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giovedì 31 dicembre 2009
Buon 2010 al popolo meridionale !!!
Negli ultimi tempi c’e’ stato un proliferare di movimenti ed associazioni che propongono la loro ricetta, il loro punto di vista, e soprattutto la voglia di lottare per il riscatto della nostra terra e questo mi sembra l’aspetto più positivo del momento storico molto buio che stiamo vivendo noi meridionali, basta vedere le tragiche vicende degli operai di Termini Imerese o lo squallore della politica campana tra il vicereame affaristico di Bassolino e le alternative in odor di camorra come Cosentino.
Nessuno purtroppo ha la soluzione o la bacchetta magica né nessun movimento ha avuto rilevanza nazionale o ha ottenuto dei risultati così eclatanti da poter indicare una strada; la nostra terra vive una situazione coloniale da circa 150 anni e nello scenario politico, mediatico, economico, e soprattutto lobbistico del belpaese tosco-padano di oggi, il Mezzogiorno oramai è stato relegato ai margini del dibattito e viene sempre più penalizzato dalle scelte del governo nazionale e dall’assoluta incapacità dei governi locali, regionali o provinciali o comunali, di destra o di sinistra.
Fa comodo diffondere l’idea di un Mezzogiorno soltanto fonte di sprechi e dominio della criminalità organizzata e della corruzione, in pratica dobbiamo essere considerati come un “Nord mancato”, un luogo antropologicamente destinato al degrado ed al sottosviluppo e che “non riesce” ad essere più moderno, più civile e più sviluppato. Queste teorie, che molto prendono in eredità dal pensiero di Lombroso sui “briganti” del 1860-1870, oggi ovviamente servono per continuare a tagliare fondi al Sud senza che nessuno alzi la voce per dire che la realtà è diversa, dai conti territoriali del Ministero dello Sviluppo Economico risulta evidente che di soldi se ne spendono meno al Sud (una delle pochi voci lontane dal coro è quella di Viesti in “Mezzogiorno a tradimento”, ma basta scaricare il Rapporto 2008 del Dipartimento per la Coesione e lo Sviluppo Economico sugli interventi nelle aree sottoutilizzate, del Ministero dello Sviluppo Economico*, per vedere che la spesa totale del settore pubblico allargato è stata di ca. 14.000 Euro procapite al CentroNord e ca. 10.000 al Sud…è un oltraggio a quel famoso art. 3 della Costituzione della Repubblica Italiana ed è uno schiaffo pesantissimo da dare a tutti i soloni dei media italian-padani!). Come dimostrano tantissime inchieste di oggi inoltre, le mafie, camorre e ‘ndranghete oramai non sono più soltanto radicate nel territorio meridionale ma sono presenti, con investimenti e con iniziative concrete anche in Lombardia, in Veneto, in Emilia…praticamente vanno a braccetto con l’imprenditoria padana; questo per non parlare delle lobby economiche padane che da sempre socializzano le perdite e privatizzano gli utili o della corruzione politica ed affaristica al Nord visto che Tangentopoli mi pare sia scoppiata a Milano e non a Napoli, Fiorani con la Banca Popolare era basato a Lodi e non a Caserta, Tanzi è di Parma e non di Reggio Calabria…e potrei andare avanti per giorni con i cattivi esempi del Nord politico ed imprenditoriale. Ed invece i media italian-padani strombazzano sempre con la grancassa gli sprechi al Sud o i falsi invalidi meridionali o le mazzette al Sud mentre analoghi casi al Nord li fanno apparire casi sporadici ed isolati di un’economia sana e che va bene, mentre al Sud dobbiamo sempre vergognarci di non riuscire ad essere come “loro”.
Da dove ha origine questa situazione di sudditanza psicologica del Sud e da quando iniziano queste teorie al limite del razzismo e che ben preparano il campo al prossimo federalismo voluto dalla Lega Nord?
Sicuramente dal famigerato 1861, anno nefasto per noi meridionali, di una “malaunità” imposta con una guerra di annessione e con la forza ed i danari della massoneria internazionale che ha avuto nei Savoia e nei Garibaldi il braccio operativo o meglio i servi schiocchi del progetto “liberale”. Progetto che ci ha portato il “progresso” di disastrose avventure coloniali, due tragiche guerre mondiali ed il fascismo, e poi decenni di situazione politica congelata tra democristiani e comunisti, come oggi lo è da 15 anni tra berlusconiani ed antiberlusconiani. Comprendere che la questione meridionale nasce circa 150 anni fa, è fondamentale per capire la situazione di oggi e per capire che non siamo “antropologicamente inferiori e mafiosi e camorristi”, la riscoperta di un’identità e della verità storica è sicuramente un punto fondamentale e indispensabile di ogni serio movimento meridionalista, chi non lo capisce o è stupido o molto più probabilmente è in malafede.
Per questo io non mi vergogno di esporre o di presentarmi sempre con i simboli del glorioso Regno delle Due Sicilie e di dichiarami “neoborbonico” in senso identitario, così come sono orgoglioso di essere erede di una tradizione culturale di secoli di civiltà meridionale, dalla Magna Grecia a Federico II e dallo “stupor mundi” fino al grande re Carlo di Borbone e poi re Ferdinando II, da Campanella a Vico, da Parmenide di Elea a Pitagora, da Pirandello a De Filippo, da Totò a Troisi…l’elenco sarebbe troppo lungo!
Di questa riscoperta identitaria ovviamente ringrazio i miei maestri, da Alianello a De Sivo, dai compianti Lucio Barone ed Angelo Manna fino ai leader meridionalisti di oggi, da Ciano a Zitara, da De Crescenzo a Pagano…solo per citarne alcuni e sperando di non offendere gli altri…ovviamente questa riscoperta identitaria è stata metabolizzata ed aggiunta alle altre mie idee e convinzioni, per sviluppare un pensiero personale ed un progetto politico che spero di portare avanti con gli amici e compatrioti del Partito del Sud.
Secondo me non basta rimpiangere il passato, e ahimè la storia ci insegna che non si può mai tornare indietro, ma coi corsi e ricorsi storici di vichiana memoria possiamo attualizzare il pensiero megaloellenico, borbonico ed infine meridionalista per renderlo efficace, moderno e degno di attenzione nel 3° millennio con una serie di considerazioni.
Non possiamo essere secondo me un movimento esclusivamente “tradizionalista”, in senso monarchico e cattolico ultra-tradizionalista, questo non si sposerebbe una società moderna che oramai anche al Sud è post-industriale e molto lontana, non solo da quella prevalentemente agricola e cattolica del 1861, ma anche rispetto a quella di 20 anni fa; ma questo, sempre secondo la mia modesta opinione, ovviamente non vuol dire non accettare esponenti “tradizionalisti” che accettino di essere una componente del movimento.
Non possiamo essere secondo me un movimento esclusivamente separatista, anche qui secondo me oggi non troviamo molto campo fertile nell’odierna società meridionale che anzi alla parola “indipendenza” si spaventa, consideriamo che la società meridionale è “anestetizzata” da quasi 150 anni di colonialismo tricolorato e risorgimentale e anche da un ventennio di rincoglionimento televisivo berlusconiano. Anche per quest’aspetto, ciò non significa non accettare nel movimento esponenti indipendentisti “duri e puri” o non ipotizzare un cammino che in futuro mi porterà o ci porterà a posizioni più nette e favorevoli all’indipendentismo, basta che questa non sia una pregiudiziale da imporre all’interno del movimento e soprattutto “da subito” come un aut aut. Forse è più importante compattare il fronte e iniziare a prepararci ai prossimi tetri scenari federalisti che ci saranno imposti, come al solito, dal Nord…dobbiamo essere capaci di rispondere velocemente con una NOSTRA controproposta, seria e credibile.
Detto quello che non dobbiamo essere, dobbiamo invece essere capaci di essere propositivi e di sognare, immaginare, progettare e realizzare un futuro diverso per la nostra terra. Questo si fa costruendo un grande movimento meridionalista che sia la casa di tutti quelli che hanno come obiettivo primario il riscatto del Sud a partire dalla verità storica, con la consapevolezza che la “questione meridionale” non è stata creata dai meridionali e non potrà essere risolta se non dai meridionali, con un “nostro” federalismo (non quello meramente fiscale proposto dalla Lega Nord…ma un progetto nuovo che nasca dal Sud e per il Sud, ad esempio penso alla macroregione Napolitana autonoma, che insieme allo Statuto di autonomia finalmente applicato in pieno per la Regione Sicilia, darebbe un nuovo impulso alle nostre terre), economia e turismo sostenibile, sviluppo della ricerca per valorizzare il nostro maggior asset che è quello delle intelligenze dei giovani meridionali, incentivi efficaci alle energie alternative e allo start up di piccole aziende innovative in settori come Internet o dell’artigianato tradizionale di qualità e soprattutto rispetto per l’ambiente, la “nostra” terra ed il “nostro” mare. Rispetto per la nostra terra vuol dire pensare ad un serio progetto di bonifica per la Campania prima che agli inceneritori bresciani come soluzione, vuol dire diffondere una cultura ed una pratica della raccolta differenziata e prendere come esempio i progetti “Rifiuti Zero” da benchmark con le migliori esperienze californiane o scandinave, vuol dire avere al Sud almeno l’energia solare che si ha in Germania, vuol dire rifiutare il destino della bella terra lucana come discarica nucleare, vuol dire combattere le follie antieconomiche come il Ponte sullo Stretto che sicuramente porterà i suoi benefici economici maggiormente alla padana Impregilo che ai compatrioti di Sicilia e Calabria, vuol dire destinare fondi alla banda larga al Sud e alle scuole meridionali piuttosto che ad aziende padane come FIAT che il lavoro oramai se lo porta all’estero e ovviamente sarà il Sud con Termini Imerese e Pomigliano a pagare il conto, vuol dire sostenere economicamente le piccole banche cooperative veramente meridionali e non le fantomatiche Banche del Sud di Tremonti, sostenere i piccoli imprenditori meridionali taglieggiati sia dalle grandi banche italiane oramai tutte padane (con tassi di interesse più alti della media nazionale) che dalla criminalità organizzata….e mi fermo qui perché non è mia intenzione dettagliare in questa sede il nostro programma futuro!
Per questi progetti abbiamo bisogno di compatrioti tenaci, onesti e preparati e dovremo soprattutto emarginare gli “schizzati” o le “pazzoidi” con manie di protagonismo che già tanti danni e perdite di tempo hanno procurato con scissioni ed incomprensioni e pure gli “accattoni”, cioè quelli a cui va tutto bene basta che gli promettono qualcosa a destra o a sinistra, un po’ di visibilità o un posto in lista o una poltrona qualsiasi.
Con questi uomini e questi principi etici, su queste proposte e su questi programmi, noi ci giocheremo la nostra credibilità, una seria alternativa allo sfacelo italian-risorgimentale della politica di destra e sinistra, diversi non solo nelle radici storiche ma anche nelle idee, nei metodi, in particolare nel modo di concepire eticamente la politica. Soprattutto in base a questa credibilità, potremmo essere più efficaci nel raccontare la nostra vera storia, contrastare davvero le mafie e l’esercito mediatico italian-padano, senza farci richiudere nel ghetto dei “nostalgici” e del “piagnisteo assistenzialista” che ci ha riservato il belpaese dei fratelli d’Italia con la sua retorica “risorgimentale”… perché come disse Orwell: chi controlla il passato, controlla il futuro!
Buon 2010 e buonissime feste a tutti voi fratelli meridionali, autonomisti o indipendentisti, monarchici o repubblicani, cattolici o laici, napoletani o siciliani o duosiciliani…impariamo a confrontarci, come non siamo riusciti a fare in passato ed ognuno si è chiuso nel suo orticello di simbolo, movimento o associazione…e combattiamo finalmente sotto un’unica bandiera del Sud i nostri veri nemici e colonizzatori! Un esercito di nemici potentissimo e dotato di formidabili mezzi economici e mediatici ci attende, ma noi non possiamo arrenderci perché oggi abbiamo scarsi mezzi né possiamo per calcolo o per ingenuità pensare di “infiltrarci” nelle linee “nemiche” e allearci col diavolo di turno di destra o di sinistra né tanto meno fornire col nostro vano isolazionismo e velleitario protagonismo altro spazio alle lobbies toscopadane, noi del Partito del Sud ci proveremo fin dal 2010 alle prossime elezioni regionali ed aspettiamo a braccia aperte tutti i nostri fratelli meridionali per fare fronte comune per la nostra lotta di liberazione…ed i briganti del terzo millenio finalmente saranno una realtà!
AUGURISSIMI A TUTTI NOI CHE CREDIAMO ANCORA NEI SOGNI DI VERITA’, GIUSTIZIA E LIBERTA’ PER IL NOSTRO SUD!
Enzo Riccio
Segretario Organizzativo Nazionale
PARTITO DEL SUD
* da http://www.dps.tesoro.it/rapporto_annuale_2008.asp
Negli ultimi tempi c’e’ stato un proliferare di movimenti ed associazioni che propongono la loro ricetta, il loro punto di vista, e soprattutto la voglia di lottare per il riscatto della nostra terra e questo mi sembra l’aspetto più positivo del momento storico molto buio che stiamo vivendo noi meridionali, basta vedere le tragiche vicende degli operai di Termini Imerese o lo squallore della politica campana tra il vicereame affaristico di Bassolino e le alternative in odor di camorra come Cosentino.
Nessuno purtroppo ha la soluzione o la bacchetta magica né nessun movimento ha avuto rilevanza nazionale o ha ottenuto dei risultati così eclatanti da poter indicare una strada; la nostra terra vive una situazione coloniale da circa 150 anni e nello scenario politico, mediatico, economico, e soprattutto lobbistico del belpaese tosco-padano di oggi, il Mezzogiorno oramai è stato relegato ai margini del dibattito e viene sempre più penalizzato dalle scelte del governo nazionale e dall’assoluta incapacità dei governi locali, regionali o provinciali o comunali, di destra o di sinistra.
Fa comodo diffondere l’idea di un Mezzogiorno soltanto fonte di sprechi e dominio della criminalità organizzata e della corruzione, in pratica dobbiamo essere considerati come un “Nord mancato”, un luogo antropologicamente destinato al degrado ed al sottosviluppo e che “non riesce” ad essere più moderno, più civile e più sviluppato. Queste teorie, che molto prendono in eredità dal pensiero di Lombroso sui “briganti” del 1860-1870, oggi ovviamente servono per continuare a tagliare fondi al Sud senza che nessuno alzi la voce per dire che la realtà è diversa, dai conti territoriali del Ministero dello Sviluppo Economico risulta evidente che di soldi se ne spendono meno al Sud (una delle pochi voci lontane dal coro è quella di Viesti in “Mezzogiorno a tradimento”, ma basta scaricare il Rapporto 2008 del Dipartimento per la Coesione e lo Sviluppo Economico sugli interventi nelle aree sottoutilizzate, del Ministero dello Sviluppo Economico*, per vedere che la spesa totale del settore pubblico allargato è stata di ca. 14.000 Euro procapite al CentroNord e ca. 10.000 al Sud…è un oltraggio a quel famoso art. 3 della Costituzione della Repubblica Italiana ed è uno schiaffo pesantissimo da dare a tutti i soloni dei media italian-padani!). Come dimostrano tantissime inchieste di oggi inoltre, le mafie, camorre e ‘ndranghete oramai non sono più soltanto radicate nel territorio meridionale ma sono presenti, con investimenti e con iniziative concrete anche in Lombardia, in Veneto, in Emilia…praticamente vanno a braccetto con l’imprenditoria padana; questo per non parlare delle lobby economiche padane che da sempre socializzano le perdite e privatizzano gli utili o della corruzione politica ed affaristica al Nord visto che Tangentopoli mi pare sia scoppiata a Milano e non a Napoli, Fiorani con la Banca Popolare era basato a Lodi e non a Caserta, Tanzi è di Parma e non di Reggio Calabria…e potrei andare avanti per giorni con i cattivi esempi del Nord politico ed imprenditoriale. Ed invece i media italian-padani strombazzano sempre con la grancassa gli sprechi al Sud o i falsi invalidi meridionali o le mazzette al Sud mentre analoghi casi al Nord li fanno apparire casi sporadici ed isolati di un’economia sana e che va bene, mentre al Sud dobbiamo sempre vergognarci di non riuscire ad essere come “loro”.
Da dove ha origine questa situazione di sudditanza psicologica del Sud e da quando iniziano queste teorie al limite del razzismo e che ben preparano il campo al prossimo federalismo voluto dalla Lega Nord?
Sicuramente dal famigerato 1861, anno nefasto per noi meridionali, di una “malaunità” imposta con una guerra di annessione e con la forza ed i danari della massoneria internazionale che ha avuto nei Savoia e nei Garibaldi il braccio operativo o meglio i servi schiocchi del progetto “liberale”. Progetto che ci ha portato il “progresso” di disastrose avventure coloniali, due tragiche guerre mondiali ed il fascismo, e poi decenni di situazione politica congelata tra democristiani e comunisti, come oggi lo è da 15 anni tra berlusconiani ed antiberlusconiani. Comprendere che la questione meridionale nasce circa 150 anni fa, è fondamentale per capire la situazione di oggi e per capire che non siamo “antropologicamente inferiori e mafiosi e camorristi”, la riscoperta di un’identità e della verità storica è sicuramente un punto fondamentale e indispensabile di ogni serio movimento meridionalista, chi non lo capisce o è stupido o molto più probabilmente è in malafede.
Per questo io non mi vergogno di esporre o di presentarmi sempre con i simboli del glorioso Regno delle Due Sicilie e di dichiarami “neoborbonico” in senso identitario, così come sono orgoglioso di essere erede di una tradizione culturale di secoli di civiltà meridionale, dalla Magna Grecia a Federico II e dallo “stupor mundi” fino al grande re Carlo di Borbone e poi re Ferdinando II, da Campanella a Vico, da Parmenide di Elea a Pitagora, da Pirandello a De Filippo, da Totò a Troisi…l’elenco sarebbe troppo lungo!
Di questa riscoperta identitaria ovviamente ringrazio i miei maestri, da Alianello a De Sivo, dai compianti Lucio Barone ed Angelo Manna fino ai leader meridionalisti di oggi, da Ciano a Zitara, da De Crescenzo a Pagano…solo per citarne alcuni e sperando di non offendere gli altri…ovviamente questa riscoperta identitaria è stata metabolizzata ed aggiunta alle altre mie idee e convinzioni, per sviluppare un pensiero personale ed un progetto politico che spero di portare avanti con gli amici e compatrioti del Partito del Sud.
Secondo me non basta rimpiangere il passato, e ahimè la storia ci insegna che non si può mai tornare indietro, ma coi corsi e ricorsi storici di vichiana memoria possiamo attualizzare il pensiero megaloellenico, borbonico ed infine meridionalista per renderlo efficace, moderno e degno di attenzione nel 3° millennio con una serie di considerazioni.
Non possiamo essere secondo me un movimento esclusivamente “tradizionalista”, in senso monarchico e cattolico ultra-tradizionalista, questo non si sposerebbe una società moderna che oramai anche al Sud è post-industriale e molto lontana, non solo da quella prevalentemente agricola e cattolica del 1861, ma anche rispetto a quella di 20 anni fa; ma questo, sempre secondo la mia modesta opinione, ovviamente non vuol dire non accettare esponenti “tradizionalisti” che accettino di essere una componente del movimento.
Non possiamo essere secondo me un movimento esclusivamente separatista, anche qui secondo me oggi non troviamo molto campo fertile nell’odierna società meridionale che anzi alla parola “indipendenza” si spaventa, consideriamo che la società meridionale è “anestetizzata” da quasi 150 anni di colonialismo tricolorato e risorgimentale e anche da un ventennio di rincoglionimento televisivo berlusconiano. Anche per quest’aspetto, ciò non significa non accettare nel movimento esponenti indipendentisti “duri e puri” o non ipotizzare un cammino che in futuro mi porterà o ci porterà a posizioni più nette e favorevoli all’indipendentismo, basta che questa non sia una pregiudiziale da imporre all’interno del movimento e soprattutto “da subito” come un aut aut. Forse è più importante compattare il fronte e iniziare a prepararci ai prossimi tetri scenari federalisti che ci saranno imposti, come al solito, dal Nord…dobbiamo essere capaci di rispondere velocemente con una NOSTRA controproposta, seria e credibile.
Detto quello che non dobbiamo essere, dobbiamo invece essere capaci di essere propositivi e di sognare, immaginare, progettare e realizzare un futuro diverso per la nostra terra. Questo si fa costruendo un grande movimento meridionalista che sia la casa di tutti quelli che hanno come obiettivo primario il riscatto del Sud a partire dalla verità storica, con la consapevolezza che la “questione meridionale” non è stata creata dai meridionali e non potrà essere risolta se non dai meridionali, con un “nostro” federalismo (non quello meramente fiscale proposto dalla Lega Nord…ma un progetto nuovo che nasca dal Sud e per il Sud, ad esempio penso alla macroregione Napolitana autonoma, che insieme allo Statuto di autonomia finalmente applicato in pieno per la Regione Sicilia, darebbe un nuovo impulso alle nostre terre), economia e turismo sostenibile, sviluppo della ricerca per valorizzare il nostro maggior asset che è quello delle intelligenze dei giovani meridionali, incentivi efficaci alle energie alternative e allo start up di piccole aziende innovative in settori come Internet o dell’artigianato tradizionale di qualità e soprattutto rispetto per l’ambiente, la “nostra” terra ed il “nostro” mare. Rispetto per la nostra terra vuol dire pensare ad un serio progetto di bonifica per la Campania prima che agli inceneritori bresciani come soluzione, vuol dire diffondere una cultura ed una pratica della raccolta differenziata e prendere come esempio i progetti “Rifiuti Zero” da benchmark con le migliori esperienze californiane o scandinave, vuol dire avere al Sud almeno l’energia solare che si ha in Germania, vuol dire rifiutare il destino della bella terra lucana come discarica nucleare, vuol dire combattere le follie antieconomiche come il Ponte sullo Stretto che sicuramente porterà i suoi benefici economici maggiormente alla padana Impregilo che ai compatrioti di Sicilia e Calabria, vuol dire destinare fondi alla banda larga al Sud e alle scuole meridionali piuttosto che ad aziende padane come FIAT che il lavoro oramai se lo porta all’estero e ovviamente sarà il Sud con Termini Imerese e Pomigliano a pagare il conto, vuol dire sostenere economicamente le piccole banche cooperative veramente meridionali e non le fantomatiche Banche del Sud di Tremonti, sostenere i piccoli imprenditori meridionali taglieggiati sia dalle grandi banche italiane oramai tutte padane (con tassi di interesse più alti della media nazionale) che dalla criminalità organizzata….e mi fermo qui perché non è mia intenzione dettagliare in questa sede il nostro programma futuro!
Per questi progetti abbiamo bisogno di compatrioti tenaci, onesti e preparati e dovremo soprattutto emarginare gli “schizzati” o le “pazzoidi” con manie di protagonismo che già tanti danni e perdite di tempo hanno procurato con scissioni ed incomprensioni e pure gli “accattoni”, cioè quelli a cui va tutto bene basta che gli promettono qualcosa a destra o a sinistra, un po’ di visibilità o un posto in lista o una poltrona qualsiasi.
Con questi uomini e questi principi etici, su queste proposte e su questi programmi, noi ci giocheremo la nostra credibilità, una seria alternativa allo sfacelo italian-risorgimentale della politica di destra e sinistra, diversi non solo nelle radici storiche ma anche nelle idee, nei metodi, in particolare nel modo di concepire eticamente la politica. Soprattutto in base a questa credibilità, potremmo essere più efficaci nel raccontare la nostra vera storia, contrastare davvero le mafie e l’esercito mediatico italian-padano, senza farci richiudere nel ghetto dei “nostalgici” e del “piagnisteo assistenzialista” che ci ha riservato il belpaese dei fratelli d’Italia con la sua retorica “risorgimentale”… perché come disse Orwell: chi controlla il passato, controlla il futuro!
Buon 2010 e buonissime feste a tutti voi fratelli meridionali, autonomisti o indipendentisti, monarchici o repubblicani, cattolici o laici, napoletani o siciliani o duosiciliani…impariamo a confrontarci, come non siamo riusciti a fare in passato ed ognuno si è chiuso nel suo orticello di simbolo, movimento o associazione…e combattiamo finalmente sotto un’unica bandiera del Sud i nostri veri nemici e colonizzatori! Un esercito di nemici potentissimo e dotato di formidabili mezzi economici e mediatici ci attende, ma noi non possiamo arrenderci perché oggi abbiamo scarsi mezzi né possiamo per calcolo o per ingenuità pensare di “infiltrarci” nelle linee “nemiche” e allearci col diavolo di turno di destra o di sinistra né tanto meno fornire col nostro vano isolazionismo e velleitario protagonismo altro spazio alle lobbies toscopadane, noi del Partito del Sud ci proveremo fin dal 2010 alle prossime elezioni regionali ed aspettiamo a braccia aperte tutti i nostri fratelli meridionali per fare fronte comune per la nostra lotta di liberazione…ed i briganti del terzo millenio finalmente saranno una realtà!
AUGURISSIMI A TUTTI NOI CHE CREDIAMO ANCORA NEI SOGNI DI VERITA’, GIUSTIZIA E LIBERTA’ PER IL NOSTRO SUD!
