domenica 31 luglio 2011

Niente di nuovo sul fronte meridionale


La fanteria italiana in trincea in Tripolitania, in una cartolina di propaganda dei tempi della prima guerra di Libia


Una mostra a Rovereto nel centenario dell'impresa coloniale italiana: molte analogie con le vicende d'oggi

DOMENICO QUIRICO

INVIATO A ROVERETO
Ufficialmente, cento anni fa, in Libia andammo per riparare a una ingiustizia, insomma per fare del bene. Felice Giuffrida, che aveva dato del filo da torcere a Giolitti e ai carabinieri, uno di sinistra insomma, lo diceva chiaro e tondo: «La Tripolitania estesa per mille chilometri resta con qualche milione di abitanti pressoché incolta! Pindaro magnifica donne cavalli miele frutta, i romani lo consideravano il paese più favorito dal cielo sulla terra...». Come si vede, la dannazione della Libia è che, dal grano al petrolio, ha sempre qualcosa che solleva appetiti incontinenti. I turchi, all’epoca i distratti e accidiosi padroni, a mazziniani e eredi più o meno legittimi stavano sommamente antipatici: corrotti, brutali, impalatori. «Un covo di ladroni» scriveva Pagine libere , rivista rivoluzionaria e rossa. Sembra di leggere contemporanei ritratti di Gheddafi e famiglia sbozzati da una gauche pentita del terzomondismo.

Grazie a Pindaro ecco una buona occasione, dunque, in quell’alba di secolo, per rimettere le cose a posto. Proprio come ora proclama di voler fare la Nato. Anche allora si applicava il diritto all’intrusione umanitaria, non ancora inventato ma che già galleggiava nell’aria sub specie di fardello civilizzatore dell’Occidente. Quanto a Giolitti, il promotore delle cannonate, da ragioniere in palamidone diventato in un lampo guerriero (come Sarkozy), che «il bel suol d’amore» su cui esercitava l’ugola Gea della Garisenda fosse di sabbia lo sapeva benissimo: faceva finta di credere alle odi di Pindaro come se fossero il rapporto di un economista solo perché voleva dimostrare di poter stare degnamente nell’Europa dei Signori. La chiamava «fatalità storica». E più o meno dopo cento anni è la stessa ragione per cui abbiamo ripreso a tirar bombe su quei deserti. I maligni potrebbero tirar fuori anche le pressioni, molto interessate, della Banca di Roma, che più che alla civiltà credeva ai propri affari laggiù. Son storie eterne: visto che nel 2011 a rafforzare le tentazioni dei politici ha provveduto la Total.

Ora che il Colonnello resiste, c’è una ragione in più per salire al castello di Rovereto dove si è aperta una densa mostra sulla prima guerra di Libia, la nostra: sì, quella dell’Italietta e della Quarta sponda.

Anche allora sembrava facile. Perché su quella sperduta plaga dove i sultani spedivano i funzionari più incapaci a controllare che beduini e pastori venissero tosati fino all’ultima piastra, come la coalizione di oggidì scatenammo un uragano di ferro e di fuoco. Volevamo strappargli la pelle a Tripoli. Fu la nostra replica del giorno più lungo, uno sbarco sontuoso, micidiale, senza scampo per il nemico, un acuto assordante che infatti non ripetemmo mai più. E che anche allora fece cilecca: come i bombardamenti selettivi.

Schierammo una squadra navale di rombanti e modernissime corazzate con «tre pipe», per vederle da lontano arare il mare avanti e indietro davanti a Tripoli ogni mattina la popolazione si riversava sul lungomare. Ma largheggiammo: fotoelettriche, la radio per cui scomodammo Marconi. E poi aerei e dirigibili, per una primizia militare, il bombardamento, destinata a un luminoso e sanguinoso avvenire. Non solo bombe, però. Enver bey, che con astuzia luciferina guidava la resistenza, diceva beffardo che avevano ammazzato più turchi le tonnellate di carta dei nostri proclami lanciate dai dirigibili che le pallottole.

Sì: come oggi, fu modernissima guerra di propaganda, e di bugie. Il generalissimo italiano, Luigi Caneva, adorava far esercizio di citazioni dal Corano: «Popolazioni della Tripolitania e della Cirenaica, ricordate che Dio ha detto nel Libro: a coloro i quali non portano la guerra religiosa e non vi cacciano dai vostri paesi voi dovete fare del bene e proteggerli».

Sul fronte interno la propaganda, sulle orme prosastiche di Alfredo Oriani, funzionò benissimo. A parte alcuni schiamazzatori professionisti guidati da un certo Mussolini, lo sbarco intenerì il Paese intero; come mostra a Rovereto la sezione curata da Enrico Sturani dedicata alle cartoline dell’epoca. E l’entusiasmo non impallidì neppure quando nel sobborgo tripolino di Sciara Sciat sperimentammo il jihad . «I nostri fratelli arabi ansiosi di giustizia e di affetto», come li chiamava Caneva, lavorarono sui bersaglieri con cecchini e ammazzamenti. Perfino i bambini che in una settimana avevano imparato la bella formula «italiano bono, mangeria» si trasformarono in killer spietati.

Non ci davano retta, i dannati. Eppure avevamo, anche allora, dei libici «buoni» pronti ad aiutarci. Il nostro uomo si chiamava Hassuma pascià, gran tempra di opportunista, che ci faceva le moine perché era disposto a credere di aver trovato in noi la vigna del Signore. Poi rimestammo tra gli odi tribali per trovare alleati disposti a tutto. Nulla è cambiato in Libia, nonostante i cento anni.

Per pacificare quella meraviglia impiegammo, come racconta nella mostra Gabriele Bassi, venti anni. Quando Graziani esportò nel deserto i metodi brutali dello squadrismo. Nel frattempo pagammo l’affitto. C’era un parlamento libico, addirittura: avevamo inaugurato il post colonialismo!

Contro Omar al Muktar, l’idolo di Gheddafi, un Annibale in età da pensione, Graziani fece la guerra come i libici: sguinzagliò colonne mobili di camion e cammelli. Il deserto bengasino, il Gebel roccioso, il Garian intontito dal sole divennero teatro di acciuffamenti quotidiani. Il Maresciallo tolse ai ribelli l’arma più sicura delle guerriglie, l’invincibilità. In anticipo sui francesi in Algeria e gli americani in Vietnam, inventò tutto l’armamentario delle repressioni, delle pulizie etniche, fece spuntare nel deserto campi di concentramento, scatenò i tribunali volanti, giudici che si posavano come arcangeli sterminatori in aereo e sfornavano sentenze ovunque: tre ore, processo sentenza e esecuzione. L’aereo già rombava, avanti un altro. Le cifre con cui Gheddafi ci ha ricattato per anni per i risarcimenti, ventimila morti di cui seimila giustiziati, sono una delle sue tante bugie. Certo nei campi dove finirono in 60 mila, le condizioni furono infernali e lasciarono solchi terribili.


Fonte:La Stampa


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La fanteria italiana in trincea in Tripolitania, in una cartolina di propaganda dei tempi della prima guerra di Libia


Una mostra a Rovereto nel centenario dell'impresa coloniale italiana: molte analogie con le vicende d'oggi

DOMENICO QUIRICO

INVIATO A ROVERETO
Ufficialmente, cento anni fa, in Libia andammo per riparare a una ingiustizia, insomma per fare del bene. Felice Giuffrida, che aveva dato del filo da torcere a Giolitti e ai carabinieri, uno di sinistra insomma, lo diceva chiaro e tondo: «La Tripolitania estesa per mille chilometri resta con qualche milione di abitanti pressoché incolta! Pindaro magnifica donne cavalli miele frutta, i romani lo consideravano il paese più favorito dal cielo sulla terra...». Come si vede, la dannazione della Libia è che, dal grano al petrolio, ha sempre qualcosa che solleva appetiti incontinenti. I turchi, all’epoca i distratti e accidiosi padroni, a mazziniani e eredi più o meno legittimi stavano sommamente antipatici: corrotti, brutali, impalatori. «Un covo di ladroni» scriveva Pagine libere , rivista rivoluzionaria e rossa. Sembra di leggere contemporanei ritratti di Gheddafi e famiglia sbozzati da una gauche pentita del terzomondismo.

Grazie a Pindaro ecco una buona occasione, dunque, in quell’alba di secolo, per rimettere le cose a posto. Proprio come ora proclama di voler fare la Nato. Anche allora si applicava il diritto all’intrusione umanitaria, non ancora inventato ma che già galleggiava nell’aria sub specie di fardello civilizzatore dell’Occidente. Quanto a Giolitti, il promotore delle cannonate, da ragioniere in palamidone diventato in un lampo guerriero (come Sarkozy), che «il bel suol d’amore» su cui esercitava l’ugola Gea della Garisenda fosse di sabbia lo sapeva benissimo: faceva finta di credere alle odi di Pindaro come se fossero il rapporto di un economista solo perché voleva dimostrare di poter stare degnamente nell’Europa dei Signori. La chiamava «fatalità storica». E più o meno dopo cento anni è la stessa ragione per cui abbiamo ripreso a tirar bombe su quei deserti. I maligni potrebbero tirar fuori anche le pressioni, molto interessate, della Banca di Roma, che più che alla civiltà credeva ai propri affari laggiù. Son storie eterne: visto che nel 2011 a rafforzare le tentazioni dei politici ha provveduto la Total.

Ora che il Colonnello resiste, c’è una ragione in più per salire al castello di Rovereto dove si è aperta una densa mostra sulla prima guerra di Libia, la nostra: sì, quella dell’Italietta e della Quarta sponda.

Anche allora sembrava facile. Perché su quella sperduta plaga dove i sultani spedivano i funzionari più incapaci a controllare che beduini e pastori venissero tosati fino all’ultima piastra, come la coalizione di oggidì scatenammo un uragano di ferro e di fuoco. Volevamo strappargli la pelle a Tripoli. Fu la nostra replica del giorno più lungo, uno sbarco sontuoso, micidiale, senza scampo per il nemico, un acuto assordante che infatti non ripetemmo mai più. E che anche allora fece cilecca: come i bombardamenti selettivi.

Schierammo una squadra navale di rombanti e modernissime corazzate con «tre pipe», per vederle da lontano arare il mare avanti e indietro davanti a Tripoli ogni mattina la popolazione si riversava sul lungomare. Ma largheggiammo: fotoelettriche, la radio per cui scomodammo Marconi. E poi aerei e dirigibili, per una primizia militare, il bombardamento, destinata a un luminoso e sanguinoso avvenire. Non solo bombe, però. Enver bey, che con astuzia luciferina guidava la resistenza, diceva beffardo che avevano ammazzato più turchi le tonnellate di carta dei nostri proclami lanciate dai dirigibili che le pallottole.

