domenica 27 dicembre 2009

Il 27 dicembre del 1894 si spegneva nel suo triste esilio di Arco il Re Francesco II di Borbone, ultimo sovrano della Patria Napolitana


Il 27 dicembre del 1894 si spegneva nel suo triste esilio di Arco, allora appartenente all'Austria, il Re Francesco II di Borbone, ultimo sovrano della Patria Napolitana.

Con lui se ne andava l'ultimo legittimo rappresentante di uno stato florido, pacifico e glorioso. Il Re di una Nazione collocata al terzo posto mondiale senza aver mai mosso guerra ad alcuno e sempre rispettosa della dignità dei popoli e delle loro culture.

Di tutto si è detto ed ancora si dice di Francesco II.

Ma chi ancora oggi continua ad alimentare storielle infamanti ed aneddoti calunniosi non offende soltanto la memoria di un uomo dignitoso e giusto, ma tutti coloro che si sono riconosciuti per secoli in una dinastia amata ed illuminata, promotrice di grandi opere e del migliore sistema sociale ed economico che la storia italica abbia mai conosciuto. Chi offende i Borbone denigra i nostri padri ed offende tutti noi.

Francesco II con la stessa serenità e rassegnazione con cui visse così morì.

Morì in esilio, in povertà, lontano da quella sua Napoli che tanto amava, lontano da quella Patria che, con le lacrime ed il sangue dei suoi figli, pagava le pene di una devastante conquista.

S.M. Francesco II rese la sua anima a Dio santamente, lasciando in eredità a tutti noi la speranza in un futuro migliore, una speranza che abbiamo il dovere di coltivare con amore e fede.

Cap. Alessandro Romano


“Da Gaeta ad Arco”

di Aniello Gentile



Arco

Cronaca della sepoltura del Re



Breve storia dell’esilio del nostro amato Re

(Liberamente tratto da una nota di Antonio Pagano)



Francesco II, rimasto a Roma fino al 1870, peregrinò prima tra Parigi e Vienna, stabilendosi, quindi, con Maria Sofia a Possenhofen in Germania, sul lago di Starnberg.

Il Re, ammalatosi di diabete, aveva cominciato a frequentare sin dal 1876 Arco, stazione termale nei pressi di Trento, allora parte dell’Impero austriaco, sotto il nome di Duca di Castro o “sig. Fabiani”, era ospitato nella villa dell’Arciduca Alberto d’Austria.

Nell’autunno del 1894, Francesco II e Maria Sofia si recarono per le consuete cure ad Arco. Approssimandosi le festività natalizie le condizioni di salute del Re si aggravarono improvvisamente. Nonostante le premurose cure mediche, il giorno 27 dicembre 1894 Francesco II morì a soli 58 anni d'età.

I funerali si svolsero il 5 gennaio 1895 alla presenza dei principi reali e di quasi tutti i rappresentanti dell’aristocrazia internazionale, dall’Arcivescovo di Trento.

La salma fu seppellita nel Duomo di Arco. Le resero gli onori due battaglioni di Cacciatori austriaci, mentre dal Monte Brione spararono i cannoni di una batteria. Nello stesso giorno, anche a Napoli fu celebrata una solenne funzione religiosa alla presenza di tutti i nobili duosiciliani, dei Cavalieri dell’Ordine di San Gennaro e dell’Ordine di Malta.

L’arciprete Chini, testimone del tempo, così lo descrisse: «dal contegno tanto riservato, che in Arco non si faceva neppure rimarcare, tranne che la sua frequenza e divozione alla Chiesa: quasi suo unico compagno era l’Arciduca Alberto, e qualche volta suo cognato l’Arciduca Carlo Salvatore».

Le sue ultime giornate le aveva trascorse compiendo qualche passeggiata nei dintorni della cittadina, scambiando qualche battuta con la gente del luogo, che ricordava la sua svelta camminatura lungo il viale delle Magnolie, per giungere puntuale alle sacre funzioni mescolandosi ai semplici contadini.


Fonte:Rete di informazione del Regno delle Due Sicilie

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Il 27 dicembre del 1894 si spegneva nel suo triste esilio di Arco, allora appartenente all'Austria, il Re Francesco II di Borbone, ultimo sovrano della Patria Napolitana.

Con lui se ne andava l'ultimo legittimo rappresentante di uno stato florido, pacifico e glorioso. Il Re di una Nazione collocata al terzo posto mondiale senza aver mai mosso guerra ad alcuno e sempre rispettosa della dignità dei popoli e delle loro culture.

Di tutto si è detto ed ancora si dice di Francesco II.

Ma chi ancora oggi continua ad alimentare storielle infamanti ed aneddoti calunniosi non offende soltanto la memoria di un uomo dignitoso e giusto, ma tutti coloro che si sono riconosciuti per secoli in una dinastia amata ed illuminata, promotrice di grandi opere e del migliore sistema sociale ed economico che la storia italica abbia mai conosciuto. Chi offende i Borbone denigra i nostri padri ed offende tutti noi.

Francesco II con la stessa serenità e rassegnazione con cui visse così morì.

Morì in esilio, in povertà, lontano da quella sua Napoli che tanto amava, lontano da quella Patria che, con le lacrime ed il sangue dei suoi figli, pagava le pene di una devastante conquista.

S.M. Francesco II rese la sua anima a Dio santamente, lasciando in eredità a tutti noi la speranza in un futuro migliore, una speranza che abbiamo il dovere di coltivare con amore e fede.

Cap. Alessandro Romano


“Da Gaeta ad Arco”

di Aniello Gentile



Arco

Cronaca della sepoltura del Re



Breve storia dell’esilio del nostro amato Re

(Liberamente tratto da una nota di Antonio Pagano)



Francesco II, rimasto a Roma fino al 1870, peregrinò prima tra Parigi e Vienna, stabilendosi, quindi, con Maria Sofia a Possenhofen in Germania, sul lago di Starnberg.

Il Re, ammalatosi di diabete, aveva cominciato a frequentare sin dal 1876 Arco, stazione termale nei pressi di Trento, allora parte dell’Impero austriaco, sotto il nome di Duca di Castro o “sig. Fabiani”, era ospitato nella villa dell’Arciduca Alberto d’Austria.

Nell’autunno del 1894, Francesco II e Maria Sofia si recarono per le consuete cure ad Arco. Approssimandosi le festività natalizie le condizioni di salute del Re si aggravarono improvvisamente. Nonostante le premurose cure mediche, il giorno 27 dicembre 1894 Francesco II morì a soli 58 anni d'età.

I funerali si svolsero il 5 gennaio 1895 alla presenza dei principi reali e di quasi tutti i rappresentanti dell’aristocrazia internazionale, dall’Arcivescovo di Trento.

La salma fu seppellita nel Duomo di Arco. Le resero gli onori due battaglioni di Cacciatori austriaci, mentre dal Monte Brione spararono i cannoni di una batteria. Nello stesso giorno, anche a Napoli fu celebrata una solenne funzione religiosa alla presenza di tutti i nobili duosiciliani, dei Cavalieri dell’Ordine di San Gennaro e dell’Ordine di Malta.

L’arciprete Chini, testimone del tempo, così lo descrisse: «dal contegno tanto riservato, che in Arco non si faceva neppure rimarcare, tranne che la sua frequenza e divozione alla Chiesa: quasi suo unico compagno era l’Arciduca Alberto, e qualche volta suo cognato l’Arciduca Carlo Salvatore».

Le sue ultime giornate le aveva trascorse compiendo qualche passeggiata nei dintorni della cittadina, scambiando qualche battuta con la gente del luogo, che ricordava la sua svelta camminatura lungo il viale delle Magnolie, per giungere puntuale alle sacre funzioni mescolandosi ai semplici contadini.


Fonte:Rete di informazione del Regno delle Due Sicilie

“Cominciava l’arte del boia”. Ecco chi era Camillo Benso, conte Cavour!


Interessante risposta data da Ubaldo Sterlicchio in risposta ad un post sul blog Frz'40 s dal titolo "E chi è mai stato questo Cavour?" :

