mercoledì 29 febbraio 2012

A Gaeta!



Ricevo da Massimo Cuofano e posto con condivisione:




http://www.youtube.com/watch?v=M74P5KXL31Q&list=UUy7bD0SJID9mIaGfWPDnVwA&index=1&feature=plcp

Quest'anno l'appuntamento a Gaeta è stato spostato ai prossimi 9, 10 e 11 marzo a causa del mal tempo. Quindi, seppure con un mese di ritardo, anche quest'anno ci ritroveremo nella città della nostra identità, nella fedelissima e bellissima Gaeta, simbolo indelebile della resistenza ai soprusi ed alle nefandezze, luogo di orgoglio, riscatto e speranza, città martire e rigorosa custode di un messaggio profondo affidatole dai nostri eroi. In particolare ricordiamo quei giovanissimi soldati della Nunziatella, che vollero morire per la Patria piuttosto che tradire. Onore ai Martiri delle Due Sicilie, che ancora ci invitano di recarci a Gaeta! A GAETA!

A Gaeta, il grido unanime
di quel manipolo di giovani,
appena ragazzi, animati
dall'amore alla loro terra,
al loro Re.

A Gaeta, forte nel cuore
l'antico ideale appreso,
più che nell'intelletto
è nel cuore impresso
il motto degli avi:
un solo Dio, uno è il Re!

A Gaeta, e non persero la via
che li portò al porto sicuro,
all'asilo felice dei loro sogni
di bravi soldati.

A Gaeta, dove un Re, Francesco,
lottava per la sua gente ferita,
umiliata e oppressa
dal giogo di uno straniero.

A Gaeta, sogno di una libertà,
dove valeva la pena
anche morire, certi che
oltre l'oblio del tempo,
la loro vita donata sarebbe stata
fiaccola ardente di verità.

A Gaeta, ancora oggi è il grido,
appena un manipolo anche noi,
ma forti e vivi nello stesso Ideale.

A Gaeta, perché quella fiaccola
non si spenga mai, e
possa accendere nell'animo
del nostro popolo, un desiderio forte,
un sogno da tempo represso,
l'ideale che da cuore a cuore
si tramanda e si attua:
il sogno della Libertà! Gaeta, 13 febbraio 2010 Massimo Cuofano

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Ricevo da Massimo Cuofano e posto con condivisione:




http://www.youtube.com/watch?v=M74P5KXL31Q&list=UUy7bD0SJID9mIaGfWPDnVwA&index=1&feature=plcp

Quest'anno l'appuntamento a Gaeta è stato spostato ai prossimi 9, 10 e 11 marzo a causa del mal tempo. Quindi, seppure con un mese di ritardo, anche quest'anno ci ritroveremo nella città della nostra identità, nella fedelissima e bellissima Gaeta, simbolo indelebile della resistenza ai soprusi ed alle nefandezze, luogo di orgoglio, riscatto e speranza, città martire e rigorosa custode di un messaggio profondo affidatole dai nostri eroi. In particolare ricordiamo quei giovanissimi soldati della Nunziatella, che vollero morire per la Patria piuttosto che tradire. Onore ai Martiri delle Due Sicilie, che ancora ci invitano di recarci a Gaeta! A GAETA!

A Gaeta, il grido unanime
di quel manipolo di giovani,
appena ragazzi, animati
dall'amore alla loro terra,
al loro Re.

A Gaeta, forte nel cuore
l'antico ideale appreso,
più che nell'intelletto
è nel cuore impresso
il motto degli avi:
un solo Dio, uno è il Re!

A Gaeta, e non persero la via
che li portò al porto sicuro,
all'asilo felice dei loro sogni
di bravi soldati.

A Gaeta, dove un Re, Francesco,
lottava per la sua gente ferita,
umiliata e oppressa
dal giogo di uno straniero.

A Gaeta, sogno di una libertà,
dove valeva la pena
anche morire, certi che
oltre l'oblio del tempo,
la loro vita donata sarebbe stata
fiaccola ardente di verità.

A Gaeta, ancora oggi è il grido,
appena un manipolo anche noi,
ma forti e vivi nello stesso Ideale.

A Gaeta, perché quella fiaccola
non si spenga mai, e
possa accendere nell'animo
del nostro popolo, un desiderio forte,
un sogno da tempo represso,
l'ideale che da cuore a cuore
si tramanda e si attua:
il sogno della Libertà! Gaeta, 13 febbraio 2010 Massimo Cuofano

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Le opere del Prof. Gennaro Pisco in mostra a Gaeta ( Hotel Serapo) Sabato 10 Marzo 2012 dalle ore 15,30 : " Unità senza Verità. Insorgenze visive".


" BRIGANTI a CAMPO di GIOVE "

Un artista irriverente

Verità storiche forse sgradite, imbarazzanti. Scomode ma ricche di problematiche attuali, soprattutto ora che si celebra il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Le rivela Gennaro Pisco con la parola e con il segno, per la sua capacità di rigoroso e sistematico ricercatore di storia meridionale e di colto artista. La parola scritta va di pari passo con l’immagine, in un rapporto nuziale, affabile. Non è solo la scrittura un inesauribile campo di analisi e di esperienze. Anche il segno si offre come elemento di conoscenza, perché efficace nel delineare descrittivamente, pur con variazioni e sottili incroci di elementi fantastici, i confini di un accadimento, di vicende individuali o collettive. Vicende riguardanti i Borbone che Pisco intende, almeno in parte, “riabilitare”, prendendo le distanze dalla denigratoria propaganda post-risorgimentale e dall’iconografia ufficiale.
Il ricercatore-artista napoletano più che avanzare ipotesi, ama ricostruire fatti realmente accaduti. Diventa irriverente nei confronti della maggior parte della storiografia protocollare, celebrativa, antiborbonica, nel segnalare episodi che si caratterizzano per aspetti umani, eroici, non privi di garbata ironia che sa di giocosa benevolenza.
Il lavoro di “revisione” che lo studioso napoletano conduce da una ventina d’anni tende a ricostruire e a raccontare cose su cui altri hanno taciuto, rivendicando l’autenticità di “pagine” di una storia diversa che, in ogni caso, occorrerebbe giudicare con rispetto. Pagine che si sostanziano, in questa occasione espositiva, soprattutto del segno che, come evidenza strutturale dell’immagine, dà certezza di figurazione, per sostenere una maggiore conoscenza dei fatti. Il segno, che nutre l’acquaforte e acquatinta, ma anche la xilografia, si fa recupero storico, individuando e mantenendo vivo il reale tessuto delle vicende passate, e evidenziando la coscienza di un impegno di ricerca storica, anche corale, che Pisco porta avanti con scrupolosità di attento studioso per un coerente senso di verità.
La lunga consuetudine con il segno, capace di determinare presenze di eccezionale nitidezza, consente all’artista una folgorante corrispondenza tra l’idea e il suo incarnarsi nell’immagine che assume una sua distinta fisionomia nel rappresentare una nuova proposta di civiltà e nell’affermare la cultura della libertà di ricerca che, in questo caso, fa luce su episodi sconosciuti del Risorgimento visti attraverso la “storia dei vinti”.

E al segno, come pratica d’arte mai decaduta a semplice esercizio estetico, viene affidato, per sua natura diretta, il compito di presa immediata sul dato di verità. Una sorta di riconoscimento critico può essere, quindi, attribuito al disegno che è fondamento di tutta l’esperienza estetica ed umana dell’autore. Per formazione e per vocazione. Infatti Gennaro Pisco (Napoli 1945) è docente, da molti anni, di arte della grafica pubblicitaria all’Istituto d’Arte “Adolfo Venturi” di Modena. Fondamentale la lezione di Nicola Gambedotti, dal quale ha appreso presso l’Istituto d’Arte “F. Palazzi” di Napoli la tecnica della xilografia; ma anche l’insegnamento della pittura di Armando De Stefano, docente di pittura all’Accademia di Belle Arti del capoluogo campano. Il suo debutto sulla scena espositiva nel 1986 avviene come xilografo, con la mostra “L’alchimia come rimorso. La scienza tradita” presso il Centro Studi Muratori di Modena. Seguono partecipazioni ad altre rassegne al Castello dei Pio di Carpi che privilegiano la xilografia.
Il disegno, come evidenza immediata di anatomia analitica, sarà sostanza delle 120 caricature che Pisco fa dei suoi colleghi, docenti all’Istituto Venturi, nella mostra “Se la memoria non m’inganna”, nel 2009, presso lo “Spazio Venturi” di Modena. L’attuale esposizione, costituita da incisioni, presso il Centro Museale “Casa Quaranta”, (sec. XIV), al Campo di Giove (L’Aquila) legittima ancora una volta il valore autonomo dell’esperienza disegnativa.
Con la mostra a Campo di Giove l’artista pare interrogare i luoghi, i personaggi ai quali conferisce possibilità narrative in un segno forte nel risultato, nelle luci, nel racconto realista e fantasioso, proprio di un disegnatore puntiglioso, caldo interprete di tematiche imbarazzanti su cui molti hanno preferito e preferiscono tacere. E l’opera punta a restare testimonianza in modo definitivo di un tempo “oscuro” in cui il segno di Pisco riesce ad aprire porte di comunicazione e di illuminazione, per accedere ai segreti più reconditi.
Si delinea un percorso entro varie problematiche storiche che una mostra non può esaurire. Per questo l’artista concepisce il suo lavoro come “work in progress”. Nel senso che alle opere presentate in questa esposizione si aggiungeranno, nel tempo e nelle prossime rassegne, altre incisioni di vigile controllo mentale per una più efficace adesione ad un realtà viva, passata per molti decenni, deliberatamente, sotto silenzio. Anche il linguaggio grafico, come la ricerca “trasgressiva” del cultore di storia, passa attraverso un processo di rottura della sfera convenzionale, rinunciando alla rigidità di rappresentazione e sostenendo un criterio di selezione dell’immagine per un rilevamento dentro una rete ampia di punti di osservazione, di rapporti, di vita pulsante, di nuovi orizzonti. In questo Pisco riconosce la propria vera identità di artista, un’arte come desiderio e speranza di verità.