Sì: come oggi, fu modernissima guerra di propaganda, e di bugie. Il generalissimo italiano, Luigi Caneva, adorava far esercizio di citazioni dal Corano: «Popolazioni della Tripolitania e della Cirenaica, ricordate che Dio ha detto nel Libro: a coloro i quali non portano la guerra religiosa e non vi cacciano dai vostri paesi voi dovete fare del bene e proteggerli».

Sul fronte interno la propaganda, sulle orme prosastiche di Alfredo Oriani, funzionò benissimo. A parte alcuni schiamazzatori professionisti guidati da un certo Mussolini, lo sbarco intenerì il Paese intero; come mostra a Rovereto la sezione curata da Enrico Sturani dedicata alle cartoline dell’epoca. E l’entusiasmo non impallidì neppure quando nel sobborgo tripolino di Sciara Sciat sperimentammo il jihad . «I nostri fratelli arabi ansiosi di giustizia e di affetto», come li chiamava Caneva, lavorarono sui bersaglieri con cecchini e ammazzamenti. Perfino i bambini che in una settimana avevano imparato la bella formula «italiano bono, mangeria» si trasformarono in killer spietati.

Non ci davano retta, i dannati. Eppure avevamo, anche allora, dei libici «buoni» pronti ad aiutarci. Il nostro uomo si chiamava Hassuma pascià, gran tempra di opportunista, che ci faceva le moine perché era disposto a credere di aver trovato in noi la vigna del Signore. Poi rimestammo tra gli odi tribali per trovare alleati disposti a tutto. Nulla è cambiato in Libia, nonostante i cento anni.

Per pacificare quella meraviglia impiegammo, come racconta nella mostra Gabriele Bassi, venti anni. Quando Graziani esportò nel deserto i metodi brutali dello squadrismo. Nel frattempo pagammo l’affitto. C’era un parlamento libico, addirittura: avevamo inaugurato il post colonialismo!

Contro Omar al Muktar, l’idolo di Gheddafi, un Annibale in età da pensione, Graziani fece la guerra come i libici: sguinzagliò colonne mobili di camion e cammelli. Il deserto bengasino, il Gebel roccioso, il Garian intontito dal sole divennero teatro di acciuffamenti quotidiani. Il Maresciallo tolse ai ribelli l’arma più sicura delle guerriglie, l’invincibilità. In anticipo sui francesi in Algeria e gli americani in Vietnam, inventò tutto l’armamentario delle repressioni, delle pulizie etniche, fece spuntare nel deserto campi di concentramento, scatenò i tribunali volanti, giudici che si posavano come arcangeli sterminatori in aereo e sfornavano sentenze ovunque: tre ore, processo sentenza e esecuzione. L’aereo già rombava, avanti un altro. Le cifre con cui Gheddafi ci ha ricattato per anni per i risarcimenti, ventimila morti di cui seimila giustiziati, sono una delle sue tante bugie. Certo nei campi dove finirono in 60 mila, le condizioni furono infernali e lasciarono solchi terribili.


Fonte:La Stampa


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sabato 30 luglio 2011

I ladroni che danno lezioni al Sud di Lino Patruno


Stupendo articolo di Lino Patruno, un amico e grande giornalista meridionalista, autore di "Fuoco del Sud".
Articolo che trovo condivisibile al 100% e che riprende un tema spesso trattato dal Partito del Sud, bisogna scrollarsi di dosso la supposta "minorità meridionale", visto che dal Nord non arrivano altro che scandali ed episodi poco edificanti, questo è sicuramente il primo passo per una riscossa neo-meridionalista....

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da: “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 29 luglio 2011

Dunque per il ministro Calderoli, i ministeri dovrebbero essere distribuiti un po’ ovunque in Italia, anche al Sud oltre che nella sua farsesca Monza. Con le dovute eccezioni: per esempio a Napoli, ha specificato. non potrebbe mai andare il ministero del Lavoro perché non sanno cosa sia (il lavoro). Difficile dire se faccia più piangere o ridere un ministro della repubblica italiana che continua a fare il ragazzone mai cresciuto a parlare come se fosse il ministro solo di mezzo Paese. Ma tant’è. Bossi continua ad alzare il dito medio quando risuona l’inno nazionale. E radio Padania continua a vomitare intolleranza, odio, razzismo.
Sobillata dalla Lega, che insiste a seminare paura e rabbia per ricavarne voti, la società “rancorosa” del Nord ricco vive solo di risentimento e di egoismo. E vorrebbe circondarsi tutta di filo spinato e fuochi per evitare che non entri neanche una mosca, dovesse essere terrona o marocchina.
Mentre riprende a parlare di una secessione che non farà mai, per non diventare il Sud di un Nord europeo.Anche perché la secessione c’è già, e quella economica che conta: il Sud continua a comprargli il 60 per cento dei prodotti. E il Sud va lasciato così, dovesse venirgli in testa di mettersi a fare la concorrenza. E di passare da consumatore a produttore. Su questo mercato sicuro e garantito il Nord si è arricchito. Sulla condizione che il Sud non venisse messo in grado di fare da sé.
Questo vollero e vogliono i poteri forti, dalle grandi industrie alle grandi banche. E per mantenere il sistema bisogna dire che i napoletani non vogliono lavorare invece di dire che vorrebbero eccome ma non ce ne sono le possibilità. E vorrebbero lavorare a casa loro, eccome. anche i professori precari meridionali che abbandonano le graduatorie locali per cercare fortuna altrove. Benedetti ancorché compatiti quando i lorsignori di lassù a fare gli insegnanti morti di fame non ci pensavano neanche, e meno male che venivano i sudisti.
E’ un’incessante fuga di cervelli dopo i bastimenti per terre assai lontane, dopo le terre al sole africane, dopo le valigie di cartone. Ora vanno con trolley e computer: Per i terroni non c’è mai stato posto, devono sempre partire per sopravvivere. Devono essere emigranti nati per mantenere in piedi un Nord ricco e un Sud povero. E, ora neanche poi tanto, visto che la crisi morde anche i ricchi, che in onore all’Italia unita vorrebbero circondare di filo spinato anche le scuole. Con la rivolta dei romani che si sentono minacciati dopo aver lasciatole sedi vacanti perché mica fessi lavorare per 1200 euro al mese. E col solito Bossi che vuole regalare punteggio in graduatoria ai suoi perché in questo Paese ci deve essere sempre più diritto per il Nord.
E poi questo Sud malavitoso, sbottano che non se ne può più. Avvilito e prosciugato, per la verità, da una criminalità neanch’essa meridionalistica: rapina qui per andare a investire al Nord. Senza che nessuno colà se ne accorgesse in vent’anni. Assistevano al vorticare di soldi in un tempo in cui non c’è una lira, ma nessuno a fiatare perché, diciamoci la verità, fanno proprio comodo. Quando poi Vendola rinfaccia che la Lombardia è la regione più mafiosa d’Italia. apriti cielo. Mafiosa anche per il comportamento verso la mafia: non vedo, non sento, non parlo.
Ma poi, facciamola finita: quando questo Sud si sarà messo in testa che deve governarsi meglio, dicono ancóra, allora vedrà che la finirà di piangere. Sanno tutti che è sottosviluppato per colpa delle sue classi dirigenti. Dovrebbe anche in questo prendere esempio dal Nord, imparate da noi. Tangentopoli è roba del Nord, e nessuno che ricordi mai che i danni li ha avuti anche il Sud, perché se devi pagare tangenti, da qualche parte ti devi rifare: aumentando la spesa per le opere pubbliche (quindi soldi anche delle tasse del Sud) o alzando il prezzo dei prodotti (acquistati in gran parte al Sud).
E poi: l’ex assessore lombardo che si dimette dopo essere stato beccato con la busta dei soldi in mano pare che se la facesse in Lombardia. E anche l’ex presidente della Provincia di Milano. Penati, cui un imprenditore avrebbe dovuto versare per anni 20-30 milioni di lire al mese, pare che operasse in Lombardia. E la Cricca che si arricchiva di soldi di tutti (anche meridionali), dal terremoto dell’Abruzzo alla Maddalena in Sardegna, non pare che fosse sudista. E il signor Bisignani presunto spione per evitare il processo ad amici ladroni, era anche cosa loro. E l’on. Milanese delle Ferrari, delle barche e dei soggiorni superlusso a Montecarlo in cambio di nomine e di appalti, anche affare loro. E Pronzato dell’Enac, ancóra tangenti loro.
Epperò cosa volete, sono episodi. Il problema vero è il Sud furbetto, malandrino e malavitoso. Impari magari a governarsi dai Milanese e dai Penati, e capirà finalmente come si campa.

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Stupendo articolo di Lino Patruno, un amico e grande giornalista meridionalista, autore di "Fuoco del Sud".
Articolo che trovo condivisibile al 100% e che riprende un tema spesso trattato dal Partito del Sud, bisogna scrollarsi di dosso la supposta "minorità meridionale", visto che dal Nord non arrivano altro che scandali ed episodi poco edificanti, questo è sicuramente il primo passo per una riscossa neo-meridionalista....