Di Ubaldo Sterlicchio


Cavour fu un ambiziosissimo personaggio, amico di tutti i più influenti uomini della massoneria europea, frammassone egli stesso, che cominciò a farsi conoscere sulla scena politica con una decisione cinica: mandò incontro alla morte 15 mila soldati piemontesi in Crimea, al fianco di Francia, Inghilterra, Austria e Turchia contro i Russi, solamente per poter sedere al tavolo della pace e “guadagnarsi” l’alleanza della Francia e dell’Inghilterra. Per le spese avrebbe provveduto il governo inglese… con un prestito di un milione di sterline; questo prestito verrà in massima parte rimborsato dal Regno d’Italia, che lo estinguerà solo nel 1902. In Crimea, i Piemontesi dovettero vedersela soprattutto con il colera, che ne fece morire 1300, fra cui il generale Alessandro La Marmora, fratello del comandante in capo, Alfonso: nel tanto esaltato combattimento alla Cernaia (agosto 1855), i Piemontesi ebbero appena 14 morti e 170 feriti. Al termine delle operazioni di guerra, furono tuttavia contati complessivi 5.000 morti: un terzo dell’intero contingente di spedizione.
Ma in Crimea, oltre allo scandalo di nazioni cristiane che combatterono contro la cristiana Russia in favore dei Turchi, nello specifico caso del coinvolgimento del Piemonte, si arrivò addirittura al paradosso: il Regno di Sardegna, che si stava preparando ad una guerra di “liberazione nazionale” contro l’Austria, al momento sua alleata, combatteva per difendere le ragioni dell’impero ottomano, per secoli nemico storico della cristianità e “conculcatore dell’indipendenza e della libertà” degli stati della penisola balcanica.
Camillo, all’età di nove anni, fu rinchiuso all’Accademia Militare, all’epoca considerata il rifugio dei somari.
La terminò a sedici anni, con esami splendidi in tutte le materie, meno che… in italiano. Lo parlava male e lo scriveva peggio, perché la lingua di casa Cavour era il francese. Per tutta la vita, parlò e scrisse in italiano traducendo dal francese, mentre, in privato continuò a parlare e scrivere in francese. Dovevano correggergli i discorsi, che pronunciava con voce stridula e cercando le parole.
Secondogenito e, quindi, non erede del patrimonio paterno, in pochi anni riuscì, con attività senza scrupoli, a diventare milionario (di quei tempi); analogamente si comportò in politica, fino ad essere nominato capo del governo. Speculava in Borsa, anche se, almeno una volta, le cose gli andarono male. Infatti, nell’agosto 1840, fiutando una guerra tra la Francia e l’Inghilterra nel Medioriente, giocò al ribasso; ma la guerra non scoppiò, i titoli rialzarono e fu il disastro. “Ciò che avevo guadagnato in tre anni, – scrisse – l’ho perso in un giorno, e ora mi trovo debitore di 45.000 scudi: o pagarli, o farsi saltare le cervella”. Sfortunatamente per noi, non se le fece saltare: i debiti li pagò il padre. Purtroppo, invece, ebbe molta fortuna quando giocava d’azzardo in politica: quante somiglianze fra la sua e la “carriera” del piccolo Piemonte!
I Cavour erano considerati abilissimi “nel far quattrini”: quando in Piemonte fu istituita una tariffa doganale con dazi elevatissimi per l’importazione del fosforo, questo provvedimento sembrò, contemporaneamente, ingiustificato ed inspiegabile. In seguito, si seppe che il conte era cointeressato in un’azienda (che, nel giro di qualche anno andò in liquidazione) di prodotti chimici e farmaceutici che produceva quella sostanza. E durante una carestia, quando il costo del pane era salito alle stelle, una folla inferocita assaltò il palazzo della famiglia Cavour, che rappresentava la maggioranza degli azionisti dei mulini di Collegno, incettatori di farina e di grano; polizia e soldati riportarono l’ordine, spedendo alcuni manifestanti in ospedale ed altri in prigione.
Nel 1848, i Gesuiti erano stati espulsi dal Piemonte; nel 1849, Cavour fu eletto al Parlamento piemontese (la prima volta che si era presentato alle elezioni, a Torino, era stato “trombato” prendendo solo 11 voti!). Nel 1850, in Piemonte, fu approvata la legge Siccardi, che privava il clero dei suoi privilegi e delle sue immunità, aboliva alcune festività religiose e toglieva ai preti e agli Ordini religiosi la facoltà di acquisire proprietà senza autorizzazione. In agosto, un padre servita negò gli ultimi sacramenti al ministro dell’Agricoltura e Commercio, Pietro Derossi di Santarosa, a causa della sua adesione alla legge Siccardi. Per rappresaglia, l’Arcivescovo fu condannato all’esilio perpetuo. Cavour prese tranquillamente il portafoglio divenuto vacante per la morte dell’amico: il governo d’Azeglio perseverò nella sua azione contro la Chiesa.
Nel novembre 1852, Cavour (che apparteneva al Centro-Destra) fu incaricato di formare un nuovo governo e si alleò con Urbano Rattazzi, capo del Centro-Sinistra, per sviluppare il suo programma di opposizione alla Santa Sede, con l’assenso del re Vittorio Emanuele II. Il 10 marzo 1845, i beni del seminario vescovile furono confiscati.
Nel gennaio 1855, Rattazzi, come ministro dell’Interno, presentò alla Camera dei deputati (adducendo ragioni finanziarie) una legge per la soppressione di tutti i conventi e monasteri negli Stati piemontesi e per il sequestro delle loro proprietà: una legge chiaramente “anticostituzionale”, atteso che l’allora vigente “Statuto Albertino” garantiva l’inviolabilità della proprietà privata. Nonostante che i Vescovi avessero offerto, nell’aprile successivo, una somma equivalente a 900 mila franchi, la legge fu imposta al Parlamento e divenne esecutiva il 25 maggio 1855. Dopo quelli operati dai Francesi, fu il primo colossale furto di beni della collettività, svenduti ai privati o mal amministrati e dilapidati dallo Stato: un furto in danno dei poveri, assistiti dalla Chiesa.
La celeberrima: “Libera Chiesa in libero Stato” fu una truffa. Questa formuletta (che non era la sua, ma era stata concepita da Charles Forbes de Tryon, conte di Montalembert, con finalità diametralmente opposte, cioè, per sottrarre la Chiesa alle influenze governative) è stata sempre presentata come la dimostrazione del “genio” e della grandezza di Cavour. Ma è così? A parte che nessuno sapeva cosa volesse significare, veniva intesa da ognuno a modo suo. Secondo la concezione di Cavour, la Chiesa semplicemente non contava e non doveva contare niente nella sfera sociale. La Chiesa come istituzione, come “corpo di Cristo”, come “popolo di Dio”, veniva cancellata.
Con questa espressione, si intendeva semplicemente che la Chiesa doveva essere annullata, inglobata nello Stato: se i sacerdoti ed i vescovi ostacolavano la sua politica, venivano perseguitati senza pietà.
Nel corso del 1861, nell’ex Regno delle Due Sicilie, 71 vescovi su 89 finirono in prigione od in esilio (alcuni vi restarono per molti anni). Nel 1850, come già detto, lo stesso Arcivescovo di Torino, monsignor Luigi Franzoni, per essersi opposto alla legge Siccardi, era stato prima rinchiuso nella fortezza di Fenestrelle e poi mandato in esilio a Lione, dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1862.
In nome della libertà e della costituzione, i governi “liberali” decisero la soppressione di tutti gli Ordini religiosi della Chiesa cattolica (sebbene l’articolo 1 dello Statuto Albertino dichiarasse il cattolicesimo religione di stato) e l’incameramento di tutti i loro beni. Ben 57.492 persone vennero messe sul lastrico, cacciate dalle proprie case, private del lavoro, dei libri, degli arredi sacri, degli archivi, della stessa vita che avevano scelto.
Ergo, il risorgimento di Cavour è stato anche una guerra di religione, una guerra contro la religione, una guerra subdolamente condotta dai liberal-massoni contro la Chiesa cattolica e contro lo stesso popolo italiano; è stato sì un “risorgimento”, ma del paganesimo e della barbarie, realizzato attraverso corruzione, tradimenti, violenze, devastazioni, massacri, profanazioni, saccheggi, ruberie, intrallazzi e nefandezze d’ogni sorta.
Cavour avrebbe almeno – dicono i suoi ammiratori – assicurato ai popoli italiani un regime di libera rappresentanza: un’altra menzogna! Nel Regno di Sardegna avevano diritto al voto 90.839 persone (appena il 2%), su di una popolazione di 4.325.666 abitanti. Quando il maresciallo Vittorio Della Torre gli fece notare che la legge per l’espropriazione dei beni della Chiesa era “impopolare”, Cavour rispose che, se gran parte della popolazione era avversa a questa legge, non gliene importava niente: “Io, in verità, non mi sarei mai aspettato di vedere invocata dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate”.
