mercoledì 10 agosto 2022

Natale Cuccurese: “Solo Unione popolare si oppone all’autonomia differenziata. Centrodestrasinistra a favore”



Se il Sud dovesse votare per il centro-destra o per il centro-sinistra si scaverebbe una fossa da solo. Anzi, metterebbe una pietra tombale sulla fossa che in cui già si ritrova dopo decenni di “scippi” e di politiche razziste di Stato perpetrati nei suoi confronti dal Partito Unico del Nord.

L’autonomia differenziata – osserva il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese – è praticamente cosa fatta, visto che è usata come merce di scambio all’interno della coalizione di centrodestra da FdI per ottenere il presidenzialismo, e visto che anche il centrosinistra guida protoleghista la vuole da tempo ed è al centro dell’agenda Draghi”.

Questo – prosegue Cuccurese – a riprova che il centrodestrasinistra è un’unica pastetta e che votando una di queste due coalizioni, cioè cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto finale per il cittadino in realtà non cambia. Non a caso erano al governo tutti insieme con Draghi”.

Resta solo Unione Popolare – conclude il Presidente del Partito del Sud – che si oppone all’Autonomia differenziata e allo stravolgimento della Costituzione in senso presidenzialista”.

Fonte: Vesuvianonews - articolo di Salvatore Lucchese



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Se il Sud dovesse votare per il centro-destra o per il centro-sinistra si scaverebbe una fossa da solo. Anzi, metterebbe una pietra tombale sulla fossa che in cui già si ritrova dopo decenni di “scippi” e di politiche razziste di Stato perpetrati nei suoi confronti dal Partito Unico del Nord.

L’autonomia differenziata – osserva il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese – è praticamente cosa fatta, visto che è usata come merce di scambio all’interno della coalizione di centrodestra da FdI per ottenere il presidenzialismo, e visto che anche il centrosinistra guida protoleghista la vuole da tempo ed è al centro dell’agenda Draghi”.

Questo – prosegue Cuccurese – a riprova che il centrodestrasinistra è un’unica pastetta e che votando una di queste due coalizioni, cioè cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto finale per il cittadino in realtà non cambia. Non a caso erano al governo tutti insieme con Draghi”.

Resta solo Unione Popolare – conclude il Presidente del Partito del Sud – che si oppone all’Autonomia differenziata e allo stravolgimento della Costituzione in senso presidenzialista”.

Fonte: Vesuvianonews - articolo di Salvatore Lucchese



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venerdì 5 agosto 2022

Luigi De Magistris-Unione Popolare: "Noi antagonisti ma di governo, persone credibili contro i saltimbanchi della politica" (VIDEO)

 
 Fonte video: La7

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LUIGI DE MAGISTRIS PORTAVOCE DI UNIONE POPOLARE : alla politica dei saltimbanchi risponderemo con candidature credibili. Ecco le nostre prime proposte per il nuovo Parlamento
“ Alla politica delle chiacchiere, delle poltrone e dei saltimbanchi, noi rispondiamo con candidature di persone credibili e con la testimonianza da portavoce nazionale che dove ho governato abbiamo fatto l’acqua pubblica e non privatizzato i servizi pubblici, risolto la questione rifiuti senza un nuovo inceneritore, stabilizzato i precari, applicato l’art.18 anche se eliminato dai governi di centro-sinistra, gestito istituzioni e denaro pubblico senza scandali e con le mani pulite, mettendo al centro cultura ed economia circolare. “ lo scrive oggi Luigi de Magistris portavoce di UNIONE POPOLARE
“Prime proposte in Parlamento: salario minimo e una casa per ogni famiglia. Stop invio armi e alt aumento spese militari. Stop fossile primo responsabile del cambiamento climatico. Restituzione al popolo della sovranità dei beni comuni ceduti ai profitti di pochi: dell’energia alle foreste, dall’acqua all’aria. Tassazione rendite finanziarie dei super ricchi per finanziare il reddito dei poveri.” conclude l’ex sindaco di Napoli. PRESENTATO SIMBOLO UNIONE POPOLARE De Magistris : non daremo tregua alla borghesia mafiosa. Libereremo i palazzi del potere dal puzzo del compromesso morale
"In Parlamento alla guida di Unione Popolare non darò tregua alla borghesia mafiosa, ai colletti bianchi che depredano il denaro pubblico cementificando il rapporto delle mafie con la politica, l’economia e le istituzioni, sottraendo il denaro ai diritti dei cittadini, a cominciare dalla sanità pubblica. La politica non ha fatto nulla perché non ha mani oneste, autonome, libere, competenti e coraggiose per attaccare al cuore il sistema criminale. Libereremo i palazzi del potere dal puzzo del compromesso morale."



E' quanto afferma il portavoce nazionale di UNIONE POPOLARE Luigi de Magistris


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 Fonte video: La7

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LUIGI DE MAGISTRIS PORTAVOCE DI UNIONE POPOLARE : alla politica dei saltimbanchi risponderemo con candidature credibili. Ecco le nostre prime proposte per il nuovo Parlamento
“ Alla politica delle chiacchiere, delle poltrone e dei saltimbanchi, noi rispondiamo con candidature di persone credibili e con la testimonianza da portavoce nazionale che dove ho governato abbiamo fatto l’acqua pubblica e non privatizzato i servizi pubblici, risolto la questione rifiuti senza un nuovo inceneritore, stabilizzato i precari, applicato l’art.18 anche se eliminato dai governi di centro-sinistra, gestito istituzioni e denaro pubblico senza scandali e con le mani pulite, mettendo al centro cultura ed economia circolare. “ lo scrive oggi Luigi de Magistris portavoce di UNIONE POPOLARE
“Prime proposte in Parlamento: salario minimo e una casa per ogni famiglia. Stop invio armi e alt aumento spese militari. Stop fossile primo responsabile del cambiamento climatico. Restituzione al popolo della sovranità dei beni comuni ceduti ai profitti di pochi: dell’energia alle foreste, dall’acqua all’aria. Tassazione rendite finanziarie dei super ricchi per finanziare il reddito dei poveri.” conclude l’ex sindaco di Napoli. PRESENTATO SIMBOLO UNIONE POPOLARE De Magistris : non daremo tregua alla borghesia mafiosa. Libereremo i palazzi del potere dal puzzo del compromesso morale
"In Parlamento alla guida di Unione Popolare non darò tregua alla borghesia mafiosa, ai colletti bianchi che depredano il denaro pubblico cementificando il rapporto delle mafie con la politica, l’economia e le istituzioni, sottraendo il denaro ai diritti dei cittadini, a cominciare dalla sanità pubblica. La politica non ha fatto nulla perché non ha mani oneste, autonome, libere, competenti e coraggiose per attaccare al cuore il sistema criminale. Libereremo i palazzi del potere dal puzzo del compromesso morale."



E' quanto afferma il portavoce nazionale di UNIONE POPOLARE Luigi de Magistris


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Natale Cuccurese “Centro-destra-sinistra, autonomia differenziata ed eutanasia della nazione”





Mentre le Anticipazioni del Rapporto Svimez 2022 prospettano un allargamento del divario Nord-Sud, il sistema mediatico-politico dominante spegne i riflettori sulla “nuova questione meridionale” e li accende sull’autonomia differenziata, tanto a destra quanto nel campo del cosiddetto  “centro-sinistra”.

Di recente, sull’argomento è intervenuto il Presidente del Partito del Sud, Natale Cuccurese, che, dal suo profilo facebook personale, dopo avere riportato i dati Svimez, ha denunciato: “La strada scelta dal centro-sinistra-destra è quella dell’autonomia differenziata, cioè strangolare sempre più il Sud senza rendersi conto che così facendo anche lo sbocco sul mercato interno dei prodotti del Nord si andrà sempre più inaridendo. Un gatto che si morde la coda in modo ridicolo, dispensatore di miseria per tutti i cittadini del Sud così come del Nord”.

Un meccanismo – ha proseguito – che porterà presto all’eutanasia della nazione, conseguenza del razzismo di Stato che ormai pervade ogni aspetto della vita del Paese”.

Un’eutanasia – ha concluso Cuccurese – che, giunti a questo punto, porrebbe fine alle sofferenze di un corpo putrescente che ormai appare irrimediabilmente compromesso grazie alle scelte irresponsabili e ridicole della politica politicante”.

Fonte: Vesuvianonews-articolo di Salvatore Lucchese


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Mentre le Anticipazioni del Rapporto Svimez 2022 prospettano un allargamento del divario Nord-Sud, il sistema mediatico-politico dominante spegne i riflettori sulla “nuova questione meridionale” e li accende sull’autonomia differenziata, tanto a destra quanto nel campo del cosiddetto  “centro-sinistra”.

Di recente, sull’argomento è intervenuto il Presidente del Partito del Sud, Natale Cuccurese, che, dal suo profilo facebook personale, dopo avere riportato i dati Svimez, ha denunciato: “La strada scelta dal centro-sinistra-destra è quella dell’autonomia differenziata, cioè strangolare sempre più il Sud senza rendersi conto che così facendo anche lo sbocco sul mercato interno dei prodotti del Nord si andrà sempre più inaridendo. Un gatto che si morde la coda in modo ridicolo, dispensatore di miseria per tutti i cittadini del Sud così come del Nord”.

Un meccanismo – ha proseguito – che porterà presto all’eutanasia della nazione, conseguenza del razzismo di Stato che ormai pervade ogni aspetto della vita del Paese”.

Un’eutanasia – ha concluso Cuccurese – che, giunti a questo punto, porrebbe fine alle sofferenze di un corpo putrescente che ormai appare irrimediabilmente compromesso grazie alle scelte irresponsabili e ridicole della politica politicante”.

