martedì 31 gennaio 2012

Partito del Sud, Romeo: pronti a candidarci nei comuni vicentini e dove ci saranno elezioni

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Di Simone Sinico

«Ci siamo incontrati per fare il punto sul programma e per parlare delle candidature per le provinciali, se ci saranno, e per le comunali del Vicentino». Si sono trovati a Brendola lo scorso 21 gennaio i militanti del Partito del Sud, sezione Veneto. Riunione a cui hanno partecipato anche il responsabile del partito delegato al nord Italia, Natale Cuccurese, e Francesca Maria Rossi Assessore al Bilancio del Comune di Gambellara, da pochi mesi entrata a far parte del partito.

Un movimento che si definisce progressista, non secessionista e che non vuol avere nulla a che fare con altri movimenti meridionalisti facenti capo ai vari Micciché, Poli Bortone o Scotti. Il riferimento del Partito del Sud è il sindaco di Napoli Luigi De Magistris il cui Forum sui beni comuni, una sorta di incubatrice di un nuovo progetto politico nazionale che comprenderebbe la cosiddetta sinistra del PD, viene ben visto da Filippo Romeo (nella foto VicenzaPiu.com scattata a Informagiovani), Coordinatore Regionale Partito del Sud - Vicenza: «De Magistris vuole estendere il suo "progetto Napoli" in tutta Italia e noi siamo con lui - spiega -. Vogliamo che non ci sia più un'Italia a due velocità, con un sud emarginato e sottosviluppato, vogliamo rinnovare la classe politica dato che anche i rappresentanti del sud non si sono mai impegnati per lo sviluppo del meridione».
Perché una sezione del Partito del Sud in Veneto?
Al nord ci sono tanti meridionali, perché non far partire il riscatto del sud proprio da qui? Da chi ha abbandonato la propria terra per lavorare e che prova nostalgia per le sue origini? E poi qui c'è il bisogno di contrastare la Lega Nord, soprattutto sul piano culturale.
E in che senso vanno le candidature sul territorio vicentino?
Noi ci vogliamo occupare anche dei problemi e dello sviluppo del territorio in cui viviamo. Quando abbiamo iniziato, due anni fa, ci prendevano in giro, ci apostrofavano come i "figli peggiori che poteva sfornare la Lega". Però abbiamo fatto diversi iscritti, una quarantina nel Vicentino, tra cui un assessore e un'altra persona che non ha origini del sud ma che semplicemente condivide le nostre idee. Ci siamo anche direttamente impegnati per il referendum sul nucleare e sull'acqua, Variati ci ha ringraziato del sostegno anche se non si aspettava che a Vicenza ci fosse questa realtà.
Sempre che le elezioni si svolgano, parteciperete alle provinciali con una vostra lista?
Devo dire che questa volontà c'è, io e Francesca Maria Rossi siamo pronti a candidarci. Però se partirà il progetto di De Magistris su scala nazionale o se si farà avanti qualcuno, non escludiamo di poter far parte di altre liste.
E per le comunali?
Stiamo prendendo delle decisioni in questi giorni. Andremo con il nostro simbolo a Verona, qui nel Vicentino siamo valutando per Thiene, Sarego, Rosà, Romano d'Ezzelino, Marano e Villaverla.


Fonte: Vicenza più


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Di Simone Sinico

«Ci siamo incontrati per fare il punto sul programma e per parlare delle candidature per le provinciali, se ci saranno, e per le comunali del Vicentino». Si sono trovati a Brendola lo scorso 21 gennaio i militanti del Partito del Sud, sezione Veneto. Riunione a cui hanno partecipato anche il responsabile del partito delegato al nord Italia, Natale Cuccurese, e Francesca Maria Rossi Assessore al Bilancio del Comune di Gambellara, da pochi mesi entrata a far parte del partito.

Un movimento che si definisce progressista, non secessionista e che non vuol avere nulla a che fare con altri movimenti meridionalisti facenti capo ai vari Micciché, Poli Bortone o Scotti. Il riferimento del Partito del Sud è il sindaco di Napoli Luigi De Magistris il cui Forum sui beni comuni, una sorta di incubatrice di un nuovo progetto politico nazionale che comprenderebbe la cosiddetta sinistra del PD, viene ben visto da Filippo Romeo (nella foto VicenzaPiu.com scattata a Informagiovani), Coordinatore Regionale Partito del Sud - Vicenza: «De Magistris vuole estendere il suo "progetto Napoli" in tutta Italia e noi siamo con lui - spiega -. Vogliamo che non ci sia più un'Italia a due velocità, con un sud emarginato e sottosviluppato, vogliamo rinnovare la classe politica dato che anche i rappresentanti del sud non si sono mai impegnati per lo sviluppo del meridione».
Perché una sezione del Partito del Sud in Veneto?
Al nord ci sono tanti meridionali, perché non far partire il riscatto del sud proprio da qui? Da chi ha abbandonato la propria terra per lavorare e che prova nostalgia per le sue origini? E poi qui c'è il bisogno di contrastare la Lega Nord, soprattutto sul piano culturale.
E in che senso vanno le candidature sul territorio vicentino?
Noi ci vogliamo occupare anche dei problemi e dello sviluppo del territorio in cui viviamo. Quando abbiamo iniziato, due anni fa, ci prendevano in giro, ci apostrofavano come i "figli peggiori che poteva sfornare la Lega". Però abbiamo fatto diversi iscritti, una quarantina nel Vicentino, tra cui un assessore e un'altra persona che non ha origini del sud ma che semplicemente condivide le nostre idee. Ci siamo anche direttamente impegnati per il referendum sul nucleare e sull'acqua, Variati ci ha ringraziato del sostegno anche se non si aspettava che a Vicenza ci fosse questa realtà.
Sempre che le elezioni si svolgano, parteciperete alle provinciali con una vostra lista?
Devo dire che questa volontà c'è, io e Francesca Maria Rossi siamo pronti a candidarci. Però se partirà il progetto di De Magistris su scala nazionale o se si farà avanti qualcuno, non escludiamo di poter far parte di altre liste.
E per le comunali?
Stiamo prendendo delle decisioni in questi giorni. Andremo con il nostro simbolo a Verona, qui nel Vicentino siamo valutando per Thiene, Sarego, Rosà, Romano d'Ezzelino, Marano e Villaverla.


Fonte: Vicenza più


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Campania: tra i giovani la disoccupazione reale supera il 51%.

A livello nazionale è 11,3 punti in più rispetto a quella ufficiale.Secondo un’analisi della CGIA di Mestre, la disoccupazione giovanile “reale” presente in Campania è al 51,1%, in Basilicata si attesta al 48,3% e nel Lazio raggiunge il 42,5%.

I dati, come dicevamo, sono stati elaborati dalla CGIA che ha individuato il tasso di disoccupazionecorretto in ragione dell’incremento degli inattivi, ovvero dei soggetti che per effetto della crisi hanno deciso di non cercare più un lavoro.
Nella fascia di età tra i 15 ed i 24 anni, ai disoccupati ufficiali sono stati sommati quelli che a causa della difficile situazione economica hanno deciso di non cercare più attivamente un posto di lavoro, dettisfiduciati. La sommatoria di queste due componenti, poi, è stata rapportata al numero di forze lavoro (disoccupati + occupati), più la variazione degli inattivi avvenuta dall’avvio della crisi al 2° semestre 2011.
I dati, sottolineano dalla CGIA, sono riferiti al 2° trimestre 2011 ( ultimo dato disponibile a livello regionale).
“In pratica, il tasso di disoccupazione ufficiale a livello nazionale – commenta Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestre – è mediamente inferiore di 11,3 punti rispetto alladisoccupazione reale: questo dimostra che il problema dei senza lavoro tra gli under 24 costituisce una priorità che il Governo deve affrontare immediatamente. Tuttavia, ci sono anche delle situazioni regionali dove il quadro generale si capovolge. In Sicilia, in Sardegna, in Calabria ed in Umbria il tasso di disoccupazione, al netto degli scoraggiati, è superiore al tasso di disoccupazione reale da noi calcolato. Ciò vuol dire che in questi territori gli sfiduciati sono diminuiti perché sono tornati a cercare attivamente un lavoro o, nella migliore delle ipotesi, hanno trovato un’occupazione”.

TASSO DI DISOCCUPAZIONE GIOVANILE 15-24 anni – II trimestre 2011
Tasso disoccupazioneTasso reale di marginalità dal lavoro*
Campania44,2%51,1%
Basilicata37,6%48,3%
Lazio31,3%42,5%
Sicilia42,6%41,2%
Lombardia18,5%40,3%
Sardegna40,5%39,7%
Calabria39,8%39,5%
Piemonte e Valle d’Aosta26,1%37,3%
Veneto17,1%37,2%
Toscana23,8%36,9%
Molise29,6%36,2%
Emilia Romagna18,1%35,0%
Marche11,4%34,7%
Puglia33,0%34,4%
Trentino Alto Adige11,6%30,9%
Friuli Venezia Giulia16,9%30,3%
Abruzzo24,5%29,7%
Liguria18,9%27,3%
Umbria16,5%15,4%
Italia27,4%38,7%
*Tasso di disoccupazione corretto in ragione dell’incremento degli inattivi causato dalla crisi,
verosimilmente i soggetti “sfiduciati”.