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da: “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 29 luglio 2011

Dunque per il ministro Calderoli, i ministeri dovrebbero essere distribuiti un po’ ovunque in Italia, anche al Sud oltre che nella sua farsesca Monza. Con le dovute eccezioni: per esempio a Napoli, ha specificato. non potrebbe mai andare il ministero del Lavoro perché non sanno cosa sia (il lavoro). Difficile dire se faccia più piangere o ridere un ministro della repubblica italiana che continua a fare il ragazzone mai cresciuto a parlare come se fosse il ministro solo di mezzo Paese. Ma tant’è. Bossi continua ad alzare il dito medio quando risuona l’inno nazionale. E radio Padania continua a vomitare intolleranza, odio, razzismo.
Sobillata dalla Lega, che insiste a seminare paura e rabbia per ricavarne voti, la società “rancorosa” del Nord ricco vive solo di risentimento e di egoismo. E vorrebbe circondarsi tutta di filo spinato e fuochi per evitare che non entri neanche una mosca, dovesse essere terrona o marocchina.
Mentre riprende a parlare di una secessione che non farà mai, per non diventare il Sud di un Nord europeo.Anche perché la secessione c’è già, e quella economica che conta: il Sud continua a comprargli il 60 per cento dei prodotti. E il Sud va lasciato così, dovesse venirgli in testa di mettersi a fare la concorrenza. E di passare da consumatore a produttore. Su questo mercato sicuro e garantito il Nord si è arricchito. Sulla condizione che il Sud non venisse messo in grado di fare da sé.
Questo vollero e vogliono i poteri forti, dalle grandi industrie alle grandi banche. E per mantenere il sistema bisogna dire che i napoletani non vogliono lavorare invece di dire che vorrebbero eccome ma non ce ne sono le possibilità. E vorrebbero lavorare a casa loro, eccome. anche i professori precari meridionali che abbandonano le graduatorie locali per cercare fortuna altrove. Benedetti ancorché compatiti quando i lorsignori di lassù a fare gli insegnanti morti di fame non ci pensavano neanche, e meno male che venivano i sudisti.
E’ un’incessante fuga di cervelli dopo i bastimenti per terre assai lontane, dopo le terre al sole africane, dopo le valigie di cartone. Ora vanno con trolley e computer: Per i terroni non c’è mai stato posto, devono sempre partire per sopravvivere. Devono essere emigranti nati per mantenere in piedi un Nord ricco e un Sud povero. E, ora neanche poi tanto, visto che la crisi morde anche i ricchi, che in onore all’Italia unita vorrebbero circondare di filo spinato anche le scuole. Con la rivolta dei romani che si sentono minacciati dopo aver lasciatole sedi vacanti perché mica fessi lavorare per 1200 euro al mese. E col solito Bossi che vuole regalare punteggio in graduatoria ai suoi perché in questo Paese ci deve essere sempre più diritto per il Nord.
E poi questo Sud malavitoso, sbottano che non se ne può più. Avvilito e prosciugato, per la verità, da una criminalità neanch’essa meridionalistica: rapina qui per andare a investire al Nord. Senza che nessuno colà se ne accorgesse in vent’anni. Assistevano al vorticare di soldi in un tempo in cui non c’è una lira, ma nessuno a fiatare perché, diciamoci la verità, fanno proprio comodo. Quando poi Vendola rinfaccia che la Lombardia è la regione più mafiosa d’Italia. apriti cielo. Mafiosa anche per il comportamento verso la mafia: non vedo, non sento, non parlo.
Ma poi, facciamola finita: quando questo Sud si sarà messo in testa che deve governarsi meglio, dicono ancóra, allora vedrà che la finirà di piangere. Sanno tutti che è sottosviluppato per colpa delle sue classi dirigenti. Dovrebbe anche in questo prendere esempio dal Nord, imparate da noi. Tangentopoli è roba del Nord, e nessuno che ricordi mai che i danni li ha avuti anche il Sud, perché se devi pagare tangenti, da qualche parte ti devi rifare: aumentando la spesa per le opere pubbliche (quindi soldi anche delle tasse del Sud) o alzando il prezzo dei prodotti (acquistati in gran parte al Sud).
E poi: l’ex assessore lombardo che si dimette dopo essere stato beccato con la busta dei soldi in mano pare che se la facesse in Lombardia. E anche l’ex presidente della Provincia di Milano. Penati, cui un imprenditore avrebbe dovuto versare per anni 20-30 milioni di lire al mese, pare che operasse in Lombardia. E la Cricca che si arricchiva di soldi di tutti (anche meridionali), dal terremoto dell’Abruzzo alla Maddalena in Sardegna, non pare che fosse sudista. E il signor Bisignani presunto spione per evitare il processo ad amici ladroni, era anche cosa loro. E l’on. Milanese delle Ferrari, delle barche e dei soggiorni superlusso a Montecarlo in cambio di nomine e di appalti, anche affare loro. E Pronzato dell’Enac, ancóra tangenti loro.
Epperò cosa volete, sono episodi. Il problema vero è il Sud furbetto, malandrino e malavitoso. Impari magari a governarsi dai Milanese e dai Penati, e capirà finalmente come si campa.

La sfida di De Magistris: «Non manderemo i rifiuti al Nord»

(di Massimiliano Amato da l’Unità)

«La Lega non vuole i rifiuti di Napoli e preannuncia barricate? E noi non vogliamo l’elemosina della Lega. Stiano tranquilli: non glieli manderemo». A Luigi de Magistris non fanno difetto né il coraggio, né una certa propensione alle impennate d’orgoglio. Però stavolta il suo ragionamento è tutto politico, e non fa una grinza.
Sindaco, l’accuseranno dl voler giocare allo sfascio: c’è un ordine del giorno votato dalla Camera che obbliga II governo ad autorizzare I trasferimenti, e lei che fa? Si veste di carattere, come si dice a Napoli?
«No, guardi: queste accuse le conosco bene e ormai posso dire di essere vaccinato. L’opposizione ideologica e antimeridionalistica della Lega è incomprensibile, ma rappresenta un dato di fatto. Un problema politico nazionale. È bene che esploda: ne terranno conto, spero, i tanti meridionali che vivono al Nord. Noi non abbiamo bisogno della solidarietà del Carroccio, possiamo fare anche da soli, grazie».
E come?
«Ancora qualche ora e daremo l’annuncio: sono in dirittura d’arrivo due accordi con altrettanti Paesi stranieri disposti a darci una mano per alleggerire le giacenze. Cinquemila tonnellate ogni settimana, ventimila al mese».
Alt che fine faranno questi rifiuti? Saranno Inceneriti?
«Capisco dove vuole andare a parare. Sgombriamo subito il campo: la mia amministrazione si opporrà sempre al progetto del secondo termovalorizzatore. E non vogliamo discariche: Napoli ha già dato, per circa un ventennio con Pianura e, negli ultimi due anni, con Chiaiano. Può bastare. Abbiamo un altro piano in campo, che poggia su differenziata e impianti di compostaggio, e non faremo un solo passo indietro».
Però non ha risposto alla domanda.
«Ci stavo arrivando. I rifiuti che imbarcheremo sulle navi andranno negli inceneritori, certo. Ma sono inceneritori a norma. Niente a che vedere con quello che hanno intenzione di costruire da noi».
Perché non rivelate I nomi del paesi stranieri con I quali siete In trattativa?
«Per evitare atti di boicottaggio. Nelle scorse settimane abbiamo registrato degli episodi che ci fanno chiaramente intendere come le ecomafie siano ormai mobilitate per impedirci di varare il piano che dovrà portare alla piena autonomia di Napoli nella gestione del ciclo dei rifiuti. L’opposizione della Lega, al confronto, fa ridere».
Non teme di essersi spinto un po’ troppo in avanti, con II progetto Napoli autonoma?
«Non avevamo scelta. La legge non ci aiuta. La provincializzazione del ciclo ha prodotto e continua a produrre guasti inenarrabili, e noi non potevamo aspettare all’infinito. Non ci rimaneva altra strada che cercare di uscirne da soli, potenziando l’impiantistica con la costruzione di uno Stir esclusivamente dedicato alla città di Napoli e la realizzazione di tre impianti di compostaggio e con il lancio di un grande piano per la differenziata: 330mila napoletani inizieranno a settembre. È un terzo della città».
Che però dev’essere prima liberata dal cumuli
«E per questo abbiamo individuato i siti di trasferenza. Ancora qualche giorno e sarà pronto quello di via Brin, in un ex autoparco in cui vivevano, parecchio oltre i limiti della decenza, 140 immigrati. Sono soddisfattissimo di questa operazione, perché abbiamo risolto due problemi: si garantisce a questi immigrati una sistemazione degna e si crea un polmone per disingolfare gli impianti e assicurare una continuità alla raccolta».
Al di là dell’ufficialità, com’è andata con Beriusconi?
«Al premier ho chiesto un passaggio politico fondamentale. Chiediamo di sbloccare 500 milioni di fondi europei che attendono solo di entrare a far parte della dotazione finanziaria della città. Sono bloccati alla Regione per via del patto di stabilità. Noi poniamo il problema della diretta attribuibilità dei fondi alla città. Stiamo creando un precedente che potrà rivelarsi molto utile per tutte le altre realtà metropolitane italiane. Con quei soldi io non finanzio solo l’inizio della differenziata: ci completo la metropolitana, ci faccio il Forum internazionale delle Culture, do una grande boccata d’ossigeno alla città».
E si è chiesto perché nessuno ci abbia pensato prima?
«Questo non deve chiederlo a me. Napoli può spenderli, questi soldi, perché non è soggetta ai vincoli posti dal patto di stabilità. Conviene a tutti: alla città che può finalmente rialzarsi, alla Regione, che non dovrà restituire i fondi a Bruxelles, allo stesso governo. E sarà contenta, credo, anche la Lega, visto che non chiediamo un centesimo in più di quanto ci spetti effettivamente».
La palla, ora, passa a Caldoro, è cosi?
«Prima sarà necessario un passaggio politico del governo, e sotto questo aspetto ho avuto ampie rassicurazioni. Con il presidente della Regione i rapporti sono buoni, cordiali e costanti. Ora, però, è il momento delle risposte».
Vuole anche lei un ministero a Napoli?
«Non scherziamo. Il Capo dello Stato ha posto un problema politico giusto e sacrosanto: non aggiungo una virgola a quello che lui ha scritto nella lettera al governo sulla pagliacciata dei ministeri al Nord. L’Italia è una e indivisibile, e i ministeri devono stare nella Capitale, punto. Piuttosto, visto che Tremonti ha detto che vuole rilanciare un piano per il sud, si crei a Napoli un ufficio strategico del ministero dello Sviluppo economico che renda operativo un piano di investimenti concreti per il Mezzogiorno. Ma un ufficio, appunto, non un ministero».