Michele Fuoco


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" BRIGANTI a CAMPO di GIOVE "

Un artista irriverente

Verità storiche forse sgradite, imbarazzanti. Scomode ma ricche di problematiche attuali, soprattutto ora che si celebra il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Le rivela Gennaro Pisco con la parola e con il segno, per la sua capacità di rigoroso e sistematico ricercatore di storia meridionale e di colto artista. La parola scritta va di pari passo con l’immagine, in un rapporto nuziale, affabile. Non è solo la scrittura un inesauribile campo di analisi e di esperienze. Anche il segno si offre come elemento di conoscenza, perché efficace nel delineare descrittivamente, pur con variazioni e sottili incroci di elementi fantastici, i confini di un accadimento, di vicende individuali o collettive. Vicende riguardanti i Borbone che Pisco intende, almeno in parte, “riabilitare”, prendendo le distanze dalla denigratoria propaganda post-risorgimentale e dall’iconografia ufficiale.
Il ricercatore-artista napoletano più che avanzare ipotesi, ama ricostruire fatti realmente accaduti. Diventa irriverente nei confronti della maggior parte della storiografia protocollare, celebrativa, antiborbonica, nel segnalare episodi che si caratterizzano per aspetti umani, eroici, non privi di garbata ironia che sa di giocosa benevolenza.
Il lavoro di “revisione” che lo studioso napoletano conduce da una ventina d’anni tende a ricostruire e a raccontare cose su cui altri hanno taciuto, rivendicando l’autenticità di “pagine” di una storia diversa che, in ogni caso, occorrerebbe giudicare con rispetto. Pagine che si sostanziano, in questa occasione espositiva, soprattutto del segno che, come evidenza strutturale dell’immagine, dà certezza di figurazione, per sostenere una maggiore conoscenza dei fatti. Il segno, che nutre l’acquaforte e acquatinta, ma anche la xilografia, si fa recupero storico, individuando e mantenendo vivo il reale tessuto delle vicende passate, e evidenziando la coscienza di un impegno di ricerca storica, anche corale, che Pisco porta avanti con scrupolosità di attento studioso per un coerente senso di verità.
La lunga consuetudine con il segno, capace di determinare presenze di eccezionale nitidezza, consente all’artista una folgorante corrispondenza tra l’idea e il suo incarnarsi nell’immagine che assume una sua distinta fisionomia nel rappresentare una nuova proposta di civiltà e nell’affermare la cultura della libertà di ricerca che, in questo caso, fa luce su episodi sconosciuti del Risorgimento visti attraverso la “storia dei vinti”.

E al segno, come pratica d’arte mai decaduta a semplice esercizio estetico, viene affidato, per sua natura diretta, il compito di presa immediata sul dato di verità. Una sorta di riconoscimento critico può essere, quindi, attribuito al disegno che è fondamento di tutta l’esperienza estetica ed umana dell’autore. Per formazione e per vocazione. Infatti Gennaro Pisco (Napoli 1945) è docente, da molti anni, di arte della grafica pubblicitaria all’Istituto d’Arte “Adolfo Venturi” di Modena. Fondamentale la lezione di Nicola Gambedotti, dal quale ha appreso presso l’Istituto d’Arte “F. Palazzi” di Napoli la tecnica della xilografia; ma anche l’insegnamento della pittura di Armando De Stefano, docente di pittura all’Accademia di Belle Arti del capoluogo campano. Il suo debutto sulla scena espositiva nel 1986 avviene come xilografo, con la mostra “L’alchimia come rimorso. La scienza tradita” presso il Centro Studi Muratori di Modena. Seguono partecipazioni ad altre rassegne al Castello dei Pio di Carpi che privilegiano la xilografia.
Il disegno, come evidenza immediata di anatomia analitica, sarà sostanza delle 120 caricature che Pisco fa dei suoi colleghi, docenti all’Istituto Venturi, nella mostra “Se la memoria non m’inganna”, nel 2009, presso lo “Spazio Venturi” di Modena. L’attuale esposizione, costituita da incisioni, presso il Centro Museale “Casa Quaranta”, (sec. XIV), al Campo di Giove (L’Aquila) legittima ancora una volta il valore autonomo dell’esperienza disegnativa.
Con la mostra a Campo di Giove l’artista pare interrogare i luoghi, i personaggi ai quali conferisce possibilità narrative in un segno forte nel risultato, nelle luci, nel racconto realista e fantasioso, proprio di un disegnatore puntiglioso, caldo interprete di tematiche imbarazzanti su cui molti hanno preferito e preferiscono tacere. E l’opera punta a restare testimonianza in modo definitivo di un tempo “oscuro” in cui il segno di Pisco riesce ad aprire porte di comunicazione e di illuminazione, per accedere ai segreti più reconditi.
Si delinea un percorso entro varie problematiche storiche che una mostra non può esaurire. Per questo l’artista concepisce il suo lavoro come “work in progress”. Nel senso che alle opere presentate in questa esposizione si aggiungeranno, nel tempo e nelle prossime rassegne, altre incisioni di vigile controllo mentale per una più efficace adesione ad un realtà viva, passata per molti decenni, deliberatamente, sotto silenzio. Anche il linguaggio grafico, come la ricerca “trasgressiva” del cultore di storia, passa attraverso un processo di rottura della sfera convenzionale, rinunciando alla rigidità di rappresentazione e sostenendo un criterio di selezione dell’immagine per un rilevamento dentro una rete ampia di punti di osservazione, di rapporti, di vita pulsante, di nuovi orizzonti. In questo Pisco riconosce la propria vera identità di artista, un’arte come desiderio e speranza di verità.

Michele Fuoco


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Belìce la storia capovolta - Il Sud



http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=8TGMIeSFvaI#!

http://www.sudmagazine.it | http://ow.ly/3EJcq leggi l'inchiesta
400 morti, 1.000 feriti, circa 98.000 senzatetto. Sono i numeri del sisma del Belìce, che nel gennaio del 1968 colpì una vasta area della Sicilia compresa tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo.
Un'inchiesta sul Belìce 42 anni dopo, sulle cause del degrado e di una ricostruzione mai completata.
Di Giulio Ambrosetti.
Riprese di Cristiano Baio e Davide Vallone
Montaggio di Davide Vallone

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http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=8TGMIeSFvaI#!

http://www.sudmagazine.it | http://ow.ly/3EJcq leggi l'inchiesta
400 morti, 1.000 feriti, circa 98.000 senzatetto. Sono i numeri del sisma del Belìce, che nel gennaio del 1968 colpì una vasta area della Sicilia compresa tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo.
Un'inchiesta sul Belìce 42 anni dopo, sulle cause del degrado e di una ricostruzione mai completata.
Di Giulio Ambrosetti.
Riprese di Cristiano Baio e Davide Vallone
Montaggio di Davide Vallone

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Atene non è al sicuro. Ed è vero che l’Italia non è la Grecia?



Di Nicola Sessa

Angela Merkel lo ha detto senza nascondersi dietro il suo ruolo di Cancelliere della Repubblica federale: “Il fallimento della Grecia comporterebbe un rischio incalcolabile” e anche il secondo pacchetto di aiuti da 130 miliardi – approvato nel tardo pomeriggio dal Bundestag – “non assicura al 100 per cento” di centrare il salvataggio del paese sull’orlo del default.

Loretta Napoleoni, economista e giornalista, ci ragguaglia sugli ultimi sviluppi con uno sguardo al passato e uno al futuro.

Tutti contenti per i 130 miliardi messi a disposizione di Atene. Siamo al sicuro? Basterà alla Grecia per risvegliarsi dall’incubo che sta vivendo?

