sabato 10 dicembre 2011

Società finanziarie e industria nel Regno delle Due Sicilie ( Pietrarsa e Mongiana)

CAPITOLO III

Società finanziarie

Nel 1818 nacque la Società Napolitana di Assicurazione per i rischi marittimi il cui capitale arrivò a 110.000 ducati, diviso tra 1100 azionisti.. Nel 1823 cominciò la concorrenza: nacque la Compagnia del Commercio di Napoli con capitale di 100.000 ducati; nel 1825 fu fondata a Meta di Sorrento la Compagnia di Associazione e Cambi Marittimi del Piano di Sorrento con capitale sociale di 30.600 ducati, poi portato a 40.000. Nel 1826 nacque la Compagnia Partenopea con 40.000 ducati di capitale. Sempre a Meta nacque la Prima Compagnia Metese di Assicurazioni Marittime con capitale iniziale di 18.000 ducati successivamente elevato a 30.000 diviso fra 63 azionisti. Nel 1829, a Napoli, fu fondata la Compagnia per i Rischi Marittimi con capitale di 50.000 ducati e la Società Tontina per i Rischi Marittimi con capitale di 75.000 ducati. Nel 1831 sempre a Meta di Sorrento nacque la Seconda Compagnia Metese di Assicurazione e Rischi marittimi con capitale di 47.000. Dal 1818 al 1831 furono 552.000 i ducati investiti in compagnie di assicurazioni e cambi marittimi. Oggi non esistono più società di assicurazioni meridionali. Tutte del nord, divise tra Genova, Trieste, Milano, Torino e Bologna. Parlare di tutte le società nate tra il 1815 e il 1860 sarebbe cosa ardua, ma possiamo affermare con certezza che il Regno delle Due Sicilie stava strabiliando il mondo mentre in Piemonte e in Lombardia si moriva di pellagra e di inedia. Nel 1826 fu fondata la Cassa di Conservazione delle Rendite dei Beni Fondi del Regno delle Due Sicilie e la Compagnia di Assicurazione contro gli Incendi. Nel 1827 nacquero la Cassa Rurale, la Cassa di Risparmio di Napoli e la Banca Fruttuaria che aveva un capitale di 600.000 ducati diviso in 10.000 azioni e fu la prima banca specializzata negli investimenti industriali, la Compagnia Tipografica con capitale di 50.000 ducati. Grande sviluppo ebbe la Società di Assicurazioni Diverse istituita nel 1825 con capitale di 500.000 ducati diviso in 500 azioni; detta compagnia stupulava polizze su tutto: sulla vita, sulla sopravvivenza, sui vitalizi, sugli incendi, ed inoltre anticipava denaro agli impiegati statali. Nel 1833, nel giro di pochi mesi sorsero le seguenti compagnie: la Società Enologica, con capitali di 60.000 ducati iniziali poi raddoppiati; la Società Industriale Partenopea con 600.000 ducati di capitali; la Economica Commerciale, la Compagnia Sebezia con capitale di 1.000.000 di ducati, promotrice delle industrie nazionali; la Compagnia di assicurazioni generali del Sebeto, con capitale di 60.000 ducati; la Compagnia Commerciale di assicurazioni, con capitale di 400.000 ducati; la Società di circolazione e garanzia, con capitale di 400.000 ducati; nacque una Compagnia d’Industria e belle arti, con capitale di 60.000 ducati che riuscì ad appaltare la costruzione del teatro San Carlo come pure dello stesso tipo nacuero una Compagnia di manutenzione ed un’altra di Edilizia con capitale di 300 mila ducati. Nel 1834 nacque la Banca del Tavoliere con un capitale di 2.500.000 di ducati. Ludovico Bianchini, dall’opera del quale abbiamo attinto questi dati così si espresse a proposito dello scoppiettare di tanta energia:”...E fu spettacolo veramente singolare in quei giorni che bastava render noto per le stampe gli statuti di siffatte compagnie, perché grandissimo numero di persone corresse ad associarvisi acquistando le azioni...”.( Ludovico Bianchini, Ibidem, pag 613)

Capitali esteri affluivano nel Reame e l’industria tutta ne godeva benefici incommensurabili. Tali capitali, favoriti dalla politica moderatamente protezionistica voluta da Ferdinando II, non fecero che rendere più ricco e prospero il Regno e rafforzare la sua indipendenza; era così liberista, per i tempi, il sistema ferdinandeo che persino Lord Peel, al Parlamento inglese, elogiò il Governo napolitano.

