sabato 26 dicembre 2009

Festa per il 150° anniversario dell’arretramento del Sud



Di Carlo Alberto Tregua


Il 17 marzo 1861 è stata dichiarata l’Unità d’Italia. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha raccomandato molta sobrietà per la celebrazione del 150° anniversario dell’infausta ricorrenza. Sobrietà, perché probabilmente egli è consapevole delle nefandezze che si sono nascoste dietro l’annessione di tutto il Sud al Regno della dinastia dei Savoia, che, dicono gli storici, non ha espresso campioni di moralità e statura di Stato, la cui espressione residuale è presente ai giorni nostri con gli ultimi eredi che si danno al varietà e ai giochi ludici.
Camillo Benso conte di Cavour fece un’operazione strategica, pressato forse dalla Massoneria britannica che aveva in Sicilia cospicui interessi. Ad esempio, con le famiglie Nelson e Whitaker, investì, pare, decine di milioni di lire dell’epoca, parte delle quali servirono per pagare alcuni generali dell’“Armata borbonica”, i quali successivamente divennero ufficiali dell’esercito italiano.

Non si spiega diversamente come nella battaglia di Calatafimi gli arruolati da Garibaldi, male in arnese e male armati, potessero risalire l’erta china della montagna con tutti i soldati borbonici attestati in cima, senza che nessuno venisse ucciso. Una data scolpita: il 15 maggio 1860.
L’altro fattaccio dell’annessione: il referendum che si fece a Napoli il 21 ottobre 1861. I cittadini che entravano nelle urne dovevano chiedere la scheda prestampata con il sì o con il no. Una buffonata mascherata da consultazioni legittime.
Altri fatti li stanno tirando fuori gli storici, ribaltando il racconto ordinato da Cavour e insegnato nelle nostre scuole da docenti acritici e compiacenti.
C’è poco da celebrare l’arretramento del Sud rispetto al 1861. Dopo quell’anno le liste di leva divennero obbligatorie e il nuovo regno cominciò a imporre tasse e balzelli su tutto il Sud, affamando i cittadini ma senza portare innovazione e regole civili.
Tra le infamie più grandi dobbiamo annoverare il furto del tesoro del Banco di Sicilia e la spoliazione sistematica di tante opere d’arte e di beni culturali e archeologici che non sono più nella nostra Isola.
Ecco perché il popolo siciliano, subito dopo la guerra, invocò a gran voce l’indipendenza. Ecco perché l’Assemblea costituente accettò senza modificare una virgola il testo dello Statuto siciliano, inserito nella Costituzione promulgata il 27 dicembre 1947.
Da questi fatti non si capisce come in sessant’anni una classe politica mediocre e becera abbia potuto chinare la schiena di fronte alla sistematica spoliazione istituzionale della Sicilia. Non solo il suo Statuto non è stato reso operativo, ma la parte più importante di esso, cioè l’Alta corte (articoli da 24 a 30), con un colpo di mano è stata cancellata dalla Corte costituzionale che non aveva questo potere, in quanto organo dello stesso livello della prima.
Nella pagina all’interno troverete sviluppo e informazioni di quanto stiamo scrivendo. Nelle prime uscite di gennaio approfondiremo il tema economico inserito nello Statuto e più precisamente le refluenze finanziarie degli articoli 36, 37 e 38. Tre articoli fondamentali per le finanze della Regione, regolarmente disattesi dai governi del dopoguerra e non fatti valere in maniera adeguata dai governi regionali di questi sessant’anni.

Da quando esiste questo foglio, chiediamo alla classe politica siciliana trasferita a Roma ed a quella che si trova a Palermo di rimettere a posto le cose, sia aprendo adeguati contenziosi davanti alla Corte costituzionale, sia trasferendo gli stessi contenziosi, in contemporanea, davanti alla Corte di giustizia europea.
Abbiamo trovato sordità, perché sono prevalsi interessi personali dei singoli politici, di volta in volta nominati ministri o sottosegretari, piuttosto che la legittima e ferma difesa della Sicilia.
Tardi, ma è arrivato, il Movimento per l’autonomia, solo nel 2005. Ci fosse stato vent’anni prima, la Sicilia non sarebbe in queste condizioni di arretratezza. Un dato per tutti che riprenderemo: nel 1861 il Pil della Sicilia era uguale o superiore a quello di Lombardia e Piemonte, oggi è quattro volte inferiore.

