domenica 1 dicembre 2019

DISCORSO DI APERTURA DEL VII° CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO DEL SUD DA PARTE DEL PRESIDENTE NAZIONALE NATALE CUCCURESE.


STOP AUTONOMIA DIFFERENZIATA - SUD COME VOLANO DI SVILUPPO PER IL PAESE SUPERANDO DISCRIMINAZIONI E STEREOTIPI

Negli ultimi 30 anni, si è assistito come mai in precedenza ad una crisi politica, culturale, morale ed economica che ha investito il Paese ed il Mezzogiorno in particolare e che ne sta rendendo sempre più incerto il suo cammino democratico.

L’attacco finale al Sud viene dal progetto dell’Autonomia differenziata, un progetto classista, liberista, incostituzionale ed eversivo, che mette in pericolo l’unità stessa del Paese, così come da sempre vuole la Lega, che infatti ha ancora oggi al primo punto del suo statuto la “secessione della padania”.

Chi si accorda a queste richieste così come fanno, governatori secessionisti , parlamentari, intellettuali, gruppi di potere e governi si assumono interamente e a futura memoria la responsabilità di questa possibilità e della conseguente prossima e certo non auspicata “balcanizzazione” del Paese.
Preoccupante in questi ultimi giorni il balletto governativo che ha portato il Ministro Boccia non solo a non fermare il progetto leghista sposato anche dal Pd emiliano, ma a presentare bozze di discussione di “ Legge Cornice” da inserire del Ddl di bilancio ancora sulla base della “spesa storica”, “almeno per un anno” provvisoriamente in attesa della definizione dei Lep, al fine di procedere a firmare subito, sulla fiducia e al buio, gli accordi con le Regioni per il finanziamento delle nuove competenze e risorse, mentre il Parlamento si vedrebbe riservato solo un potere consultivo non vincolante. La cosa è molto preoccupante visto che “in Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio”. La mancata definizione dei Lep, che comunque saranno oggetto di trattativa politica che potrebbe quindi riservare ancora sorprese per quanto concerne equità e uguaglianza di diritti e trattamento,  ha infatti permesso, negli ultimi anni, un salasso di finanziamenti al Mezzogiorno di oltre 61 Miliari all’anno a vantaggio del Nord.
La cosa più vergognosa di questa operazione è che in aggiunta mistifica la realtà e fa definire spendaccioni Comuni virtuosi e viceversa alimentando stereotipi e razzismo.
Ecco perché quanto sta accadendo è incostituzionale ed è doveroso parlare di razzismo di Stato.
Attenzione però a intendere l’Autonomia regionale solo come un contrasto Sud/Nord, si farebbe un favore ai “padroni del vapore”: trattasi di un progetto neoliberista, con profonde radici europee, che mira alla privatizzazione progressiva e pervasiva di tutto ciò che oggi è inteso come welfare, sia a Nord che a Sud, a danno delle classi più deboli che già oggi si ritrovano impoverite dalla “crisi” dell’ultimo decennio e che domani, una volta privatizzata la sanità, avranno difficoltà a curarsi. Un tempo si sarebbe parlato di “lotta di classe”.
Si mira a sganciare la colonia interna Mezzogiorno, dopo averla ben sfruttata e privata di diritti teoricamente garantiti dalla Costituzione, dal treno delle Regioni ricche padane che, come da desiderata europei, non devono perdere l’aggancio con le altre Regioni ricche del Nord Europa in un ipotetico e virtuoso traino, prima di creare una Europa a due velocità. Sganciando le Regioni del Sud Europa e trasformandole in mercato di manovalanza a basso costo, casomai con una moneta dedicata.