L’industria metallurgica

Nel 1860 il fulcro dell’industria italiana non era la FIAT di Torino che non esisteva, né la Pirelli di Milano e nemmeno il triangolo industriale padano nato dopo le vicende risorgimentali col sangue e con i soldi meridionali. Nel 1860 il Nord era alla bancarotta totale mentre nel Regno delle Due Sicilie tutti o quasi lavoravano e producevano ricchezza. Quando Garibaldi giunse a Napoli trovò una montagna di danaro: banche stracolme d’oro, d’argento e soldi contanti, conventi ricchissimi. Milioni di ducati alla mercè del pirata dei due mondi. Ebbene, nel 1860, il fulcro, il volano dell’economia italiana risiedeva nel tanto vituperato Sud dei Borbone, nel Regno delle Due Sicilie. Tre colossi, tutti statali, erano la punta di diamante del nascente assetto industriale napolitano: il Reale Opificio di Pietrarsa, il Real Stabilimento di Mongiana in Calabria e i Cantieri Navali di Castellammare di Stabia. L’ Opificio di Pietrarsa fu voluto nel 1840 da Ferdinando II, tra San Giovanni a Teduccio e Portici, per sottrarsi allo strapotere industriale britannico. Angelo Mangone così ci descrive la più grande fabbrica italiana del tempo:”…lo stabilimento di Pietrarsa si ampliò rapidamente potenziando le officine meccaniche, cui si aggiunse nel 1853-54 una grande ferriera intitolata all’Ischitella.

La produzione all’inizio si articolò su caldaie e motrici a vapore, come il complesso da 300 HP nominali e 900 effettivi per le pirofregate > e >, macchine a vapore da 12Hp per le Officine della Marina e dell’Artiglieria e per le pompe del bacino di raddobbo; locomotive complete su sistema> successivamente migliorato per le Ferrovie, cosicchè fino al 1853 erano state prodotte 6 locomotive[…]; negli anni successivi il continuo potenziamento e continuo ammodernamento degli impianti portarono alla produzione di due ed anche tre locomotive all’anno con totale, nel 1860, di venti locomotive consegnate; ma avrebbe potuto produrne anche dieci l’anno complete di tenders […] Pietrarsa era, in quegli anni, l"unico stabilimento italiano che producesse rotaie, di qualità eccellente anche se care ed approntava inoltre, sempre per le Ferrovie, carri merci, cuscinetti ed ottimi manufatti di acciaio ottenuti per pudellaggio di materiale comune; produceva inoltre macchinario utensile e vario; torni, spianatrici, macchine “ a rigare le canne dei fucili”, fucine portatili, magli a vapore con mazza fino a 32 cantaja, cesoie, foratrici, gru di vari tipi, affusti di cannone da piazza, apparecchiature telegrafiche e macchine per ricoprire di seta i fili del telegrafo […] si producevano inoltre: granate, bombe, ruote di locomotive, parti di ponti in ferro, bocche da fuoco da campagna, e da montagna, pompe, fusioni in bronzo, nonché, dopo il 1854, ferri, acciai laminati e trafilati. Nel 1860 è la fabbrica metalmeccanica italiana che impiega più personale: nel giugno 1860 sono iscritti ai ruoli paga 820 “artefici paesani” cui vanno aggiunti 230 operai militari , in totale 1.050 addetti. L’Ansaldo di Genova, nello stesso periodo impiegava 500 operai. L’Opificio si estendeva su una superficie di 34.000 mq […]disponeva di macchine a vapore con potenza complessiva di 163Hp; l’ Officina locomotive disponeva di due grandi gru a bandiera, 24 torni, 5 pialle, 2 barenatrici, 5 trapani verticali, 2 macchine per viteria, 88 posti di lavoro per aggiustatori, una motrice a vapore con bilanciere Watt da 20 HP con due rami di trasmissione che motorizzava tutte le macchine. l’Officina di Artiglieria disponeva di 14 torni, 4 limatrici, una macchina per rigare i cannoni […] C’erano poi un’Officina costruzione modelli, una fucina con 30 fuochi, la Fonderia che annoverava tre grandi fornaci alla Wilkinson e tre fornaci piccole per ghisa, la Fonderia per bronzo, l’Officina costruzione caldaie con due gru, un trapano, una cesoia per tagliare grandi lamiere di grande spessore, una punzonatrice, una pressa idraulica, due curvatrici per lamiere ed un forno per riscaldo lamiere. La Fonderia proiettili con un forno a riverbero, quattro piccole fornaci alla Wilkinson e tre magli a vapore per stampaggio, infine la grande Ferriera dotata di macchina a vapore da 100 HP che contava 12 forni per affinare ( con puddellaggio) il ferro grezzo, 4 forni di riscaldo e 5 treni di laminazione per profilati e rotaie […] Gli investimenti complessivi superavano il 1.000.000 di ducati.” ( Angelo Mangone, L’Industria del regno di Napoli, Fausto Fiorentino Editrice, S.p.A., Napoli, 1976, pag...)

