sabato 8 agosto 2009

I meridionali sono spesso più anti-Sud dei settentrionali, ovvero: "il complesso del colonizzato", Franz Fanon.





Quello che Franz Fanon definisce "sindrome" o "complesso del colonizzato" è un atteggiamento mentale e comportamentale studiato nell'ambito della psicologia sociale e della psichiatria, diffuso in tutti i popoli che hanno subìto un processo di colonizzazione dalla quale deriva la loro percezione sociale come "individui inferiori".

Lo scopo dell'elaborazione di questo atteggiamento mentale è quello del tentativo di liberazione dalla percezione di inferiorità, sebbene si tratti di un'elaborazione le cui dinamiche producono sempre e comunque un livello di disagio psichico.


Ho estratto un brano come anticipazione sintetica dell'argomento, la cui trattazione diffusa ed esaustiva è possibile trovarla qui: http://servizi.psice.unibo.it/uploads/luci_uygttbwxtgujizuezubhyyrrfjqend.doc"[...]

Ancora oggi il contributo maggiore di Fanon è la sua analisi della psicologia del colonizzato e dell’immigrato; non dimentichiamo che quest’afro-americano della Martinica, cresciuto nella cultura francese conoscerà sia la situazione coloniale che la condizione dell’immigrato nero in Francia. Spiegherà come i neri della Martinica si sentivano più francesi dei neri provenienti dall’Africa; ed è con questa illusione che approderà in Francia prima per combattere nell’esercito francese contro l’invasione tedesca e dopo per studiare e specializzarsi in psichiatria. Perde subito le sue illusioni , scopre che per i francesi di Francia è un “negro” come tutti gli altri. Questo lo porterà a ragionare sulla costruzione del pregiudizio razziale nei sistemi socio-culturali e sulla strutturazione del complesso d’inferiorità nel colonizzato ma anche nell’immigrato (che spesso proviene dalle colonie).

Fanon coglie molto bene- utilizzando l’opera di Merleau-Ponty sulla fenomenologia delle percezione e di Adler sul complesso d’inferiorità- il meccanismo ambivalente del rapporto del colonizzato con il colonizzatore, del nero con il bianco e dell’immigrato con l’europeo; ambivalenza dovuta all’interiorizzazione del modello del dominatore- poiché questo tipo di relazione è improntata sul dominio-, ma di una interiorizzazione conflittuale, quasi schizofrenica. Il colonizzato finisce per identificarsi, in positivo e in negativo, con il colonizzatore; e Fanon notava come questo avveniva per il nero nel suo rapporto con il bianco e per l’immigrato in generale - soprattutto se proveniente da situazioni di colonizzazione- nel suo rapporto con l’europeo. Questo provoca una lacerazione destabilizzatrice e alienante che depriva il colonizzato del proprio sè; questo processo di alienazione si traduce con un rapporto di dipendenza mentale e psicologica che rischia di fare esplodere la struttura psichica-identitaria . Questo spiega, secondo Fanon, perché il nero vuole diventare bianco (quello che chiama “processo di lattificazione”) e l’immigrato vuole assomigliare all’europeo.

Ma questo doppio legame produce disagio psichico-esistenziale (divento estraneo a me stesso e non so più chi sono io) e anche una modalità di volere liberarsi che assomiglia molto alle modalità dell’oppressore. Nel suo lavoro di terapeuto con gli immigrati africani in Francia Fanon nota che molti disturbi(disturbi della sessualità, disturbi della relazione, somatizzazioni, senso di persecuzione, nevrosi e psicosi di vario tipo) hanno cause socio-relazionali; sono il prodotto di storie di interiorizzazioni continue e di caduta dell’autostima; la mancanza di autonomia , la difficoltà di ridefinirsi come progetto esistenziale e anche come identità nuova; la paura della libertà finiscono per riprodurre il blocco psichico e la continua dipendenza dall’altro. Dipendenza che è presente , secondo Fanon, anche quando il colonizzato o l’immigrato si oppone radicalmente a chi l’opprime con le stesse modalità e gli stessi strumenti. Tipici i casi di identificazione negativa o positiva con l’oppressore ; l’assimilazione e l’autoisolamento sono le due facce dello stesso processo di alienazione e quindi di estraniazione. Cioè la perdita totale delle proprie origini e la difese ad oltranza di una identità che è sempre situata, plurale e in movimento.