Utile poi sempre ricordare che la cosiddetta «secessione dei ricchi» si baserebbe, in realtà, su un equivoco consistente nel ritenere effettivamente esistente nelle pieghe del bilancio dello Stato un residuo fiscale a favore di alcune Regioni e, in particolare, della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia-Romagna. Il residuo fiscale, infatti, sarebbe nient’altro che la «differenza tra l’ammontare di risorse (sotto forma di imposte pagate dai cittadini) che lo Stato centrale riceve dai territori e l’entità della spesa pubblica che lo stesso eroga (sotto forma di servizi) a favore dei cittadini degli stessi territori». Saremmo di fronte a un equivoco perché in uno Stato unitario non ci sono residui fiscali dal momento che il rapporto fiscale si svolge tra il cittadino e lo Stato e non con lo specifico territorio di residenza dei soggetti che pagano le imposte. Inoltre, anche ammettendo l’ipotesi dell’esistenza di un residuo fiscale, vi sarebbe un palese errore di calcolo in quanto non si terrebbe conto del fatto che una parte della differenza di quanto versato all’erario rispetto a quanto trasferito dallo Stato alle Regioni ritornerebbe sul territorio regionale in forma di pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico posseduti dai soggetti residenti in quelle regioni.
Insomma, prendendo in considerazione la distribuzione territoriale dei detentori dei titoli del debito pubblico statale e scomputando il pagamento dei relativi interessi, assisteremmo a un’enorme riduzione del presunto residuo fiscale delle Regioni interessate dal momento che una gran parte del debito pubblico è posseduto da soggetti residenti proprio in quelle Regioni
In ultima analisi il rischio contenuto nell’attuazione del terzo comma dell’art. 116 non sarebbe soltanto quello politico di una possibile rottura dell’Unità nazionale, quanto quello, ben più concreto, di rendere non più sostenibile il debito pubblico statale a causa della riduzione dei flussi di cassa di livello statale come conseguenza del trasferimento di funzioni fondamentali, come la sanità e l’istruzione, alle Regioni. Questo punto legato alla possibile approvazione della riforma del Mes sulla ristrutturazione del debito, in discussione a metà dicembre, potrebbe rappresentare l’ultima “campana a morto” per il Sud.
In uno Stato unitario bisogna assicurare gli stessi servizi in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Sono i cittadini più ricchi che, pagando più tasse, finanziano i servizi per i cittadini più poveri su tutto il territorio nazionale. Le eventuali differenze andrebbero semplicemente corrette attraverso una riforma delle organizzazioni pubbliche o private che offrono tali servizi mettendole in condizioni di offrire gli stessi servizi su tutto il territorio nazionale. Una possibile via d’uscita per potrebbe essere quella di stabilire (finalmente) per legge i cosiddetti Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) e i cosiddetti Lea (Livelli essenziali di assistenza), e di fissarli nella media di quelli attualmente garantiti in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ciò significa che l’eventuale residuo fiscale potrebbe effettivamente spettare alle Regioni interessate soltanto laddove i servizi siano effettivamente deficitari, purtroppo come detto la bozza Boccia punta a posticipare sine die la definizione dei Lep.

Invece di cervellotiche decisioni sempre a vantaggio dei territori più ricchi, spesso dettate da stereotipi e discriminazioni territoriali, servirebbero per il sud politiche di sviluppo e di investimento, per creare posti di lavoro e combattere la disoccupazione, considerando che, in modo particolare negli ultimi venticinque anni, guarda caso dalle prime affermazioni elettorali della Lega Nord, la forbice degli investimenti pubblici è andata a divaricarsi sempre più fra nord e sud del Paese , con una spesa costantemente maggiore, di almeno cinque volte, al nord anno su anno.

Senza investimenti pubblici non è possibile rilanciare il Sud. Anche l’attuale governo, purtroppo, come i precedenti, sta continuando in una cieca politica di austerità che mette in ginocchio il Paese e il Mezzogiorno in particolare con conseguente:

- Emigrazione, verso il nord e l’estero. Sono coinvolti in questa emigrazione: gli studenti e i giovani laureati, con perdita per la collettività locale di c.a.540 Mln € anno sostenuti per la formazione; i lavoratori di ogni ambito e categoria; i malati per l’emigrazione sanitaria, che li porta fuori dalla propria Regione per mancanza di strutture e cure adeguate.

- Desertificazione demografica, causa emigrazione giovanile che vede nelle Regioni del Sud la più bassa natalità d’Europa
- Disoccupazione, causa prima dell’emigrazione, con una disoccupazione giovanile oltre il 50% e con la Calabria, prima in Europa, al 58,7%

- Record europeo di giovani che non studiano e non cercano più lavoro (NEET)

- Povertà, 10% della popolazione in povertà assoluta e 30% in povertà relativa

- Discriminazioni, fra i paesi OCSE l’Italia è prima per le discriminazione interne. Al primo posto figurano le discriminazione verso i meridionali

- Inquinamento ambientale, con vere e proprie emergenze ambientali ai danni della popolazione a partire da “La Terra dei Fuochi”, l’inquinamento Ilva di Taranto, la Basilicata con territori ed acque e tante altre emergenze locali che non trovano risposta adeguata al dettato costituzionale

- Sempre minori, contro ogni proclama, gli investimenti dello Stato  al Sud. Addirittura i
soldi del Fondo di Sviluppo e Coesione sono soltanto sulla carta: per il 2020 sono stati stanziati 6,9 miliardi, in realtà saranno appena 1,7, salvo ritocchi
Fra il 2007 e il 2013 le risorse destinate allo sviluppo del Mezzogiorno sono state usate per ripianare il debito complessivo: dirottati 22,3 miliardi dei 63,2 messi a budget

Per arginare l’emigrazione studentesca si dovrebbe potenziare e favorire la collaborazione fra gli Atenei del Sud, tra loro e con le rispettive istituzioni regionali, per dare ai territori risposte concrete, competitive e anche made in Sud. Evitando l'emigrazione “obbligata” verso gli Atenei del nord. Che la valutazione degli Atenei sia, come in Inghilterra effettuata su base macroregionale e non come avviene in Italia su base nazionale andando a colpire sempre e solo territori che ad oggi non sono in grado di essere valutati partendo da parametri paritetici.