Fonte: Napolionline


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(di Massimiliano Amato da l’Unità)

«La Lega non vuole i rifiuti di Napoli e preannuncia barricate? E noi non vogliamo l’elemosina della Lega. Stiano tranquilli: non glieli manderemo». A Luigi de Magistris non fanno difetto né il coraggio, né una certa propensione alle impennate d’orgoglio. Però stavolta il suo ragionamento è tutto politico, e non fa una grinza.
Sindaco, l’accuseranno dl voler giocare allo sfascio: c’è un ordine del giorno votato dalla Camera che obbliga II governo ad autorizzare I trasferimenti, e lei che fa? Si veste di carattere, come si dice a Napoli?
«No, guardi: queste accuse le conosco bene e ormai posso dire di essere vaccinato. L’opposizione ideologica e antimeridionalistica della Lega è incomprensibile, ma rappresenta un dato di fatto. Un problema politico nazionale. È bene che esploda: ne terranno conto, spero, i tanti meridionali che vivono al Nord. Noi non abbiamo bisogno della solidarietà del Carroccio, possiamo fare anche da soli, grazie».
E come?
«Ancora qualche ora e daremo l’annuncio: sono in dirittura d’arrivo due accordi con altrettanti Paesi stranieri disposti a darci una mano per alleggerire le giacenze. Cinquemila tonnellate ogni settimana, ventimila al mese».
Alt che fine faranno questi rifiuti? Saranno Inceneriti?
«Capisco dove vuole andare a parare. Sgombriamo subito il campo: la mia amministrazione si opporrà sempre al progetto del secondo termovalorizzatore. E non vogliamo discariche: Napoli ha già dato, per circa un ventennio con Pianura e, negli ultimi due anni, con Chiaiano. Può bastare. Abbiamo un altro piano in campo, che poggia su differenziata e impianti di compostaggio, e non faremo un solo passo indietro».
Però non ha risposto alla domanda.
«Ci stavo arrivando. I rifiuti che imbarcheremo sulle navi andranno negli inceneritori, certo. Ma sono inceneritori a norma. Niente a che vedere con quello che hanno intenzione di costruire da noi».
Perché non rivelate I nomi del paesi stranieri con I quali siete In trattativa?
«Per evitare atti di boicottaggio. Nelle scorse settimane abbiamo registrato degli episodi che ci fanno chiaramente intendere come le ecomafie siano ormai mobilitate per impedirci di varare il piano che dovrà portare alla piena autonomia di Napoli nella gestione del ciclo dei rifiuti. L’opposizione della Lega, al confronto, fa ridere».
Non teme di essersi spinto un po’ troppo in avanti, con II progetto Napoli autonoma?
«Non avevamo scelta. La legge non ci aiuta. La provincializzazione del ciclo ha prodotto e continua a produrre guasti inenarrabili, e noi non potevamo aspettare all’infinito. Non ci rimaneva altra strada che cercare di uscirne da soli, potenziando l’impiantistica con la costruzione di uno Stir esclusivamente dedicato alla città di Napoli e la realizzazione di tre impianti di compostaggio e con il lancio di un grande piano per la differenziata: 330mila napoletani inizieranno a settembre. È un terzo della città».
Che però dev’essere prima liberata dal cumuli
«E per questo abbiamo individuato i siti di trasferenza. Ancora qualche giorno e sarà pronto quello di via Brin, in un ex autoparco in cui vivevano, parecchio oltre i limiti della decenza, 140 immigrati. Sono soddisfattissimo di questa operazione, perché abbiamo risolto due problemi: si garantisce a questi immigrati una sistemazione degna e si crea un polmone per disingolfare gli impianti e assicurare una continuità alla raccolta».
Al di là dell’ufficialità, com’è andata con Beriusconi?
«Al premier ho chiesto un passaggio politico fondamentale. Chiediamo di sbloccare 500 milioni di fondi europei che attendono solo di entrare a far parte della dotazione finanziaria della città. Sono bloccati alla Regione per via del patto di stabilità. Noi poniamo il problema della diretta attribuibilità dei fondi alla città. Stiamo creando un precedente che potrà rivelarsi molto utile per tutte le altre realtà metropolitane italiane. Con quei soldi io non finanzio solo l’inizio della differenziata: ci completo la metropolitana, ci faccio il Forum internazionale delle Culture, do una grande boccata d’ossigeno alla città».
E si è chiesto perché nessuno ci abbia pensato prima?
«Questo non deve chiederlo a me. Napoli può spenderli, questi soldi, perché non è soggetta ai vincoli posti dal patto di stabilità. Conviene a tutti: alla città che può finalmente rialzarsi, alla Regione, che non dovrà restituire i fondi a Bruxelles, allo stesso governo. E sarà contenta, credo, anche la Lega, visto che non chiediamo un centesimo in più di quanto ci spetti effettivamente».
La palla, ora, passa a Caldoro, è cosi?
«Prima sarà necessario un passaggio politico del governo, e sotto questo aspetto ho avuto ampie rassicurazioni. Con il presidente della Regione i rapporti sono buoni, cordiali e costanti. Ora, però, è il momento delle risposte».
Vuole anche lei un ministero a Napoli?
«Non scherziamo. Il Capo dello Stato ha posto un problema politico giusto e sacrosanto: non aggiungo una virgola a quello che lui ha scritto nella lettera al governo sulla pagliacciata dei ministeri al Nord. L’Italia è una e indivisibile, e i ministeri devono stare nella Capitale, punto. Piuttosto, visto che Tremonti ha detto che vuole rilanciare un piano per il sud, si crei a Napoli un ufficio strategico del ministero dello Sviluppo economico che renda operativo un piano di investimenti concreti per il Mezzogiorno. Ma un ufficio, appunto, non un ministero».

Fonte: Napolionline


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Processo lungo, la mafia ringrazia

Ecco come e perché il cosiddetto "processo lungo", sulla cui approvazione in Senato il Governo ha posto la fiducia, farà danni agli onesti e un favore alla mafia.

Adriano Sansa.
Adriano Sansa.

Siamo a teatro. Un tale ruba la borsetta a una signora. Davanti al tribunale dieci testimoni precisi, sereni, estranei alle parti lo confermano. Ma la difesa chiede che tutti gli spettatori vengano sentiti: possono aver visto, magari con la coda dell'occhio. Oggi il giudice, che è organo imparziale, può escludere le prove manifestamente superflue o irrilevanti. Con la legge sul 'processo lungo' non potrà più; solo quelle manifestamente non pertinenti potranno essere escluse. E siccome sono pertinenti a quella vicenda tutte le deposizioni degli spettatori, tutti dovranno essere sentiti. Mesi di udienze per un furterello.

A chi giova? A chi vuole tirare in lungo il processo: finalmente la verità. Il processo breve era una menzogna, perché significa la morte anticipata della procedura. Qui almeno si dice chiaramente l'obiettivo. Ancora un esempio. Non si potranno utilizzare le sentenze, pur se definitive, che accertano un determinato fatto, se non sentendo di nuovo i testi già ascoltati sui quali esse si fondino: come, per intenderci, i testimoni di un processo che abbia già accertato una corruzione.

A chi giova? Poiché la riformetta si applicherebbe anche ai processi in corso in primo grado, serverebbe magari con urgenza a chi fosse notoriamente un imputato. Il quale potrà pure interrogare direttamente i testi che abbiano reso dichiarazioni a suo carico: il mafioso estorsore guarderà significativamente negli occhi, facendogli domande, il poveretto che finalmente ha creduto di poter parlare. Forse sarebbe il caso di riflettere ancora su simili innovazioni.

Su tutto questo, che varrà per decine di migliaia di processi, rallentandoli e vanificandoli, il governo mette la fiducia. Mentre i titoli di Stato italiani vacillano, mentre la corruzione distrugge la credibilità delle istituzioni all'interno e all'estero. Pensare che la legge, al cui interno si sono messe le novità, era nata per escludere il giudizio abbreviato e le sue riduzioni di pena per i delitti puniti con l'ergastolo.


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Ecco come e perché il cosiddetto "processo lungo", sulla cui approvazione in Senato il Governo ha posto la fiducia, farà danni agli onesti e un favore alla mafia.

Adriano Sansa.
Adriano Sansa.

Siamo a teatro. Un tale ruba la borsetta a una signora. Davanti al tribunale dieci testimoni precisi, sereni, estranei alle parti lo confermano. Ma la difesa chiede che tutti gli spettatori vengano sentiti: possono aver visto, magari con la coda dell'occhio. Oggi il giudice, che è organo imparziale, può escludere le prove manifestamente superflue o irrilevanti. Con la legge sul 'processo lungo' non potrà più; solo quelle manifestamente non pertinenti potranno essere escluse. E siccome sono pertinenti a quella vicenda tutte le deposizioni degli spettatori, tutti dovranno essere sentiti. Mesi di udienze per un furterello.

A chi giova? A chi vuole tirare in lungo il processo: finalmente la verità. Il processo breve era una menzogna, perché significa la morte anticipata della procedura. Qui almeno si dice chiaramente l'obiettivo. Ancora un esempio. Non si potranno utilizzare le sentenze, pur se definitive, che accertano un determinato fatto, se non sentendo di nuovo i testi già ascoltati sui quali esse si fondino: come, per intenderci, i testimoni di un processo che abbia già accertato una corruzione.

A chi giova? Poiché la riformetta si applicherebbe anche ai processi in corso in primo grado, serverebbe magari con urgenza a chi fosse notoriamente un imputato. Il quale potrà pure interrogare direttamente i testi che abbiano reso dichiarazioni a suo carico: il mafioso estorsore guarderà significativamente negli occhi, facendogli domande, il poveretto che finalmente ha creduto di poter parlare. Forse sarebbe il caso di riflettere ancora su simili innovazioni.

Su tutto questo, che varrà per decine di migliaia di processi, rallentandoli e vanificandoli, il governo mette la fiducia. Mentre i titoli di Stato italiani vacillano, mentre la corruzione distrugge la credibilità delle istituzioni all'interno e all'estero. Pensare che la legge, al cui interno si sono messe le novità, era nata per escludere il giudizio abbreviato e le sue riduzioni di pena per i delitti puniti con l'ergastolo.


Disoccupazione: allarme al Sud, due giovani su tre senza lavoro

Due giovani su tre senza lavoro al Sud. Sono allarmanti i dati che emergono dal rapporto 2011 preparato da Svimez. Nel Mezzogiorno solo due giovani su tre hanno un lavoro, mentre iltasso di occupazione è al 31,7% (scende al 23,3% per ledonne). Dal rapporto, che verrà pubblicato a settembre, emerge che al Sud il 30% dei laureati sotto i 34 anni è senza un lavoro. "Sono circa 167 mila i laureati meridionali fuori dal sistema formativo e del mercato del lavoro, con situazioni critiche in Basilicata e Calabria. Uno spreco di talenti inaccettabile", sottolinea Svimez. In sette anni (2003-2010), al Sud, gli inattivi (nè occupati nè disoccupati), sono aumentati di oltre 750mila unità.

Allarme sociale. "La questione generazionale italiana - si legge nel rapporto - diventa quindi emergenza e allarme sociale nel Mezzogiorno". Le famiglie meridionali sono "in difficoltà" anche sul fronte dei consumi, persino alimentari. In Italia, continua lo studio, "i consumi a livello nazionale crescono moderatamente nelle famiglie (+1 per cento), ma a velocità diversa tra Nord e Sud. Nel 2010 l'incremento della spesa nel Mezzogiorno è stato un terzo del Centro-Nord (+0,4% contro +1,3 per cento). In particolare, i consumi di vestiario e calzature sono aumentati nel Centro-Nord del 3,9%, solo dello 0,7% al Sud; giù invece la spesa per beni alimentari (-0,4%), rispetto al +0,3% dell'altra ripartizione, una chiara indicazione delle difficoltà delle famiglie meridionali a sostenere il livello di spesa. Da segnalare che dal 2000 al 2010 la spesa delle famiglie al Nord è cresciuta dello 0,5%, al Sud è scesa dello 0,1 per cento".