Enzo Riccio
Segretario Organizzativo Nazionale
PARTITO DEL SUD
* da http://www.dps.tesoro.it/rapporto_annuale_2008.asp
Sosteniamo TMO Gaeta, la prima telestreet italiana
La Tiella di Gaeta, cantata dai ragazzi della scuola elementare delle "Suore della Misericordia" di Via Atratina a Gaeta. Questo video è stato prodotto da TMO Gaeta, la prima telestreet italiana
La Tiella di Gaeta, cantata dai ragazzi della scuola elementare delle "Suore della Misericordia" di Via Atratina a Gaeta. Questo video è stato prodotto da TMO Gaeta, la prima telestreet italiana
Babbo Natale porta nomine in Rai
Le decisioni del Cda accontentano maggioranza e opposizione. Sorridono perfino Udc e gli ex An. Infornata di 22 vicedirettori tra Tg3, Tgr e Rai International Nomine natalizie in Rai. Si sbloccano praticamente alla vigilia delle feste le strade che portano alle vicedirezioni. Fino a ieri impraticabili per veti politici, questioni interne e via dicendo. Alla fine il Consiglio d'amministrazione, su proposta del direttore generale, Mauro Masi, ha dato il via libera al pacco dono consegnato in viale Mazzini. Politicamente, a voler scavare, ci si imbatterebbe in una giusta spartizione tra centro-destra e centro-sinistra. Un'operazione da 22 nomine che accontenta tutti, forse un pò meno le casse di viale Mazzini, tanto da spingere perfino il Pd per una volta a non gridare allo scandalo. «Unico dato rilevante, al di là delle legittime ma sterili polemiche, è che oggi il servizio pubblico deve essere coerente sino in fondo con la sua missione, che non si può confondere con la propaganda politica, la distorsione dell'informazione o la demonizzazione dei presunti avversari politici. Altro che spartizione», dice Giorgio Merlo, vice presidente della Commissione Vigilanza Rai per il Pd. Tutti contenti dunque. Anche Alleanza nazionale che in viale Mazzini non si è estinta. Tutti in quota. Alla vicedirezione del Tg3 vanno Antonio Belmonte, Giuliano Giubilei, Andrea Giubilo, Renato Scottoni e Pierluca Terzulli. A Belmonte il compito di tenere alta la bandiera di quella che fu Alleanza nazionale visto che a sostenere la sua candidatura è stato soprattutto il partito di Gianfranco Fini. Per Giubilei e Giubilo, invece, è noto l'affetto e la premura del Partito democratico. Su Scottoni, invece, si mormora all'ombra di cavallo seduto di viale Mazzini, che si sarebbe concentrata addirittura la neo direttrice del Tg3, Bianca Berlinguer. A Pierluca Terzulli, invece, il compito, con la neo vicedirezione del Tg3, di ricordare al mondo politico che la Margherita non si è affatto dissolta nel mare magnum del Partito democratico.Infornata di vicedirettori anche alla Tgr, la testata regionale della Rai. Nominati Maurizio Bertucci, Domenico Nunnari, Pietro Pasquetti, Paolo Petruccioli, Fabio Scaramucci, Giancarlo Spadoni e Federico Zurzolo. Ad andare a caccia di quote e sponsor politici si incespica addirittura nella vecchia Forza Italia che sulla poltrona di vice ha spinto Bertucci, che negli ultimi temi ha gravitato nell'area lettiana. La nomina di Pasquetti, invece, regala un sorriso all'Udc di Pier Ferdinando Casini. Fa capolino il Pdl dietro la vicedirezione di Petruccioli. Su Scaramucci, invece, una partita giocata addirittura da Maurizio Gasparri, attuale presidente dei senatori del Pdl, che su quella vicedirezione piazza così una bandierina per Alleanza nazionale. Alla notizia della vice direzione di Spadoni, invece, in viale Mazzini c'è chi ricorda la sua esperienza da capo della redazione pugliese che gli valse una solida stima con l'allora responsabile della Tgr, Angela Buttiglione. E in quella terra che il testimone sarebbe passato poi al ministro Raffaele Fitto del Pdl. Con Zurzolo, Alleanza nazionale piazzarebbe, infine, una seconda pedina.Nominati anche i vicedirettori di Rai Internazionale: Anna Donato, Giancarlo Gioielli, di cui qualcuno ricorda l'orbita gravitante intorno a Comunione e liberazione, Alfonso Samengo e Gian Stefano Spoto (nomina questa che dovrebbe essere assegnata al Pdl). Teresa De Santis, data in quota Pd, diventa vicedirettore di Televideo.Il Consiglio d'amministrazione della Rai ha proceduto anche alle nomine dei vicedirettori di innovazione prodotto, Roberta Enni, del Palinsesto Tv, Patrizia Cardelli, dei canali di pubblica utilità, Amedeo Martorelli e Michele La Pietra, e di Rai International, Giovanni Di Giuseppe.Insomma, il Cda della Rai ha evitato di trascorrere l'incubo delle feste con l'incubo dei compiti a casa, ovvero di posticipare la nomina dei vicedirettori al nuovo anno. Politicamente, il gesto potrebbe anche essere interpretato come un segnale di pacificazione del clima generale, visto che per una volta sono tutti d'accordo.(Fonte: Italia Oggi del 18 dicembre 2009)___________________________
Il materiale da noi pubblicato è liberamente diffondibile, è gradita la citazione della fonte: http://www.centrostudifederici.org
Le decisioni del Cda accontentano maggioranza e opposizione. Sorridono perfino Udc e gli ex An. Infornata di 22 vicedirettori tra Tg3, Tgr e Rai International Nomine natalizie in Rai. Si sbloccano praticamente alla vigilia delle feste le strade che portano alle vicedirezioni. Fino a ieri impraticabili per veti politici, questioni interne e via dicendo. Alla fine il Consiglio d'amministrazione, su proposta del direttore generale, Mauro Masi, ha dato il via libera al pacco dono consegnato in viale Mazzini. Politicamente, a voler scavare, ci si imbatterebbe in una giusta spartizione tra centro-destra e centro-sinistra. Un'operazione da 22 nomine che accontenta tutti, forse un pò meno le casse di viale Mazzini, tanto da spingere perfino il Pd per una volta a non gridare allo scandalo. «Unico dato rilevante, al di là delle legittime ma sterili polemiche, è che oggi il servizio pubblico deve essere coerente sino in fondo con la sua missione, che non si può confondere con la propaganda politica, la distorsione dell'informazione o la demonizzazione dei presunti avversari politici. Altro che spartizione», dice Giorgio Merlo, vice presidente della Commissione Vigilanza Rai per il Pd. Tutti contenti dunque. Anche Alleanza nazionale che in viale Mazzini non si è estinta. Tutti in quota. Alla vicedirezione del Tg3 vanno Antonio Belmonte, Giuliano Giubilei, Andrea Giubilo, Renato Scottoni e Pierluca Terzulli. A Belmonte il compito di tenere alta la bandiera di quella che fu Alleanza nazionale visto che a sostenere la sua candidatura è stato soprattutto il partito di Gianfranco Fini. Per Giubilei e Giubilo, invece, è noto l'affetto e la premura del Partito democratico. Su Scottoni, invece, si mormora all'ombra di cavallo seduto di viale Mazzini, che si sarebbe concentrata addirittura la neo direttrice del Tg3, Bianca Berlinguer. A Pierluca Terzulli, invece, il compito, con la neo vicedirezione del Tg3, di ricordare al mondo politico che la Margherita non si è affatto dissolta nel mare magnum del Partito democratico.Infornata di vicedirettori anche alla Tgr, la testata regionale della Rai. Nominati Maurizio Bertucci, Domenico Nunnari, Pietro Pasquetti, Paolo Petruccioli, Fabio Scaramucci, Giancarlo Spadoni e Federico Zurzolo. Ad andare a caccia di quote e sponsor politici si incespica addirittura nella vecchia Forza Italia che sulla poltrona di vice ha spinto Bertucci, che negli ultimi temi ha gravitato nell'area lettiana. La nomina di Pasquetti, invece, regala un sorriso all'Udc di Pier Ferdinando Casini. Fa capolino il Pdl dietro la vicedirezione di Petruccioli. Su Scaramucci, invece, una partita giocata addirittura da Maurizio Gasparri, attuale presidente dei senatori del Pdl, che su quella vicedirezione piazza così una bandierina per Alleanza nazionale. Alla notizia della vice direzione di Spadoni, invece, in viale Mazzini c'è chi ricorda la sua esperienza da capo della redazione pugliese che gli valse una solida stima con l'allora responsabile della Tgr, Angela Buttiglione. E in quella terra che il testimone sarebbe passato poi al ministro Raffaele Fitto del Pdl. Con Zurzolo, Alleanza nazionale piazzarebbe, infine, una seconda pedina.Nominati anche i vicedirettori di Rai Internazionale: Anna Donato, Giancarlo Gioielli, di cui qualcuno ricorda l'orbita gravitante intorno a Comunione e liberazione, Alfonso Samengo e Gian Stefano Spoto (nomina questa che dovrebbe essere assegnata al Pdl). Teresa De Santis, data in quota Pd, diventa vicedirettore di Televideo.Il Consiglio d'amministrazione della Rai ha proceduto anche alle nomine dei vicedirettori di innovazione prodotto, Roberta Enni, del Palinsesto Tv, Patrizia Cardelli, dei canali di pubblica utilità, Amedeo Martorelli e Michele La Pietra, e di Rai International, Giovanni Di Giuseppe.Insomma, il Cda della Rai ha evitato di trascorrere l'incubo delle feste con l'incubo dei compiti a casa, ovvero di posticipare la nomina dei vicedirettori al nuovo anno. Politicamente, il gesto potrebbe anche essere interpretato come un segnale di pacificazione del clima generale, visto che per una volta sono tutti d'accordo.(Fonte: Italia Oggi del 18 dicembre 2009)___________________________
Il materiale da noi pubblicato è liberamente diffondibile, è gradita la citazione della fonte: http://www.centrostudifederici.org
mercoledì 30 dicembre 2009
Il capitalismo si sta giocando i giovani meridionali
E' dal 1750 che in Europa la popolazione contadina diminuisce a favore dell'Industria e dei Servizi. A questo movimento ha contribuito il progresso tecnologico, che ha determinato il passaggio dalla organizzazione feudale, noncurante rispetto al tema della produttività del lavoro, al sistema della proprietà borghese caratterizzata da una forte esosità verso il contadino.
Sul finire del regno borbonico, a distanza di cento anni, cioè verso il 1860, le statistiche registravano una componente contadina del 48 per cento sulla popolazione attiva. Ottanta anni dopo, al tempo del fascismo, i contadini erano circa il 40 per cento degli italiani. La 'grande trasformazione' si ebbe negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo XX, con lo sviluppo del settore Industria, della Scuola di massa e del Sistema sanitario. Sette milioni (e forse più) di contadini meridionali presero il treno per cerare un lavoro in Germania, in Svizzera, nel Norditalia. L'emigrazione ebbe la funzione di una valvola di sfogo delle tensioni sociali, salvando il sistema capitalistico mediante un sostegno al reddito familiare. E dove l'emigrazione non apparve bastevole, s'intervenne con l'assistenzialismo, il clientelismo, la dilatazione del Pubblico Impiego, ingolfando così i servizi fino a renderli scarsamente 'servizievoli' (Scuola, Sanità, Comuni, Regioni etc.). Ovviamente le eccedenze di popolazione attiva non si sono formate più in campagna, ma in città, dove si è nato un nuovo esercito di riserva del lavoro salariato e impiegatizio che, nel Suditalia, raggiunge tra il 30 e il 40 per cento di ben due generazioni, quelle dei nati negli anni '60/'70 e quella dei nati negli anni '80/'90.
Appassita l'agricoltura, bloccata l'industria fordista della catena di montaggio, ridimensionata la spesa pubblica a favore dello Stato Sociale, tramontato l'artigianato dei servizi, favorita una specie di corporazione illiberista, o il monopolio di stampo quasi mafioso, nei servizi di aggiustaggio, i giovani meridionali si sono riversati nelle università, in tal modo allungando gli anni della formazione. Oggi questi giovani sono una marea montante, ma manca la risacca di un intervento statale. I giovani che mi vedo attorno sono un mare di speranze frustrate, di speranze inquinate dalla coscienza dell'inutile attesa. Gli anni passano, ma non si leva un solo filo di vento a muovere le onde. La stessa identità personale vacilla, si corrode, crolla in molti casi. Il mondo (e non il sistema) diventa un nemico. Ma l'Italia politica, la greppia politico-parlamentare romana, locale provinciale, il grande padronato bancario e industriale restano sordi al grido disperato, muto, indifferente alla disperazione giovanile che incalza per le vie delle grandi città, dei paesi, dei borghi. Il capitalismo ha le sue regole: impiega gli uomini che gli servono: gli individui e i gruppi nazionali più pieghevoli, più malleabili, quelli disposti ad accettare paghe basse , al lavoro senza orario, le persone costrette ad avere disprezzo per la propria salute, quelle che hanno preventivamente rinunciato a rivendicazioni politiche e sindacali, gli extracomunitari che sono preferiti e accolti. Quel che i capitalisti invocano dai governi è l'abbassamento della curva dei salari attraverso la presenza di morti di fame.
Nell'industria norditaliana la componente extracomunitaria è rilevante. Siamo oltre i due milioni di persone, quanto sarebbe stato sufficiente a dare un'alternativa alla disoccupazione meridionale. Si è preferito dare spazio alla componente più debole dell'esercito industriale di riserva, e non certo in omaggio a un principio di umanità, come ben evidenziano le condizioni disumane in cui vivono gli extracomunitari non ingaggiati al lavoro, ma per ottenere bassi salari e innalzare il grado di sfruttamento del lavoro dipendente. Due milioni di salvataggi non incidono il problema della fame e della disperazione del Sud del mondo, che riguarda tre o quattro miliardi di esseri umani. Più generoso sarebbe stato aprire la frontiere ai prodotti agricoli e dell'allevamento africani e latino americani.
Comunque, extracomunitari o meno, c'è uno Stato italiano, e questo Stato deve affrontare i problemi del Mezzogiorno, illusoriamente posto nel grembo di una società nazionale su cui lo Stato esercita la sua sovranità. Le famiglie hanno investito e investono enormi risorse su questi loro figli, estromessi dalla vita sociale. Si tratta di cifre da capogiro, che vanno dai 150 mila euro ai 400 mila euro pro capite. Moltiplicando per due o tre milioni di disoccupati si arriva alle migliaia di miliardi che il Sud butta nel cesso nazionale a ogni generazione. Ma le cifre sono un'escogitazione statistica. Quel che conta è l'esistenza morale di questi giovani. O il sistema affronta il problema, o crolla..
Fonte:Eleaml
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E' dal 1750 che in Europa la popolazione contadina diminuisce a favore dell'Industria e dei Servizi. A questo movimento ha contribuito il progresso tecnologico, che ha determinato il passaggio dalla organizzazione feudale, noncurante rispetto al tema della produttività del lavoro, al sistema della proprietà borghese caratterizzata da una forte esosità verso il contadino.
Sul finire del regno borbonico, a distanza di cento anni, cioè verso il 1860, le statistiche registravano una componente contadina del 48 per cento sulla popolazione attiva. Ottanta anni dopo, al tempo del fascismo, i contadini erano circa il 40 per cento degli italiani. La 'grande trasformazione' si ebbe negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo XX, con lo sviluppo del settore Industria, della Scuola di massa e del Sistema sanitario. Sette milioni (e forse più) di contadini meridionali presero il treno per cerare un lavoro in Germania, in Svizzera, nel Norditalia. L'emigrazione ebbe la funzione di una valvola di sfogo delle tensioni sociali, salvando il sistema capitalistico mediante un sostegno al reddito familiare. E dove l'emigrazione non apparve bastevole, s'intervenne con l'assistenzialismo, il clientelismo, la dilatazione del Pubblico Impiego, ingolfando così i servizi fino a renderli scarsamente 'servizievoli' (Scuola, Sanità, Comuni, Regioni etc.). Ovviamente le eccedenze di popolazione attiva non si sono formate più in campagna, ma in città, dove si è nato un nuovo esercito di riserva del lavoro salariato e impiegatizio che, nel Suditalia, raggiunge tra il 30 e il 40 per cento di ben due generazioni, quelle dei nati negli anni '60/'70 e quella dei nati negli anni '80/'90.
Appassita l'agricoltura, bloccata l'industria fordista della catena di montaggio, ridimensionata la spesa pubblica a favore dello Stato Sociale, tramontato l'artigianato dei servizi, favorita una specie di corporazione illiberista, o il monopolio di stampo quasi mafioso, nei servizi di aggiustaggio, i giovani meridionali si sono riversati nelle università, in tal modo allungando gli anni della formazione. Oggi questi giovani sono una marea montante, ma manca la risacca di un intervento statale. I giovani che mi vedo attorno sono un mare di speranze frustrate, di speranze inquinate dalla coscienza dell'inutile attesa. Gli anni passano, ma non si leva un solo filo di vento a muovere le onde. La stessa identità personale vacilla, si corrode, crolla in molti casi. Il mondo (e non il sistema) diventa un nemico. Ma l'Italia politica, la greppia politico-parlamentare romana, locale provinciale, il grande padronato bancario e industriale restano sordi al grido disperato, muto, indifferente alla disperazione giovanile che incalza per le vie delle grandi città, dei paesi, dei borghi. Il capitalismo ha le sue regole: impiega gli uomini che gli servono: gli individui e i gruppi nazionali più pieghevoli, più malleabili, quelli disposti ad accettare paghe basse , al lavoro senza orario, le persone costrette ad avere disprezzo per la propria salute, quelle che hanno preventivamente rinunciato a rivendicazioni politiche e sindacali, gli extracomunitari che sono preferiti e accolti. Quel che i capitalisti invocano dai governi è l'abbassamento della curva dei salari attraverso la presenza di morti di fame.
Nell'industria norditaliana la componente extracomunitaria è rilevante. Siamo oltre i due milioni di persone, quanto sarebbe stato sufficiente a dare un'alternativa alla disoccupazione meridionale. Si è preferito dare spazio alla componente più debole dell'esercito industriale di riserva, e non certo in omaggio a un principio di umanità, come ben evidenziano le condizioni disumane in cui vivono gli extracomunitari non ingaggiati al lavoro, ma per ottenere bassi salari e innalzare il grado di sfruttamento del lavoro dipendente. Due milioni di salvataggi non incidono il problema della fame e della disperazione del Sud del mondo, che riguarda tre o quattro miliardi di esseri umani. Più generoso sarebbe stato aprire la frontiere ai prodotti agricoli e dell'allevamento africani e latino americani.
Comunque, extracomunitari o meno, c'è uno Stato italiano, e questo Stato deve affrontare i problemi del Mezzogiorno, illusoriamente posto nel grembo di una società nazionale su cui lo Stato esercita la sua sovranità. Le famiglie hanno investito e investono enormi risorse su questi loro figli, estromessi dalla vita sociale. Si tratta di cifre da capogiro, che vanno dai 150 mila euro ai 400 mila euro pro capite. Moltiplicando per due o tre milioni di disoccupati si arriva alle migliaia di miliardi che il Sud butta nel cesso nazionale a ogni generazione. Ma le cifre sono un'escogitazione statistica. Quel che conta è l'esistenza morale di questi giovani. O il sistema affronta il problema, o crolla..
Fonte:Eleaml
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LAZIO: NASCE LA NUOVA LISTA CIVICA “RETE DEI CITTADINI”
veramente “dal basso” per aggregare le diverse realtà territoriali e che partecipera' alle prossime elezioni regionali nel Lazio.
RETE DEI CITTADINI nasce pochi mesi fa in modo assolutamente spontaneo proponendosi di unire leforze di singoli cittadini, comitati, associazioni e movimenti che abbiano a cuore la cosa pubblica e gliinteressi dei cittadini e del paese. Nasce come 'proposta dal basso' con l'intenzione di presentarsi alleprossime elezioni 2010 come alternativa politica al mal governo ed alla pessima prassi di quei governantiche non intendono la politica come ‘servizio’ ma come 'privilegio'.
Alla RETE DEI CITTADINI possono aderire tutte quelle realtà che vogliono condividere i principi fondantielencati sul suo manifesto.
In questi mesi RETE DEI CITTADINI ha proposto dibattiti, sia sul proprio forum che in luoghi fisici, su temicome Rifiuti Zero, Ambiente, Legalità, Economia alternativa, Acqua pubblica, Sanità e Medicinaalternativa e, durante la giornata NO B DAY, ha lanciato l'iniziativa NO CASTA DAY, rivolgendo il propriodissenso non soltanto al premier ma all’intera classe politica asservita al potere economico persalvaguardare i propri interessi piuttosto che favorire il benessere del paese e dei cittadini.
Sul forum delle RETE DEI CITTADINI è ancora in corso l'elaborazione del programma politico con ilcontributo di tutti gli aderenti al progetto.
La nuova lista civica RETE DEI CITTADINI si è costituita ufficialmente lo scorso Sabato 19 dicembrepresso l'Hotel Golden Tulip di Roma.
All'inaspettato numero di partecipanti sono stati presentati il manifesto con i principi fondanti del
progetto, le bozze dello statuto dell'associazione e del programma partecipato prima di lasciare la parolaad alcuni membri del gruppo per presentare le variegate realtà che stanno formando ed accrescendo un progetto fatto da cittadini per i cittadini. L'evento è stato anche un'occasione per conoscere le primecandidature proposte e per raccogliere impressioni da parte di alcuni ospiti presenti in sala.
Alcuni video della presentazione sono disponibili sul sito ufficiale www.retedeicittadini.it dove è possibileiscriversi per ricevere aggiornamenti sulle prossime iniziative e sulla presentazione pubblica del prossimo15 gennaio 2010.
Per approfondimenti:
Lista civica RETE DEI CITTADINI
Website: http://www.retedeicittadini.it E-mail: info@retedeicittadini.it
veramente “dal basso” per aggregare le diverse realtà territoriali e che partecipera' alle prossime elezioni regionali nel Lazio.
RETE DEI CITTADINI nasce pochi mesi fa in modo assolutamente spontaneo proponendosi di unire leforze di singoli cittadini, comitati, associazioni e movimenti che abbiano a cuore la cosa pubblica e gliinteressi dei cittadini e del paese. Nasce come 'proposta dal basso' con l'intenzione di presentarsi alleprossime elezioni 2010 come alternativa politica al mal governo ed alla pessima prassi di quei governantiche non intendono la politica come ‘servizio’ ma come 'privilegio'.
Alla RETE DEI CITTADINI possono aderire tutte quelle realtà che vogliono condividere i principi fondantielencati sul suo manifesto.
In questi mesi RETE DEI CITTADINI ha proposto dibattiti, sia sul proprio forum che in luoghi fisici, su temicome Rifiuti Zero, Ambiente, Legalità, Economia alternativa, Acqua pubblica, Sanità e Medicinaalternativa e, durante la giornata NO B DAY, ha lanciato l'iniziativa NO CASTA DAY, rivolgendo il propriodissenso non soltanto al premier ma all’intera classe politica asservita al potere economico persalvaguardare i propri interessi piuttosto che favorire il benessere del paese e dei cittadini.
Sul forum delle RETE DEI CITTADINI è ancora in corso l'elaborazione del programma politico con ilcontributo di tutti gli aderenti al progetto.
La nuova lista civica RETE DEI CITTADINI si è costituita ufficialmente lo scorso Sabato 19 dicembrepresso l'Hotel Golden Tulip di Roma.
All'inaspettato numero di partecipanti sono stati presentati il manifesto con i principi fondanti del
progetto, le bozze dello statuto dell'associazione e del programma partecipato prima di lasciare la parolaad alcuni membri del gruppo per presentare le variegate realtà che stanno formando ed accrescendo un progetto fatto da cittadini per i cittadini. L'evento è stato anche un'occasione per conoscere le primecandidature proposte e per raccogliere impressioni da parte di alcuni ospiti presenti in sala.
Alcuni video della presentazione sono disponibili sul sito ufficiale www.retedeicittadini.it dove è possibileiscriversi per ricevere aggiornamenti sulle prossime iniziative e sulla presentazione pubblica del prossimo15 gennaio 2010.
Per approfondimenti:
Lista civica RETE DEI CITTADINI
Website: http://www.retedeicittadini.it E-mail: info@retedeicittadini.it
martedì 29 dicembre 2009
Caro amico ti scrivo......
Era la frase con cui iniziava una canzone di anni fa di Lucio Dalla, con cui si chiudeva l’anno trascorso e il buon Lucio immaginava eventi mirabolanti per l’anno a venire.
Ebbene anche noi vorremmo scrivere ad un amico caro per fare il punto della situazione e fargli, farci a tutti noi, un augurio sincero per il prossimo 2010.
L’anno passato ha visto l’acutizzarsi d’una crisi che è di natura più generale, ma che inevitabilmente va a colpire paesi, come questa sfracassata Italia, in maniera maggiore. Più passa il tempo, gli anni, e questa specie di paese, il suo Stato, fa sempre di più per, non dico farsi volere bene, ma almeno o in piccola parte accettare. Abbiamo passato un anno dietro le paturnie d’un premier che se le inventa tutte, sorretto dalla sua banda (ci ho pensato prima d’usare questo termine…ma in fondo mi pare il più giusto!), pur d’evitare uno straccio di processo. Niente…o si fa come dice lui o, visto gli scarsi numeri e la mancanza d’idee e propositività dell’opposizione, non resta che sperare in un intervento divino che – ahinoi – tarda a sopraggiungere. I problemi della gente, le paghe insufficienti, il precariato, la perdita di posti di lavoro, possono aspettare! Poiché i guai non arrivano da soli e il Sud deve pagare sempre il conto con gli interessi, due eventi naturali massacrano ancor più i meridionali. Il terremoto in Abruzzo e la catastrofe di Messina stendono intere masse di popolo del centro/Sud. Poi si scopre che ospedali, edifici, opere idrogeologiche non affrontate, sono la cartapesta con cui lo Stato italiano ha esposto al sacrificio la gente meridionale per le gestioni truffaldine che ha messo in essere negli anni trascorsi.
La Fiat chiude i battenti? Indovinate dove? A Termini Imerese in Sicilia e a Pomigliano d’Arco in Campania! Si dirà : si, ma anche l’Alfa Romeo a Milano! Con un piccolo particolare di differenza : che un operaio che perde il posto al Sud o va al lastrico, o rischia d’essere assoldato dalla malavita.
Ricordate? O emigrante o brigante! La storia è sempre la stessa, non è cambiata!
E in quella specie di consesso di affari e inciuci che è il Parlamento, non c’è uno, dico uno, degli onorevoli che si faccia promotore d’una rivolta morale. Il problema è sempre quello : il Sud non ha rappresentanza politica che ne rappresenti le istanze e ne difenda gli interessi; abbiamo solo una nutrita schiera d’ascari venduti alla partitocrazia ufficiale, che guarda alla propria poltrona, sia che sieda a Destra o a Sinistra dell’emiciclo.
Questo è lo Stato, o meglio lo status in cui si trova il nostro popolo.
Passiamo agli auguri. Vorremo tutto il bene possibile ma sappiamo fin troppo bene che sarà improbabile, e allora passiamo al possibile.
Dobbiamo creare un partito forte, orgoglioso della nostra storia, che reclami il maltolto, che proponga il bene per la nostra terra, che si faccia vedere, che inizi a comunicare forte il proprio messaggio di pulizia, dignità, senso d’appartenenza, e che lo faccia prendendo le distanze dai due finti contendenti. C’è qualche meridionalista che spera d’apparentarsi con qualcuna delle forze istituzionali sperando di farsi largo. Frottole! La storia insegna che saranno sempre loro a menare il gioco, e fingendo interesse ai nostri problemi, tireranno quel po’ di sangue da rape piccole e poco sugose. Ma a loro interessa comunque tutto, anche il poco! C’è qualche altro leader meridionalista e movimento che crede di fare il puro, parlare bene ma razzolare male, facendo comunque in silenzio i loro tentativi per vedere se c’è spazio per qualche accordo che porti un po’ di soldi e qualche futura poltroncina.
Signori, la strada non è questa! Ce n’è una sola, difficile, che costa sangue, sudore e lacrime (come un gruppo musicale inglese di memoria rock : “Blood, sweet an tears”), ma è l’unica percorribile e chi non inizia mai arriva!