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A livello nazionale è 11,3 punti in più rispetto a quella ufficiale.Secondo un’analisi della CGIA di Mestre, la disoccupazione giovanile “reale” presente in Campania è al 51,1%, in Basilicata si attesta al 48,3% e nel Lazio raggiunge il 42,5%.

I dati, come dicevamo, sono stati elaborati dalla CGIA che ha individuato il tasso di disoccupazionecorretto in ragione dell’incremento degli inattivi, ovvero dei soggetti che per effetto della crisi hanno deciso di non cercare più un lavoro.
Nella fascia di età tra i 15 ed i 24 anni, ai disoccupati ufficiali sono stati sommati quelli che a causa della difficile situazione economica hanno deciso di non cercare più attivamente un posto di lavoro, dettisfiduciati. La sommatoria di queste due componenti, poi, è stata rapportata al numero di forze lavoro (disoccupati + occupati), più la variazione degli inattivi avvenuta dall’avvio della crisi al 2° semestre 2011.
I dati, sottolineano dalla CGIA, sono riferiti al 2° trimestre 2011 ( ultimo dato disponibile a livello regionale).
“In pratica, il tasso di disoccupazione ufficiale a livello nazionale – commenta Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestre – è mediamente inferiore di 11,3 punti rispetto alladisoccupazione reale: questo dimostra che il problema dei senza lavoro tra gli under 24 costituisce una priorità che il Governo deve affrontare immediatamente. Tuttavia, ci sono anche delle situazioni regionali dove il quadro generale si capovolge. In Sicilia, in Sardegna, in Calabria ed in Umbria il tasso di disoccupazione, al netto degli scoraggiati, è superiore al tasso di disoccupazione reale da noi calcolato. Ciò vuol dire che in questi territori gli sfiduciati sono diminuiti perché sono tornati a cercare attivamente un lavoro o, nella migliore delle ipotesi, hanno trovato un’occupazione”.

TASSO DI DISOCCUPAZIONE GIOVANILE 15-24 anni – II trimestre 2011
Tasso disoccupazioneTasso reale di marginalità dal lavoro*
Campania44,2%51,1%
Basilicata37,6%48,3%
Lazio31,3%42,5%
Sicilia42,6%41,2%
Lombardia18,5%40,3%
Sardegna40,5%39,7%
Calabria39,8%39,5%
Piemonte e Valle d’Aosta26,1%37,3%
Veneto17,1%37,2%
Toscana23,8%36,9%
Molise29,6%36,2%
Emilia Romagna18,1%35,0%
Marche11,4%34,7%
Puglia33,0%34,4%
Trentino Alto Adige11,6%30,9%
Friuli Venezia Giulia16,9%30,3%
Abruzzo24,5%29,7%
Liguria18,9%27,3%
Umbria16,5%15,4%
Italia27,4%38,7%
*Tasso di disoccupazione corretto in ragione dell’incremento degli inattivi causato dalla crisi,
verosimilmente i soggetti “sfiduciati”.


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SUD: DEPORTAZIONE INFINITA

Partigiani catturati.

di Gianni Lannes
Fonte: Su la Testa

I lager non sono un’invenzione dei nazisti: già 150 anni fa i Savoia, hanno massacrato in Piemonte e Lombardia migliaia di soldati borbonici, rei di non essersi sottomessi al loro dominio. Vi dice qualcosa Fenestrelle? In seguito, i savoiardi pensarono di estendere il trattamento all’intero Mezzogiorno recalcitrante. Comunque “i meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dall’Italia. In Patagonia, per esempio”. Non si tratta dell’ultima provocazione leghista delle rozze sanguisughe razziste Bossi e Borghezio. E’ una cosa seria ammantata ancora oggi dall’eterno segreto di Stato. Provate a fare richiesta di atti e documenti in materia al Ministero degli Esteri. Intenzioni e progetto portano la firma di un Presidente del Consiglio italiano: Luigi Federico Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese). Imperversa il 1868: l’Italia “unita” con la violenza, il saccheggio, l’inganno e il denaro dei massoni inglesi - certo non i Mille di Garibaldi - muove i suoi primi passi e deve affrontare il brigantaggio al Sud. Nemmeno la pena di morte senza processo (con la famigerata legge Pica) sembra dissuadere i briganti, vale a dire i partigiani dell’epoca che sempre più numerosi si riuniscono in bande. Così il governo italiano, avendo già sterminato interi paesi, compresi i neonati (ad esempio: a Casalduni e Pontelandolfo) decide di cambiare strategia: deportare i briganti e loro sostenitori dall’altra parte del globo terrestre, in modo da recidere affetti e rapporto con il territorio. Un progetto perseguito per oltre un decennio e che fallì solo per la ritrosia dei Paesi stranieri a cedere aree per impiantare mattatoi per meridionali italiani.

Partigiani Meridionali.
Deportazione di massa - Il piano di deportazione è scritto nero su bianco: il progetto delle «Guantanamo» di casa Savoia si rintraccia nei documenti diplomatici conservati all’Archivio storico della Farnesina. Secondo alcune carte seppellite dall’oblio, il presidente Menabrea provò prima a sondare gli inglesi, chiedendo loro un’area nel Mar Rosso, senza riuscirci. Quindi, il 16 settembre del 1868, il capo del governo italiano contatta il Ministro Della Croce a Buenos Aires, perché domandi al governo argentino la disponibilità di una zona «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro, che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia». Anche questo secondo tentativo, però, annega in un buco nell’acqua, perché tre mesi più tardi, il 10 dicembre, Menabrea è già all’opera per trovare soluzioni alternative. Contatta il console generale a Tunisi, Luigi Pinna, e gli chiede di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana». Ma anche i tunisini oppongono un no. A questo punto Menabrea ritorna alla carica con gli inglesi. Prima chiede loro di poter costruire un «carcere per meridionali» sull’isola di Socotra (tra la Somalia e lo Yemen), quindi domanda loro di farsi perlomeno da tramite con l’Olanda, perché conceda un’autorizzazione identica per un’area del Borneo. Menabrea e il governo italiano sono assolutamente convinti della necessità di deportare lontano dalla terra madre i criminali del Sud. Il senatore Giovanni Visconti Venosta, più volte ministro degli Esteri, incontrando il ministro d’Inghilterra sir Bartle Frere, si spingerà a dirgli: «Presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte».
È l’idea di abbandonare la famiglia, il Paese natale, il deterrente che il governo considera la carta giusta per sconfiggere la lotta contadina. Tanto più che in quegli anni sta nascendo il mito di alcune figure come Carmine Crocco (detto Donatelli) brigante che riesce a riunire intorno a sé una banda composta di almeno 2500 uomini e che viene visto come un eroe dalla popolazione locale e lo stratega imprendibile Michele Caruso di Torremaggiore.

Campi di concentramento
- Le istanze del governo italiano, però, cadono nel vuoto. Il 3 gennaio 1872 il governo inglese fa sapere di non vedere di buon occhio la creazione di un enorme centro penitenziario per i meridionali italiani. Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda si defila: concentrare criminali italiani in un luogo circoscritto viene visto come un problema per la sicurezza interna. Gli ultimi tentativi risalgono al 1873. Il lombardo Carlo Cadorna, Ministro a Londra, prende contatto con il conte Granville, Ministro degli Esteri inglese, ancora per il Borneo. E ancora una volta, da Londra, arriva un rifiuto. Nel frattempo, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».

Oltre il patibolo - Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il Ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti. Bisogna dunque pensare - disse il Ministro della neonata Italia - ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo». Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al Ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce». Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.

Sepolti vivi - Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (diretta da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al Ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari. A proposito della Marina Militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto, ma anche - secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» - «l’est dell’Australia». L’anarchico Giovanni Passannante che la sera del 17 novembre 1878 attenta con un temperino alla vita di Umberto I di Savoia, rimedia decenni di segregazione e torture fino a quando muore nel 1910 all’interno del manicomio di Montelupo Fiorentino. Il suo cranio ed il cervello sono stati esposti fino a qualche anno fa in un museo criminologico, ma ora riposano a Salvia di Lucania. I libri di storia tricolore dopo un secolo e mezzo ancora nascondono la verità. Chissà perché? Altro che “Unità d’Italia”: è in atto ancora la morte civile. Infatti, solo negli ultimi dieci anni, ben 700 mila giovani laureati sono stati costretti ad abbandonare il Sud. E anche se non vige più la pena di morte, va in scena la morte per pena. Ora basta: Su la testa…

Fonte: Su la Testa

Partigiani assasinati e fotografati come trofei.

Meridionali catalogati da Lombroso.

Cranio di Giovanni Passannante.