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Due giovani su tre senza lavoro al Sud. Sono allarmanti i dati che emergono dal rapporto 2011 preparato da Svimez. Nel Mezzogiorno solo due giovani su tre hanno un lavoro, mentre iltasso di occupazione è al 31,7% (scende al 23,3% per ledonne). Dal rapporto, che verrà pubblicato a settembre, emerge che al Sud il 30% dei laureati sotto i 34 anni è senza un lavoro. "Sono circa 167 mila i laureati meridionali fuori dal sistema formativo e del mercato del lavoro, con situazioni critiche in Basilicata e Calabria. Uno spreco di talenti inaccettabile", sottolinea Svimez. In sette anni (2003-2010), al Sud, gli inattivi (nè occupati nè disoccupati), sono aumentati di oltre 750mila unità.

Allarme sociale. "La questione generazionale italiana - si legge nel rapporto - diventa quindi emergenza e allarme sociale nel Mezzogiorno". Le famiglie meridionali sono "in difficoltà" anche sul fronte dei consumi, persino alimentari. In Italia, continua lo studio, "i consumi a livello nazionale crescono moderatamente nelle famiglie (+1 per cento), ma a velocità diversa tra Nord e Sud. Nel 2010 l'incremento della spesa nel Mezzogiorno è stato un terzo del Centro-Nord (+0,4% contro +1,3 per cento). In particolare, i consumi di vestiario e calzature sono aumentati nel Centro-Nord del 3,9%, solo dello 0,7% al Sud; giù invece la spesa per beni alimentari (-0,4%), rispetto al +0,3% dell'altra ripartizione, una chiara indicazione delle difficoltà delle famiglie meridionali a sostenere il livello di spesa. Da segnalare che dal 2000 al 2010 la spesa delle famiglie al Nord è cresciuta dello 0,5%, al Sud è scesa dello 0,1 per cento".


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venerdì 29 luglio 2011

Campania verso il disastro ecologico: due milioni di metri quadri di monnezza


http://www.youtube.com/watch?v=SX5Mmb70eBw&feature=feedu

L'allarme viene lanciato dall'ultimo rapporto Arpac. Il documento rileva macchie estesi di contaminazione invasa da oltre 17 milioni di tonnellate di rifiuti anche tossici e nocivi. L'agenzia ha individuato sette macro zone di Nello Trocchia.



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http://www.youtube.com/watch?v=SX5Mmb70eBw&feature=feedu

L'allarme viene lanciato dall'ultimo rapporto Arpac. Il documento rileva macchie estesi di contaminazione invasa da oltre 17 milioni di tonnellate di rifiuti anche tossici e nocivi. L'agenzia ha individuato sette macro zone di Nello Trocchia.



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Borghezio e la Lega scandalizzano i giornali norvegesi

Borghezio e la Lega scandalizzano i giornali norvegesi

Non smettono di destare polemiche le dichiarazioni di Borghezio in difesa delle idee promosse dal terrorista Anders Behring Breivik in occasione della rivendicazione degli attentati norvegesi.

Dagbladet, secondo tabloid norvegese per numero di vendite, in un articolo mostra tutta la sua indignazione, rimanendo scandalizzato dall'estremismo dimostrato e promosso da alcuni esponenti della Lega Nord. Il gruppo politico viene bollato, come da tempo fanno tanti altri giornali europei (e come invece sono renitenti nel fare i quotidiani nostrani) come partito di estrema destra.

A nulla pare siano servite le scuse ufficiali da parte di una parte della nostra maggioranza, che ha mostrato in questa occasione una grettezza, che molti giornali non hanno esitato a definire antislamista e xenofobo.

Altro che difendere la civiltà occidentale, questa vena razzista non può che distruggerla.

Fonte:Agoravox


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Borghezio e la Lega scandalizzano i giornali norvegesi

Non smettono di destare polemiche le dichiarazioni di Borghezio in difesa delle idee promosse dal terrorista Anders Behring Breivik in occasione della rivendicazione degli attentati norvegesi.

Dagbladet, secondo tabloid norvegese per numero di vendite, in un articolo mostra tutta la sua indignazione, rimanendo scandalizzato dall'estremismo dimostrato e promosso da alcuni esponenti della Lega Nord. Il gruppo politico viene bollato, come da tempo fanno tanti altri giornali europei (e come invece sono renitenti nel fare i quotidiani nostrani) come partito di estrema destra.

A nulla pare siano servite le scuse ufficiali da parte di una parte della nostra maggioranza, che ha mostrato in questa occasione una grettezza, che molti giornali non hanno esitato a definire antislamista e xenofobo.

Altro che difendere la civiltà occidentale, questa vena razzista non può che distruggerla.

Fonte:Agoravox


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Napoli merita un ufficio per lo sviluppo del sud

sindaco per napoli

Visto che Tremonti ha detto che vuole rilanciare un piano per il sud, si crei a Napoli un ufficio strategico del ministero dello Sviluppo economico che renda operativo un piano di investimenti concreti per il mezzogiorno. Questo si che sarebbe un importante ufficio per la città di Napoli, ma non un ministero. Sono molto d'accordo con le posizioni di Napolitano: l'Italia è unita, i ministeri devono stare a Roma. Diverso è creare uffici operativi in città italiane.


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sindaco per napoli

Visto che Tremonti ha detto che vuole rilanciare un piano per il sud, si crei a Napoli un ufficio strategico del ministero dello Sviluppo economico che renda operativo un piano di investimenti concreti per il mezzogiorno. Questo si che sarebbe un importante ufficio per la città di Napoli, ma non un ministero. Sono molto d'accordo con le posizioni di Napolitano: l'Italia è unita, i ministeri devono stare a Roma. Diverso è creare uffici operativi in città italiane.


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giovedì 28 luglio 2011

Dossier choc sulle aree avvelenate Giugliano e Caserta le più a rischio

Studio Arpac: situazione ambientale compromessa
I veleni hanno distrutto un'area da 4 milioni di mq

Un rogo di rifiuti

Un rogo di rifiuti

NAPOLI - Le analisi effettuate evidenziano idrocarburi, toulene altri composti nelle acque dei pozzi spia e nei suoli oltre i limiti di legge. Si scrive Aree Vaste, si legge bombe ecologiche: porzioni di territorio della Campania in cui i dati raccolti indicano che la situazione ambientale è particolarmente compromessa a causa della presenza contemporanea, in zone relativamente limitate, di più siti inquinati. Sono: Masseria del Pozzo -Schiavi Giugliano; Lo Uttaro a Caserta; Maruzzella nei Comuni di San Tammaro e Santa Maria la Fossa; Pianura, nei Comuni di Napoli e Pozzuoli; Regi Lagni; Fiume Sarno.

L’allarme dopo l’audizione del direttore generale dell’Arpac, Antonio Episcopo, e della direttrice tecnica, Marinella Vito, davanti alle commissioni regionali Ecomafie e Camorra, presiedute da Antonio Amato e da Gianfranco Valiante. Le Aree Vaste, rileva l’agenzia campana per protezione dell’ambiente, «sono interessate dalla presenza contemporanea di due o più siti di smaltimento dei rifiuti. In esse le diverse indagini effettuate nel tempo, principalmente sulla falda acquifera, hanno evidenziato situazioni di contaminazione delle acque sotterranee, potenzialmente correlabili ad una cattiva gestione dei siti presenti». L’Area Vasta Pianura racchiude 5 siti fortemente avvelenati: la discarica abusiva Caselle Pisani, lo sversatoio ex di Fra. Bi, l’immondezzaio Senga, la discarica ex Citet, lo sversatoio illegale in località Spadari.

Stagno, berillio, ferro, manganese, cobalto, rame, stagno, zinco, PCB sono i materiali contaminanti rinvenuti oltre le soglie di legge nel suolo e nell’acqua. In località Spadari, Senga ed ex Citet sono stati rilevati anche «corpi con presenze elettromagnetiche». L’Area Vasta Lo Uttaro è punteggiata da ben 8 bombe ecologiche: l’omonima discarica, lo sversatoio Mastroianni o Torrione, la discarica ACSA/CE3, l’omonimo sito di trasferenza, un ex sito di stoccaggio provvisorio, la discarica Ecologica Meridionale, l’invaso Migliore Carolina, l’ex cava in uso Saint Gobain. Nei siti di Lo Uttaro, Mastroianni, Ecologica Meridionale è stato rilevato il superamento nelle acque di falda dei limiti di ferro, manganese, arsenico, fluoruri, dicloreratano, diclopropanocloruro di vinile, solfati. Dal casertano a Giugliano, ecco l’Area Vasta Masseria del Pozzo. C’è la discarica abusiva Schiavi, sotto la quale scorrono acque appestate da tetracloroetilene, dicloropropano, benzene, toulene. C’è anche lo sversatoio della Fibe, 51.000 mq e un milione di metri cubi di immondizia, che ha funzionato tra il 2002 ed il 2003.

Le analisi nei pozzi spia hanno evidenziato lì sotto, tra l’altro, il superamento nelle acque di benzopirene, dicloropropano, tricloroetano, cloruro di vinile. Questa Area Vasta comprende pure la ex Resit, che ha funzionato per 24 anni e due siti di stoccaggio Fibe (Ponte Riccio e Cava Giuliano) dove sono accatastati da 8 anni 275.000 metri cubi di rifiuti. In entrambi i siti, ed è clamoroso, non sono state ad oggi effettuate indagini per stabilire i livelli di contaminazione dell’aria e dell’acqua. Sei i punti critici che costituiscono l’Area Vasta località Maruzzella, nella provincia di Caserta. Le due discariche consortili Maruzzella 1 e 2 - dove le indagini hanno riscontrato il superamento nei suoli di idrocarburi, indenopirene, benzopirene, benzopirilene - il sito di trasferenza Ce2, le due discariche Parco Saurino, i due siti di stoccaggio Pozzo Bianco e Ferrandelle. In nessuno di questi ultimi due sono state svolte indagini sulla contaminazione dell’acqua e del suolo. Nei Regi Lagni, rileva l’Arpac, l’asta principale, che attraversa 30 Comuni del casertano e del napoletano, è punteggiata da aree avvelenate.