Si dovrebbe garantire il diritto all’assistenza sanitaria, non costringendo le Regioni a ragionare solo per numero di posti letto, ma fornendo garanzie sui diritti del malato e per il diritto all’assistenza. Non è possibile ipotizzare ancora che ci siano aree del Paese dove il rischio di morte sia maggiore solo perché il presidio ospedaliero o di primo soccorso sia troppo distante o stato messo non in grado di prestare le cure migliori.

Combattere con decisione le mafie, le eco-mafie e le mafie economiche che opprimono da sempre cittadini e territori impedendone lo sviluppo in nome e conto di consorterie politiche ed economiche; da sempre il primo nemico del sud.
Combattere con ogni mezzo il caporalato nelle campagne creando sinergie tra Stato Nazionale, forze dell’ordine, enti locali e sconfiggere definitivamente questa piaga.

Puntiamo all’”uguaglianza” che, nella situazione attuale in cui versa il Paese, non significa dare a tutti la stessa cosa e fare ovunque gli stessi investimenti. Uguaglianza significa giustizia ed equità, investire di più su chi ha meno e meno su chi ha di più. In questo visione deve fare da guida il Pil regionale che vede infatti il nostro Mezzogiorno in fondo alla classifica europea.

Dobbiamo costruire una sinistra plurale che aspiri all’uguaglianza, il che significa mettere tutti in condizione di ottenere uguali opportunità. Così come nella tassazione generale serve il principio di progressività come dettato dall’art. 53 della Costituzione. Il sud non va visto come un problema, ma come un’opportunità immensa che si para davanti, sia politicamente per la sinistra, trovando risposta adeguata ai suoi problemi, sia per il Paese per crescere e competere a livello europeo e mondiale.
Bisogna solo aiutare quest’area del Paese a liberare le sue energie.
Abbiamo bisogno di una sinistra che non tema un federalismo macroregionale sano e solidale, ma che si opponga con determinazione all’egoistica Autonomia differenziata di stampo leghista, che ambisca a governare con politiche differenziate per territorio.

Abbiamo bisogno di una sinistra:

-Che contrasti con determinazione l’osceno ricatto occupazionale che baratta lavoro con la salute e con la tutela dell’ambiente.

-Che si impegni affinché lo Stato ed il privato, in base alle loro effettive responsabilità, si facciano carico degli scempi perpetrati per decenni e risarciscano i cittadini che hanno perso il lavoro, la salute e spesso la speranza. Spezzare il ricatto occupazionale, la monocultura dell’acciaio, del carbone e dei veleni delle grandi industrie, puntando su alternative occupazionali pulite quali Cultura, Infrastrutture, Turismo, Agricoltura, Maricoltura, Artigianato, Allevamento. Opporsi pertanto a progetti inquinanti, o con relativo pericolo di inquinamento, avendo come riferimento principale, rispetto a qualsiasi progetto economico, la tutela dell’ambiente e la salute dei cittadini, così come sancisce la Costituzione.

- Che riformi le politiche sul welfare partendo dalla salute e dai diritti dei lavoratori, che contrasti il neoliberismo imperante, con politiche volte all’affermazioni di tutti i diritti e la redistribuzione della ricchezza

Vogliamo, insieme a tutti coloro che con noi lo vorranno, concorrere a costruire una prassi politica aperta e partecipata, portando, dal basso, nelle istituzioni le esperienze nate nel volontariato, nella società civile, nel precariato, nei movimenti, nei luoghi di lavoro, nelle scuole. Ecco perché abbiamo partecipato nei due anni dall’ultimo Congresso prima a “Potere al Popolo” e successivamente, dopo esserne usciti, all’esperienza delle ultime elezioni europee con “La Sinistra”, portando sempre un fattivo contributo meridionalista progressista nei programmi e nelle assemblee, come da nostra visione politica ed ideale gramsciana. Contemporaneamente dopo un percorso di avvicinamento siamo entrati a far parte del “Partito della Sinistra Europea” con la formula della “cooperazione  rafforzata”.

