venerdì 1 novembre 2013

Dalla Campania a Balvano, il primo novembre della povera gente morta nella sciagura del treno 8017

di Gigi Di Fiore

Fonte: Il Mattino

La lunga fila di persone, spesso anziani, che arriva dalla Campania per portare un fiore nel cimitero di Balvano, in provincia di Potenza, si assottiglia ogni anno. Il primo novembre, giorno dedicato al culto dei morti, da Torre del Greco, Torre Annunziata, Castellammare, ma anche Cava e Nocera, si muovono i parenti, sempre di meno, delle vittime di uno dei più incredibili incidenti ferroviari della nostra storia.

Quasi 70 anni fa, era il 3 marzo del 1944. La pià grossa sciagura ferroviaria del nostro Paese, quella conosciuta con il numero del treno: 8017. Un convoglio merci, che collegava Napoli a Potenza, destinato a trasportare legname. Dopo Battipaglia, la linea non era elettrificata - e non lo sarebbe stato fino al 1994 - e fu necessario sostituire la locomotiva con due macchine a vapore. Un serpente lento, con 47 carri merce da 520 tonnellate.

A bordo, lungo il tragitto, saliva a forza tanta povera gente. Tutti campani delle province di Napoli e Salerno. Da Cava dei Tirreni, Castellammare, Torre del Greco, Torre Annunziata, Nocera inferiore i gruppi più numerosi. Si spostavano in cerca di mangiare, la guerra non era finita, a Cassino si combatteva ancora. Il cibo scarseggiava, la borsa nera era quasi la regola nei territori meridionali  liberati dal nazifascismo e gestiti dagli anglo-americani. Restavano il baratto e la ricerca di mangiare dove si trovava.

I passeggeri erano in gran parte clandestini: speravano di trovare prosciutti, zucchero, farina, pane, carne in Basilicata, in cambio di merci, come caffè o sigari, magari raccattate dagli americani, che portavano ben strette addosso. Ben 600 viaggiatori su quel treno, nonostante che a Eboli alcuni fossero stati costretti a scendere per alleggerire il carico arrivato. Sarebbe stato più difficile proseguire, con un peso arrivato a 600 tonnellate.

Tra le stazioni di Balvano e Bella-Muro Lucano, la sciagura. La pendenza era enorme. Nell'umida galleria delle Armi, le ruote cominciarono a slittare sui binari. A 800 metri dall'ingresso, con soli due vagoni rimasti fuori, il treno si bloccò. I macchinisti tentarono l'impossibile per rimetterlo in moto, ma il carico era proibitivo. Dai fumaioli delle due locomotive a vapore si sprigionò il veleno mortale: monossido di carbonio e acido carbonico, che avvolsero la galleria e i vagoni. La gente morì asfissiata, bloccata sui sedili. Solo una novantina furono i superstiti.

Il bilancio fu di 501 passeggeri, 8 militari e 7 ferrovieri morti. In tanti non furono riconosciuti dai parenti. Quei corpi, amara scena di tante sciagure, vennero allineati l'uno accanto all'altro in successione nella stazione di Balvano. Vennero sepolti in quattro fosse comuni. Quelle visitate ogni anno nella ricorrenza dei morti. Tra i sopravvissuti furono molti a impazzire.

In tanti hanno scritto di questa sciagura: giornalisti come Mario Restaino (autore di un bel libro sulla vicenda) o Antonio Manzo; studiosi come Gianluca Barneschi, Francesco D'Amato, Alessandro Perissinotto e Patrizia Reso. Come spesso avviene nel nostro Paese, la commissione parlamentare d'inchiesta di allora concluse che nessuno era responsabile dell'accaduto, si era trattato di "cause di forza maggiore".

"Nel fragore della guerra, quella tragedia silenziosa non ebbe nessuna eco e a nulla valse chiedere verità e giustizia", ha scritto Francesco D'Amato nel suo accorato libro "I dimenticati" pubblicato nel 2011. Vittime della fame, molti avevano indosso più cappotti: sarebbero serviti a nascondere il cibo barattato in Basilicata. Una tragedia, mai abbastanza raccontata. Molti morti non ebbero un nome. Anche questa, nel 1944, era la guerra non combattuta al Sud, con le sue migliaia di vittime. Soldati senza divisa. Civili, immersi in una tragedia che partorì tante altre tragedie. Come a Balvano.  