Qualche esempio: località Boscofangone a Nola (diossine e furani nel sottosuolo); località Pizzomontone ad Acerra (superamenti di cobalto, piombo, rame, zinco), località Torretta - Tre Ponti a Marigliano (superamenti cadmio, piombo, rame e zinco). Il Sarno, infine, dove restano da realizzare collettori e reti fognarie e dove esistono ancora Comuni che sversano le acque reflue direttamente nel fiume e poi a mare, nonostante gli indubbi progressi effettuati durante la fase commissariale gestita dal generale Iucci. Ce n’è abbastanza per preoccuparsi, insomma, come sottolinea Antonio Amato, il presidente della commissione regionale bonifiche ed ecomafie: «Stiamo parlando di oltre 2 milioni e 700.000 mq di territorio definite Aree Vaste. Oltre 17 milioni e 400.000 metri cubi di rifiuti. Quanto si sta mettendo oggi in campo a Giugliano alla Resit - la bonifica -va esteso a tutte le Aree Vaste. L’Arpac ci informa, però, che spesso non è stata effettuata neppure la messa in sicurezza e mancano perfino i teloni a copertura dei rifiuti abbandonati negli sversatoi».

Fabrizio Geremicca
28 luglio 2011


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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Studio Arpac: situazione ambientale compromessa
I veleni hanno distrutto un'area da 4 milioni di mq

Un rogo di rifiuti

Un rogo di rifiuti

NAPOLI - Le analisi effettuate evidenziano idrocarburi, toulene altri composti nelle acque dei pozzi spia e nei suoli oltre i limiti di legge. Si scrive Aree Vaste, si legge bombe ecologiche: porzioni di territorio della Campania in cui i dati raccolti indicano che la situazione ambientale è particolarmente compromessa a causa della presenza contemporanea, in zone relativamente limitate, di più siti inquinati. Sono: Masseria del Pozzo -Schiavi Giugliano; Lo Uttaro a Caserta; Maruzzella nei Comuni di San Tammaro e Santa Maria la Fossa; Pianura, nei Comuni di Napoli e Pozzuoli; Regi Lagni; Fiume Sarno.

L’allarme dopo l’audizione del direttore generale dell’Arpac, Antonio Episcopo, e della direttrice tecnica, Marinella Vito, davanti alle commissioni regionali Ecomafie e Camorra, presiedute da Antonio Amato e da Gianfranco Valiante. Le Aree Vaste, rileva l’agenzia campana per protezione dell’ambiente, «sono interessate dalla presenza contemporanea di due o più siti di smaltimento dei rifiuti. In esse le diverse indagini effettuate nel tempo, principalmente sulla falda acquifera, hanno evidenziato situazioni di contaminazione delle acque sotterranee, potenzialmente correlabili ad una cattiva gestione dei siti presenti». L’Area Vasta Pianura racchiude 5 siti fortemente avvelenati: la discarica abusiva Caselle Pisani, lo sversatoio ex di Fra. Bi, l’immondezzaio Senga, la discarica ex Citet, lo sversatoio illegale in località Spadari.

Stagno, berillio, ferro, manganese, cobalto, rame, stagno, zinco, PCB sono i materiali contaminanti rinvenuti oltre le soglie di legge nel suolo e nell’acqua. In località Spadari, Senga ed ex Citet sono stati rilevati anche «corpi con presenze elettromagnetiche». L’Area Vasta Lo Uttaro è punteggiata da ben 8 bombe ecologiche: l’omonima discarica, lo sversatoio Mastroianni o Torrione, la discarica ACSA/CE3, l’omonimo sito di trasferenza, un ex sito di stoccaggio provvisorio, la discarica Ecologica Meridionale, l’invaso Migliore Carolina, l’ex cava in uso Saint Gobain. Nei siti di Lo Uttaro, Mastroianni, Ecologica Meridionale è stato rilevato il superamento nelle acque di falda dei limiti di ferro, manganese, arsenico, fluoruri, dicloreratano, diclopropanocloruro di vinile, solfati. Dal casertano a Giugliano, ecco l’Area Vasta Masseria del Pozzo. C’è la discarica abusiva Schiavi, sotto la quale scorrono acque appestate da tetracloroetilene, dicloropropano, benzene, toulene. C’è anche lo sversatoio della Fibe, 51.000 mq e un milione di metri cubi di immondizia, che ha funzionato tra il 2002 ed il 2003.

Le analisi nei pozzi spia hanno evidenziato lì sotto, tra l’altro, il superamento nelle acque di benzopirene, dicloropropano, tricloroetano, cloruro di vinile. Questa Area Vasta comprende pure la ex Resit, che ha funzionato per 24 anni e due siti di stoccaggio Fibe (Ponte Riccio e Cava Giuliano) dove sono accatastati da 8 anni 275.000 metri cubi di rifiuti. In entrambi i siti, ed è clamoroso, non sono state ad oggi effettuate indagini per stabilire i livelli di contaminazione dell’aria e dell’acqua. Sei i punti critici che costituiscono l’Area Vasta località Maruzzella, nella provincia di Caserta. Le due discariche consortili Maruzzella 1 e 2 - dove le indagini hanno riscontrato il superamento nei suoli di idrocarburi, indenopirene, benzopirene, benzopirilene - il sito di trasferenza Ce2, le due discariche Parco Saurino, i due siti di stoccaggio Pozzo Bianco e Ferrandelle. In nessuno di questi ultimi due sono state svolte indagini sulla contaminazione dell’acqua e del suolo. Nei Regi Lagni, rileva l’Arpac, l’asta principale, che attraversa 30 Comuni del casertano e del napoletano, è punteggiata da aree avvelenate.

Qualche esempio: località Boscofangone a Nola (diossine e furani nel sottosuolo); località Pizzomontone ad Acerra (superamenti di cobalto, piombo, rame, zinco), località Torretta - Tre Ponti a Marigliano (superamenti cadmio, piombo, rame e zinco). Il Sarno, infine, dove restano da realizzare collettori e reti fognarie e dove esistono ancora Comuni che sversano le acque reflue direttamente nel fiume e poi a mare, nonostante gli indubbi progressi effettuati durante la fase commissariale gestita dal generale Iucci. Ce n’è abbastanza per preoccuparsi, insomma, come sottolinea Antonio Amato, il presidente della commissione regionale bonifiche ed ecomafie: «Stiamo parlando di oltre 2 milioni e 700.000 mq di territorio definite Aree Vaste. Oltre 17 milioni e 400.000 metri cubi di rifiuti. Quanto si sta mettendo oggi in campo a Giugliano alla Resit - la bonifica -va esteso a tutte le Aree Vaste. L’Arpac ci informa, però, che spesso non è stata effettuata neppure la messa in sicurezza e mancano perfino i teloni a copertura dei rifiuti abbandonati negli sversatoi».

Fabrizio Geremicca
28 luglio 2011


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD ( VII )


http://www.youtube.com/watch?v=IMgpW1v0YIo&feature=share

CIANO LEGGE L'ULTIMA PAGINA DEL LIBRO. E' UN OSSEQUIOSO APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA E ISRAELIANA, CONTRO VITTORIO EMANUELE III CHE PROMULGO' LE LEGGI RAZZIALI CONTRO GLI EBREI, HA ANCORA PIAZZE E STRADE INTITOLATE.
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http://www.youtube.com/watch?v=IMgpW1v0YIo&feature=share

CIANO LEGGE L'ULTIMA PAGINA DEL LIBRO. E' UN OSSEQUIOSO APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA E ISRAELIANA, CONTRO VITTORIO EMANUELE III CHE PROMULGO' LE LEGGI RAZZIALI CONTRO GLI EBREI, HA ANCORA PIAZZE E STRADE INTITOLATE.

Rivoglio la mia storia

Caro Sindaco,
per non dilungarmi infruttuosamente e per rendere corto lo scritto perché di lungaggine spessissimo mi accusano, giungo immediatamente al nocciolo:
Da qualche anno si parla anche tanto di revisionismo, ossia quella tendenza a rivedere le cose e modificarle nell’interesse della verità più strettamente connessa agli eventi che la costituirono e che oggi la riformano.
S’intende che lo storico deve conoscere ed avere, per aggiornarla e riformularla e per raggiungere almeno una attendibilità quanto più distante dal falso, tutti gli strumenti d’indagine: documenti cartacei come proclami ed editti, foto, oggetti di epoche lontane o di varia età e cultura, illustrazioni di antiche stampe, scritti, missive ma anche saggi o testi bibliografici, insomma, (avendo certezza dell’autenticità delle testimonianze raccolte) tutto ciò che induca costui a dedurre, interpretare e ricostruire o modificando, una riformulazione delle cosiddette attendibilità o oggettività storiche.
Ebbene, Sig. Sindaco, da questa pur semplice concettualizzazione dell’indagine analitica dei fatti storici, son sorte, negli ultimi decenni, nuove teorie valutative della realtà, sia che essa sia stata storica o artistica, politica, o sociologica et cetera. Da ciò, ad esempio, viene sinteticamente, distinto il restauro.
Infatti, si dice che esso potrà essere “stilistico” o “conservativo”. Provo un’immediata chiarezza:
Faccia conto che ad un quadro o statua o fregio di un tempio classico manchi un frammento. Se utilizzo il restauro cosiddetto “stilistico” ricostruirò, attraverso specifiche tecniche, la mano del personaggio ritratto oppure anatomicamente il braccio o la testa della statua ellenica o la ricostruzione muraria (possibilmente dello stesso materiale di cui, un tempo, era composto il tempio) di quella parte mancante. Insomma ricompatto l’unicità dell’oggetto così che riformerò com’era l’opera originaria. Quello “conservativo”,invece, si adopererà a colmare il frammento mancante al quadro con materiale e colore compatibile ma dissimile, ossia che non offenda il contesto dell’opera ma che agirà (chimicamente) come colante ricostruttivo, ri-connettento le parti dello strappo, dunque, il suo originario tessuto ma sul quale, però, segnerò la sottile sinopia rossa, (segno sottile del disegno) che dimostrerà come presumibilmente o oggettivamente doveva essere quella mano. Parimenti al tempio classico, ad esempio, in pietra bianca di ”Gerusalemme” verrà ricostruito la parte mancante con idoneo materiale riconnettivo ma di colore appena diverso ma riformativo. Cosa avrò voluto dire fin qui?
Che quello stilistico non renderà mai facile la ri-lettura della storia dell’oggetto restaurato perché maschera tutte le ferite che l’arco-vita dell’opera avrà subito per effetto di guerre, terremoti, incendi, bombardamenti, trasferimenti, atti vandalici etc. etc. Non potrà essere ripercorsa la sua verità storica e dunque non solo l’intrinseca vita di quella cosa ma anche le problematiche filologiche, storiche e sociali fuori dell’opera.