Fonte: Vesuvianonews-articolo di Salvatore Lucchese


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giovedì 21 luglio 2022

Giù le mani dall’acqua pubblica del “modello Napoli”




Di Antonio Luongo

Fonte: Left

Si fa sempre più insistente la pressione per privatizzare il sistema di gestione dei servizi idrici portato avanti dall’ex sindaco De Magistris nel rispetto del referendum popolare del 2011. E la siccità al Nord sta accelerando questa operazione di smantellamento

Da mesi procede “la guerra dell’acqua”: un tentativo mal celato di eliminare definitivamente l’anomalia meridionale della gestione pubblica dell’acqua a cominciare da Napoli, che grazie all’azione incisiva dell’ex sindaco de Magistris ha dato forza all’Azienda speciale Abc (Acqua bene comune), facendo così di Napoli l’unica metropoli italiana a rispettare ed applicare il risultato del referendum popolare del 2011 e funzionando anche come stimolo ed esempio per tanti piccoli Comuni che ancora oggi gestiscono “in house” le loro reti idriche nell’interesse dei loro cittadini.
Non a caso la mappa del tipo di gestione di questo preziosissimo bene comune, si riflette in una ben precisa distribuzione territoriale. Infatti, per ora, la cessione delle fonti pubbliche alle multiutility nazionali e internazionali non è riuscita a attecchire con forza oltre il Sud pontino.

La guerra dell’acqua però resta in corso e in Campania da 7 anni i sostenitori principali delle privatizzazioni sono il presidente della Regione De Luca e il suo alter ego Bonavitacola.
La scelta sull’acqua fra pubblico o privato, è quindi diventata un vero e proprio valore qualificante tra chi ha una visione della società volta alla valorizzazione e difesa dei beni comuni e chi invece vuole tornare indietro, con sistemi di privatizzazione che sono ormai riconosciuti come dannosi in mezza Europa.

Ora dietro le quinte la pressione politica e istituzionale a favore delle privatizzazioni sta diventando sempre più insistente. Il sopravvenuto rischio siccità in Pianura padana, con lo svuotamento del letto del Po ha spinto verso un’accelerazione nel picconamento del “sistema Napoli”. Dato che l’acqua è vista come un nodo strategico anche dell’infrastruttura energetica nazionale interconnessa e la sua privatizzazione o meno diventa simbolo di uno scontro tra visioni contrapposte dell’Italia di domani.
Smantellata l’Abc che serve una quota significativa della popolazione meridionale, la prossima privatizzazione di tutte le reti idriche locali al Sud avverrebbe con un veloce effetto domino. Nel momento in cui player come Acea, Hera, Gori, A2A, Veolia, Suez ecc. riuscissero ad avere il totale controllo della rete, da Nord a Sud, nessuna istituzione pubblica avrebbe più alcun potere contrattuale e forza per calmierare il mercato per gli anni a venire.

L’approccio diventa ancor più inaccettabile laddove nelle classi dirigenti si sta facendo strada una soluzione strumentale, ancora una volta ai danni del Sud.
Se la crisi siccità al Nord dovesse protrarsi, la soluzione verrebbe individuata nel travaso dalle falde acquifere meridionali, che almeno per ora non risentono del problema dell’inaridimento dei corsi fluviali e della salinizzazione delle acque dolci, come purtroppo sta avvenendo in forme drammatiche sul delta del Po e anche in altri fiumi del Nord.
L’unica soluzione per tamponare questo fenomeno ormai inarrestabile sarebbe progettare degli impianti di desalinizzazione, per trasformare l’acqua marina in acqua dolce. Una prospettiva non più rinviabile, necessaria per la sopravvivenza dell’industria primaria e secondaria. Tuttavia, come sempre, l’Italia sul tema si è fatta trovare impreparata, dato che per costruire un impianto adatto e collegarlo alla rete idrica servono tra i 3 e i 5 anni, un tempo d’attesa che con la situazione attuale non abbiamo.

Sfruttare le sorgenti meridionali per approvvigionare le regioni settentrionali è un’operazione tecnicamente possibile e anzi, altamente remunerativa per un gestore privato chiamato in soccorso di territori in stato d’emergenza.
Ovviamente in condizioni di emergenza nessuno potrebbe negare una mano tesa ai territori settentrionali in difficoltà, nel rispetto del principio di solidarietà costituzionale.
Tuttavia c’è un “però” grande come una casa.

L’acqua prima che un bene comune è anche una fonte di energia. È possibile approfittare di risorse strategiche per i singoli territori continuando volutamente a dimenticare di definire i Lep (Livelli essenziali di prestazione), che sono ormai l’unica seppur parziale misura di equilibrio e pari opportunità tra regioni? Se prescindiamo dall’aspetto dell’accesso all’acqua, diritto inalienabile di qualsiasi essere umano che non dovrebbe in alcun modo essere subalterno al libero mercato e alle speculazioni, e ci focalizziamo sull’acqua come risorsa energetica e quindi economica, per un Paese e per un territorio, senza i Lep in vigore e con l’Autonomia differenziata in dirittura d’arrivo, qualsiasi forma di solidarietà si trasformerebbe immediatamente in un saccheggio dissimulato. In una nuova forma di colonialismo con condizioni predatorie come sempre unidirezionali.

I Lep nel disegno federalista che ormai i leghisti e la lobby del Nord hanno imposto al Paese grazie all’azione del governo Draghi e in modo del tutto trasversale alle forze parlamentari (non si spiegherebbe diversamente come il progetto Autonomia differenziata sia sopravvissuto indenne a ben 7 governi diversi ), sono la bussola su cui saranno misurate tutte le forme di finanziamento dello Stato centrale e guarda caso sono stati “messi in soffitta” da anni, non essendo nemmeno mai stati definiti, e ancora per anni vorrebbero tenerli in soffitta. Ragionare di crisi climatica ed energetica in un Paese profondamente diviso e diseguale come l’Italia non può più essere fatto se prima non sono chiare le regole del gioco.

Lo strumento per gestire queste ed altre future crisi e calamità naturali imposte dal cambiamento climatico esiste: è il Piano energetico nazionale (Pen), che l’Italia avrebbe dovuto redigere subito dopo i referendum contro il nucleare. Un Pen sostenuto dal basso da 21 Piani energetici regionali (Per), per le peculiarità territoriali.
È stato creato addirittura un ministero della Transizione ecologica, ma colui che lo gestisce ha iniziato a negare l’urgenza del l’innalzamento delle temperature, fa la guerra agli ambientalisti e ha proposto soluzioni vecchie di 40 anni, come il ritorno al nucleare e al fossile, mentre tutto tace subdolamente sulla “questione acqua”.
Il cambiamento climatico ci impone un cambio di paradigma, organizzativo, politico ed economico. Bisogna unirsi e lottare perché al più presto vengano abbandonate le tentazioni suprematiste regionali. Per il Mezzogiorno è quindi urgente avere una rappresentanza politica a schiena dritta. Solo così possiamo allontanarci dalla vocazione colonialista e predatoria tipica di una certa classe dirigente nord centrica.
Se non evolviamo presto verso una riscrittura delle priorità, i prenditori privati hanno individuato un nuovo bene da saccheggiare a danno delle classi più deboli del Sud come del Nord: l’acqua.

Nella foto: manifestazione per l’acqua pubblica, Roma, 26 marzo 2011

Fonte: Left



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Di Antonio Luongo

Fonte: Left

Si fa sempre più insistente la pressione per privatizzare il sistema di gestione dei servizi idrici portato avanti dall’ex sindaco De Magistris nel rispetto del referendum popolare del 2011. E la siccità al Nord sta accelerando questa operazione di smantellamento

Da mesi procede “la guerra dell’acqua”: un tentativo mal celato di eliminare definitivamente l’anomalia meridionale della gestione pubblica dell’acqua a cominciare da Napoli, che grazie all’azione incisiva dell’ex sindaco de Magistris ha dato forza all’Azienda speciale Abc (Acqua bene comune), facendo così di Napoli l’unica metropoli italiana a rispettare ed applicare il risultato del referendum popolare del 2011 e funzionando anche come stimolo ed esempio per tanti piccoli Comuni che ancora oggi gestiscono “in house” le loro reti idriche nell’interesse dei loro cittadini.
Non a caso la mappa del tipo di gestione di questo preziosissimo bene comune, si riflette in una ben precisa distribuzione territoriale. Infatti, per ora, la cessione delle fonti pubbliche alle multiutility nazionali e internazionali non è riuscita a attecchire con forza oltre il Sud pontino.

La guerra dell’acqua però resta in corso e in Campania da 7 anni i sostenitori principali delle privatizzazioni sono il presidente della Regione De Luca e il suo alter ego Bonavitacola.
La scelta sull’acqua fra pubblico o privato, è quindi diventata un vero e proprio valore qualificante tra chi ha una visione della società volta alla valorizzazione e difesa dei beni comuni e chi invece vuole tornare indietro, con sistemi di privatizzazione che sono ormai riconosciuti come dannosi in mezza Europa.

Ora dietro le quinte la pressione politica e istituzionale a favore delle privatizzazioni sta diventando sempre più insistente. Il sopravvenuto rischio siccità in Pianura padana, con lo svuotamento del letto del Po ha spinto verso un’accelerazione nel picconamento del “sistema Napoli”. Dato che l’acqua è vista come un nodo strategico anche dell’infrastruttura energetica nazionale interconnessa e la sua privatizzazione o meno diventa simbolo di uno scontro tra visioni contrapposte dell’Italia di domani.
Smantellata l’Abc che serve una quota significativa della popolazione meridionale, la prossima privatizzazione di tutte le reti idriche locali al Sud avverrebbe con un veloce effetto domino. Nel momento in cui player come Acea, Hera, Gori, A2A, Veolia, Suez ecc. riuscissero ad avere il totale controllo della rete, da Nord a Sud, nessuna istituzione pubblica avrebbe più alcun potere contrattuale e forza per calmierare il mercato per gli anni a venire.