Per questo grande liberalone “padre della patria”, le masse popolari, in realtà, non contavano… nulla! Tanto è vero che, nello Stato di Cavour, il 98 per cento della popolazione era escluso dalla vita politica.
Questo “padre della patria” per preparare l’alleanza con la Francia, ricorse ad ogni mezzo: usò perfino sua nipote, la contessa Virginia di Castiglione (la quale, a giusta ragione, per i servigi resi in alcova, potrebbe essere qualificata come “madre della patria”), per far invaghire l’imperatore Napoleone III e convincerlo ad appoggiare la politica espansionistica del Piemonte! E convinse lo stesso re Vittorio Emanuele II a sacrificare sua figlia Maria Clotilde, dandola in sposa al nipote di Napoleone III, il depravato principe Girolamo Napoleone.
Nel 1857 ci fu la “spedizione di Sapri”, organizzata da Carlo Pisacane e Carlo Nicotera (i quali si prefiggevano di promuovere un’insurrezione nel Regno delle Due Sicilie, simultaneamente ad un’insurrezione mazziniana a Genova: di qui l’ostilità di Cavour al progetto ed ai suoi autori). In quell’occasione, Cavour scrisse: “I fatti di Ponza e di Sapri hanno costituito un delitto di ribellione e di latrocinio, punibile colle leggi penali ordinarie”. Se fosse stato coerente, avrebbe dovuto condannare allo stesso modo anche la spedizione di Garibaldi del 1860.
Contrariamente a quello che si pensa, Cavour rovinò l’economia del Piemonte con il libero scambio, adottato per compiacere gli alleati inglesi e francesi e che, scrive Cesare Cantù, “sacrificò all’Inghilterra tutte le manifatture italiane, e punì i più animosi imprenditori. Destro negli affari di Borsa, concluse prestiti vantaggiosi, ma i suoi stessi panegiristi l’accusano della leggerezza con cui trattava le finanze: gravò la proprietà, ruppe l’equilibrio fra l’agricoltura e le industrie”.
Come disse Ottavio Thaon, conte di Revel, il suo trattato commerciale con l’Inghilterra, “più politico che commerciale”, aveva messo il Piemonte sotto la tutela mercantile inglese; il suo trattato con la Francia fu ugualmente rovinoso per l’agricoltura piemontese.
Commissionò a Garibaldi la criminale aggressione al Sud, detta “spedizione dei Mille”, fornendogli i due battelli Lombardo e Piemonte, i finanziamenti necessari (nel bilancio del Regno d’Italia, presentato nel 1864 da Quintino Sella al suo successore Marco Minghetti, figuravano 7.905.607 lire, pari a circa 31 milioni di euro, attribuite a “spese per la spedizione di Garibaldi”) ed i rifornimenti (a Talamone). Nell’ottobre, con il pretesto di difenderli, invase i territori dello Stato della Chiesa e strappò le Marche e l’Umbria al Papa; subito dopo, invase il Sud senza dichiarazione di guerra, per… difenderlo dall’anarchia e dalla rivoluzione, che proprio lui, con la complicità sfacciata dell’Inghilterra, aveva organizzato, favorito e finanziato!!!
Il conte, il 25 aprile 1860, pochi giorni prima della partenza delle camicie rosse, ebbe addirittura la sfacciataggine di chiedere al proprio ambasciatore a Napoli l’invio sollecito di “10 o 12 esemplari della carta topografica della Sicilia in 4 fogli”, di una copia della carta del Regno di Napoli dello Zanoni o, in mancanza di questa, di altre “rinomatissime carte del Regno delle Due Sicilie”. L’ambasciatore Villamarina provvide immediatamente, inoltrandole a Genova tramite il piroscafo… Lombardo della (…manco a dirlo!) Società Rubattino! L’ammiraglio Carlo Pellion, conte di Persano, nel suo Diario racconta gli sforzi economici profusi da Cavour per “comprare” gli ufficiali della marina borbonica; in una lettera assicura al conte: “Possiamo ormai far conto sulla maggior parte dell’officialità della regia marina napoletana” ed, in un’altra, egli scrive: “Noi continuiamo, colla massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane che sono a Salerno”.
Fu un feroce nemico del Sud ed, insieme a Vittorio Emanuele II, definì “canaglia” i soldati napoletani prigionieri di guerra; proprio loro che, canagliescamente, avevano favorito e completato l’invasione del Regno delle Due Sicilie, mentre si proclamavano amici dell’ingenuo Re di Napoli, Francesco II.
Si favoleggia circa la “umanità” di Cavour, ma in una lettera del 25 ottobre 1860, indirizzata a Persano, chiedeva di “inviare i prigionieri napoletani a Genova” (in condizioni igieniche vergognose), da dove avrebbero proseguito per i “campi di concentramento” in Lombardia, Piemonte, Val d’Aosta.
Grande dovette essere la meraviglia di questo losco figuro, quando venne a sapere dal generale La Marmora, incaricato di un’ispezione nei campi di prigionia, che quel “branco di carogne” rifiutava di arruolarsi tra le truppe sarde e ”non voleva prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II”.
Migliaia di ufficiali e decine di migliaia di soldati semplici furono imprigionate, con infiniti patimenti ed un alto numero di morti per malattie, per fame, per freddo, che solo Iddio conosce!
Coloro che riuscirono a sopravvivere, odiati come ex nemici in armi, derisi come soldati di Franceschiello, disprezzati come cafoni meridionali, rientrati nei loro paesi d’origine, molto spesso, andarono ad ingrossare le file della rivolta contadina (dai piemontesi chiamata “brigantaggio”).
Nell’ottobre 1860, Cavour aveva fatto organizzare la farsa dei plebisciti (in cui vi furono solamente intimidazioni, violenze e brogli elettorali), che sancirono l’annessione del Regno di Napoli al Piemonte.
Alcuni anni fa fu rinvenuto il manoscritto-confessioni di una “spia” (agente segreto) che aveva operato per conto del governo piemontese, Filippo Curletti. Da quelle pagine ingiallite dal tempo emergeva, in tutto il suo tragico squallore, l’incredibile perversione del conte di Cavour; una schiavitù psicologica, una malefica schizofrenia che condizionò fortemente la vita politica dello statista piemontese. Egli, infatti, non esitò a tramare con diabolica e, spesso, gratuita ferocia contro le istituzioni degli altri Stati sovrani della penisola e contro la stessa gente del popolo.
Quelle confessioni, scritte sul letto di morte da uno dei principali testimoni di quelle nefandezze, sono servite a diradare quel misticismo storico menzognero, che ha fatto del Cavour un simbolo sacro ed intoccabile di una nazione nata male e sviluppata peggio, dove una parte di essa, il Sud, dopo quasi un secolo e mezzo, ancora langue in una condizione di sottosviluppo economico e di abbandono politico e sociale.
Nella sua qualità di agente, Curletti venne messo al corrente dei numerosi segreti e complotti, che erano stati alla base degli avvenimenti sfociati, poi, nell’unificazione della penisola italiana e nella vittoria definitiva dei liberali contro il legittimismo e l’assolutismo. Tali segreti lasciano emergere finalmente come il risorgimento, ben lungi dal poter essere definito un movimento popolare, voluto dalla gente e realizzato da eroi disposti a sacrificarsi in nome della libertà, fu invece in realtà un’azione lungamente programmata e pianificata da alcune élites borghesi che, machiavellicamente, non esitarono ad adottare stratagemmi tutt’altro che onesti o eticamente ortodossi, per giungere allo scopo.
Leggere i carteggi riguardanti i cosiddetti “padri della patria” lascia sgomenti, in quanto il loro contenuto è rivelatore di una vicendevole ostilità che contraddice drammaticamente l’idea scolastica di una reciproca stima ed affezione.
Come siamo lontani, anni luce, da quella oleografia risorgimentale, così bene presentataci e fattaci studiare sui libri di scuola! E, purtroppo, vuoi per disinformazione, vuoi per pigrizia mentale, vuoi per malafede, vuoi per disinteresse verso tali argomenti, ancora oggi, sono moltissimi gli Italiani ad essere convinti che gli avvenimenti storici in questione si siano svolti proprio come è stato loro “dato a bere” e che i protagonisti degli stessi siano stati dei “grandi uomini”, piuttosto che individui loschi, spregevoli, disonesti e mascalzoni.
Il 17 marzo 1861, grazie agli intrighi di Cavour, alle sue invasioni banditesche, ai suoi bugiardi dispacci ed ai suoi plebisciti-truffa, veniva proclamato il Regno d’Italia. Cavour, in Parlamento, sentenziò che bisognava “imporre l’unità alla parte più corrotta (sic!). Sui mezzi non vi è dubbiezza: la forza morale e, se questa non bastasse, quella fisica”. Della forza morale non fu possibile scorgere alcuna traccia. La forza fisica, invece, fu assicurata da una siepe di baionette che risultarono assai affilate.
Giacinto de’ Sivo commentò: “Cominciava l’arte del boia”.
Ecco chi era Camillo Benso, conte Cavour!
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Interessante risposta data da Ubaldo Sterlicchio in risposta ad un post sul blog Frz'40 s dal titolo "E chi è mai stato questo Cavour?" :