Il pacchetto non basta. La Grecia nel 2013 avrà sicuramente bisogno di altri aiuti e questo perché la politica di austerità che le è stata imposta riduce il tasso di crescita. Secondo alcune stime questa nuova ondata di riforme di austerità dovrebbero far contrarre il Pil greco di un altro 5 per cento. Ciò significa che l’anno prossimo Atene avrà un rapporto debito-Pil superiore a quello di oggi. Un paese per poter pagare il debito deve poter crescere a un tasso superiore a quello degli interessi del debito stesso. Non c’è ragione di essere ottimisti, anzi bisognerebbe essere molto pessimisti.

Non solo in Grecia, ma in tutta l’area euro l’economia rallenta (per non dire che è ferma). E ciò nonostante il mare di liquidità immesso dalla Bce e che ancora immetterà mercoledì 1 marzo. Cosa sta succedendo?

La politica della Bce, il Ltro (Long term refinancing operation), in realtà immette liquidità nel sistema bancario ma non nell’economia. Ciò vuol dire che questi soldi che vengono stampati non filtrano attraverso le banche nell’economia. Le banche stanno ricostituendo i propri bilanci, si stanno proteggendo dalle nuove normative di Basilea-3 che richiedono una più alta percentuale di depositi. Sembra quasi che queste iniziative siano dirette a proteggere le banche e non gli stati. Questo è quanto vogliono anche Merkel e Sarkozy. Se si isolano le banche dal rischio Grecia, l’anno prossimo quando Atene chiederà ancora aiuti le si potrà dire “Basta così” e lasciarla al proprio destino (in bancarotta) senza avere alcun impatto sul sistema bancario dell’Europa centrale.

In effetti Moody’s aveva criticato il coinvolgimento dei privati e il fatto che le banche dovessero rinunciare a una parte consistente dei propri crediti. La conseguenza sarebbe stata una fuga degli investitori dai paesi a rischio (Italia, Portogallo, Spagna, Iralnda). C’è ancora questo pericolo?

Moody’s ha declassato ancora il rating della Grecia: manca un solo gradino alla D di defautl. Moody’s non si fida e neanche il mercato ha dato una risposta positiva. C’è un po’ di stanchezza. Tutti i summit e gli incontri producono risultati scarsi: l’impressione è che si voglia guadagnare solo tempo, e appare sempre più chiaro che non c’è una strategia a lungo termine. L’obiettivo è quello di ridurre l’esposizione delle banche nelle regioni periferiche. A quel punto, quando le banche saranno salve, se l’anno prossimo se permarrà questa situazione – o addirittura peggiorerà – l’Europa centrale lascerà al proprio destino i paesi deficitari.

Si ripete continuamente il mantra: “L’Italia non è la Grecia”. Sicuramente non lo è dal punto di vista del debito e del potenziale produttivo, ma lei scrive nel suo libro Il Contagio (edito da Rizzoli) che anche l’Italia ha fatto ricorso a qualche artifizio finanziario e a un “falso in bilancio” per entrare nel club dell’euro. Proprio come la Grecia.

Certamente, il debito è molto più alto di quanto dichiarato e di conseguenza anche il rapporto Pil debito no corrisponde al vero. In realtà nessuno può sapere a quanto ammonta il debito se non i ministri del Tesoro che si sono succeduti negli ultimi anni.

Come è possibile che nessuno in parlamento si premuri di proporre un’interrogazione? Perché ci si preoccupa di conoscere il reddito del ministro Severino e non l’entità del debito, le notazioni nello swap book e l’ammontare dei currency swap?

Non lo fanno perché non vogliono farlo: è una situazione in cui se lo fanno ammettono di aver sbagliato. E’ tutto l’arco parlamentare coinvolto in questa storia. Siamo entrati nell’euro con Prodi e il Pd e queste attività sono state poi perseguite anche da Berlusconi. Proporre adesso un’interrogazione vuol dire proporla contro loro stessi.

Fonte:Eilmensile.it

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Di Nicola Sessa

Angela Merkel lo ha detto senza nascondersi dietro il suo ruolo di Cancelliere della Repubblica federale: “Il fallimento della Grecia comporterebbe un rischio incalcolabile” e anche il secondo pacchetto di aiuti da 130 miliardi – approvato nel tardo pomeriggio dal Bundestag – “non assicura al 100 per cento” di centrare il salvataggio del paese sull’orlo del default.

Loretta Napoleoni, economista e giornalista, ci ragguaglia sugli ultimi sviluppi con uno sguardo al passato e uno al futuro.

Tutti contenti per i 130 miliardi messi a disposizione di Atene. Siamo al sicuro? Basterà alla Grecia per risvegliarsi dall’incubo che sta vivendo?

Il pacchetto non basta. La Grecia nel 2013 avrà sicuramente bisogno di altri aiuti e questo perché la politica di austerità che le è stata imposta riduce il tasso di crescita. Secondo alcune stime questa nuova ondata di riforme di austerità dovrebbero far contrarre il Pil greco di un altro 5 per cento. Ciò significa che l’anno prossimo Atene avrà un rapporto debito-Pil superiore a quello di oggi. Un paese per poter pagare il debito deve poter crescere a un tasso superiore a quello degli interessi del debito stesso. Non c’è ragione di essere ottimisti, anzi bisognerebbe essere molto pessimisti.

Non solo in Grecia, ma in tutta l’area euro l’economia rallenta (per non dire che è ferma). E ciò nonostante il mare di liquidità immesso dalla Bce e che ancora immetterà mercoledì 1 marzo. Cosa sta succedendo?

La politica della Bce, il Ltro (Long term refinancing operation), in realtà immette liquidità nel sistema bancario ma non nell’economia. Ciò vuol dire che questi soldi che vengono stampati non filtrano attraverso le banche nell’economia. Le banche stanno ricostituendo i propri bilanci, si stanno proteggendo dalle nuove normative di Basilea-3 che richiedono una più alta percentuale di depositi. Sembra quasi che queste iniziative siano dirette a proteggere le banche e non gli stati. Questo è quanto vogliono anche Merkel e Sarkozy. Se si isolano le banche dal rischio Grecia, l’anno prossimo quando Atene chiederà ancora aiuti le si potrà dire “Basta così” e lasciarla al proprio destino (in bancarotta) senza avere alcun impatto sul sistema bancario dell’Europa centrale.

In effetti Moody’s aveva criticato il coinvolgimento dei privati e il fatto che le banche dovessero rinunciare a una parte consistente dei propri crediti. La conseguenza sarebbe stata una fuga degli investitori dai paesi a rischio (Italia, Portogallo, Spagna, Iralnda). C’è ancora questo pericolo?

Moody’s ha declassato ancora il rating della Grecia: manca un solo gradino alla D di defautl. Moody’s non si fida e neanche il mercato ha dato una risposta positiva. C’è un po’ di stanchezza. Tutti i summit e gli incontri producono risultati scarsi: l’impressione è che si voglia guadagnare solo tempo, e appare sempre più chiaro che non c’è una strategia a lungo termine. L’obiettivo è quello di ridurre l’esposizione delle banche nelle regioni periferiche. A quel punto, quando le banche saranno salve, se l’anno prossimo se permarrà questa situazione – o addirittura peggiorerà – l’Europa centrale lascerà al proprio destino i paesi deficitari.

Si ripete continuamente il mantra: “L’Italia non è la Grecia”. Sicuramente non lo è dal punto di vista del debito e del potenziale produttivo, ma lei scrive nel suo libro Il Contagio (edito da Rizzoli) che anche l’Italia ha fatto ricorso a qualche artifizio finanziario e a un “falso in bilancio” per entrare nel club dell’euro. Proprio come la Grecia.

Certamente, il debito è molto più alto di quanto dichiarato e di conseguenza anche il rapporto Pil debito no corrisponde al vero. In realtà nessuno può sapere a quanto ammonta il debito se non i ministri del Tesoro che si sono succeduti negli ultimi anni.

Come è possibile che nessuno in parlamento si premuri di proporre un’interrogazione? Perché ci si preoccupa di conoscere il reddito del ministro Severino e non l’entità del debito, le notazioni nello swap book e l’ammontare dei currency swap?

Non lo fanno perché non vogliono farlo: è una situazione in cui se lo fanno ammettono di aver sbagliato. E’ tutto l’arco parlamentare coinvolto in questa storia. Siamo entrati nell’euro con Prodi e il Pd e queste attività sono state poi perseguite anche da Berlusconi. Proporre adesso un’interrogazione vuol dire proporla contro loro stessi.

Fonte:Eilmensile.it

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REGNO UNITO vs REGNO DELLE DUE SICILIE - Unità d'Italia made in London


http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=nZersj4_g5c#!