Noi del Partito del Sud, ci stiamo provando e un augurio al mio amico ipotetico e fratello del Sud mi va di farla : gli auguro di trovare il nostro stesso orgoglio, la nostra stessa fede, la nostra sicurezza che arriveremo – noi o i nostri figli – ma sarà un giorno splendido che ci ripagherà tutti dei nostri sacrifici, del nostro impegno, del tempo sottratto alle nostre famiglie, e non ci saranno cavalieri, burocrati, nani, ballerine, escort, trans, ascari e compagnia bella che potranno fregarci!
Il Sud ritornerà, e se non qualche corte costituzionale o tribunale (come disse Nicola Zitara) ci restituirà il dovuto, sarà il popolo che se lo riprenderà!
Abbiate fede! Viva il Sud e un buon 2010!
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Era la frase con cui iniziava una canzone di anni fa di Lucio Dalla, con cui si chiudeva l’anno trascorso e il buon Lucio immaginava eventi mirabolanti per l’anno a venire.
Ebbene anche noi vorremmo scrivere ad un amico caro per fare il punto della situazione e fargli, farci a tutti noi, un augurio sincero per il prossimo 2010.
L’anno passato ha visto l’acutizzarsi d’una crisi che è di natura più generale, ma che inevitabilmente va a colpire paesi, come questa sfracassata Italia, in maniera maggiore. Più passa il tempo, gli anni, e questa specie di paese, il suo Stato, fa sempre di più per, non dico farsi volere bene, ma almeno o in piccola parte accettare. Abbiamo passato un anno dietro le paturnie d’un premier che se le inventa tutte, sorretto dalla sua banda (ci ho pensato prima d’usare questo termine…ma in fondo mi pare il più giusto!), pur d’evitare uno straccio di processo. Niente…o si fa come dice lui o, visto gli scarsi numeri e la mancanza d’idee e propositività dell’opposizione, non resta che sperare in un intervento divino che – ahinoi – tarda a sopraggiungere. I problemi della gente, le paghe insufficienti, il precariato, la perdita di posti di lavoro, possono aspettare! Poiché i guai non arrivano da soli e il Sud deve pagare sempre il conto con gli interessi, due eventi naturali massacrano ancor più i meridionali. Il terremoto in Abruzzo e la catastrofe di Messina stendono intere masse di popolo del centro/Sud. Poi si scopre che ospedali, edifici, opere idrogeologiche non affrontate, sono la cartapesta con cui lo Stato italiano ha esposto al sacrificio la gente meridionale per le gestioni truffaldine che ha messo in essere negli anni trascorsi.
La Fiat chiude i battenti? Indovinate dove? A Termini Imerese in Sicilia e a Pomigliano d’Arco in Campania! Si dirà : si, ma anche l’Alfa Romeo a Milano! Con un piccolo particolare di differenza : che un operaio che perde il posto al Sud o va al lastrico, o rischia d’essere assoldato dalla malavita.
Ricordate? O emigrante o brigante! La storia è sempre la stessa, non è cambiata!
E in quella specie di consesso di affari e inciuci che è il Parlamento, non c’è uno, dico uno, degli onorevoli che si faccia promotore d’una rivolta morale. Il problema è sempre quello : il Sud non ha rappresentanza politica che ne rappresenti le istanze e ne difenda gli interessi; abbiamo solo una nutrita schiera d’ascari venduti alla partitocrazia ufficiale, che guarda alla propria poltrona, sia che sieda a Destra o a Sinistra dell’emiciclo.
Questo è lo Stato, o meglio lo status in cui si trova il nostro popolo.
Passiamo agli auguri. Vorremo tutto il bene possibile ma sappiamo fin troppo bene che sarà improbabile, e allora passiamo al possibile.
Dobbiamo creare un partito forte, orgoglioso della nostra storia, che reclami il maltolto, che proponga il bene per la nostra terra, che si faccia vedere, che inizi a comunicare forte il proprio messaggio di pulizia, dignità, senso d’appartenenza, e che lo faccia prendendo le distanze dai due finti contendenti. C’è qualche meridionalista che spera d’apparentarsi con qualcuna delle forze istituzionali sperando di farsi largo. Frottole! La storia insegna che saranno sempre loro a menare il gioco, e fingendo interesse ai nostri problemi, tireranno quel po’ di sangue da rape piccole e poco sugose. Ma a loro interessa comunque tutto, anche il poco! C’è qualche altro leader meridionalista e movimento che crede di fare il puro, parlare bene ma razzolare male, facendo comunque in silenzio i loro tentativi per vedere se c’è spazio per qualche accordo che porti un po’ di soldi e qualche futura poltroncina.
Signori, la strada non è questa! Ce n’è una sola, difficile, che costa sangue, sudore e lacrime (come un gruppo musicale inglese di memoria rock : “Blood, sweet an tears”), ma è l’unica percorribile e chi non inizia mai arriva!
Noi del Partito del Sud, ci stiamo provando e un augurio al mio amico ipotetico e fratello del Sud mi va di farla : gli auguro di trovare il nostro stesso orgoglio, la nostra stessa fede, la nostra sicurezza che arriveremo – noi o i nostri figli – ma sarà un giorno splendido che ci ripagherà tutti dei nostri sacrifici, del nostro impegno, del tempo sottratto alle nostre famiglie, e non ci saranno cavalieri, burocrati, nani, ballerine, escort, trans, ascari e compagnia bella che potranno fregarci!
Il Sud ritornerà, e se non qualche corte costituzionale o tribunale (come disse Nicola Zitara) ci restituirà il dovuto, sarà il popolo che se lo riprenderà!
Abbiate fede! Viva il Sud e un buon 2010!
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L´ Unita´ Divisa. 1861 - 2011: parla l' Italia reale
segnala che è uscito il libro
L’UNITA’ DIVISA. 1861-2011: parla l’Italia reale
Edizioni Il Cerchio
Sommario:
Francesco Mario Agnoli, Centocinquant’anni di storia dell’unità italiana
Lorenzo Del Boca, Come pagò l’unità d’Italia il Meridione
Franco Bampi, Perché la Liguria non appartiene all’Italia
Elena Bianchini Braglia, Da capitale estense a provincia sarda
Gilberto Oneto, Una scomoda verità
Ettore Beggiato, L’annessione del Veneto all’Italia
I soci possono chiedere il libro al prezzo di Euro 10 anziché 14
Richieste e informazioni: 059 212334, 389 8348934, info@centrostudirisorgimentali.it
segnala che è uscito il libro
L’UNITA’ DIVISA. 1861-2011: parla l’Italia reale
Edizioni Il Cerchio
Sommario:
Francesco Mario Agnoli, Centocinquant’anni di storia dell’unità italiana
Lorenzo Del Boca, Come pagò l’unità d’Italia il Meridione
Franco Bampi, Perché la Liguria non appartiene all’Italia
Elena Bianchini Braglia, Da capitale estense a provincia sarda
Gilberto Oneto, Una scomoda verità
Ettore Beggiato, L’annessione del Veneto all’Italia
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lunedì 28 dicembre 2009
Le bugie del nucleare sicuro
Saranno le aziende interessate alla costruzione dei nuovi impianti a proporre i siti. Se alla diffusa instabilità sismica tipica della nostra penisola si aggiunge l’enorme quantità di acqua necessaria al raffreddamento dei circuiti idraulici – prima causa di inattività delle centrali durante le calde estati che i cambiamenti climatici ci regalano – le aree possibili si contano sulle dita delle mani. Un sistema di incentivi indorerà la pillola ai comuni limitrofi, molti convinti che la vicinanza alle centrali francesi rappresenti già un rischio imminente, per cui non c’è differenza ad avere 4-5 centrali in più nel nostro Paese, tanto meglio se questo aiuta a sostenere il budget comunale. Peccato che le centinaia di piccoli incidenti e fuoriuscite minori abbiano reso la vita molto difficile agli abitanti delle zone limitrofe.
L’aumento delle neoplasie nella popolazione e delle mutazioni genetiche riscontrate nella fauna sono caratteristiche rilevate in molte aree circostanti centrali nucleari o siti di stoccaggio. Il guano dei gabbiani che volano intorno al centro di riprocessamento per scorie nucleari di Sellafield, in Gran Bretagna, ha presentato percentuali consistenti di isotopi radioattivi.
Ma in Italia sarà diverso. Un recente servizio della trasmissione Report ha raccontato la vita vicino alle centrali nucleari: acqua di falda compromessa, nuovi elettrodotti per la distribuzione, livelli di radioattività superiori alla norma. Questa volta, tuttavia, ci dicono che le centrali verranno costruite secondo i criteri più restrittivi. Quello che succede nei due unici cantieri al mondo dove viene utilizzata la stessa tecnologia prevista in Italia dimostra però come vi siano numerosi punti irrisolti sull’affidabilità degli impianti. I progetti delle due centrali in costruzione in Europa, ad opera di un consorzio di aziende che include Enel tra gli investitori, sono stati dichiarati non idonei sia per la mancanza delle simulazioni di impatto per velivoli di grande taglia, sia per gravi lacune strutturali nell’impostazione dei sistemi di sicurezza.
Enel, d’altro canto, preferisce inviare i suoi ingegneri a farsi le ossa sulle centrali di vecchia generazione in costruzione in Slovacchia. Ottima idea, se non fosse che la centrale di Mochovce, che l’azienda sta completando attraverso la controllata Slovenske Electrarne, è priva di guscio di contenimento. Un eventuale incidente aereo sulla centrale o la fuoriuscita di materiale fissile sarebbero una catastrofe. Enel spiega l’assenza di un guscio di contenimento in quanto la caduta di un aereo sulla centrale è un evento improbabile. L’impostazione strutturale di un impianto generativo nazionale basato su grandi centrali in grado di distribuire energia sulla lunga distanza è di vecchia concezione. L’energia dovrebbe essere generata il più possibile vicino all’utenza per ridurre le ingenti perdite da ritrasformazione e trasporto attraverso gli elettrodotti, i costi, l’inquinamento elettromagnetico. La cosiddetta generazione distribuita, pilastro del futuro energetico mondiale, è osteggiata sia dalla volontà politica di investire nella direzione opposta, sia dalla difficoltà strutturale di creare una nuova rete elettrica intelligente.
Il decreto del governo include anche l’identificazione del sito di stoccaggio definitivo. La Francia, paese a maggior concentrazione di nucleare civile al mondo, ha impiegato anni di studi e ancora oggi non possiede una soluzione definitiva per lo stoccaggio delle scorie. Gli Stati Uniti, dopo oltre 20 anni di studi nel centro di Yukka Mountain, in Nevada, hanno più volte interrotto gli scavi sin dal primo ritrovamento di plutonio in acqua di falda nel 1997, bloccato i lavori dopo la pubblicazione di un rapporto secretato che dimostrava l’inefficacia del guscio argilloso e ad oggi stanno ancora discutendo sull’eventuale scelta di mantenere i rifiuti in un centinaio di centri superficiali, invece che in un unico sito in profondità. Nel paese dove crollano le scuole nelle aree a basso rischio sismico, occorre veramente mettere alla prova questo paese con una tecnologia così pericolosa?
Da Il Fatto Quotidiano del 24 dicembre
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Saranno le aziende interessate alla costruzione dei nuovi impianti a proporre i siti. Se alla diffusa instabilità sismica tipica della nostra penisola si aggiunge l’enorme quantità di acqua necessaria al raffreddamento dei circuiti idraulici – prima causa di inattività delle centrali durante le calde estati che i cambiamenti climatici ci regalano – le aree possibili si contano sulle dita delle mani. Un sistema di incentivi indorerà la pillola ai comuni limitrofi, molti convinti che la vicinanza alle centrali francesi rappresenti già un rischio imminente, per cui non c’è differenza ad avere 4-5 centrali in più nel nostro Paese, tanto meglio se questo aiuta a sostenere il budget comunale. Peccato che le centinaia di piccoli incidenti e fuoriuscite minori abbiano reso la vita molto difficile agli abitanti delle zone limitrofe.
L’aumento delle neoplasie nella popolazione e delle mutazioni genetiche riscontrate nella fauna sono caratteristiche rilevate in molte aree circostanti centrali nucleari o siti di stoccaggio. Il guano dei gabbiani che volano intorno al centro di riprocessamento per scorie nucleari di Sellafield, in Gran Bretagna, ha presentato percentuali consistenti di isotopi radioattivi.
Ma in Italia sarà diverso. Un recente servizio della trasmissione Report ha raccontato la vita vicino alle centrali nucleari: acqua di falda compromessa, nuovi elettrodotti per la distribuzione, livelli di radioattività superiori alla norma. Questa volta, tuttavia, ci dicono che le centrali verranno costruite secondo i criteri più restrittivi. Quello che succede nei due unici cantieri al mondo dove viene utilizzata la stessa tecnologia prevista in Italia dimostra però come vi siano numerosi punti irrisolti sull’affidabilità degli impianti. I progetti delle due centrali in costruzione in Europa, ad opera di un consorzio di aziende che include Enel tra gli investitori, sono stati dichiarati non idonei sia per la mancanza delle simulazioni di impatto per velivoli di grande taglia, sia per gravi lacune strutturali nell’impostazione dei sistemi di sicurezza.
Enel, d’altro canto, preferisce inviare i suoi ingegneri a farsi le ossa sulle centrali di vecchia generazione in costruzione in Slovacchia. Ottima idea, se non fosse che la centrale di Mochovce, che l’azienda sta completando attraverso la controllata Slovenske Electrarne, è priva di guscio di contenimento. Un eventuale incidente aereo sulla centrale o la fuoriuscita di materiale fissile sarebbero una catastrofe. Enel spiega l’assenza di un guscio di contenimento in quanto la caduta di un aereo sulla centrale è un evento improbabile. L’impostazione strutturale di un impianto generativo nazionale basato su grandi centrali in grado di distribuire energia sulla lunga distanza è di vecchia concezione. L’energia dovrebbe essere generata il più possibile vicino all’utenza per ridurre le ingenti perdite da ritrasformazione e trasporto attraverso gli elettrodotti, i costi, l’inquinamento elettromagnetico. La cosiddetta generazione distribuita, pilastro del futuro energetico mondiale, è osteggiata sia dalla volontà politica di investire nella direzione opposta, sia dalla difficoltà strutturale di creare una nuova rete elettrica intelligente.
Il decreto del governo include anche l’identificazione del sito di stoccaggio definitivo. La Francia, paese a maggior concentrazione di nucleare civile al mondo, ha impiegato anni di studi e ancora oggi non possiede una soluzione definitiva per lo stoccaggio delle scorie. Gli Stati Uniti, dopo oltre 20 anni di studi nel centro di Yukka Mountain, in Nevada, hanno più volte interrotto gli scavi sin dal primo ritrovamento di plutonio in acqua di falda nel 1997, bloccato i lavori dopo la pubblicazione di un rapporto secretato che dimostrava l’inefficacia del guscio argilloso e ad oggi stanno ancora discutendo sull’eventuale scelta di mantenere i rifiuti in un centinaio di centri superficiali, invece che in un unico sito in profondità. Nel paese dove crollano le scuole nelle aree a basso rischio sismico, occorre veramente mettere alla prova questo paese con una tecnologia così pericolosa?
Da Il Fatto Quotidiano del 24 dicembre
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Nucleare all'italiana-parte 2 di 2
Il ritorno del nucleare in Italia,lo smantellamento delle "vecchie" centrali,il problema dello smaltimento delle scorie.Intanto,in vista dell'individuazione dei siti,il governo li equipara a zone militarizzate.
http://www.la7.it/approfondimento/det...
Il ritorno del nucleare in Italia,lo smantellamento delle "vecchie" centrali,il problema dello smaltimento delle scorie.Intanto,in vista dell'individuazione dei siti,il governo li equipara a zone militarizzate.
http://www.la7.it/approfondimento/det...
Dopo Cavour puntualizzazioni su Mazzini e Garibaldi....

Dopo quello di ieri, riguardante Cavour, un nuovo interessante intervento di Ubaldo Sterlicchio in risposta ad un post sul blog Frz'40 s dal titolo "E chi è mai stato questo Cavour?" :
Di Ubaldo Sterlicchio
Spett.le Direzione,
nell’accogliere il Vostro esplicito invito a parlare di Garibaldi e di Mazzini, reputo doverosa una premessa.
Innanzitutto, gli eventi che si svolsero nel Mezzogiorno d’Italia negli anni 1860-61 devono meglio definirsi: «Invasione del Regno delle Due Sicilie» ed il “risorgimento” italiano, sotto tale aspetto, fu un grandissimo crimine. Esso fu tale per le finalità che si prefiggeva (asservire i popoli d’Italia alla politica accentratrice del Piemonte), per le modalità con cui fu realizzato (guerre d’aggressione, bombardamenti spietati, crudeli massacri, leggi speciali, tribunali militari, fucilazioni senza processo, saccheggi e ruberie, plebisciti truffaldini) e per i loschi individui che ne furono gli artefici (falsamente presentatici come grandi uomini, personaggi eroici, senza macchia e senza paura).
Pertanto, non c’è proprio niente da festeggiare in occasione del 150esimo anniversario della brutale annessione “manu militari” dei territori della penisola italiana al misero e fallimentare Piemonte dell’epoca. Si trattò di una unificazione malfatta che divise ancor più l’Italia.
Quello che Voi chiamate “risorgimento” è un qualcosa che, a noi meridionali, non appartiene, perché a “risorgere” fu solo il Piemonte dell’epoca, i cui governanti, rubando in casa d’altri, ne evitarono la bancarotta.
In particolare, il divario Nord-Sud iniziò proprio nel 1860, anno dell’invasione del Mezzogiorno d’Italia ed aumentò, anno dopo anno, fino al dramma attuale. Prima di allora, non vi erano grandi differenze nel reddito pro-capite e nel PIL, anzi, la situazione economica del Regno meridionale era assolutamente favorevole al decollo verso grandi prospettive. Vi ricordo che il Regno delle Due Sicilie, già dal 1856, era la terza potenza industriale d’Europa.
La rovina del ricco, prospero e pacifico Reame cominciò in quel maledetto anno 1860, allorquando, con l’arrivo di Garibaldi e dei suoi compagni di merenda, il nostro antico Stato perse la propria indipendenza, fu saccheggiato, devastato e ridotto al rango di semplice “colonia” tosco-padana! Il suo Popolo fu massacrato ad opera dei “fratelli d’Italia” (lasciando sul campo 1 milione di morti, ammazzati in battaglie campali, con la repressione dell’insorgenza popolare – bollata dispregiativamente con il termine di “brigantaggio” – con le indiscriminate fucilazioni in massa, nonché nei campi di sterminio), ridotto alla fame e, quindi, costretto ad emigrare (non meno di 26 milioni di meridionali, dal momento della conquista piemontese ad oggi, hanno dovuto abbandonare la propria patria).
Fu allora che nacque la c.d. “Questione Meridionale”.
Per noi meridionali, quindi, festeggiare il risorgimento e celebrare i suoi artefici (Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II & compari di merende), è come se gli Ebrei festeggiassero l’Olocausto, osannando Hitler ed i criminali nazisti che li hanno sterminati!
Questo risorgimento (non nostro!), per noi meridionali, è stato solamente portatore di lutti e di miserie.
Non è cosa onesta, quindi, dimenticare, ma occorre far conoscere a tutti gli italiani la Verità – anche se scomoda – per togliere la cappa di menzogna che grava ancora sugli eventi che portarono alla conquista del Sud. E la Verità deve essere conosciuta appieno soprattutto dai giovani, smettendola di raccontare loro la solita favoletta risorgimentale, secondo la quale il Sud era “arretrato” e che Garibaldi & company sono venuti a “liberarci” dalla tirannide borbonica. Ingannare i nostri ragazzi (come lo siamo stati noi adulti quando eravamo studenti!) con queste colossali fandonie è altamente diseducativo.
Parliamo ora di Garibaldi.
Giuseppe Garibaldi tutto era, tranne che un eroe. Era innanzitutto un avventuriero e mercenario, con tanto di “patente da corsaro”, dedito ad atti di pirateria; in Sud America non combatté per la libertà delle popolazioni del Rio de la Plata, ma per favorire gli interessi commerciali inglesi: assaliva le navi non britanniche e le depredava; i suoi marinai si abbandonavano a razzie, stupri e violenze d’ogni sorta. L’indignazione dei popoli dell’America del Sud, viva ancora al giorno d’oggi, è racchiusa in un emblematico articolo apparso su Il Pais (un quotidiano argentino che, giornalmente, vende 300.000 copie circa), alla pagina 6 del numero pubblicato il 27 luglio 1995, in occasione della visita in Argentina del Presidente italiano Oscar Luigi Scalfaro: «Il presidente d’Italia è stato nostro illustre visitante… Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dottor Scalfaro che il suo compatriota (Garibaldi) non ha lottato per la libertà di queste nazioni come (Scalfaro) afferma. Piuttosto il contrario».
E’ stato anche un mercante di schiavi cinesi dall’estremo oriente in Cile: il suo armatore Pietro Denegri diceva che glieli potava «tutti grassi e in buona salute».
Commissionò l’assassinio di Manuel Duarte de Aguiar, suo rivale in amore, perché legittimo marito di Anita; con qualche rimorso postumo, il “generalissimo” nelle sue memorie sentenziò al riguardo: «Se vi fu colpa, io l’ebbi intiera, e… vi fu colpa!».
La spedizione dei mille e la conseguente invasione del Regno delle Due Sicilie fu, a pieno titolo, un gravissimo atto di pirateria internazionale, in quanto perpetrato nel totale dispregio di ogni più elementare norma di Diritto Internazionale, prima fra tutte, quella che garantisce l’autodeterminazione dei popoli. Fece saccheggiare tutto quanto trovava sulla sua strada: banche, musei, regge, chiese, arsenali ed anche casse private di molti cittadini, appropriandosi e distribuendo ai suoi amici ricchezze d’ogni genere. Ce lo testimonia, addirittura, lo stesso Vittorio Emanuele II, il quale, dopo l’incontro di Teano, così scrisse al Cavour: «…come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».
Lo sbarco a Marsala del 1860 fu, quindi, l’inizio di quella disastrosa campagna che portò alla fine del Regno delle Due Sicilie: le popolazioni del Sud furono aggredite da una banda irregolare, guidata da un capo irregolare, di nazionalità estranea al regno stesso e che nessuno aveva chiamato, all’infuori di alcuni oppositori al regime legalmente e legittimamente vigente, ideologicamente impegnati e per tale qualità entrati e usati in un gioco politico internazionale non favorevole alle Due Sicilie.
La tanto celebrata vittoria di Calatafimi non fu conseguita sul campo, bensì fu letteralmente “comprata” da Giuseppe Garibaldi, il quale aveva già provveduto a corrompere il generale borbonico Francesco Landi. Costui, infatti, non mandò i necessari rinforzi alle poche compagnie di soldati napoletani che si erano battuti coraggiosamente e che avevano addirittura sottratto ai garibaldini la loro bandiera: tale cimelio è tuttora in possesso dei discendenti dei Borbone di Napoli. L’invio di un solo battaglione di riserva avrebbe consentito di massacrare tutte le camicie rosse, Garibaldi compreso. Questo non trascurabile particolare spiega anche l’ostentata sicurezza con la quale il nizzardo affermò: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore!», in quanto il c.d. eroe dei due mondi era ben sicuro di… non morire! Ed a proposito del Landi, lo storico Giacinto de’ Sivo così scrisse: «Che fuggisse per codardia non è da credere, ché la zuffa lontana da lui potea finire vittoriosa, sol ch’avesse mandato un altro battaglione. Traditore il gridò concorde la fama, traditore affermavanlo a voce molti garibaldini stessi. Seguita la catastrofe del regno, ei si moriva improvviso in marzo 61; e fu notorio, e anche stampato il perché, ch’io ho verificato vero. Mandò al banco di Napoli a cambiare una polizza di 14.000 ducati, ma trovatasi essere di 14 ducati, e alterata e falsa nella cifra, costretto a parlare confessò averla dal Garibaldi; Landi, per dolore tocco d’apoplessia, lo stesso giorno morì».
Garibaldi fu il mandante dell’eccidio di Bronte, dove fece fucilare, per mano di Nino Bixio, i contadini che avevano osato “usurpare” le terre (da lui stesso promesse a quei disgraziati) che erano di proprietà degli inglesi. L’eccidio di Bronte è stato narrato, con dovizia di particolari, dal garibaldino Cesare Abba, nel suo libro Da Quarto al Volturno; consultatelo!
L’arrivo di Garibaldi nel Sud d’Italia costituisce, inoltre, il vero spartiacque nell’evoluzione e nella storia della Mafia e della Camorra: le organizzazioni criminali meridionali – grazie a lui che, nel 1860, si avvalse della loro “preziosa” collaborazione – entrarono a pieno titolo nella vita sociale, economica e politica dello Stato, mutando la loro caratteristica: da parassitarie (vivevano ai margini della società civile ed erano efficacemente combattute dai Borbone), diventarono imprenditoriali e politiche.
In merito, poi, ai famigerati “mille”, Francesco Guglianetti, segretario generale agli interni del governo sabaudo scrisse di aver saputo «da persona autorevole che parecchi, partiti miserabili, sono ritornati colla camicia rossa e colle tasche piene di biglietti di mille lire» e Garibaldi stesso, il giorno 5 dicembre 1861, in pieno Parlamento a Torino, definì gli stessi “mille”: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto».
Il massone Pietro Borrelli, firmandosi con lo pseudonimo di Flaminio, nell’ottobre 1882, sulla rivista tedesca Deutsche Rundschau, scrisse: «Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana, per realizzarsi, avea bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione in Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti». Questa testimonianza è preziosa e significativa, anche alla luce del fatto che lo stesso Garibaldi era un massone: la sua carriera di “frammassone” iniziò nel 1844, a Montevideo, laddove ne ricevette l’iniziazione e culminò nel 1862, a Torino, con il raggiungimento del 33° grado (il più elevato!).
In conclusione, Garibaldi è stato uno dei più acerrimi nemici del Sud e del suo popolo ed i meridionali stanno ancora pagando per gli immensi guasti dal medesimo provocati.
In un momento di verosimile rimorso, nel 1868, il nizzardo così scrisse all’attrice Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio». Ed infine, deluso e disgustato da quelli che erano stati i risultati dell’unità d’Italia, nel 1880, così disse: «Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero ed in preda alla parte peggiore della nazione».
Evviva la sincerità!
Passiamo a Mazzini.
Giuseppe Mazzini aveva in comune con Garibaldi una condanna morte in contumacia, come “nemico della Patria e dello Stato”, inflitta loro dal governo piemontese, che li aveva dichiarati entrambi “banditi di primo catalogo”; questa condanna non è mai stata revocata!