Di Ubaldo Sterlicchio


Cavour fu un ambiziosissimo personaggio, amico di tutti i più influenti uomini della massoneria europea, frammassone egli stesso, che cominciò a farsi conoscere sulla scena politica con una decisione cinica: mandò incontro alla morte 15 mila soldati piemontesi in Crimea, al fianco di Francia, Inghilterra, Austria e Turchia contro i Russi, solamente per poter sedere al tavolo della pace e “guadagnarsi” l’alleanza della Francia e dell’Inghilterra. Per le spese avrebbe provveduto il governo inglese… con un prestito di un milione di sterline; questo prestito verrà in massima parte rimborsato dal Regno d’Italia, che lo estinguerà solo nel 1902. In Crimea, i Piemontesi dovettero vedersela soprattutto con il colera, che ne fece morire 1300, fra cui il generale Alessandro La Marmora, fratello del comandante in capo, Alfonso: nel tanto esaltato combattimento alla Cernaia (agosto 1855), i Piemontesi ebbero appena 14 morti e 170 feriti. Al termine delle operazioni di guerra, furono tuttavia contati complessivi 5.000 morti: un terzo dell’intero contingente di spedizione.
Ma in Crimea, oltre allo scandalo di nazioni cristiane che combatterono contro la cristiana Russia in favore dei Turchi, nello specifico caso del coinvolgimento del Piemonte, si arrivò addirittura al paradosso: il Regno di Sardegna, che si stava preparando ad una guerra di “liberazione nazionale” contro l’Austria, al momento sua alleata, combatteva per difendere le ragioni dell’impero ottomano, per secoli nemico storico della cristianità e “conculcatore dell’indipendenza e della libertà” degli stati della penisola balcanica.
Camillo, all’età di nove anni, fu rinchiuso all’Accademia Militare, all’epoca considerata il rifugio dei somari.
La terminò a sedici anni, con esami splendidi in tutte le materie, meno che… in italiano. Lo parlava male e lo scriveva peggio, perché la lingua di casa Cavour era il francese. Per tutta la vita, parlò e scrisse in italiano traducendo dal francese, mentre, in privato continuò a parlare e scrivere in francese. Dovevano correggergli i discorsi, che pronunciava con voce stridula e cercando le parole.
Secondogenito e, quindi, non erede del patrimonio paterno, in pochi anni riuscì, con attività senza scrupoli, a diventare milionario (di quei tempi); analogamente si comportò in politica, fino ad essere nominato capo del governo. Speculava in Borsa, anche se, almeno una volta, le cose gli andarono male. Infatti, nell’agosto 1840, fiutando una guerra tra la Francia e l’Inghilterra nel Medioriente, giocò al ribasso; ma la guerra non scoppiò, i titoli rialzarono e fu il disastro. “Ciò che avevo guadagnato in tre anni, – scrisse – l’ho perso in un giorno, e ora mi trovo debitore di 45.000 scudi: o pagarli, o farsi saltare le cervella”. Sfortunatamente per noi, non se le fece saltare: i debiti li pagò il padre. Purtroppo, invece, ebbe molta fortuna quando giocava d’azzardo in politica: quante somiglianze fra la sua e la “carriera” del piccolo Piemonte!
I Cavour erano considerati abilissimi “nel far quattrini”: quando in Piemonte fu istituita una tariffa doganale con dazi elevatissimi per l’importazione del fosforo, questo provvedimento sembrò, contemporaneamente, ingiustificato ed inspiegabile. In seguito, si seppe che il conte era cointeressato in un’azienda (che, nel giro di qualche anno andò in liquidazione) di prodotti chimici e farmaceutici che produceva quella sostanza. E durante una carestia, quando il costo del pane era salito alle stelle, una folla inferocita assaltò il palazzo della famiglia Cavour, che rappresentava la maggioranza degli azionisti dei mulini di Collegno, incettatori di farina e di grano; polizia e soldati riportarono l’ordine, spedendo alcuni manifestanti in ospedale ed altri in prigione.
Nel 1848, i Gesuiti erano stati espulsi dal Piemonte; nel 1849, Cavour fu eletto al Parlamento piemontese (la prima volta che si era presentato alle elezioni, a Torino, era stato “trombato” prendendo solo 11 voti!). Nel 1850, in Piemonte, fu approvata la legge Siccardi, che privava il clero dei suoi privilegi e delle sue immunità, aboliva alcune festività religiose e toglieva ai preti e agli Ordini religiosi la facoltà di acquisire proprietà senza autorizzazione. In agosto, un padre servita negò gli ultimi sacramenti al ministro dell’Agricoltura e Commercio, Pietro Derossi di Santarosa, a causa della sua adesione alla legge Siccardi. Per rappresaglia, l’Arcivescovo fu condannato all’esilio perpetuo. Cavour prese tranquillamente il portafoglio divenuto vacante per la morte dell’amico: il governo d’Azeglio perseverò nella sua azione contro la Chiesa.
Nel novembre 1852, Cavour (che apparteneva al Centro-Destra) fu incaricato di formare un nuovo governo e si alleò con Urbano Rattazzi, capo del Centro-Sinistra, per sviluppare il suo programma di opposizione alla Santa Sede, con l’assenso del re Vittorio Emanuele II. Il 10 marzo 1845, i beni del seminario vescovile furono confiscati.
Nel gennaio 1855, Rattazzi, come ministro dell’Interno, presentò alla Camera dei deputati (adducendo ragioni finanziarie) una legge per la soppressione di tutti i conventi e monasteri negli Stati piemontesi e per il sequestro delle loro proprietà: una legge chiaramente “anticostituzionale”, atteso che l’allora vigente “Statuto Albertino” garantiva l’inviolabilità della proprietà privata. Nonostante che i Vescovi avessero offerto, nell’aprile successivo, una somma equivalente a 900 mila franchi, la legge fu imposta al Parlamento e divenne esecutiva il 25 maggio 1855. Dopo quelli operati dai Francesi, fu il primo colossale furto di beni della collettività, svenduti ai privati o mal amministrati e dilapidati dallo Stato: un furto in danno dei poveri, assistiti dalla Chiesa.
La celeberrima: “Libera Chiesa in libero Stato” fu una truffa. Questa formuletta (che non era la sua, ma era stata concepita da Charles Forbes de Tryon, conte di Montalembert, con finalità diametralmente opposte, cioè, per sottrarre la Chiesa alle influenze governative) è stata sempre presentata come la dimostrazione del “genio” e della grandezza di Cavour. Ma è così? A parte che nessuno sapeva cosa volesse significare, veniva intesa da ognuno a modo suo. Secondo la concezione di Cavour, la Chiesa semplicemente non contava e non doveva contare niente nella sfera sociale. La Chiesa come istituzione, come “corpo di Cristo”, come “popolo di Dio”, veniva cancellata.
Con questa espressione, si intendeva semplicemente che la Chiesa doveva essere annullata, inglobata nello Stato: se i sacerdoti ed i vescovi ostacolavano la sua politica, venivano perseguitati senza pietà.
Nel corso del 1861, nell’ex Regno delle Due Sicilie, 71 vescovi su 89 finirono in prigione od in esilio (alcuni vi restarono per molti anni). Nel 1850, come già detto, lo stesso Arcivescovo di Torino, monsignor Luigi Franzoni, per essersi opposto alla legge Siccardi, era stato prima rinchiuso nella fortezza di Fenestrelle e poi mandato in esilio a Lione, dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1862.
In nome della libertà e della costituzione, i governi “liberali” decisero la soppressione di tutti gli Ordini religiosi della Chiesa cattolica (sebbene l’articolo 1 dello Statuto Albertino dichiarasse il cattolicesimo religione di stato) e l’incameramento di tutti i loro beni. Ben 57.492 persone vennero messe sul lastrico, cacciate dalle proprie case, private del lavoro, dei libri, degli arredi sacri, degli archivi, della stessa vita che avevano scelto.
Ergo, il risorgimento di Cavour è stato anche una guerra di religione, una guerra contro la religione, una guerra subdolamente condotta dai liberal-massoni contro la Chiesa cattolica e contro lo stesso popolo italiano; è stato sì un “risorgimento”, ma del paganesimo e della barbarie, realizzato attraverso corruzione, tradimenti, violenze, devastazioni, massacri, profanazioni, saccheggi, ruberie, intrallazzi e nefandezze d’ogni sorta.
Cavour avrebbe almeno – dicono i suoi ammiratori – assicurato ai popoli italiani un regime di libera rappresentanza: un’altra menzogna! Nel Regno di Sardegna avevano diritto al voto 90.839 persone (appena il 2%), su di una popolazione di 4.325.666 abitanti. Quando il maresciallo Vittorio Della Torre gli fece notare che la legge per l’espropriazione dei beni della Chiesa era “impopolare”, Cavour rispose che, se gran parte della popolazione era avversa a questa legge, non gliene importava niente: “Io, in verità, non mi sarei mai aspettato di vedere invocata dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate”.
Per questo grande liberalone “padre della patria”, le masse popolari, in realtà, non contavano… nulla! Tanto è vero che, nello Stato di Cavour, il 98 per cento della popolazione era escluso dalla vita politica.
Questo “padre della patria” per preparare l’alleanza con la Francia, ricorse ad ogni mezzo: usò perfino sua nipote, la contessa Virginia di Castiglione (la quale, a giusta ragione, per i servigi resi in alcova, potrebbe essere qualificata come “madre della patria”), per far invaghire l’imperatore Napoleone III e convincerlo ad appoggiare la politica espansionistica del Piemonte! E convinse lo stesso re Vittorio Emanuele II a sacrificare sua figlia Maria Clotilde, dandola in sposa al nipote di Napoleone III, il depravato principe Girolamo Napoleone.
Nel 1857 ci fu la “spedizione di Sapri”, organizzata da Carlo Pisacane e Carlo Nicotera (i quali si prefiggevano di promuovere un’insurrezione nel Regno delle Due Sicilie, simultaneamente ad un’insurrezione mazziniana a Genova: di qui l’ostilità di Cavour al progetto ed ai suoi autori). In quell’occasione, Cavour scrisse: “I fatti di Ponza e di Sapri hanno costituito un delitto di ribellione e di latrocinio, punibile colle leggi penali ordinarie”. Se fosse stato coerente, avrebbe dovuto condannare allo stesso modo anche la spedizione di Garibaldi del 1860.
Contrariamente a quello che si pensa, Cavour rovinò l’economia del Piemonte con il libero scambio, adottato per compiacere gli alleati inglesi e francesi e che, scrive Cesare Cantù, “sacrificò all’Inghilterra tutte le manifatture italiane, e punì i più animosi imprenditori. Destro negli affari di Borsa, concluse prestiti vantaggiosi, ma i suoi stessi panegiristi l’accusano della leggerezza con cui trattava le finanze: gravò la proprietà, ruppe l’equilibrio fra l’agricoltura e le industrie”.
Come disse Ottavio Thaon, conte di Revel, il suo trattato commerciale con l’Inghilterra, “più politico che commerciale”, aveva messo il Piemonte sotto la tutela mercantile inglese; il suo trattato con la Francia fu ugualmente rovinoso per l’agricoltura piemontese.
Commissionò a Garibaldi la criminale aggressione al Sud, detta “spedizione dei Mille”, fornendogli i due battelli Lombardo e Piemonte, i finanziamenti necessari (nel bilancio del Regno d’Italia, presentato nel 1864 da Quintino Sella al suo successore Marco Minghetti, figuravano 7.905.607 lire, pari a circa 31 milioni di euro, attribuite a “spese per la spedizione di Garibaldi”) ed i rifornimenti (a Talamone). Nell’ottobre, con il pretesto di difenderli, invase i territori dello Stato della Chiesa e strappò le Marche e l’Umbria al Papa; subito dopo, invase il Sud senza dichiarazione di guerra, per… difenderlo dall’anarchia e dalla rivoluzione, che proprio lui, con la complicità sfacciata dell’Inghilterra, aveva organizzato, favorito e finanziato!!!
Il conte, il 25 aprile 1860, pochi giorni prima della partenza delle camicie rosse, ebbe addirittura la sfacciataggine di chiedere al proprio ambasciatore a Napoli l’invio sollecito di “10 o 12 esemplari della carta topografica della Sicilia in 4 fogli”, di una copia della carta del Regno di Napoli dello Zanoni o, in mancanza di questa, di altre “rinomatissime carte del Regno delle Due Sicilie”. L’ambasciatore Villamarina provvide immediatamente, inoltrandole a Genova tramite il piroscafo… Lombardo della (…manco a dirlo!) Società Rubattino! L’ammiraglio Carlo Pellion, conte di Persano, nel suo Diario racconta gli sforzi economici profusi da Cavour per “comprare” gli ufficiali della marina borbonica; in una lettera assicura al conte: “Possiamo ormai far conto sulla maggior parte dell’officialità della regia marina napoletana” ed, in un’altra, egli scrive: “Noi continuiamo, colla massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane che sono a Salerno”.
Fu un feroce nemico del Sud ed, insieme a Vittorio Emanuele II, definì “canaglia” i soldati napoletani prigionieri di guerra; proprio loro che, canagliescamente, avevano favorito e completato l’invasione del Regno delle Due Sicilie, mentre si proclamavano amici dell’ingenuo Re di Napoli, Francesco II.
Si favoleggia circa la “umanità” di Cavour, ma in una lettera del 25 ottobre 1860, indirizzata a Persano, chiedeva di “inviare i prigionieri napoletani a Genova” (in condizioni igieniche vergognose), da dove avrebbero proseguito per i “campi di concentramento” in Lombardia, Piemonte, Val d’Aosta.
Grande dovette essere la meraviglia di questo losco figuro, quando venne a sapere dal generale La Marmora, incaricato di un’ispezione nei campi di prigionia, che quel “branco di carogne” rifiutava di arruolarsi tra le truppe sarde e ”non voleva prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II”.
Migliaia di ufficiali e decine di migliaia di soldati semplici furono imprigionate, con infiniti patimenti ed un alto numero di morti per malattie, per fame, per freddo, che solo Iddio conosce!
Coloro che riuscirono a sopravvivere, odiati come ex nemici in armi, derisi come soldati di Franceschiello, disprezzati come cafoni meridionali, rientrati nei loro paesi d’origine, molto spesso, andarono ad ingrossare le file della rivolta contadina (dai piemontesi chiamata “brigantaggio”).
Nell’ottobre 1860, Cavour aveva fatto organizzare la farsa dei plebisciti (in cui vi furono solamente intimidazioni, violenze e brogli elettorali), che sancirono l’annessione del Regno di Napoli al Piemonte.
Alcuni anni fa fu rinvenuto il manoscritto-confessioni di una “spia” (agente segreto) che aveva operato per conto del governo piemontese, Filippo Curletti. Da quelle pagine ingiallite dal tempo emergeva, in tutto il suo tragico squallore, l’incredibile perversione del conte di Cavour; una schiavitù psicologica, una malefica schizofrenia che condizionò fortemente la vita politica dello statista piemontese. Egli, infatti, non esitò a tramare con diabolica e, spesso, gratuita ferocia contro le istituzioni degli altri Stati sovrani della penisola e contro la stessa gente del popolo.
Quelle confessioni, scritte sul letto di morte da uno dei principali testimoni di quelle nefandezze, sono servite a diradare quel misticismo storico menzognero, che ha fatto del Cavour un simbolo sacro ed intoccabile di una nazione nata male e sviluppata peggio, dove una parte di essa, il Sud, dopo quasi un secolo e mezzo, ancora langue in una condizione di sottosviluppo economico e di abbandono politico e sociale.
Nella sua qualità di agente, Curletti venne messo al corrente dei numerosi segreti e complotti, che erano stati alla base degli avvenimenti sfociati, poi, nell’unificazione della penisola italiana e nella vittoria definitiva dei liberali contro il legittimismo e l’assolutismo. Tali segreti lasciano emergere finalmente come il risorgimento, ben lungi dal poter essere definito un movimento popolare, voluto dalla gente e realizzato da eroi disposti a sacrificarsi in nome della libertà, fu invece in realtà un’azione lungamente programmata e pianificata da alcune élites borghesi che, machiavellicamente, non esitarono ad adottare stratagemmi tutt’altro che onesti o eticamente ortodossi, per giungere allo scopo.
Leggere i carteggi riguardanti i cosiddetti “padri della patria” lascia sgomenti, in quanto il loro contenuto è rivelatore di una vicendevole ostilità che contraddice drammaticamente l’idea scolastica di una reciproca stima ed affezione.
Come siamo lontani, anni luce, da quella oleografia risorgimentale, così bene presentataci e fattaci studiare sui libri di scuola! E, purtroppo, vuoi per disinformazione, vuoi per pigrizia mentale, vuoi per malafede, vuoi per disinteresse verso tali argomenti, ancora oggi, sono moltissimi gli Italiani ad essere convinti che gli avvenimenti storici in questione si siano svolti proprio come è stato loro “dato a bere” e che i protagonisti degli stessi siano stati dei “grandi uomini”, piuttosto che individui loschi, spregevoli, disonesti e mascalzoni.
Il 17 marzo 1861, grazie agli intrighi di Cavour, alle sue invasioni banditesche, ai suoi bugiardi dispacci ed ai suoi plebisciti-truffa, veniva proclamato il Regno d’Italia. Cavour, in Parlamento, sentenziò che bisognava “imporre l’unità alla parte più corrotta (sic!). Sui mezzi non vi è dubbiezza: la forza morale e, se questa non bastasse, quella fisica”. Della forza morale non fu possibile scorgere alcuna traccia. La forza fisica, invece, fu assicurata da una siepe di baionette che risultarono assai affilate.
Giacinto de’ Sivo commentò: “Cominciava l’arte del boia”.
Ecco chi era Camillo Benso, conte Cavour!
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"In festa tra i briganti"