Nel 1768, sotto la spinta innovatrice del padre Carlo III, Ferdinando IV di Borbone fondò un altro grande complesso statale di siderurgia, il complesso di Mongiana, dal villaggio omonimo in Calabria Ultra. Dopo il 1850, il Real Stabilimento di Mongiana, venne potenziato con la consulenza di tecnici francesi raggiungendo un’area coperta di 16.000 mq, di cui 12.000 occupati dalla Fonderia e 4000 dalla fabbrica d’armi e disponevano entrambe di motori idraulici azionati dai fiumi Ninfo ed Allaro. Riporta il Mangone a pag 46 del suo preziosissimo libro che :”…tra il novembre ed il marzo a cavallo del 1850 si ottenevano 5000 cantaja di ghisa e 2700 di ferro e acciaio. Successivamente gli altiforni erano stati sostituiti con tre nuovi e più grandi, ciascuno alto dai 10 agli 11 metri, con tre forni di di raffinazione e la produzione toccava, nel 1860, il limite di quasi 40.000 cantaja di ghisa annue che era di ottima qualità paragonabile ai migliori prodotti francesi e stranieri in genere. Dalla ghisa e dal ferro ottenuto si ricavavano trafilati tondi e quadri, laminati, lamine stagnate, bandelle, lastre per armi, acciai da cementazione […] impiegava in media circa 600 persone, quasi tutti “ paesani”…”. Nello stabilimento veniva lavorato il ferro delle miniere di Pazzano e di Stilo. Il complesso metallurgico veniva fatto funzionare da quattro altiforni.Con gli impianti di Pazzano e Bigonci le maestranze raggiungevano i 1500 operai, tutti diretti da ufficiali borbonici.(Tommaso Pedio,Economia e Società Meridionale a metà dell’Ottocento, Capone Editore,1999,pag. 68)

Con l’unità d’Italia si spengono uno dopo l’altro gli altiforni delle fonderie napolitane, finisce il sogno meridionale all’industrializzazione. Quegli assassini dei fratelli d’Italia anziché mandare commesse spediscono 120 mila soldati a reprimere la reazione crescente all’invasione savoiarda causando morti e dolori infiniti. Gli stabilimenti di Ferdinandea furono costretti alla chiusura non appena i garibaldini occuparono la Calabria “... quelli di Mongiana continuarono asfitticamente, fino al 1862, data della loro chiusura definitiva in seguito alla nuova legge sulla alienazione di tutte le miniere di proprietà dello Stato[...] quelle di Pazzano passarono alla Società del Credito Immobiliare e al Banco Nazionale.”( Renato Sinno, Le Miniere di ferro di Pazzano(Calabria), Giannini, Napoli, 1968, pag.15)

Il sistema liberal-massonico cominciò a macinare speculazioni; bisognava drenare soldi e capitali dal Sud al Nord, scientificamente. Le banche ricevevano soldi dallo Stato, prelevavano i complessi industriali fatti costruire dai Borbone per poi chiuderli e investire nella Padania di Bossi, Fini e Berlusconi.