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Partigiani catturati.

di Gianni Lannes
Fonte: Su la Testa

I lager non sono un’invenzione dei nazisti: già 150 anni fa i Savoia, hanno massacrato in Piemonte e Lombardia migliaia di soldati borbonici, rei di non essersi sottomessi al loro dominio. Vi dice qualcosa Fenestrelle? In seguito, i savoiardi pensarono di estendere il trattamento all’intero Mezzogiorno recalcitrante. Comunque “i meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dall’Italia. In Patagonia, per esempio”. Non si tratta dell’ultima provocazione leghista delle rozze sanguisughe razziste Bossi e Borghezio. E’ una cosa seria ammantata ancora oggi dall’eterno segreto di Stato. Provate a fare richiesta di atti e documenti in materia al Ministero degli Esteri. Intenzioni e progetto portano la firma di un Presidente del Consiglio italiano: Luigi Federico Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese). Imperversa il 1868: l’Italia “unita” con la violenza, il saccheggio, l’inganno e il denaro dei massoni inglesi - certo non i Mille di Garibaldi - muove i suoi primi passi e deve affrontare il brigantaggio al Sud. Nemmeno la pena di morte senza processo (con la famigerata legge Pica) sembra dissuadere i briganti, vale a dire i partigiani dell’epoca che sempre più numerosi si riuniscono in bande. Così il governo italiano, avendo già sterminato interi paesi, compresi i neonati (ad esempio: a Casalduni e Pontelandolfo) decide di cambiare strategia: deportare i briganti e loro sostenitori dall’altra parte del globo terrestre, in modo da recidere affetti e rapporto con il territorio. Un progetto perseguito per oltre un decennio e che fallì solo per la ritrosia dei Paesi stranieri a cedere aree per impiantare mattatoi per meridionali italiani.

Partigiani Meridionali.
Deportazione di massa - Il piano di deportazione è scritto nero su bianco: il progetto delle «Guantanamo» di casa Savoia si rintraccia nei documenti diplomatici conservati all’Archivio storico della Farnesina. Secondo alcune carte seppellite dall’oblio, il presidente Menabrea provò prima a sondare gli inglesi, chiedendo loro un’area nel Mar Rosso, senza riuscirci. Quindi, il 16 settembre del 1868, il capo del governo italiano contatta il Ministro Della Croce a Buenos Aires, perché domandi al governo argentino la disponibilità di una zona «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro, che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia». Anche questo secondo tentativo, però, annega in un buco nell’acqua, perché tre mesi più tardi, il 10 dicembre, Menabrea è già all’opera per trovare soluzioni alternative. Contatta il console generale a Tunisi, Luigi Pinna, e gli chiede di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana». Ma anche i tunisini oppongono un no. A questo punto Menabrea ritorna alla carica con gli inglesi. Prima chiede loro di poter costruire un «carcere per meridionali» sull’isola di Socotra (tra la Somalia e lo Yemen), quindi domanda loro di farsi perlomeno da tramite con l’Olanda, perché conceda un’autorizzazione identica per un’area del Borneo. Menabrea e il governo italiano sono assolutamente convinti della necessità di deportare lontano dalla terra madre i criminali del Sud. Il senatore Giovanni Visconti Venosta, più volte ministro degli Esteri, incontrando il ministro d’Inghilterra sir Bartle Frere, si spingerà a dirgli: «Presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte».
È l’idea di abbandonare la famiglia, il Paese natale, il deterrente che il governo considera la carta giusta per sconfiggere la lotta contadina. Tanto più che in quegli anni sta nascendo il mito di alcune figure come Carmine Crocco (detto Donatelli) brigante che riesce a riunire intorno a sé una banda composta di almeno 2500 uomini e che viene visto come un eroe dalla popolazione locale e lo stratega imprendibile Michele Caruso di Torremaggiore.

Campi di concentramento
- Le istanze del governo italiano, però, cadono nel vuoto. Il 3 gennaio 1872 il governo inglese fa sapere di non vedere di buon occhio la creazione di un enorme centro penitenziario per i meridionali italiani. Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda si defila: concentrare criminali italiani in un luogo circoscritto viene visto come un problema per la sicurezza interna. Gli ultimi tentativi risalgono al 1873. Il lombardo Carlo Cadorna, Ministro a Londra, prende contatto con il conte Granville, Ministro degli Esteri inglese, ancora per il Borneo. E ancora una volta, da Londra, arriva un rifiuto. Nel frattempo, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».

Oltre il patibolo - Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il Ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti. Bisogna dunque pensare - disse il Ministro della neonata Italia - ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo». Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al Ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce». Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.

Sepolti vivi - Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (diretta da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al Ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari. A proposito della Marina Militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto, ma anche - secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» - «l’est dell’Australia». L’anarchico Giovanni Passannante che la sera del 17 novembre 1878 attenta con un temperino alla vita di Umberto I di Savoia, rimedia decenni di segregazione e torture fino a quando muore nel 1910 all’interno del manicomio di Montelupo Fiorentino. Il suo cranio ed il cervello sono stati esposti fino a qualche anno fa in un museo criminologico, ma ora riposano a Salvia di Lucania. I libri di storia tricolore dopo un secolo e mezzo ancora nascondono la verità. Chissà perché? Altro che “Unità d’Italia”: è in atto ancora la morte civile. Infatti, solo negli ultimi dieci anni, ben 700 mila giovani laureati sono stati costretti ad abbandonare il Sud. E anche se non vige più la pena di morte, va in scena la morte per pena. Ora basta: Su la testa…

Fonte: Su la Testa

Partigiani assasinati e fotografati come trofei.

Meridionali catalogati da Lombroso.

Cranio di Giovanni Passannante.



REGGIO. Anno giudiziario tra errori, pregiudizi e lo sputtanamento della Calabria e del Sud

di ALDO VARANO
Fonte: Zoomsud.it


- Dalle relazioni all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Reggio Calabria:

«I reati di ‘ndrangheta sono aumentati del 21%, mentre la densità mafiosa conta il 27 per cento della popolazione complessiva».

E ancora:

«… Una terra dove l’indice di densità criminale è stato stimato al 27% della popolazione, a fronte del 12% in Campania, del 10% in Sicilia, e del 2% in Puglia».

In Calabria di ‘ndranghetisti ce n’è un numero insopportabilmente alto. La loro attività e i loro servizi contribuiscono a bloccare, sporcare e devastare la Calabria. Wikipedia, che ha una dignitosa affidabilità, annota: «Secondo le forze dell’ordine in Calabria sono attualmente operanti circa 155 famiglia (definite ‘ndrine o cosche) che affiliano circa 6000 persone».



Il 27% di due milioni di abitanti, invece, preso alla lettera significa 570mila persone: più di tutti i calabresi dei 5 capoluoghi. Ma riferiamoci alla sola popolazione attiva e togliamo (il che è ingiusto) tutte le donne. Si resta comunque, oltre 200mila.

E’ su questi dati che sull’intero Mezzogiorno e soprattutto contro la Calabria si sta consumando in queste ore un massacro di inaudite proporzioni. Un massacro privo di precedenti storici se si considerano gli strumenti a disposizione della società globale. Non c’è giornale italiano, non c’è telegiornale, non c’è sito italiano ed europeo, non c’è giornale online, che non abbia riportato con grande evidenza il dato clamoroso e infamante di una Calabria persa col 27 per cento della popolazione composta dalla mafia. Da domani per voi, per noi che parliamo calabrese, sarà più difficile andare in giro per il mondo. E ci vorranno anni perché la ferita di queste ore possa rimarginarsi fino a sparire.

Appena ho letto l’Ansa sabato pomeriggio sono entrato in crisi: in Calabria quasi uno su tre, più di uno su quattro sono, siamo, figlio di Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Impossibile, mi ripetevo. Ho aspettato smentite e precisazioni. Nessuna.

Le cifre sono lì. Praticamente scolpite sui giornali e dalle parole che il web ripete ossessivamente su Fb. Chi vuole, a eterna vergogna di noi calabresi, le può riascoltare su youtube. Delinquenti, i calabresi. E delinquenti i campani, i siciliani. Si salvano, ancora a dimensione umana, solo i pugliesi. Neanche dagli ambienti più oscuri e inquietanti della Lega Nord erano mai arrivate analisi così dolorose.

Corriere, Stampa, Repubblica, Messaggero, Fatto quotidiano e tutti gli altri a chiosare e spiegare quale abisso sia stato raggiunto, quale sia la soglia del degrado in cui la Calabria è precipitata.

Nessuno, neanche uno, a dubitare. Uno che magari sbotta: «E’ impossibile. Mi pare una minchiata».

Tragico poi che tra tutti quegli uomini di legge presenti all’inaugurazione dell’anno giudiziario nessuno si sia impennato fino a chiedere chiarimenti, che abbia cercato di capire da dove possano essere emersi dati così terribili e irreversibili. Perché mai qualcuno, Governo compreso, dovrebbe investire o buttare quattrini in un pozzo di malaffare come questo?

Il colpevole sono io, mi sono detto. Sono calabrese e noi calabresi sottovalutiamo il fenomeno.

Del resto, migliaia di donne, ebrei, omosessuali, neri, stranieri non si sono pian piano convinti di essere loro il problema e non il pregiudizio degli altri?

Ho telefonato a un giornalista che era presente quando quelle frasi sono state scandite. Nessun dubbio: proprio quelle. Le ha scritte, come sempre, correttamente. «Rassegnati», mi sono detto.

Subito dopo ho telefonato a uno dei maggiori sociologi italiani. Uno studioso di razza con cattedra universitaria e decine e decine di libri e saggi pubblicati sull’argomento. Volevo mi spiegasse in quale misura, io calabrese, avevo perduto il rapporto con la realtà.