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La nostra storia. L’isolamento della Corte di Napoli in un volume di Eugenio Di Rienzo: «Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee»

di Nico Perrone

Non è mai detto che una debellatio istituzionale o politica debba ritenersi senz’appello. Il partito zarista, in Russia, esiste e conta ancora: si allea, organizza manifestazioni, fa parte del cartello delle opposizioni. In Italia, fascisti e monarchici, battuti, hanno i loro partiti e movimenti: i primi, senza preoccuparsi dei divieti legislativi proseguono riti della memoria e si riconoscono nei simboli d’una volta. Insomma non hanno rinunciato, perché sanno che nella politica c’è ancora spazio, e non si può dire neppure che una loro nuova stagione per loro non possa venire.

Con i Borbone invece, la partita sembra proprio chiusa: sconfitti senza neppure una guerra vera e propria. Il Movimento neo-borbonico è un’associazione culturale, che si riunisce per lo più a Gaeta, gente di fede, colta, simpatica. Loro fanno manifestazioni per i soci, festeggiano le ricorrenze del Regno delle Due Sicilie, aprono le riunioni ascoltando in piedi l’inno borbonico musicato da Giovanni Paisiello (1740-1816): davvero più coinvolgente e suggestivo di tanti altri. Ma il clima che si respira in quei raduni è quello di chi sa che un futuro non c’è.

Che avessero dei meriti, i Borbone, nel secolo e mezzo post-unitario non lo si è voluto riconoscere. Ma quel modo assolutamente negativo di guardare verso il loro governo è stato consolidato dalle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità nazionale.

E invece, a parte la prima ferrovia della penisola italiana, la Napoli-Portici (1839), ridicolizzata per i suoi soli sette chilometri di lunghezza, non si era voluto invece mai ricordare che essa rappresentò solo l’inizio di un piano portato avanti rapidamente in altre regioni del regno borbonico. Ma anche il primo grande impianto di spettacolo del mondo intero, il Real Teatro di San Carlo (1737) venne quando il Teatro alla Scala di Milano era ancora lontano, perché arrivò solo nel 1778. Anche altre innovazioni importanti le hanno portate loro. I Borbone hanno preso importanti iniziative di scavi archeologici, nel settore produttivo hanno promosso la lavorazione del ferro e quella connessa delle armi. I grandi impianti, a fini non solo militari, della Real Ferriera di Mongiana (1768) e le fabbriche collegate, furono iniziative borboniche. Nel campo sociale, fondarono la Real Colonia (o Real Sito) di San Leucio (1750), ove si realizzarono anche alcune utopie illuministe e si dette sostanza a certe teorie avanzate di Gaetano Filangieri (1753-1788), come le case per i lavoratori munite di acqua e gabinetto, mentre si dava istruzione tecnica ai giovani per avviarli ai mestieri.

Era dunque superiore a tutti gli altri della penisola il Regno di Napoli? I Borbone ebbero un’ossessione repressiva che si rivelò rovinosa. Era venuta come reazione alla rivoluzione del 1799. Fermò il progresso, mediante una repressione scellerata che in un anno condannò a morte l’intera intelligencija napoletana e isolò la dinastia borbonica dall’Europa. Anche perché mancò ai sovrani di Napoli la capacità di trasmettere, mediante forti relazioni diplomatiche, una buona immagine del regno, e manco loro anche un adeguato potere negoziale internazionale. Quel regno fu perciò indicato come uno scandalo dagli altri Stati d’Europa, per la sua chiusura alle riforme politiche e sociali, per l’arretratezza e la crudeltà del suo sistema giudiziario e repressivo.

Altri Stati della penisola italiana non ebbero neppure una parte di quello che di positivo seppero realizzare a Napoli i Borbone. Avrebbe dovuto essere un elemento di forza per loro, ma fu neutralizzato dal loro isolamento internazionale. C’era una lacuna vistosa, che si rivelerà decisiva nella sconfitta. L’incapacità di tessere una politica estera, la mancanza di una diplomazia autorevole; l’errore di non avere saputo avere per tempo al suo fianco Francia e Regno Unito.

I’impostazione era quella del re Ferdinando II (1810-1859). il quale aveva dichiarato di voler essere «amico di tutti e nemico di nessuno» (1858), impostando così una politica estera che si sarebbe rivelata rovinosa nel momento della crisi. Sono ben documentate e acute le pagine del volume Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee. 1830-1861 di Eugenio Di Rienzo (Rubbettino ed., pp. 230. euro 14), dedicato alla politica estera: e sono proprio quelle che dimostrano l’esiziale debolezza di quello stato. A questo vennero ad aggiungersi la defezione e il tradimento, secondo quanto affermò il comandante della spedizione navale del Regno di Sardegna nelle acque delle Due Sicilie, Carlo Pellion di Persano (1806-1883). Giustamente lo sottolinea Eugenio Di Rienzo, in questo suo libro acuto e documentato.

La Gazzetta del Mezzogiorno

Fonte articolo on line: http://www.nuovarivistastorica.it/?p=3484

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http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=nZersj4_g5c#!

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La nostra storia. L’isolamento della Corte di Napoli in un volume di Eugenio Di Rienzo: «Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee»

di Nico Perrone

Non è mai detto che una debellatio istituzionale o politica debba ritenersi senz’appello. Il partito zarista, in Russia, esiste e conta ancora: si allea, organizza manifestazioni, fa parte del cartello delle opposizioni. In Italia, fascisti e monarchici, battuti, hanno i loro partiti e movimenti: i primi, senza preoccuparsi dei divieti legislativi proseguono riti della memoria e si riconoscono nei simboli d’una volta. Insomma non hanno rinunciato, perché sanno che nella politica c’è ancora spazio, e non si può dire neppure che una loro nuova stagione per loro non possa venire.

Con i Borbone invece, la partita sembra proprio chiusa: sconfitti senza neppure una guerra vera e propria. Il Movimento neo-borbonico è un’associazione culturale, che si riunisce per lo più a Gaeta, gente di fede, colta, simpatica. Loro fanno manifestazioni per i soci, festeggiano le ricorrenze del Regno delle Due Sicilie, aprono le riunioni ascoltando in piedi l’inno borbonico musicato da Giovanni Paisiello (1740-1816): davvero più coinvolgente e suggestivo di tanti altri. Ma il clima che si respira in quei raduni è quello di chi sa che un futuro non c’è.

Che avessero dei meriti, i Borbone, nel secolo e mezzo post-unitario non lo si è voluto riconoscere. Ma quel modo assolutamente negativo di guardare verso il loro governo è stato consolidato dalle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità nazionale.

E invece, a parte la prima ferrovia della penisola italiana, la Napoli-Portici (1839), ridicolizzata per i suoi soli sette chilometri di lunghezza, non si era voluto invece mai ricordare che essa rappresentò solo l’inizio di un piano portato avanti rapidamente in altre regioni del regno borbonico. Ma anche il primo grande impianto di spettacolo del mondo intero, il Real Teatro di San Carlo (1737) venne quando il Teatro alla Scala di Milano era ancora lontano, perché arrivò solo nel 1778. Anche altre innovazioni importanti le hanno portate loro. I Borbone hanno preso importanti iniziative di scavi archeologici, nel settore produttivo hanno promosso la lavorazione del ferro e quella connessa delle armi. I grandi impianti, a fini non solo militari, della Real Ferriera di Mongiana (1768) e le fabbriche collegate, furono iniziative borboniche. Nel campo sociale, fondarono la Real Colonia (o Real Sito) di San Leucio (1750), ove si realizzarono anche alcune utopie illuministe e si dette sostanza a certe teorie avanzate di Gaetano Filangieri (1753-1788), come le case per i lavoratori munite di acqua e gabinetto, mentre si dava istruzione tecnica ai giovani per avviarli ai mestieri.

Era dunque superiore a tutti gli altri della penisola il Regno di Napoli? I Borbone ebbero un’ossessione repressiva che si rivelò rovinosa. Era venuta come reazione alla rivoluzione del 1799. Fermò il progresso, mediante una repressione scellerata che in un anno condannò a morte l’intera intelligencija napoletana e isolò la dinastia borbonica dall’Europa. Anche perché mancò ai sovrani di Napoli la capacità di trasmettere, mediante forti relazioni diplomatiche, una buona immagine del regno, e manco loro anche un adeguato potere negoziale internazionale. Quel regno fu perciò indicato come uno scandalo dagli altri Stati d’Europa, per la sua chiusura alle riforme politiche e sociali, per l’arretratezza e la crudeltà del suo sistema giudiziario e repressivo.

Altri Stati della penisola italiana non ebbero neppure una parte di quello che di positivo seppero realizzare a Napoli i Borbone. Avrebbe dovuto essere un elemento di forza per loro, ma fu neutralizzato dal loro isolamento internazionale. C’era una lacuna vistosa, che si rivelerà decisiva nella sconfitta. L’incapacità di tessere una politica estera, la mancanza di una diplomazia autorevole; l’errore di non avere saputo avere per tempo al suo fianco Francia e Regno Unito.