Fonte: Il Mattino


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di Gigi Di Fiore

Fonte: Il Mattino

La lunga fila di persone, spesso anziani, che arriva dalla Campania per portare un fiore nel cimitero di Balvano, in provincia di Potenza, si assottiglia ogni anno. Il primo novembre, giorno dedicato al culto dei morti, da Torre del Greco, Torre Annunziata, Castellammare, ma anche Cava e Nocera, si muovono i parenti, sempre di meno, delle vittime di uno dei più incredibili incidenti ferroviari della nostra storia.

Quasi 70 anni fa, era il 3 marzo del 1944. La pià grossa sciagura ferroviaria del nostro Paese, quella conosciuta con il numero del treno: 8017. Un convoglio merci, che collegava Napoli a Potenza, destinato a trasportare legname. Dopo Battipaglia, la linea non era elettrificata - e non lo sarebbe stato fino al 1994 - e fu necessario sostituire la locomotiva con due macchine a vapore. Un serpente lento, con 47 carri merce da 520 tonnellate.

A bordo, lungo il tragitto, saliva a forza tanta povera gente. Tutti campani delle province di Napoli e Salerno. Da Cava dei Tirreni, Castellammare, Torre del Greco, Torre Annunziata, Nocera inferiore i gruppi più numerosi. Si spostavano in cerca di mangiare, la guerra non era finita, a Cassino si combatteva ancora. Il cibo scarseggiava, la borsa nera era quasi la regola nei territori meridionali  liberati dal nazifascismo e gestiti dagli anglo-americani. Restavano il baratto e la ricerca di mangiare dove si trovava.

I passeggeri erano in gran parte clandestini: speravano di trovare prosciutti, zucchero, farina, pane, carne in Basilicata, in cambio di merci, come caffè o sigari, magari raccattate dagli americani, che portavano ben strette addosso. Ben 600 viaggiatori su quel treno, nonostante che a Eboli alcuni fossero stati costretti a scendere per alleggerire il carico arrivato. Sarebbe stato più difficile proseguire, con un peso arrivato a 600 tonnellate.

Tra le stazioni di Balvano e Bella-Muro Lucano, la sciagura. La pendenza era enorme. Nell'umida galleria delle Armi, le ruote cominciarono a slittare sui binari. A 800 metri dall'ingresso, con soli due vagoni rimasti fuori, il treno si bloccò. I macchinisti tentarono l'impossibile per rimetterlo in moto, ma il carico era proibitivo. Dai fumaioli delle due locomotive a vapore si sprigionò il veleno mortale: monossido di carbonio e acido carbonico, che avvolsero la galleria e i vagoni. La gente morì asfissiata, bloccata sui sedili. Solo una novantina furono i superstiti.

Il bilancio fu di 501 passeggeri, 8 militari e 7 ferrovieri morti. In tanti non furono riconosciuti dai parenti. Quei corpi, amara scena di tante sciagure, vennero allineati l'uno accanto all'altro in successione nella stazione di Balvano. Vennero sepolti in quattro fosse comuni. Quelle visitate ogni anno nella ricorrenza dei morti. Tra i sopravvissuti furono molti a impazzire.

In tanti hanno scritto di questa sciagura: giornalisti come Mario Restaino (autore di un bel libro sulla vicenda) o Antonio Manzo; studiosi come Gianluca Barneschi, Francesco D'Amato, Alessandro Perissinotto e Patrizia Reso. Come spesso avviene nel nostro Paese, la commissione parlamentare d'inchiesta di allora concluse che nessuno era responsabile dell'accaduto, si era trattato di "cause di forza maggiore".

"Nel fragore della guerra, quella tragedia silenziosa non ebbe nessuna eco e a nulla valse chiedere verità e giustizia", ha scritto Francesco D'Amato nel suo accorato libro "I dimenticati" pubblicato nel 2011. Vittime della fame, molti avevano indosso più cappotti: sarebbero serviti a nascondere il cibo barattato in Basilicata. Una tragedia, mai abbastanza raccontata. Molti morti non ebbero un nome. Anche questa, nel 1944, era la guerra non combattuta al Sud, con le sue migliaia di vittime. Soldati senza divisa. Civili, immersi in una tragedia che partorì tante altre tragedie. Come a Balvano.  

Fonte: Il Mattino


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