«IL 27? Non è possibile!», ha esordito. «Da dove viene fuori il dato? Quale istituto l’ha elaborato? Me lo dica lei. Io che mi occupo di queste cose da anni non l’ho mai incontrato. Neanche quelli che esagerano, i giornalisti che fanno i titoli, hanno mai sostenuto una cosa del genere».

Ha perduto la pazienza, il professore: «Guardi se in una società ci fosse una devianza mafiosa del 27% dovremmo elaborare un nuovo concetto di società per poterci raccapezzare e capire qualcosa. Non è importante chi l'ha detto: semplicemente, non è possibile». Una piccola pausa e come a chiudere la discussione: «Vede, è un dato pericoloso perché depista. Non può essere il risultato di una valutazione scientifica. Se si parte dal 27 tutto diventa inutile. Si fa confusione, non si capisce cosa sia la mafia e diventa impossibile elaborare una strategia specifica per sconfiggerla».

Ho tirato un sospiro di sollievo. Ma quanto valgono i giudizi del professore? Niente, meno di niente rispetto all’autorevole assemblea di ermellini e toghe di tutti i colori.

Nella testa avevo come un tamburo che batteva: 27%, 12%, 10% … E’ stato un fulmine improvviso: mi è scoppiato dentro il cuore e ho avuto paura. Ho iniziato a urlare: «La Dia, la Dia, certo, la Dia. Cazzo, se non è la Dia. Ed ero anche a Roma. Me lo ricordo: tra il 2006 il 2008». Ho iniziato una ricerca spasmodica. Non trovavo la relazione che per fortuna è saltata fuori da un sito, quello del professor Nicaso, l’intellettuale che scrive libri di mafia di gran successo assieme al Pm Gratteri. Raramente concordo con le sue valutazioni, ma viva Nicaso che (nel 2009) scriveva: «Secondo una recente relazione della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, la Calabria conta 155 cosche e circa 6.000 affiliati (grande wikipedia, ndr). Il rapporto tra popolazione/affiliati ai clan è del 2,7%. Nelle altre regioni il rapporto è rispettivamente di 1,2% in Campania, 1% in Sicilia e del 2% in Puglia».

Hanno sbagliato le virgole. Ecco cos’è successo! Hanno fatto saltare le virgole e ci stanno sputtanando in tutto il mondo. Il 2,7 è diventato 27; l’1,2 della Campania, il 12; l’1,0 della Sicilia, il 10. Si è salvata la Puglia perché aveva un numero intero.

Ora si tratta di capire quanto grande sia il pregiudizio di un’intera assemblea di magistrati e studiosi di diritto; di decine e decine di giornalisti tra i più quotati del paese che da anni scrivono articoli e libri di mafia; quanto grandi siano la paura e il terrore di uomini politici, parlamentari, sindaci, Governatori della Calabria, e non solo, che sono rimasti in silenzio o che hanno potuto credere che in Italia vi siano società in cui si vive col 27, il 12 o il 10 per cento di mafiosi portando gli «uomini del disonore» a cifre da eserciti d’invasione. Come ha fatto a non accorgersi nessuno che si trattava di una patacca?

Bisogna chiedersi, e bisognerà interrogarsi a lungo per capirlo, se non siano questi pregiudizi, questa disponibilità a credere e imboccare tutto con voracità religiosa, senza mai fare domande scomode, una delle ragioni per cui non riusciamo a liberarci della presenza devastante e ignobile della mafia, con il rischio che essa continui a corrodere le nostre società rendendole sempre più invivibili e perdute.

Fonte: Zoomsud.it

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di ALDO VARANO
Fonte: Zoomsud.it


- Dalle relazioni all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Reggio Calabria:

«I reati di ‘ndrangheta sono aumentati del 21%, mentre la densità mafiosa conta il 27 per cento della popolazione complessiva».

E ancora:

«… Una terra dove l’indice di densità criminale è stato stimato al 27% della popolazione, a fronte del 12% in Campania, del 10% in Sicilia, e del 2% in Puglia».

In Calabria di ‘ndranghetisti ce n’è un numero insopportabilmente alto. La loro attività e i loro servizi contribuiscono a bloccare, sporcare e devastare la Calabria. Wikipedia, che ha una dignitosa affidabilità, annota: «Secondo le forze dell’ordine in Calabria sono attualmente operanti circa 155 famiglia (definite ‘ndrine o cosche) che affiliano circa 6000 persone».



Il 27% di due milioni di abitanti, invece, preso alla lettera significa 570mila persone: più di tutti i calabresi dei 5 capoluoghi. Ma riferiamoci alla sola popolazione attiva e togliamo (il che è ingiusto) tutte le donne. Si resta comunque, oltre 200mila.

E’ su questi dati che sull’intero Mezzogiorno e soprattutto contro la Calabria si sta consumando in queste ore un massacro di inaudite proporzioni. Un massacro privo di precedenti storici se si considerano gli strumenti a disposizione della società globale. Non c’è giornale italiano, non c’è telegiornale, non c’è sito italiano ed europeo, non c’è giornale online, che non abbia riportato con grande evidenza il dato clamoroso e infamante di una Calabria persa col 27 per cento della popolazione composta dalla mafia. Da domani per voi, per noi che parliamo calabrese, sarà più difficile andare in giro per il mondo. E ci vorranno anni perché la ferita di queste ore possa rimarginarsi fino a sparire.

Appena ho letto l’Ansa sabato pomeriggio sono entrato in crisi: in Calabria quasi uno su tre, più di uno su quattro sono, siamo, figlio di Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Impossibile, mi ripetevo. Ho aspettato smentite e precisazioni. Nessuna.

Le cifre sono lì. Praticamente scolpite sui giornali e dalle parole che il web ripete ossessivamente su Fb. Chi vuole, a eterna vergogna di noi calabresi, le può riascoltare su youtube. Delinquenti, i calabresi. E delinquenti i campani, i siciliani. Si salvano, ancora a dimensione umana, solo i pugliesi. Neanche dagli ambienti più oscuri e inquietanti della Lega Nord erano mai arrivate analisi così dolorose.

Corriere, Stampa, Repubblica, Messaggero, Fatto quotidiano e tutti gli altri a chiosare e spiegare quale abisso sia stato raggiunto, quale sia la soglia del degrado in cui la Calabria è precipitata.

Nessuno, neanche uno, a dubitare. Uno che magari sbotta: «E’ impossibile. Mi pare una minchiata».

Tragico poi che tra tutti quegli uomini di legge presenti all’inaugurazione dell’anno giudiziario nessuno si sia impennato fino a chiedere chiarimenti, che abbia cercato di capire da dove possano essere emersi dati così terribili e irreversibili. Perché mai qualcuno, Governo compreso, dovrebbe investire o buttare quattrini in un pozzo di malaffare come questo?

Il colpevole sono io, mi sono detto. Sono calabrese e noi calabresi sottovalutiamo il fenomeno.

Del resto, migliaia di donne, ebrei, omosessuali, neri, stranieri non si sono pian piano convinti di essere loro il problema e non il pregiudizio degli altri?

Ho telefonato a un giornalista che era presente quando quelle frasi sono state scandite. Nessun dubbio: proprio quelle. Le ha scritte, come sempre, correttamente. «Rassegnati», mi sono detto.

Subito dopo ho telefonato a uno dei maggiori sociologi italiani. Uno studioso di razza con cattedra universitaria e decine e decine di libri e saggi pubblicati sull’argomento. Volevo mi spiegasse in quale misura, io calabrese, avevo perduto il rapporto con la realtà.

«IL 27? Non è possibile!», ha esordito. «Da dove viene fuori il dato? Quale istituto l’ha elaborato? Me lo dica lei. Io che mi occupo di queste cose da anni non l’ho mai incontrato. Neanche quelli che esagerano, i giornalisti che fanno i titoli, hanno mai sostenuto una cosa del genere».

Ha perduto la pazienza, il professore: «Guardi se in una società ci fosse una devianza mafiosa del 27% dovremmo elaborare un nuovo concetto di società per poterci raccapezzare e capire qualcosa. Non è importante chi l'ha detto: semplicemente, non è possibile». Una piccola pausa e come a chiudere la discussione: «Vede, è un dato pericoloso perché depista. Non può essere il risultato di una valutazione scientifica. Se si parte dal 27 tutto diventa inutile. Si fa confusione, non si capisce cosa sia la mafia e diventa impossibile elaborare una strategia specifica per sconfiggerla».

Ho tirato un sospiro di sollievo. Ma quanto valgono i giudizi del professore? Niente, meno di niente rispetto all’autorevole assemblea di ermellini e toghe di tutti i colori.

Nella testa avevo come un tamburo che batteva: 27%, 12%, 10% … E’ stato un fulmine improvviso: mi è scoppiato dentro il cuore e ho avuto paura. Ho iniziato a urlare: «La Dia, la Dia, certo, la Dia. Cazzo, se non è la Dia. Ed ero anche a Roma. Me lo ricordo: tra il 2006 il 2008». Ho iniziato una ricerca spasmodica. Non trovavo la relazione che per fortuna è saltata fuori da un sito, quello del professor Nicaso, l’intellettuale che scrive libri di mafia di gran successo assieme al Pm Gratteri. Raramente concordo con le sue valutazioni, ma viva Nicaso che (nel 2009) scriveva: «Secondo una recente relazione della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, la Calabria conta 155 cosche e circa 6.000 affiliati (grande wikipedia, ndr). Il rapporto tra popolazione/affiliati ai clan è del 2,7%. Nelle altre regioni il rapporto è rispettivamente di 1,2% in Campania, 1% in Sicilia e del 2% in Puglia».