I’impostazione era quella del re Ferdinando II (1810-1859). il quale aveva dichiarato di voler essere «amico di tutti e nemico di nessuno» (1858), impostando così una politica estera che si sarebbe rivelata rovinosa nel momento della crisi. Sono ben documentate e acute le pagine del volume Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee. 1830-1861 di Eugenio Di Rienzo (Rubbettino ed., pp. 230. euro 14), dedicato alla politica estera: e sono proprio quelle che dimostrano l’esiziale debolezza di quello stato. A questo vennero ad aggiungersi la defezione e il tradimento, secondo quanto affermò il comandante della spedizione navale del Regno di Sardegna nelle acque delle Due Sicilie, Carlo Pellion di Persano (1806-1883). Giustamente lo sottolinea Eugenio Di Rienzo, in questo suo libro acuto e documentato.

La Gazzetta del Mezzogiorno

Fonte articolo on line: http://www.nuovarivistastorica.it/?p=3484

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martedì 28 febbraio 2012

Santa Caterina Villarmosa. Il Sindaco ricorda le vittime dei fasci siciliani



http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ygwCV6epvAQ#!

Il 5 grennaio del 1894, governando Crispi la cosa pubblica italiana, i contadini dei fasci siciliani furono massacrati dai soldati dell'esercito sabaudo, agli ordini del primo ministro siciliano. Ribera, paese natio dell'ex garibaldino traditore della idea repubblicana, gli ha dedicato anche una statua. Un giorno sarà abbattuta, ne siamo sicuri.


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http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ygwCV6epvAQ#!

Il 5 grennaio del 1894, governando Crispi la cosa pubblica italiana, i contadini dei fasci siciliani furono massacrati dai soldati dell'esercito sabaudo, agli ordini del primo ministro siciliano. Ribera, paese natio dell'ex garibaldino traditore della idea repubblicana, gli ha dedicato anche una statua. Un giorno sarà abbattuta, ne siamo sicuri.


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"Alla ricerca di una nuova economia “a misura d’uomo” - Silvio Gesell" di G. Cutolo- 1 parte


1. Alla ricerca di una nuova economia “a misura d’uomo” - SILVIO GESELL

di Giovanni Cutolo

Silvio Gesell nasce nel 1862 a St. Vith bei Eupen/Malmedy, località appartenente all’epoca alla Germania mentre oggi è parte del Belgio e muore nel 1930 a Eden-Oranienburg in un insediamento abitativo consorziato alla riforma agraria. Nel 1891 pubblicò a Buenos Aires “La riforma del sistema monetario come ponte verso lo stato sociale”. Questo primo opuscolo segna l’inizio di un opera piu’ ampia durata per l’intera sua vita, tutta tesa e spesa a indagare le cause della questione sociale e a ricercare le strade per risolverla. Nel 1916 pubblica a proprie spese “L’ordine economico naturale”, la sua opera maggiore. Nel 1897 emigra in Argentina dove si arricchisce e dove, soprattutto durante la crisi economica e finanziaria di quel paese, vive le esperienze pratiche che lo condussero a formulare la sua visione nuova e originale dell’organizzazione dell’economia e della finanza. In contrapposizione a quanto proposto dal marxismo, Gesell matura la convinzione che lo sfruttamento del lavoro umano affondi le sue radici non già nella proprietà privata dei mezzi di produzione, bensì negli errori strutturali del sistema monetario. Come Aristotele egli individua il ruolo contraddittorio e duplice del denaro: mezzo di scambio al servizio del mercato, ma anche strumento al servizio del potere nella sua lotta per il dominio del mercato.

Gesell capisce la grande importanza del fatto che il denaro può essere temporaneamente tolto dal mercato per ragioni speculative e che è tesaurizzabile a costo zero e con un vantaggio aggiuntivo costituito dagli interessi che il suo deposito procura. La forza lavoro invece non è tesaurizzabile cos¡ come non lo sono la maggior parte dei beni, che spesso sono deperibili e costosi da conservare, e dei servizi. Inoltre il denaro ha il vantaggio di essere molto più mobile delle merci e dei servizi. Esso è facilmente stoccabile, è conservabile e si può trasportare o trasferire con estrema facilità. Diversamente dalla maggior parte delle merci non si deteriora, non ha data di scadenza e non è soggetto alle mode. Come il jolly nel gioco delle carte il denaro può essere utilizzato in ogni luogo e in ogni momento. Queste caratteristiche consentono numerosi privilegi ai possessori di grandi quantità di denaro, ai grandi finanzieri, alle banche. Costoro accumulano un potere enorme, tale da esercitare un ricatto costante sull’economia mediante la minaccia di una improvvisa immobilizzazione speculativa o di investimenti finanziari imprevedibili e improvvisi. Manovre queste che possono interrompere il flusso naturale degli acquisti e delle vendite. Possono alterare l’equilibrio tra i risparmi e gli investimenti. Possono consentiré di esigere dai produttori, ma anche dai consumatori, un interesse. Ancora oggi, ed è proprio quello a cui stiamo assistendo, un numero assai ristretto di finanzieri può impunemente condizionare i mercati tesaurizando enorme Somme di denaro e manovrando per ridurre la regolare immissione di denaro nel circolo economico reale.

Il potere anomalo del denaro si manifesta nella pretesa di ricevere degli interessi quale “giusta” contropartita alla rinuncia alla tesaurizzazione. Il finanziere si impegna a non togliere liquidità al mercato, ma pretende in cambio una remunerazione in forma di interessi sulle somme non sottratte alla libera circolazione. La redditività riceve cos¡ la precedenza sulla economicità. La produzione viene orientata più dalle convenienze del denaro che dalle esigenze delle persone. Secondo Gesell, il denaro legato all’interesse e perciò stesso non neutro, provoca una ripartizione del reddito ingiusta, per non essere collegata alla effettiva capacità produttiva. Una ripartizione che a sua volta conduce a una concentrazione di capitale monetario e reale e con ciò a una monopolizzazione dell’economia. Dato che i possessori di denaro decidono della mobilità o dell’immobilità dello stesso, il denaro non può più circolare “naturalmente” attraverso l’organismo sociale, così come circola il sangue nel corpo umano. In queste condizioni il controllo sociale della circolazione del denaro e una giusta dosatura del denaro diventano impossibili. Le variazioni deflazionistiche e inflazionistiche del livello generale dei prezzi sono inevitabili. E se, nel saliscendi delle congiunture, grandi somme di denaro vengono immobilizzate e sottratte al mercato magari a causa di una temporanea caduta degli interessi, ne deriveranno il ristagno delle vendite e la disoccupazione. Che probabilmente dureranno fino a quando gli investimenti non ritorneranno a essere redditizi per il capitalista tesaurizzatore.
Come strada per togliere al denaro questo suo potere perverso, Gesell non pensò a un ritorno al divieto canonico degli interessi della scolastica medievale, ma immaginò piuttosto un cambiamento istituzionale della moneta. Immaginò che tenere in cassa il denaro potesse comportare dei costi, in maniera da neutralizzare i vantaggi della tesaurizzazione. Gesell riteneva che se si fosse applicata al denaro una tassa ogniqualvolta esso fosse sottratto al mercato e pertanto alla sua precipua funzione di strumento di scambio, esso avrebbe perduto il suo potere, ritornando a riempire solo la sua funzione di servizio, di mezzo di scambio. Non appena la sua circolazione non fosse piu’ disturbata da manovre speculative, diventerebbe possibile adeguare via via la quantità del denaro in circolazione al volume dei beni. Il potere d’acquisto della valuta diventerebbe in tal modo stabile nel tempo, esattamente come la sua quantità e il suo peso.

Già nei suoi primi scritti Gesell parla di “banconote che si arrugginiscono” come mezzo per pervenire a una “organica riforma del denaro”. Attraverso di essa il denaro, che fino ad allora era un ”corpo morto estraneo” sia nell’organismo sociale che nell’intera natura, si sarebbe integrato nell’eterno morire e divenire di ogni vita. Sarebbe divenuto deperibile come ogni altra cosa in questo mondo e avrebbe perso la sua perversa caratteristica di moltiplicarsi all’infinito, cumulando l’interesse all’interesse dell’interesse. Una tale riforma del denaro consentirebbe una completa terapia di regolazione, capace di evitare gli arresti e i blocchi nel flusso del denaro, garantendo all’organismo sociale malato un aiuto per la sua progressiva autoguarigione dai diversi sintomi di crisi congiunturale e strutturale, così da stabilizzarsi nel suo equilibrio, ritornando a inserirsi armoniosamente nell’ordine generale.