Insomma avrò realizzato un’azione di autentico “falso temporale”. Quello “restaurativo”, viceversa, senza dilungarmi oltre, offrirà tutti i segni dell’azione dell’uomo o della natura e l’intervento restaurativo sarà criticamente corrispondente alla realtà della propria vita e chiarificante e non edificante, dell’esistente e rimanendo neutrale all’opera pur avendola sanata.
Ebbene, Sig. Sindaco, la Sua città è piena zeppa di questi falsi che solleverebbe prontamente il problema della toponomastica della città ma di ciò, non s’intende aprire or ora alcuna storia.
Ciò che invece mi preme dirLe che il Suo Palazzo, la Sua e Nostra Sede Amministrativa, Palazzo San Giacomo proprio questo estremo e alto simbolo della rappresentatività della città, ebbene, viva, in primis di queste falsità.
Dunque, tutto ciò è cosa nota ma, Le chiedo, vorrà Lei, primo cittadino di Napoli impedire che lo storico non legga per intero tutte le parti della lunga storia, i segni dello stupefacente passato della Sua Città?Potrà impedire che delle pagine di storia secolare, possano essere strappate, proprio dal libro del Suo e Nostro Palazzo simbolo quel racconto, quelle ferite, quella memoria? Che allo storico vengano tolti i segnali dei suoi studi?


Le chiedo, dunque, che si studi il modo e, ad esempio, … è solo una non meritevole ipotesi, che all’interno dei serti di foglie murari e dei ferri dei cancelli e delle inferriate siano inseriti idonee targhe circolari in lamierino scuro (simile a quello delle insegne stradali) sul quale vengano riprodotti, mediante stampa, quei gigli, nelle originarie proporzioni ed effetto tridimensionale, strappati nel non troppo lontano 1860. Dunque, non il ripristino irreversibile ma solo documentaristico della storia di quei decori. Di quel prospetto, insomma, che in quel modo nacque come Palazzo dei Ministeri di Stato e dove vennero sistemati 40 corridoi, 846 stanze, due fontane et cetera, l’ufficio della Borsa, il Banco delle Due Sicilie, la Gran Corte dei Conti e sezioni di altre amministrazioni delle finanze. Tutti gli uffici e gli ambienti erano arredati esclusivamente con prodotti dell’artigianato del Regno delle Due Sicilie.

Suo fiducioso cittadino Bruno Pappalardo, SUDVOX 27.07.2011


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Caro Sindaco,
per non dilungarmi infruttuosamente e per rendere corto lo scritto perché di lungaggine spessissimo mi accusano, giungo immediatamente al nocciolo:
Da qualche anno si parla anche tanto di revisionismo, ossia quella tendenza a rivedere le cose e modificarle nell’interesse della verità più strettamente connessa agli eventi che la costituirono e che oggi la riformano.
S’intende che lo storico deve conoscere ed avere, per aggiornarla e riformularla e per raggiungere almeno una attendibilità quanto più distante dal falso, tutti gli strumenti d’indagine: documenti cartacei come proclami ed editti, foto, oggetti di epoche lontane o di varia età e cultura, illustrazioni di antiche stampe, scritti, missive ma anche saggi o testi bibliografici, insomma, (avendo certezza dell’autenticità delle testimonianze raccolte) tutto ciò che induca costui a dedurre, interpretare e ricostruire o modificando, una riformulazione delle cosiddette attendibilità o oggettività storiche.
Ebbene, Sig. Sindaco, da questa pur semplice concettualizzazione dell’indagine analitica dei fatti storici, son sorte, negli ultimi decenni, nuove teorie valutative della realtà, sia che essa sia stata storica o artistica, politica, o sociologica et cetera. Da ciò, ad esempio, viene sinteticamente, distinto il restauro.
Infatti, si dice che esso potrà essere “stilistico” o “conservativo”. Provo un’immediata chiarezza:
Faccia conto che ad un quadro o statua o fregio di un tempio classico manchi un frammento. Se utilizzo il restauro cosiddetto “stilistico” ricostruirò, attraverso specifiche tecniche, la mano del personaggio ritratto oppure anatomicamente il braccio o la testa della statua ellenica o la ricostruzione muraria (possibilmente dello stesso materiale di cui, un tempo, era composto il tempio) di quella parte mancante. Insomma ricompatto l’unicità dell’oggetto così che riformerò com’era l’opera originaria. Quello “conservativo”,invece, si adopererà a colmare il frammento mancante al quadro con materiale e colore compatibile ma dissimile, ossia che non offenda il contesto dell’opera ma che agirà (chimicamente) come colante ricostruttivo, ri-connettento le parti dello strappo, dunque, il suo originario tessuto ma sul quale, però, segnerò la sottile sinopia rossa, (segno sottile del disegno) che dimostrerà come presumibilmente o oggettivamente doveva essere quella mano. Parimenti al tempio classico, ad esempio, in pietra bianca di ”Gerusalemme” verrà ricostruito la parte mancante con idoneo materiale riconnettivo ma di colore appena diverso ma riformativo. Cosa avrò voluto dire fin qui?
Che quello stilistico non renderà mai facile la ri-lettura della storia dell’oggetto restaurato perché maschera tutte le ferite che l’arco-vita dell’opera avrà subito per effetto di guerre, terremoti, incendi, bombardamenti, trasferimenti, atti vandalici etc. etc. Non potrà essere ripercorsa la sua verità storica e dunque non solo l’intrinseca vita di quella cosa ma anche le problematiche filologiche, storiche e sociali fuori dell’opera.













Insomma avrò realizzato un’azione di autentico “falso temporale”. Quello “restaurativo”, viceversa, senza dilungarmi oltre, offrirà tutti i segni dell’azione dell’uomo o della natura e l’intervento restaurativo sarà criticamente corrispondente alla realtà della propria vita e chiarificante e non edificante, dell’esistente e rimanendo neutrale all’opera pur avendola sanata.
Ebbene, Sig. Sindaco, la Sua città è piena zeppa di questi falsi che solleverebbe prontamente il problema della toponomastica della città ma di ciò, non s’intende aprire or ora alcuna storia.
Ciò che invece mi preme dirLe che il Suo Palazzo, la Sua e Nostra Sede Amministrativa, Palazzo San Giacomo proprio questo estremo e alto simbolo della rappresentatività della città, ebbene, viva, in primis di queste falsità.
Dunque, tutto ciò è cosa nota ma, Le chiedo, vorrà Lei, primo cittadino di Napoli impedire che lo storico non legga per intero tutte le parti della lunga storia, i segni dello stupefacente passato della Sua Città?Potrà impedire che delle pagine di storia secolare, possano essere strappate, proprio dal libro del Suo e Nostro Palazzo simbolo quel racconto, quelle ferite, quella memoria? Che allo storico vengano tolti i segnali dei suoi studi?


Le chiedo, dunque, che si studi il modo e, ad esempio, … è solo una non meritevole ipotesi, che all’interno dei serti di foglie murari e dei ferri dei cancelli e delle inferriate siano inseriti idonee targhe circolari in lamierino scuro (simile a quello delle insegne stradali) sul quale vengano riprodotti, mediante stampa, quei gigli, nelle originarie proporzioni ed effetto tridimensionale, strappati nel non troppo lontano 1860. Dunque, non il ripristino irreversibile ma solo documentaristico della storia di quei decori. Di quel prospetto, insomma, che in quel modo nacque come Palazzo dei Ministeri di Stato e dove vennero sistemati 40 corridoi, 846 stanze, due fontane et cetera, l’ufficio della Borsa, il Banco delle Due Sicilie, la Gran Corte dei Conti e sezioni di altre amministrazioni delle finanze. Tutti gli uffici e gli ambienti erano arredati esclusivamente con prodotti dell’artigianato del Regno delle Due Sicilie.

Suo fiducioso cittadino Bruno Pappalardo, SUDVOX 27.07.2011


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mercoledì 27 luglio 2011

Luigi de Magistris da Berlusconi: Sbloccare i fondi per far ripartire Napoli


http://www.youtube.com/watch?v=HC7pE3vcdIk&feature=feedu


Roma 26 luglio 2011 - uscita Palazzo Chigi


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http://www.youtube.com/watch?v=HC7pE3vcdIk&feature=feedu


Roma 26 luglio 2011 - uscita Palazzo Chigi


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Il rivoluzionario De Magistris a Berlusconi: vogliamo i nostri soldi

berlusconi_demagistris

Scritto da Giuseppe Manzo


L’incontro tanto atteso è avvenuto alle 18. Luigi de Magistris e Silvio Berlusconi si sono stretti la mano e hanno discusso sul futuro di Napoli. Lapidario il commento del sindaco dopo la riunione: «Il nostro progetto è rivoluzionario ma ordinario. Sui rifiuti non abbiamo bisogno di leggi speciali». Al vertice hanno partecipato anche Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e il vicesindaco Tommaso Sodano. In serata un secondo summit convocato dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo metterà intorno a un tavolo Comune, Regione e Provincia con il presidente Luigi Cesaro (il giggino ‘a purpett tanto deriso dall’ex pm in campagna elettorale).

I fondi. «Al governo abbiamo chiesto lo sblocco di 500 milioni che già spettano a Napoli». Così il sindaco di Napoli commenta l'incontro con il premier, uscendo da Palazzo Chigi. È la prima volta, aggiunge il primo cittadino, che «una grande città del Mezzogiorno chiede di essere direttamente assegnataria dei fondi». «Non si tratta di un intervento straordinario ma di soldi che ci spettano», afferma De Magistris. Se - osserva - «ci dessero questa possibilità sarebbe una prova di senso civico oltre che politico. E devo dire che - conclude De Magistris - ho trovato sensibilità da parte del governo».

I progetti. «Una parte di questi fondi - prosegue De Magistris - saranno destinati agli impianti e all'incremento della raccolta differenziata». Ma noi - aggiunge - «ci teniamo molto anche ad altri progetti» come, per esempio, «il Forum delle culture, per il quale servirebbero 200 milioni, e che riguarda soprattutto il centro storico, e l'area di Bagnoli, con 50 milioni, con una serie di opere da inaugurare per Natale».

La mobilitazione. «Abbiamo fatto un investimento straordinario con la capitalizzazione dell'azienda pubblica che già da settembre parte con 325mila abitanti e che con il governo, con l'accordo che dovremmo formalizzare nelle prossime ore, arriveremo a 500 mila abitanti. In più ci sarà la mobilitazione dei cittadini, gli impianti di compostaggio. Napoli sta portando avanti una sfida epocale che consente il superamento di un secondo impianto di incenerimento». Luigi de Magistris, a seguito dell'incontro tenutosi oggi a palazzo Chigi, ha così esposto le azioni che permetteranno di aumentare i cittadini coinvolti nella raccolta differenziata.