Hanno sbagliato le virgole. Ecco cos’è successo! Hanno fatto saltare le virgole e ci stanno sputtanando in tutto il mondo. Il 2,7 è diventato 27; l’1,2 della Campania, il 12; l’1,0 della Sicilia, il 10. Si è salvata la Puglia perché aveva un numero intero.

Ora si tratta di capire quanto grande sia il pregiudizio di un’intera assemblea di magistrati e studiosi di diritto; di decine e decine di giornalisti tra i più quotati del paese che da anni scrivono articoli e libri di mafia; quanto grandi siano la paura e il terrore di uomini politici, parlamentari, sindaci, Governatori della Calabria, e non solo, che sono rimasti in silenzio o che hanno potuto credere che in Italia vi siano società in cui si vive col 27, il 12 o il 10 per cento di mafiosi portando gli «uomini del disonore» a cifre da eserciti d’invasione. Come ha fatto a non accorgersi nessuno che si trattava di una patacca?

Bisogna chiedersi, e bisognerà interrogarsi a lungo per capirlo, se non siano questi pregiudizi, questa disponibilità a credere e imboccare tutto con voracità religiosa, senza mai fare domande scomode, una delle ragioni per cui non riusciamo a liberarci della presenza devastante e ignobile della mafia, con il rischio che essa continui a corrodere le nostre società rendendole sempre più invivibili e perdute.

Fonte: Zoomsud.it

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Primavera Meridionale con Enzo Riccio su Leoncavallo Tv


http://www.ustream.tv/recorded/20118099

Con Roberto D'Alessandro il Segretario Organizzativo nazionale del Partito del Sud Enzo Riccio, nella trasmissione "Primavera Meridionale" andata in onda lunedì sera alle 21 in diretta su Leoncavallo Tv

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http://www.ustream.tv/recorded/20118099

Con Roberto D'Alessandro il Segretario Organizzativo nazionale del Partito del Sud Enzo Riccio, nella trasmissione "Primavera Meridionale" andata in onda lunedì sera alle 21 in diretta su Leoncavallo Tv

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lunedì 30 gennaio 2012

“La social card è iniqua”: Emiliano e De Magistris scrivono al governo

La nuova social card, prevista in via sperimentale dal Governo nel Dl semplificazioni, appare iniqua e discriminatoria perché non tiene conto del livello dei servizi sociali pubblici che nel Mezzogiorno è inadeguato e di gran lunga inferiore rispetto al resto del Paese”. Lo scrivono il sindaco di Napoli de Magistris e il sindaco di Bari Emiliano in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio Monti.

Sindaco_di_Bari_Emiliano_

La social card, infatti, “prevede ancora una volta ricariche differenziate in funzione del costo della vita nei comuni coinvolti dalla sperimentazione, in base alla considerazione – tecnicamente errata – che la vita sia più cara al Nord rispetto al Sud del nostro Paese, con un taglio del 27% per città come Napoli e Bari. Secondo i dati forniti da Il Sole 24 Ore, mentre nei comuni al Nord sarà assegnata una ricarica bimestrale da 110 a 274 euro, in quelli del Sud andrà da 80 a 212 euro”.

Eppure, si ricorda nella lettera, “numerose rilevazioni dimostrano invece che, a parità di prodotti acquistati, la spesa sia più cara nel Mezzogiorno a causa della diversa struttura distributiva e dei maggiori costi logistici. L’errore che sovente si commette sul costo della vita elaborato su base territoriale – prosegue il documento- consiste nel confrontare i prezzi non di prodotti identici, bensì i più venduti in ogni esercizio commerciale.

È ovvio allora che nel Mezzogiorno a causa del minore reddito disponibile si vendano maggiormente articoli a basso prezzo. E’ lo stesso Ministero dello Sviluppo economico, in una nota nell’Osservatorio prezzi, ad avvertire sull’uso improprio di tali raffronti territoriali. Confrontare i listini di prodotti di diversa qualità è un assurdo tecnico che oggi porta alla “svista” sulla social card e che un domani potrebbe portare a pensioni e prestazioni sociali differenziate”.

Per questo, concludono i due sindaci, “chiediamo un incontro sollecito per raggiungere soluzioni più vicine al meritorio obiettivo di sostenere le famiglie in disagio economico.

(Comunicato stampa Comune di Bari)

Fonte: Il Quotidiano italiano Bari


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La nuova social card, prevista in via sperimentale dal Governo nel Dl semplificazioni, appare iniqua e discriminatoria perché non tiene conto del livello dei servizi sociali pubblici che nel Mezzogiorno è inadeguato e di gran lunga inferiore rispetto al resto del Paese”. Lo scrivono il sindaco di Napoli de Magistris e il sindaco di Bari Emiliano in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio Monti.

Sindaco_di_Bari_Emiliano_

La social card, infatti, “prevede ancora una volta ricariche differenziate in funzione del costo della vita nei comuni coinvolti dalla sperimentazione, in base alla considerazione – tecnicamente errata – che la vita sia più cara al Nord rispetto al Sud del nostro Paese, con un taglio del 27% per città come Napoli e Bari. Secondo i dati forniti da Il Sole 24 Ore, mentre nei comuni al Nord sarà assegnata una ricarica bimestrale da 110 a 274 euro, in quelli del Sud andrà da 80 a 212 euro”.

Eppure, si ricorda nella lettera, “numerose rilevazioni dimostrano invece che, a parità di prodotti acquistati, la spesa sia più cara nel Mezzogiorno a causa della diversa struttura distributiva e dei maggiori costi logistici. L’errore che sovente si commette sul costo della vita elaborato su base territoriale – prosegue il documento- consiste nel confrontare i prezzi non di prodotti identici, bensì i più venduti in ogni esercizio commerciale.

È ovvio allora che nel Mezzogiorno a causa del minore reddito disponibile si vendano maggiormente articoli a basso prezzo. E’ lo stesso Ministero dello Sviluppo economico, in una nota nell’Osservatorio prezzi, ad avvertire sull’uso improprio di tali raffronti territoriali. Confrontare i listini di prodotti di diversa qualità è un assurdo tecnico che oggi porta alla “svista” sulla social card e che un domani potrebbe portare a pensioni e prestazioni sociali differenziate”.

Per questo, concludono i due sindaci, “chiediamo un incontro sollecito per raggiungere soluzioni più vicine al meritorio obiettivo di sostenere le famiglie in disagio economico.

(Comunicato stampa Comune di Bari)

Fonte: Il Quotidiano italiano Bari


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I terroni di Pino Aprile tornano a teatro

I Terroni di Pino Aprile sono ormai un vero caso letterario che è riuscito ad essere fonte di ispirazione anche per altri artisti. A dichiararlo recentemente è stata Fiorella Mannoia che ai meridionali del giornalista pugliese si è ispirata per il suo ultimo CD.

Ma prima della cantante romana era stato Roberto D’Alessandro a rivolgersi allo scrittore per avere i diritti teatrali e divulgare il testo di TERRONI. Chi, da meridionale, ha letto il testo non fatica a comprendere l’urgenza di D’Alessandro a fare arrivare al maggior numero di persone la (vera) Storia dell’Unità d’Italia, della sua economia e di quanto finora è stato colpevolmente taciuto dalla storiografia ufficiale sugli eccidi compiuti durante la così detta “lotta al brigantaggio”; sugli squilibri tra nord e sud su cui fu basata tutta l’economia del nascente Regno D’Italia; su come di fatto l’unità d’Italia fu un atto di conquista sleale e scorretto da parte del Piemonte a danno del Regno delle due Sicilie.

La forma scelta dagli autori per rappresentare il testo è quella tipica della scena cauntoutoriale impegnata, ovvero il teatro-camzone. Roberto D’Alessandro ha curato anche l’adattamento teatrale e la regia. Le canzoni (musica e parole) musiche sono di Eugenio Tassitano. L’appuntamento è dal 7 al 19 febbraio al Teatro dell’Angelo di Roma. I meridionali a Roma hanno un’occasione in più per conoscere di più e vergognarsi di meno della loro storia e tutti gli altri hanno un’occasione in più per abbattere i pregiudizi.

Fonte: Orastacco.com

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I Terroni di Pino Aprile sono ormai un vero caso letterario che è riuscito ad essere fonte di ispirazione anche per altri artisti. A dichiararlo recentemente è stata Fiorella Mannoia che ai meridionali del giornalista pugliese si è ispirata per il suo ultimo CD.

Ma prima della cantante romana era stato Roberto D’Alessandro a rivolgersi allo scrittore per avere i diritti teatrali e divulgare il testo di TERRONI. Chi, da meridionale, ha letto il testo non fatica a comprendere l’urgenza di D’Alessandro a fare arrivare al maggior numero di persone la (vera) Storia dell’Unità d’Italia, della sua economia e di quanto finora è stato colpevolmente taciuto dalla storiografia ufficiale sugli eccidi compiuti durante la così detta “lotta al brigantaggio”; sugli squilibri tra nord e sud su cui fu basata tutta l’economia del nascente Regno D’Italia; su come di fatto l’unità d’Italia fu un atto di conquista sleale e scorretto da parte del Piemonte a danno del Regno delle due Sicilie.