Gesell illustra esaurientemente come in una circolazione del denaro libera da disturbi, l’offerta e la domanda di capitale si equilibrano, così che il livello degli interessi può scendere riducendosi al solo premio di rischio e al costo dell’intermediazione bancaria. Le variazioni dei tassi d’interesse del mercato attorno a questo nuovo interesse in equilibrio, procurano una direzione decentralizzata dei risparmi verso investimenti adeguati al fabbisogno. Il “denaro libero”, in quanto moneta liberata dall’interesse, diventerebbe neutro nella distribuzione, esercitando una positiva influenza nei confronti di coloro che lo richiedono o lo offrono all’interno del ciclo della produzione e nel mercato. Il pieno profitto del lavoro metterebbe, secondo le aspettative di Gesell, vasti strati di popolazione in condizione di cessare i rapporti occupazionali come lavoratori dipendenti per rendersi autonomi, in forme di impresa privata e cooperativistica.

Nel tormentato dopoguerra tedesco che prelude alla triste pagina del nazismo, la rivolta spartakista guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht conosce un effimero esito a Berlino dal 1º al 15 Gennaio 1919 e viene però immediatamente stroncata nel sangue. Sempre nel 1919, dal 1º al 14 Aprile per due sole settimane, Silvio Gesell diviene Ministro delle Finanze del Governo rivoluzionario della Repubblica Bavarese dei Consigli, guidato dall’anarchico Gustav Landauer. Diversamente da Landauer e da molti altri che vengono giustiziati dalle truppe inviate a ristabilire l’ordine, Gesell viene messo in prigione ma riesce a salvare la pelle, assolto da un tribunale che lo giudica innocente e lo libera. Malgrado il brevissimo tempo che il destino gli mette a disposizione, Gesell riesce a mettere in pratica il suo sogno dando corso all’esperimento del Freigeld, letteralmente denaro libero, definito anche come denaro che si squaglia. Un mezzo di scambio che non aumenta di valore anno dopo anno ma, al contrario, perde progressivamente di valore di tal maniera che chiunque ne sia in possesso non abbia altro interesse che scambiarlo di nuovo e al più presto.

Il lavoro di Gesell ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti, tra i quali vale la pena segnalare quello largamente elogiativo espresso da John Maynard Keynes, contenuto nel Capitolo 23, Libro VI della sua celebre “Teoria Generale del lavoro, moneta e interesse” pubblicata nel 1936. Scrive Keynes: “Credo che il futuro imparerà più dallo spirito di Gesell che da quello di Marx.”

Se il denaro di Gesell è effimero e si squaglia, non si può dire la stessa cosa dell’idea che ancora continua ad animarlo e a sostenerlo. Dalla sua prima sperimentazione nel 1919 molte altre ne sono seguite e ne seguono ancora. Da quella oramai lontana di Worgl nel Tirolo austriaco del 1932, a quella più recente di Chiem in Baviera datata 2003 e alle tante altre sostenute dal tenace lavoro teorico della geselliana Margrit Kennedy e di altri economisti iconoclasti in Germania, in Francia, in Svizzera, in Svezia. Avanza la moneta regionale a sostenere e difendere il diritto alla sopravvivenza di tutto ciò che è “locale” in contrapposizione alle macromonete come il Dollaro USA e l’Euro, simboli monetari dell’apparentemente inarrestabile processo di omologazione e globalizzazione economica e política. Un processo portatore di crisi cicliche e strutturali continue. Crisi che oggi, come le guerre in passato, riescono ad azzerare in pochi mesi equilibri sociali e geopolitici consolidati, ottenuti attraverso anni e anni di lavoro e di confronti e scontri sociali anche aspri.

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1. Alla ricerca di una nuova economia “a misura d’uomo” - SILVIO GESELL

di Giovanni Cutolo

Silvio Gesell nasce nel 1862 a St. Vith bei Eupen/Malmedy, località appartenente all’epoca alla Germania mentre oggi è parte del Belgio e muore nel 1930 a Eden-Oranienburg in un insediamento abitativo consorziato alla riforma agraria. Nel 1891 pubblicò a Buenos Aires “La riforma del sistema monetario come ponte verso lo stato sociale”. Questo primo opuscolo segna l’inizio di un opera piu’ ampia durata per l’intera sua vita, tutta tesa e spesa a indagare le cause della questione sociale e a ricercare le strade per risolverla. Nel 1916 pubblica a proprie spese “L’ordine economico naturale”, la sua opera maggiore. Nel 1897 emigra in Argentina dove si arricchisce e dove, soprattutto durante la crisi economica e finanziaria di quel paese, vive le esperienze pratiche che lo condussero a formulare la sua visione nuova e originale dell’organizzazione dell’economia e della finanza. In contrapposizione a quanto proposto dal marxismo, Gesell matura la convinzione che lo sfruttamento del lavoro umano affondi le sue radici non già nella proprietà privata dei mezzi di produzione, bensì negli errori strutturali del sistema monetario. Come Aristotele egli individua il ruolo contraddittorio e duplice del denaro: mezzo di scambio al servizio del mercato, ma anche strumento al servizio del potere nella sua lotta per il dominio del mercato.

Gesell capisce la grande importanza del fatto che il denaro può essere temporaneamente tolto dal mercato per ragioni speculative e che è tesaurizzabile a costo zero e con un vantaggio aggiuntivo costituito dagli interessi che il suo deposito procura. La forza lavoro invece non è tesaurizzabile cos¡ come non lo sono la maggior parte dei beni, che spesso sono deperibili e costosi da conservare, e dei servizi. Inoltre il denaro ha il vantaggio di essere molto più mobile delle merci e dei servizi. Esso è facilmente stoccabile, è conservabile e si può trasportare o trasferire con estrema facilità. Diversamente dalla maggior parte delle merci non si deteriora, non ha data di scadenza e non è soggetto alle mode. Come il jolly nel gioco delle carte il denaro può essere utilizzato in ogni luogo e in ogni momento. Queste caratteristiche consentono numerosi privilegi ai possessori di grandi quantità di denaro, ai grandi finanzieri, alle banche. Costoro accumulano un potere enorme, tale da esercitare un ricatto costante sull’economia mediante la minaccia di una improvvisa immobilizzazione speculativa o di investimenti finanziari imprevedibili e improvvisi. Manovre queste che possono interrompere il flusso naturale degli acquisti e delle vendite. Possono alterare l’equilibrio tra i risparmi e gli investimenti. Possono consentiré di esigere dai produttori, ma anche dai consumatori, un interesse. Ancora oggi, ed è proprio quello a cui stiamo assistendo, un numero assai ristretto di finanzieri può impunemente condizionare i mercati tesaurizando enorme Somme di denaro e manovrando per ridurre la regolare immissione di denaro nel circolo economico reale.

Il potere anomalo del denaro si manifesta nella pretesa di ricevere degli interessi quale “giusta” contropartita alla rinuncia alla tesaurizzazione. Il finanziere si impegna a non togliere liquidità al mercato, ma pretende in cambio una remunerazione in forma di interessi sulle somme non sottratte alla libera circolazione. La redditività riceve cos¡ la precedenza sulla economicità. La produzione viene orientata più dalle convenienze del denaro che dalle esigenze delle persone. Secondo Gesell, il denaro legato all’interesse e perciò stesso non neutro, provoca una ripartizione del reddito ingiusta, per non essere collegata alla effettiva capacità produttiva. Una ripartizione che a sua volta conduce a una concentrazione di capitale monetario e reale e con ciò a una monopolizzazione dell’economia. Dato che i possessori di denaro decidono della mobilità o dell’immobilità dello stesso, il denaro non può più circolare “naturalmente” attraverso l’organismo sociale, così come circola il sangue nel corpo umano. In queste condizioni il controllo sociale della circolazione del denaro e una giusta dosatura del denaro diventano impossibili. Le variazioni deflazionistiche e inflazionistiche del livello generale dei prezzi sono inevitabili. E se, nel saliscendi delle congiunture, grandi somme di denaro vengono immobilizzate e sottratte al mercato magari a causa di una temporanea caduta degli interessi, ne deriveranno il ristagno delle vendite e la disoccupazione. Che probabilmente dureranno fino a quando gli investimenti non ritorneranno a essere redditizi per il capitalista tesaurizzatore.
Come strada per togliere al denaro questo suo potere perverso, Gesell non pensò a un ritorno al divieto canonico degli interessi della scolastica medievale, ma immaginò piuttosto un cambiamento istituzionale della moneta. Immaginò che tenere in cassa il denaro potesse comportare dei costi, in maniera da neutralizzare i vantaggi della tesaurizzazione. Gesell riteneva che se si fosse applicata al denaro una tassa ogniqualvolta esso fosse sottratto al mercato e pertanto alla sua precipua funzione di strumento di scambio, esso avrebbe perduto il suo potere, ritornando a riempire solo la sua funzione di servizio, di mezzo di scambio. Non appena la sua circolazione non fosse piu’ disturbata da manovre speculative, diventerebbe possibile adeguare via via la quantità del denaro in circolazione al volume dei beni. Il potere d’acquisto della valuta diventerebbe in tal modo stabile nel tempo, esattamente come la sua quantità e il suo peso.