L’approccio diventa ancor più inaccettabile laddove nelle classi dirigenti si sta facendo strada una soluzione strumentale, ancora una volta ai danni del Sud.
Se la crisi siccità al Nord dovesse protrarsi, la soluzione verrebbe individuata nel travaso dalle falde acquifere meridionali, che almeno per ora non risentono del problema dell’inaridimento dei corsi fluviali e della salinizzazione delle acque dolci, come purtroppo sta avvenendo in forme drammatiche sul delta del Po e anche in altri fiumi del Nord.
L’unica soluzione per tamponare questo fenomeno ormai inarrestabile sarebbe progettare degli impianti di desalinizzazione, per trasformare l’acqua marina in acqua dolce. Una prospettiva non più rinviabile, necessaria per la sopravvivenza dell’industria primaria e secondaria. Tuttavia, come sempre, l’Italia sul tema si è fatta trovare impreparata, dato che per costruire un impianto adatto e collegarlo alla rete idrica servono tra i 3 e i 5 anni, un tempo d’attesa che con la situazione attuale non abbiamo.

Sfruttare le sorgenti meridionali per approvvigionare le regioni settentrionali è un’operazione tecnicamente possibile e anzi, altamente remunerativa per un gestore privato chiamato in soccorso di territori in stato d’emergenza.
Ovviamente in condizioni di emergenza nessuno potrebbe negare una mano tesa ai territori settentrionali in difficoltà, nel rispetto del principio di solidarietà costituzionale.
Tuttavia c’è un “però” grande come una casa.

L’acqua prima che un bene comune è anche una fonte di energia. È possibile approfittare di risorse strategiche per i singoli territori continuando volutamente a dimenticare di definire i Lep (Livelli essenziali di prestazione), che sono ormai l’unica seppur parziale misura di equilibrio e pari opportunità tra regioni? Se prescindiamo dall’aspetto dell’accesso all’acqua, diritto inalienabile di qualsiasi essere umano che non dovrebbe in alcun modo essere subalterno al libero mercato e alle speculazioni, e ci focalizziamo sull’acqua come risorsa energetica e quindi economica, per un Paese e per un territorio, senza i Lep in vigore e con l’Autonomia differenziata in dirittura d’arrivo, qualsiasi forma di solidarietà si trasformerebbe immediatamente in un saccheggio dissimulato. In una nuova forma di colonialismo con condizioni predatorie come sempre unidirezionali.

I Lep nel disegno federalista che ormai i leghisti e la lobby del Nord hanno imposto al Paese grazie all’azione del governo Draghi e in modo del tutto trasversale alle forze parlamentari (non si spiegherebbe diversamente come il progetto Autonomia differenziata sia sopravvissuto indenne a ben 7 governi diversi ), sono la bussola su cui saranno misurate tutte le forme di finanziamento dello Stato centrale e guarda caso sono stati “messi in soffitta” da anni, non essendo nemmeno mai stati definiti, e ancora per anni vorrebbero tenerli in soffitta. Ragionare di crisi climatica ed energetica in un Paese profondamente diviso e diseguale come l’Italia non può più essere fatto se prima non sono chiare le regole del gioco.

Lo strumento per gestire queste ed altre future crisi e calamità naturali imposte dal cambiamento climatico esiste: è il Piano energetico nazionale (Pen), che l’Italia avrebbe dovuto redigere subito dopo i referendum contro il nucleare. Un Pen sostenuto dal basso da 21 Piani energetici regionali (Per), per le peculiarità territoriali.
È stato creato addirittura un ministero della Transizione ecologica, ma colui che lo gestisce ha iniziato a negare l’urgenza del l’innalzamento delle temperature, fa la guerra agli ambientalisti e ha proposto soluzioni vecchie di 40 anni, come il ritorno al nucleare e al fossile, mentre tutto tace subdolamente sulla “questione acqua”.
Il cambiamento climatico ci impone un cambio di paradigma, organizzativo, politico ed economico. Bisogna unirsi e lottare perché al più presto vengano abbandonate le tentazioni suprematiste regionali. Per il Mezzogiorno è quindi urgente avere una rappresentanza politica a schiena dritta. Solo così possiamo allontanarci dalla vocazione colonialista e predatoria tipica di una certa classe dirigente nord centrica.
Se non evolviamo presto verso una riscrittura delle priorità, i prenditori privati hanno individuato un nuovo bene da saccheggiare a danno delle classi più deboli del Sud come del Nord: l’acqua.

Nella foto: manifestazione per l’acqua pubblica, Roma, 26 marzo 2011

Fonte: Left



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mercoledì 20 luglio 2022

Natale Cuccurese: “Draghi inserisce l’autonomia differenziata nel programma di governo. Leghisti e protoleghisti ringraziano”



Nel suo discorso odierno rivolto ad un Senato a lui prostrato e supino, il novello Cesare del XXI secolo, Mario Draghi, ha rilanciato la “secessione dei ricchi”. “Ci sono – ha dichiarato il – altri impegni che l’esecutivo vuole assumere che riguardano, ad esempio, […] la discussione per il riconoscimento di forme di autonomia differenziata”.

Mala tempora currunt”, ha commentato a questo proposito via social il Presidente del Partito del Sud, Natale Cuccurese, per poi proseguire: “Draghi ha inserito ufficialmente l’autonomia regionale differenziata nel programma di Governo, con tutta evidenza per ingraziarsi definitivamente leghisti e protoleghisti. Draghi intende perciò e con tutta evidenza continuare nella sua azione di (mal)governo su quelle stesse direttrici che già lo hanno contraddistinto come il più classista ed antimeridionale della storia della Repubblica”.

Insomma, la stabilità politica sarà pagata dai soliti noti, le classi popolari ed il Sud. È proprio vero che mala tempora currunt.

Fonte: Vesuvianonews-articolo di Salvatore Lucchese


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Nel suo discorso odierno rivolto ad un Senato a lui prostrato e supino, il novello Cesare del XXI secolo, Mario Draghi, ha rilanciato la “secessione dei ricchi”. “Ci sono – ha dichiarato il – altri impegni che l’esecutivo vuole assumere che riguardano, ad esempio, […] la discussione per il riconoscimento di forme di autonomia differenziata”.

Mala tempora currunt”, ha commentato a questo proposito via social il Presidente del Partito del Sud, Natale Cuccurese, per poi proseguire: “Draghi ha inserito ufficialmente l’autonomia regionale differenziata nel programma di Governo, con tutta evidenza per ingraziarsi definitivamente leghisti e protoleghisti. Draghi intende perciò e con tutta evidenza continuare nella sua azione di (mal)governo su quelle stesse direttrici che già lo hanno contraddistinto come il più classista ed antimeridionale della storia della Repubblica”.

Insomma, la stabilità politica sarà pagata dai soliti noti, le classi popolari ed il Sud. È proprio vero che mala tempora currunt.

Fonte: Vesuvianonews-articolo di Salvatore Lucchese


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venerdì 15 luglio 2022

La narrazione del Nord virtuoso e del Sud parassita si regge da decenni sui soliti stereotipi

Natale Cuccurese esperto di Questione Meridionale, è presidente del Partito del Sud risponde alle nostre domande su tre temi cruciali: Pnrr e il divario interno; Autonomie Differenziate; ruolo del Sud nel rilancio del Paese

Fonte: Basilicata 24 articolo di Alessandro Cannavale


Natale Cuccurese è originario della provincia di Napoli e vive a Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia, dove è impegnato come consigliere comunale e dell’Unione dei comuni. Esperto di Questione Meridionale, è presidente del Partito del Sud. Gli abbiamo posto alcune domande che permettono di affrontare – con disarmante chiarezza – tre temi cruciali: il Pnrr e il divario interno; le Autonomie Differenziate; il ruolo del Sud nel rilancio del Paese.

Divario Nord-Sud e Pnrr: Sarà la soluzione o l’ennesima occasione sprecata?

La narrazione del Nord virtuoso e del Sud parassita si regge da decenni sui soliti triti stereotipi. Ad esempio, a dispetto di molti luoghi comuni, la Cassa per il Mezzogiorno assorbiva appena lo 0,5% del Pil italiano (mai più dello 0,7%), mentre i normali investimenti pubblici al Nord ammontavano a circa il 3,5% del Pil. Questo dato da solo spiega in buona parte il divario di sviluppo in essere. Secondo il Rapporto Italia Eurispes 2020, mai smentito da nessuno – dal 2000 al 2017 – calcolando quanto avrebbe dovuto ricevere il Sud in spesa pubblica rispetto alla sua popolazione sul totale, l‘ammanco rispetto a quanto effettivamente ricevuto è di ben 840 miliardi di euro (circa 46,7 miliardi di euro per anno, dal 2000 al 2017). Una predazione di risorse che continua anno dopo anno. Con tutta evidenza il differenziale Nord/Sud è quindi voluto e ricercato da chi da sempre guida la politica del Paese, in barba alla Costituzione. Per quanto riguarda il Pnrr, potrebbe essere se non la soluzione almeno l’inizio di un percorso. Purtroppo, lo stato delle cose non permette di nutrire grandi speranze. Secondo le indicazioni della Commissione europea, l’Italia ha ricevuto la quota di fondi del Pnnr più alta di tutti i Paesi d’Europa (191,5 miliardi di euro) soprattutto per risolvere la situazione drammatica (maggiore disoccupazione e Pil inferiore) del Mezzogiorno. Al Sud, seguendo tali parametri, doveva essere destinato il 65% del Pnrr; il Governo ha retrocesso a suo insindacabile giudizio questa quota al 40%, ma anche questa rischia di rimanere sulla carta senza target territoriali, riducendosi così ulteriormente. Purtroppo, senza un supporto alle amministrazioni con minore capacità progettuale soprattutto per scarsità di personale, le amministrazioni del Sud – che su questo non hanno colpe – rischiano di andare in difficoltà e non riuscire a rispettare i tempi richiesti (2026); per cui, questa quota ridotta potrebbe diminuire ulteriormente, come sempre a favore di territori più ricchi e così come richiesto recentemente da alcuni presidenti e sindaci del Nord. Ovviamente il governo Draghi con tutta evidenza si è prestato a questo gioco, dimenticando che avrebbe potuto richiedere i poteri sostitutivi previsti dall’art.120 della Costituzione per aiutare i Comuni in difficoltà. Avrebbe potuto…

È questa una situazione denunciata a più riprese, ad esempio, dall’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che ha spesso evidenziato come, nell’arco dei suoi due mandati alla guida della città, il personale in forze al municipio partenopeo si sia ridotto del 60% (-1.654 unità) e come “quelli che dovrebbero correre più veloci, vengano messi in condizione di non poter correre”. Per quanto riguarda le amministrazioni locali, al Nord ci sono 1.471.000 dipendenti pubblici contro 1.227.000 del Sud e delle Isole. Tra il 2011 e il 2015 il Centro-Nord ha aumentato il numero di dipendenti pubblici di 26.000 unità, mentre il Sud è stato costretto, proprio per i minori trasferimenti, a ridurlo di 14.000.