Bisogna perseverare su questa strada che ci sta aprendo canali informativi e di visibilità, anche in stretta collaborazione con quelle forze politiche a noi più vicine e con cui stiamo in questi giorni affrontando l’esperienza dei “Sud –Lab la Riscossa del Sud” che hanno visto la prima tappa a Lamezia due settimane fa e vedranno il mese prossimo importanti appuntamenti in Puglia e Sicilia.

Ricordare sempre a tutti e in ogni occasione che la Costituzione della Repubblica Italiana dice al suo primo articolo che “L’Italia è una Repubblica fondata sul Lavoro… ” e nell’articolo 32 dice: “… La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…” non si può ignorare – che riconoscendo nel lavoro il fondamento della Repubblica la Costituzione pone un limite alla proprietà, sottoposta al vincolo della «funzione sociale» e della «utilità generale». Senza di che non avrebbe senso l’affermazione secondo cui «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo tale diritto» (Art. 4).

La conseguenza è che se si sta dalla parte del capitale, i diritti di libertà e di uguaglianza si indeboliscono e vengono attaccati o distrutti. È precisamente questa la fase che stiamo vivendo con l’attacco ai diritti garantiti fatto passare per tramite dell’Autonomia differenziata.. Dove è finito il diritto «a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» sufficiente ad assicurare «una esistenza libera e dignitosa», insieme al diritto al riposo settimanale e alle ferie retribuite? (Art.36). E il diritto alla parità di retribuzione per pari lavoro tra uomini e donne? (Art. 37). E quello alla pensione e all’assistenza sociale? (Art. 38). In discussione è anche il diritto per «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi» «di raggiungere i gradi più alti degli studi» (Art. 34), lo sviluppo della cultura e della ricerca, nonché la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico (Art. 9).

Ecco perché chiediamo per il Sud e per tutto il Paese semplicemente l’applicazione della Costituzione, senza se e senza ma ed il ritiro di ogni forma di Autonomia differenziata.

Secondo la nostra Costituzione, l’Italia è una Repubblica unita ed indivisibile i cui cittadini possono e devono accedere a tutti i diritti e sono obbligati ad adempiere a tutti i doveri. Ecco è a questa parità a cui aspiriamo; parità non formale, ma di sostanza, suffragata da politiche in grado di rendere concreti quelli che sono principi sacrosanti e inconfutabili.


Purtroppo con l’Autonomia differenziata si va verso la creazione di cittadinanze si serie A (al Nord) e di serie B ( al Sud) ecco perché è un progetto incostituzionale ed eversivo.

Unire le tante voci di resistenza democratica e antifascista sinergiche negli obbiettivi, nelle strategie e condivisione dei valori per modificare lo status quo, non in modo velleitario ma fornendo soluzioni percorribili, è un’esigenza e diventa una missione del nostro Partito.

Tracciamo CONCRETAMENTE solo tre proposte di “primo intervento”, che possono essere immediatamente operative e che devono rappresentare punti fermi per la nostra proposta dei prossimi mesi:
1) STOP immediato ad ogni ipotesi di Autonomia differenziata. Non perché siamo contrari al principio di autonomia, anzi, ma perché questo tipo di autonomia, che già nel nome “differenziata” contiene la fregatura, è eversiva. Definizione immediata dei costi standard per territorio e conseguente ripartizione.
2) Interventi pubblici in deroga al pareggio di bilancio, imposto dall’Europa, per far ripartire l’occupazione, arginare povertà ed emigrazione. Politiche di innovazione che guardino al Sud. Far ripartire il Paese intero usando il Sud come volano di investimenti partendo dal riequilibrio delle infrastrutture, non in chiave di contrasto col Nord del Paese ma di sinergia a vantaggio di tutti.
3) Nel Mezzogiorno vive il 34 % della popolazione a cui viene destinato il 25% circa di risorse, compresi i fondi europei che hanno smesso di essere aggiuntivi. Bisogna porre fine a questa situazione ripartendo dal principio di equità.

Abbiamo bisogno di un modello di economia rispettoso dell’ambiente ed alternativo all’attuale, fondato su di un uso collettivo della terra. Abbiamo bisogno di non consumare più e distruggere, ma preservare, valorizzare per far conoscere.
Ci vogliamo battere, insieme a tutti quelli che lo condividono, per riappropriarci di quella democrazia oggi spesso commissariata da governi e parlamentari eletti con leggi cervellotiche, da istituzioni finanziarie sovranazionali che poco hanno di democratico e che privano ogni giorno di più i cittadini di opportunità di sviluppo e di spazi di libertà, lasciando in luogo della democrazia partecipata solo vuoti simulacri.



