare in Italia, di Monaldo Leopardi, padre del poeta.
Queste idee e questi sentimenti piacquero a Carlo Alberto negli anni in cui il giovane re non era ancora attratto dal desiderio di cavalcare, per la gloria della dinastia, il movimento nazional-liberale. Nel 1835, mentre Solaro si preparava a partire per Vienna come rappresentante del Regno di Sardegna, Carlo Alberto lo volle a Torino e gli affidò il ministero degli Esteri. Nei dodici anni in cui conservò l’incarico Solaro firmò alcuni utili trattati di commercio, lavorò a consolidare l’Europa della Restaurazione contro i movimenti liberali e a rafforzare, in una clima di buona intesa con l’Austria, il profilo internazionale del Regno di Sardegna.
La sua fortuna cominciò a declinare quando l’arroganza austriaca rafforzò il movimento liberale in Piemonte e convertì Carlo Alberto all’idea nazionale. Fu quello il momento in cui Solaro venne congedato.
Aveva un progetto alternativo per l’ingrandimento dello Stato? Nel Memorandum sostenne che il Piemonte avrebbe dovuto agire soprattutto in Svizzera e Lombardia. In Svizzera, dove nel 1847 scoppiò una guerra civile fra cantoni cattolici e protestanti, avrebbe dovuto finanziare i primi e aiutarli a sconfiggere i loro avversari. La vittoria avrebbe raffreddato gli spiriti liberali in Lombardia ed evitato forse le Cinque giornate.
Ma quando l’insurrezione scoppiò nel marzo del 1848, il Piemonte avrebbe dovuto fare a Milano, secondo Solaro, ciò che l’imperatore di Russia avrebbe dovuto fare in Ungheria nel 1849: intervenire con le armi per restaurare l’ordine ed evitare che il morbo della rivoluzione contagiasse il Piemonte.
Se avesse seguito questa linea il Regno di Sardegna avrebbe avuto diritto a qualche compensazione territoriale.
Nel suo Memorandum scrisse: «Dal lato della Francia non v’è ingrandimento a desiderare, né a sperare, dal lato della Svizzera difficile, ma oltre il Po e il Ticino non impossibile».
Erano le partite scacchi di un pensionato che passò il resto della sua vita politica a contestare Cavour dai banchi del Parlamento e a scrivere libri che meritano di essere letti.
Morì italiano, ma convinto sino all’ultimo giorno della sua vita che il Regno di Sardegna avesse imboccato la strada sbagliata.

Sergio Romano


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Vuole aiutarmi a rinverdire un ricordo? Molto tempo fa lessi un libro che si occupava, tra le altre figure del Risorgimento, del marchese Solaro della Margarita, un uomo di Stato vissuto nel Regno di Sardegna al tempo della formazione dell’unità d’Italia. Qualcosa su di lui si trova anche in Wikipedia.
Ma ciò che mi pare di ricordare è che egli nel decennio tra la prima e la seconda guerra d’indipendenza avesse elaborato un progetto politico alternativo a quello cavourriano. Riteneva che l’Austria avrebbe acconsentito a cedere la Lombardia al Piemonte con un trattato, senza bisogno di nuove battaglie. Riteneva anche che, a quel punto, sarebbe stato facile attrarre ai territori di Casa Savoia i cantoni svizzeri di religione cattolica - cioè, in pratica, il Vallese, e magari anche il Ticino - che allora erano in rotta con quelli protestanti.
Si sarebbe così formato un nuovo Stato, bilingue, a cavallo delle Alpi occidentali e nel Nordovest d’Italia, con un importante sbocco al mare (compresa, naturalmente, Nizza), senza ulteriori mire espansionistiche. Mi dica qualcosa di più su quest’uomo dimenticato e sconfitto, forse ingiustamente, dalla Storia.