Dopo un primo interesse per le teorie della negritudine sviluppate dal poeta martinicano Aimé Césaire e da Léopold Sédar Senghor prende le distanze e mette in evidenza che non basta proclamare la propria diversità , nella misura in cui questa proclamazione può trasformarsi in un atteggiamento autoreferenziale di difesa di una identità che , nei fatti, non esiste concretamente. Non è casuale se Fanon dialogherà tanto con l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre che affermava che ogni essere umano è situato nel tempo e lo spazio; che ognuno di noi è insieme significato e significante;cioè produce dei significati, attribuisce un senso alla propria esistenza ma è anche , contemporaneamente,prodotto dal contesto e dagli altri. Sartre scriveva nella prefazione ai “Dannati della terra” che il razzista che crea il “Negro”- e non il contrario- esattamente come- questo lo scrive nella “Questione Ebraica”- è l’antisemita che crea l’Ebreo.

Partendo dalla sua esperienza personale Fanon arriverà alla conclusione che l’uomo è il costruttore della propria storia ma che la sua storia la crea in un contesto storico e socio-culturale che non ha scelto lui. La diversità non può essere colta che in una prospettiva situazionale e relazionale dove esiste anche la similitudine; per cui il nero prima di essere un nero è un uomo , esattamente come il bianco. E solo quando il nero, il colonizzato e l’immigrato riusciranno a prendere coscienza della propria condizione storico-concreta che potranno recuperare il proprio sé ed esprimere la propria diversità.


Questo è la ragione per la quale Fanon proporrà un approccio terapeutico originale nel lavoro con gli immigrati con disturbi psichici e con gli algerini rinchiusi nel manicomio di Blida; il suo modello è quello della socio-terapia cioè di un percorso di cure, inteso come processo di liberazione, che passa attraverso la socialità e quindi il recupero delle capacità relazionali e della propria autonomia soggettiva. Penso che il lavoro di Fanon va riletto da parte di tutti gli operatori o ricercatori che si occupano oggi di immigrazione perché presentà delle riflessioni di una grandissima attualità. "

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Quello che Franz Fanon definisce "sindrome" o "complesso del colonizzato" è un atteggiamento mentale e comportamentale studiato nell'ambito della psicologia sociale e della psichiatria, diffuso in tutti i popoli che hanno subìto un processo di colonizzazione dalla quale deriva la loro percezione sociale come "individui inferiori".

Lo scopo dell'elaborazione di questo atteggiamento mentale è quello del tentativo di liberazione dalla percezione di inferiorità, sebbene si tratti di un'elaborazione le cui dinamiche producono sempre e comunque un livello di disagio psichico.


Ho estratto un brano come anticipazione sintetica dell'argomento, la cui trattazione diffusa ed esaustiva è possibile trovarla qui: http://servizi.psice.unibo.it/uploads/luci_uygttbwxtgujizuezubhyyrrfjqend.doc"[...]

Ancora oggi il contributo maggiore di Fanon è la sua analisi della psicologia del colonizzato e dell’immigrato; non dimentichiamo che quest’afro-americano della Martinica, cresciuto nella cultura francese conoscerà sia la situazione coloniale che la condizione dell’immigrato nero in Francia. Spiegherà come i neri della Martinica si sentivano più francesi dei neri provenienti dall’Africa; ed è con questa illusione che approderà in Francia prima per combattere nell’esercito francese contro l’invasione tedesca e dopo per studiare e specializzarsi in psichiatria. Perde subito le sue illusioni , scopre che per i francesi di Francia è un “negro” come tutti gli altri. Questo lo porterà a ragionare sulla costruzione del pregiudizio razziale nei sistemi socio-culturali e sulla strutturazione del complesso d’inferiorità nel colonizzato ma anche nell’immigrato (che spesso proviene dalle colonie).