Natale Cuccurese
[Dichiarazione di programma VII° Congresso Nazionale del Partito del Sud approvata all'unanimità- Napoli 30 Novembre 2019]






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STOP AUTONOMIA DIFFERENZIATA - SUD COME VOLANO DI SVILUPPO PER IL PAESE SUPERANDO DISCRIMINAZIONI E STEREOTIPI

Negli ultimi 30 anni, si è assistito come mai in precedenza ad una crisi politica, culturale, morale ed economica che ha investito il Paese ed il Mezzogiorno in particolare e che ne sta rendendo sempre più incerto il suo cammino democratico.

L’attacco finale al Sud viene dal progetto dell’Autonomia differenziata, un progetto classista, liberista, incostituzionale ed eversivo, che mette in pericolo l’unità stessa del Paese, così come da sempre vuole la Lega, che infatti ha ancora oggi al primo punto del suo statuto la “secessione della padania”.

Chi si accorda a queste richieste così come fanno, governatori secessionisti , parlamentari, intellettuali, gruppi di potere e governi si assumono interamente e a futura memoria la responsabilità di questa possibilità e della conseguente prossima e certo non auspicata “balcanizzazione” del Paese.
Preoccupante in questi ultimi giorni il balletto governativo che ha portato il Ministro Boccia non solo a non fermare il progetto leghista sposato anche dal Pd emiliano, ma a presentare bozze di discussione di “ Legge Cornice” da inserire del Ddl di bilancio ancora sulla base della “spesa storica”, “almeno per un anno” provvisoriamente in attesa della definizione dei Lep, al fine di procedere a firmare subito, sulla fiducia e al buio, gli accordi con le Regioni per il finanziamento delle nuove competenze e risorse, mentre il Parlamento si vedrebbe riservato solo un potere consultivo non vincolante. La cosa è molto preoccupante visto che “in Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio”. La mancata definizione dei Lep, che comunque saranno oggetto di trattativa politica che potrebbe quindi riservare ancora sorprese per quanto concerne equità e uguaglianza di diritti e trattamento,  ha infatti permesso, negli ultimi anni, un salasso di finanziamenti al Mezzogiorno di oltre 61 Miliari all’anno a vantaggio del Nord.
La cosa più vergognosa di questa operazione è che in aggiunta mistifica la realtà e fa definire spendaccioni Comuni virtuosi e viceversa alimentando stereotipi e razzismo.
Ecco perché quanto sta accadendo è incostituzionale ed è doveroso parlare di razzismo di Stato.
Attenzione però a intendere l’Autonomia regionale solo come un contrasto Sud/Nord, si farebbe un favore ai “padroni del vapore”: trattasi di un progetto neoliberista, con profonde radici europee, che mira alla privatizzazione progressiva e pervasiva di tutto ciò che oggi è inteso come welfare, sia a Nord che a Sud, a danno delle classi più deboli che già oggi si ritrovano impoverite dalla “crisi” dell’ultimo decennio e che domani, una volta privatizzata la sanità, avranno difficoltà a curarsi. Un tempo si sarebbe parlato di “lotta di classe”.
Si mira a sganciare la colonia interna Mezzogiorno, dopo averla ben sfruttata e privata di diritti teoricamente garantiti dalla Costituzione, dal treno delle Regioni ricche padane che, come da desiderata europei, non devono perdere l’aggancio con le altre Regioni ricche del Nord Europa in un ipotetico e virtuoso traino, prima di creare una Europa a due velocità. Sganciando le Regioni del Sud Europa e trasformandole in mercato di manovalanza a basso costo, casomai con una moneta dedicata.