Fonte:Il Quotidiano di Sicilia
Segnalazione ASDS
Leggi tutto »


Di Carlo Alberto Tregua


Il 17 marzo 1861 è stata dichiarata l’Unità d’Italia. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha raccomandato molta sobrietà per la celebrazione del 150° anniversario dell’infausta ricorrenza. Sobrietà, perché probabilmente egli è consapevole delle nefandezze che si sono nascoste dietro l’annessione di tutto il Sud al Regno della dinastia dei Savoia, che, dicono gli storici, non ha espresso campioni di moralità e statura di Stato, la cui espressione residuale è presente ai giorni nostri con gli ultimi eredi che si danno al varietà e ai giochi ludici.
Camillo Benso conte di Cavour fece un’operazione strategica, pressato forse dalla Massoneria britannica che aveva in Sicilia cospicui interessi. Ad esempio, con le famiglie Nelson e Whitaker, investì, pare, decine di milioni di lire dell’epoca, parte delle quali servirono per pagare alcuni generali dell’“Armata borbonica”, i quali successivamente divennero ufficiali dell’esercito italiano.

Non si spiega diversamente come nella battaglia di Calatafimi gli arruolati da Garibaldi, male in arnese e male armati, potessero risalire l’erta china della montagna con tutti i soldati borbonici attestati in cima, senza che nessuno venisse ucciso. Una data scolpita: il 15 maggio 1860.
L’altro fattaccio dell’annessione: il referendum che si fece a Napoli il 21 ottobre 1861. I cittadini che entravano nelle urne dovevano chiedere la scheda prestampata con il sì o con il no. Una buffonata mascherata da consultazioni legittime.
Altri fatti li stanno tirando fuori gli storici, ribaltando il racconto ordinato da Cavour e insegnato nelle nostre scuole da docenti acritici e compiacenti.
C’è poco da celebrare l’arretramento del Sud rispetto al 1861. Dopo quell’anno le liste di leva divennero obbligatorie e il nuovo regno cominciò a imporre tasse e balzelli su tutto il Sud, affamando i cittadini ma senza portare innovazione e regole civili.
Tra le infamie più grandi dobbiamo annoverare il furto del tesoro del Banco di Sicilia e la spoliazione sistematica di tante opere d’arte e di beni culturali e archeologici che non sono più nella nostra Isola.
Ecco perché il popolo siciliano, subito dopo la guerra, invocò a gran voce l’indipendenza. Ecco perché l’Assemblea costituente accettò senza modificare una virgola il testo dello Statuto siciliano, inserito nella Costituzione promulgata il 27 dicembre 1947.
Da questi fatti non si capisce come in sessant’anni una classe politica mediocre e becera abbia potuto chinare la schiena di fronte alla sistematica spoliazione istituzionale della Sicilia. Non solo il suo Statuto non è stato reso operativo, ma la parte più importante di esso, cioè l’Alta corte (articoli da 24 a 30), con un colpo di mano è stata cancellata dalla Corte costituzionale che non aveva questo potere, in quanto organo dello stesso livello della prima.
Nella pagina all’interno troverete sviluppo e informazioni di quanto stiamo scrivendo. Nelle prime uscite di gennaio approfondiremo il tema economico inserito nello Statuto e più precisamente le refluenze finanziarie degli articoli 36, 37 e 38. Tre articoli fondamentali per le finanze della Regione, regolarmente disattesi dai governi del dopoguerra e non fatti valere in maniera adeguata dai governi regionali di questi sessant’anni.

Da quando esiste questo foglio, chiediamo alla classe politica siciliana trasferita a Roma ed a quella che si trova a Palermo di rimettere a posto le cose, sia aprendo adeguati contenziosi davanti alla Corte costituzionale, sia trasferendo gli stessi contenziosi, in contemporanea, davanti alla Corte di giustizia europea.
Abbiamo trovato sordità, perché sono prevalsi interessi personali dei singoli politici, di volta in volta nominati ministri o sottosegretari, piuttosto che la legittima e ferma difesa della Sicilia.
Tardi, ma è arrivato, il Movimento per l’autonomia, solo nel 2005. Ci fosse stato vent’anni prima, la Sicilia non sarebbe in queste condizioni di arretratezza. Un dato per tutti che riprenderemo: nel 1861 il Pil della Sicilia era uguale o superiore a quello di Lombardia e Piemonte, oggi è quattro volte inferiore.

Fonte:Il Quotidiano di Sicilia
Segnalazione ASDS

2 commenti:

Unknown ha detto...

La conquista del sud e della sicilia in particolare è stata un vero e proprio atto di pirateria compiuta dal corsaro e ladro di cavalli Giuseppe Garibaldi. Da parte del Governo piemontese un atto di vigliaccheria paragonabile solo all'attacco da parte dei giapponesi a Pearl harbour... un atto di guerra per una guerra non dichiarata.

Unknown ha detto...

La conquista del sud e della sicilia in particolare è stata un vero e proprio atto di pirateria compiuta dal corsaro e ladro di cavalli Giuseppe Garibaldi. Da parte del Governo piemontese un atto di vigliaccheria paragonabile solo all'attacco da parte dei giapponesi a Pearl harbour... un atto di guerra per una guerra non dichiarata.

 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India