Dopo i moti carbonari del 1831, andò in esilio a Marsiglia. Qui costituì una nuova associazione terroristica che avrebbe sostituito la Carboneria: la Giovine Italia, riservata a chi non avesse superato i quarant’anni di età. Ogni adepto assumeva un nome di battaglia e pronunciava questo giuramento: «Io, cittadino italiano, davanti a Dio… giuro di consacrarmi tutto e sempre con tutte le mie potenze morali e fisiche alla Patria ed alla sua rigenerazione… di spegnere (cioè: di ammazzare) col braccio ed infamar con la voce i tiranni e la tirannide politica, civile, morale cittadina, straniera… di cercare per ogni via che gli uomini della Giovine Italia ottengano la direzione delle cose pubbliche (il solito vizietto della caccia alle poltrone!), di non rivelare per seduzioni o tormenti l’esistenza, lo scopo della Federazione, e di distruggere (cioè: sempre ammazzare), potendo, il rivelatore…».
Questi macabri intenti erano formulati in nome del popolo, di quel popolo che Mazzini, con la vita ritirata che conduceva, non conosceva e non conobbe mai!
Mazzini prese nome di battaglia di Filippo Strozzi, ma i suoi compagni lo chiamavano Pippo.
Il motto della Giovine Italia era “pensiero e azione”: per pensiero si deve intendere la propaganda mazziniana, per azione l’insurrezione armata.
A Marsiglia andava in giro travestito, qualche volta anche da donna.
Un giorno conobbe la pasionaria milanese Giuditta Sidoli, vedova di un rivoluzionario reggiano condannato a morte per i moti del 1821 e madre di quattro figli. Pippo e Giuditta fecero una scappatella a Ginevra, da dove la pasionaria tornò con un bambino in braccio, il figlio di Mazzini. I due affidarono il piccolo all’amico Demostene Ollivier, che se ne prese cura come un figlio suo; poi Giuditta scomparve dalla vita di Mazzini. E quell’ipocrita ebbe perfino il coraggio di scrivere un libro sui Doveri dell’uomo!
In realtà, il nostro personaggio, aduso a restare… “prudentemente” dietro le quinte e ben badando a non esporsi mai in prima persona, fu solamente un grandissimo vigliacco; comunque, la sua “carriera” di cospiratore, tanto in “pensiero”, quanto in “azione”, fu caratterizzata da un continuo susseguirsi di insuccessi.
Nel 1833, la polizia piemontese riuscì a scoprire una vasta attività cospiratoria mazziniana nei bassi gradi dell’esercito, soprattutto fra i sottufficiali: a Genova fu scoperto il gruppo dei fratelli Ruffini (Agostino, Giovanni e Jacopo). Come al solito, questi cospiratori, in gran parte “eroi da operetta”, una volta arrestati, “cantarono”. Jacopo, arrestato, si era suicidato, convinto di essere stato denunciato dai suoi stessi compagni; Agostino era fuggito con la madre a Marsiglia da Mazzini, per averne conforto; ma Pippo aveva altro per la testa… Tutti gli perdonarono la sua sbandata passionale, ma non Agostino Ruffini che, da allora, divenne apertamente ostile al suo vecchio idolo.
Nel dicembre 1833, Mazzini in persona consegnò un pugnale, un passaporto e mille franchi all’esule parmense Antonio Gallenga, che si era offerto di compiere un attentato alla vita del re Carlo Alberto a Torino. Il mazziniano Gallenga, però, non mantenne la promessa e fu poi fatto… prefetto e senatore del Regno.
Per rincuorare gli indecisi, abbattuti per tutti i tradimenti e gli arresti avvenuti, dal pensiero, Mazzini decise di passare all’azione. Pensò che la scintilla dovesse essere accesa al Sud. Prese contatti con i suoi confratelli terroristi degli Stati napoletano e pontificio. Ne prese anche con Sciabolone, un brigante che terrorizzava l’Abruzzo. Poi ebbe l’idea di una spedizione in Savoia con un corpo di volontari reclutati fra gli esuli. Il comando fu affidato al “generale” Gerolamo Ramorino, avventuriero, giocatore e donnaiolo, che andava a combattere anche per sfuggire ai suoi creditori. Mazzini, a Ginevra, gli consegnò 40 mila franchi, con l’impegno di arruolare mille “volontari”; ma Ramorino andò a giocarsi i soldi a Parigi. Mazzini, testardo, fissò l’azione per la notte del 1° febbraio 1834; Ramorino si presentò, invece che con i mille uomini, con altri due generali (sic!), un aiutante ed un medico, rifiutandosi di attraversare il confine e dichiarando l’impresa irrealizzabile.
Le loro speranze erano riposte sui marinai di Genova: ma sul luogo ed all’ora fissata per l’insurrezione, si trovarono in due soli (“si trovarono” per modo di dire, perché in realtà “si persero”, non solo d’animo, ma anche di vista), già identificati e braccati dalla polizia. Uno dei due era Garibaldi che, condannato a morte, come già detto, si rifugiò in Francia, da dove emigrò in America Latina, ivi mettendo il braccio a disposizione di vari dittatorelli di quei paesi e vivendo come un bandito.
Mazzini, invece di riconoscere il suo fallimento, scrisse al suo amico Rosales: “Il popolo e i capi-popolo hanno mancato. Che Dio fulmini loro e me prima!”
Dopo il fallimento della spedizione in Savoia, Mazzini sembrava un uomo finito. A Berna fondò la Giovine Europa, il cui programma era quello della Giovine Italia ampliato a tutto il continente. Fondò anche una Giovine Svizzera: e questo la dice lunga sul suo “patriottismo”… esclusivamente italiano. Ma subito dopo piombò in una profonda crisi depressiva, che lo condusse sull’orlo della follia. Espulso dalla Svizzera, arrivò a Londra, tradizionale covo di tutti i rivoluzionari senza-patria.
Quando cercò di riprendere l’attività cospiratoria, si accorse di aver ispirato molti imitatori, che però ne contestavano l’autorità. Era il caso di Nicola Fabrizi, che con la sua Legione Italica rivendicava a sé la qualifica di capo, e dei fratelli Bandiera, che nel 1844 sbarcarono a Crotone con la presunzione di accendervi la rivolta. Attilio ed Emilio Bandiera, con sette dei loro compagni, caddero sotto il plotone di esecuzione; gli altri furono graziati ed avviati all’ergastolo. Non erano stati mandati da Mazzini, ma queste imprese rientravano nei metodi di lotta insurrezionale che egli aveva predicato e praticato.
Nel 1848, Mazzini elogiò gli assassini del comandante austriaco dell’arsenale di Venezia, Giovanni Marinovich e del conte Pellegrino Rossi, uno dei migliori amici del papa Pio IX, ministro degli Interni pontificio, a Roma.
Nella notte fra il 24 ed il 25 novembre 1848, i rivoluzionari costrinsero Pio IX a fuggire da Roma ed a rifugiarsi a Gaeta, sotto la protezione del Re di Napoli, Ferdinando II. Goffredo Mameli mandò un messaggio a Mazzini: “Roma! Repubblica! Venite!” Il terrorista accorse, entrando a far parte del famoso triunvirato (Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini, Aurelio Saffi), che nel marzo 1849 aveva sostituito quello costituito da Carlo Armellini, Mattia Montecchi ed Aurelio Saliceti.
S’installò in una stanza del Quirinale, assegnandosi uno stipendio di trentadue lire al mese.
Tutti i decreti della Repubblica Romana venivano intestati col motto della Giovine Italia: “Dio (un Dio tutto suo!…) e Popolo”. Dichiarò guerra alla Chiesa ed alla proprietà, propugnando l’espropriazione di tutti i beni ecclesiastici. Nel frattempo, assassinii politici venivano commessi in pieno giorno da gruppi mazziniani con nomi significativi: Lega infernale, Compagnia infernale, Lega di sangue.
A Senigallia fu assassinato l’arcivescovo, che si era rifiutato di celebrare il Te Deum per la repubblica. Il popolo chiamava questi settari mazziniani dal pugnale facile: “ammazzarelli”.
Nell’aprile del 1849, la Francia inviava un corpo di spedizione, comandato dal generale Nicholas Charles Oudinot, che sbarcava a Civitavecchia. Nel frattempo a Roma arrivavano rinforzi, fra cui il romagnolo Callimaco Zambianchi, liberato dalla galera dove si trovava incolpato di nove omicidi: gli uomini ai suoi ordini fucilarono almeno quaranta preti e monaci sospettati di cospirare contro il governo! Nel giro di due mesi, Roma veniva strappata ai rivoluzionari. Garibaldi si salvò con una rocambolesca fuga in Tunisia, dove trovò una nave per New York; Mazzini se ne tornò in Inghilterra, passando per Marsiglia.
Mazzini giocò ancora alla rivoluzione, naturalmente sulla pelle degli altri (fedele alla sua già ben collaudata tecnica dell’”armiamoci e partite”): nel febbraio 1853 fece scoppiare l’insurrezione antiaustriaca dei “Barabba”, gli operai di Milano. Gli avevano assicurato che tremila uomini erano pronti ad impugnare le armi, ma solo alcune centinaia di questi poveracci assaltarono le caserme, lasciando sul selciato una sessantina di austriaci tra morti e feriti. Qualche giorno dopo, gli insorti catturati furono impiccati: ancora sangue… rigorosamente altrui!
Mazzini sciolse la sua organizzazione di Londra ed annunciò la nascita di un nuovo partito, il Partito d’Azione (i cui discendenti, nel corso della seconda guerra mondiale, invocavano i bombardamenti anglo-americani sulle città italiane, per demoralizzare la popolazione ed affrettare la caduta di quel regime fascista che, poi, nella sua ultima versione della Repubblica Sociale, si richiamava espressamente proprio alla figura di Giuseppe Mazzini!).
Nel 1857, dopo vari tentativi insurrezionali, fu la volta di Carlo Pisacane; espatriato per sfuggire al marito della sua amante, Enrichetta di Lorenzo, nel 1847 si era arruolato nella Legione Straniera, impegnata nella conquista coloniale dell’Algeria. Congedatosi, si ritirò con Enrichetta in Ticino, dove divenne “consigliere militare” di Mazzini, col quale redigeva vasti piani di operazioni per un esercito che… non esisteva!
Nel maggio 1857, Mazzini gli mise a disposizione dei fondi, con cui Pisacane, nel giugno successivo, organizzò la “spedizione di Sapri”, conclusasi, dopo la liberazione di 323 delinquenti detenuti nell’isola di Ponza (di cui solamente una dozzina aveva subito condanne per motivi politici), con l’uccisione o la cattura di tutti i rivoluzionari.
Da quell’ultimo fallimento in poi, Mazzini sopravvisse a se stesso, rassegnandosi a cedere l’iniziativa a quell’altro “galantuomo” di Cavour.
Giuseppe Mazzini fu il primo “tangentista” dell’Italia unita. Infatti, appena fatta l’”unità d’Italia”, egli cercò di mettere le mani sulla ricchissima torta dell’affare delle Ferrovie Meridionali, del valore potenziale di un miliardo e mezzo di lire oro dell’epoca (circa 75 miliardi di euro). Le risorse finanziarie, già reperite dal governo napoletano per la parte necessaria a coprire l’avvio dell’opera, erano state “sbancate” da Garibaldi e dilapidate in mille rivoli, fra cui pensioni a presunti “perseguitati” politici; c’erano pronti i progetti esecutivi realizzati attraverso un concorso, a bando internazionale, vinto dalla famiglia di imprenditori francesi Talabot. Garibaldi, ignorando i vincitori della gara internazionale, affidò al banchiere Pietro Augusto Adami – che l’aveva sollecitato esibendo le sue benemerenze di “finanziatore della spedizione dei Mille” – l’incarico di realizzare le Ferrovie del Sud. Anche un altro banchiere, Adriano Lemmi (Gran Maestro della massoneria italiana dell’epoca), peraltro cognato dell’Adami, aspirava al medesimo incarico; quest’ultimo, a sua volta, aveva finanziato la spedizione di Carlo Pisacane e, quindi, passava… all’incasso di questa “cambiale”, munito di “lettera di raccomandazione” autografa dell’”Apostolo puro”, tutto casa, massoneria e giovine Italia, Giuseppe Mazzini; latore ne era lo stesso Lemmi, destinatario era Francesco Crispi, plenipotenziario per la Sicilia. Il fondatore della Giovine Italia così scriveva: «Fratello, il portatore Adriano Lemmi, è nostro buonissimo amico, da vent’anni, e fece sacrifici considerevoli per la Causa. Ei viene a trattar cosa importante concernente la concessione fatta recentemente per le vie ferrate all’Adami. Uditelo, vi prego; spiegherà egli ogni cosa. Io soltanto vi dico che dove altri farebbe suo prò d’ogni frutto d’impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito, non la sua. Vogliatemi bene».
Per non scontentare nessuno, il duo Garibaldi-Crispi assegnò l’affare delle Ferrovie del Sud metà a Lemmi e metà all’Adami, ma i due, successivamente, furono costretti a rinunciare all’incarico per difficoltà tecnico-finanziarie… (sic!). L’operazione assunse aspetti decisamente squallidi e vide, poi, coinvolti il ministro delle Finanze Pietro Bastogi e gran parte dei parlamentari, che si spartirono la “torta”.
La Commissione parlamentare d’inchiesta, istituita per indagare su questo “scandalo delle Ferrovie”, propose ed ottenne l’archiviazione del caso. Si trattò del primo “scandalo insabbiato”, come si rivelerà poi nella migliore tradizione dell’Italia “unita”, tanto monarchica che repubblicana; ma la grande commedia italica (peraltro attualissima, in quanto la stessa tangentopoli degli anni Novanta del XX secolo, a questo punto, non dovrebbe destare alcuna meraviglia!) dei corrotti e dei corruttori, di Faust che vende l’anima per una mazzetta, era appena iniziata. Su il sipario!
“L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani”, sosteneva Massimo d’Azeglio; ma, contrariamente a quanto questi credesse, gli Italiani (non così diversi dagli Italiani di oggi) erano già da allora belli e fatti!
Infatti, uno sguardo d’insieme che, non limitandosi alla sola “questione meridionale”, esamini complessivamente l’attuale situazione italiana, pone in evidenza un inquietante parallelismo tra le vicende legate alla nascita dello Stato unitario e quelle che hanno inquinato la vita dell’Italia democratica del nostro tempo. Ed è solo comprendendo, al di là della retorica scolastica, come è nata male l’Italia di Vittorio Emanuele II e di Cavour, di Mazzini e di Garibaldi, che possiamo sperare di capire anche che cosa non funziona nell’Italia di oggi.

Dopo quello di ieri, riguardante Cavour, un nuovo interessante intervento di Ubaldo Sterlicchio in risposta ad un post sul blog Frz'40 s dal titolo "E chi è mai stato questo Cavour?" :
Di Ubaldo Sterlicchio
Spett.le Direzione,
nell’accogliere il Vostro esplicito invito a parlare di Garibaldi e di Mazzini, reputo doverosa una premessa.
Innanzitutto, gli eventi che si svolsero nel Mezzogiorno d’Italia negli anni 1860-61 devono meglio definirsi: «Invasione del Regno delle Due Sicilie» ed il “risorgimento” italiano, sotto tale aspetto, fu un grandissimo crimine. Esso fu tale per le finalità che si prefiggeva (asservire i popoli d’Italia alla politica accentratrice del Piemonte), per le modalità con cui fu realizzato (guerre d’aggressione, bombardamenti spietati, crudeli massacri, leggi speciali, tribunali militari, fucilazioni senza processo, saccheggi e ruberie, plebisciti truffaldini) e per i loschi individui che ne furono gli artefici (falsamente presentatici come grandi uomini, personaggi eroici, senza macchia e senza paura).
Pertanto, non c’è proprio niente da festeggiare in occasione del 150esimo anniversario della brutale annessione “manu militari” dei territori della penisola italiana al misero e fallimentare Piemonte dell’epoca. Si trattò di una unificazione malfatta che divise ancor più l’Italia.
Quello che Voi chiamate “risorgimento” è un qualcosa che, a noi meridionali, non appartiene, perché a “risorgere” fu solo il Piemonte dell’epoca, i cui governanti, rubando in casa d’altri, ne evitarono la bancarotta.
In particolare, il divario Nord-Sud iniziò proprio nel 1860, anno dell’invasione del Mezzogiorno d’Italia ed aumentò, anno dopo anno, fino al dramma attuale. Prima di allora, non vi erano grandi differenze nel reddito pro-capite e nel PIL, anzi, la situazione economica del Regno meridionale era assolutamente favorevole al decollo verso grandi prospettive. Vi ricordo che il Regno delle Due Sicilie, già dal 1856, era la terza potenza industriale d’Europa.
La rovina del ricco, prospero e pacifico Reame cominciò in quel maledetto anno 1860, allorquando, con l’arrivo di Garibaldi e dei suoi compagni di merenda, il nostro antico Stato perse la propria indipendenza, fu saccheggiato, devastato e ridotto al rango di semplice “colonia” tosco-padana! Il suo Popolo fu massacrato ad opera dei “fratelli d’Italia” (lasciando sul campo 1 milione di morti, ammazzati in battaglie campali, con la repressione dell’insorgenza popolare – bollata dispregiativamente con il termine di “brigantaggio” – con le indiscriminate fucilazioni in massa, nonché nei campi di sterminio), ridotto alla fame e, quindi, costretto ad emigrare (non meno di 26 milioni di meridionali, dal momento della conquista piemontese ad oggi, hanno dovuto abbandonare la propria patria).
Fu allora che nacque la c.d. “Questione Meridionale”.
Per noi meridionali, quindi, festeggiare il risorgimento e celebrare i suoi artefici (Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II & compari di merende), è come se gli Ebrei festeggiassero l’Olocausto, osannando Hitler ed i criminali nazisti che li hanno sterminati!
Questo risorgimento (non nostro!), per noi meridionali, è stato solamente portatore di lutti e di miserie.
Non è cosa onesta, quindi, dimenticare, ma occorre far conoscere a tutti gli italiani la Verità – anche se scomoda – per togliere la cappa di menzogna che grava ancora sugli eventi che portarono alla conquista del Sud. E la Verità deve essere conosciuta appieno soprattutto dai giovani, smettendola di raccontare loro la solita favoletta risorgimentale, secondo la quale il Sud era “arretrato” e che Garibaldi & company sono venuti a “liberarci” dalla tirannide borbonica. Ingannare i nostri ragazzi (come lo siamo stati noi adulti quando eravamo studenti!) con queste colossali fandonie è altamente diseducativo.
Parliamo ora di Garibaldi.
Giuseppe Garibaldi tutto era, tranne che un eroe. Era innanzitutto un avventuriero e mercenario, con tanto di “patente da corsaro”, dedito ad atti di pirateria; in Sud America non combatté per la libertà delle popolazioni del Rio de la Plata, ma per favorire gli interessi commerciali inglesi: assaliva le navi non britanniche e le depredava; i suoi marinai si abbandonavano a razzie, stupri e violenze d’ogni sorta. L’indignazione dei popoli dell’America del Sud, viva ancora al giorno d’oggi, è racchiusa in un emblematico articolo apparso su Il Pais (un quotidiano argentino che, giornalmente, vende 300.000 copie circa), alla pagina 6 del numero pubblicato il 27 luglio 1995, in occasione della visita in Argentina del Presidente italiano Oscar Luigi Scalfaro: «Il presidente d’Italia è stato nostro illustre visitante… Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dottor Scalfaro che il suo compatriota (Garibaldi) non ha lottato per la libertà di queste nazioni come (Scalfaro) afferma. Piuttosto il contrario».
E’ stato anche un mercante di schiavi cinesi dall’estremo oriente in Cile: il suo armatore Pietro Denegri diceva che glieli potava «tutti grassi e in buona salute».
Commissionò l’assassinio di Manuel Duarte de Aguiar, suo rivale in amore, perché legittimo marito di Anita; con qualche rimorso postumo, il “generalissimo” nelle sue memorie sentenziò al riguardo: «Se vi fu colpa, io l’ebbi intiera, e… vi fu colpa!».
La spedizione dei mille e la conseguente invasione del Regno delle Due Sicilie fu, a pieno titolo, un gravissimo atto di pirateria internazionale, in quanto perpetrato nel totale dispregio di ogni più elementare norma di Diritto Internazionale, prima fra tutte, quella che garantisce l’autodeterminazione dei popoli. Fece saccheggiare tutto quanto trovava sulla sua strada: banche, musei, regge, chiese, arsenali ed anche casse private di molti cittadini, appropriandosi e distribuendo ai suoi amici ricchezze d’ogni genere. Ce lo testimonia, addirittura, lo stesso Vittorio Emanuele II, il quale, dopo l’incontro di Teano, così scrisse al Cavour: «…come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».
Lo sbarco a Marsala del 1860 fu, quindi, l’inizio di quella disastrosa campagna che portò alla fine del Regno delle Due Sicilie: le popolazioni del Sud furono aggredite da una banda irregolare, guidata da un capo irregolare, di nazionalità estranea al regno stesso e che nessuno aveva chiamato, all’infuori di alcuni oppositori al regime legalmente e legittimamente vigente, ideologicamente impegnati e per tale qualità entrati e usati in un gioco politico internazionale non favorevole alle Due Sicilie.
La tanto celebrata vittoria di Calatafimi non fu conseguita sul campo, bensì fu letteralmente “comprata” da Giuseppe Garibaldi, il quale aveva già provveduto a corrompere il generale borbonico Francesco Landi. Costui, infatti, non mandò i necessari rinforzi alle poche compagnie di soldati napoletani che si erano battuti coraggiosamente e che avevano addirittura sottratto ai garibaldini la loro bandiera: tale cimelio è tuttora in possesso dei discendenti dei Borbone di Napoli. L’invio di un solo battaglione di riserva avrebbe consentito di massacrare tutte le camicie rosse, Garibaldi compreso. Questo non trascurabile particolare spiega anche l’ostentata sicurezza con la quale il nizzardo affermò: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore!», in quanto il c.d. eroe dei due mondi era ben sicuro di… non morire! Ed a proposito del Landi, lo storico Giacinto de’ Sivo così scrisse: «Che fuggisse per codardia non è da credere, ché la zuffa lontana da lui potea finire vittoriosa, sol ch’avesse mandato un altro battaglione. Traditore il gridò concorde la fama, traditore affermavanlo a voce molti garibaldini stessi. Seguita la catastrofe del regno, ei si moriva improvviso in marzo 61; e fu notorio, e anche stampato il perché, ch’io ho verificato vero. Mandò al banco di Napoli a cambiare una polizza di 14.000 ducati, ma trovatasi essere di 14 ducati, e alterata e falsa nella cifra, costretto a parlare confessò averla dal Garibaldi; Landi, per dolore tocco d’apoplessia, lo stesso giorno morì».
Garibaldi fu il mandante dell’eccidio di Bronte, dove fece fucilare, per mano di Nino Bixio, i contadini che avevano osato “usurpare” le terre (da lui stesso promesse a quei disgraziati) che erano di proprietà degli inglesi. L’eccidio di Bronte è stato narrato, con dovizia di particolari, dal garibaldino Cesare Abba, nel suo libro Da Quarto al Volturno; consultatelo!
L’arrivo di Garibaldi nel Sud d’Italia costituisce, inoltre, il vero spartiacque nell’evoluzione e nella storia della Mafia e della Camorra: le organizzazioni criminali meridionali – grazie a lui che, nel 1860, si avvalse della loro “preziosa” collaborazione – entrarono a pieno titolo nella vita sociale, economica e politica dello Stato, mutando la loro caratteristica: da parassitarie (vivevano ai margini della società civile ed erano efficacemente combattute dai Borbone), diventarono imprenditoriali e politiche.
In merito, poi, ai famigerati “mille”, Francesco Guglianetti, segretario generale agli interni del governo sabaudo scrisse di aver saputo «da persona autorevole che parecchi, partiti miserabili, sono ritornati colla camicia rossa e colle tasche piene di biglietti di mille lire» e Garibaldi stesso, il giorno 5 dicembre 1861, in pieno Parlamento a Torino, definì gli stessi “mille”: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto».
Il massone Pietro Borrelli, firmandosi con lo pseudonimo di Flaminio, nell’ottobre 1882, sulla rivista tedesca Deutsche Rundschau, scrisse: «Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana, per realizzarsi, avea bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione in Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti». Questa testimonianza è preziosa e significativa, anche alla luce del fatto che lo stesso Garibaldi era un massone: la sua carriera di “frammassone” iniziò nel 1844, a Montevideo, laddove ne ricevette l’iniziazione e culminò nel 1862, a Torino, con il raggiungimento del 33° grado (il più elevato!).
In conclusione, Garibaldi è stato uno dei più acerrimi nemici del Sud e del suo popolo ed i meridionali stanno ancora pagando per gli immensi guasti dal medesimo provocati.
In un momento di verosimile rimorso, nel 1868, il nizzardo così scrisse all’attrice Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio». Ed infine, deluso e disgustato da quelli che erano stati i risultati dell’unità d’Italia, nel 1880, così disse: «Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero ed in preda alla parte peggiore della nazione».
Evviva la sincerità!
Passiamo a Mazzini.
Giuseppe Mazzini aveva in comune con Garibaldi una condanna morte in contumacia, come “nemico della Patria e dello Stato”, inflitta loro dal governo piemontese, che li aveva dichiarati entrambi “banditi di primo catalogo”; questa condanna non è mai stata revocata!
Dopo i moti carbonari del 1831, andò in esilio a Marsiglia. Qui costituì una nuova associazione terroristica che avrebbe sostituito la Carboneria: la Giovine Italia, riservata a chi non avesse superato i quarant’anni di età. Ogni adepto assumeva un nome di battaglia e pronunciava questo giuramento: «Io, cittadino italiano, davanti a Dio… giuro di consacrarmi tutto e sempre con tutte le mie potenze morali e fisiche alla Patria ed alla sua rigenerazione… di spegnere (cioè: di ammazzare) col braccio ed infamar con la voce i tiranni e la tirannide politica, civile, morale cittadina, straniera… di cercare per ogni via che gli uomini della Giovine Italia ottengano la direzione delle cose pubbliche (il solito vizietto della caccia alle poltrone!), di non rivelare per seduzioni o tormenti l’esistenza, lo scopo della Federazione, e di distruggere (cioè: sempre ammazzare), potendo, il rivelatore…».
Questi macabri intenti erano formulati in nome del popolo, di quel popolo che Mazzini, con la vita ritirata che conduceva, non conosceva e non conobbe mai!
Mazzini prese nome di battaglia di Filippo Strozzi, ma i suoi compagni lo chiamavano Pippo.
Il motto della Giovine Italia era “pensiero e azione”: per pensiero si deve intendere la propaganda mazziniana, per azione l’insurrezione armata.
A Marsiglia andava in giro travestito, qualche volta anche da donna.