La forma scelta dagli autori per rappresentare il testo è quella tipica della scena cauntoutoriale impegnata, ovvero il teatro-camzone. Roberto D’Alessandro ha curato anche l’adattamento teatrale e la regia. Le canzoni (musica e parole) musiche sono di Eugenio Tassitano. L’appuntamento è dal 7 al 19 febbraio al Teatro dell’Angelo di Roma. I meridionali a Roma hanno un’occasione in più per conoscere di più e vergognarsi di meno della loro storia e tutti gli altri hanno un’occasione in più per abbattere i pregiudizi.

Fonte: Orastacco.com

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Oggi alle 21,00 in diretta streaming su www.leoncavallo.tv la trasmissione PRIMAVERA MERIDIONALE ospite in studio ENZO RICCIO


Segui la diretta web streaming ogni lunedì sera, 15 minuti di pillole meridionaliste, "Primavera meridionale". Stasera con Roberto D'Alessandro, ci sarà Enzo Riccio, Segretario Organizzativo nazionale del Partito del Sud.

Si parlerà dello spettacolo teatrale Terroni a Roma dal 7 febbraio, di meridionalismo e di Partito del Sud Collegati alle ore 21 alle diretta streaming su: www.leoncavallo.tv

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Segui la diretta web streaming ogni lunedì sera, 15 minuti di pillole meridionaliste, "Primavera meridionale". Stasera con Roberto D'Alessandro, ci sarà Enzo Riccio, Segretario Organizzativo nazionale del Partito del Sud.

Si parlerà dello spettacolo teatrale Terroni a Roma dal 7 febbraio, di meridionalismo e di Partito del Sud Collegati alle ore 21 alle diretta streaming su: www.leoncavallo.tv

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“Forum dei Comuni per i Beni Comuni”, l’Italia vista da Sud


L’evento del “Forum dei Comuni per i Beni Comuni” che si è svolto a Napoli il 28 gennaio 2012 potrebbe aver rappresentato il primo passo nello sviluppo di una nuova e importantissima traiettoria per il rilancio e il riscatto del Sud sia per la qualificata presenza di quattro affermati leader dei nostri territori, sia per la consapevolezza espressa nei loro interventi che il Sud non può beneficiare in alcun modo dal liberismo economico proposto dai poteri forti del Nord, rappresentati dall’attuale governo Monti e da quello precedente di Silvio Berlusconi e dei suoi alleati della Lega Nord.

Rileggendo gli interventi del governatore della Puglia Nichi Vendola, del sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, del sindaco di Bari, Michele Emiliano, e del nostro sindaco, Luigi de Magistris, e risentendo gli interventi dei rappresentanti dei pastori sardi e dei “forconi” siciliani durante la trasmissione di Michele Santoro del 26 gennaio 2012, Servizio Pubblico, quella della “fuga” dell’ex ministro leghista Roberto Castelli, si comprende che la lotta per il riscatto e per il rilancio del Sud non può essere disgiunta dalla lotta contro il liberismo economico e la politica dei sacrifici che l’attuale governo Monti sta portando avanti.

Il nostro sindaco ha ricordato che “questo esecutivo è un arroccamento dei poteri forti contro le istanze di cambiamento che provengono dalla società. Le politiche di Monti sono quelle di Berlusconi, mentre da qui, dal nostro esempio di democrazia partecipativa e dal basso, devono nascere modelli economici alternativi al liberismo”. Il sindaco di Bari, Michele Emiliano, è stato particolarmente critico nei confronti del suo stesso partito, il Partito democratico, che è sempre più ancorato su posizioni nord-centriche e liberiste, affermando che “noi siamo qui e vediamo il mondo da sud. Ed ascoltare il vice segretario del mio partito che dice che le liberalizzazioni di Monti, ovvero qualche taxi in più e qualche farmacia aperta qualche ore in più, sono ‘l’inizio del risorgimento italiano’, mi fa pensare che forse siamo nella confusione delle parole. Io dico no a un sistema che vuole distruggere meccanismi che abbiamo costruito con lacrime e sangue. E credo che dobbiamo utilizzare un modello di partecipazione diverso da quello penoso dei tesseramenti”.

La richiesta di cambiamento che proviene dal Sud ha colto di sorpresa il governo, i partiti nazionali e anche gli osservatori più attenti. Mentre va avanti la campagna dei media per squalificare sia i movimenti sia le richieste che provengono dal Sud, insinuando presenze mafiose, malavitose e d’interessi speciali, o accusando il Sud di “piagnistei”, la protesta dilaga e coinvolge sempre più cittadini, di tutte le estrazioni sociali, dagli operai agli agricoltori, dai disoccupati agli imprenditori, fino agli studenti. Nelle proteste siciliane sono sempre più presenti le bandiere con la trinacria mentre in Sardegna gli operai sventolano la bandiera con i quattro mori. I sindacati e i partiti nazionali sembrerebbero allo sbando al Sud, e in particolare sembra che i partiti della sinistra, da quella moderata alla più radicale non siano capaci di svolgere un ruolo di guida dei movimenti di piazza, quelli delle piazze del Sud, forse perché da tanti, troppi anni, manca completamente in questi partiti il tema “Sud”.

Diversi esponenti del Partito del Sud sono intervenuti durante l’evento – il resoconto della giornata si può leggere sul blog del Partito del Sud di Napoli e nell’articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” on line del 29 gennaio 2012.

Fonte: Partito del Sud - Napoli

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L’evento del “Forum dei Comuni per i Beni Comuni” che si è svolto a Napoli il 28 gennaio 2012 potrebbe aver rappresentato il primo passo nello sviluppo di una nuova e importantissima traiettoria per il rilancio e il riscatto del Sud sia per la qualificata presenza di quattro affermati leader dei nostri territori, sia per la consapevolezza espressa nei loro interventi che il Sud non può beneficiare in alcun modo dal liberismo economico proposto dai poteri forti del Nord, rappresentati dall’attuale governo Monti e da quello precedente di Silvio Berlusconi e dei suoi alleati della Lega Nord.

Rileggendo gli interventi del governatore della Puglia Nichi Vendola, del sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, del sindaco di Bari, Michele Emiliano, e del nostro sindaco, Luigi de Magistris, e risentendo gli interventi dei rappresentanti dei pastori sardi e dei “forconi” siciliani durante la trasmissione di Michele Santoro del 26 gennaio 2012, Servizio Pubblico, quella della “fuga” dell’ex ministro leghista Roberto Castelli, si comprende che la lotta per il riscatto e per il rilancio del Sud non può essere disgiunta dalla lotta contro il liberismo economico e la politica dei sacrifici che l’attuale governo Monti sta portando avanti.

Il nostro sindaco ha ricordato che “questo esecutivo è un arroccamento dei poteri forti contro le istanze di cambiamento che provengono dalla società. Le politiche di Monti sono quelle di Berlusconi, mentre da qui, dal nostro esempio di democrazia partecipativa e dal basso, devono nascere modelli economici alternativi al liberismo”. Il sindaco di Bari, Michele Emiliano, è stato particolarmente critico nei confronti del suo stesso partito, il Partito democratico, che è sempre più ancorato su posizioni nord-centriche e liberiste, affermando che “noi siamo qui e vediamo il mondo da sud. Ed ascoltare il vice segretario del mio partito che dice che le liberalizzazioni di Monti, ovvero qualche taxi in più e qualche farmacia aperta qualche ore in più, sono ‘l’inizio del risorgimento italiano’, mi fa pensare che forse siamo nella confusione delle parole. Io dico no a un sistema che vuole distruggere meccanismi che abbiamo costruito con lacrime e sangue. E credo che dobbiamo utilizzare un modello di partecipazione diverso da quello penoso dei tesseramenti”.

La richiesta di cambiamento che proviene dal Sud ha colto di sorpresa il governo, i partiti nazionali e anche gli osservatori più attenti. Mentre va avanti la campagna dei media per squalificare sia i movimenti sia le richieste che provengono dal Sud, insinuando presenze mafiose, malavitose e d’interessi speciali, o accusando il Sud di “piagnistei”, la protesta dilaga e coinvolge sempre più cittadini, di tutte le estrazioni sociali, dagli operai agli agricoltori, dai disoccupati agli imprenditori, fino agli studenti. Nelle proteste siciliane sono sempre più presenti le bandiere con la trinacria mentre in Sardegna gli operai sventolano la bandiera con i quattro mori. I sindacati e i partiti nazionali sembrerebbero allo sbando al Sud, e in particolare sembra che i partiti della sinistra, da quella moderata alla più radicale non siano capaci di svolgere un ruolo di guida dei movimenti di piazza, quelli delle piazze del Sud, forse perché da tanti, troppi anni, manca completamente in questi partiti il tema “Sud”.

Diversi esponenti del Partito del Sud sono intervenuti durante l’evento – il resoconto della giornata si può leggere sul blog del Partito del Sud di Napoli e nell’articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” on line del 29 gennaio 2012.