Così Sinno ci descrive la crisi dello stabilimento di Mongiana:”...L’inattività degli Stabilimenti sfociò nella protesta della comunità Mongianese che con delibera del 28 novembre del 1870 chiese al Governo, che così scarsa sensibilità aveva dimostrato nei riguardi di tanti operai ridotti alla fame e tanto cinismo aveva usato nello smentire il glorioso passato di Mongiana, di voler salvare dall’imminente rovina “quegli opifizi” ordinandone il ripristino dei lavori...”.( Reanato Sinno, Ibidem, pag 15) I lavori da parte dei maledetti governi unitari iniziarono, ma di smantellamento. Gli operai rimasti, quelli scampati alle rappresaglie dei bersaglieri, quelli che scamparono alle fucilazioni, dopo aver difeso le loro fabbriche e le loro istituzioni , furono costretti a emigrare. E da allora nulla è cambiato.

Il Cantiere di Castellammare di Stabia, anch’esso statale, con i suoi 1800 dipendenti era il più grande e moderno d’Italia (Mangone, Ibidem, pag. 50). “…nel giugno del 1860 era in avanzatissima fase di allestimento e prossimo alla consegna il pirovascello corazzato ad elica, che poi fu la prima corazzata della Marina italiana dopo l’Unità, che con i suoi 70 cannoni e le sue 3.800 t di dislocamento rappresentava la più grande nave da guerra costruita fino ad allora in Italia…”

Alla grande sorse in Napoli l’Arsenale della Marina i cui dipendenti raggiungevano le 1.600 unità lavorative; venne inaugurato il 15 di agosto del 1852. Costo dell’opera, 300.000 ducati.

Altri due Opifici sorsero per iniziativa governativa e per volere di Ferdinando II: la Real Fonderia installata in Castelnuovo con un personale di circa 150 addetti e la Real Manifattura delle Armi di Torre Annunziata con circa 300 operai, poi trasferita a Scafati nel Polverificio Borbonico la cui storia è stata mirabilmente descritta da Angelo Pesce( Angelo Pesce, Il Polverificio Borbonico di Scafati e la rettifica del basso Sarno, 1996).

Con un capitale di 72.000 ducati nel 1835 si costituisce la società privata Zino & Henry che, nata a Capodimonte, deve presto acquistare terreni ai Granili nei pressi del Ponte della Maddalena ove viene impiantata un’altra fabbrica con 300 operai. Nel 1853 l’ingegnere inglese John Pattison con Richard Guppy fondano la società Guppy & C. ritenuta nel 1861 la seconda industria metalmeccanica italiana avendo alle sue dipendenze 575 operai.( L. De Rosa, Iniziativa e capitale straniero nell’industria metalmeccanica del Mezzogiorno, pag. 51). Nel 1843, per iniziativa di Luigi Oòmens nasce uno stabilimento che impiega oltre cento operai specializzati nella costruzione di macchine agricole e tessili. Sessanta operai lavorano nella fabbrica dei fratelli De la Morte a Napoli e oltre mille in officine sparse su tutto il territorio della capitale dove personale specializzato lavora alla costruzione di utensili chirurgici, strumenti ottici, macchine pneumatiche, orologi, armi, o nella produzione di bilance e parafulmini.( Tommaso Pedìo, Economia e Società Meridionale a metà dell’Ottocento,Capone Editore, 1999) Nel 1821 fu impiantato a Cardinale, in Calabria, dal Principe di Satriano la fonderia della Razzona ove lavoravano un centinaio di operai altamente specializzati ed altri per il trasporto del ferro estratto dalle miniere calabresi e quello proveniente dall’isola d’Elba. Altri importanti complessi sorsero a Fuscaldo, sempre in Calabria, Picinisco nell’Abruzzo Teramano, ad Atripalda, che da solo produceva 2.500 quintali di ferro all’anno. Dappertutto nel Regno nascono fabbriche di dimensioni piccole e medie, dagli Abruzzi alla Calabria, alla Sicilia. Nelle Puglie ne nascono a Foggia, in Terra d’Otranto a Lecce. Tra esse rinomate macchine agricole vengono prodotte dalla fabbrica gestita da Raffaele Rinaldi a Spinazzola; macchine per la macina delle olive a Bari il cui proprietario è un certo Pietro Ravenas, francese e un imprenditore locale Guglielmo Lindeman che dopo aver installato un lanificio completa il suo complesso con un’officina meccanica industriale impiegando 300 operai.( Tommaso Pedio, Economia e Società meridionale a metà dell’Ottocento, Capone Editore, pag 15.)