Un giorno conobbe la pasionaria milanese Giuditta Sidoli, vedova di un rivoluzionario reggiano condannato a morte per i moti del 1821 e madre di quattro figli. Pippo e Giuditta fecero una scappatella a Ginevra, da dove la pasionaria tornò con un bambino in braccio, il figlio di Mazzini. I due affidarono il piccolo all’amico Demostene Ollivier, che se ne prese cura come un figlio suo; poi Giuditta scomparve dalla vita di Mazzini. E quell’ipocrita ebbe perfino il coraggio di scrivere un libro sui Doveri dell’uomo!
In realtà, il nostro personaggio, aduso a restare… “prudentemente” dietro le quinte e ben badando a non esporsi mai in prima persona, fu solamente un grandissimo vigliacco; comunque, la sua “carriera” di cospiratore, tanto in “pensiero”, quanto in “azione”, fu caratterizzata da un continuo susseguirsi di insuccessi.
Nel 1833, la polizia piemontese riuscì a scoprire una vasta attività cospiratoria mazziniana nei bassi gradi dell’esercito, soprattutto fra i sottufficiali: a Genova fu scoperto il gruppo dei fratelli Ruffini (Agostino, Giovanni e Jacopo). Come al solito, questi cospiratori, in gran parte “eroi da operetta”, una volta arrestati, “cantarono”. Jacopo, arrestato, si era suicidato, convinto di essere stato denunciato dai suoi stessi compagni; Agostino era fuggito con la madre a Marsiglia da Mazzini, per averne conforto; ma Pippo aveva altro per la testa… Tutti gli perdonarono la sua sbandata passionale, ma non Agostino Ruffini che, da allora, divenne apertamente ostile al suo vecchio idolo.
Nel dicembre 1833, Mazzini in persona consegnò un pugnale, un passaporto e mille franchi all’esule parmense Antonio Gallenga, che si era offerto di compiere un attentato alla vita del re Carlo Alberto a Torino. Il mazziniano Gallenga, però, non mantenne la promessa e fu poi fatto… prefetto e senatore del Regno.
Per rincuorare gli indecisi, abbattuti per tutti i tradimenti e gli arresti avvenuti, dal pensiero, Mazzini decise di passare all’azione. Pensò che la scintilla dovesse essere accesa al Sud. Prese contatti con i suoi confratelli terroristi degli Stati napoletano e pontificio. Ne prese anche con Sciabolone, un brigante che terrorizzava l’Abruzzo. Poi ebbe l’idea di una spedizione in Savoia con un corpo di volontari reclutati fra gli esuli. Il comando fu affidato al “generale” Gerolamo Ramorino, avventuriero, giocatore e donnaiolo, che andava a combattere anche per sfuggire ai suoi creditori. Mazzini, a Ginevra, gli consegnò 40 mila franchi, con l’impegno di arruolare mille “volontari”; ma Ramorino andò a giocarsi i soldi a Parigi. Mazzini, testardo, fissò l’azione per la notte del 1° febbraio 1834; Ramorino si presentò, invece che con i mille uomini, con altri due generali (sic!), un aiutante ed un medico, rifiutandosi di attraversare il confine e dichiarando l’impresa irrealizzabile.
Le loro speranze erano riposte sui marinai di Genova: ma sul luogo ed all’ora fissata per l’insurrezione, si trovarono in due soli (“si trovarono” per modo di dire, perché in realtà “si persero”, non solo d’animo, ma anche di vista), già identificati e braccati dalla polizia. Uno dei due era Garibaldi che, condannato a morte, come già detto, si rifugiò in Francia, da dove emigrò in America Latina, ivi mettendo il braccio a disposizione di vari dittatorelli di quei paesi e vivendo come un bandito.
Mazzini, invece di riconoscere il suo fallimento, scrisse al suo amico Rosales: “Il popolo e i capi-popolo hanno mancato. Che Dio fulmini loro e me prima!”
Dopo il fallimento della spedizione in Savoia, Mazzini sembrava un uomo finito. A Berna fondò la Giovine Europa, il cui programma era quello della Giovine Italia ampliato a tutto il continente. Fondò anche una Giovine Svizzera: e questo la dice lunga sul suo “patriottismo”… esclusivamente italiano. Ma subito dopo piombò in una profonda crisi depressiva, che lo condusse sull’orlo della follia. Espulso dalla Svizzera, arrivò a Londra, tradizionale covo di tutti i rivoluzionari senza-patria.
Quando cercò di riprendere l’attività cospiratoria, si accorse di aver ispirato molti imitatori, che però ne contestavano l’autorità. Era il caso di Nicola Fabrizi, che con la sua Legione Italica rivendicava a sé la qualifica di capo, e dei fratelli Bandiera, che nel 1844 sbarcarono a Crotone con la presunzione di accendervi la rivolta. Attilio ed Emilio Bandiera, con sette dei loro compagni, caddero sotto il plotone di esecuzione; gli altri furono graziati ed avviati all’ergastolo. Non erano stati mandati da Mazzini, ma queste imprese rientravano nei metodi di lotta insurrezionale che egli aveva predicato e praticato.
Nel 1848, Mazzini elogiò gli assassini del comandante austriaco dell’arsenale di Venezia, Giovanni Marinovich e del conte Pellegrino Rossi, uno dei migliori amici del papa Pio IX, ministro degli Interni pontificio, a Roma.
Nella notte fra il 24 ed il 25 novembre 1848, i rivoluzionari costrinsero Pio IX a fuggire da Roma ed a rifugiarsi a Gaeta, sotto la protezione del Re di Napoli, Ferdinando II. Goffredo Mameli mandò un messaggio a Mazzini: “Roma! Repubblica! Venite!” Il terrorista accorse, entrando a far parte del famoso triunvirato (Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini, Aurelio Saffi), che nel marzo 1849 aveva sostituito quello costituito da Carlo Armellini, Mattia Montecchi ed Aurelio Saliceti.
S’installò in una stanza del Quirinale, assegnandosi uno stipendio di trentadue lire al mese.
Tutti i decreti della Repubblica Romana venivano intestati col motto della Giovine Italia: “Dio (un Dio tutto suo!…) e Popolo”. Dichiarò guerra alla Chiesa ed alla proprietà, propugnando l’espropriazione di tutti i beni ecclesiastici. Nel frattempo, assassinii politici venivano commessi in pieno giorno da gruppi mazziniani con nomi significativi: Lega infernale, Compagnia infernale, Lega di sangue.
A Senigallia fu assassinato l’arcivescovo, che si era rifiutato di celebrare il Te Deum per la repubblica. Il popolo chiamava questi settari mazziniani dal pugnale facile: “ammazzarelli”.
Nell’aprile del 1849, la Francia inviava un corpo di spedizione, comandato dal generale Nicholas Charles Oudinot, che sbarcava a Civitavecchia. Nel frattempo a Roma arrivavano rinforzi, fra cui il romagnolo Callimaco Zambianchi, liberato dalla galera dove si trovava incolpato di nove omicidi: gli uomini ai suoi ordini fucilarono almeno quaranta preti e monaci sospettati di cospirare contro il governo! Nel giro di due mesi, Roma veniva strappata ai rivoluzionari. Garibaldi si salvò con una rocambolesca fuga in Tunisia, dove trovò una nave per New York; Mazzini se ne tornò in Inghilterra, passando per Marsiglia.
Mazzini giocò ancora alla rivoluzione, naturalmente sulla pelle degli altri (fedele alla sua già ben collaudata tecnica dell’”armiamoci e partite”): nel febbraio 1853 fece scoppiare l’insurrezione antiaustriaca dei “Barabba”, gli operai di Milano. Gli avevano assicurato che tremila uomini erano pronti ad impugnare le armi, ma solo alcune centinaia di questi poveracci assaltarono le caserme, lasciando sul selciato una sessantina di austriaci tra morti e feriti. Qualche giorno dopo, gli insorti catturati furono impiccati: ancora sangue… rigorosamente altrui!
Mazzini sciolse la sua organizzazione di Londra ed annunciò la nascita di un nuovo partito, il Partito d’Azione (i cui discendenti, nel corso della seconda guerra mondiale, invocavano i bombardamenti anglo-americani sulle città italiane, per demoralizzare la popolazione ed affrettare la caduta di quel regime fascista che, poi, nella sua ultima versione della Repubblica Sociale, si richiamava espressamente proprio alla figura di Giuseppe Mazzini!).
Nel 1857, dopo vari tentativi insurrezionali, fu la volta di Carlo Pisacane; espatriato per sfuggire al marito della sua amante, Enrichetta di Lorenzo, nel 1847 si era arruolato nella Legione Straniera, impegnata nella conquista coloniale dell’Algeria. Congedatosi, si ritirò con Enrichetta in Ticino, dove divenne “consigliere militare” di Mazzini, col quale redigeva vasti piani di operazioni per un esercito che… non esisteva!
Nel maggio 1857, Mazzini gli mise a disposizione dei fondi, con cui Pisacane, nel giugno successivo, organizzò la “spedizione di Sapri”, conclusasi, dopo la liberazione di 323 delinquenti detenuti nell’isola di Ponza (di cui solamente una dozzina aveva subito condanne per motivi politici), con l’uccisione o la cattura di tutti i rivoluzionari.
Da quell’ultimo fallimento in poi, Mazzini sopravvisse a se stesso, rassegnandosi a cedere l’iniziativa a quell’altro “galantuomo” di Cavour.
Giuseppe Mazzini fu il primo “tangentista” dell’Italia unita. Infatti, appena fatta l’”unità d’Italia”, egli cercò di mettere le mani sulla ricchissima torta dell’affare delle Ferrovie Meridionali, del valore potenziale di un miliardo e mezzo di lire oro dell’epoca (circa 75 miliardi di euro). Le risorse finanziarie, già reperite dal governo napoletano per la parte necessaria a coprire l’avvio dell’opera, erano state “sbancate” da Garibaldi e dilapidate in mille rivoli, fra cui pensioni a presunti “perseguitati” politici; c’erano pronti i progetti esecutivi realizzati attraverso un concorso, a bando internazionale, vinto dalla famiglia di imprenditori francesi Talabot. Garibaldi, ignorando i vincitori della gara internazionale, affidò al banchiere Pietro Augusto Adami – che l’aveva sollecitato esibendo le sue benemerenze di “finanziatore della spedizione dei Mille” – l’incarico di realizzare le Ferrovie del Sud. Anche un altro banchiere, Adriano Lemmi (Gran Maestro della massoneria italiana dell’epoca), peraltro cognato dell’Adami, aspirava al medesimo incarico; quest’ultimo, a sua volta, aveva finanziato la spedizione di Carlo Pisacane e, quindi, passava… all’incasso di questa “cambiale”, munito di “lettera di raccomandazione” autografa dell’”Apostolo puro”, tutto casa, massoneria e giovine Italia, Giuseppe Mazzini; latore ne era lo stesso Lemmi, destinatario era Francesco Crispi, plenipotenziario per la Sicilia. Il fondatore della Giovine Italia così scriveva: «Fratello, il portatore Adriano Lemmi, è nostro buonissimo amico, da vent’anni, e fece sacrifici considerevoli per la Causa. Ei viene a trattar cosa importante concernente la concessione fatta recentemente per le vie ferrate all’Adami. Uditelo, vi prego; spiegherà egli ogni cosa. Io soltanto vi dico che dove altri farebbe suo prò d’ogni frutto d’impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito, non la sua. Vogliatemi bene».
Per non scontentare nessuno, il duo Garibaldi-Crispi assegnò l’affare delle Ferrovie del Sud metà a Lemmi e metà all’Adami, ma i due, successivamente, furono costretti a rinunciare all’incarico per difficoltà tecnico-finanziarie… (sic!). L’operazione assunse aspetti decisamente squallidi e vide, poi, coinvolti il ministro delle Finanze Pietro Bastogi e gran parte dei parlamentari, che si spartirono la “torta”.
La Commissione parlamentare d’inchiesta, istituita per indagare su questo “scandalo delle Ferrovie”, propose ed ottenne l’archiviazione del caso. Si trattò del primo “scandalo insabbiato”, come si rivelerà poi nella migliore tradizione dell’Italia “unita”, tanto monarchica che repubblicana; ma la grande commedia italica (peraltro attualissima, in quanto la stessa tangentopoli degli anni Novanta del XX secolo, a questo punto, non dovrebbe destare alcuna meraviglia!) dei corrotti e dei corruttori, di Faust che vende l’anima per una mazzetta, era appena iniziata. Su il sipario!
“L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani”, sosteneva Massimo d’Azeglio; ma, contrariamente a quanto questi credesse, gli Italiani (non così diversi dagli Italiani di oggi) erano già da allora belli e fatti!
Infatti, uno sguardo d’insieme che, non limitandosi alla sola “questione meridionale”, esamini complessivamente l’attuale situazione italiana, pone in evidenza un inquietante parallelismo tra le vicende legate alla nascita dello Stato unitario e quelle che hanno inquinato la vita dell’Italia democratica del nostro tempo. Ed è solo comprendendo, al di là della retorica scolastica, come è nata male l’Italia di Vittorio Emanuele II e di Cavour, di Mazzini e di Garibaldi, che possiamo sperare di capire anche che cosa non funziona nell’Italia di oggi.
Nucleare all'italiana-parte 1 di 2
Il ritorno del nucleare in Italia,lo smantellamento delle "vecchie" centrali,il problema dello smaltimento delle scorie.Intanto,in vista dell'individuazione dei siti,il governo li equipara a zone militarizzate.
http://www.la7.it/approfondimento/det...
Il ritorno del nucleare in Italia,lo smantellamento delle "vecchie" centrali,il problema dello smaltimento delle scorie.Intanto,in vista dell'individuazione dei siti,il governo li equipara a zone militarizzate.
http://www.la7.it/approfondimento/det...
Panorama: Intervista esclusiva all’altro Saviano: “La lotta alla mafia non ha colore”
Lo scrittore antimafia Roberto Saviano
Di Pierangelo Buttafuoco
Perfino la bomba. Una stupida bomba anarchica, fortunatamente non esplosa, all’Università Bocconi. E un clima che volge al peggio. Con un premier sporcato dal sangue, un matto in mezzo e l’Italia che ancora una volta si divide: i “cattivi ” al potere e i “buoni” nella malinconia narcisistaPanorama incontra un Roberto Saviano sinceramente scosso di averle tutte le ragioni per raddrizzare le gambe ai cani, ma di non poterlo fare. per tutto quello che accade in questo finale d’anno intinto nell’odio.
La responsabilità della parola è forte: la sua lo è per la diffusione che ha raggiunto. E questa conversazione con l’autore di Gomorra fa seguito a un’intervista di Panorama a Roberto Maroni, il ministro dell’Interno che ha fatto quartiere a Caserta, giusto per imporre la presenza dello Stato in quella che fino a ieri era terra di nessuno. O ancora oggi?
La parola a Saviano.
Maroni ha fatto la sua recensione a Gomorra nel modo più lusinghiero: scatenando il fuoco contro la camorra. Cos’altro resta da fare per far sì che il suo libro diventi inattuale?
Maroni ha il merito di avere iniziato un’azione indubbiamente più forte di quanto sia stato fatto in precedenza. E sul fronte antimafia è uno dei migliori ministri degli Interni di sempre. Mi riferisco in primo luogo al Casertano, finora quasi ignorato dall’intervento statale centrale. Dico però che è solo l’inizio, perché nel Casertano c’è ancora molto da fare. I due latitanti più importanti sono ancora liberi, Michele Zagaria e Antonio Iovine; aziende legate alle organizzazioni continuano a fare affari; il ciclo del cemento e dei rifiuti è ancora nelle loro mani. Basta parlare con i responsabili della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, e non solo. Il lavoro di Maroni è stato ed è fondamentale, però non pensiamo neanche lontanamente che si sia sconfitta la camorra. È un inizio, insomma, ma non basta. Il problema è un altro. Questo governo agisce, e spesso con successo, soprattutto a livello di ordine pubblico. In primo luogo con gli arresti. Potere mostrare i camorristi e i mafiosi arrestati diviene prova dell’efficacia della lotta alla mafia. Ma questo governo non ha approntato strumenti per colpire il punto nevralgico delle organizzazioni criminali: la loro forza economica.
Ma i sequestri non ci sono?
Sì, certo, i sequestri di beni ci sono, però i sequestri dei beni materiali sono il risultato di imprese che invece ancora proliferano e di un sistema economico che non è stato affatto aggredito. E poi i sequestri spesso vengono sbandierati due tre volte nella cronaca, quando invece sono parti di una stessa operazione.
Cioè che cosa accade?
Prima i beni vengono congelati, poi viene fatta la richiesta di sequestro, e alla fine il sequestro viene effettuato. Questi tre passaggi generano tre notizie, facendo spesso sembrare che le azioni contro l’impero economico sono state tre anziché una. Inoltre la parte maggiore dei beni in Campania e in Calabria non è realmente riutilizzata. Su questo so che Maroni sta lavorando. E spero nella sua efficienza, perché per ogni bene non assegnato, e ce ne sono decine e decine, il simbolo mafioso si va affermando: come dire “ecco che cosa fa lo Stato, ci porta via e lascia tutto in rovina”. Le organizzazioni vogliono questo, infatti distruggono spesso i beni.
Magari il ministro Maroni un suo consiglio potrebbe accettarlo, no?
Allora: un po’ di idee da condividere con Maroni le avrei. Sul piano legislativo sarebbe gravissimo rimettere all’asta i beni dei mafiosi. Perché li acquisterebbero loro, di nuovo, o quantomeno tornerebbero in loro proprietà. Lo scudo fiscale, per esempio, fa rientrare capitali con origine illecita o sospetta in Italia e per le mafie è un favore. Questa è la valutazione di moltissimi investigatori antimafia, non solo la mia. Bisognava fare altro, intervenire altrove sul piano legislativo.
Per esempio?
Bisogna cominciare a mettere uno spartiacque tra i reati comuni e quelli della criminalità organizzata; togliere ai mafiosi il rito abbreviato, inserito con la menzogna di velocizzare i processi. Non è così, basta seguire la prassi giudiziaria e capirlo. Mi spiego meglio. Nei procedimenti contro la mafia, il rito abbreviato complica tutto. Se su 100 imputati 50 lo scelgono e gli altri no, quando si va in udienza per questi ultimi bisogna riesaminare la posizione degli altri già giudicati e risentire tutti i testimoni. Non vi sarebbe alcun risparmio di tempo. Ci vogliono pene adeguate e nessun beneficio di legge per i reati di mafia.
La destra, lei dice, ha tradito i valori antimafia. Ma come si spiega che proprio questo governo, presieduto dal “presunto mafioso” Silvio Berlusconi, abbia fatto più di ogni altro esecutivo contro la criminalità organizzata?
Ho sempre fatto riferimento alla tradizione che fu della destra antimafia. Paolo Borsellino si riconosceva in questa tradizione. E spero e credo che questa tradizione importante sia ancora viva nella base dei militanti, soprattutto nel Sud Italia. Attenti, però: non è soltanto guardando ai numeri o a determinate scelte che si possono stabilire il merito e l’impegno complessivo di un governo. I governi spesso sono costretti ad agire contro le mafie quando queste divengono troppo pericolose per la vita del Paese. Ricordo che Giovanni Falcone fu chiamato da Claudio Martelli a costruire quella che poi sarebbe stata la superprocura antimafia, e questo avveniva durante un governo Andreotti. In un momento in cui ci furono, solo per fare qualche esempio, prima l’uccisione di Libero Grassi e poi, nel marzo 1992, quella di Salvo Lima. E poi c’è un’altra cosa molto semplice da dire, sempre a partire da questo esempio. Ricordo la lezione di Aldo Moro quando disse: “Lo Stato non è un monolite che va verso un’unica direzione”. Questo vale pure per i governi: valeva allora per il ministro della Giustizia Martelli, vale oggi per il ministro dell’Interno Maroni. Dopodiché non tutti gli arresti e i sequestri sono veramente importanti. Molti di questi arrestati venivano ricercati da anni, persino da decenni. Il contrasto antimafia vive anche, e spesso principalmente, di forza propria. Ovvero della continuità del lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, che copre intere legislature. Ovvio che poi qualsiasi governo in carica si fregi del successo ottenuto. Ma quel risultato è il frutto di sforzi che giungono da ben più lontano, indipendenti dalla politica.
Questo dunque non è un governo che mette i mafiosi in trappola?
Intendo dire che non è questo un governo con la priorità antimafia, tutt’altro. Nonostante gli sforzi di Maroni. I problemi stanno altrove, in altri disegni legislativi di cui non è così immediato vedere il nesso con la criminalità organizzata. Ma che portano con sé rischi enormi.
Quali rischi?
Per esempio quello che riguarda la legge sulle intercettazioni. Nella lotta alla mafia sono uno strumento indispensabile. E ora diverrebbe talmente difficile poterle fare, e ancor più poterle proseguire per un tempo adeguato a ottenere dei risultati, che la macchina della giustizia viene nuovamente oberata di burocrazia, ossia rallentata. In più si rischia di privare gli inquirenti dell’unico strumento capace di stare al passo con una criminalità che dispone di ogni mezzo moderno. Se i magistrati si trovano davanti a grandi limitazioni nell’uso delle intercettazioni, è come se dovessero tornare a combattere con lo schioppo contro chi possiede nel proprio armamentario ogni dispositivo tecnologico e sofisticato di cui è in grado di usufruire.
Giusto, ma poi le intercettazioni servono solo a far uscire sui giornali gli sms di Anna Falchi con Stefano Ricucci, stiamo freschi…
Comunque, andiamo avanti. L’altro problema sta in ogni disegno che cerca di accorciare i tempi processuali. Abolito il patteggiamento in appello, resta in vigore il rito abbreviato. Per un mafioso è conveniente: così, fra vari sconti e discrezionalità della pena valutata dai giudici, va a finire che spesso un boss si fa 5 anni di galera. Per lui e il suo potere non sono nulla, anzi sono quasi un regalo. E questa situazione col disegno sul “processo breve” cambia, ma solo in peggio.
Quindi che cosa bisognerebbe fare, a suo avviso?
Per i reati di mafia bisogna fare il contrario: creare un sistema più certo e più serio delle pene, tale da rendere non conveniente essere mafiosi. La pena dev’essere comminata in dibattimento, senza possibilità di abbreviazione del rito. Lo Stato non può rinunciare a celebrare processi regolari contro chi si macchia di certi reati e, peggio ancora, inquina il suo stesso funzionamento.
Una domanda sottovoce: Berlusconi è colluso con la criminalità?
Rispondo a voce normalissima. Ci sono state inchieste e processi che hanno fatto il loro corso. E spero che potrà essere così ancora adesso. Esistono il diritto, le procedure, mille norme precise che consentono di arrivare a una verità attendibile oppure a stabilire che gli elementi non sono sufficienti per potersi pronunciare. E chiunque voglia farsi un’idea seria e autonoma non deve che fare lo sforzo di andarsi a studiare le carte processuali: tutte. Di una parte e dell’altra.
Torniamo a bomba: perché quando è un governo di centrosinistra a condurre la guerra alla mafia gli si riconoscono tutti i meriti, mentre quando lo fa un governo di destra si fanno tanti distinguo, del tipo: è merito della polizia e della magistratura?
Non sono certo io a operare questo genere di distinguo. Il centrosinistra ha responsabilità enormi nella collusione con le organizzazioni criminali. Le due regioni con più comuni sciolti per mafia sono Campania e Calabria. E chi le ha amministrate negli ultimi 12 anni? Il centrosinistra. Ma io questa cosa l’ho detta e ridetta, l’ho fatta presente in vari articoli e interventi. E per questo mi sono meritato la fama di essere uno che, per interesse personale, infanga la sua terra. Quanto mi ha attaccato il centrosinistra campano, che ancora oggi mi considera un nemico! Solo pochi, pochissimi mi sono stati vicini.
Ma una vittoria sulla camorra, ottenuta dalla destra come dalla sinistra, oggi è più a portata di mano oppure no?
Prima di parlare di vittoria la invito ad andare a vedere con i suoi occhi. Provi ad andare sulla Napoli-Caserta e veda quante colonne di fumo s’innalzano. Decine e decine di roghi ogni giorno, gestiti dai clan testimoniati nel sito internet www.laterradeifuochi.it. Maroni è l’unico che potrebbe fare qualcosa.
Lei intende dire che ci sono camorristi conclamati in libertà?
Spesso capita che lo stesso mafioso in dieci anni venga arrestato anche cinque, sei volte di seguito, e sempre per reati gravissimi. È stata una delle conseguenze della possibilità di patteggiamento in appello, che per fortuna l’attuale governo ha abrogato con il cosiddetto pacchetto sicurezza.
Il ministro dell'Interno Roberto Maroni durante un intervento
Con quale risultato?
In pratica, prima succedeva che, trovando un accordo fra avvocato e pubblico ministero, per il mafioso diventava assai più conveniente andare in carcere e uscirne abbastanza presto, piuttosto che scontare una pena lunga: quella che spesso portava il detenuto a collaborare, una condizione preliminare per poter smontare il meccanismo dei clan. Sulla base dei riscontri oggettivi che le dichiarazioni consentono di trovare, e non (come si crede o si vuole far credere) sulla base delle singole dichiarazioni. Comunque il divieto del patteggiamento in appello per i reati di mafia è stato un passo avanti. Purtroppo però sono stati fatti contemporaneamente altri passi legislativi che rendono assai più debole la lotta alla mafia: dei passi indietro.
Ma perché nei giornali c’era sempre tanto pudore nel raccontare un eroe come Paolo Borsellino, fino al punto di edulcorarne l’adesione al Msi per farla diventare una generica “simpatia monarchica “? Lei sa che Beppe Alfano, un giornalista siciliano ammazzato dalla mafia, era un militante di destra? Perché si perpetua questa idea infame che solo la sinistra sia vergine e pura, mentre la destra affareggia con i mafiosi?
È un errore far diventare la battaglia antimafia una battaglia di parte. Bisogna uscire dal luogo comune. Credo lei sappia benissimo che io ho sempre detto, ribadito, sottolineato l’impegno di tanti uomini della destra nella lotta alla mafia. Non solo uomini come Borsellino, ma anche militanti comuni. La lotta alla mafia non è stata e non dev’essere né apparire mai appannaggio di una sola parte politica. Anche perché le mafie non guardano a destra o sinistra, ma soltanto al proprio interesse e all’avvicinabilità dei rappresentanti politici, a qualsiasi livello essi si trovino. La politica collusa non ha colore. In ogni caso, in questo momento moltissimi politici di centrodestra sono coinvolti in inchieste per concorso in associazione mafiosa.