Utile poi sempre ricordare che la cosiddetta «secessione dei ricchi» si baserebbe, in realtà, su un equivoco consistente nel ritenere effettivamente esistente nelle pieghe del bilancio dello Stato un residuo fiscale a favore di alcune Regioni e, in particolare, della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia-Romagna. Il residuo fiscale, infatti, sarebbe nient’altro che la «differenza tra l’ammontare di risorse (sotto forma di imposte pagate dai cittadini) che lo Stato centrale riceve dai territori e l’entità della spesa pubblica che lo stesso eroga (sotto forma di servizi) a favore dei cittadini degli stessi territori». Saremmo di fronte a un equivoco perché in uno Stato unitario non ci sono residui fiscali dal momento che il rapporto fiscale si svolge tra il cittadino e lo Stato e non con lo specifico territorio di residenza dei soggetti che pagano le imposte. Inoltre, anche ammettendo l’ipotesi dell’esistenza di un residuo fiscale, vi sarebbe un palese errore di calcolo in quanto non si terrebbe conto del fatto che una parte della differenza di quanto versato all’erario rispetto a quanto trasferito dallo Stato alle Regioni ritornerebbe sul territorio regionale in forma di pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico posseduti dai soggetti residenti in quelle regioni.
Insomma, prendendo in considerazione la distribuzione territoriale dei detentori dei titoli del debito pubblico statale e scomputando il pagamento dei relativi interessi, assisteremmo a un’enorme riduzione del presunto residuo fiscale delle Regioni interessate dal momento che una gran parte del debito pubblico è posseduto da soggetti residenti proprio in quelle Regioni
In ultima analisi il rischio contenuto nell’attuazione del terzo comma dell’art. 116 non sarebbe soltanto quello politico di una possibile rottura dell’Unità nazionale, quanto quello, ben più concreto, di rendere non più sostenibile il debito pubblico statale a causa della riduzione dei flussi di cassa di livello statale come conseguenza del trasferimento di funzioni fondamentali, come la sanità e l’istruzione, alle Regioni. Questo punto legato alla possibile approvazione della riforma del Mes sulla ristrutturazione del debito, in discussione a metà dicembre, potrebbe rappresentare l’ultima “campana a morto” per il Sud.
In uno Stato unitario bisogna assicurare gli stessi servizi in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Sono i cittadini più ricchi che, pagando più tasse, finanziano i servizi per i cittadini più poveri su tutto il territorio nazionale. Le eventuali differenze andrebbero semplicemente corrette attraverso una riforma delle organizzazioni pubbliche o private che offrono tali servizi mettendole in condizioni di offrire gli stessi servizi su tutto il territorio nazionale. Una possibile via d’uscita per potrebbe essere quella di stabilire (finalmente) per legge i cosiddetti Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) e i cosiddetti Lea (Livelli essenziali di assistenza), e di fissarli nella media di quelli attualmente garantiti in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ciò significa che l’eventuale residuo fiscale potrebbe effettivamente spettare alle Regioni interessate soltanto laddove i servizi siano effettivamente deficitari, purtroppo come detto la bozza Boccia punta a posticipare sine die la definizione dei Lep.

Invece di cervellotiche decisioni sempre a vantaggio dei territori più ricchi, spesso dettate da stereotipi e discriminazioni territoriali, servirebbero per il sud politiche di sviluppo e di investimento, per creare posti di lavoro e combattere la disoccupazione, considerando che, in modo particolare negli ultimi venticinque anni, guarda caso dalle prime affermazioni elettorali della Lega Nord, la forbice degli investimenti pubblici è andata a divaricarsi sempre più fra nord e sud del Paese , con una spesa costantemente maggiore, di almeno cinque volte, al nord anno su anno.

Senza investimenti pubblici non è possibile rilanciare il Sud. Anche l’attuale governo, purtroppo, come i precedenti, sta continuando in una cieca politica di austerità che mette in ginocchio il Paese e il Mezzogiorno in particolare con conseguente:

- Emigrazione, verso il nord e l’estero. Sono coinvolti in questa emigrazione: gli studenti e i giovani laureati, con perdita per la collettività locale di c.a.540 Mln € anno sostenuti per la formazione; i lavoratori di ogni ambito e categoria; i malati per l’emigrazione sanitaria, che li porta fuori dalla propria Regione per mancanza di strutture e cure adeguate.

- Desertificazione demografica, causa emigrazione giovanile che vede nelle Regioni del Sud la più bassa natalità d’Europa
- Disoccupazione, causa prima dell’emigrazione, con una disoccupazione giovanile oltre il 50% e con la Calabria, prima in Europa, al 58,7%

- Record europeo di giovani che non studiano e non cercano più lavoro (NEET)

- Povertà, 10% della popolazione in povertà assoluta e 30% in povertà relativa

- Discriminazioni, fra i paesi OCSE l’Italia è prima per le discriminazione interne. Al primo posto figurano le discriminazione verso i meridionali

- Inquinamento ambientale, con vere e proprie emergenze ambientali ai danni della popolazione a partire da “La Terra dei Fuochi”, l’inquinamento Ilva di Taranto, la Basilicata con territori ed acque e tante altre emergenze locali che non trovano risposta adeguata al dettato costituzionale

- Sempre minori, contro ogni proclama, gli investimenti dello Stato  al Sud. Addirittura i
soldi del Fondo di Sviluppo e Coesione sono soltanto sulla carta: per il 2020 sono stati stanziati 6,9 miliardi, in realtà saranno appena 1,7, salvo ritocchi
Fra il 2007 e il 2013 le risorse destinate allo sviluppo del Mezzogiorno sono state usate per ripianare il debito complessivo: dirottati 22,3 miliardi dei 63,2 messi a budget

Per arginare l’emigrazione studentesca si dovrebbe potenziare e favorire la collaborazione fra gli Atenei del Sud, tra loro e con le rispettive istituzioni regionali, per dare ai territori risposte concrete, competitive e anche made in Sud. Evitando l'emigrazione “obbligata” verso gli Atenei del nord. Che la valutazione degli Atenei sia, come in Inghilterra effettuata su base macroregionale e non come avviene in Italia su base nazionale andando a colpire sempre e solo territori che ad oggi non sono in grado di essere valutati partendo da parametri paritetici.