immagine notizia Sonnino (25/12/2009) - In occasione delle festività natalizie, l'Amministrazione comunale di Sonnino promuove da un'idea di Rina Belli e Francesca Carinci "In festa tra i briganti".
Il 27 dicembre 2009 dalle 17 alle 20, parte del centro storico arroccato sui monti Ausoni, da Piazza San Pietro lungo via Vittorio Emanuele fino alla Piazza del Pesce, sarà la scenografia di un evento che vedrà protagonisti i briganti e le loro storie.
"In festa tra i briganti" ha lo scopo di unire arte, storia ed enogastronomia in un unico spettacolo culturale da svolgersi percorrendo uno dei caratteristici vicoletti del centro storico.
Sonnino si prestava per le sue caratteristiche, più degli altri centri, ad essere un covo di briganti. È in questo contesto che si inserisce la figura di Antonio Gasbarrone, il più noto dei banditi che batterono le campagne del Lazio meridionale nella prima metà dell'Ottocento. Dal temperamento irrequieto e ribelle divenne un mito, un eroe popolare, terribile con i ricchi, generoso con gli umili e romantico con le donne.
Una sceneggiatura musicata ripercorrerà le tappe della sua storia riccamente rappresentata nelle opere di artisti e pittori ottocenteschi come Bartolomeo Pinelli. Una passeggiata nel tempo tra musiche, filastrocche, serenate a belle donne affacciate a balconi. Con un romantico tuffo nel passato i visitatori saranno accompagnati nel percorso storico-culturale da "I ragazzi della piccola sinfonia" di Sonnino e dalle succulente degustazioni gentilmente offerte dalla Soc. Coop. Santina delle Fate, dagli Amici di Campo Soriano e dalla Sociosanitaria sonninese.
La storia sarà narrata, recitata e cantata da Pierluigi Tortora accompagnato alla chitarra da Felice Imperato con la partecipazione di Brunella Spina della Bottega del teatro di Caserta.
È un modo nuovo per rivivere Sonnino così come doveva apparire nella prima metà dell'Ottocento. Vi aspettiamo per immergervi nella storia insieme a noi.
Si ringraziano per la sensibilità mostrata a realizzare tale progetto il Sindaco di Sonnino, Gino Cesare Gasbarrone e l'Assessorato alla Cultura della Regione Lazio. Direzione artistica di Rina Belli.
Organizzazione di Francesca Carinci.

Fonte: Provincia di Latina
Segnalazaione ASDS
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immagine notizia Sonnino (25/12/2009) - In occasione delle festività natalizie, l'Amministrazione comunale di Sonnino promuove da un'idea di Rina Belli e Francesca Carinci "In festa tra i briganti".
Il 27 dicembre 2009 dalle 17 alle 20, parte del centro storico arroccato sui monti Ausoni, da Piazza San Pietro lungo via Vittorio Emanuele fino alla Piazza del Pesce, sarà la scenografia di un evento che vedrà protagonisti i briganti e le loro storie.
"In festa tra i briganti" ha lo scopo di unire arte, storia ed enogastronomia in un unico spettacolo culturale da svolgersi percorrendo uno dei caratteristici vicoletti del centro storico.
Sonnino si prestava per le sue caratteristiche, più degli altri centri, ad essere un covo di briganti. È in questo contesto che si inserisce la figura di Antonio Gasbarrone, il più noto dei banditi che batterono le campagne del Lazio meridionale nella prima metà dell'Ottocento. Dal temperamento irrequieto e ribelle divenne un mito, un eroe popolare, terribile con i ricchi, generoso con gli umili e romantico con le donne.
Una sceneggiatura musicata ripercorrerà le tappe della sua storia riccamente rappresentata nelle opere di artisti e pittori ottocenteschi come Bartolomeo Pinelli. Una passeggiata nel tempo tra musiche, filastrocche, serenate a belle donne affacciate a balconi. Con un romantico tuffo nel passato i visitatori saranno accompagnati nel percorso storico-culturale da "I ragazzi della piccola sinfonia" di Sonnino e dalle succulente degustazioni gentilmente offerte dalla Soc. Coop. Santina delle Fate, dagli Amici di Campo Soriano e dalla Sociosanitaria sonninese.
La storia sarà narrata, recitata e cantata da Pierluigi Tortora accompagnato alla chitarra da Felice Imperato con la partecipazione di Brunella Spina della Bottega del teatro di Caserta.
È un modo nuovo per rivivere Sonnino così come doveva apparire nella prima metà dell'Ottocento. Vi aspettiamo per immergervi nella storia insieme a noi.
Si ringraziano per la sensibilità mostrata a realizzare tale progetto il Sindaco di Sonnino, Gino Cesare Gasbarrone e l'Assessorato alla Cultura della Regione Lazio. Direzione artistica di Rina Belli.
Organizzazione di Francesca Carinci.

Fonte: Provincia di Latina
Segnalazaione ASDS

sabato 26 dicembre 2009

Ponte sullo stretto, ReteNoPonte: «E' una provocazione, al Sud manca l'essenziale»


Massimo Camarata «A Sud di Messina gli alluvionati aspettano ancora di rientrare in casa»

Di Valentina Venturi

Sono partiti i lavori del primo cantiere per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina, con la deviazione della linea ferroviaria tirrenica in corrispondenza di Cannitello, necessaria per risolvere le interferenze con il futuro cantiere della torre del ponte lato Calabria, che costerà 26 milioni di euro. Questa fase - si legge in una nota della società Stretto di Messina - rappresenta la prima tappa del più ampio progetto di spostamento a monte della linea ferroviaria Battipaglia-Reggio Calabria. Massimo Camarata (intervista audio) della Rete No Ponte, assicura che ci saranno «nuove manifestazioni pacifiche».

Dalla Rete No Ponte giungono precisazioni ed attacchi sull'«ennesima cattedrale nel deserto, costruita a scapito di migliaia di cittadini». Massimo Camarata, componente del comitato che manifesta da mesi per scongiurare l'edificazione del Ponte sullo Stretto, non ultima la protesta del 19 dicembre che ha visto la morte di Franco Nisticò, oratore accasciatosi al suolo senza che un'ambulanza fosse presente sul posto, ha ben chiari i rischi derivanti dall'edificazione della «grossa matrioska ponte».

«La questione ponte ha un'infinità di sfaccettature, ma a noi preme il blocco immediato dei cantieri. L'effettiva realizzabilità dell'opera non è ancora chiara; noi temiamo comunque che i cantieri possano partorire, come già accaduto a Saline Joniche e tra la Sicilia e la Calabria, altre grandiose cattedrali nel deserto. E ancora una volta ne pagherebbero le spese migliaia di cittadini. È intollerabile».