Lei parla del famoso e contestato “accrocco ” tra i due articoli del Codice penale: il 110 e il 416 bis…
Sì. E qui vale la stessa cosa che per la sinistra: se la politica vuole dimostrare di fare sul serio, nella sua volontà di lotta alla mafia, deve fare lavorare la giustizia con serenità. Ma questo non è tutto, secondo me. Dovrebbe, a prescindere dagli iter giudiziari, assumersi anche il problema di chi sceglie come proprio rappresentante. Perché proprio questo rientra nei compiti di una politica che decide di agire e di farsi carico attivamente dei problemi del Paese. O, come ho detto tante volte: dovrebbero essere anche gli elettori, i cittadini, a esigere che i candidati della parte che scelgono diano piene garanzie di trasparenza in questo senso.
Perché lei, che non è di sinistra né di destra, passa come un “sincero democratico “, al punto di fare da testimonial per una somarata quale la “difesa della Costituzione”? Lei non è un impiegato della fureria conformista: perché non le lascia fare a Fabio Fazio, queste sparate?
Di Fabio Fazio dico soltanto che gli sono amico e quindi con lui farei volentieri ciò che lei definisce “sparate”. Non mi sono mai scelto gli amici per conformismo. Come scrittore, mi sono formato su molti autori riconosciuti della cultura tradizionale e conservatrice, Ernst Jünger, Ezra Pound, Louis Ferdinand Celine, Carl Schmitt… E non mi sogno di rinnegarlo, anzi. Leggo spesso persino Julius Evola, che mi avrebbe considerato un inferiore.
Questa è bella. E perché avrebbe dovuto considerarla inferiore?
Non dica così, altrimenti certi casalesi del politicamente corretto chissà cosa credono. Il barone parlava di “ceto dello spirito” e lei è pure un bello guaglione…
Come scrittore è lì che mi sono formato, ma questo non significa che oggi mi senta in contraddizione se difendo la Costituzione. Non credo che la Costituzione italiana oggi sia di sinistra o di destra. Mi sembra semplicemente una base per garantire una convivenza equa a tutti i cittadini, per conservare lo stato di diritto che è una condizione indispensabile anche per la lotta alle mafie. E credo pure che il suo richiamo all’unità di questo Paese sia qualcosa d’importante. Personalmente, terrei che continuasse a esistere un paese di nome Italia, e penso che ci terrebbe pure Gabriele D’Annunzio. Non dimentichiamoci che non sono certo le organizzazioni criminali, italiane o straniere, a subire in negativo eventuali riassetti federalistici. So che a lei la parola democrazia fa venire l’orticaria, ma per ora è anche il meglio che abbiamo prodotto.
A ogni modo: non rischia di essere confuso con un firmaiolo d’appelli? Forse ai tempi di Luigi Calabresi le avrebbero chiesto di firmare il famoso appello…
No, non sono un firmaiolo. Credo che l’appello di cui mi sono fatto promotore fosse un chiaro invito a ripensare a un certo progetto. Era un invito indirizzato a Berlusconi, non lanciato contro il presidente del Consiglio. Mi spiace doverlo ribadire un’altra volta. Non ho mai inteso la mia lotta come una lotta di parte. Non avrei mai scritto quell’appello, se non fossi convinto che il suo contenuto rappresenta un interesse comune che va al di là degli schieramenti politici.
Però, visto il clima…
Ecco: proprio visto il clima, non posso che correre il rischio di essere confuso con i firmaioli d’appello. Non temo di schierarmi su una determinata questione, se è questo ciò che in un dato momento la coerenza con le mie idee esige. Ma, proprio per rispondere alla sua domanda provocatoria: io oggi non firmerei nulla che possa essere visto come una delegittimazione dei poteri dello Stato. Per esigere un chiarimento di chi invece potrebbe averne abusato, esistono altri modi, secondo me migliori e più adeguati, a partire dalla stessa informazione, quando è libera e seria.
A proposito, perché in tv lei va solo dai tipi come Fazio o dai soliti “compagnucci “? E mai, proprio mai, da chi canta fuori dal coro? Quelli che cantano fuori dal coro perché sa bene che ci sono. Ricorda “Otto e mezzo”?
Con Che tempo che fa si è instaurato un rapporto di ottima collaborazione, che mi ha consentito di fare una puntata difficile come l’ultimo speciale, dove parlando di libri abbiamo battuto X Factor per numero di spettatori. E questo è merito della loro libertà e capacità di credere in progetti che in televisione sono considerati impossibili e perdenti, e che loro rendono possibili e vincenti. Fazio è stato il primo ad avermi permesso in tv, in prima serata, di parlare dei regimi totalitari comunisti: mi dica chi altro l’ha fatto, al di fuori dei documentari. Prova di reale libertà sia da quelli che lei chiama conformismi, sia dai dettami di una televisione interessata solo all’audience facile. In tv sono andato da Enrico Mentana, e fu una delle puntate in assoluto più viste in Mediaset…
Altro che. E i ragazzi di Casa Pound, il centro sociale di destra, fecero la ola per la sua chiusa dedicata al poeta.
… e sono stato anche da Daria Bignardi, che mi invitò prima di tutti. Cerco di non fare troppe uscite perché temo di stancare. Però conto di andare in molte trasmissioni che mi piacciono, e dove invece non sono ancora stato. Ma anche in alcuni tg non ci metterei piede: non perché hanno direttori con certe idee politiche, no; solo perché ottundono, coprono, non lasciano spazio al racconto della realtà, fanno il lavoro di ufficio stampa governativo. Perché fanno pessimo giornalismo, in breve. Non perché non condivida le loro idee. Tutt’altro. La qualità prima di tutto.
Però i conformisti di sinistra non le perdonerebbero una “cantata stonata”. Sono peggio di certi casalesi, loro: sono vendicativi. Pensi se solo lei dicesse: è vero, questo è il governo che più di tutti ha fatto contro la criminalità organizzata. Che cosa accadrebbe?
Lo direi, se fosse vero, e non avrei alcun problema. Ho già raccontato in maniera articolata come la penso. E ho pure ricordato quanto poco rispetto ho ottenuto per quello che lei chiama conformismo di sinistra, continuando a denunciare il malgoverno e la collusione in Campania e pure in Calabria. Devo forse ricordare ancora l’ostilità con la quale sto pagando queste mie ripetute prese di posizione? Devo ricordare che in Campania sono per questo odiato da quasi tutti?
Una delle sciabolate più efficaci di Saviano fu quella di abituare tutti noi del Sud a uno scandalo: e cioè che non è vero che chi resta sia uno sfigato. Il Sole 24 Ore sta per pubblicare l’elenco delle città italiane e le nostre due saranno messe in coda, mentre Catania torna la Milano del Sud. Per le mostre di Lucio Fontana e di Alberto Burri (quello della copertina di “La Bellezza e l’Inferno”, il suo ultimo libro), per esempio. Ricorda che cosa ha detto Maroni a Panorama ? Che un imprenditore suo compaesano gli ha detto: “Finalmente posso ricominciare a lavorare a casa mia”.
Magari è così a Catania, ma a Caserta proprio no. Caserta resta uno dei luoghi più corrotti d’Italia. È difficilissimo anche soltanto essere assunti senza una protezione, fosse pure per fare il cameriere per un weekend. Il Sud vive una situazione difficilissima, e le spinte del Nord a volersi occupare solo di se stesso, per non parlare di quelle più chiaramente razziste, non sono certo d’aiuto. Se passa l’idea che tutto ciò che è buono e produttivo sta a Nord, e che basta allontanare la parte malata perché la parte sana sia salva, è finita. Ed è finita, purtroppo, non solo la lotta per recuperare il Meridione, ma perché il Nord è terra d’investimenti e d’infiltrazioni enormi, che ormai c’entrano pochissimo con le residenze forzate o cose del genere.
Lei ritiene davvero che oggi la rete affaristico- mafiosa sia così estesa?
È ridicolo pensare che organizzazioni presenti in tutto il mondo non continuino a occupare massicciamente Milano o l’Emilia-Romagna. Anzi, ogni frazionamento va solo a favore della criminalità globalizzata. A Sud c’è un potenziale enorme. Liberiamolo.
Chissà, forse solo i ricchi potranno salvare il Sud. Perché alla fine il crimine “non conviene”.
Lo dice sempre Andrea Vecchio, il costruttore siciliano che non paga il pizzo al prezzo di vedersi saltare sempre i cantieri. Lei che cosa ne pensa? Purtroppo il crimine paga ancora. Paga persino a chi, semplicemente, si appoggia alla forza delle organizzazioni criminali. Paga agli imprenditori “puliti” che si avvantaggiano della loro liquidità, della loro capacità di ottenere monopoli, di abbassare i costi, di fornire i servizi “chiavi in mano “. Non possiamo contare sulle scelte virtuose di chi dispone dei mezzi economici per potersele permettere. Dobbiamo agire in modo che davvero divenga più conveniente fare impresa lontano da ogni collusione. Essere antimafioso deve portare un profitto. Soltanto così sconfiggeremo le alleanze trasversali con i clan. Quindi no, non saranno i ricchi a salvare il Sud; ma la Confindustria può fare più di un esercito di volontari, missionari e associazioni. Questo è certo.
Fonte:Panorama
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Lo scrittore antimafia Roberto Saviano
Di Pierangelo Buttafuoco
Perfino la bomba. Una stupida bomba anarchica, fortunatamente non esplosa, all’Università Bocconi. E un clima che volge al peggio. Con un premier sporcato dal sangue, un matto in mezzo e l’Italia che ancora una volta si divide: i “cattivi ” al potere e i “buoni” nella malinconia narcisistaPanorama incontra un Roberto Saviano sinceramente scosso di averle tutte le ragioni per raddrizzare le gambe ai cani, ma di non poterlo fare. per tutto quello che accade in questo finale d’anno intinto nell’odio.
La responsabilità della parola è forte: la sua lo è per la diffusione che ha raggiunto. E questa conversazione con l’autore di Gomorra fa seguito a un’intervista di Panorama a Roberto Maroni, il ministro dell’Interno che ha fatto quartiere a Caserta, giusto per imporre la presenza dello Stato in quella che fino a ieri era terra di nessuno. O ancora oggi?
La parola a Saviano.
Maroni ha fatto la sua recensione a Gomorra nel modo più lusinghiero: scatenando il fuoco contro la camorra. Cos’altro resta da fare per far sì che il suo libro diventi inattuale?
Maroni ha il merito di avere iniziato un’azione indubbiamente più forte di quanto sia stato fatto in precedenza. E sul fronte antimafia è uno dei migliori ministri degli Interni di sempre. Mi riferisco in primo luogo al Casertano, finora quasi ignorato dall’intervento statale centrale. Dico però che è solo l’inizio, perché nel Casertano c’è ancora molto da fare. I due latitanti più importanti sono ancora liberi, Michele Zagaria e Antonio Iovine; aziende legate alle organizzazioni continuano a fare affari; il ciclo del cemento e dei rifiuti è ancora nelle loro mani. Basta parlare con i responsabili della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, e non solo. Il lavoro di Maroni è stato ed è fondamentale, però non pensiamo neanche lontanamente che si sia sconfitta la camorra. È un inizio, insomma, ma non basta. Il problema è un altro. Questo governo agisce, e spesso con successo, soprattutto a livello di ordine pubblico. In primo luogo con gli arresti. Potere mostrare i camorristi e i mafiosi arrestati diviene prova dell’efficacia della lotta alla mafia. Ma questo governo non ha approntato strumenti per colpire il punto nevralgico delle organizzazioni criminali: la loro forza economica.
Ma i sequestri non ci sono?
Sì, certo, i sequestri di beni ci sono, però i sequestri dei beni materiali sono il risultato di imprese che invece ancora proliferano e di un sistema economico che non è stato affatto aggredito. E poi i sequestri spesso vengono sbandierati due tre volte nella cronaca, quando invece sono parti di una stessa operazione.
Cioè che cosa accade?
Prima i beni vengono congelati, poi viene fatta la richiesta di sequestro, e alla fine il sequestro viene effettuato. Questi tre passaggi generano tre notizie, facendo spesso sembrare che le azioni contro l’impero economico sono state tre anziché una. Inoltre la parte maggiore dei beni in Campania e in Calabria non è realmente riutilizzata. Su questo so che Maroni sta lavorando. E spero nella sua efficienza, perché per ogni bene non assegnato, e ce ne sono decine e decine, il simbolo mafioso si va affermando: come dire “ecco che cosa fa lo Stato, ci porta via e lascia tutto in rovina”. Le organizzazioni vogliono questo, infatti distruggono spesso i beni.
Magari il ministro Maroni un suo consiglio potrebbe accettarlo, no?
Allora: un po’ di idee da condividere con Maroni le avrei. Sul piano legislativo sarebbe gravissimo rimettere all’asta i beni dei mafiosi. Perché li acquisterebbero loro, di nuovo, o quantomeno tornerebbero in loro proprietà. Lo scudo fiscale, per esempio, fa rientrare capitali con origine illecita o sospetta in Italia e per le mafie è un favore. Questa è la valutazione di moltissimi investigatori antimafia, non solo la mia. Bisognava fare altro, intervenire altrove sul piano legislativo.
Per esempio?
Bisogna cominciare a mettere uno spartiacque tra i reati comuni e quelli della criminalità organizzata; togliere ai mafiosi il rito abbreviato, inserito con la menzogna di velocizzare i processi. Non è così, basta seguire la prassi giudiziaria e capirlo. Mi spiego meglio. Nei procedimenti contro la mafia, il rito abbreviato complica tutto. Se su 100 imputati 50 lo scelgono e gli altri no, quando si va in udienza per questi ultimi bisogna riesaminare la posizione degli altri già giudicati e risentire tutti i testimoni. Non vi sarebbe alcun risparmio di tempo. Ci vogliono pene adeguate e nessun beneficio di legge per i reati di mafia.
La destra, lei dice, ha tradito i valori antimafia. Ma come si spiega che proprio questo governo, presieduto dal “presunto mafioso” Silvio Berlusconi, abbia fatto più di ogni altro esecutivo contro la criminalità organizzata?
Ho sempre fatto riferimento alla tradizione che fu della destra antimafia. Paolo Borsellino si riconosceva in questa tradizione. E spero e credo che questa tradizione importante sia ancora viva nella base dei militanti, soprattutto nel Sud Italia. Attenti, però: non è soltanto guardando ai numeri o a determinate scelte che si possono stabilire il merito e l’impegno complessivo di un governo. I governi spesso sono costretti ad agire contro le mafie quando queste divengono troppo pericolose per la vita del Paese. Ricordo che Giovanni Falcone fu chiamato da Claudio Martelli a costruire quella che poi sarebbe stata la superprocura antimafia, e questo avveniva durante un governo Andreotti. In un momento in cui ci furono, solo per fare qualche esempio, prima l’uccisione di Libero Grassi e poi, nel marzo 1992, quella di Salvo Lima. E poi c’è un’altra cosa molto semplice da dire, sempre a partire da questo esempio. Ricordo la lezione di Aldo Moro quando disse: “Lo Stato non è un monolite che va verso un’unica direzione”. Questo vale pure per i governi: valeva allora per il ministro della Giustizia Martelli, vale oggi per il ministro dell’Interno Maroni. Dopodiché non tutti gli arresti e i sequestri sono veramente importanti. Molti di questi arrestati venivano ricercati da anni, persino da decenni. Il contrasto antimafia vive anche, e spesso principalmente, di forza propria. Ovvero della continuità del lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, che copre intere legislature. Ovvio che poi qualsiasi governo in carica si fregi del successo ottenuto. Ma quel risultato è il frutto di sforzi che giungono da ben più lontano, indipendenti dalla politica.
Questo dunque non è un governo che mette i mafiosi in trappola?
Intendo dire che non è questo un governo con la priorità antimafia, tutt’altro. Nonostante gli sforzi di Maroni. I problemi stanno altrove, in altri disegni legislativi di cui non è così immediato vedere il nesso con la criminalità organizzata. Ma che portano con sé rischi enormi.
Quali rischi?
Per esempio quello che riguarda la legge sulle intercettazioni. Nella lotta alla mafia sono uno strumento indispensabile. E ora diverrebbe talmente difficile poterle fare, e ancor più poterle proseguire per un tempo adeguato a ottenere dei risultati, che la macchina della giustizia viene nuovamente oberata di burocrazia, ossia rallentata. In più si rischia di privare gli inquirenti dell’unico strumento capace di stare al passo con una criminalità che dispone di ogni mezzo moderno. Se i magistrati si trovano davanti a grandi limitazioni nell’uso delle intercettazioni, è come se dovessero tornare a combattere con lo schioppo contro chi possiede nel proprio armamentario ogni dispositivo tecnologico e sofisticato di cui è in grado di usufruire.
Giusto, ma poi le intercettazioni servono solo a far uscire sui giornali gli sms di Anna Falchi con Stefano Ricucci, stiamo freschi…
Comunque, andiamo avanti. L’altro problema sta in ogni disegno che cerca di accorciare i tempi processuali. Abolito il patteggiamento in appello, resta in vigore il rito abbreviato. Per un mafioso è conveniente: così, fra vari sconti e discrezionalità della pena valutata dai giudici, va a finire che spesso un boss si fa 5 anni di galera. Per lui e il suo potere non sono nulla, anzi sono quasi un regalo. E questa situazione col disegno sul “processo breve” cambia, ma solo in peggio.
Quindi che cosa bisognerebbe fare, a suo avviso?
Per i reati di mafia bisogna fare il contrario: creare un sistema più certo e più serio delle pene, tale da rendere non conveniente essere mafiosi. La pena dev’essere comminata in dibattimento, senza possibilità di abbreviazione del rito. Lo Stato non può rinunciare a celebrare processi regolari contro chi si macchia di certi reati e, peggio ancora, inquina il suo stesso funzionamento.
Una domanda sottovoce: Berlusconi è colluso con la criminalità?
Rispondo a voce normalissima. Ci sono state inchieste e processi che hanno fatto il loro corso. E spero che potrà essere così ancora adesso. Esistono il diritto, le procedure, mille norme precise che consentono di arrivare a una verità attendibile oppure a stabilire che gli elementi non sono sufficienti per potersi pronunciare. E chiunque voglia farsi un’idea seria e autonoma non deve che fare lo sforzo di andarsi a studiare le carte processuali: tutte. Di una parte e dell’altra.
Torniamo a bomba: perché quando è un governo di centrosinistra a condurre la guerra alla mafia gli si riconoscono tutti i meriti, mentre quando lo fa un governo di destra si fanno tanti distinguo, del tipo: è merito della polizia e della magistratura?
Non sono certo io a operare questo genere di distinguo. Il centrosinistra ha responsabilità enormi nella collusione con le organizzazioni criminali. Le due regioni con più comuni sciolti per mafia sono Campania e Calabria. E chi le ha amministrate negli ultimi 12 anni? Il centrosinistra. Ma io questa cosa l’ho detta e ridetta, l’ho fatta presente in vari articoli e interventi. E per questo mi sono meritato la fama di essere uno che, per interesse personale, infanga la sua terra. Quanto mi ha attaccato il centrosinistra campano, che ancora oggi mi considera un nemico! Solo pochi, pochissimi mi sono stati vicini.
Ma una vittoria sulla camorra, ottenuta dalla destra come dalla sinistra, oggi è più a portata di mano oppure no?
Prima di parlare di vittoria la invito ad andare a vedere con i suoi occhi. Provi ad andare sulla Napoli-Caserta e veda quante colonne di fumo s’innalzano. Decine e decine di roghi ogni giorno, gestiti dai clan testimoniati nel sito internet www.laterradeifuochi.it. Maroni è l’unico che potrebbe fare qualcosa.
Lei intende dire che ci sono camorristi conclamati in libertà?
Spesso capita che lo stesso mafioso in dieci anni venga arrestato anche cinque, sei volte di seguito, e sempre per reati gravissimi. È stata una delle conseguenze della possibilità di patteggiamento in appello, che per fortuna l’attuale governo ha abrogato con il cosiddetto pacchetto sicurezza.
Il ministro dell'Interno Roberto Maroni durante un intervento
Con quale risultato?
In pratica, prima succedeva che, trovando un accordo fra avvocato e pubblico ministero, per il mafioso diventava assai più conveniente andare in carcere e uscirne abbastanza presto, piuttosto che scontare una pena lunga: quella che spesso portava il detenuto a collaborare, una condizione preliminare per poter smontare il meccanismo dei clan. Sulla base dei riscontri oggettivi che le dichiarazioni consentono di trovare, e non (come si crede o si vuole far credere) sulla base delle singole dichiarazioni. Comunque il divieto del patteggiamento in appello per i reati di mafia è stato un passo avanti. Purtroppo però sono stati fatti contemporaneamente altri passi legislativi che rendono assai più debole la lotta alla mafia: dei passi indietro.
Ma perché nei giornali c’era sempre tanto pudore nel raccontare un eroe come Paolo Borsellino, fino al punto di edulcorarne l’adesione al Msi per farla diventare una generica “simpatia monarchica “? Lei sa che Beppe Alfano, un giornalista siciliano ammazzato dalla mafia, era un militante di destra? Perché si perpetua questa idea infame che solo la sinistra sia vergine e pura, mentre la destra affareggia con i mafiosi?
È un errore far diventare la battaglia antimafia una battaglia di parte. Bisogna uscire dal luogo comune. Credo lei sappia benissimo che io ho sempre detto, ribadito, sottolineato l’impegno di tanti uomini della destra nella lotta alla mafia. Non solo uomini come Borsellino, ma anche militanti comuni. La lotta alla mafia non è stata e non dev’essere né apparire mai appannaggio di una sola parte politica. Anche perché le mafie non guardano a destra o sinistra, ma soltanto al proprio interesse e all’avvicinabilità dei rappresentanti politici, a qualsiasi livello essi si trovino. La politica collusa non ha colore. In ogni caso, in questo momento moltissimi politici di centrodestra sono coinvolti in inchieste per concorso in associazione mafiosa.
Lei parla del famoso e contestato “accrocco ” tra i due articoli del Codice penale: il 110 e il 416 bis…
Sì. E qui vale la stessa cosa che per la sinistra: se la politica vuole dimostrare di fare sul serio, nella sua volontà di lotta alla mafia, deve fare lavorare la giustizia con serenità. Ma questo non è tutto, secondo me. Dovrebbe, a prescindere dagli iter giudiziari, assumersi anche il problema di chi sceglie come proprio rappresentante. Perché proprio questo rientra nei compiti di una politica che decide di agire e di farsi carico attivamente dei problemi del Paese. O, come ho detto tante volte: dovrebbero essere anche gli elettori, i cittadini, a esigere che i candidati della parte che scelgono diano piene garanzie di trasparenza in questo senso.
Perché lei, che non è di sinistra né di destra, passa come un “sincero democratico “, al punto di fare da testimonial per una somarata quale la “difesa della Costituzione”? Lei non è un impiegato della fureria conformista: perché non le lascia fare a Fabio Fazio, queste sparate?
Di Fabio Fazio dico soltanto che gli sono amico e quindi con lui farei volentieri ciò che lei definisce “sparate”. Non mi sono mai scelto gli amici per conformismo. Come scrittore, mi sono formato su molti autori riconosciuti della cultura tradizionale e conservatrice, Ernst Jünger, Ezra Pound, Louis Ferdinand Celine, Carl Schmitt… E non mi sogno di rinnegarlo, anzi. Leggo spesso persino Julius Evola, che mi avrebbe considerato un inferiore.
Questa è bella. E perché avrebbe dovuto considerarla inferiore?
Non dica così, altrimenti certi casalesi del politicamente corretto chissà cosa credono. Il barone parlava di “ceto dello spirito” e lei è pure un bello guaglione…
Come scrittore è lì che mi sono formato, ma questo non significa che oggi mi senta in contraddizione se difendo la Costituzione. Non credo che la Costituzione italiana oggi sia di sinistra o di destra. Mi sembra semplicemente una base per garantire una convivenza equa a tutti i cittadini, per conservare lo stato di diritto che è una condizione indispensabile anche per la lotta alle mafie. E credo pure che il suo richiamo all’unità di questo Paese sia qualcosa d’importante. Personalmente, terrei che continuasse a esistere un paese di nome Italia, e penso che ci terrebbe pure Gabriele D’Annunzio. Non dimentichiamoci che non sono certo le organizzazioni criminali, italiane o straniere, a subire in negativo eventuali riassetti federalistici. So che a lei la parola democrazia fa venire l’orticaria, ma per ora è anche il meglio che abbiamo prodotto.
A ogni modo: non rischia di essere confuso con un firmaiolo d’appelli? Forse ai tempi di Luigi Calabresi le avrebbero chiesto di firmare il famoso appello…
No, non sono un firmaiolo. Credo che l’appello di cui mi sono fatto promotore fosse un chiaro invito a ripensare a un certo progetto. Era un invito indirizzato a Berlusconi, non lanciato contro il presidente del Consiglio. Mi spiace doverlo ribadire un’altra volta. Non ho mai inteso la mia lotta come una lotta di parte. Non avrei mai scritto quell’appello, se non fossi convinto che il suo contenuto rappresenta un interesse comune che va al di là degli schieramenti politici.
Però, visto il clima…
Ecco: proprio visto il clima, non posso che correre il rischio di essere confuso con i firmaioli d’appello. Non temo di schierarmi su una determinata questione, se è questo ciò che in un dato momento la coerenza con le mie idee esige. Ma, proprio per rispondere alla sua domanda provocatoria: io oggi non firmerei nulla che possa essere visto come una delegittimazione dei poteri dello Stato. Per esigere un chiarimento di chi invece potrebbe averne abusato, esistono altri modi, secondo me migliori e più adeguati, a partire dalla stessa informazione, quando è libera e seria.
A proposito, perché in tv lei va solo dai tipi come Fazio o dai soliti “compagnucci “? E mai, proprio mai, da chi canta fuori dal coro? Quelli che cantano fuori dal coro perché sa bene che ci sono. Ricorda “Otto e mezzo”?
Con Che tempo che fa si è instaurato un rapporto di ottima collaborazione, che mi ha consentito di fare una puntata difficile come l’ultimo speciale, dove parlando di libri abbiamo battuto X Factor per numero di spettatori. E questo è merito della loro libertà e capacità di credere in progetti che in televisione sono considerati impossibili e perdenti, e che loro rendono possibili e vincenti. Fazio è stato il primo ad avermi permesso in tv, in prima serata, di parlare dei regimi totalitari comunisti: mi dica chi altro l’ha fatto, al di fuori dei documentari. Prova di reale libertà sia da quelli che lei chiama conformismi, sia dai dettami di una televisione interessata solo all’audience facile. In tv sono andato da Enrico Mentana, e fu una delle puntate in assoluto più viste in Mediaset…
Altro che. E i ragazzi di Casa Pound, il centro sociale di destra, fecero la ola per la sua chiusa dedicata al poeta.