Fonte: Partito del Sud - Napoli

L’Italia aderisce all’Acta: a rischio libertà della rete

Enrico Piovesana

“Immagina il tuo internet provider che controlla tutto ciò che fai online. Immagina farmaci generici, che potrebbero salvare delle vite, messi al bando. Immagina semi che potrebbero nutrire migliaia di persone tenuti bloccati nel nome dei brevetti? Tutto questo diventerà realtà con Acta: l’accordo commerciale anti-contraffazione negoziato in segreto da 39 Paesi”.

Dal 26 gennaio questa inquietante prospettiva, descritta in un video di denuncia che circola in rete*, da giovedì ha iniziato a tradursi in realtà. Giovedì scorso a Tokyo i rappresentanti di 22 Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno firmato l’adesione all’Acta, che dovrà essere ratificata l’11 giugno dal Parlamento europeo. Usa, Cana, Giappone, Australia e altri hanno già aderito lo scorso ottobre. Per l’Italia, a nome del ministro degli Esteri ‘tecnico’ Giulio Terzi, la firma è stata apposta dall’ambasciatore Vincenzo Petrone.

Di questo ‘monstrum’ legislativo internazionale si è parlato molto poco (il testo dell’accordo è rimasto segreto per un anno e mezzo, inaccessibile perfino al Parlamento europeo) nonostante le pesanti limitazioni che, una volta in vigore, esso avrà sulla privacy e la libertà degli utenti di internet e sul diritto alla salute e al cibo: diritti fondamentali che verranno sacrificati in nome della tutela dei diritti d’autore e dei brevetti gestiti dalle multinazionali dell’industria musicale, cinematogarfica, farmaceutica e agroalimentare. In una parola, in nome del profitto.

Non è un caso che, in coincidenza con la firma di Tokyo, il relatore dell’Acta per il Parlamento europeo, l’europarlamentare socialista francese Kader Arif, si sia clamorosamente dissociato e dimesso dal suo incarico, “allertando l’opinione pubblica” e denunciando “nel modo più vivo” la “mancanza di trasparenza nei negoziati” che hanno portato a un accordo che “può avere grosse conseguenze sulla vita dei nostri concittadini” e che “pone problemi per l’impatto sulle libertà civili, per le responsabilità che si fanno gravare sui provider, per le conseguenze che avrà sulla fabbricazione di medicinali generici”.

Grandi Ong internazionali, come Oxfam e Action Aid, hanno pubblicamente denunciato il devastante impatto che l’Acta avrebbe sulla produzione e commercializzazione di farmaci e vaccini generici a basso costo, massicciamente utilizzati nei Paesi poveri. Stesso discorso per la libertà di utilizzo di sementi e prodotti agricoli brevettate dalle multinazionali del settore.

Ma l’effetto dell’Acta che tocca più da vicino i cittadini italiani ed europei riguarda la privacy e la libertà degli utenti di internet. L’accordo, infatti, rende le aziende che offrono accesso alla rete (in Italia, ad esempio, Telecom, Vodafone, Infostrada, Tiscali, Tele2, Fastweb, ecc.) legalmente responsabili per ciò che fanno i loro utenti online non di fronte alla magistratura nazionale, ma di fronte alle multinazionali titolari di diritti d’autore.

A questi soggetti privati l’Acta riconosce il potere di agire direttamente, senza autorizzazione di un giudice, a tutela dei propri interessi commerciali, facendosi consegnare dai provider informazioni per l’identificazione dei loro utenti sospettati di violazione del copyright. In quanto legalmente corresponsabili della condotta dei loro utenti, i provider saranno spinti a monitorare preventivamente e costantemente l’attività di tutti i loro utenti.

Ricorrendo a sistemi di filtraggio degni delle peggiori dittature, le aziende che offrono accesso alla rete si trasformeranno così in poliziotti del web al sevizio delle multinazionali titolari dei diritti, censurando le proprie reti per evitare guai legali, con evidenti conseguenze sulla riservatezza e la libertà di espressione degli utenti.

L’accordo Acta è, in sostanza, la versione globale delle proposte di legge statunitensi Sopa e Pipa (contro cui lo scorso 18 gennaio è stato indetto il primo sciopero del web della storia), con l’aggravante di riguardare anche i brevetti farmaceutici e agroalimentari e di essere stato negoziato senza alcuna trasparenza, il che non è mai un buon segnale.

L’adesione all’Acta dei Paesi europei ha scatenato proteste in rete (in Italia Agorà Digitale ha lanciato una petizione online). Solo in Polonia la mobilitazione è uscita dal mondo virtuale con grandi manifestazioni di piazza e un’originale iniziativa dei parlamentari dell’opposizione di sinistra, che hanno indossato in aula maschere di V per Vendetta.

Fonte: http://www.eilmensile.it/2012/01/28/litalia-aderisce-allacta-a-rischio-liberta-della-rete/


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Enrico Piovesana

“Immagina il tuo internet provider che controlla tutto ciò che fai online. Immagina farmaci generici, che potrebbero salvare delle vite, messi al bando. Immagina semi che potrebbero nutrire migliaia di persone tenuti bloccati nel nome dei brevetti? Tutto questo diventerà realtà con Acta: l’accordo commerciale anti-contraffazione negoziato in segreto da 39 Paesi”.

Dal 26 gennaio questa inquietante prospettiva, descritta in un video di denuncia che circola in rete*, da giovedì ha iniziato a tradursi in realtà. Giovedì scorso a Tokyo i rappresentanti di 22 Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno firmato l’adesione all’Acta, che dovrà essere ratificata l’11 giugno dal Parlamento europeo. Usa, Cana, Giappone, Australia e altri hanno già aderito lo scorso ottobre. Per l’Italia, a nome del ministro degli Esteri ‘tecnico’ Giulio Terzi, la firma è stata apposta dall’ambasciatore Vincenzo Petrone.

Di questo ‘monstrum’ legislativo internazionale si è parlato molto poco (il testo dell’accordo è rimasto segreto per un anno e mezzo, inaccessibile perfino al Parlamento europeo) nonostante le pesanti limitazioni che, una volta in vigore, esso avrà sulla privacy e la libertà degli utenti di internet e sul diritto alla salute e al cibo: diritti fondamentali che verranno sacrificati in nome della tutela dei diritti d’autore e dei brevetti gestiti dalle multinazionali dell’industria musicale, cinematogarfica, farmaceutica e agroalimentare. In una parola, in nome del profitto.

Non è un caso che, in coincidenza con la firma di Tokyo, il relatore dell’Acta per il Parlamento europeo, l’europarlamentare socialista francese Kader Arif, si sia clamorosamente dissociato e dimesso dal suo incarico, “allertando l’opinione pubblica” e denunciando “nel modo più vivo” la “mancanza di trasparenza nei negoziati” che hanno portato a un accordo che “può avere grosse conseguenze sulla vita dei nostri concittadini” e che “pone problemi per l’impatto sulle libertà civili, per le responsabilità che si fanno gravare sui provider, per le conseguenze che avrà sulla fabbricazione di medicinali generici”.

Grandi Ong internazionali, come Oxfam e Action Aid, hanno pubblicamente denunciato il devastante impatto che l’Acta avrebbe sulla produzione e commercializzazione di farmaci e vaccini generici a basso costo, massicciamente utilizzati nei Paesi poveri. Stesso discorso per la libertà di utilizzo di sementi e prodotti agricoli brevettate dalle multinazionali del settore.

Ma l’effetto dell’Acta che tocca più da vicino i cittadini italiani ed europei riguarda la privacy e la libertà degli utenti di internet. L’accordo, infatti, rende le aziende che offrono accesso alla rete (in Italia, ad esempio, Telecom, Vodafone, Infostrada, Tiscali, Tele2, Fastweb, ecc.) legalmente responsabili per ciò che fanno i loro utenti online non di fronte alla magistratura nazionale, ma di fronte alle multinazionali titolari di diritti d’autore.

A questi soggetti privati l’Acta riconosce il potere di agire direttamente, senza autorizzazione di un giudice, a tutela dei propri interessi commerciali, facendosi consegnare dai provider informazioni per l’identificazione dei loro utenti sospettati di violazione del copyright. In quanto legalmente corresponsabili della condotta dei loro utenti, i provider saranno spinti a monitorare preventivamente e costantemente l’attività di tutti i loro utenti.

Ricorrendo a sistemi di filtraggio degni delle peggiori dittature, le aziende che offrono accesso alla rete si trasformeranno così in poliziotti del web al sevizio delle multinazionali titolari dei diritti, censurando le proprie reti per evitare guai legali, con evidenti conseguenze sulla riservatezza e la libertà di espressione degli utenti.

L’accordo Acta è, in sostanza, la versione globale delle proposte di legge statunitensi Sopa e Pipa (contro cui lo scorso 18 gennaio è stato indetto il primo sciopero del web della storia), con l’aggravante di riguardare anche i brevetti farmaceutici e agroalimentari e di essere stato negoziato senza alcuna trasparenza, il che non è mai un buon segnale.

L’adesione all’Acta dei Paesi europei ha scatenato proteste in rete (in Italia Agorà Digitale ha lanciato una petizione online). Solo in Polonia la mobilitazione è uscita dal mondo virtuale con grandi manifestazioni di piazza e un’originale iniziativa dei parlamentari dell’opposizione di sinistra, che hanno indossato in aula maschere di V per Vendetta.

