mercoledì 2 febbraio 2022

Leggere il passato per capire l’oggi




di Valentino Romano

Il bell’articolo di Massimo Novelli sul Mattino (Levi nel dimenticatoio con gli umiliati nel Sud) è macigno scagliato nella palude dell’oblio ingiustamente calato sull’intellettuale torinese ed è occasione per una rilettura (con le lenti dell’attualità) del suo romanzo più famoso, il Cristo si è fermato a Eboli. Che poi, a ben vedere, definire il Cristo solo un romanzo sarebbe ingabbiamento estremamente riduttivo: più correttamente si dovrebbe parlare di “saggio storico e antropologico sotto le mentite spoglie del racconto”, una riuscita miscela dei registri narrativi e saggistici. E, in aggiunta, il Cristo non appare solamente una irrevocabile condanna sulle nefandezze del periodo storico nel quale si sviluppò la vicenda umana dell’autore ma anche (e, forse, soprattutto) un trattato sulla condizioni e sulla sorte degli “umili”, delle classi subalterne meridionali dall’alba della Nuova Italia fino al periodo dello scritto leviano. Rileggerlo oggi, alla luce della contemporaneità, con lo sguardo rivolto ai nuovi “umili”, alle nuove (ma anche alle vecchie) classi subalterne che si premono alle porte della Storia, non è soltanto mero esercizio e diletto letterario ma occasione di riflessione e stimolo per de-costruire il presente e progettare un futuro che superi questo presente: le pagine leviane ci insegnano un metodo per farlo, l’unico possibile; un metodo che sta tutto racchiuso in un aggettivo possessivo, “mio”. Più volte, infatti, Levi parlando dei contadini meridionali (che sono i veri protagonisti del racconto), usa dire i “miei” contadini: quattro lettere che sono sinonimo prepotente e plastico del metodo adottato e indicato ai lettori d’ogni tempo: la condivisione.

Già perché Levi, calato in un mondo a lui fino ad allora s del tutto conosciuto quali erano le classi rurali meridionali, non vi si accosta come un qualsiasi viaggiatore straniero dell’Ottocento, incuriosito dal fascino  esotico della “terra incognita”, ma vi scava dentro fino a metterne a nudo l’anima, le sofferenze, il sentire; e la comprensione di «quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte» è proprio il “metodo” cui ho accennato prima.

Certamente il riferimento di Levi era diretto allo scontro antropologico (prima che politico e istituzionale) provocato a partire dalla cosiddetta “conquista regia” che portò a compimento il processo unitario. Proviamo però, in uno di quegli esercizi di sovrapposizione che fanno della Storia passata uno strumento di decodifica di quella presente: oggi premono alle nostre porte nuove subalternità, spinte dai flutti di un mare meno impietoso degli uomini e da un’insostenibile condizione del vivere; sono le nuove subalternità che si aggiungono a quelle preesistenti, sono il nuovo «quell’altro mondo […] serrato nel dolore e negli usi […], vive nella miseria […], negato alla Storia e allo Stato, […] nella presenza della morte».

Come non coglierne le similitudini, quel filo rosso (anche di sangue e di vite spezzate) che lega i contadini del Sud d’Italia di ieri agli emigranti dei vari Sud del mondo di oggi; come non collegare gli emarginati, gli esclusi e i colonizzati di ieri con quelli di oggi?

Non sono forse sovrapponibili il sospetto, rifiuto, la ghettizzazione e i pregiudizi (ancora non del tutto rimossi) di ieri a quelli di oggi?

I contadini di Levi erano utilizzati e relegati ai margini della Storia (sorte, per inciso, non molto dissimile di quella delle generazioni precedenti che – pur in diverso e più cruento modo – erano stati criminalizzati come delinquenti). Levi, “condividendo”, scelse di diventare uno di loro; i “miei contadini”, appunto. Nel viaggio leviano all’interno del mondo contadino la condivisione, però, non è intesa come “omologazione”, altro spauracchio dell’oggi: più semplicemente, ma molto più profondamente è riconoscimento e valorizzazione della “diversità” come ricchezza. Ne fa fede un illuminante passaggio de L’uva puttanella di Rocco Scotellaro, l’Omero dei contadini lucani, che di Levi fu fraterno amico. Scotellaro, in carcere per un’accusa rivelatasi poi inconsistente, leggeva ogni sera brani di un libro ai suoi analfabeti compagni di detenzione che, ascoltandolo, ne erano rapiti:

«A che vale leggere per noi, ve lo dice questo libro, che spiega pure quando e come e perché uno scrive […] Io ho avuto la fortuna di conoscere l’uomo che l’ha scritto, non è veramente mio amico. Ha scritto questo che il più appassionato e crudo memoriale dei nostri paesi […] non è un amico, come non può esserlo il padre, la madre; il fratello. Amico è l’avvocato, il medico, il testimone, il deputato, il prete. Quest’uomo è un fratellastro, mio, nostro, che abbiamo un giorno incontrato per avventura. Ciò che ci lega a lui è la fiducia reciproca per un fatto accaduto a lui e a noi e un amore della propria somiglianza».

Il fratellastro era Levi, Cristo era il libro: fa riflettere la terminologia usata – non causalmente – da Scotellaro, “fratellastro” perché, se la solidarietà tra due fratelli sembra scontata, quella tra fratellastri lo può apparire assai di meno; deriva cioè, non solo dal vincolo del medesimo sangue, ma anche dalla reciproca volontaria accettazione della diversità che ognuno si porta appresso. E torna il concetto della diversità che non separa e contrappone ma – al contrario – unisce, per via di un medesimo “fatto accaduto a lui e a noi” accomuna i fratellastri. Sempre riferendoci all’oggi, il pensiero non può, allora, che andare all’onda umana dolente che bussa alle nostre porte, accomunata alle nostre classi subalterne nel vivere sulla propria pelle il respingimento, l’esclusione, il pregiudizio, l’egoismo e tutto quant’altro rende la prima somigliante alle seconde. Scatta così. Ieri come oggi, una certa qual “solidarietà di classe” che, a ben riflettere, è “amore della propria somiglianza”. E per le classi subalterne di ieri come per quelle dolenti di oggi, il “nemico” rischia di diventare comune: qualcosa che si contrapponeva ieri e si contrappone oggi al perseguimento dell’obiettivo di una vita, come dire, più “umana”; è lo Stato liberista. Un nemico subdolo che punta ad allargare ancor più lo iato, già profondo, che divide: un nemico che, come Levi raccontava nell’Orologio, se ne stava (e se ne sta) “seduto a conversare dei loro odî eterni e della eterna noia, seduti sul muretto della piazza, sopra il burrone”; un nemico, la cui indifferenza, insensibilità e ostilità a cogliere i segni e il senso profondo del tempo che avanza, non può che provocare una sempre maggiore disaffezione nei suoi confronti da parte dei “contadini” e degli “emigranti”.

Proprio come, quanto alla disaffezione, scrive lo stesso Levi a proposito dei “suoi” contadini: “lo Stato è più lontano dal cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi. I contadini non li capiscono, perché è un altro linguaggio dal loro, e non c’è davvero nessuna ragione perché li vogliano capire».

Amara, infine, è la constatazione di Levi a proposito dell’esito finale della rivolta contadina che tutti indicano come “brigantaggio”, ma che – al contrario se meglio conosciuta e se meglio scandagliata – è rivolta (pur confusa e contraddittoria) degli umili, dei paria della società: «il brigantaggio doveva perdere. Non aveva armi forgiate dal Vulcano, né cannoni come l’altra Italia. E non aveva dèi: che cosa poteva fare una povera Madonna dal viso nero contro lo Stato Etico degli hegeliani di Napoli?».

Una domanda vecchia di quasi ottant’anni ma di straordinaria attualità: cosa può fare oggi una “Madonna nera” contro lo Stato etico degli hegeliani”?

E la Madonna nera è destinata a perdere ancora oggi, a soccombere tra i flutti di un mare che dovrebbe unire e far rinascere a nuova vita e che, invece, divide e seppellisce?

Noi da che parte vogliamo stare, dalla parte della “Madonna nera” o dalla parte delle odierne e pallide controfigure degli hegeliani di una volta?

(estratto da Neda, rivista di cultura, storia ed arte, Anno II, n.6 sett-dic. 2020, Corato, Secop edizioni).