… e sono stato anche da Daria Bignardi, che mi invitò prima di tutti. Cerco di non fare troppe uscite perché temo di stancare. Però conto di andare in molte trasmissioni che mi piacciono, e dove invece non sono ancora stato. Ma anche in alcuni tg non ci metterei piede: non perché hanno direttori con certe idee politiche, no; solo perché ottundono, coprono, non lasciano spazio al racconto della realtà, fanno il lavoro di ufficio stampa governativo. Perché fanno pessimo giornalismo, in breve. Non perché non condivida le loro idee. Tutt’altro. La qualità prima di tutto.
Però i conformisti di sinistra non le perdonerebbero una “cantata stonata”. Sono peggio di certi casalesi, loro: sono vendicativi. Pensi se solo lei dicesse: è vero, questo è il governo che più di tutti ha fatto contro la criminalità organizzata. Che cosa accadrebbe?
Lo direi, se fosse vero, e non avrei alcun problema. Ho già raccontato in maniera articolata come la penso. E ho pure ricordato quanto poco rispetto ho ottenuto per quello che lei chiama conformismo di sinistra, continuando a denunciare il malgoverno e la collusione in Campania e pure in Calabria. Devo forse ricordare ancora l’ostilità con la quale sto pagando queste mie ripetute prese di posizione? Devo ricordare che in Campania sono per questo odiato da quasi tutti?
Una delle sciabolate più efficaci di Saviano fu quella di abituare tutti noi del Sud a uno scandalo: e cioè che non è vero che chi resta sia uno sfigato. Il Sole 24 Ore sta per pubblicare l’elenco delle città italiane e le nostre due saranno messe in coda, mentre Catania torna la Milano del Sud. Per le mostre di Lucio Fontana e di Alberto Burri (quello della copertina di “La Bellezza e l’Inferno”, il suo ultimo libro), per esempio. Ricorda che cosa ha detto Maroni a Panorama ? Che un imprenditore suo compaesano gli ha detto: “Finalmente posso ricominciare a lavorare a casa mia”.
Magari è così a Catania, ma a Caserta proprio no. Caserta resta uno dei luoghi più corrotti d’Italia. È difficilissimo anche soltanto essere assunti senza una protezione, fosse pure per fare il cameriere per un weekend. Il Sud vive una situazione difficilissima, e le spinte del Nord a volersi occupare solo di se stesso, per non parlare di quelle più chiaramente razziste, non sono certo d’aiuto. Se passa l’idea che tutto ciò che è buono e produttivo sta a Nord, e che basta allontanare la parte malata perché la parte sana sia salva, è finita. Ed è finita, purtroppo, non solo la lotta per recuperare il Meridione, ma perché il Nord è terra d’investimenti e d’infiltrazioni enormi, che ormai c’entrano pochissimo con le residenze forzate o cose del genere.
Lei ritiene davvero che oggi la rete affaristico- mafiosa sia così estesa?
È ridicolo pensare che organizzazioni presenti in tutto il mondo non continuino a occupare massicciamente Milano o l’Emilia-Romagna. Anzi, ogni frazionamento va solo a favore della criminalità globalizzata. A Sud c’è un potenziale enorme. Liberiamolo.
Chissà, forse solo i ricchi potranno salvare il Sud. Perché alla fine il crimine “non conviene”.
Lo dice sempre Andrea Vecchio, il costruttore siciliano che non paga il pizzo al prezzo di vedersi saltare sempre i cantieri. Lei che cosa ne pensa? Purtroppo il crimine paga ancora. Paga persino a chi, semplicemente, si appoggia alla forza delle organizzazioni criminali. Paga agli imprenditori “puliti” che si avvantaggiano della loro liquidità, della loro capacità di ottenere monopoli, di abbassare i costi, di fornire i servizi “chiavi in mano “. Non possiamo contare sulle scelte virtuose di chi dispone dei mezzi economici per potersele permettere. Dobbiamo agire in modo che davvero divenga più conveniente fare impresa lontano da ogni collusione. Essere antimafioso deve portare un profitto. Soltanto così sconfiggeremo le alleanze trasversali con i clan. Quindi no, non saranno i ricchi a salvare il Sud; ma la Confindustria può fare più di un esercito di volontari, missionari e associazioni. Questo è certo.
Fonte:Panorama
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domenica 27 dicembre 2009
Francesco II di Borbone, l’ultimo Re di Napoli
Ritratto di un sovrano
che amò sinceramente il suo popolo
di
Mariolina Spadaro
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27 dicembre 1894: l’ultimo sovrano delle Due Sicilie si congeda dalla scena del mondo in punta di piedi, con lo stesso stile sobrio e dignitoso con cui aveva vissuto. Nel suo testamento, Francesco II di Borbone aveva scritto: “Ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto del bene, perdono a coloro che mi hanno fatto del male e domando scusa a coloro ai quali ho in qualche modo nuociuto”.
La Discussione di Napoli, nel riportarne la notizia, commentava: “Con l’anima serena dell’uomo giusto, con gli occhi estaticamente rivolti alla visione di quel sereno cielo che lo vide nascere, è morto il Re adorato, alle porte dell’Italia, in un modesto albergo, situato in una regione non sua...”.
Matilde Serao, in un articolo apparso sul Mattino del 29 dicembre, scrisse: “Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco II. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo. Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone”.
Ad Arco di Trento, l’ultimo discendente di una delle monarchie più potenti d’Europa aveva vissuto gli ultimi anni della sua breve vita, in perfetta umiltà e dignitoso anonimato.
Fu l’ultimo Re, disse l’Italia intera; ed il cordoglio per la morte prematura di un sovrano tanto nobile, leale e generoso, fu sincero, quanto tardivo il riconoscimento del suo alto profilo morale.
Ma chi era davvero Francesco II?
La storia ci ha abituati a conoscerlo come “Franceschiello”, un epiteto dispregiativo per sminuirne la figura e renderne insignificante l’operato: l’ultimo Re delle Due Sicilie era stato capace, in meno di un anno, di perdere regno e ricchezze, combattendo dalla parte sbagliata. Perché è sempre sbagliato stare dalla parte di chi perde, quando la storia la scrivono i vincitori. E Francesco, pur consapevole della fine imminente, non si era voluto piegare a nessun compromesso. Perciò, aveva perso. Non aveva cercato facili alleanze: avrebbe potuto salvare almeno se stesso, conservare le fortune personali, ereditate dagli avi o, persino, usare quelle ricchezze (che nessun altro stato italiano poteva vantare di possedere in tale quantità) per corrompere quanti, nell’ora più difficile del Regno, preferirono abdicare alla propria dignità, barattando la patria napoletana con l’oro piemontese e massonico.
Invece, non fece nulla di tutto ciò. Non si oppose alla storia, ma non abdicò mai al ruolo che la storia gli aveva assegnato: morì da Re, assolvendo fino alla fine il suo compito, con coraggio e dignità.
25 novembre 2007: sono passati centotredici anni. Nella Chiesa di Santa Chiara a Napoli ascolto l’omelia di un giovane frate francescano (è davvero molto bravo), nel giorno in cui si celebra la festa di Cristo Re. Non ho scelto di proposito di andare ad ascoltare la Messa domenicale a Santa Chiara, mi ci sono trovata per caso, perché un’amica mi ha chiesto di accompagnarla a vedere i presepi a San Gregorio Armeno. C’è molta gente per strada, quasi non si cammina; decidiamo perciò di andare prima a Messa, in attesa che la folla diminuisca. E’ quasi mezzogiorno; proviamo ad entrare al Gesù Nuovo, ma occorre aspettare un’ora per la celebrazione. “Ripieghiamo”, allora, su Santa Chiara: un frate, all’ambone, sta provando con i fedeli i canti per la Messa, che sarà celebrata tra pochi minuti. Decidiamo di restare e troviamo posto nei primi banchi, sul lato destro della basilica. All’omelia il giovane frate evidenzia la contraddizione tra il Vangelo di oggi, che presenta la scena della Crocifissione, e la regalità di Cristo, che l’odierna festività intende esaltare. Cosa c’entra con la regalità e con Cristo, Re dell’universo ed immagine visibile di Dio, che ha creato tutte le cose, in cielo e sulla terra, Troni, Dominazioni, Principati e Potestà, ecc. ecc., quella scena che riproduce il momento meno esaltante della vita di Gesù, la sua morte sulla croce?
Ma la contraddizione, spiega il frate, è soltanto apparente: Cristo che muore sulla croce è il vero Re, perché sposa per sempre il suo popolo, lo abbraccia, lo “comprehendit” e in quell’abbraccio “si comprende” egli stesso, ossia trova senso e compimento la sua stessa vita. E’ per questo motivo che Cristo è Re, non già perché domina. Non c’entrano nulla le ricchezze, il potere, l’essere “i primi della classe”. Il modello cristiano di regalità non si basa sulla “competitività”, ma sulla “comprensione”: cum – prehendere”; altrimenti non avrebbe senso la Crocifissione e Cristo sarebbe un perdente. E noi non dovremmo essere qui.
Ho un sussulto nel rendermi conto di essere seduta proprio a fianco alla cappella dei Borbone, dove Francesco II riposa per sempre. E’ solo un caso? Avevo, appena ieri, cominciato a scrivere queste pagine sull’ultimo sovrano delle Due Sicilie, di cui mi ha sempre colpito la profonda religiosità, la sua fede di cristiano perfetto che, con grande eroismo, ha saputo affrontare le prove durissime cui la vita lo ha sottoposto. Chi l’ha detto che i Re devono evocare immagini di grandiosità e di potenza? Francesco II è stato un re dolente: la nascita lo privò immediatamente della madre, Maria Cristina di Savoia; le sue nozze con Maria Sofia di Baviera furono turbate dalla malattia e, quindi, dall’improvvisa morte del padre, Ferdinando II; in poco più di un anno di regno perse trono ed averi personali e non vide mai crescere l’unica figlia avuta dal quel matrimonio, che morì di pochi mesi; visse la maggior parte della sua vita in esilio e morì a soli 57 anni. Eppure, niente di tutto ciò poté mai scalfire il suo animo di credente e di Re: un re dolente, certo; ma quanta dignità e quanto eroismo in quel dolore!
Le parole dell’omelia, una delle migliori che mi è mai capitato di ascoltare, si intrecciano con i miei pensieri; sono parole forti, che scuotono ed inducono a riflettere sulla storia, sui popoli, sui Re. “Non ci può essere mai una supina rassegnazione agli eventi, occorre capire il senso degli accadimenti, il senso della propria vita. Contemplare: questo è il verbo giusto. Mentre Gesù muore sulla croce, il popolo “contemplava”, dice il Vangelo di Luca, non semplicemente “stava a vedere” ( si sa: le traduzioni dal greco o dal latino non rendono quasi mai il senso autentico che le parole esprimono nella lingua originaria). Contemplare, ossia cercare di capire quello che sta accadendo: il senso della vita, il senso della storia. “Alcuni si spingono molto lontano per capire il senso della propria vita, fino in Tibet ad esempio; ma è qui ed ora che ciascuno di noi ha un senso, perché ognuno è un tassello preciso nel grande mosaico del mondo, ognuno ha il proprio posto nella storia.”
Francesco II, la storia e la fede, la regalità e Cristo, l’umiltà e la povertà di San Francesco, la competitività e la comprensione: tutto sembra intrecciarsi e convergere in unità, indicando che il vero significato dell’essere Re è nell’abbraccio di Cristo che muore crocifisso, in mezzo a due ladroni. Per paradossale che possa sembrare, è proprio allora che Cristo mostra la sua regalità, esaltata dal ladrone, che proprio a causa di quell’abbraccio lo riconosce, sentendosi da Lui “comprehensum”, sposato da quel sovrano che lo ama fino a sacrificare se stesso.
E Francesco II quale modello di regalità ha abbracciato? Quello della competizione o quello della comprensione? E’ stato un sovrano ambizioso, che ha pensato ad accrescere il proprio potere oppure è stato un sovrano che ha anteposto ai suoi interessi personali l’amore per il suo popolo?
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La breve, ma intensa, vita di soldato e di re, di Francesco II di Borbone appare, in verità, come un continuo e cosciente conformarsi all’unico modello di regalità che la sua profonda religiosità cristiana poteva proporgli di imitare. Il “Re” Francesco II si sentiva, ed era effettivamente, “sposo” del suo popolo, che amò fino alla fine della sua vita, ben oltre la perdita del trono e la fine del Regno.
E’ lecito dubitare dell’amore dei sovrani per i loro popoli quando vi siano interessi materiali da salvaguardare, quando c’è ancora la speranza di recuperare un trono perduto; ma Francesco già da tempo non nutriva più di queste speranze e, specialmente dopo la definitiva partenza da Roma, aveva pure rinunciato a vedersi restituiti i suoi beni. Eppure, non aveva mai cessato di amare i napoletani. E i napoletani non cessarono mai di amarlo. Non, certamente, i generali che lo avevano tradito; non quegli aristocratici la cui bramosia di ricchezze e di potere si era lasciata stuzzicare dalle astute lusinghe degli avversari (eppure anche a costoro seppe perdonare); ma il popolo, il suo popolo, lo amava davvero perché si sentiva profondamente amato da lui: “sposato”, abbracciato, “comprehensum”
Suo padre Ferdinando II aveva regnato per oltre trent’anni, trasformando il Regno delle Due Sicilie in uno degli stati più ricchi e potenti d’Europa. Era un’eredità pesante, che Francesco dovette assumersi inaspettatamente e che si trovò a gestire da solo, quando stava per avere inizio la fase più difficile della storia del Sud. Gli avvenimenti, che si susseguirono in maniera travolgente, precipitarono la dinastia e mutarono la storia del popolo.
Di Francesco II la storia, in verità, non se n’è quasi mai occupata, se non in modo apparentemente distratto, e, quando lo ha fatto, ha descritto la figura di un uomo scialbo; l’iconografia lo presenta come un giovane dall’aspetto impacciato, le spalle strette, gli occhi tristi, l’espressione tra il timido ed il corrucciato; insomma, il ritratto perfetto dell’anti-eroe. Ed anche nella storiografia più recente, il re–soldato, che combatte sugli spalti di Gaeta, vi appare quasi trascinato, più che dalla sua convinzione personale, dall’entusiasmo incosciente e, talvolta, imprudente, della giovane moglie Maria Sofia di Baviera, riconosciuta “eroina di Gaeta”.
Restano poco noti, invece, il suo ricchissimo epistolario, il suo diario privato, le memorie di chi visse accanto a lui gli ultimi istanti della sua vita. Da essi emerge una figura di re il cui profilo morale, umano, intellettuale e cristiano è altissimo e rigoroso: un ritratto assolutamente stridente con quello ufficiale consegnatoci dalla storia che, persino nel nomignolo con cui lo identifica, “Franceschiello”, ha voluto imprimere nella memoria collettiva l’immagine del perdente, del non – Re, rappresentandone una regalità in negativo, in cui non trovano spazio concetti come “potere” e “trionfo” e non c’è posto neanche per la competizione, la “competitività” richiesta dai modelli considerati vincenti.
Troppo spesso la storia esalta come eroi personaggi mediocri, il cui merito è quello di essere saliti in tempo sul carro del vincitore o di avere agito con cinico egoismo e per puro calcolo materiale o rinnegando valori morali e princìpi religiosi in nome di presunti ideali..
La vicenda garibaldina e l’intera operazione con la quale fu realizzata l’unificazione italiana necessitano ancora oggi di una rilettura che ne chiarisca, una volta per tutte, natura e contenuti. Non è più possibile, di fronte all’evidenza documentale, continuare ad accettare la “vulgata” ufficialmente imposta nei manuali scolastici, attraverso i quali specialmente si dovevano “ fare gli Italiani”. Troppe contraddizioni balzano in evidenza, troppe smentite dei fatti così come ci sono stati raccontati, troppi elementi di un’altra storia ci rivelano una verità diversa da quella conosciuta finora, che è doveroso portare alla luce e diffondere. E’ quella storia, che oggi non è più possibile accettare supinamente, che ci ha consegnato la figura di un “Franceschiello” codardo, pavido, inetto: il ritratto caricaturale di un Re.
Chi era, in realtà, l’ultimo sovrano delle Due Sicilie?
Il 5 settembre 1860, in procinto di partire per Gaeta, volendo risparmiare alla capitale atroci combattimenti (l’entrata di Garibaldi in città era imminente), pronunciava parole gravi, denunciando al cospetto dell’Europa, che rimase sorda, le evidenti violazioni del diritto internazionale ai danni dei popoli delle due Sicilie: “una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con tutte le Potenze Europee”.
Il Re denunciava, con una chiarezza e lucidità che pochi, in quel momento, mostrarono di avere, i disegni della setta rivoluzionaria che stava impadronendosi dei suoi Stati, ma che presto avrebbe minacciato l’intera Europa; scriveva ai rappresentanti delle potenze europee di come il Piemonte, che “sconfessava” pubblicamente l’azione garibaldina, segretamente, invece, la incoraggiava e la sosteneva. E paventava il pericolo che la violazione delle norme più elementari del diritto internazionale, che ora stava danneggiando il suo Regno, avrebbe finito per imporre il principio di autolegittimazione dei governi, spianando la strada a regimi basati sulla forza e sulla violenza, anziché sul consenso dei popoli.
Fu fin troppo facile profeta: totalitarismi e massacri avrebbero trasformato l’Europa del secolo successivo in un immenso teatro di violenza e di guerre. Nessuno sembrava, in quel momento, rendersene conto quanto lui: “questa guerra spezza ogni fede ed ogni giustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere di soldato ... L’Europa non può riconoscere il blocco decretato da un potere illegittimo ... L’azione di Garibaldi è quella di un pirata. Accettandola, l’Europa civile tollererebbe la pirateria nel Mediterraneo... Ma l’Europa stava a guardare.
Francesco II, invece, combatteva contro questo nuovo modo di fare la guerra: sul Volturno, a Gaeta, sul fronte della diplomazia. Combatteva e protestava instancabilmente, pur nella crescente consapevolezza di non poter salvare se non l’onore; combatteva a fianco dei suoi soldati, per il popolo che aveva “sposato” e che non lo abbandonava, perché “fra i doveri prescritti ai re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandi e solenni; ed io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso quale si addice al discendente di tanti Monarchi”.
Lucidamente consapevole della sconfitta, non fece nulla per sottrarsi al suo dovere di Re, raccomandando ai suoi popoli “la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini” anche quando l’esito gli fu fatale.
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Lasciando Napoli, Francesco II non portò nulla con sé. Il 12 settembre, appena una settimana dopo la sua partenza verso Gaeta (il Regno delle Due Sicilie era, dunque, ancora formalmente uno Stato legittimo riconosciuto dalle potenze europee), i suoi beni venivano dichiarati da Garibaldi “beni nazionali”; e quando, succeduto Vittorio Emanuele, si discusse se rendere a Francesco i suoi beni privati, una tale eventualità fu condizionata alla sua partenza da Roma, dov’era ospite del Papa. Lo si voleva allontanare il più possibile da Napoli, perché la sua sola prossimità al Regno era sufficiente a tenere alto il morale di chi combatteva per l’indipendenza della patria. Francesco non accettò: non poteva consentire alcuna strumentalizzazione della sua persona facendone ricadere su di lui la responsabilità dei massacri, che l’esercito piemontese stava attuando nel tentativo di piegare la resistenza dei napoletani. Perché di “Napolitani” si trattava - come sottolineava con forza il Re - e non di “briganti” ed “assassini”, come invece li dipingeva la propaganda; napoletani come lui, e, come lui, “disgraziati che difendono in una lotta ineguale l’indipendenza della loro patria ed i diritti della loro legittima dinastia”. Di quei “briganti”, ad ogni modo, se tale era la loro identità, lui, il Re, si reputava onorato di esserne il primo. Ed avendo, d’altra parte, perduto un trono, che gli importava di perdere le ricchezze?. “Sarò povero come tanti altri che sono migliori di me: ed ai miei occhi il decoro ha pregio assai maggiore della ricchezza” : queste le parole con le quali respinse il “consiglio” di Napoleone III di allontanarsi da Roma. Non riebbe più i suoi beni, che furono distribuiti, in barba a statuti e “proteste”, ai “martiri” dell’Unità d’Italia (Paese che, a quanto pare, continua ancora oggi a produrre “martiri”, se c’è chi pretende - in modo assai poco regale, in verità- dallo Stato, dunque dai suoi cittadini, il risarcimento dei danni derivati dall’esilio cui furono sottoposti, dopo il 1948, gli ex Re d’Italia ed i loro discendenti maschi, ossia i continuatori, effettivi e potenziali, di una dinastia che aveva fondato le sue fortune, oltre che la Nazione, principalmente sul sangue degli avversari, cui aveva strappato il Trono, e delle popolazioni che in quel Trono si riconoscevano,senza minimamente preoccuparsi del loro destino).
Francesco, Re - Sposo dei suoi popoli, invece non cessò mai di preoccuparsi delle loro necessità, nella buona come nella cattiva sorte: l’11 gennaio 1862 riusciva ad inviare la somma di 800 scudi all’Arcivescovo di Napoli Riario Sforza, per venire in soccorso della popolazione di Torre del Greco, colpita dal terremoto. “Tutte le lagrime dei miei sudditi – scriveva in quell’occasione – ricadono sopra il mio cuore, e non mi sovviene della mia povertà che allora soltanto che, in simili circostanze, m’impedisce di fare tutto quel bene, al quale mi sento per natura trasportato... Sovrano esiliato, non posso slanciarmi in mezzo a’ miei figli per alleviarne i mali. La potenza del Re delle Due Sicilie è paralizzata, e le sue risorse son quelle di un sovrano decaduto che non ha trasportato seco, lungi dal suolo ove riposano i suoi antenati, che l’imperituro amore per la patria assente. Ma comunque grande sia la mia catastrofe e meschine le mie risorse, io sono Re, e come tale io debbo l’ultima goccia del sangue mio e l’ultimo scudo che mi resta ai popoli miei”
Anche sugli spalti di Gaeta, quando tutto era ormai perduto, questo Re non aveva avuto altro pensiero che quello di consolare i suoi popoli nelle sventure comuni. Sempre fiducioso nella Provvidenza, le sue parole non furono mai di cupa rassegnazione, ma sempre vibranti di passione interamente napoletana: “Ho combattuto non già per me, ma per onore del nostro nome... io sono napolitano; nato in mezzo a voi non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non ho conosciuto che solo la mia terra natale. Ogni affezione mia è riposta nel regno, i costumi vostri sono pure i miei, la vostra lingua è pure la mia, le ambizioni vostre sono pure le mie”.
Orgoglioso della sua “napoletanità” e dell’appartenenza ad una dinastia che, da oltre cento anni, regnava pacificamente su quei territori, ai quali aveva restituito indipendenza ed autonomia, Francesco rivendicava la legittimità del trono: “non mi ci sono installato dopo avere spogliato gli orfanelli del loro patrimonio, né la Chiesa dei suoi beni; né forza straniera mi ha messo in possesso della più bella parte d’Italia. Mi glorio di essere un principe che, essendo vostro, ha tutto sacrificato al desiderio di conservare ai sudditi suoi la pace, la concordia e la prosperità...”
Pace, concordia, prosperità: erano questi i beni che voleva per i suoi popoli. Perfettamente a conoscenza di tradimenti e cospirazioni, aveva voluto evitare spargimenti di sangue: questa sua scelta, che ostinatamente difendeva, gli aveva procurato – egli mostrava di esserne profondamente consapevole – accuse di inettitudine e debolezza. Ma preferiva queste accuse ai trionfi degli avversari, ottenuti con il sangue e la violenza. Cinismo, tradimenti e spergiuri sembravano sempre più fare parte dei moderni codici militari, ma a Francesco continuavano ad essere cari gli antichi codici della cavalleria, che riposavano sulla sacralità del giuramento, sulla fedeltà alla parola data, specie se parola di Re. Per questo non aveva potuto credere che il re del Piemonte “che protestava di disapprovare l’invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un’alleanza intima per il vero interesse dell’Italia”, avrebbe violato tutti i trattati e calpestate le leggi, invadendo il regno delle Due Sicilie senza neanche una dichiarazione di guerra.
Ma alla tracotanza del nemico si poteva rispondere solo rimanendo uniti nella concordia, intorno al trono dei propri antenati, superando antiche divisioni (il discorso riguardava specialmente i siciliani): “il passato non sia mai un pretesto di vendetta, ma un avvertimento salutare per l’avvenire”
Occorreva avere fiducia, ancora una volta, nella Provvidenza divina ed accettarne, comunque, i disegni, profondi ed imprescrutabili; ma nessuno – e specialmente il Re - poteva sottrarsi al proprio dovere: “Difensore dell’indipendenza della patria, resto a combattere qui per non abbandonare un deposito così caro e così santo. Se ne ritornerà l’autorità ed il potere nelle mie mani, me ne servirò per proteggere tutti i miei diritti, rispettare tutte le proprietà, salvaguardare le persone ed i beni dei sudditi miei contro ogni oppressione e depredamento. Se poi la Provvidenza nei suoi profondi disegni decreta che l’ultimo baluardo della monarchia cada sotto i colpi di un nemico straniero, io mi ritirerò con la coscienza senza rimproveri e con una risoluzione immutabile, ed attendendo l’ora della giustizia, farò i voti più ferventi per la prosperità della mia patria e per la felicità di questi popoli che formano la più grande e la più cara parte della mia famiglia”.
L’esilio vissuto negli ultimi anni ad Arco, senza più speranza di recuperare trono ed averi personali, non cancellò la validità di questo “patto”: bastava essere napoletano per essere ricevuto da lui e furono tanti coloro che ebbero modo di incontrarlo. A tutti chiedeva notizie della sua Napoli, senza che mai alcuna parola di biasimo per i nuovi regnanti e governanti uscisse dalla sua bocca. Così come non voleva che si parlasse delle sue passate vicende, della sua vita di Re: le considerava un sogno del passato, che ormai si era dissolto. Aveva conservato il titolo di Duca di Castro, ma tutti ad Arco lo conoscevano come “il signor Fabiani”.
Fu solo dopo la sua morte che gli abitanti della cittadina trentina scoprirono la vera identità di quel gentiluomo che, tutte le mattine, sedeva al bar a fare colazione ed a leggere i giornali, dopo avere ascoltato la Messa, ed ogni sera, puntuale, si recava per la recita del Santo Rosario presso la Chiesa della Collegiata.
Francesco II lascia nella storia un nome, che le iniquità e le calunnie non possono oscurare.
I doveri di sovrano, che egli seppe compiere cristianamente, i doveri di soldato valoroso nell’eroica difesa di Gaeta, i suoi proclami e le note diplomatiche indirizzate ai monarchi di Europa durante i tristi momenti della sua caduta, dimostrano ai posteri tutto il suo valore ed indicano un modello di regalità che non evoca immagini di potenza e di gloria ed invita, piuttosto, a riflettere sulla nobiltà della politica: concetto, oggi, purtroppo, estraneo alla nostra esperienza, perché caduto progressivamente in desuetudine, ma che dovremmo sforzarci di recuperare. La società moderna, infatti, riconosce il primato della “competitività” piuttosto che quello della “comprensione” e privilegia senz’altro gli interessi materiali che, in nome dell’individualismo e dei vantaggi dei singoli, non esitano a sacrificare il bene comune.