Capitolo tratto dal libro di Antonio Ciano "Le stragi e gli eccidi dei Savoia"


Gaeta distrutta per la seconda volta in 83 anni di regno sabaudo (1943-45)




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CAPITOLO III

Società finanziarie

Nel 1818 nacque la Società Napolitana di Assicurazione per i rischi marittimi il cui capitale arrivò a 110.000 ducati, diviso tra 1100 azionisti.. Nel 1823 cominciò la concorrenza: nacque la Compagnia del Commercio di Napoli con capitale di 100.000 ducati; nel 1825 fu fondata a Meta di Sorrento la Compagnia di Associazione e Cambi Marittimi del Piano di Sorrento con capitale sociale di 30.600 ducati, poi portato a 40.000. Nel 1826 nacque la Compagnia Partenopea con 40.000 ducati di capitale. Sempre a Meta nacque la Prima Compagnia Metese di Assicurazioni Marittime con capitale iniziale di 18.000 ducati successivamente elevato a 30.000 diviso fra 63 azionisti. Nel 1829, a Napoli, fu fondata la Compagnia per i Rischi Marittimi con capitale di 50.000 ducati e la Società Tontina per i Rischi Marittimi con capitale di 75.000 ducati. Nel 1831 sempre a Meta di Sorrento nacque la Seconda Compagnia Metese di Assicurazione e Rischi marittimi con capitale di 47.000. Dal 1818 al 1831 furono 552.000 i ducati investiti in compagnie di assicurazioni e cambi marittimi. Oggi non esistono più società di assicurazioni meridionali. Tutte del nord, divise tra Genova, Trieste, Milano, Torino e Bologna. Parlare di tutte le società nate tra il 1815 e il 1860 sarebbe cosa ardua, ma possiamo affermare con certezza che il Regno delle Due Sicilie stava strabiliando il mondo mentre in Piemonte e in Lombardia si moriva di pellagra e di inedia. Nel 1826 fu fondata la Cassa di Conservazione delle Rendite dei Beni Fondi del Regno delle Due Sicilie e la Compagnia di Assicurazione contro gli Incendi. Nel 1827 nacquero la Cassa Rurale, la Cassa di Risparmio di Napoli e la Banca Fruttuaria che aveva un capitale di 600.000 ducati diviso in 10.000 azioni e fu la prima banca specializzata negli investimenti industriali, la Compagnia Tipografica con capitale di 50.000 ducati. Grande sviluppo ebbe la Società di Assicurazioni Diverse istituita nel 1825 con capitale di 500.000 ducati diviso in 500 azioni; detta compagnia stupulava polizze su tutto: sulla vita, sulla sopravvivenza, sui vitalizi, sugli incendi, ed inoltre anticipava denaro agli impiegati statali. Nel 1833, nel giro di pochi mesi sorsero le seguenti compagnie: la Società Enologica, con capitali di 60.000 ducati iniziali poi raddoppiati; la Società Industriale Partenopea con 600.000 ducati di capitali; la Economica Commerciale, la Compagnia Sebezia con capitale di 1.000.000 di ducati, promotrice delle industrie nazionali; la Compagnia di assicurazioni generali del Sebeto, con capitale di 60.000 ducati; la Compagnia Commerciale di assicurazioni, con capitale di 400.000 ducati; la Società di circolazione e garanzia, con capitale di 400.000 ducati; nacque una Compagnia d’Industria e belle arti, con capitale di 60.000 ducati che riuscì ad appaltare la costruzione del teatro San Carlo come pure dello stesso tipo nacuero una Compagnia di manutenzione ed un’altra di Edilizia con capitale di 300 mila ducati. Nel 1834 nacque la Banca del Tavoliere con un capitale di 2.500.000 di ducati. Ludovico Bianchini, dall’opera del quale abbiamo attinto questi dati così si espresse a proposito dello scoppiettare di tanta energia:”...E fu spettacolo veramente singolare in quei giorni che bastava render noto per le stampe gli statuti di siffatte compagnie, perché grandissimo numero di persone corresse ad associarvisi acquistando le azioni...”.( Ludovico Bianchini, Ibidem, pag 613)

Capitali esteri affluivano nel Reame e l’industria tutta ne godeva benefici incommensurabili. Tali capitali, favoriti dalla politica moderatamente protezionistica voluta da Ferdinando II, non fecero che rendere più ricco e prospero il Regno e rafforzare la sua indipendenza; era così liberista, per i tempi, il sistema ferdinandeo che persino Lord Peel, al Parlamento inglese, elogiò il Governo napolitano.