Già nei suoi primi scritti Gesell parla di “banconote che si arrugginiscono” come mezzo per pervenire a una “organica riforma del denaro”. Attraverso di essa il denaro, che fino ad allora era un ”corpo morto estraneo” sia nell’organismo sociale che nell’intera natura, si sarebbe integrato nell’eterno morire e divenire di ogni vita. Sarebbe divenuto deperibile come ogni altra cosa in questo mondo e avrebbe perso la sua perversa caratteristica di moltiplicarsi all’infinito, cumulando l’interesse all’interesse dell’interesse. Una tale riforma del denaro consentirebbe una completa terapia di regolazione, capace di evitare gli arresti e i blocchi nel flusso del denaro, garantendo all’organismo sociale malato un aiuto per la sua progressiva autoguarigione dai diversi sintomi di crisi congiunturale e strutturale, così da stabilizzarsi nel suo equilibrio, ritornando a inserirsi armoniosamente nell’ordine generale.

Gesell illustra esaurientemente come in una circolazione del denaro libera da disturbi, l’offerta e la domanda di capitale si equilibrano, così che il livello degli interessi può scendere riducendosi al solo premio di rischio e al costo dell’intermediazione bancaria. Le variazioni dei tassi d’interesse del mercato attorno a questo nuovo interesse in equilibrio, procurano una direzione decentralizzata dei risparmi verso investimenti adeguati al fabbisogno. Il “denaro libero”, in quanto moneta liberata dall’interesse, diventerebbe neutro nella distribuzione, esercitando una positiva influenza nei confronti di coloro che lo richiedono o lo offrono all’interno del ciclo della produzione e nel mercato. Il pieno profitto del lavoro metterebbe, secondo le aspettative di Gesell, vasti strati di popolazione in condizione di cessare i rapporti occupazionali come lavoratori dipendenti per rendersi autonomi, in forme di impresa privata e cooperativistica.

Nel tormentato dopoguerra tedesco che prelude alla triste pagina del nazismo, la rivolta spartakista guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht conosce un effimero esito a Berlino dal 1º al 15 Gennaio 1919 e viene però immediatamente stroncata nel sangue. Sempre nel 1919, dal 1º al 14 Aprile per due sole settimane, Silvio Gesell diviene Ministro delle Finanze del Governo rivoluzionario della Repubblica Bavarese dei Consigli, guidato dall’anarchico Gustav Landauer. Diversamente da Landauer e da molti altri che vengono giustiziati dalle truppe inviate a ristabilire l’ordine, Gesell viene messo in prigione ma riesce a salvare la pelle, assolto da un tribunale che lo giudica innocente e lo libera. Malgrado il brevissimo tempo che il destino gli mette a disposizione, Gesell riesce a mettere in pratica il suo sogno dando corso all’esperimento del Freigeld, letteralmente denaro libero, definito anche come denaro che si squaglia. Un mezzo di scambio che non aumenta di valore anno dopo anno ma, al contrario, perde progressivamente di valore di tal maniera che chiunque ne sia in possesso non abbia altro interesse che scambiarlo di nuovo e al più presto.

Il lavoro di Gesell ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti, tra i quali vale la pena segnalare quello largamente elogiativo espresso da John Maynard Keynes, contenuto nel Capitolo 23, Libro VI della sua celebre “Teoria Generale del lavoro, moneta e interesse” pubblicata nel 1936. Scrive Keynes: “Credo che il futuro imparerà più dallo spirito di Gesell che da quello di Marx.”

Se il denaro di Gesell è effimero e si squaglia, non si può dire la stessa cosa dell’idea che ancora continua ad animarlo e a sostenerlo. Dalla sua prima sperimentazione nel 1919 molte altre ne sono seguite e ne seguono ancora. Da quella oramai lontana di Worgl nel Tirolo austriaco del 1932, a quella più recente di Chiem in Baviera datata 2003 e alle tante altre sostenute dal tenace lavoro teorico della geselliana Margrit Kennedy e di altri economisti iconoclasti in Germania, in Francia, in Svizzera, in Svezia. Avanza la moneta regionale a sostenere e difendere il diritto alla sopravvivenza di tutto ciò che è “locale” in contrapposizione alle macromonete come il Dollaro USA e l’Euro, simboli monetari dell’apparentemente inarrestabile processo di omologazione e globalizzazione economica e política. Un processo portatore di crisi cicliche e strutturali continue. Crisi che oggi, come le guerre in passato, riescono ad azzerare in pochi mesi equilibri sociali e geopolitici consolidati, ottenuti attraverso anni e anni di lavoro e di confronti e scontri sociali anche aspri.

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Risposta all'articolo di Fabrizia Argentieri su "Il Tempo" del 23/02







Gentile redazione,
nonostante la "marcia indietro" di oggi, trovo assolutamente incomprensibile l'aver pubblicato un articolo come quello del 23/02 di F. Argentieri, pieno zeppo dei peggiori luoghi comuni su Napoli ed i napoletani ed intriso da una, nemmeno troppo velata, vena di razzismo, con alcuni termini offensivi come "popolo di straccioni" che dovrebbero essere vietati sempre, comunque e rivolti a chiunque.

E' come se si pubblicasse un articolo che parla di "sporchi negri africani" e poi il giorno dopo si dicesse "ma e' chiaro che era un articolo sugli stereotipi e sui luoghi comuni, come vengono chiamate le persone di colore". Ma stiamo scherzando? Averlo pubblicato è gravissimo!

Purtroppo anche in una città come Roma, una volta tradizionalmente "città aperta", oramai il razzismo si diffonde sempre di più, sia contro "extracomunitari" sia contro altre "minoranze" in una città dove oramai sono i romani "veri" ad essere una piccolissima minoranza e c'e' una maggioranza di popolazione "meticcia" di romani con calabresi, abruzzesi, campani e altre provenienze anche straniere...questa situazione, che dovrebbe essere una ricchezza da "melting pot" come New York o Londra, sta invece paradossalmente creando sempre pù insofferenza per le "minoranze". Noi napoletani che viviamo a Roma siamo sicuramente una di queste "minoranze", da offendere allo stadio o in un ufficio pubblico..."vabbe' ma lei che e' napoletano che pretende...ma certo che glielo dico, si capisce, mica siamo a Napoli".

La novità però e' che ora noi napoletani, e noi meridionali in genere, non subiamo più in silenzio, rispondiamo e restituiamo le offese al mittente.

Ad esempio a me, napoletano da più di dieci anni a Roma, e' capitato di far presente ad amici romani che quando si e' fatta (molto male....) l'unità d'Italia l'unica vera capitale europea in Italia era Napoli, Roma e Milano all'epoca erano al confronto città di provincia con meno della metà degli abitanti (ca. 200.000 rispetto ai più di 500.000 di Napoli secondo il 1° censimento del Regno d' "Italia", a Roma e Milano c'erano meno giornali, tipografie, piccole e medie aziende, meno teatri...insomma Napoli era l'unica città italiana al livello di Londra, Parigi e Vienna...e lo dicevano gli scrittori ed i viaggiatori dell'epoca come Goethe e non scrittori di "parte" o "nostalgici borbonici").

E se torniamo ancora più indietro, fu Napoli con le altre città marinare campane come Amalfi e Gaeta (che non e' mai stata "laziale" fino alle invenzioni geografiche del Duce!) riunite in una flotta campana, con a capo il Console Cesario di Napoli figlio del Duca Sergio, che salvarono Roma dall'invasione saracena nell'anno 849 d.C. nella battaglia di Ostia.... senza l'aiuto dei napoletani, Roma avrebbe fatto la fine di Costantinopoli qualche secolo dopo.

Ed infine ancora più indietro nella storia, fu la Magna Grecia, alla quale apparteneva anche Neapolis, che civilizzò i Romani, quest'ultimi a contatto con i megaloellenici della Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, impararono le arti e la filosofia. I Romani incontrarono Parmenide e Pitagora...e ne rimasero così affascinati da prendere in prestito dai neo-greci perfino le divinità.

Forse per questo noi napoletani, anche non conoscendo tutto della nostra passata grandezza culturale spesso la intuiamo, siamo così orgogliosi e tenacemente attaccati ad una squadra di calcio che porta il nome della nostra città. Napoli, pur tra tanti problemi, vuole continuare a vivere ed a lottare per un futuro diverso da quello che il resto d'Italia vuole cucirle addosso con una serie di vessazioni e di ingiustizie, dall'invasione militare del 1860-1861 che non ci "liberò dallo straniero", visto che i Borbone erano oramani una dinastia napoletana e la corona era separata da quella spagnola, ma vennero a depredarci ed a ridurci a città di periferia e capoluogo di provincia e di prefettura. E poi ancora per le tante azioni di colonizzazione dell'infame Regno d'Italia sabaudo (la vera origine della "questione meridionale"), passando per il fascismo, le guerre e fino ad arrivare alla Lega Nord ed ai governi filo-nordisti dei giorni nostri, di destra, centro e sinistra o "tecnici" che siano.