Come si conciliano le Autonomie differenziate invocate dalle regioni più ricche del Paese con i principi fondamentali della Costituzione?

L’Autonomia differenziata è un progetto liberista che mette in pericolo l’unità stessa del Paese, così come da sempre vuole la Lega, che infatti ha ancora oggi al primo punto del suo statuto la “secessione della Padania”. Chi si accorda a queste richieste così come fanno presidenti, parlamentari, intellettuali, gruppi di potere e governi si assume interamente e a futura memoria la responsabilità di questa possibilità e della conseguente prossima e certo non auspicata “balcanizzazione” del Paese. Il processo è molto avanzato. Doveroso ricordare, per restare alla stringente attualità, che martedì 12 luglio è stato approvato il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva avviata tre anni fa su autonomie differenziate in Commissione Bicamerale per le questioni regionali. Tutti a favore, anche i parlamentari meridionali, tranne la senatrice Granato, per procedere con l’Autonomia differenziata, con l’attuazione dell’art.116 della Costituzione e con la definizione della relativa Legge quadro, così come vogliono i governatori delle Regioni del Nord e la ministra Gelmini, senza prima definire i Lep (Livelli essenziali delle prestazioni ndr). Invece di stabilire finalmente i fabbisogni standard per territorio, cioè determinare quali risorse minime sia giusto che lo Stato garantisca con imposte proprie o con la perequazione, si è scelto di continuare in base alla “spesa storica”, cioè in funzione di quel meccanismo perverso, quell’imbroglio, per cui a Reggio Calabria vi sono solo tre asili, mentre a Reggio Emilia 63, pur con una popolazione inferiore, i finanziamenti relativi non avverranno sulla base delle reali esigenze, ma solo fotografando “storicamente” la situazione esistente. Un vero e proprio insulto e una sfida ai cittadini Mezzogiorno. Così grazie all’applicazione della “spesa storica” un bambino del Sud, per questo Stato, ha sì diritto all’asilo nido, ma solo nella misura in cui gli enti locali del suo territorio siano stati capaci di vincere dei bandi competitivi con altri enti locali in luoghi più ricchi, più collegati e con più personale (anche grazie ai trasferimenti statali da sempre diseguali). In caso contrario, tale diritto decade e lui/lei e la sua famiglia, che paga le stesse tasse delle famiglie che risiedono in territori più ricchi, si devono arrangiare. Notando bene che queste famiglie pagheranno in futuro la stessa quota di tasse per la restituzione del prestito Recovery all’Europa dei territori più ricchi, pur avendo ricevuto molto meno.

Dal che si evidenza come sia stata quanto mai opportuna l’interrogazione alla ministra Gelmini, presentata dal Gruppo Parlamentare Manifesta il 30 maggio e preparata in collaborazione con il Laboratorio del Sud, che verte sui Lep messi ancora “in soffitta”, come dichiarato recentemente dalla ministra. Chi si richiama agli art. 116 e 117 della Costituzione per affermare che l’Autonomia differenziata va realizzata, spesso dimentica di dire che la definizione dei Lep attende da sempre. Anche loro sono previsti (art. 117, comma 2, lett. m), non si capisce perché debbano quindi attendere in “soffitta”.

Ricordiamo che i Lep sono quei servizi e quelle prestazioni che lo Stato deve garantire in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale, in quanto consentono il pieno rispetto dei diritti sociali e civili dei cittadini, costituzionalmente garantiti come il diritto alla salute e all’istruzione. Non sono un aspetto secondario da mettere in “soffitta”, almeno se si ritiene ancora di vivere in un Paese unito così come previsto dalla Costituzione. Ecco perché quanto sta accadendo è a dir poco assurdo ed è doveroso parlare di razzismo di Stato.

Qual è, e quale dovrebbe essere, il ruolo del Sud? Cosa si potrebbe e dovrebbe fare?

Circa un anno fa, Bankitalia ha proposto un approccio totalmente diverso rispetto a quello proposto da sempre dai governi nazionali, basato su studi e tabelle inoppugnabili che dimostrano quello che appare sempre più evidente a tutti, tranne che ai liberisti al governo, e cioè che per crescere l’Italia deve ridurre il divario tra Nord e Sud e rilanciare gli investimenti pubblici al Sud: “La competitività delle imprese è strettamente legata alla disponibilità di una rete adeguata di trasporti e di telecomunicazioni”, rete trasporti in particolare che come risaputo al Sud non è adeguata. Il Pil del Nord dipende meno di quanto si creda dalle esportazioni all’estero e più di quanto non si pensi dalla vendita dei prodotti al Sud. La situazione di import-export tra Nord e Sud Italia è resa possibile proprio dai tanto discussi trasferimenti fiscali da Nord a Sud. Detto ancora più semplicemente: se fossero annullati o anche solo ridotti (come all’atto pratico si concretizzerebbe con l’ottenimento dell’autonomia differenziata), il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, che ne subirebbe le conseguenze peggiori.

Come dimostra un altro studio della Banca d’Italia, i 45 miliardi di euro annui che in media, nel decennio 1995-2005, sono stati trasferiti da Nord a Sud sono tornati indietro con gli interessi grazie ai prodotti che il Nord gli ha nel frattempo venduto: 63 miliardi di euro all’anno. Miliardi che diventano 70,5 l’anno se si aggiungono i soldi che il Nord incassa per i rimborsi della mobilità sanitaria di cui abbiamo parlato sopra. Ci sarebbe come trasferimento fiscale dal Sud al Nord anche la formazione dei giovani laureati che emigrano al Nord per lavorare. Sempre secondo Bankitalia, l’aumento di 1 solo euro del Pil al Sud produce una crescita di 40 centesimi del Pil al Centro-Nord. Mentre non accade il contrario. L’aumento del Pil di 1 euro al Centro-Nord determina infatti una crescita per l’intero Paese di soli 10 centesimi.

Investire sulla crescita del Sud comporterebbe un guadagno per l’intero Paese 4 volte maggiore. Un aumento di spesa dei consumatori del Sud di 100 euro innalza la produzione al Centro-Nord di 51,8 euro (di 20,2 euro al Nord-Ovest, di 14,3 euro al Nord-Est e di 17,3 al Centro). Secondo molti analisti e studiosi «se l’Italia dunque superasse le sue miopi illusioni di poter procedere a pezzi semi-separati, tornando a considerarsi Paese e sviluppando quindi anche il Sud, diverrebbe il Paese più competitivo d’Europa e forse del mondo».

Purtroppo, gli appelli ripetuti di Via Nazionale non paiono aver suscitato particolare attenzione nel Governo attuale così come nei precedenti. Il Sud oggi sembra quasi una nazione a parte ed è senza una reale rappresentanza politica a schiena dritta. È un limite che non possiamo più permetterci.

Fonte: Basilicata 24 articolo di Alessandro Cannavale




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Natale Cuccurese esperto di Questione Meridionale, è presidente del Partito del Sud risponde alle nostre domande su tre temi cruciali: Pnrr e il divario interno; Autonomie Differenziate; ruolo del Sud nel rilancio del Paese

Fonte: Basilicata 24 articolo di Alessandro Cannavale


Natale Cuccurese è originario della provincia di Napoli e vive a Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia, dove è impegnato come consigliere comunale e dell’Unione dei comuni. Esperto di Questione Meridionale, è presidente del Partito del Sud. Gli abbiamo posto alcune domande che permettono di affrontare – con disarmante chiarezza – tre temi cruciali: il Pnrr e il divario interno; le Autonomie Differenziate; il ruolo del Sud nel rilancio del Paese.

Divario Nord-Sud e Pnrr: Sarà la soluzione o l’ennesima occasione sprecata?