Ecco come ridussero il nostro Re
Chi potrà mai ripagare questi gravi oltraggi?
Chi ha offeso ed offende i Borbone
in verità ha offeso ed offende tutti noi Meridionali.
“Sono un principe vostro che ha sacrificato
tutto al suo desiderio di conservare la pace,
la concordia, la prosperità tra suoi sudditi “
S.M. Re Francesco II di Borbone ci ha lasciato un prezioso esempio
di amore e di speranza per un futuro di dignità e di pace
“La restituzione del mio non mi adesca; quando si perde un trono, poco importa il patrimonio.
Se l’abbia l’usurpatore o il restituisca, né quello mi strappa un lamento, né questo un sorriso.
Povero sono, come oggi tanti altri migliori di me;
Stimo più la dignità che la ricchezza” .
Francesco
"Io sono napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi: la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni"
"Sono un principe vostro che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra suoi sudditi"
Francesco
Un testamento che, soprattutto nella parte finale, ci rende orgogliosi di aver avuto quale sovrano
Francesco II
Il testamento morale e politico
che S.M. Francesco II lasciò
ai Popoli del Regno delle Due Sicilie
durante il duro Assedio di Gaeta.
Un messaggio di speranza e di amore che da anni ci guida
nel difficile cammino della resurrezione culturale, sociale e politica
dei Popoli delle Due Sicilie
(...) Ci è un rimedio per questi mali, per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell’avvenire. Unitevi intorno al trono dei vostri padri. Che l’oblio copra per sempre gli errori di tutti; che il passato non sia mai pretesto di vendetta, ma pel futuro lezione salutare. Io ho fiducia nella giustizia della Provvidenza, e qualunque sia la mia sorte, resterò fedele ai miei popoli ed alle istituzione che ho loro accordate. (...).
Francesco
-
Ritratto di un sovrano
che amò sinceramente il suo popolo
di
Mariolina Spadaro
____________
27 dicembre 1894: l’ultimo sovrano delle Due Sicilie si congeda dalla scena del mondo in punta di piedi, con lo stesso stile sobrio e dignitoso con cui aveva vissuto. Nel suo testamento, Francesco II di Borbone aveva scritto: “Ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto del bene, perdono a coloro che mi hanno fatto del male e domando scusa a coloro ai quali ho in qualche modo nuociuto”.
La Discussione di Napoli, nel riportarne la notizia, commentava: “Con l’anima serena dell’uomo giusto, con gli occhi estaticamente rivolti alla visione di quel sereno cielo che lo vide nascere, è morto il Re adorato, alle porte dell’Italia, in un modesto albergo, situato in una regione non sua...”.
Matilde Serao, in un articolo apparso sul Mattino del 29 dicembre, scrisse: “Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco II. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo. Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone”.
Ad Arco di Trento, l’ultimo discendente di una delle monarchie più potenti d’Europa aveva vissuto gli ultimi anni della sua breve vita, in perfetta umiltà e dignitoso anonimato.
Fu l’ultimo Re, disse l’Italia intera; ed il cordoglio per la morte prematura di un sovrano tanto nobile, leale e generoso, fu sincero, quanto tardivo il riconoscimento del suo alto profilo morale.
Ma chi era davvero Francesco II?
La storia ci ha abituati a conoscerlo come “Franceschiello”, un epiteto dispregiativo per sminuirne la figura e renderne insignificante l’operato: l’ultimo Re delle Due Sicilie era stato capace, in meno di un anno, di perdere regno e ricchezze, combattendo dalla parte sbagliata. Perché è sempre sbagliato stare dalla parte di chi perde, quando la storia la scrivono i vincitori. E Francesco, pur consapevole della fine imminente, non si era voluto piegare a nessun compromesso. Perciò, aveva perso. Non aveva cercato facili alleanze: avrebbe potuto salvare almeno se stesso, conservare le fortune personali, ereditate dagli avi o, persino, usare quelle ricchezze (che nessun altro stato italiano poteva vantare di possedere in tale quantità) per corrompere quanti, nell’ora più difficile del Regno, preferirono abdicare alla propria dignità, barattando la patria napoletana con l’oro piemontese e massonico.
Invece, non fece nulla di tutto ciò. Non si oppose alla storia, ma non abdicò mai al ruolo che la storia gli aveva assegnato: morì da Re, assolvendo fino alla fine il suo compito, con coraggio e dignità.
25 novembre 2007: sono passati centotredici anni. Nella Chiesa di Santa Chiara a Napoli ascolto l’omelia di un giovane frate francescano (è davvero molto bravo), nel giorno in cui si celebra la festa di Cristo Re. Non ho scelto di proposito di andare ad ascoltare la Messa domenicale a Santa Chiara, mi ci sono trovata per caso, perché un’amica mi ha chiesto di accompagnarla a vedere i presepi a San Gregorio Armeno. C’è molta gente per strada, quasi non si cammina; decidiamo perciò di andare prima a Messa, in attesa che la folla diminuisca. E’ quasi mezzogiorno; proviamo ad entrare al Gesù Nuovo, ma occorre aspettare un’ora per la celebrazione. “Ripieghiamo”, allora, su Santa Chiara: un frate, all’ambone, sta provando con i fedeli i canti per la Messa, che sarà celebrata tra pochi minuti. Decidiamo di restare e troviamo posto nei primi banchi, sul lato destro della basilica. All’omelia il giovane frate evidenzia la contraddizione tra il Vangelo di oggi, che presenta la scena della Crocifissione, e la regalità di Cristo, che l’odierna festività intende esaltare. Cosa c’entra con la regalità e con Cristo, Re dell’universo ed immagine visibile di Dio, che ha creato tutte le cose, in cielo e sulla terra, Troni, Dominazioni, Principati e Potestà, ecc. ecc., quella scena che riproduce il momento meno esaltante della vita di Gesù, la sua morte sulla croce?
Ma la contraddizione, spiega il frate, è soltanto apparente: Cristo che muore sulla croce è il vero Re, perché sposa per sempre il suo popolo, lo abbraccia, lo “comprehendit” e in quell’abbraccio “si comprende” egli stesso, ossia trova senso e compimento la sua stessa vita. E’ per questo motivo che Cristo è Re, non già perché domina. Non c’entrano nulla le ricchezze, il potere, l’essere “i primi della classe”. Il modello cristiano di regalità non si basa sulla “competitività”, ma sulla “comprensione”: cum – prehendere”; altrimenti non avrebbe senso la Crocifissione e Cristo sarebbe un perdente. E noi non dovremmo essere qui.
Ho un sussulto nel rendermi conto di essere seduta proprio a fianco alla cappella dei Borbone, dove Francesco II riposa per sempre. E’ solo un caso? Avevo, appena ieri, cominciato a scrivere queste pagine sull’ultimo sovrano delle Due Sicilie, di cui mi ha sempre colpito la profonda religiosità, la sua fede di cristiano perfetto che, con grande eroismo, ha saputo affrontare le prove durissime cui la vita lo ha sottoposto. Chi l’ha detto che i Re devono evocare immagini di grandiosità e di potenza? Francesco II è stato un re dolente: la nascita lo privò immediatamente della madre, Maria Cristina di Savoia; le sue nozze con Maria Sofia di Baviera furono turbate dalla malattia e, quindi, dall’improvvisa morte del padre, Ferdinando II; in poco più di un anno di regno perse trono ed averi personali e non vide mai crescere l’unica figlia avuta dal quel matrimonio, che morì di pochi mesi; visse la maggior parte della sua vita in esilio e morì a soli 57 anni. Eppure, niente di tutto ciò poté mai scalfire il suo animo di credente e di Re: un re dolente, certo; ma quanta dignità e quanto eroismo in quel dolore!
Le parole dell’omelia, una delle migliori che mi è mai capitato di ascoltare, si intrecciano con i miei pensieri; sono parole forti, che scuotono ed inducono a riflettere sulla storia, sui popoli, sui Re. “Non ci può essere mai una supina rassegnazione agli eventi, occorre capire il senso degli accadimenti, il senso della propria vita. Contemplare: questo è il verbo giusto. Mentre Gesù muore sulla croce, il popolo “contemplava”, dice il Vangelo di Luca, non semplicemente “stava a vedere” ( si sa: le traduzioni dal greco o dal latino non rendono quasi mai il senso autentico che le parole esprimono nella lingua originaria). Contemplare, ossia cercare di capire quello che sta accadendo: il senso della vita, il senso della storia. “Alcuni si spingono molto lontano per capire il senso della propria vita, fino in Tibet ad esempio; ma è qui ed ora che ciascuno di noi ha un senso, perché ognuno è un tassello preciso nel grande mosaico del mondo, ognuno ha il proprio posto nella storia.”
Francesco II, la storia e la fede, la regalità e Cristo, l’umiltà e la povertà di San Francesco, la competitività e la comprensione: tutto sembra intrecciarsi e convergere in unità, indicando che il vero significato dell’essere Re è nell’abbraccio di Cristo che muore crocifisso, in mezzo a due ladroni. Per paradossale che possa sembrare, è proprio allora che Cristo mostra la sua regalità, esaltata dal ladrone, che proprio a causa di quell’abbraccio lo riconosce, sentendosi da Lui “comprehensum”, sposato da quel sovrano che lo ama fino a sacrificare se stesso.
E Francesco II quale modello di regalità ha abbracciato? Quello della competizione o quello della comprensione? E’ stato un sovrano ambizioso, che ha pensato ad accrescere il proprio potere oppure è stato un sovrano che ha anteposto ai suoi interessi personali l’amore per il suo popolo?
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La breve, ma intensa, vita di soldato e di re, di Francesco II di Borbone appare, in verità, come un continuo e cosciente conformarsi all’unico modello di regalità che la sua profonda religiosità cristiana poteva proporgli di imitare. Il “Re” Francesco II si sentiva, ed era effettivamente, “sposo” del suo popolo, che amò fino alla fine della sua vita, ben oltre la perdita del trono e la fine del Regno.
E’ lecito dubitare dell’amore dei sovrani per i loro popoli quando vi siano interessi materiali da salvaguardare, quando c’è ancora la speranza di recuperare un trono perduto; ma Francesco già da tempo non nutriva più di queste speranze e, specialmente dopo la definitiva partenza da Roma, aveva pure rinunciato a vedersi restituiti i suoi beni. Eppure, non aveva mai cessato di amare i napoletani. E i napoletani non cessarono mai di amarlo. Non, certamente, i generali che lo avevano tradito; non quegli aristocratici la cui bramosia di ricchezze e di potere si era lasciata stuzzicare dalle astute lusinghe degli avversari (eppure anche a costoro seppe perdonare); ma il popolo, il suo popolo, lo amava davvero perché si sentiva profondamente amato da lui: “sposato”, abbracciato, “comprehensum”
Suo padre Ferdinando II aveva regnato per oltre trent’anni, trasformando il Regno delle Due Sicilie in uno degli stati più ricchi e potenti d’Europa. Era un’eredità pesante, che Francesco dovette assumersi inaspettatamente e che si trovò a gestire da solo, quando stava per avere inizio la fase più difficile della storia del Sud. Gli avvenimenti, che si susseguirono in maniera travolgente, precipitarono la dinastia e mutarono la storia del popolo.
Di Francesco II la storia, in verità, non se n’è quasi mai occupata, se non in modo apparentemente distratto, e, quando lo ha fatto, ha descritto la figura di un uomo scialbo; l’iconografia lo presenta come un giovane dall’aspetto impacciato, le spalle strette, gli occhi tristi, l’espressione tra il timido ed il corrucciato; insomma, il ritratto perfetto dell’anti-eroe. Ed anche nella storiografia più recente, il re–soldato, che combatte sugli spalti di Gaeta, vi appare quasi trascinato, più che dalla sua convinzione personale, dall’entusiasmo incosciente e, talvolta, imprudente, della giovane moglie Maria Sofia di Baviera, riconosciuta “eroina di Gaeta”.
Restano poco noti, invece, il suo ricchissimo epistolario, il suo diario privato, le memorie di chi visse accanto a lui gli ultimi istanti della sua vita. Da essi emerge una figura di re il cui profilo morale, umano, intellettuale e cristiano è altissimo e rigoroso: un ritratto assolutamente stridente con quello ufficiale consegnatoci dalla storia che, persino nel nomignolo con cui lo identifica, “Franceschiello”, ha voluto imprimere nella memoria collettiva l’immagine del perdente, del non – Re, rappresentandone una regalità in negativo, in cui non trovano spazio concetti come “potere” e “trionfo” e non c’è posto neanche per la competizione, la “competitività” richiesta dai modelli considerati vincenti.
Troppo spesso la storia esalta come eroi personaggi mediocri, il cui merito è quello di essere saliti in tempo sul carro del vincitore o di avere agito con cinico egoismo e per puro calcolo materiale o rinnegando valori morali e princìpi religiosi in nome di presunti ideali..
La vicenda garibaldina e l’intera operazione con la quale fu realizzata l’unificazione italiana necessitano ancora oggi di una rilettura che ne chiarisca, una volta per tutte, natura e contenuti. Non è più possibile, di fronte all’evidenza documentale, continuare ad accettare la “vulgata” ufficialmente imposta nei manuali scolastici, attraverso i quali specialmente si dovevano “ fare gli Italiani”. Troppe contraddizioni balzano in evidenza, troppe smentite dei fatti così come ci sono stati raccontati, troppi elementi di un’altra storia ci rivelano una verità diversa da quella conosciuta finora, che è doveroso portare alla luce e diffondere. E’ quella storia, che oggi non è più possibile accettare supinamente, che ci ha consegnato la figura di un “Franceschiello” codardo, pavido, inetto: il ritratto caricaturale di un Re.
Chi era, in realtà, l’ultimo sovrano delle Due Sicilie?
Il 5 settembre 1860, in procinto di partire per Gaeta, volendo risparmiare alla capitale atroci combattimenti (l’entrata di Garibaldi in città era imminente), pronunciava parole gravi, denunciando al cospetto dell’Europa, che rimase sorda, le evidenti violazioni del diritto internazionale ai danni dei popoli delle due Sicilie: “una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con tutte le Potenze Europee”.
Il Re denunciava, con una chiarezza e lucidità che pochi, in quel momento, mostrarono di avere, i disegni della setta rivoluzionaria che stava impadronendosi dei suoi Stati, ma che presto avrebbe minacciato l’intera Europa; scriveva ai rappresentanti delle potenze europee di come il Piemonte, che “sconfessava” pubblicamente l’azione garibaldina, segretamente, invece, la incoraggiava e la sosteneva. E paventava il pericolo che la violazione delle norme più elementari del diritto internazionale, che ora stava danneggiando il suo Regno, avrebbe finito per imporre il principio di autolegittimazione dei governi, spianando la strada a regimi basati sulla forza e sulla violenza, anziché sul consenso dei popoli.
Fu fin troppo facile profeta: totalitarismi e massacri avrebbero trasformato l’Europa del secolo successivo in un immenso teatro di violenza e di guerre. Nessuno sembrava, in quel momento, rendersene conto quanto lui: “questa guerra spezza ogni fede ed ogni giustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere di soldato ... L’Europa non può riconoscere il blocco decretato da un potere illegittimo ... L’azione di Garibaldi è quella di un pirata. Accettandola, l’Europa civile tollererebbe la pirateria nel Mediterraneo... Ma l’Europa stava a guardare.
Francesco II, invece, combatteva contro questo nuovo modo di fare la guerra: sul Volturno, a Gaeta, sul fronte della diplomazia. Combatteva e protestava instancabilmente, pur nella crescente consapevolezza di non poter salvare se non l’onore; combatteva a fianco dei suoi soldati, per il popolo che aveva “sposato” e che non lo abbandonava, perché “fra i doveri prescritti ai re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandi e solenni; ed io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso quale si addice al discendente di tanti Monarchi”.
Lucidamente consapevole della sconfitta, non fece nulla per sottrarsi al suo dovere di Re, raccomandando ai suoi popoli “la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini” anche quando l’esito gli fu fatale.
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Lasciando Napoli, Francesco II non portò nulla con sé. Il 12 settembre, appena una settimana dopo la sua partenza verso Gaeta (il Regno delle Due Sicilie era, dunque, ancora formalmente uno Stato legittimo riconosciuto dalle potenze europee), i suoi beni venivano dichiarati da Garibaldi “beni nazionali”; e quando, succeduto Vittorio Emanuele, si discusse se rendere a Francesco i suoi beni privati, una tale eventualità fu condizionata alla sua partenza da Roma, dov’era ospite del Papa. Lo si voleva allontanare il più possibile da Napoli, perché la sua sola prossimità al Regno era sufficiente a tenere alto il morale di chi combatteva per l’indipendenza della patria. Francesco non accettò: non poteva consentire alcuna strumentalizzazione della sua persona facendone ricadere su di lui la responsabilità dei massacri, che l’esercito piemontese stava attuando nel tentativo di piegare la resistenza dei napoletani. Perché di “Napolitani” si trattava - come sottolineava con forza il Re - e non di “briganti” ed “assassini”, come invece li dipingeva la propaganda; napoletani come lui, e, come lui, “disgraziati che difendono in una lotta ineguale l’indipendenza della loro patria ed i diritti della loro legittima dinastia”. Di quei “briganti”, ad ogni modo, se tale era la loro identità, lui, il Re, si reputava onorato di esserne il primo. Ed avendo, d’altra parte, perduto un trono, che gli importava di perdere le ricchezze?. “Sarò povero come tanti altri che sono migliori di me: ed ai miei occhi il decoro ha pregio assai maggiore della ricchezza” : queste le parole con le quali respinse il “consiglio” di Napoleone III di allontanarsi da Roma. Non riebbe più i suoi beni, che furono distribuiti, in barba a statuti e “proteste”, ai “martiri” dell’Unità d’Italia (Paese che, a quanto pare, continua ancora oggi a produrre “martiri”, se c’è chi pretende - in modo assai poco regale, in verità- dallo Stato, dunque dai suoi cittadini, il risarcimento dei danni derivati dall’esilio cui furono sottoposti, dopo il 1948, gli ex Re d’Italia ed i loro discendenti maschi, ossia i continuatori, effettivi e potenziali, di una dinastia che aveva fondato le sue fortune, oltre che la Nazione, principalmente sul sangue degli avversari, cui aveva strappato il Trono, e delle popolazioni che in quel Trono si riconoscevano,senza minimamente preoccuparsi del loro destino).
Francesco, Re - Sposo dei suoi popoli, invece non cessò mai di preoccuparsi delle loro necessità, nella buona come nella cattiva sorte: l’11 gennaio 1862 riusciva ad inviare la somma di 800 scudi all’Arcivescovo di Napoli Riario Sforza, per venire in soccorso della popolazione di Torre del Greco, colpita dal terremoto. “Tutte le lagrime dei miei sudditi – scriveva in quell’occasione – ricadono sopra il mio cuore, e non mi sovviene della mia povertà che allora soltanto che, in simili circostanze, m’impedisce di fare tutto quel bene, al quale mi sento per natura trasportato... Sovrano esiliato, non posso slanciarmi in mezzo a’ miei figli per alleviarne i mali. La potenza del Re delle Due Sicilie è paralizzata, e le sue risorse son quelle di un sovrano decaduto che non ha trasportato seco, lungi dal suolo ove riposano i suoi antenati, che l’imperituro amore per la patria assente. Ma comunque grande sia la mia catastrofe e meschine le mie risorse, io sono Re, e come tale io debbo l’ultima goccia del sangue mio e l’ultimo scudo che mi resta ai popoli miei”
Anche sugli spalti di Gaeta, quando tutto era ormai perduto, questo Re non aveva avuto altro pensiero che quello di consolare i suoi popoli nelle sventure comuni. Sempre fiducioso nella Provvidenza, le sue parole non furono mai di cupa rassegnazione, ma sempre vibranti di passione interamente napoletana: “Ho combattuto non già per me, ma per onore del nostro nome... io sono napolitano; nato in mezzo a voi non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non ho conosciuto che solo la mia terra natale. Ogni affezione mia è riposta nel regno, i costumi vostri sono pure i miei, la vostra lingua è pure la mia, le ambizioni vostre sono pure le mie”.
Orgoglioso della sua “napoletanità” e dell’appartenenza ad una dinastia che, da oltre cento anni, regnava pacificamente su quei territori, ai quali aveva restituito indipendenza ed autonomia, Francesco rivendicava la legittimità del trono: “non mi ci sono installato dopo avere spogliato gli orfanelli del loro patrimonio, né la Chiesa dei suoi beni; né forza straniera mi ha messo in possesso della più bella parte d’Italia. Mi glorio di essere un principe che, essendo vostro, ha tutto sacrificato al desiderio di conservare ai sudditi suoi la pace, la concordia e la prosperità...”
Pace, concordia, prosperità: erano questi i beni che voleva per i suoi popoli. Perfettamente a conoscenza di tradimenti e cospirazioni, aveva voluto evitare spargimenti di sangue: questa sua scelta, che ostinatamente difendeva, gli aveva procurato – egli mostrava di esserne profondamente consapevole – accuse di inettitudine e debolezza. Ma preferiva queste accuse ai trionfi degli avversari, ottenuti con il sangue e la violenza. Cinismo, tradimenti e spergiuri sembravano sempre più fare parte dei moderni codici militari, ma a Francesco continuavano ad essere cari gli antichi codici della cavalleria, che riposavano sulla sacralità del giuramento, sulla fedeltà alla parola data, specie se parola di Re. Per questo non aveva potuto credere che il re del Piemonte “che protestava di disapprovare l’invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un’alleanza intima per il vero interesse dell’Italia”, avrebbe violato tutti i trattati e calpestate le leggi, invadendo il regno delle Due Sicilie senza neanche una dichiarazione di guerra.
Ma alla tracotanza del nemico si poteva rispondere solo rimanendo uniti nella concordia, intorno al trono dei propri antenati, superando antiche divisioni (il discorso riguardava specialmente i siciliani): “il passato non sia mai un pretesto di vendetta, ma un avvertimento salutare per l’avvenire”
Occorreva avere fiducia, ancora una volta, nella Provvidenza divina ed accettarne, comunque, i disegni, profondi ed imprescrutabili; ma nessuno – e specialmente il Re - poteva sottrarsi al proprio dovere: “Difensore dell’indipendenza della patria, resto a combattere qui per non abbandonare un deposito così caro e così santo. Se ne ritornerà l’autorità ed il potere nelle mie mani, me ne servirò per proteggere tutti i miei diritti, rispettare tutte le proprietà, salvaguardare le persone ed i beni dei sudditi miei contro ogni oppressione e depredamento. Se poi la Provvidenza nei suoi profondi disegni decreta che l’ultimo baluardo della monarchia cada sotto i colpi di un nemico straniero, io mi ritirerò con la coscienza senza rimproveri e con una risoluzione immutabile, ed attendendo l’ora della giustizia, farò i voti più ferventi per la prosperità della mia patria e per la felicità di questi popoli che formano la più grande e la più cara parte della mia famiglia”.
L’esilio vissuto negli ultimi anni ad Arco, senza più speranza di recuperare trono ed averi personali, non cancellò la validità di questo “patto”: bastava essere napoletano per essere ricevuto da lui e furono tanti coloro che ebbero modo di incontrarlo. A tutti chiedeva notizie della sua Napoli, senza che mai alcuna parola di biasimo per i nuovi regnanti e governanti uscisse dalla sua bocca. Così come non voleva che si parlasse delle sue passate vicende, della sua vita di Re: le considerava un sogno del passato, che ormai si era dissolto. Aveva conservato il titolo di Duca di Castro, ma tutti ad Arco lo conoscevano come “il signor Fabiani”.
Fu solo dopo la sua morte che gli abitanti della cittadina trentina scoprirono la vera identità di quel gentiluomo che, tutte le mattine, sedeva al bar a fare colazione ed a leggere i giornali, dopo avere ascoltato la Messa, ed ogni sera, puntuale, si recava per la recita del Santo Rosario presso la Chiesa della Collegiata.
Francesco II lascia nella storia un nome, che le iniquità e le calunnie non possono oscurare.
I doveri di sovrano, che egli seppe compiere cristianamente, i doveri di soldato valoroso nell’eroica difesa di Gaeta, i suoi proclami e le note diplomatiche indirizzate ai monarchi di Europa durante i tristi momenti della sua caduta, dimostrano ai posteri tutto il suo valore ed indicano un modello di regalità che non evoca immagini di potenza e di gloria ed invita, piuttosto, a riflettere sulla nobiltà della politica: concetto, oggi, purtroppo, estraneo alla nostra esperienza, perché caduto progressivamente in desuetudine, ma che dovremmo sforzarci di recuperare. La società moderna, infatti, riconosce il primato della “competitività” piuttosto che quello della “comprensione” e privilegia senz’altro gli interessi materiali che, in nome dell’individualismo e dei vantaggi dei singoli, non esitano a sacrificare il bene comune.
Ecco come ridussero il nostro Re
Chi potrà mai ripagare questi gravi oltraggi?
Chi ha offeso ed offende i Borbone
in verità ha offeso ed offende tutti noi Meridionali.
“Sono un principe vostro che ha sacrificato
tutto al suo desiderio di conservare la pace,
la concordia, la prosperità tra suoi sudditi “
S.M. Re Francesco II di Borbone ci ha lasciato un prezioso esempio
di amore e di speranza per un futuro di dignità e di pace
“La restituzione del mio non mi adesca; quando si perde un trono, poco importa il patrimonio.
Se l’abbia l’usurpatore o il restituisca, né quello mi strappa un lamento, né questo un sorriso.
Povero sono, come oggi tanti altri migliori di me;
Stimo più la dignità che la ricchezza” .
Francesco
"Io sono napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi: la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni"
"Sono un principe vostro che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra suoi sudditi"
Francesco
Un testamento che, soprattutto nella parte finale, ci rende orgogliosi di aver avuto quale sovrano
Francesco II
Il testamento morale e politico
che S.M. Francesco II lasciò
ai Popoli del Regno delle Due Sicilie
durante il duro Assedio di Gaeta.
Un messaggio di speranza e di amore che da anni ci guida
nel difficile cammino della resurrezione culturale, sociale e politica
dei Popoli delle Due Sicilie
(...) Ci è un rimedio per questi mali, per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell’avvenire. Unitevi intorno al trono dei vostri padri. Che l’oblio copra per sempre gli errori di tutti; che il passato non sia mai pretesto di vendetta, ma pel futuro lezione salutare. Io ho fiducia nella giustizia della Provvidenza, e qualunque sia la mia sorte, resterò fedele ai miei popoli ed alle istituzione che ho loro accordate. (...).
Francesco
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