Si dovrebbe garantire il diritto all’assistenza sanitaria, non costringendo le Regioni a ragionare solo per numero di posti letto, ma fornendo garanzie sui diritti del malato e per il diritto all’assistenza. Non è possibile ipotizzare ancora che ci siano aree del Paese dove il rischio di morte sia maggiore solo perché il presidio ospedaliero o di primo soccorso sia troppo distante o stato messo non in grado di prestare le cure migliori.

Combattere con decisione le mafie, le eco-mafie e le mafie economiche che opprimono da sempre cittadini e territori impedendone lo sviluppo in nome e conto di consorterie politiche ed economiche; da sempre il primo nemico del sud.
Combattere con ogni mezzo il caporalato nelle campagne creando sinergie tra Stato Nazionale, forze dell’ordine, enti locali e sconfiggere definitivamente questa piaga.

Puntiamo all’”uguaglianza” che, nella situazione attuale in cui versa il Paese, non significa dare a tutti la stessa cosa e fare ovunque gli stessi investimenti. Uguaglianza significa giustizia ed equità, investire di più su chi ha meno e meno su chi ha di più. In questo visione deve fare da guida il Pil regionale che vede infatti il nostro Mezzogiorno in fondo alla classifica europea.

Dobbiamo costruire una sinistra plurale che aspiri all’uguaglianza, il che significa mettere tutti in condizione di ottenere uguali opportunità. Così come nella tassazione generale serve il principio di progressività come dettato dall’art. 53 della Costituzione. Il sud non va visto come un problema, ma come un’opportunità immensa che si para davanti, sia politicamente per la sinistra, trovando risposta adeguata ai suoi problemi, sia per il Paese per crescere e competere a livello europeo e mondiale.
Bisogna solo aiutare quest’area del Paese a liberare le sue energie.
Abbiamo bisogno di una sinistra che non tema un federalismo macroregionale sano e solidale, ma che si opponga con determinazione all’egoistica Autonomia differenziata di stampo leghista, che ambisca a governare con politiche differenziate per territorio.

Abbiamo bisogno di una sinistra:

-Che contrasti con determinazione l’osceno ricatto occupazionale che baratta lavoro con la salute e con la tutela dell’ambiente.

-Che si impegni affinché lo Stato ed il privato, in base alle loro effettive responsabilità, si facciano carico degli scempi perpetrati per decenni e risarciscano i cittadini che hanno perso il lavoro, la salute e spesso la speranza. Spezzare il ricatto occupazionale, la monocultura dell’acciaio, del carbone e dei veleni delle grandi industrie, puntando su alternative occupazionali pulite quali Cultura, Infrastrutture, Turismo, Agricoltura, Maricoltura, Artigianato, Allevamento. Opporsi pertanto a progetti inquinanti, o con relativo pericolo di inquinamento, avendo come riferimento principale, rispetto a qualsiasi progetto economico, la tutela dell’ambiente e la salute dei cittadini, così come sancisce la Costituzione.

- Che riformi le politiche sul welfare partendo dalla salute e dai diritti dei lavoratori, che contrasti il neoliberismo imperante, con politiche volte all’affermazioni di tutti i diritti e la redistribuzione della ricchezza

Vogliamo, insieme a tutti coloro che con noi lo vorranno, concorrere a costruire una prassi politica aperta e partecipata, portando, dal basso, nelle istituzioni le esperienze nate nel volontariato, nella società civile, nel precariato, nei movimenti, nei luoghi di lavoro, nelle scuole. Ecco perché abbiamo partecipato nei due anni dall’ultimo Congresso prima a “Potere al Popolo” e successivamente, dopo esserne usciti, all’esperienza delle ultime elezioni europee con “La Sinistra”, portando sempre un fattivo contributo meridionalista progressista nei programmi e nelle assemblee, come da nostra visione politica ed ideale gramsciana. Contemporaneamente dopo un percorso di avvicinamento siamo entrati a far parte del “Partito della Sinistra Europea” con la formula della “cooperazione  rafforzata”.