La Rete No Ponte, gemellata con il movimento No Tav, esprime molti dubbi sulla «fattività tecnica del ponte. Non lo vogliamo: sarebbe la devastazione definitiva di un territorio dove esistono ben altre priorità. Il ponte suona come una provocazione, visto che qui manca l'essenziale. Ad esempio nella zona sud di Messina colpita dall'alluvione (il 1° ottobre sono morte 30 persone, ndr), non ci sono ancora i soldi per i primi interventi e centinaia di persone sono tutt'ora in attesa di rientrare nelle loro case».

Fonte:AMI

Segnalazione ASDS



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Massimo Camarata «A Sud di Messina gli alluvionati aspettano ancora di rientrare in casa»

Di Valentina Venturi

Sono partiti i lavori del primo cantiere per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina, con la deviazione della linea ferroviaria tirrenica in corrispondenza di Cannitello, necessaria per risolvere le interferenze con il futuro cantiere della torre del ponte lato Calabria, che costerà 26 milioni di euro. Questa fase - si legge in una nota della società Stretto di Messina - rappresenta la prima tappa del più ampio progetto di spostamento a monte della linea ferroviaria Battipaglia-Reggio Calabria. Massimo Camarata (intervista audio) della Rete No Ponte, assicura che ci saranno «nuove manifestazioni pacifiche».

Dalla Rete No Ponte giungono precisazioni ed attacchi sull'«ennesima cattedrale nel deserto, costruita a scapito di migliaia di cittadini». Massimo Camarata, componente del comitato che manifesta da mesi per scongiurare l'edificazione del Ponte sullo Stretto, non ultima la protesta del 19 dicembre che ha visto la morte di Franco Nisticò, oratore accasciatosi al suolo senza che un'ambulanza fosse presente sul posto, ha ben chiari i rischi derivanti dall'edificazione della «grossa matrioska ponte».

«La questione ponte ha un'infinità di sfaccettature, ma a noi preme il blocco immediato dei cantieri. L'effettiva realizzabilità dell'opera non è ancora chiara; noi temiamo comunque che i cantieri possano partorire, come già accaduto a Saline Joniche e tra la Sicilia e la Calabria, altre grandiose cattedrali nel deserto. E ancora una volta ne pagherebbero le spese migliaia di cittadini. È intollerabile».

La Rete No Ponte, gemellata con il movimento No Tav, esprime molti dubbi sulla «fattività tecnica del ponte. Non lo vogliamo: sarebbe la devastazione definitiva di un territorio dove esistono ben altre priorità. Il ponte suona come una provocazione, visto che qui manca l'essenziale. Ad esempio nella zona sud di Messina colpita dall'alluvione (il 1° ottobre sono morte 30 persone, ndr), non ci sono ancora i soldi per i primi interventi e centinaia di persone sono tutt'ora in attesa di rientrare nelle loro case».

Fonte:AMI

Segnalazione ASDS



La prima pietra del Ponte di Messina

di Anna Maria Ventura 23/12/2009

È arrivato il giorno in cui il primo mattone inaugurerà il cantiere per la costruzione del Ponte sullo stretto di Messina. Dopo circa dieci anni di dibattiti forti, di polemiche fra maggioranza e opposizione, in cui si discuteva sulla necessità di realizzare o meno l’opera, oggi si inaugureranno i primi lavori a Cannitello, Comune di Villa San Giovanni.

Però l’inaugurazione ufficiale sarà rinviata a causa dell’aggressione al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che non potrà essere presente e quindi la cerimonia del taglio del nastro non avrà luogo e slitterà ai primi mesi del 2010.

Il primo storico cantiere di un’opera di cui si parla dal 1870, al tempo in cui l’allora ministro dei Lavori Pubblici Jacini, aveva incaricato l’ingegnere Cottrau, di studiare un progetto per la costruzione di un ponte che servisse a collegare la Calabria con la Sicilia, è arrivato al capolinea.

Il primo intervento riguarda un’opera propedeutica, la variante di Cannitello, per un importo di 26 milioni di euro.

Si dovrà spostare di qualche chilometro più a nord la linea ferroviaria tirrenica per lasciare spazio al futuro cantiere della torre del Ponte in Calabria. La maggior parte delle controversie sono state praticamente nate per l’argomento “risorse”. L’opera monumentale dovrebbe costare in totale 6.3 miliardi di euro, il 60% dei quali dovranno essere reperiti nel pubblico, mentre il 40% della somma è composto da capitale pubblico, oltre all’aumento di capitale di 900 milioni varato dai soci. “Questo aumento - spiega Matteoli – consente di mantenere l’impegno preso per l’inizio dei lavori”.

A realizzare il ponte sarà Eurolink, una cordata di cui capogruppo è Impregilo. La campata centrale del ponte avrà 3500 metri di lunghezza, mentre quelle laterali saranno lunghe complessivamente 3666 metri. Prevista la realizzazione di sei corsie stradali, tre per ciascun senso di marcia, due corsie stradali di servizio, 2 binari ferroviari e la percorrenza di 6 mila veicoli ogni ora, 200 treni al giorno. Il ponte, secondo il progetto, può resistere ad un sisma di magnitudo Richter 7.1, a un vento di 216 km/h e sarà aperto tutto l’anno 24 ore al giorno. L’opera oltre ad essere importantissima per il trasporto (si risparmieranno 2 ore di viaggio con i treni, un’ora di cammino su gomma) potrà costituire anche un’attrattiva turistica. L’opera ha come obiettivo quello di aprire al traffico il collegamento il primo gennaio 2017.

Intanto continuano le critiche al progetto. “Un vero e proprio insulto all’Italia che frana”. Queste le parole del Presidente dei Verdi Bonelli, il quale sostiene che si potrebbero usare le risorse per altri progetti più importanti, quali la lotta al dissesto idrogeologico, le metropolitane, la mobilità sostenibile, le bonifiche e la lotta all’inquinamento. Continua dicendo “è un bluff e una truffa”.

Fonte:Messina Blog Sicilia

Segnalazione ASDS

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di Anna Maria Ventura 23/12/2009

È arrivato il giorno in cui il primo mattone inaugurerà il cantiere per la costruzione del Ponte sullo stretto di Messina. Dopo circa dieci anni di dibattiti forti, di polemiche fra maggioranza e opposizione, in cui si discuteva sulla necessità di realizzare o meno l’opera, oggi si inaugureranno i primi lavori a Cannitello, Comune di Villa San Giovanni.

Però l’inaugurazione ufficiale sarà rinviata a causa dell’aggressione al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che non potrà essere presente e quindi la cerimonia del taglio del nastro non avrà luogo e slitterà ai primi mesi del 2010.

Il primo storico cantiere di un’opera di cui si parla dal 1870, al tempo in cui l’allora ministro dei Lavori Pubblici Jacini, aveva incaricato l’ingegnere Cottrau, di studiare un progetto per la costruzione di un ponte che servisse a collegare la Calabria con la Sicilia, è arrivato al capolinea.

Il primo intervento riguarda un’opera propedeutica, la variante di Cannitello, per un importo di 26 milioni di euro.

Si dovrà spostare di qualche chilometro più a nord la linea ferroviaria tirrenica per lasciare spazio al futuro cantiere della torre del Ponte in Calabria. La maggior parte delle controversie sono state praticamente nate per l’argomento “risorse”. L’opera monumentale dovrebbe costare in totale 6.3 miliardi di euro, il 60% dei quali dovranno essere reperiti nel pubblico, mentre il 40% della somma è composto da capitale pubblico, oltre all’aumento di capitale di 900 milioni varato dai soci. “Questo aumento - spiega Matteoli – consente di mantenere l’impegno preso per l’inizio dei lavori”.

A realizzare il ponte sarà Eurolink, una cordata di cui capogruppo è Impregilo. La campata centrale del ponte avrà 3500 metri di lunghezza, mentre quelle laterali saranno lunghe complessivamente 3666 metri. Prevista la realizzazione di sei corsie stradali, tre per ciascun senso di marcia, due corsie stradali di servizio, 2 binari ferroviari e la percorrenza di 6 mila veicoli ogni ora, 200 treni al giorno. Il ponte, secondo il progetto, può resistere ad un sisma di magnitudo Richter 7.1, a un vento di 216 km/h e sarà aperto tutto l’anno 24 ore al giorno. L’opera oltre ad essere importantissima per il trasporto (si risparmieranno 2 ore di viaggio con i treni, un’ora di cammino su gomma) potrà costituire anche un’attrattiva turistica. L’opera ha come obiettivo quello di aprire al traffico il collegamento il primo gennaio 2017.

Intanto continuano le critiche al progetto. “Un vero e proprio insulto all’Italia che frana”. Queste le parole del Presidente dei Verdi Bonelli, il quale sostiene che si potrebbero usare le risorse per altri progetti più importanti, quali la lotta al dissesto idrogeologico, le metropolitane, la mobilità sostenibile, le bonifiche e la lotta all’inquinamento. Continua dicendo “è un bluff e una truffa”.

Fonte:Messina Blog Sicilia

Segnalazione ASDS

Chiude Termini Imerese, gli operai promettono battaglia



Il treno speciale con i circa 400 operai della Fiat che ieri hanno manifestato a Roma è arrivato stamane a Termini Imerese. Gli operai hanno bloccato per alcuni minuti i binari a Messina. Una delegazione sindacale si recherà davanti i cancelli della fabbrica dove gli impianti oggi sono fermi per lo sciopero di otto ore proclamato nei giorni scorsi da Fim Fiom e Uilm.
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Il treno speciale con i circa 400 operai della Fiat che ieri hanno manifestato a Roma è arrivato stamane a Termini Imerese. Gli operai hanno bloccato per alcuni minuti i binari a Messina. Una delegazione sindacale si recherà davanti i cancelli della fabbrica dove gli impianti oggi sono fermi per lo sciopero di otto ore proclamato nei giorni scorsi da Fim Fiom e Uilm.