Fonte: Transform!italia

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di Valentino Romano

Il bell’articolo di Massimo Novelli sul Mattino (Levi nel dimenticatoio con gli umiliati nel Sud) è macigno scagliato nella palude dell’oblio ingiustamente calato sull’intellettuale torinese ed è occasione per una rilettura (con le lenti dell’attualità) del suo romanzo più famoso, il Cristo si è fermato a Eboli. Che poi, a ben vedere, definire il Cristo solo un romanzo sarebbe ingabbiamento estremamente riduttivo: più correttamente si dovrebbe parlare di “saggio storico e antropologico sotto le mentite spoglie del racconto”, una riuscita miscela dei registri narrativi e saggistici. E, in aggiunta, il Cristo non appare solamente una irrevocabile condanna sulle nefandezze del periodo storico nel quale si sviluppò la vicenda umana dell’autore ma anche (e, forse, soprattutto) un trattato sulla condizioni e sulla sorte degli “umili”, delle classi subalterne meridionali dall’alba della Nuova Italia fino al periodo dello scritto leviano. Rileggerlo oggi, alla luce della contemporaneità, con lo sguardo rivolto ai nuovi “umili”, alle nuove (ma anche alle vecchie) classi subalterne che si premono alle porte della Storia, non è soltanto mero esercizio e diletto letterario ma occasione di riflessione e stimolo per de-costruire il presente e progettare un futuro che superi questo presente: le pagine leviane ci insegnano un metodo per farlo, l’unico possibile; un metodo che sta tutto racchiuso in un aggettivo possessivo, “mio”. Più volte, infatti, Levi parlando dei contadini meridionali (che sono i veri protagonisti del racconto), usa dire i “miei” contadini: quattro lettere che sono sinonimo prepotente e plastico del metodo adottato e indicato ai lettori d’ogni tempo: la condivisione.

Già perché Levi, calato in un mondo a lui fino ad allora s del tutto conosciuto quali erano le classi rurali meridionali, non vi si accosta come un qualsiasi viaggiatore straniero dell’Ottocento, incuriosito dal fascino  esotico della “terra incognita”, ma vi scava dentro fino a metterne a nudo l’anima, le sofferenze, il sentire; e la comprensione di «quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte» è proprio il “metodo” cui ho accennato prima.

Certamente il riferimento di Levi era diretto allo scontro antropologico (prima che politico e istituzionale) provocato a partire dalla cosiddetta “conquista regia” che portò a compimento il processo unitario. Proviamo però, in uno di quegli esercizi di sovrapposizione che fanno della Storia passata uno strumento di decodifica di quella presente: oggi premono alle nostre porte nuove subalternità, spinte dai flutti di un mare meno impietoso degli uomini e da un’insostenibile condizione del vivere; sono le nuove subalternità che si aggiungono a quelle preesistenti, sono il nuovo «quell’altro mondo […] serrato nel dolore e negli usi […], vive nella miseria […], negato alla Storia e allo Stato, […] nella presenza della morte».

Come non coglierne le similitudini, quel filo rosso (anche di sangue e di vite spezzate) che lega i contadini del Sud d’Italia di ieri agli emigranti dei vari Sud del mondo di oggi; come non collegare gli emarginati, gli esclusi e i colonizzati di ieri con quelli di oggi?

Non sono forse sovrapponibili il sospetto, rifiuto, la ghettizzazione e i pregiudizi (ancora non del tutto rimossi) di ieri a quelli di oggi?

I contadini di Levi erano utilizzati e relegati ai margini della Storia (sorte, per inciso, non molto dissimile di quella delle generazioni precedenti che – pur in diverso e più cruento modo – erano stati criminalizzati come delinquenti). Levi, “condividendo”, scelse di diventare uno di loro; i “miei contadini”, appunto. Nel viaggio leviano all’interno del mondo contadino la condivisione, però, non è intesa come “omologazione”, altro spauracchio dell’oggi: più semplicemente, ma molto più profondamente è riconoscimento e valorizzazione della “diversità” come ricchezza. Ne fa fede un illuminante passaggio de L’uva puttanella di Rocco Scotellaro, l’Omero dei contadini lucani, che di Levi fu fraterno amico. Scotellaro, in carcere per un’accusa rivelatasi poi inconsistente, leggeva ogni sera brani di un libro ai suoi analfabeti compagni di detenzione che, ascoltandolo, ne erano rapiti:

«A che vale leggere per noi, ve lo dice questo libro, che spiega pure quando e come e perché uno scrive […] Io ho avuto la fortuna di conoscere l’uomo che l’ha scritto, non è veramente mio amico. Ha scritto questo che il più appassionato e crudo memoriale dei nostri paesi […] non è un amico, come non può esserlo il padre, la madre; il fratello. Amico è l’avvocato, il medico, il testimone, il deputato, il prete. Quest’uomo è un fratellastro, mio, nostro, che abbiamo un giorno incontrato per avventura. Ciò che ci lega a lui è la fiducia reciproca per un fatto accaduto a lui e a noi e un amore della propria somiglianza».

Il fratellastro era Levi, Cristo era il libro: fa riflettere la terminologia usata – non causalmente – da Scotellaro, “fratellastro” perché, se la solidarietà tra due fratelli sembra scontata, quella tra fratellastri lo può apparire assai di meno; deriva cioè, non solo dal vincolo del medesimo sangue, ma anche dalla reciproca volontaria accettazione della diversità che ognuno si porta appresso. E torna il concetto della diversità che non separa e contrappone ma – al contrario – unisce, per via di un medesimo “fatto accaduto a lui e a noi” accomuna i fratellastri. Sempre riferendoci all’oggi, il pensiero non può, allora, che andare all’onda umana dolente che bussa alle nostre porte, accomunata alle nostre classi subalterne nel vivere sulla propria pelle il respingimento, l’esclusione, il pregiudizio, l’egoismo e tutto quant’altro rende la prima somigliante alle seconde. Scatta così. Ieri come oggi, una certa qual “solidarietà di classe” che, a ben riflettere, è “amore della propria somiglianza”. E per le classi subalterne di ieri come per quelle dolenti di oggi, il “nemico” rischia di diventare comune: qualcosa che si contrapponeva ieri e si contrappone oggi al perseguimento dell’obiettivo di una vita, come dire, più “umana”; è lo Stato liberista. Un nemico subdolo che punta ad allargare ancor più lo iato, già profondo, che divide: un nemico che, come Levi raccontava nell’Orologio, se ne stava (e se ne sta) “seduto a conversare dei loro odî eterni e della eterna noia, seduti sul muretto della piazza, sopra il burrone”; un nemico, la cui indifferenza, insensibilità e ostilità a cogliere i segni e il senso profondo del tempo che avanza, non può che provocare una sempre maggiore disaffezione nei suoi confronti da parte dei “contadini” e degli “emigranti”.

Proprio come, quanto alla disaffezione, scrive lo stesso Levi a proposito dei “suoi” contadini: “lo Stato è più lontano dal cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi. I contadini non li capiscono, perché è un altro linguaggio dal loro, e non c’è davvero nessuna ragione perché li vogliano capire».

Amara, infine, è la constatazione di Levi a proposito dell’esito finale della rivolta contadina che tutti indicano come “brigantaggio”, ma che – al contrario se meglio conosciuta e se meglio scandagliata – è rivolta (pur confusa e contraddittoria) degli umili, dei paria della società: «il brigantaggio doveva perdere. Non aveva armi forgiate dal Vulcano, né cannoni come l’altra Italia. E non aveva dèi: che cosa poteva fare una povera Madonna dal viso nero contro lo Stato Etico degli hegeliani di Napoli?».

Una domanda vecchia di quasi ottant’anni ma di straordinaria attualità: cosa può fare oggi una “Madonna nera” contro lo Stato etico degli hegeliani”?

E la Madonna nera è destinata a perdere ancora oggi, a soccombere tra i flutti di un mare che dovrebbe unire e far rinascere a nuova vita e che, invece, divide e seppellisce?

Noi da che parte vogliamo stare, dalla parte della “Madonna nera” o dalla parte delle odierne e pallide controfigure degli hegeliani di una volta?

(estratto da Neda, rivista di cultura, storia ed arte, Anno II, n.6 sett-dic. 2020, Corato, Secop edizioni).

Fonte: Transform!italia

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