La narrazione del Nord virtuoso e del Sud parassita si regge da decenni sui soliti triti stereotipi. Ad esempio, a dispetto di molti luoghi comuni, la Cassa per il Mezzogiorno assorbiva appena lo 0,5% del Pil italiano (mai più dello 0,7%), mentre i normali investimenti pubblici al Nord ammontavano a circa il 3,5% del Pil. Questo dato da solo spiega in buona parte il divario di sviluppo in essere. Secondo il Rapporto Italia Eurispes 2020, mai smentito da nessuno – dal 2000 al 2017 – calcolando quanto avrebbe dovuto ricevere il Sud in spesa pubblica rispetto alla sua popolazione sul totale, l‘ammanco rispetto a quanto effettivamente ricevuto è di ben 840 miliardi di euro (circa 46,7 miliardi di euro per anno, dal 2000 al 2017). Una predazione di risorse che continua anno dopo anno. Con tutta evidenza il differenziale Nord/Sud è quindi voluto e ricercato da chi da sempre guida la politica del Paese, in barba alla Costituzione. Per quanto riguarda il Pnrr, potrebbe essere se non la soluzione almeno l’inizio di un percorso. Purtroppo, lo stato delle cose non permette di nutrire grandi speranze. Secondo le indicazioni della Commissione europea, l’Italia ha ricevuto la quota di fondi del Pnnr più alta di tutti i Paesi d’Europa (191,5 miliardi di euro) soprattutto per risolvere la situazione drammatica (maggiore disoccupazione e Pil inferiore) del Mezzogiorno. Al Sud, seguendo tali parametri, doveva essere destinato il 65% del Pnrr; il Governo ha retrocesso a suo insindacabile giudizio questa quota al 40%, ma anche questa rischia di rimanere sulla carta senza target territoriali, riducendosi così ulteriormente. Purtroppo, senza un supporto alle amministrazioni con minore capacità progettuale soprattutto per scarsità di personale, le amministrazioni del Sud – che su questo non hanno colpe – rischiano di andare in difficoltà e non riuscire a rispettare i tempi richiesti (2026); per cui, questa quota ridotta potrebbe diminuire ulteriormente, come sempre a favore di territori più ricchi e così come richiesto recentemente da alcuni presidenti e sindaci del Nord. Ovviamente il governo Draghi con tutta evidenza si è prestato a questo gioco, dimenticando che avrebbe potuto richiedere i poteri sostitutivi previsti dall’art.120 della Costituzione per aiutare i Comuni in difficoltà. Avrebbe potuto…

È questa una situazione denunciata a più riprese, ad esempio, dall’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che ha spesso evidenziato come, nell’arco dei suoi due mandati alla guida della città, il personale in forze al municipio partenopeo si sia ridotto del 60% (-1.654 unità) e come “quelli che dovrebbero correre più veloci, vengano messi in condizione di non poter correre”. Per quanto riguarda le amministrazioni locali, al Nord ci sono 1.471.000 dipendenti pubblici contro 1.227.000 del Sud e delle Isole. Tra il 2011 e il 2015 il Centro-Nord ha aumentato il numero di dipendenti pubblici di 26.000 unità, mentre il Sud è stato costretto, proprio per i minori trasferimenti, a ridurlo di 14.000.

Come si conciliano le Autonomie differenziate invocate dalle regioni più ricche del Paese con i principi fondamentali della Costituzione?

L’Autonomia differenziata è un progetto liberista che mette in pericolo l’unità stessa del Paese, così come da sempre vuole la Lega, che infatti ha ancora oggi al primo punto del suo statuto la “secessione della Padania”. Chi si accorda a queste richieste così come fanno presidenti, parlamentari, intellettuali, gruppi di potere e governi si assume interamente e a futura memoria la responsabilità di questa possibilità e della conseguente prossima e certo non auspicata “balcanizzazione” del Paese. Il processo è molto avanzato. Doveroso ricordare, per restare alla stringente attualità, che martedì 12 luglio è stato approvato il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva avviata tre anni fa su autonomie differenziate in Commissione Bicamerale per le questioni regionali. Tutti a favore, anche i parlamentari meridionali, tranne la senatrice Granato, per procedere con l’Autonomia differenziata, con l’attuazione dell’art.116 della Costituzione e con la definizione della relativa Legge quadro, così come vogliono i governatori delle Regioni del Nord e la ministra Gelmini, senza prima definire i Lep (Livelli essenziali delle prestazioni ndr). Invece di stabilire finalmente i fabbisogni standard per territorio, cioè determinare quali risorse minime sia giusto che lo Stato garantisca con imposte proprie o con la perequazione, si è scelto di continuare in base alla “spesa storica”, cioè in funzione di quel meccanismo perverso, quell’imbroglio, per cui a Reggio Calabria vi sono solo tre asili, mentre a Reggio Emilia 63, pur con una popolazione inferiore, i finanziamenti relativi non avverranno sulla base delle reali esigenze, ma solo fotografando “storicamente” la situazione esistente. Un vero e proprio insulto e una sfida ai cittadini Mezzogiorno. Così grazie all’applicazione della “spesa storica” un bambino del Sud, per questo Stato, ha sì diritto all’asilo nido, ma solo nella misura in cui gli enti locali del suo territorio siano stati capaci di vincere dei bandi competitivi con altri enti locali in luoghi più ricchi, più collegati e con più personale (anche grazie ai trasferimenti statali da sempre diseguali). In caso contrario, tale diritto decade e lui/lei e la sua famiglia, che paga le stesse tasse delle famiglie che risiedono in territori più ricchi, si devono arrangiare. Notando bene che queste famiglie pagheranno in futuro la stessa quota di tasse per la restituzione del prestito Recovery all’Europa dei territori più ricchi, pur avendo ricevuto molto meno.

Dal che si evidenza come sia stata quanto mai opportuna l’interrogazione alla ministra Gelmini, presentata dal Gruppo Parlamentare Manifesta il 30 maggio e preparata in collaborazione con il Laboratorio del Sud, che verte sui Lep messi ancora “in soffitta”, come dichiarato recentemente dalla ministra. Chi si richiama agli art. 116 e 117 della Costituzione per affermare che l’Autonomia differenziata va realizzata, spesso dimentica di dire che la definizione dei Lep attende da sempre. Anche loro sono previsti (art. 117, comma 2, lett. m), non si capisce perché debbano quindi attendere in “soffitta”.

Ricordiamo che i Lep sono quei servizi e quelle prestazioni che lo Stato deve garantire in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale, in quanto consentono il pieno rispetto dei diritti sociali e civili dei cittadini, costituzionalmente garantiti come il diritto alla salute e all’istruzione. Non sono un aspetto secondario da mettere in “soffitta”, almeno se si ritiene ancora di vivere in un Paese unito così come previsto dalla Costituzione. Ecco perché quanto sta accadendo è a dir poco assurdo ed è doveroso parlare di razzismo di Stato.

Qual è, e quale dovrebbe essere, il ruolo del Sud? Cosa si potrebbe e dovrebbe fare?

Circa un anno fa, Bankitalia ha proposto un approccio totalmente diverso rispetto a quello proposto da sempre dai governi nazionali, basato su studi e tabelle inoppugnabili che dimostrano quello che appare sempre più evidente a tutti, tranne che ai liberisti al governo, e cioè che per crescere l’Italia deve ridurre il divario tra Nord e Sud e rilanciare gli investimenti pubblici al Sud: “La competitività delle imprese è strettamente legata alla disponibilità di una rete adeguata di trasporti e di telecomunicazioni”, rete trasporti in particolare che come risaputo al Sud non è adeguata. Il Pil del Nord dipende meno di quanto si creda dalle esportazioni all’estero e più di quanto non si pensi dalla vendita dei prodotti al Sud. La situazione di import-export tra Nord e Sud Italia è resa possibile proprio dai tanto discussi trasferimenti fiscali da Nord a Sud. Detto ancora più semplicemente: se fossero annullati o anche solo ridotti (come all’atto pratico si concretizzerebbe con l’ottenimento dell’autonomia differenziata), il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, che ne subirebbe le conseguenze peggiori.

Come dimostra un altro studio della Banca d’Italia, i 45 miliardi di euro annui che in media, nel decennio 1995-2005, sono stati trasferiti da Nord a Sud sono tornati indietro con gli interessi grazie ai prodotti che il Nord gli ha nel frattempo venduto: 63 miliardi di euro all’anno. Miliardi che diventano 70,5 l’anno se si aggiungono i soldi che il Nord incassa per i rimborsi della mobilità sanitaria di cui abbiamo parlato sopra. Ci sarebbe come trasferimento fiscale dal Sud al Nord anche la formazione dei giovani laureati che emigrano al Nord per lavorare. Sempre secondo Bankitalia, l’aumento di 1 solo euro del Pil al Sud produce una crescita di 40 centesimi del Pil al Centro-Nord. Mentre non accade il contrario. L’aumento del Pil di 1 euro al Centro-Nord determina infatti una crescita per l’intero Paese di soli 10 centesimi.

Investire sulla crescita del Sud comporterebbe un guadagno per l’intero Paese 4 volte maggiore. Un aumento di spesa dei consumatori del Sud di 100 euro innalza la produzione al Centro-Nord di 51,8 euro (di 20,2 euro al Nord-Ovest, di 14,3 euro al Nord-Est e di 17,3 al Centro). Secondo molti analisti e studiosi «se l’Italia dunque superasse le sue miopi illusioni di poter procedere a pezzi semi-separati, tornando a considerarsi Paese e sviluppando quindi anche il Sud, diverrebbe il Paese più competitivo d’Europa e forse del mondo».

Purtroppo, gli appelli ripetuti di Via Nazionale non paiono aver suscitato particolare attenzione nel Governo attuale così come nei precedenti. Il Sud oggi sembra quasi una nazione a parte ed è senza una reale rappresentanza politica a schiena dritta. È un limite che non possiamo più permetterci.

Fonte: Basilicata 24 articolo di Alessandro Cannavale




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IL SINDACO CHE NON C’È

 


Di Antonio Luongo

283 giorni.
Cioè oltre 40 settimane.
Sono trascorsi mesi da quando a Palazzo San Giacomo si è insediata la nuova amministrazione con #Manfredi sindaco.
Normalmente per ogni nuovo corso politico le valutazioni partono dopo i famosi "primi 100 giorni".
È quello il periodo dove si traccia la rotta, l'indirizzo e si spinge sull'acceleratore, laddove possibile, per far percepire il cambio di marcia rispetto al passato. A #Napoli tutto questo, purtroppo, non è avvenuto, anzi. Laddove fosse possibile la città è peggiorata e non migliorata.