Suggerirei quindi al vostro giornale di non distrarsi troppo coi problemi degli altri e di Napoli in particolare, ma di pensare di più ai problemi della "città eterna" che pur bellissima per testimonianze artistiche di problemi ne ha tantissimi, non minori di quelli di Napoli anzi in certi casi perfino maggiori. Basta pensare ad una metropolitana assolutamente ridicola per una città che conta oramai ca. 3 Milioni di abitanti mentre a Napoli si sta per ultimare la nuova metro collinare che e' un autentico gioiellino, sia per le "stazioni dell'arte" sia per l'integrazione con altre linee e modalità di trasporto come ferrovie e funicolari. Oppure a proposito di abitudini civili, non si capisce perchè non si citano mai i quartieri napoletani dove si fa la raccolta differenziata "porta a porta" e dove la raccolta differenziata supera sempre il 50% con punte oltre l'80% a Bagnoli mentre a Roma non si arriva al 20% ed è comunque inferiore al dato complessivo di Napoli...cose che sia a Roma che in altre città dei "fratelli d'Italia" non si citano mai perché ovviamente non si "venderebbero" e andrebbero contro lo stereotipo dei "napoletani sporchi ed incivili" che non sanno fare la raccolta differenziata ed anzi lanciano il sacchetto di spazzatura dalla finesta.

Insomma per evitare di seminare altro odio e razzismo, che di questi tempi di recessione e di grave crisi economica non ne abbiamo proprio bisogno, vi prego, come chiediamo spesso invano ai giornalisti del Nord di evitare il razzismo antimeridionale e concentrarsi piuttosto sulle tangentopoli, puttanopoli e vari scandali di casa loro, evitate anche voi giornalisti romani l'elenco dei luoghi comuni su Napoli e sul Sud...anche così Roma diventerà una città migliore, aperta, colta, ricca anche con l'apporto di tanti napoletani e tanti meridionali e soprattutto tollerante, non la copia sbiadita delle città del Nord con il loro peggiore razzismo leghista.

Cordiali Saluti

Enzo Riccio

Partito del Sud - Roma


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Gentile redazione,
nonostante la "marcia indietro" di oggi, trovo assolutamente incomprensibile l'aver pubblicato un articolo come quello del 23/02 di F. Argentieri, pieno zeppo dei peggiori luoghi comuni su Napoli ed i napoletani ed intriso da una, nemmeno troppo velata, vena di razzismo, con alcuni termini offensivi come "popolo di straccioni" che dovrebbero essere vietati sempre, comunque e rivolti a chiunque.

E' come se si pubblicasse un articolo che parla di "sporchi negri africani" e poi il giorno dopo si dicesse "ma e' chiaro che era un articolo sugli stereotipi e sui luoghi comuni, come vengono chiamate le persone di colore". Ma stiamo scherzando? Averlo pubblicato è gravissimo!

Purtroppo anche in una città come Roma, una volta tradizionalmente "città aperta", oramai il razzismo si diffonde sempre di più, sia contro "extracomunitari" sia contro altre "minoranze" in una città dove oramai sono i romani "veri" ad essere una piccolissima minoranza e c'e' una maggioranza di popolazione "meticcia" di romani con calabresi, abruzzesi, campani e altre provenienze anche straniere...questa situazione, che dovrebbe essere una ricchezza da "melting pot" come New York o Londra, sta invece paradossalmente creando sempre pù insofferenza per le "minoranze". Noi napoletani che viviamo a Roma siamo sicuramente una di queste "minoranze", da offendere allo stadio o in un ufficio pubblico..."vabbe' ma lei che e' napoletano che pretende...ma certo che glielo dico, si capisce, mica siamo a Napoli".

La novità però e' che ora noi napoletani, e noi meridionali in genere, non subiamo più in silenzio, rispondiamo e restituiamo le offese al mittente.

Ad esempio a me, napoletano da più di dieci anni a Roma, e' capitato di far presente ad amici romani che quando si e' fatta (molto male....) l'unità d'Italia l'unica vera capitale europea in Italia era Napoli, Roma e Milano all'epoca erano al confronto città di provincia con meno della metà degli abitanti (ca. 200.000 rispetto ai più di 500.000 di Napoli secondo il 1° censimento del Regno d' "Italia", a Roma e Milano c'erano meno giornali, tipografie, piccole e medie aziende, meno teatri...insomma Napoli era l'unica città italiana al livello di Londra, Parigi e Vienna...e lo dicevano gli scrittori ed i viaggiatori dell'epoca come Goethe e non scrittori di "parte" o "nostalgici borbonici").

E se torniamo ancora più indietro, fu Napoli con le altre città marinare campane come Amalfi e Gaeta (che non e' mai stata "laziale" fino alle invenzioni geografiche del Duce!) riunite in una flotta campana, con a capo il Console Cesario di Napoli figlio del Duca Sergio, che salvarono Roma dall'invasione saracena nell'anno 849 d.C. nella battaglia di Ostia.... senza l'aiuto dei napoletani, Roma avrebbe fatto la fine di Costantinopoli qualche secolo dopo.

Ed infine ancora più indietro nella storia, fu la Magna Grecia, alla quale apparteneva anche Neapolis, che civilizzò i Romani, quest'ultimi a contatto con i megaloellenici della Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, impararono le arti e la filosofia. I Romani incontrarono Parmenide e Pitagora...e ne rimasero così affascinati da prendere in prestito dai neo-greci perfino le divinità.

Forse per questo noi napoletani, anche non conoscendo tutto della nostra passata grandezza culturale spesso la intuiamo, siamo così orgogliosi e tenacemente attaccati ad una squadra di calcio che porta il nome della nostra città. Napoli, pur tra tanti problemi, vuole continuare a vivere ed a lottare per un futuro diverso da quello che il resto d'Italia vuole cucirle addosso con una serie di vessazioni e di ingiustizie, dall'invasione militare del 1860-1861 che non ci "liberò dallo straniero", visto che i Borbone erano oramani una dinastia napoletana e la corona era separata da quella spagnola, ma vennero a depredarci ed a ridurci a città di periferia e capoluogo di provincia e di prefettura. E poi ancora per le tante azioni di colonizzazione dell'infame Regno d'Italia sabaudo (la vera origine della "questione meridionale"), passando per il fascismo, le guerre e fino ad arrivare alla Lega Nord ed ai governi filo-nordisti dei giorni nostri, di destra, centro e sinistra o "tecnici" che siano.

Suggerirei quindi al vostro giornale di non distrarsi troppo coi problemi degli altri e di Napoli in particolare, ma di pensare di più ai problemi della "città eterna" che pur bellissima per testimonianze artistiche di problemi ne ha tantissimi, non minori di quelli di Napoli anzi in certi casi perfino maggiori. Basta pensare ad una metropolitana assolutamente ridicola per una città che conta oramai ca. 3 Milioni di abitanti mentre a Napoli si sta per ultimare la nuova metro collinare che e' un autentico gioiellino, sia per le "stazioni dell'arte" sia per l'integrazione con altre linee e modalità di trasporto come ferrovie e funicolari. Oppure a proposito di abitudini civili, non si capisce perchè non si citano mai i quartieri napoletani dove si fa la raccolta differenziata "porta a porta" e dove la raccolta differenziata supera sempre il 50% con punte oltre l'80% a Bagnoli mentre a Roma non si arriva al 20% ed è comunque inferiore al dato complessivo di Napoli...cose che sia a Roma che in altre città dei "fratelli d'Italia" non si citano mai perché ovviamente non si "venderebbero" e andrebbero contro lo stereotipo dei "napoletani sporchi ed incivili" che non sanno fare la raccolta differenziata ed anzi lanciano il sacchetto di spazzatura dalla finesta.

Insomma per evitare di seminare altro odio e razzismo, che di questi tempi di recessione e di grave crisi economica non ne abbiamo proprio bisogno, vi prego, come chiediamo spesso invano ai giornalisti del Nord di evitare il razzismo antimeridionale e concentrarsi piuttosto sulle tangentopoli, puttanopoli e vari scandali di casa loro, evitate anche voi giornalisti romani l'elenco dei luoghi comuni su Napoli e sul Sud...anche così Roma diventerà una città migliore, aperta, colta, ricca anche con l'apporto di tanti napoletani e tanti meridionali e soprattutto tollerante, non la copia sbiadita delle città del Nord con il loro peggiore razzismo leghista.

Cordiali Saluti

Enzo Riccio

Partito del Sud - Roma


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