Fanon coglie molto bene- utilizzando l’opera di Merleau-Ponty sulla fenomenologia delle percezione e di Adler sul complesso d’inferiorità- il meccanismo ambivalente del rapporto del colonizzato con il colonizzatore, del nero con il bianco e dell’immigrato con l’europeo; ambivalenza dovuta all’interiorizzazione del modello del dominatore- poiché questo tipo di relazione è improntata sul dominio-, ma di una interiorizzazione conflittuale, quasi schizofrenica. Il colonizzato finisce per identificarsi, in positivo e in negativo, con il colonizzatore; e Fanon notava come questo avveniva per il nero nel suo rapporto con il bianco e per l’immigrato in generale - soprattutto se proveniente da situazioni di colonizzazione- nel suo rapporto con l’europeo. Questo provoca una lacerazione destabilizzatrice e alienante che depriva il colonizzato del proprio sè; questo processo di alienazione si traduce con un rapporto di dipendenza mentale e psicologica che rischia di fare esplodere la struttura psichica-identitaria . Questo spiega, secondo Fanon, perché il nero vuole diventare bianco (quello che chiama “processo di lattificazione”) e l’immigrato vuole assomigliare all’europeo.

Ma questo doppio legame produce disagio psichico-esistenziale (divento estraneo a me stesso e non so più chi sono io) e anche una modalità di volere liberarsi che assomiglia molto alle modalità dell’oppressore. Nel suo lavoro di terapeuto con gli immigrati africani in Francia Fanon nota che molti disturbi(disturbi della sessualità, disturbi della relazione, somatizzazioni, senso di persecuzione, nevrosi e psicosi di vario tipo) hanno cause socio-relazionali; sono il prodotto di storie di interiorizzazioni continue e di caduta dell’autostima; la mancanza di autonomia , la difficoltà di ridefinirsi come progetto esistenziale e anche come identità nuova; la paura della libertà finiscono per riprodurre il blocco psichico e la continua dipendenza dall’altro. Dipendenza che è presente , secondo Fanon, anche quando il colonizzato o l’immigrato si oppone radicalmente a chi l’opprime con le stesse modalità e gli stessi strumenti. Tipici i casi di identificazione negativa o positiva con l’oppressore ; l’assimilazione e l’autoisolamento sono le due facce dello stesso processo di alienazione e quindi di estraniazione. Cioè la perdita totale delle proprie origini e la difese ad oltranza di una identità che è sempre situata, plurale e in movimento.

Dopo un primo interesse per le teorie della negritudine sviluppate dal poeta martinicano Aimé Césaire e da Léopold Sédar Senghor prende le distanze e mette in evidenza che non basta proclamare la propria diversità , nella misura in cui questa proclamazione può trasformarsi in un atteggiamento autoreferenziale di difesa di una identità che , nei fatti, non esiste concretamente. Non è casuale se Fanon dialogherà tanto con l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre che affermava che ogni essere umano è situato nel tempo e lo spazio; che ognuno di noi è insieme significato e significante;cioè produce dei significati, attribuisce un senso alla propria esistenza ma è anche , contemporaneamente,prodotto dal contesto e dagli altri. Sartre scriveva nella prefazione ai “Dannati della terra” che il razzista che crea il “Negro”- e non il contrario- esattamente come- questo lo scrive nella “Questione Ebraica”- è l’antisemita che crea l’Ebreo.

Partendo dalla sua esperienza personale Fanon arriverà alla conclusione che l’uomo è il costruttore della propria storia ma che la sua storia la crea in un contesto storico e socio-culturale che non ha scelto lui. La diversità non può essere colta che in una prospettiva situazionale e relazionale dove esiste anche la similitudine; per cui il nero prima di essere un nero è un uomo , esattamente come il bianco. E solo quando il nero, il colonizzato e l’immigrato riusciranno a prendere coscienza della propria condizione storico-concreta che potranno recuperare il proprio sé ed esprimere la propria diversità.


Questo è la ragione per la quale Fanon proporrà un approccio terapeutico originale nel lavoro con gli immigrati con disturbi psichici e con gli algerini rinchiusi nel manicomio di Blida; il suo modello è quello della socio-terapia cioè di un percorso di cure, inteso come processo di liberazione, che passa attraverso la socialità e quindi il recupero delle capacità relazionali e della propria autonomia soggettiva. Penso che il lavoro di Fanon va riletto da parte di tutti gli operatori o ricercatori che si occupano oggi di immigrazione perché presentà delle riflessioni di una grandissima attualità. "

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