L’industria metallurgica

Nel 1860 il fulcro dell’industria italiana non era la FIAT di Torino che non esisteva, né la Pirelli di Milano e nemmeno il triangolo industriale padano nato dopo le vicende risorgimentali col sangue e con i soldi meridionali. Nel 1860 il Nord era alla bancarotta totale mentre nel Regno delle Due Sicilie tutti o quasi lavoravano e producevano ricchezza. Quando Garibaldi giunse a Napoli trovò una montagna di danaro: banche stracolme d’oro, d’argento e soldi contanti, conventi ricchissimi. Milioni di ducati alla mercè del pirata dei due mondi. Ebbene, nel 1860, il fulcro, il volano dell’economia italiana risiedeva nel tanto vituperato Sud dei Borbone, nel Regno delle Due Sicilie. Tre colossi, tutti statali, erano la punta di diamante del nascente assetto industriale napolitano: il Reale Opificio di Pietrarsa, il Real Stabilimento di Mongiana in Calabria e i Cantieri Navali di Castellammare di Stabia. L’ Opificio di Pietrarsa fu voluto nel 1840 da Ferdinando II, tra San Giovanni a Teduccio e Portici, per sottrarsi allo strapotere industriale britannico. Angelo Mangone così ci descrive la più grande fabbrica italiana del tempo:”…lo stabilimento di Pietrarsa si ampliò rapidamente potenziando le officine meccaniche, cui si aggiunse nel 1853-54 una grande ferriera intitolata all’Ischitella.

La produzione all’inizio si articolò su caldaie e motrici a vapore, come il complesso da 300 HP nominali e 900 effettivi per le pirofregate > e >, macchine a vapore da 12Hp per le Officine della Marina e dell’Artiglieria e per le pompe del bacino di raddobbo; locomotive complete su sistema> successivamente migliorato per le Ferrovie, cosicchè fino al 1853 erano state prodotte 6 locomotive[…]; negli anni successivi il continuo potenziamento e continuo ammodernamento degli impianti portarono alla produzione di due ed anche tre locomotive all’anno con totale, nel 1860, di venti locomotive consegnate; ma avrebbe potuto produrne anche dieci l’anno complete di tenders […] Pietrarsa era, in quegli anni, l"unico stabilimento italiano che producesse rotaie, di qualità eccellente anche se care ed approntava inoltre, sempre per le Ferrovie, carri merci, cuscinetti ed ottimi manufatti di acciaio ottenuti per pudellaggio di materiale comune; produceva inoltre macchinario utensile e vario; torni, spianatrici, macchine “ a rigare le canne dei fucili”, fucine portatili, magli a vapore con mazza fino a 32 cantaja, cesoie, foratrici, gru di vari tipi, affusti di cannone da piazza, apparecchiature telegrafiche e macchine per ricoprire di seta i fili del telegrafo […] si producevano inoltre: granate, bombe, ruote di locomotive, parti di ponti in ferro, bocche da fuoco da campagna, e da montagna, pompe, fusioni in bronzo, nonché, dopo il 1854, ferri, acciai laminati e trafilati. Nel 1860 è la fabbrica metalmeccanica italiana che impiega più personale: nel giugno 1860 sono iscritti ai ruoli paga 820 “artefici paesani” cui vanno aggiunti 230 operai militari , in totale 1.050 addetti. L’Ansaldo di Genova, nello stesso periodo impiegava 500 operai. L’Opificio si estendeva su una superficie di 34.000 mq […]disponeva di macchine a vapore con potenza complessiva di 163Hp; l’ Officina locomotive disponeva di due grandi gru a bandiera, 24 torni, 5 pialle, 2 barenatrici, 5 trapani verticali, 2 macchine per viteria, 88 posti di lavoro per aggiustatori, una motrice a vapore con bilanciere Watt da 20 HP con due rami di trasmissione che motorizzava tutte le macchine. l’Officina di Artiglieria disponeva di 14 torni, 4 limatrici, una macchina per rigare i cannoni […] C’erano poi un’Officina costruzione modelli, una fucina con 30 fuochi, la Fonderia che annoverava tre grandi fornaci alla Wilkinson e tre fornaci piccole per ghisa, la Fonderia per bronzo, l’Officina costruzione caldaie con due gru, un trapano, una cesoia per tagliare grandi lamiere di grande spessore, una punzonatrice, una pressa idraulica, due curvatrici per lamiere ed un forno per riscaldo lamiere. La Fonderia proiettili con un forno a riverbero, quattro piccole fornaci alla Wilkinson e tre magli a vapore per stampaggio, infine la grande Ferriera dotata di macchina a vapore da 100 HP che contava 12 forni per affinare ( con puddellaggio) il ferro grezzo, 4 forni di riscaldo e 5 treni di laminazione per profilati e rotaie […] Gli investimenti complessivi superavano il 1.000.000 di ducati.” ( Angelo Mangone, L’Industria del regno di Napoli, Fausto Fiorentino Editrice, S.p.A., Napoli, 1976, pag...)