Dopo circa 10 mesi sindaco e giunta sono totalmente evanescenti, e la città non ha alcun tipo di guida nè politica nè amministrativa.
Faccio fatica a ricordare qualche segnale di vita proveniente da Palazzo San Giacomo.
Facendo uno sforzo di buona volontà abbiamo:
🔴 il tentativo maldestro di riaprire il lungomare al traffico veicolare (con un ritorno al passato di circa 40 anni)
🔴un attacco frontale ai panni stesi
🔴una goffa e imbarazzante ordinanza contro la movida che aveva come obiettivo scritto e dichiarato la "rieducazione", come fossimo sotto regime totalitari, che ha costretto addirittura #Saviano, che sappiamo non essere mai stato tenero sui problemi di Napoli, alla contestazione esplicita, talmente fosse surreale.

Nel mezzo l'unico provvedimento efficace che ricordiamo è la delibera per triplicare gli stipendi a sindaco, assessore e consiglieri (un buon trucco per narcotizzare ogni dibattito con il placet strumentale di #Draghi).
Il patto per Napoli è diventato il "pacco per Napoli", con prestiti erogati con logiche di strozzinaggio e il ricatto sulla privatizzazione di qualsiasi servizio in caso di mancata restituzione. L'attacco all'acqua pubblica è il picconamento di #Abc è solo il primo passo.
Il Manfredi che minacciava fuoco e fiamme in campagna elettorale se Napoli non avesse avuto lo stesso trattamento di #Roma, per salvarne i conti è solo un lontano ricordo. L'ennesima pantomima teatrale allestita sul corpo esanime di Napoli, sacrificata sull'altare degli equilibri di governo per la tavola imbandita dall'Europa con Next Generation EU.
Oggi il sindaco, molto semplicemente, non c'è. È un fantasma, dedito a tutto tranne che al governo della città.

Sullo sfondo abbiamo:
▶️Una metropolitana che viene ormai ricordata con nostalgia e che a distanza di un altro anno non vede in pista nemmeno uno dei treni acquistati nel precedente corso amministrativo,
▶️ i trasporti su gomma inesistenti,
▶️ i monumenti chiusi al pubblico durante i picchi turistici
▶️municipalità senza giunta per impossibilità a trovare la quadra politica nel carrozzone di liste e listarelle che ora battono cassa.
▶️per non farci mancare nulla, il crollo nel rendimento della Federico II, dell'Orientale e della #Partenope, i tre principali atenei napoletani con cui il nostro sindaco ha relazioni robuste e sin troppo intense, per coordinare i lavori sulla progettazione del #PNRR.

Ho aspettato a lungo per fare queste considerazioni. Sono un uomo cresciuto nelle istituzioni cittadine e ho anche sperato che Manfredi potesse scuotere il Parlamento. Ne avrei gioito per il bene di Napoli. So che nessuno ha la bacchetta magica.
I fatti però parlano. Siamo vittime di un grande bluff e ci troviamo a perdere probabilmente l'ultimo treno possibile per recuperare ritardi storici. Napoli ha bisogno di dedizione totale, mentre Manfredi è un "sindaco che non c'è"!



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Di Antonio Luongo

283 giorni.
Cioè oltre 40 settimane.
Sono trascorsi mesi da quando a Palazzo San Giacomo si è insediata la nuova amministrazione con #Manfredi sindaco.
Normalmente per ogni nuovo corso politico le valutazioni partono dopo i famosi "primi 100 giorni".
È quello il periodo dove si traccia la rotta, l'indirizzo e si spinge sull'acceleratore, laddove possibile, per far percepire il cambio di marcia rispetto al passato. A #Napoli tutto questo, purtroppo, non è avvenuto, anzi. Laddove fosse possibile la città è peggiorata e non migliorata.

Dopo circa 10 mesi sindaco e giunta sono totalmente evanescenti, e la città non ha alcun tipo di guida nè politica nè amministrativa.
Faccio fatica a ricordare qualche segnale di vita proveniente da Palazzo San Giacomo.
Facendo uno sforzo di buona volontà abbiamo:
🔴 il tentativo maldestro di riaprire il lungomare al traffico veicolare (con un ritorno al passato di circa 40 anni)
🔴un attacco frontale ai panni stesi
🔴una goffa e imbarazzante ordinanza contro la movida che aveva come obiettivo scritto e dichiarato la "rieducazione", come fossimo sotto regime totalitari, che ha costretto addirittura #Saviano, che sappiamo non essere mai stato tenero sui problemi di Napoli, alla contestazione esplicita, talmente fosse surreale.

Nel mezzo l'unico provvedimento efficace che ricordiamo è la delibera per triplicare gli stipendi a sindaco, assessore e consiglieri (un buon trucco per narcotizzare ogni dibattito con il placet strumentale di #Draghi).
Il patto per Napoli è diventato il "pacco per Napoli", con prestiti erogati con logiche di strozzinaggio e il ricatto sulla privatizzazione di qualsiasi servizio in caso di mancata restituzione. L'attacco all'acqua pubblica è il picconamento di #Abc è solo il primo passo.
Il Manfredi che minacciava fuoco e fiamme in campagna elettorale se Napoli non avesse avuto lo stesso trattamento di #Roma, per salvarne i conti è solo un lontano ricordo. L'ennesima pantomima teatrale allestita sul corpo esanime di Napoli, sacrificata sull'altare degli equilibri di governo per la tavola imbandita dall'Europa con Next Generation EU.
Oggi il sindaco, molto semplicemente, non c'è. È un fantasma, dedito a tutto tranne che al governo della città.

Sullo sfondo abbiamo:
▶️Una metropolitana che viene ormai ricordata con nostalgia e che a distanza di un altro anno non vede in pista nemmeno uno dei treni acquistati nel precedente corso amministrativo,
▶️ i trasporti su gomma inesistenti,
▶️ i monumenti chiusi al pubblico durante i picchi turistici
▶️municipalità senza giunta per impossibilità a trovare la quadra politica nel carrozzone di liste e listarelle che ora battono cassa.
▶️per non farci mancare nulla, il crollo nel rendimento della Federico II, dell'Orientale e della #Partenope, i tre principali atenei napoletani con cui il nostro sindaco ha relazioni robuste e sin troppo intense, per coordinare i lavori sulla progettazione del #PNRR.

Ho aspettato a lungo per fare queste considerazioni. Sono un uomo cresciuto nelle istituzioni cittadine e ho anche sperato che Manfredi potesse scuotere il Parlamento. Ne avrei gioito per il bene di Napoli. So che nessuno ha la bacchetta magica.
I fatti però parlano. Siamo vittime di un grande bluff e ci troviamo a perdere probabilmente l'ultimo treno possibile per recuperare ritardi storici. Napoli ha bisogno di dedizione totale, mentre Manfredi è un "sindaco che non c'è"!



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mercoledì 13 luglio 2022

Natale Cuccurese: “La Commissione parlamentare approva l’autonomia differenziata”. De Magistris si mobiliti contro. Se non ora, quando?



Nonostante la qualificata mobilitazione politica e civile, alimentata da costituzionalisti, accademici, studiosi, giornalisti e da forze politiche e culturali di orientamento progressista e meridionalista, contro l’approvazione della legge quadro gelminiana sull’autonomia differenziata  il Governo dei “migliori” procede imperterrito nel perseguire il disegno relativo all’istituzionalizzazione del Sud come “colonia estrattiva interna” di risorse sociali, economiche ed umane, a tutto vantaggio, ovviamente, del solito sistema-Nord bulimico ed onnivoro.

Ancora una volta, a lanciare l’allarme per il pericolo che venga attuato il federalismo estrattivo ed asimmetrico di matrice etno-liberista, che, non solo acuirebbe le diseguaglianze tra il Nord e il Sud del Paese, ma alimenterebbe anche quelle tra zone interne ed urbane, tra centri e periferie, tra ricchi e poveri, è il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese.

Una brutta notizia, – ha scritto Cuccurese sulla sua pagina facebook personale – ieri (12 luglio, n.d.r.) è passato il documento programmatico su autonomie differenziate in Commissione parlamentare questioni regionali. Commissione mista fra Camera e Senato. Tutti a favore i leghisti e proto-leghisti del centrosinistra, tranne la Senatrice Granato, per procedere con l’autonomia differenziata e con la definizione della relativa Legge quadro, così come vogliono i governatori delle Regioni del Nord, senza prima definire i Lep, cioè continuando con la ‘spesa storica. Un vero e proprio insulto e una sfida ai cittadini Mezzogiorno”.

Dal che – ha concluso Cuccurese – si evidenza come sia stata quanto mai opportuna l’interrogazione alla Ministra Gelmini, presentata dal Gruppo Manifesta il 30 maggio e preparata in collaborazione con il Laboratorio del Sud, sui Lep ‘in soffitta’”.

Data la gravità della situazione su cui, tranne rarissime eccezioni, non a caso da sempre i media di regime hanno fatto scendere una vera e propria coltre di silenzio, sarebbe opportuno che il leader in pectore della costituenda forza di sinistra Unione Popolare, l’ex Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, anche questa volta, come fece nel 2019, denunci a chiare lettere la natura chiaramente eversiva, discriminatoria ed anticostituzionale dell’autonomia differenziata in salsa lombardo-veneta ed emiliano-romagnola. Se non ora, quando?  

Fonte: Vesuvianonews-articolo di Salvatore Lucchese



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Nonostante la qualificata mobilitazione politica e civile, alimentata da costituzionalisti, accademici, studiosi, giornalisti e da forze politiche e culturali di orientamento progressista e meridionalista, contro l’approvazione della legge quadro gelminiana sull’autonomia differenziata  il Governo dei “migliori” procede imperterrito nel perseguire il disegno relativo all’istituzionalizzazione del Sud come “colonia estrattiva interna” di risorse sociali, economiche ed umane, a tutto vantaggio, ovviamente, del solito sistema-Nord bulimico ed onnivoro.