Il Pd. Un ordine del giorno del Pd è stato approvato dalla Camera nonostante il parere contrario del governo: impegna l'esecutivo a consentire il trasporto dei rifiuti dalla Campania «in tutte le regioni italiane», in particolare in quelle del Nord. Il documento, sul quale il governo è stato battuto, indica in prima battuta l' l'inceneritore di Brescia e gli altri impianti del nord gestiti dalla società A2A (che controlla a Napoli la Partenope Ambiente) come luogo dove avviare lo smaltimento dei rifiuti del capoluogo campano. Inoltre l'ordine del giorno chiede al governo di verificare «quali altri impianti del Nord Italia possano ospitare e assorbire parte delle giacenze della Provincia di Napoli».

Fonte: Il Punto Magazine


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berlusconi_demagistris

Scritto da Giuseppe Manzo


L’incontro tanto atteso è avvenuto alle 18. Luigi de Magistris e Silvio Berlusconi si sono stretti la mano e hanno discusso sul futuro di Napoli. Lapidario il commento del sindaco dopo la riunione: «Il nostro progetto è rivoluzionario ma ordinario. Sui rifiuti non abbiamo bisogno di leggi speciali». Al vertice hanno partecipato anche Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e il vicesindaco Tommaso Sodano. In serata un secondo summit convocato dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo metterà intorno a un tavolo Comune, Regione e Provincia con il presidente Luigi Cesaro (il giggino ‘a purpett tanto deriso dall’ex pm in campagna elettorale).

I fondi. «Al governo abbiamo chiesto lo sblocco di 500 milioni che già spettano a Napoli». Così il sindaco di Napoli commenta l'incontro con il premier, uscendo da Palazzo Chigi. È la prima volta, aggiunge il primo cittadino, che «una grande città del Mezzogiorno chiede di essere direttamente assegnataria dei fondi». «Non si tratta di un intervento straordinario ma di soldi che ci spettano», afferma De Magistris. Se - osserva - «ci dessero questa possibilità sarebbe una prova di senso civico oltre che politico. E devo dire che - conclude De Magistris - ho trovato sensibilità da parte del governo».

I progetti. «Una parte di questi fondi - prosegue De Magistris - saranno destinati agli impianti e all'incremento della raccolta differenziata». Ma noi - aggiunge - «ci teniamo molto anche ad altri progetti» come, per esempio, «il Forum delle culture, per il quale servirebbero 200 milioni, e che riguarda soprattutto il centro storico, e l'area di Bagnoli, con 50 milioni, con una serie di opere da inaugurare per Natale».

La mobilitazione. «Abbiamo fatto un investimento straordinario con la capitalizzazione dell'azienda pubblica che già da settembre parte con 325mila abitanti e che con il governo, con l'accordo che dovremmo formalizzare nelle prossime ore, arriveremo a 500 mila abitanti. In più ci sarà la mobilitazione dei cittadini, gli impianti di compostaggio. Napoli sta portando avanti una sfida epocale che consente il superamento di un secondo impianto di incenerimento». Luigi de Magistris, a seguito dell'incontro tenutosi oggi a palazzo Chigi, ha così esposto le azioni che permetteranno di aumentare i cittadini coinvolti nella raccolta differenziata.

Il Pd. Un ordine del giorno del Pd è stato approvato dalla Camera nonostante il parere contrario del governo: impegna l'esecutivo a consentire il trasporto dei rifiuti dalla Campania «in tutte le regioni italiane», in particolare in quelle del Nord. Il documento, sul quale il governo è stato battuto, indica in prima battuta l' l'inceneritore di Brescia e gli altri impianti del nord gestiti dalla società A2A (che controlla a Napoli la Partenope Ambiente) come luogo dove avviare lo smaltimento dei rifiuti del capoluogo campano. Inoltre l'ordine del giorno chiede al governo di verificare «quali altri impianti del Nord Italia possano ospitare e assorbire parte delle giacenze della Provincia di Napoli».

Fonte: Il Punto Magazine


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Pino Aprile a Gaeta presenta " I Savoia e il massacro del Sud" (V)


http://www.youtube.com/watch?v=dzjwZjHwjGk

Il 16 luglio a gaeta c'è stata una serata di alta cultura con Pino Aprile, Antonio Ciano, il sindaco Raimondi, il vicesindaco Di Ciaccio. Moderatore del convegno è stato Erasmo Lombardi, mentre Mino Forcina ha recitato alcuni brani del best seller di Antonio Ciano
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http://www.youtube.com/watch?v=dzjwZjHwjGk

Il 16 luglio a gaeta c'è stata una serata di alta cultura con Pino Aprile, Antonio Ciano, il sindaco Raimondi, il vicesindaco Di Ciaccio. Moderatore del convegno è stato Erasmo Lombardi, mentre Mino Forcina ha recitato alcuni brani del best seller di Antonio Ciano

NAPOLI DEI DIRITTI, SÌ AL REGISTRO DELLE UNIONI CIVILI



Che il neo-eletto Sindaco de Magistris fosse un fuori classe lo avevamo capito sin da subito ed è forse questa sua estrema apertura mentale ad avergli assicurato oltre 285mila voti. Ecco il post appena pubblicato sul suo blog:



Compito della democrazia è riconoscere la più ampia ed estesa libertà a tutti i cittadini fino a quando questo non avvenga a detrimento dell'altrui libertà. E' per questo che, come Sindaco di Napoli, mi sono impegnato ad istituire un registro delle unioni civili.

Napoli vuole difendere il principio dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, tutelando tutte le persone e garantendo politiche di inclusione. Perché non esistono amori e sentimenti di serie A e di serie B. La legge, ragionevolmente, deve riconoscere le forme plurali di comunità che una società plurale e caratterizzata dal politeismo dei valori fisiologicamente esprime.

Si tratta di una battaglia civile nello spirito della nostra Costituzione.

Il riconoscimento di altre forme di convivenza diverse dal matrimonio, infatti, non può in alcun modo ledere il diritto di quanti contraggano il matrimonio a farlo. Chi ritiene che un diritto escluda l'altro cerca una giustificazione per tradire i principi di giustizia alla base del nostro ordinamento.

Quando la nostra Carta fondamentale ci ricorda che il matrimonio suggella la famiglia in quanto “società naturale”, d'altronde, lo fa perché nella tradizione giusnaturalista, la legge si deve ispirare alla razionalità della natura che ci fa tutti uguali per dignità sociale, come ci ricorda l'articolo 3. All'articolo 2, infatti, la Costituzione si impegna a proteggere tutte le “formazioni sociali”, quelle comunità naturali o di fatto che, con il registro delle unioni civili, vogliamo valorizzare.

Non mi sfugge, ovviamente, che una disciplina organica su questo argomento non possa che essere oggetto ragionato d'intervento da parte del legislatore ma, nello spirito della Costituzione, non posso esimermi dall'istituire un registro la cui mancanza, a tutt'oggi, è in contraddizione con quei valori di Pace, a cui mi ispiro innanzitutto come credente.

Con un registro delle unioni civili, Napoli dimostrerà ancora una volta di essere una città dell'inclusione, della Pace, della dignità. Una città aperta a tutte e a tutti, che garantisca pienamente anche il diritto all'amore, a vivere la vita nel modo più pieno, nel rispetto degli altri. In una parola: una città che riconosca il diritto alla felicità. Non è retorica. Ma è l'architrave del liberalismo giuridico. Con il diritto alla felicità, nel novero dei diritti naturali, infatti, si apre l'articolo 1 della Dichiarazione di Indipendenza americana del 4 luglio 1776.

Non è utopia né giacobinismo. Sarebbe profondamente ingiusto e sbagliato non dare diritti e doveri a coppie e unioni che esistono già.


Luigi de Magistris



Fonte : http://www.demagistris.it/index.php?t=P2631


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Che il neo-eletto Sindaco de Magistris fosse un fuori classe lo avevamo capito sin da subito ed è forse questa sua estrema apertura mentale ad avergli assicurato oltre 285mila voti. Ecco il post appena pubblicato sul suo blog:



Compito della democrazia è riconoscere la più ampia ed estesa libertà a tutti i cittadini fino a quando questo non avvenga a detrimento dell'altrui libertà. E' per questo che, come Sindaco di Napoli, mi sono impegnato ad istituire un registro delle unioni civili.

Napoli vuole difendere il principio dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, tutelando tutte le persone e garantendo politiche di inclusione. Perché non esistono amori e sentimenti di serie A e di serie B. La legge, ragionevolmente, deve riconoscere le forme plurali di comunità che una società plurale e caratterizzata dal politeismo dei valori fisiologicamente esprime.

Si tratta di una battaglia civile nello spirito della nostra Costituzione.

Il riconoscimento di altre forme di convivenza diverse dal matrimonio, infatti, non può in alcun modo ledere il diritto di quanti contraggano il matrimonio a farlo. Chi ritiene che un diritto escluda l'altro cerca una giustificazione per tradire i principi di giustizia alla base del nostro ordinamento.

Quando la nostra Carta fondamentale ci ricorda che il matrimonio suggella la famiglia in quanto “società naturale”, d'altronde, lo fa perché nella tradizione giusnaturalista, la legge si deve ispirare alla razionalità della natura che ci fa tutti uguali per dignità sociale, come ci ricorda l'articolo 3. All'articolo 2, infatti, la Costituzione si impegna a proteggere tutte le “formazioni sociali”, quelle comunità naturali o di fatto che, con il registro delle unioni civili, vogliamo valorizzare.

Non mi sfugge, ovviamente, che una disciplina organica su questo argomento non possa che essere oggetto ragionato d'intervento da parte del legislatore ma, nello spirito della Costituzione, non posso esimermi dall'istituire un registro la cui mancanza, a tutt'oggi, è in contraddizione con quei valori di Pace, a cui mi ispiro innanzitutto come credente.

Con un registro delle unioni civili, Napoli dimostrerà ancora una volta di essere una città dell'inclusione, della Pace, della dignità. Una città aperta a tutte e a tutti, che garantisca pienamente anche il diritto all'amore, a vivere la vita nel modo più pieno, nel rispetto degli altri. In una parola: una città che riconosca il diritto alla felicità. Non è retorica. Ma è l'architrave del liberalismo giuridico. Con il diritto alla felicità, nel novero dei diritti naturali, infatti, si apre l'articolo 1 della Dichiarazione di Indipendenza americana del 4 luglio 1776.

Non è utopia né giacobinismo. Sarebbe profondamente ingiusto e sbagliato non dare diritti e doveri a coppie e unioni che esistono già.


Luigi de Magistris



Fonte : http://www.demagistris.it/index.php?t=P2631


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