Nel 1768, sotto la spinta innovatrice del padre Carlo III, Ferdinando IV di Borbone fondò un altro grande complesso statale di siderurgia, il complesso di Mongiana, dal villaggio omonimo in Calabria Ultra. Dopo il 1850, il Real Stabilimento di Mongiana, venne potenziato con la consulenza di tecnici francesi raggiungendo un’area coperta di 16.000 mq, di cui 12.000 occupati dalla Fonderia e 4000 dalla fabbrica d’armi e disponevano entrambe di motori idraulici azionati dai fiumi Ninfo ed Allaro. Riporta il Mangone a pag 46 del suo preziosissimo libro che :”…tra il novembre ed il marzo a cavallo del 1850 si ottenevano 5000 cantaja di ghisa e 2700 di ferro e acciaio. Successivamente gli altiforni erano stati sostituiti con tre nuovi e più grandi, ciascuno alto dai 10 agli 11 metri, con tre forni di di raffinazione e la produzione toccava, nel 1860, il limite di quasi 40.000 cantaja di ghisa annue che era di ottima qualità paragonabile ai migliori prodotti francesi e stranieri in genere. Dalla ghisa e dal ferro ottenuto si ricavavano trafilati tondi e quadri, laminati, lamine stagnate, bandelle, lastre per armi, acciai da cementazione […] impiegava in media circa 600 persone, quasi tutti “ paesani”…”. Nello stabilimento veniva lavorato il ferro delle miniere di Pazzano e di Stilo. Il complesso metallurgico veniva fatto funzionare da quattro altiforni.Con gli impianti di Pazzano e Bigonci le maestranze raggiungevano i 1500 operai, tutti diretti da ufficiali borbonici.(Tommaso Pedio,Economia e Società Meridionale a metà dell’Ottocento, Capone Editore,1999,pag. 68)

Con l’unità d’Italia si spengono uno dopo l’altro gli altiforni delle fonderie napolitane, finisce il sogno meridionale all’industrializzazione. Quegli assassini dei fratelli d’Italia anziché mandare commesse spediscono 120 mila soldati a reprimere la reazione crescente all’invasione savoiarda causando morti e dolori infiniti. Gli stabilimenti di Ferdinandea furono costretti alla chiusura non appena i garibaldini occuparono la Calabria “... quelli di Mongiana continuarono asfitticamente, fino al 1862, data della loro chiusura definitiva in seguito alla nuova legge sulla alienazione di tutte le miniere di proprietà dello Stato[...] quelle di Pazzano passarono alla Società del Credito Immobiliare e al Banco Nazionale.”( Renato Sinno, Le Miniere di ferro di Pazzano(Calabria), Giannini, Napoli, 1968, pag.15)

Il sistema liberal-massonico cominciò a macinare speculazioni; bisognava drenare soldi e capitali dal Sud al Nord, scientificamente. Le banche ricevevano soldi dallo Stato, prelevavano i complessi industriali fatti costruire dai Borbone per poi chiuderli e investire nella Padania di Bossi, Fini e Berlusconi.

Così Sinno ci descrive la crisi dello stabilimento di Mongiana:”...L’inattività degli Stabilimenti sfociò nella protesta della comunità Mongianese che con delibera del 28 novembre del 1870 chiese al Governo, che così scarsa sensibilità aveva dimostrato nei riguardi di tanti operai ridotti alla fame e tanto cinismo aveva usato nello smentire il glorioso passato di Mongiana, di voler salvare dall’imminente rovina “quegli opifizi” ordinandone il ripristino dei lavori...”.( Reanato Sinno, Ibidem, pag 15) I lavori da parte dei maledetti governi unitari iniziarono, ma di smantellamento. Gli operai rimasti, quelli scampati alle rappresaglie dei bersaglieri, quelli che scamparono alle fucilazioni, dopo aver difeso le loro fabbriche e le loro istituzioni , furono costretti a emigrare. E da allora nulla è cambiato.