Ancora una volta, a lanciare l’allarme per il pericolo che venga attuato il federalismo estrattivo ed asimmetrico di matrice etno-liberista, che, non solo acuirebbe le diseguaglianze tra il Nord e il Sud del Paese, ma alimenterebbe anche quelle tra zone interne ed urbane, tra centri e periferie, tra ricchi e poveri, è il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese.

Una brutta notizia, – ha scritto Cuccurese sulla sua pagina facebook personale – ieri (12 luglio, n.d.r.) è passato il documento programmatico su autonomie differenziate in Commissione parlamentare questioni regionali. Commissione mista fra Camera e Senato. Tutti a favore i leghisti e proto-leghisti del centrosinistra, tranne la Senatrice Granato, per procedere con l’autonomia differenziata e con la definizione della relativa Legge quadro, così come vogliono i governatori delle Regioni del Nord, senza prima definire i Lep, cioè continuando con la ‘spesa storica. Un vero e proprio insulto e una sfida ai cittadini Mezzogiorno”.

Dal che – ha concluso Cuccurese – si evidenza come sia stata quanto mai opportuna l’interrogazione alla Ministra Gelmini, presentata dal Gruppo Manifesta il 30 maggio e preparata in collaborazione con il Laboratorio del Sud, sui Lep ‘in soffitta’”.

Data la gravità della situazione su cui, tranne rarissime eccezioni, non a caso da sempre i media di regime hanno fatto scendere una vera e propria coltre di silenzio, sarebbe opportuno che il leader in pectore della costituenda forza di sinistra Unione Popolare, l’ex Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, anche questa volta, come fece nel 2019, denunci a chiare lettere la natura chiaramente eversiva, discriminatoria ed anticostituzionale dell’autonomia differenziata in salsa lombardo-veneta ed emiliano-romagnola. Se non ora, quando?  

Fonte: Vesuvianonews-articolo di Salvatore Lucchese



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lunedì 11 luglio 2022

VERSO L' UNIONE POPOLARE!

Di Antonio Luongo 

Sabato a Roma, insieme al Partito del Sud, per costruire una speranza per l'Italia. 
Ce la stiamo mettendo tutta! 

Non ci servono “carrieristi” ma sana militanza attiva. Occorrono persone che possono intercettare i tanti cittadini che non credono più nella politica, perché disincantati proprio dalla politica politicante fatta da trasformisti voltagabbana pronti a vendersi al miglior offerente, da qualche anno tanto di moda. 

Sono stati commessi molti errori nel passato recente, questo progetto deve camminare sulle gambe di persone coerenti e di indiscussa moralità politica per dare forza e sostanza alla UNIONE POPOLARE. Bisogna parlare con le donne e gli uomini in particolare nelle periferie dove la crisi morde di più, spiegare perché bisogna mandare a casa questo governo antipopolare. 
Insieme ce la faremo!







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Di Antonio Luongo 

Sabato a Roma, insieme al Partito del Sud, per costruire una speranza per l'Italia. 
Ce la stiamo mettendo tutta! 

Non ci servono “carrieristi” ma sana militanza attiva. Occorrono persone che possono intercettare i tanti cittadini che non credono più nella politica, perché disincantati proprio dalla politica politicante fatta da trasformisti voltagabbana pronti a vendersi al miglior offerente, da qualche anno tanto di moda. 

Sono stati commessi molti errori nel passato recente, questo progetto deve camminare sulle gambe di persone coerenti e di indiscussa moralità politica per dare forza e sostanza alla UNIONE POPOLARE. Bisogna parlare con le donne e gli uomini in particolare nelle periferie dove la crisi morde di più, spiegare perché bisogna mandare a casa questo governo antipopolare. 
Insieme ce la faremo!







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venerdì 8 luglio 2022

9 LUGLIO 2022: C’È BISOGNO DI UN’UNIONE POPOLARE! (𝑨𝒑𝒑𝒆𝒍𝒍𝒐 𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐𝒓𝒏𝒂𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒏 𝒍𝒆 𝒇𝒊𝒓𝒎𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒔𝒐𝒕𝒕𝒐𝒔𝒄𝒓𝒊𝒕𝒕𝒓𝒊𝒄𝒊 𝒆 𝒅𝒆𝒊 𝒔𝒐𝒕𝒕𝒐𝒔𝒄𝒓𝒊𝒕𝒕𝒐𝒓𝒊)

 Domani saremo a Roma per cominciare a percorrere questo cammino. Per mobilitarci nella società, nel mondo della cultura e anche nel sistema politico.

Dal 9 luglio inizia un percorso che ci vedrà in tutte le piazze da Sud a Nord nel nostro Paese, per costruire passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, un grande movimento popolare. Per dare finalmente spazio, gambe e braccia a tutte le voci che insorgono.

📍 Se non potete essere con noi seguite la diretta sulla pagina  https://www.facebook.com/versoUP dalle ore 10:00.



Siamo milioni in Italia a ripudiare la guerra e l’Italia in guerra.
✖️ Condanniamo l’aggressione del Governo russo all’Ucraina, come ogni intervento militare delle grandi potenze e della NATO, perché le guerre causano sempre distruzione, colpendo in primis la popolazione civile e portando morte, sofferenza e odio tra i popoli.
✖️ Siamo contrari alla decisione del governo e della maggioranza del Parlamento di condurre l’Italia in guerra, ribaltando, attraverso l’invio di armi, l’articolo 11 della Costituzione e aprendo così al rischio di una Terza Guerra Mondiale.
✖️ Rifiutiamo un’economia di guerra che porta a un aumento dei prezzi, che rende ancora più ingiusta la nostra società, favorendo la speculazione e gli affari di pochi contro i molti.
✔️ Riteniamo fondamentale che il nostro Paese agisca concretamente per un immediato cessate il fuoco, veri negoziati, un ruolo centrale della diplomazia e una Conferenza di Pace, unica via.
La guerra e la sua economia approfondiscono la devastazione del pianeta e impediscono che si cooperi per la soluzione dei problemi comuni.
Spetta a noi schierarsi nettamente a favore dell'ambiente, opponendoci al ritorno al fossile, costruendo una vera transizione ecologica e una reale lotta al riscaldamento climatico, non più rinviabile.
✖️ Ci schieriamo contro la violenza sulle donne, il razzismo, lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici, l’aumento delle spese militari, le mafie, la corruzione e l’autonomia differenziata, che distrugge il sistema pubblico e penalizza in primo luogo il mezzogiorno.
Milioni di persone in tutto il mondo sono assetate di giustizia sociale e si stanno mobilitando, ottenendo importanti vittorie.
Tocca anche a noi in Italia.
✔️ È tempo di costruire un modello di sviluppo in ferma contrapposizione alle ricette neoliberiste, ai processi di privatizzazione, e al potere economico e politico dominante, che da tempo ignora l’interesse collettivo e l’importanza dei beni comuni, e con un apparato di potere politico-economico-mediatico che comanda nell’interesse di pochi.
Il 9 luglio a Roma vogliamo cominciare a percorrere questo cammino. A mobilitarci nella società, nel mondo della cultura e anche nel sistema politico, oggi blindato dal Governo Draghi e dalla maggioranza trasversale che lo sostiene.
Incontriamoci, discutiamo, costruiamo con chi soffre, si indigna, lotta. Con chi viene escluso da questo sistema. Con chi ha idee, creatività, competenze, e non si arrende.
Non è vero che “tanto non cambierà mai nulla”. Siamo noi che, congiuntamente, possiamo unire, costruire e cambiare. E noi le faremo cambiare nel senso della partecipazione, della democrazia, della solidarietà.
Insieme ce la possiamo fare!
Per info e adesioni scrivete una mail a versounionepopolare@gmail.com
Nell'elenco ⬇ le sottoscrittrici e sottoscrittori dell'appello:
Fabio Alberti
Dafne Anastasi
Paolo Andreozzi
Cesare Antetomaso
Guendalina Anzolin
Giuseppe Aragno
Massimo Arcangeli
Franco Arminio
Pino Ippolito Armino
Michela Arricale
Saverio Aversa
Angelo Baracca
Filippo Barbera
Emma Baeri
Saverio Bartoluzzi
Michela Becchis
Vincenzo Benessere
Piero Bevilacqua
Paolo Berdini
Marco Bigerni
Susanna Boheme Kuby
Cinzia Bomoll
Marina Boscaino
Fabiola Bravi
Agostino Breda
Maurizio Brotini
Benedetta Buccellato
Romeo Bufalo
Antonella Bundu
Simone Caccavallo
Paolo Cacciari
Enrico Calamai
Giulia Calò
Francesco Campolongo
Elisabetta Canitano
Ileana a Capurro
Antimo Caro Esposito
Loris Caruso
Clarissa Castaldi
Maria Teresa Chiarello
Donatella Chiodo
Salvatore Cingari
Francesco Ciocconi
Vincenzo Colaprice
Amalia Collisani
Andrea Costa
Giancarlo Costabile
Michele Conia
Giorgio Cremaschi
Natale Cuccurese
Carlo Cunegato
Massimo Dapporto
Rachele de Chiara
Cinzia Della Porta
Nicoletta Dentico
Francesco Di Lieto
Soumaila Diawara
Camilla Diurno
Enzo Di Salvatore
Matteo Dominioni
Angelo d’Orsi
Nicoletta Dosio
Tiziana Drago
Abdel El Amir
Gianni Fabbris
Daniela Lourdes Falanga
Lillo Fasciana
Paolo Favilli
Mariema Faye
Nello Fierro
Martina Filippini
Luca Fontana
Francesca Fornario,
Federico Fornasari
Francesca Frediani
Gianni Fresu
Andrea Fumagalli
Rosaria Galiero
Sara Gandini
Filippo Girardi
Haidi Giuliani
Valeria Giuliano
Giuliano Giurlando
Lorenzo Giustolisi
Dino Greco
Paola Guazzo
Maria Teresa Iannelli
Giovanni Impastato
Franco Ingrillì
Stefano Jossa
Patrick Konde
Francesca Lacaita
Ferdinando Laghi
Lelio La Porta
Raniero La Valle
Claudileia Lemes Dias
Guido Liguori
Fabiomassimo Lozzi
Francesca Lini
Giorgia Listì
Giulia Livieri
Consuelo Locati
Ernesto Longobardi
Antonio Lo Schiavo
Domenico (Mimmo) Lucano
Elettra Luna Lucassen
Gabriele Lupo
Guido Lutrario
Paolo Maddalena
Roberto Mancini
Nicola Manfredelli
Lucio Manisco
Dario Manni
Laura Marchetti
Tommaso Marcon
Gabriele Antonio Mariani
Loredana Marino
Antonella Marras
Pino Masciari
Francesco Saverio Mascolo
Leonardo Masella
Citto Maselli,
Ignazio Masulli
Giovanni Mazzetti
Emilio Mesanovic
Leo Micali)
Maria Vittoria Molinari
Raul Mordenti
Roberto Morea
Veronica Morea
Roberto Musacchio
Viola Negro
Eva Olivero
Gessica Onofri
Guido Ortona
Moni Ovadia
Giovanni Pagano
Rossano Pazzagli
Dora Palumbo
Vera Pegna
Ada Perini
Tonino Perna
Francesca Perri
Tiziana Pesce
Rosangela Pesenti
Gregorio Piccin
Giuseppe Racanelli
Cristina Re
Sandro Repaci
Riccardo Rifici
Vincenzo Riccio
Valntino Romano
Francesco Rubini
Franco Russo
Giorgia Salvati
Clementina Sasso
Enzo Scandurra
Emilio Scalzo
Giancarlo Scotoni
Fabio Sebastiani
Vauro Senesi,
Marino e Sandro Severini (The Gang)
Piero Soldini
Lucina Speciale
Santino Spinelli
Francesco Staccioli
Giulia Stringhini
Alvise Tassell
Aurora Trotta
Francesco Tuccino
Stefania Tuzi
Carmela Uliano
Emanuele Ungheri
Adolfo Vallini
Luciano Vasapollo
Fulvio Vassallo Paleologo
Stefano Vento
Maddalena Verrone
Guido Viale,
Pasquale Voza
Alberto Ziparo
Maurizio Acerbo
Silvia Benedetti
Anna Camposampiero
Viola Carofalo
Mauro Casadio
Marta Collot
Giorgio Cremaschi
Luigi de Magistris
Yana Ehm
Paolo Ferrero
Andrea Ferroni
Eleonora Forenza
Stefano Galieni
Giuliano Granato
Matteo Mantero
Elena Mazzoni,
Paola Nugnes
Carmine Piscopo
Rosa Rinaldi
Giovanni Russo Spena
Doriana Sarli
Simona Suriano