Fiat, l’occasione persa

Di Pietro Orsatti
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INDUSTRIA. Mentre ripartono le proteste a Termini Imerese e a Pomigliano D’Arco dopo il mancato accordo di due giorni fa, il governo cerca un escamotage al ribasso ma non ci crede nessuno. I prodotti a impatto zero solo negli Usa

La notizia è che la Fiat ignora qualsiasi richiesta e proposta da parte del governo, anche se debole, e dei sindacati e va avanti con il suo piano di liquidazione degli impianti produttivi a partire da quello di Termini Imerese che smetterà di produrre automobili nel 2011. Alla faccia degli incentivi ricevuti per la rottamazione e degli aiuti dello Stato elargiti, a perdere, all’azienda di Torino per aprire stabilimenti nel Mezzogiorno. Reazione scontata quella dei lavoratori che si mobilitano. Una ventina di operai della Fiat di Pomigliano d’Arco si sono incatenati davanti al municipio protestando contro il mancato rinnovo del contratto in scadenza, mentre altri lavoratori da mercoledì della scorsa settimana hanno occupato la sala consiliare e sono saliti sul tetto del Comune. Sono intanto rientrati in Sicilia, a Termini Imerese, i circa 400 operai da Roma, dopo la manifestazione di ieri. E gli impianti sono rimasti fermi per uno sciopero di otto ore.
Sempre in relazione alla fabbrica siciliana, si moltiplicano i “rumors” su chi subentrerà a gestire l’impianto quando la Fiat, come è evidente che si accinge a fare, abbandonerà l’isola. Dopo un’ipotesi di un arrivo di una multinazionale cinese, ora si parla di un interessamento della casa automobilistica indiana Tata. «Per ora non si capisce, mi sembra che siano solo voci e non vorrei - ha commentato il segretario di Cgil Guglielmo Epifani - che servissero solo a consolidare una situazione di fatto e poi, quando cesserà la produzione di auto, questi spariranno: direi che bisogna andarci molto cauti».

È ormai sempre più evidente che non esiste più un futuro industriale automobilistico per la Sicilia, e per Termini in particolare. Emerge anche dalle dichiarazioni del governo. «Il polo industriale di Termini Imerese non può essere chiuso - ha dichiarato, infatti, il ministro Scajola -. Già da gennaio convocherò un tavolo di confronto con la Regione Sicilia, la Fiat e le forze sociali perché Termine Imerese possa avere un futuro industriale». Una dichiarazione che sembra essere mirata solo ad attenuare il conflitto sociale che rischia di esplodere nella città della Sicilia occidentale e in tutta la regione. Di una cosa si è certi, che nessuno pensa a mettere in piedi un percorso alternativo di produzione attraverso una riconversione sostenibile ad alta tecnologia. Che potrebbe essere ancora la produzione di auto, da quelle ibride a quelle elettrica.
«Il governo deve essere chiaro - spiega Maurizio Zipponi dell’Idv -. Non si capisce che politica industriale abbia, se ce l’ha. Avrebbe un senso puntare a una riconversione a Termini Imerese, andando verso la produzione di mezzi ecologici, a impatto zero, come stanno facendo sul modello della Toyota tutti grandi gruppi automobilistici internazionali. Anche la Fiom mi sembra matura per farsi protagonista di questa trasformazione. Ma il governo non sembra andare in questa direzione. E allora Marchione, da bravo manager, che fa? Se ne va a trasferire prodotti a basso impatto e alta tecnologia grazie all’accordo Crysler negli Usa prendendosi anche gli incentivi di Obama, e in Italia rimane solo l’assemblaggio».

Intanto la situazione della tenuta sociale, proprio in questi giorni di festività, a Termini potrebbe precipitare. A lanciare l’allarme è Giuseppe Lumia del Pd, che ha commentato l’incontro di lunedì a palazzo Chigi fra Fiat, governo e sindacati, che «Non si può umiliare un intero popolo. Non si possono calpestare le potenzialità di una realtà produttiva, economica e sociale importante come la Fiat di Termini Imerese. Il governo rifletta bene e faccia di tutto prima di ratificare una scelta drammatica per la Sicilia e il Paese». E rimane la sensazione di aver perso l’ennesima occasione di riportare nel XXI secolo il nostro Paese.

Fonte:Terra

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Di Pietro Orsatti
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INDUSTRIA. Mentre ripartono le proteste a Termini Imerese e a Pomigliano D’Arco dopo il mancato accordo di due giorni fa, il governo cerca un escamotage al ribasso ma non ci crede nessuno. I prodotti a impatto zero solo negli Usa

La notizia è che la Fiat ignora qualsiasi richiesta e proposta da parte del governo, anche se debole, e dei sindacati e va avanti con il suo piano di liquidazione degli impianti produttivi a partire da quello di Termini Imerese che smetterà di produrre automobili nel 2011. Alla faccia degli incentivi ricevuti per la rottamazione e degli aiuti dello Stato elargiti, a perdere, all’azienda di Torino per aprire stabilimenti nel Mezzogiorno. Reazione scontata quella dei lavoratori che si mobilitano. Una ventina di operai della Fiat di Pomigliano d’Arco si sono incatenati davanti al municipio protestando contro il mancato rinnovo del contratto in scadenza, mentre altri lavoratori da mercoledì della scorsa settimana hanno occupato la sala consiliare e sono saliti sul tetto del Comune. Sono intanto rientrati in Sicilia, a Termini Imerese, i circa 400 operai da Roma, dopo la manifestazione di ieri. E gli impianti sono rimasti fermi per uno sciopero di otto ore.
Sempre in relazione alla fabbrica siciliana, si moltiplicano i “rumors” su chi subentrerà a gestire l’impianto quando la Fiat, come è evidente che si accinge a fare, abbandonerà l’isola. Dopo un’ipotesi di un arrivo di una multinazionale cinese, ora si parla di un interessamento della casa automobilistica indiana Tata. «Per ora non si capisce, mi sembra che siano solo voci e non vorrei - ha commentato il segretario di Cgil Guglielmo Epifani - che servissero solo a consolidare una situazione di fatto e poi, quando cesserà la produzione di auto, questi spariranno: direi che bisogna andarci molto cauti».

È ormai sempre più evidente che non esiste più un futuro industriale automobilistico per la Sicilia, e per Termini in particolare. Emerge anche dalle dichiarazioni del governo. «Il polo industriale di Termini Imerese non può essere chiuso - ha dichiarato, infatti, il ministro Scajola -. Già da gennaio convocherò un tavolo di confronto con la Regione Sicilia, la Fiat e le forze sociali perché Termine Imerese possa avere un futuro industriale». Una dichiarazione che sembra essere mirata solo ad attenuare il conflitto sociale che rischia di esplodere nella città della Sicilia occidentale e in tutta la regione. Di una cosa si è certi, che nessuno pensa a mettere in piedi un percorso alternativo di produzione attraverso una riconversione sostenibile ad alta tecnologia. Che potrebbe essere ancora la produzione di auto, da quelle ibride a quelle elettrica.
«Il governo deve essere chiaro - spiega Maurizio Zipponi dell’Idv -. Non si capisce che politica industriale abbia, se ce l’ha. Avrebbe un senso puntare a una riconversione a Termini Imerese, andando verso la produzione di mezzi ecologici, a impatto zero, come stanno facendo sul modello della Toyota tutti grandi gruppi automobilistici internazionali. Anche la Fiom mi sembra matura per farsi protagonista di questa trasformazione. Ma il governo non sembra andare in questa direzione. E allora Marchione, da bravo manager, che fa? Se ne va a trasferire prodotti a basso impatto e alta tecnologia grazie all’accordo Crysler negli Usa prendendosi anche gli incentivi di Obama, e in Italia rimane solo l’assemblaggio».

Intanto la situazione della tenuta sociale, proprio in questi giorni di festività, a Termini potrebbe precipitare. A lanciare l’allarme è Giuseppe Lumia del Pd, che ha commentato l’incontro di lunedì a palazzo Chigi fra Fiat, governo e sindacati, che «Non si può umiliare un intero popolo. Non si possono calpestare le potenzialità di una realtà produttiva, economica e sociale importante come la Fiat di Termini Imerese. Il governo rifletta bene e faccia di tutto prima di ratificare una scelta drammatica per la Sicilia e il Paese». E rimane la sensazione di aver perso l’ennesima occasione di riportare nel XXI secolo il nostro Paese.

Fonte:Terra

Natale in municipio per gli operai della Fiat di Pomigliano

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L’UNITÀ D’ITALIA HA ROVINATO IL SUD

Società(23/12/2009) - L’Unità d’Italia ha rovinato il Sud è il titolo dell’inchiesta sul “Quotidiano di Sicilia” del 24 dicembre. La definizione “Questione meridionale” venne usata per la prima volta nel 1873 da un deputato al Parlamento italiano, intendendo la disastrosa situazione economica che si era venuta a creare nel Mezzogiorno italiano a seguito all’unificazione del Paese.
Se nel 1861 il Prodotto interno lordo pro-capite al Sud era pari a quello del Nord, nel tempo è andato riducendosi fino alla metà.

In particolare, guardando alla Sicilia, ha un Pil ai prezzi di mercato calcolato dall’Istat nel 2008 a 87,8 miliardi, a fronte dei 326 miliardi di quello della Lombardia. Pil Sicilia che è fermo da più di quarant’anni a ben quattro volte meno di quello della Lombardia. Questo perchè i tassi di sviluppo dell’economia si sono allontanati nel tempo sempre di più nelle due aree del Paese.

Nell’editoriale del direttore Carlo Alberto Tregua, sullo stesso numero, si spiega dunque perché la Sicilia ha ben poco da festeggiare circa la ricorrenza della proclamazione dell’Unità d’Italia, dichiarata il 17 marzo 1861. “Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, - scrive Tregua - ha raccomandato molta sobrietà per la celebrazione del 150° anniversario dell’infausta ricorrenza. Sobrietà, perché probabilmente egli è consapevole delle nefandezze che si sono nascoste dietro l’annessione di tutto il Sud al Regno della dinastia dei Savoia”.