Il Cantiere di Castellammare di Stabia, anch’esso statale, con i suoi 1800 dipendenti era il più grande e moderno d’Italia (Mangone, Ibidem, pag. 50). “…nel giugno del 1860 era in avanzatissima fase di allestimento e prossimo alla consegna il pirovascello corazzato ad elica, che poi fu la prima corazzata della Marina italiana dopo l’Unità, che con i suoi 70 cannoni e le sue 3.800 t di dislocamento rappresentava la più grande nave da guerra costruita fino ad allora in Italia…”

Alla grande sorse in Napoli l’Arsenale della Marina i cui dipendenti raggiungevano le 1.600 unità lavorative; venne inaugurato il 15 di agosto del 1852. Costo dell’opera, 300.000 ducati.

Altri due Opifici sorsero per iniziativa governativa e per volere di Ferdinando II: la Real Fonderia installata in Castelnuovo con un personale di circa 150 addetti e la Real Manifattura delle Armi di Torre Annunziata con circa 300 operai, poi trasferita a Scafati nel Polverificio Borbonico la cui storia è stata mirabilmente descritta da Angelo Pesce( Angelo Pesce, Il Polverificio Borbonico di Scafati e la rettifica del basso Sarno, 1996).

Con un capitale di 72.000 ducati nel 1835 si costituisce la società privata Zino & Henry che, nata a Capodimonte, deve presto acquistare terreni ai Granili nei pressi del Ponte della Maddalena ove viene impiantata un’altra fabbrica con 300 operai. Nel 1853 l’ingegnere inglese John Pattison con Richard Guppy fondano la società Guppy & C. ritenuta nel 1861 la seconda industria metalmeccanica italiana avendo alle sue dipendenze 575 operai.( L. De Rosa, Iniziativa e capitale straniero nell’industria metalmeccanica del Mezzogiorno, pag. 51). Nel 1843, per iniziativa di Luigi Oòmens nasce uno stabilimento che impiega oltre cento operai specializzati nella costruzione di macchine agricole e tessili. Sessanta operai lavorano nella fabbrica dei fratelli De la Morte a Napoli e oltre mille in officine sparse su tutto il territorio della capitale dove personale specializzato lavora alla costruzione di utensili chirurgici, strumenti ottici, macchine pneumatiche, orologi, armi, o nella produzione di bilance e parafulmini.( Tommaso Pedìo, Economia e Società Meridionale a metà dell’Ottocento,Capone Editore, 1999) Nel 1821 fu impiantato a Cardinale, in Calabria, dal Principe di Satriano la fonderia della Razzona ove lavoravano un centinaio di operai altamente specializzati ed altri per il trasporto del ferro estratto dalle miniere calabresi e quello proveniente dall’isola d’Elba. Altri importanti complessi sorsero a Fuscaldo, sempre in Calabria, Picinisco nell’Abruzzo Teramano, ad Atripalda, che da solo produceva 2.500 quintali di ferro all’anno. Dappertutto nel Regno nascono fabbriche di dimensioni piccole e medie, dagli Abruzzi alla Calabria, alla Sicilia. Nelle Puglie ne nascono a Foggia, in Terra d’Otranto a Lecce. Tra esse rinomate macchine agricole vengono prodotte dalla fabbrica gestita da Raffaele Rinaldi a Spinazzola; macchine per la macina delle olive a Bari il cui proprietario è un certo Pietro Ravenas, francese e un imprenditore locale Guglielmo Lindeman che dopo aver installato un lanificio completa il suo complesso con un’officina meccanica industriale impiegando 300 operai.( Tommaso Pedio, Economia e Società meridionale a metà dell’Ottocento, Capone Editore, pag 15.)

Capitolo tratto dal libro di Antonio Ciano "Le stragi e gli eccidi dei Savoia"


Gaeta distrutta per la seconda volta in 83 anni di regno sabaudo (1943-45)




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