Bisogna perseverare su questa strada che ci sta aprendo canali informativi e di visibilità, anche in stretta collaborazione con quelle forze politiche a noi più vicine e con cui stiamo in questi giorni affrontando l’esperienza dei “Sud –Lab la Riscossa del Sud” che hanno visto la prima tappa a Lamezia due settimane fa e vedranno il mese prossimo importanti appuntamenti in Puglia e Sicilia.

Ricordare sempre a tutti e in ogni occasione che la Costituzione della Repubblica Italiana dice al suo primo articolo che “L’Italia è una Repubblica fondata sul Lavoro… ” e nell’articolo 32 dice: “… La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…” non si può ignorare – che riconoscendo nel lavoro il fondamento della Repubblica la Costituzione pone un limite alla proprietà, sottoposta al vincolo della «funzione sociale» e della «utilità generale». Senza di che non avrebbe senso l’affermazione secondo cui «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo tale diritto» (Art. 4).

La conseguenza è che se si sta dalla parte del capitale, i diritti di libertà e di uguaglianza si indeboliscono e vengono attaccati o distrutti. È precisamente questa la fase che stiamo vivendo con l’attacco ai diritti garantiti fatto passare per tramite dell’Autonomia differenziata.. Dove è finito il diritto «a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» sufficiente ad assicurare «una esistenza libera e dignitosa», insieme al diritto al riposo settimanale e alle ferie retribuite? (Art.36). E il diritto alla parità di retribuzione per pari lavoro tra uomini e donne? (Art. 37). E quello alla pensione e all’assistenza sociale? (Art. 38). In discussione è anche il diritto per «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi» «di raggiungere i gradi più alti degli studi» (Art. 34), lo sviluppo della cultura e della ricerca, nonché la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico (Art. 9).

Ecco perché chiediamo per il Sud e per tutto il Paese semplicemente l’applicazione della Costituzione, senza se e senza ma ed il ritiro di ogni forma di Autonomia differenziata.

Secondo la nostra Costituzione, l’Italia è una Repubblica unita ed indivisibile i cui cittadini possono e devono accedere a tutti i diritti e sono obbligati ad adempiere a tutti i doveri. Ecco è a questa parità a cui aspiriamo; parità non formale, ma di sostanza, suffragata da politiche in grado di rendere concreti quelli che sono principi sacrosanti e inconfutabili.


Purtroppo con l’Autonomia differenziata si va verso la creazione di cittadinanze si serie A (al Nord) e di serie B ( al Sud) ecco perché è un progetto incostituzionale ed eversivo.

Unire le tante voci di resistenza democratica e antifascista sinergiche negli obbiettivi, nelle strategie e condivisione dei valori per modificare lo status quo, non in modo velleitario ma fornendo soluzioni percorribili, è un’esigenza e diventa una missione del nostro Partito.

Tracciamo CONCRETAMENTE solo tre proposte di “primo intervento”, che possono essere immediatamente operative e che devono rappresentare punti fermi per la nostra proposta dei prossimi mesi:
1) STOP immediato ad ogni ipotesi di Autonomia differenziata. Non perché siamo contrari al principio di autonomia, anzi, ma perché questo tipo di autonomia, che già nel nome “differenziata” contiene la fregatura, è eversiva. Definizione immediata dei costi standard per territorio e conseguente ripartizione.
2) Interventi pubblici in deroga al pareggio di bilancio, imposto dall’Europa, per far ripartire l’occupazione, arginare povertà ed emigrazione. Politiche di innovazione che guardino al Sud. Far ripartire il Paese intero usando il Sud come volano di investimenti partendo dal riequilibrio delle infrastrutture, non in chiave di contrasto col Nord del Paese ma di sinergia a vantaggio di tutti.
3) Nel Mezzogiorno vive il 34 % della popolazione a cui viene destinato il 25% circa di risorse, compresi i fondi europei che hanno smesso di essere aggiuntivi. Bisogna porre fine a questa situazione ripartendo dal principio di equità.

Abbiamo bisogno di un modello di economia rispettoso dell’ambiente ed alternativo all’attuale, fondato su di un uso collettivo della terra. Abbiamo bisogno di non consumare più e distruggere, ma preservare, valorizzare per far conoscere.
Ci vogliamo battere, insieme a tutti quelli che lo condividono, per riappropriarci di quella democrazia oggi spesso commissariata da governi e parlamentari eletti con leggi cervellotiche, da istituzioni finanziarie sovranazionali che poco hanno di democratico e che privano ogni giorno di più i cittadini di opportunità di sviluppo e di spazi di libertà, lasciando in luogo della democrazia partecipata solo vuoti simulacri.



Natale Cuccurese
[Dichiarazione di programma VII° Congresso Nazionale del Partito del Sud approvata all'unanimità- Napoli 30 Novembre 2019]






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