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 Domani saremo a Roma per cominciare a percorrere questo cammino. Per mobilitarci nella società, nel mondo della cultura e anche nel sistema politico.

Dal 9 luglio inizia un percorso che ci vedrà in tutte le piazze da Sud a Nord nel nostro Paese, per costruire passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, un grande movimento popolare. Per dare finalmente spazio, gambe e braccia a tutte le voci che insorgono.

📍 Se non potete essere con noi seguite la diretta sulla pagina  https://www.facebook.com/versoUP dalle ore 10:00.



Siamo milioni in Italia a ripudiare la guerra e l’Italia in guerra.
✖️ Condanniamo l’aggressione del Governo russo all’Ucraina, come ogni intervento militare delle grandi potenze e della NATO, perché le guerre causano sempre distruzione, colpendo in primis la popolazione civile e portando morte, sofferenza e odio tra i popoli.
✖️ Siamo contrari alla decisione del governo e della maggioranza del Parlamento di condurre l’Italia in guerra, ribaltando, attraverso l’invio di armi, l’articolo 11 della Costituzione e aprendo così al rischio di una Terza Guerra Mondiale.
✖️ Rifiutiamo un’economia di guerra che porta a un aumento dei prezzi, che rende ancora più ingiusta la nostra società, favorendo la speculazione e gli affari di pochi contro i molti.
✔️ Riteniamo fondamentale che il nostro Paese agisca concretamente per un immediato cessate il fuoco, veri negoziati, un ruolo centrale della diplomazia e una Conferenza di Pace, unica via.
La guerra e la sua economia approfondiscono la devastazione del pianeta e impediscono che si cooperi per la soluzione dei problemi comuni.
Spetta a noi schierarsi nettamente a favore dell'ambiente, opponendoci al ritorno al fossile, costruendo una vera transizione ecologica e una reale lotta al riscaldamento climatico, non più rinviabile.
✖️ Ci schieriamo contro la violenza sulle donne, il razzismo, lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici, l’aumento delle spese militari, le mafie, la corruzione e l’autonomia differenziata, che distrugge il sistema pubblico e penalizza in primo luogo il mezzogiorno.
Milioni di persone in tutto il mondo sono assetate di giustizia sociale e si stanno mobilitando, ottenendo importanti vittorie.
Tocca anche a noi in Italia.
✔️ È tempo di costruire un modello di sviluppo in ferma contrapposizione alle ricette neoliberiste, ai processi di privatizzazione, e al potere economico e politico dominante, che da tempo ignora l’interesse collettivo e l’importanza dei beni comuni, e con un apparato di potere politico-economico-mediatico che comanda nell’interesse di pochi.
Il 9 luglio a Roma vogliamo cominciare a percorrere questo cammino. A mobilitarci nella società, nel mondo della cultura e anche nel sistema politico, oggi blindato dal Governo Draghi e dalla maggioranza trasversale che lo sostiene.
Incontriamoci, discutiamo, costruiamo con chi soffre, si indigna, lotta. Con chi viene escluso da questo sistema. Con chi ha idee, creatività, competenze, e non si arrende.
Non è vero che “tanto non cambierà mai nulla”. Siamo noi che, congiuntamente, possiamo unire, costruire e cambiare. E noi le faremo cambiare nel senso della partecipazione, della democrazia, della solidarietà.
Insieme ce la possiamo fare!
Per info e adesioni scrivete una mail a versounionepopolare@gmail.com
Nell'elenco ⬇ le sottoscrittrici e sottoscrittori dell'appello:
Fabio Alberti
Dafne Anastasi
Paolo Andreozzi
Cesare Antetomaso
Guendalina Anzolin
Giuseppe Aragno
Massimo Arcangeli
Franco Arminio
Pino Ippolito Armino
Michela Arricale
Saverio Aversa
Angelo Baracca
Filippo Barbera
Emma Baeri
Saverio Bartoluzzi
Michela Becchis
Vincenzo Benessere
Piero Bevilacqua
Paolo Berdini
Marco Bigerni
Susanna Boheme Kuby
Cinzia Bomoll
Marina Boscaino
Fabiola Bravi
Agostino Breda
Maurizio Brotini
Benedetta Buccellato
Romeo Bufalo
Antonella Bundu
Simone Caccavallo
Paolo Cacciari
Enrico Calamai
Giulia Calò
Francesco Campolongo
Elisabetta Canitano
Ileana a Capurro
Antimo Caro Esposito
Loris Caruso
Clarissa Castaldi
Maria Teresa Chiarello
Donatella Chiodo
Salvatore Cingari
Francesco Ciocconi
Vincenzo Colaprice
Amalia Collisani
Andrea Costa
Giancarlo Costabile
Michele Conia
Giorgio Cremaschi
Natale Cuccurese
Carlo Cunegato
Massimo Dapporto
Rachele de Chiara
Cinzia Della Porta
Nicoletta Dentico
Francesco Di Lieto
Soumaila Diawara
Camilla Diurno
Enzo Di Salvatore
Matteo Dominioni
Angelo d’Orsi
Nicoletta Dosio
Tiziana Drago
Abdel El Amir
Gianni Fabbris
Daniela Lourdes Falanga
Lillo Fasciana
Paolo Favilli
Mariema Faye
Nello Fierro
Martina Filippini
Luca Fontana
Francesca Fornario,
Federico Fornasari
Francesca Frediani
Gianni Fresu
Andrea Fumagalli
Rosaria Galiero
Sara Gandini
Filippo Girardi
Haidi Giuliani
Valeria Giuliano
Giuliano Giurlando
Lorenzo Giustolisi
Dino Greco
Paola Guazzo
Maria Teresa Iannelli
Giovanni Impastato
Franco Ingrillì
Stefano Jossa
Patrick Konde
Francesca Lacaita
Ferdinando Laghi
Lelio La Porta
Raniero La Valle
Claudileia Lemes Dias
Guido Liguori
Fabiomassimo Lozzi
Francesca Lini
Giorgia Listì
Giulia Livieri
Consuelo Locati
Ernesto Longobardi
Antonio Lo Schiavo
Domenico (Mimmo) Lucano
Elettra Luna Lucassen
Gabriele Lupo
Guido Lutrario
Paolo Maddalena
Roberto Mancini
Nicola Manfredelli
Lucio Manisco
Dario Manni
Laura Marchetti
Tommaso Marcon
Gabriele Antonio Mariani
Loredana Marino
Antonella Marras
Pino Masciari
Francesco Saverio Mascolo
Leonardo Masella
Citto Maselli,
Ignazio Masulli
Giovanni Mazzetti
Emilio Mesanovic
Leo Micali)
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Roberto Morea
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Eva Olivero
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Guido Ortona
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Vera Pegna
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Tiziana Pesce
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Franco Russo
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Emilio Scalzo
Giancarlo Scotoni
Fabio Sebastiani
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Marino e Sandro Severini (The Gang)
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Luciano Vasapollo
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