Fonte:IMG PRESS
Segnalazione ASDS
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Società(23/12/2009) - L’Unità d’Italia ha rovinato il Sud è il titolo dell’inchiesta sul “Quotidiano di Sicilia” del 24 dicembre. La definizione “Questione meridionale” venne usata per la prima volta nel 1873 da un deputato al Parlamento italiano, intendendo la disastrosa situazione economica che si era venuta a creare nel Mezzogiorno italiano a seguito all’unificazione del Paese.
Se nel 1861 il Prodotto interno lordo pro-capite al Sud era pari a quello del Nord, nel tempo è andato riducendosi fino alla metà.

In particolare, guardando alla Sicilia, ha un Pil ai prezzi di mercato calcolato dall’Istat nel 2008 a 87,8 miliardi, a fronte dei 326 miliardi di quello della Lombardia. Pil Sicilia che è fermo da più di quarant’anni a ben quattro volte meno di quello della Lombardia. Questo perchè i tassi di sviluppo dell’economia si sono allontanati nel tempo sempre di più nelle due aree del Paese.

Nell’editoriale del direttore Carlo Alberto Tregua, sullo stesso numero, si spiega dunque perché la Sicilia ha ben poco da festeggiare circa la ricorrenza della proclamazione dell’Unità d’Italia, dichiarata il 17 marzo 1861. “Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, - scrive Tregua - ha raccomandato molta sobrietà per la celebrazione del 150° anniversario dell’infausta ricorrenza. Sobrietà, perché probabilmente egli è consapevole delle nefandezze che si sono nascoste dietro l’annessione di tutto il Sud al Regno della dinastia dei Savoia”.

Fonte:IMG PRESS
Segnalazione ASDS

Festa per il 150° anniversario dell’arretramento del Sud



Di Carlo Alberto Tregua


Il 17 marzo 1861 è stata dichiarata l’Unità d’Italia. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha raccomandato molta sobrietà per la celebrazione del 150° anniversario dell’infausta ricorrenza. Sobrietà, perché probabilmente egli è consapevole delle nefandezze che si sono nascoste dietro l’annessione di tutto il Sud al Regno della dinastia dei Savoia, che, dicono gli storici, non ha espresso campioni di moralità e statura di Stato, la cui espressione residuale è presente ai giorni nostri con gli ultimi eredi che si danno al varietà e ai giochi ludici.
Camillo Benso conte di Cavour fece un’operazione strategica, pressato forse dalla Massoneria britannica che aveva in Sicilia cospicui interessi. Ad esempio, con le famiglie Nelson e Whitaker, investì, pare, decine di milioni di lire dell’epoca, parte delle quali servirono per pagare alcuni generali dell’“Armata borbonica”, i quali successivamente divennero ufficiali dell’esercito italiano.

Non si spiega diversamente come nella battaglia di Calatafimi gli arruolati da Garibaldi, male in arnese e male armati, potessero risalire l’erta china della montagna con tutti i soldati borbonici attestati in cima, senza che nessuno venisse ucciso. Una data scolpita: il 15 maggio 1860.
L’altro fattaccio dell’annessione: il referendum che si fece a Napoli il 21 ottobre 1861. I cittadini che entravano nelle urne dovevano chiedere la scheda prestampata con il sì o con il no. Una buffonata mascherata da consultazioni legittime.
Altri fatti li stanno tirando fuori gli storici, ribaltando il racconto ordinato da Cavour e insegnato nelle nostre scuole da docenti acritici e compiacenti.
C’è poco da celebrare l’arretramento del Sud rispetto al 1861. Dopo quell’anno le liste di leva divennero obbligatorie e il nuovo regno cominciò a imporre tasse e balzelli su tutto il Sud, affamando i cittadini ma senza portare innovazione e regole civili.
Tra le infamie più grandi dobbiamo annoverare il furto del tesoro del Banco di Sicilia e la spoliazione sistematica di tante opere d’arte e di beni culturali e archeologici che non sono più nella nostra Isola.
Ecco perché il popolo siciliano, subito dopo la guerra, invocò a gran voce l’indipendenza. Ecco perché l’Assemblea costituente accettò senza modificare una virgola il testo dello Statuto siciliano, inserito nella Costituzione promulgata il 27 dicembre 1947.
Da questi fatti non si capisce come in sessant’anni una classe politica mediocre e becera abbia potuto chinare la schiena di fronte alla sistematica spoliazione istituzionale della Sicilia. Non solo il suo Statuto non è stato reso operativo, ma la parte più importante di esso, cioè l’Alta corte (articoli da 24 a 30), con un colpo di mano è stata cancellata dalla Corte costituzionale che non aveva questo potere, in quanto organo dello stesso livello della prima.
Nella pagina all’interno troverete sviluppo e informazioni di quanto stiamo scrivendo. Nelle prime uscite di gennaio approfondiremo il tema economico inserito nello Statuto e più precisamente le refluenze finanziarie degli articoli 36, 37 e 38. Tre articoli fondamentali per le finanze della Regione, regolarmente disattesi dai governi del dopoguerra e non fatti valere in maniera adeguata dai governi regionali di questi sessant’anni.

Da quando esiste questo foglio, chiediamo alla classe politica siciliana trasferita a Roma ed a quella che si trova a Palermo di rimettere a posto le cose, sia aprendo adeguati contenziosi davanti alla Corte costituzionale, sia trasferendo gli stessi contenziosi, in contemporanea, davanti alla Corte di giustizia europea.
Abbiamo trovato sordità, perché sono prevalsi interessi personali dei singoli politici, di volta in volta nominati ministri o sottosegretari, piuttosto che la legittima e ferma difesa della Sicilia.
Tardi, ma è arrivato, il Movimento per l’autonomia, solo nel 2005. Ci fosse stato vent’anni prima, la Sicilia non sarebbe in queste condizioni di arretratezza. Un dato per tutti che riprenderemo: nel 1861 il Pil della Sicilia era uguale o superiore a quello di Lombardia e Piemonte, oggi è quattro volte inferiore.

Fonte:Il Quotidiano di Sicilia
Segnalazione ASDS
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Di Carlo Alberto Tregua


Il 17 marzo 1861 è stata dichiarata l’Unità d’Italia. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha raccomandato molta sobrietà per la celebrazione del 150° anniversario dell’infausta ricorrenza. Sobrietà, perché probabilmente egli è consapevole delle nefandezze che si sono nascoste dietro l’annessione di tutto il Sud al Regno della dinastia dei Savoia, che, dicono gli storici, non ha espresso campioni di moralità e statura di Stato, la cui espressione residuale è presente ai giorni nostri con gli ultimi eredi che si danno al varietà e ai giochi ludici.
Camillo Benso conte di Cavour fece un’operazione strategica, pressato forse dalla Massoneria britannica che aveva in Sicilia cospicui interessi. Ad esempio, con le famiglie Nelson e Whitaker, investì, pare, decine di milioni di lire dell’epoca, parte delle quali servirono per pagare alcuni generali dell’“Armata borbonica”, i quali successivamente divennero ufficiali dell’esercito italiano.

Non si spiega diversamente come nella battaglia di Calatafimi gli arruolati da Garibaldi, male in arnese e male armati, potessero risalire l’erta china della montagna con tutti i soldati borbonici attestati in cima, senza che nessuno venisse ucciso. Una data scolpita: il 15 maggio 1860.
L’altro fattaccio dell’annessione: il referendum che si fece a Napoli il 21 ottobre 1861. I cittadini che entravano nelle urne dovevano chiedere la scheda prestampata con il sì o con il no. Una buffonata mascherata da consultazioni legittime.
Altri fatti li stanno tirando fuori gli storici, ribaltando il racconto ordinato da Cavour e insegnato nelle nostre scuole da docenti acritici e compiacenti.
C’è poco da celebrare l’arretramento del Sud rispetto al 1861. Dopo quell’anno le liste di leva divennero obbligatorie e il nuovo regno cominciò a imporre tasse e balzelli su tutto il Sud, affamando i cittadini ma senza portare innovazione e regole civili.
Tra le infamie più grandi dobbiamo annoverare il furto del tesoro del Banco di Sicilia e la spoliazione sistematica di tante opere d’arte e di beni culturali e archeologici che non sono più nella nostra Isola.
Ecco perché il popolo siciliano, subito dopo la guerra, invocò a gran voce l’indipendenza. Ecco perché l’Assemblea costituente accettò senza modificare una virgola il testo dello Statuto siciliano, inserito nella Costituzione promulgata il 27 dicembre 1947.
Da questi fatti non si capisce come in sessant’anni una classe politica mediocre e becera abbia potuto chinare la schiena di fronte alla sistematica spoliazione istituzionale della Sicilia. Non solo il suo Statuto non è stato reso operativo, ma la parte più importante di esso, cioè l’Alta corte (articoli da 24 a 30), con un colpo di mano è stata cancellata dalla Corte costituzionale che non aveva questo potere, in quanto organo dello stesso livello della prima.
Nella pagina all’interno troverete sviluppo e informazioni di quanto stiamo scrivendo. Nelle prime uscite di gennaio approfondiremo il tema economico inserito nello Statuto e più precisamente le refluenze finanziarie degli articoli 36, 37 e 38. Tre articoli fondamentali per le finanze della Regione, regolarmente disattesi dai governi del dopoguerra e non fatti valere in maniera adeguata dai governi regionali di questi sessant’anni.

Da quando esiste questo foglio, chiediamo alla classe politica siciliana trasferita a Roma ed a quella che si trova a Palermo di rimettere a posto le cose, sia aprendo adeguati contenziosi davanti alla Corte costituzionale, sia trasferendo gli stessi contenziosi, in contemporanea, davanti alla Corte di giustizia europea.
Abbiamo trovato sordità, perché sono prevalsi interessi personali dei singoli politici, di volta in volta nominati ministri o sottosegretari, piuttosto che la legittima e ferma difesa della Sicilia.
Tardi, ma è arrivato, il Movimento per l’autonomia, solo nel 2005. Ci fosse stato vent’anni prima, la Sicilia non sarebbe in queste condizioni di arretratezza. Un dato per tutti che riprenderemo: nel 1861 il Pil della Sicilia era uguale o superiore a quello di Lombardia e Piemonte, oggi è quattro volte inferiore.

Fonte:Il Quotidiano di Sicilia
Segnalazione ASDS

 
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