Giovanni Maragnoli

Caro Maragnoli,
Clemente Solaro della Margarita fu uno dei maggiori esponenti del partito anti-risorgimentale e per molti anni una sorta di fiero e bellicoso anti-Cavour.
Nacque a Cuneo nel 1792 (l’anno in cui la Francia giacobina cominciò a conquistare l’Europa) ed entrò nella carriera diplomatica del Regno sabaudo dopo la fine dell’era napoleonica e il ritorno di Vittorio Emanuele I dall’esilio.
Credette nell’Europa della Restaurazione, nel diritto divino dei sovrani, nella Chiesa cattolica, nell’alleanza fra il trono e l’altare. Era convinto che i re dovessero rendere conto dei loro atti soltanto a Dio e che il pensiero liberale fosse una minaccia alla stabilità degli Stati. Ritenne che l’«opinione pubblica», di cui i liberali si atteggiavano a rappresentanti, fosse soltanto una chimera. Nel suo libro più importante, il «Memorandum storico-politico» apparso a Torino nel 1851, la descrisse come un torrente senza sponde che si getta ora a destra ora a sinistra e copre di fango tutto ciò che incontra sulla sua strada. E aggiunse: se scorre in un letto ben scavato e custodito, il torrente non minaccerà le campagne; se lo si abbandona alle passioni diverrà feroce. Disse anche che l’opinione pubblica intimidisce i codardi e travolge i deboli nei suoi capricci, ma può essere spezzata da coloro che l’affrontano con forza e con autorità. Fu insomma un grande reazionario nello stile di Joseph de Maistre e, per restare in Italia, di Monaldo Leopardi, padre del poeta.
Queste idee e questi sentimenti piacquero a Carlo Alberto negli anni in cui il giovane re non era ancora attratto dal desiderio di cavalcare, per la gloria della dinastia, il movimento nazional-liberale. Nel 1835, mentre Solaro si preparava a partire per Vienna come rappresentante del Regno di Sardegna, Carlo Alberto lo volle a Torino e gli affidò il ministero degli Esteri. Nei dodici anni in cui conservò l’incarico Solaro firmò alcuni utili trattati di commercio, lavorò a consolidare l’Europa della Restaurazione contro i movimenti liberali e a rafforzare, in una clima di buona intesa con l’Austria, il profilo internazionale del Regno di Sardegna.
La sua fortuna cominciò a declinare quando l’arroganza austriaca rafforzò il movimento liberale in Piemonte e convertì Carlo Alberto all’idea nazionale. Fu quello il momento in cui Solaro venne congedato.
Aveva un progetto alternativo per l’ingrandimento dello Stato? Nel Memorandum sostenne che il Piemonte avrebbe dovuto agire soprattutto in Svizzera e Lombardia. In Svizzera, dove nel 1847 scoppiò una guerra civile fra cantoni cattolici e protestanti, avrebbe dovuto finanziare i primi e aiutarli a sconfiggere i loro avversari. La vittoria avrebbe raffreddato gli spiriti liberali in Lombardia ed evitato forse le Cinque giornate.
Ma quando l’insurrezione scoppiò nel marzo del 1848, il Piemonte avrebbe dovuto fare a Milano, secondo Solaro, ciò che l’imperatore di Russia avrebbe dovuto fare in Ungheria nel 1849: intervenire con le armi per restaurare l’ordine ed evitare che il morbo della rivoluzione contagiasse il Piemonte.
Se avesse seguito questa linea il Regno di Sardegna avrebbe avuto diritto a qualche compensazione territoriale.
Nel suo Memorandum scrisse: «Dal lato della Francia non v’è ingrandimento a desiderare, né a sperare, dal lato della Svizzera difficile, ma oltre il Po e il Ticino non impossibile».
Erano le partite scacchi di un pensionato che passò il resto della sua vita politica a contestare Cavour dai banchi del Parlamento e a scrivere libri che meritano di essere letti.
Morì italiano, ma convinto sino all’ultimo giorno della sua vita che il Regno di Sardegna avesse imboccato la strada sbagliata.

Sergio Romano


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