Fonte: http://www.eilmensile.it/2012/01/28/litalia-aderisce-allacta-a-rischio-liberta-della-rete/


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domenica 29 gennaio 2012

Pino Aprile a Napoli, Lunedì 30/01/2012. Interverrà de Magistris

Vincenzo Onorato e la Scuola Vela Mascalzone Latino, in collaborazione con TechnologyBIZ
presentazione del libro di
Pino Aprile "GIU' AL SUD" - Perché i terroni salveranno l'Italia
che si terrà lunedi 30 gennaio alle ore 18,00 presso la sede di Via Acton 1 a Napoli.
Per l'occasione, oltre all'autore
interverrà il Sindaco Luigi de Magistris.









PINO APRILE


A NAPOLI !









Fonte: vito@technologybiz.it

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Vincenzo Onorato e la Scuola Vela Mascalzone Latino, in collaborazione con TechnologyBIZ
presentazione del libro di
Pino Aprile "GIU' AL SUD" - Perché i terroni salveranno l'Italia
che si terrà lunedi 30 gennaio alle ore 18,00 presso la sede di Via Acton 1 a Napoli.
Per l'occasione, oltre all'autore
interverrà il Sindaco Luigi de Magistris.









PINO APRILE


A NAPOLI !









Fonte: vito@technologybiz.it

Report sull' eccezionale e partecipato consenso all'evento del "Forum per i Beni Comuni"

GRANDE SUCCESSO DEL "FORUM dei Comuni per i Beni Comuni" tenutosi ieri, Sabato 28/01/2012 a Napoli organizzato dal sindaco Luigi de Magistris ed il Comune di Napoli.





Partecipazione eccezionale con oltre 1.500 iscrizioni on line e altrettante registrazioni avvenute in mattinata al Teatro Politeama di Napoli entro le ore 10,00.

Alle 11,00 vi è stata la presentazione dell'evento dell'assessore Lucarelli (promotore dell'evento) e della giornalista Norma Rangeri de "il Manifesto", che ha evidenziato l'esigenza della nascita d'una nuova formazione progressista che si sostituisca all'inefficienza degli attuali partiti per vincere e incanalare verso una politica più partecipata alle prossime elezioni nazionali.

Alle 12,00 sono iniziati i lavori c/o il Maschio Angioino e Palazzo S.Giacomo (sede del Comune di Napoli) dei 4 tavoli - Economia, Welfare, Beni Comuni, Ambiente - diretti dagli assessori Realfonzo, D'Angelo, Lucarelli e dal Vice Sindaco Sodano, con un affollatissima partecipazione di cittadini ed esponenti di movimenti e associazioni, e decine d'interventi.

Alle 17,30 si è tornati al Teatro Politeama (gremito al limite) per gli interventi di chiusura. Presenti sul palco Antonio De Falco (operaio e sindacalista a Pomigliano d'Arco della Fiom), Nichi Vendola, il sindaco di Cagliari Zedda e quello di Bari Emiliano, oltre a Luigi de Magistris nella veste anche di conduttore. Presenti in teatro il segretario della Federazione della Sinistra Ferrero e dei Verdi Bonelli, gli assessori Marco Esposito e Luigi De Falco, oltre all'intero e giovane staff dei collaboratori del sindaco.

Veloce relazione iniziale degli assessori e del Vice Sindaco sull'esito partecipativo e propositivo dei lavori svoltisi a 4 tavoli. Toccante intervento del rappresentante Fiom, che s'è dovuto interrompere per la forte commozione nel riportare e leggere lettere d'altri operai col racconto di vessazioni e coercizioni al limite dell'incredibile subite in fabbrica col nuovo "sistema" Marchionne. Il sindaco col suo abbraccio e un affettuosa carezza e l'applauso di tutti presenti all'impiedi hanno voluto partecipare vicinanza e sostegno al De Falco.

Intervento vibrante di Nichi Vendola sui temi dei beni comuni e d'una politica staccata dalle esigenze del popolo. Il giovane sindaco cagliaritano Zedda ha evidenziato come si stia smantellando giorno dopo giorno lo stato sociale, il welfare e le conquiste di decenni. Michele Emiliano ha parlato d'un Sud inascoltato ed ha sottolineato che proprio dal Meridione partiranno proposte e contributi. Ha chiuso Luigi de Magistris parlando di nuovi modelli economici, d'esempi (come in questo Forum) di una nuova politica che parta dal basso, dell'interesse e l'esigenza di ascoltare il popolo e non i dirigenti di partiti, pur rispettandone e preservandone la loro legittimità. L'auspicio finale, seguendo la richiesta di Emiliano, di trovare una formula in pochi mesi che porti a vincere la prossima competizione nazionale. Il tutto partendo da Sud, sull'esempio di Napoli.

Il PARTITO DEL SUD è stato presente e partecipe anche ai tavoli di lavoro, con il co/Segretario Nazionale Andrea Balìa, gli esponenti del Direttivo Campano Emiddio de Franciscis e Francesco Menna, nostri iscritti della sezione Flegrea come Duilio Marolda, di Caserta tra cui il responsabile Tony De Falco e il giovane Luca Cristiano e altri ancora.

A termine dell'evento c'è stato un veloce ma cordiale colloquio con Michele Emiliano con cui s'è concordato un incontro a breve a Bari, conclusosi con le sue parole : " V'aspetto, il treno sta partendo..."



Partito del Sud - Napoli

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GRANDE SUCCESSO DEL "FORUM dei Comuni per i Beni Comuni" tenutosi ieri, Sabato 28/01/2012 a Napoli organizzato dal sindaco Luigi de Magistris ed il Comune di Napoli.





Partecipazione eccezionale con oltre 1.500 iscrizioni on line e altrettante registrazioni avvenute in mattinata al Teatro Politeama di Napoli entro le ore 10,00.

Alle 11,00 vi è stata la presentazione dell'evento dell'assessore Lucarelli (promotore dell'evento) e della giornalista Norma Rangeri de "il Manifesto", che ha evidenziato l'esigenza della nascita d'una nuova formazione progressista che si sostituisca all'inefficienza degli attuali partiti per vincere e incanalare verso una politica più partecipata alle prossime elezioni nazionali.

Alle 12,00 sono iniziati i lavori c/o il Maschio Angioino e Palazzo S.Giacomo (sede del Comune di Napoli) dei 4 tavoli - Economia, Welfare, Beni Comuni, Ambiente - diretti dagli assessori Realfonzo, D'Angelo, Lucarelli e dal Vice Sindaco Sodano, con un affollatissima partecipazione di cittadini ed esponenti di movimenti e associazioni, e decine d'interventi.

Alle 17,30 si è tornati al Teatro Politeama (gremito al limite) per gli interventi di chiusura. Presenti sul palco Antonio De Falco (operaio e sindacalista a Pomigliano d'Arco della Fiom), Nichi Vendola, il sindaco di Cagliari Zedda e quello di Bari Emiliano, oltre a Luigi de Magistris nella veste anche di conduttore. Presenti in teatro il segretario della Federazione della Sinistra Ferrero e dei Verdi Bonelli, gli assessori Marco Esposito e Luigi De Falco, oltre all'intero e giovane staff dei collaboratori del sindaco.

Veloce relazione iniziale degli assessori e del Vice Sindaco sull'esito partecipativo e propositivo dei lavori svoltisi a 4 tavoli. Toccante intervento del rappresentante Fiom, che s'è dovuto interrompere per la forte commozione nel riportare e leggere lettere d'altri operai col racconto di vessazioni e coercizioni al limite dell'incredibile subite in fabbrica col nuovo "sistema" Marchionne. Il sindaco col suo abbraccio e un affettuosa carezza e l'applauso di tutti presenti all'impiedi hanno voluto partecipare vicinanza e sostegno al De Falco.

Intervento vibrante di Nichi Vendola sui temi dei beni comuni e d'una politica staccata dalle esigenze del popolo. Il giovane sindaco cagliaritano Zedda ha evidenziato come si stia smantellando giorno dopo giorno lo stato sociale, il welfare e le conquiste di decenni. Michele Emiliano ha parlato d'un Sud inascoltato ed ha sottolineato che proprio dal Meridione partiranno proposte e contributi. Ha chiuso Luigi de Magistris parlando di nuovi modelli economici, d'esempi (come in questo Forum) di una nuova politica che parta dal basso, dell'interesse e l'esigenza di ascoltare il popolo e non i dirigenti di partiti, pur rispettandone e preservandone la loro legittimità. L'auspicio finale, seguendo la richiesta di Emiliano, di trovare una formula in pochi mesi che porti a vincere la prossima competizione nazionale. Il tutto partendo da Sud, sull'esempio di Napoli.

Il PARTITO DEL SUD è stato presente e partecipe anche ai tavoli di lavoro, con il co/Segretario Nazionale Andrea Balìa, gli esponenti del Direttivo Campano Emiddio de Franciscis e Francesco Menna, nostri iscritti della sezione Flegrea come Duilio Marolda, di Caserta tra cui il responsabile Tony De Falco e il giovane Luca Cristiano e altri ancora.

A termine dell'evento c'è stato un veloce ma cordiale colloquio con Michele Emiliano con cui s'è concordato un incontro a breve a Bari, conclusosi con le sue parole : " V'aspetto, il treno sta partendo..."



Partito del Sud - Napoli

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