martedì 12 aprile 2011

Cambiare rotta: ecco la ricetta di Rubbia per salvare la Terra

Alessandro De Pascale

CLIMA L’atto di accusa del premio Nobel per la Fisica. La lotta all’effetto serra è «un’urgenza non più rimandabile». Servono subito più soldi per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo alternativo

«Rimbocchiamoci le maniche e iniziamo a investire più soldi in ricerca e sviluppo ». Dopo il disastro nucleare in Giappone e le emissioni climalteranti in crescita, per il premio Nobel per la Fisica Carlo Rubbia è questa l’unica possibilità che può assicurare un futuro tranquillo sia all’umanità che al Pianeta.

Paesi da sempre filo nuclearisti come la Germania e gli Stati Uniti hanno deciso di produrre entro 30-40 anni almeno l’80 per cento della propria energia da fonti rinnovabili. Cosa ne pensa?

Ormai c’è un’urgenza non più rimandabile di cambiare rotta. Nel 2009 a livello mondiale il livello di anidride carbonica è aumentato dell’1 per cento. Ma solo perché l’economia andava male. Tanto che nel 2010 c’è stata una crescita del 3 per cento. La CO2 immessa nell’atmosfera vive trent’anni, il plutonio 30mila anni. Quindi parliamo di cambiamenti che incideranno sull’intera umani tà. Stiamo modificando profondamente il nostro Pianeta senza tenere conto delle conseguenze. Dobbiamo chiederci con i correttivi, ora essenziali, quanto tempo ci vorrà per risolvere questi problemi. La mia impressione è che l’intervallo è troppo lungo. Non si può più intervenire tra vent’anni, bisogna farlo oggi. Le parole d’ordine sono innovazione, sviluppo alternativo e cambiamento.

Altrimenti cosa succede?

In 30 anni da oggi non ci saranno più i ghiacciai sulle Alpi. Sul Kilimangiaro la neve sarà un ricordo. Nella Terra del Fuego, nel sud dell’Argentina, non si troverà una singola lastra di ghiaccio. Una situazione che resterà per 30mila anni. Non è possibile accettare un cambiamento del genere per il nostro desiderio sfrenato di produrre CO2 e inquinare senza farci troppi problemi. È una dimostrazione di incoscienza da parte di chi ha il potere di decidere.

In Giappone si è verificato il secondo maggiore disastro della storia dell’atomo civile. Cosa fare con questa fonte?

Ci troviamo di fronte ad una p profonda riflessione per chiederci cosa e successo e perché è accaduto. Il Giappone era per tutti noi un punto di riferimento, dato che ha sempre trattato le cose con estrema volontà e precisione. Ora devono però affrontare situazioni inaccettabili ed estremamente gravi. Ora il nucleare è una fonte che dove essere ristudiata d’accapo e non solo in Giappone ma in tutto il mondo. È evidente che se in futuro ci sarà ancora il nucleare non sarà quello attuale, dopo il messaggio fortissimo che arriva da quel Paese. E dato che non può essere ignorato va capito e corretto, prima di continuare.

Quindi l’atomo civile, secondo lei, sopravviverà?

Non ho detto questo. Le uniche fonti che tecnicamente offrono energia abbondante, a basso costo, sono il sole e il nucleare. Ma entrambe non saranno quelle che conosciamo oggi. Motivo per cui ripeto, l’unica soluzione per cambiare è l’innovazione.

Passiamo alla ricerca.

Riconoscere la sua importanza economica è un passo importante per ogni Paese. Si tratta di un elemento portante della competitività dei prodotti e deve essere applicata al sistema produttivo. Un’economia basata sulla conoscenza crea occupazione, crescita e coesione sociale. Per l’Italia basta guardare i dati. I posti di lavoro riconducibili alla conoscenza in Europa sono pari al 31,7 per cento del totale. Il nostro Paese assieme alla Spagna è invece al 25 per cento, contro una forbice che va dal 41 al 35 per cento di Svezia, Inghilterra, Irlanda, Finlandia e Francia. Queste attività, ad esempio, in Germania producono il 42 per cento del Pil, di cui l’11 solo nell’hight tech, creando il 12 per cento di tutti i posti di lavoro.

Qual’è la situazione in Italia?

Un buon indicatore dello stato di sviluppo di un’economia basato sulla conoscenza è rappresentato dal numero di pubblicazioni scientifiche e brevetti, per ogni milione di abitanti. Nelle prime l’Italia è nella media degli altri Paesi: 453 l’anno, nonostante abbiamo un terzo dei ricercatori delle altre nazioni avanzate. La produttività brevettuale, quella cioè in grado di dare un ritor no economico, invece è molto più bassa. In Europa quella dell’Italia è superiore solo ai livelli di Spagna e Portogallo. Mentre Paesi di punta come Svezia, Finlandia e Germania sono molti vicini a Stati Uniti e Giappone, l’Italia è al 20 per cento degli Usa. Perché le varie riforme della ricerca pubblica del nostro Paese non hanno affrontato i veri problemi. Anzi sono state cambiate, prima che si arrivasse ad una reale attuazione. È un vero peccato perché abbiamo una buona cultura scientifica, universalmente riconosciuta.

Cosa possiamo fare?

Dobbiamo invertire questa rotta. Per farlo serve trasparenza, buon senso e la partecipazione di tutti gli attori coinvolti, superando la mera contrapposizione di interessi settoriali. Una buona riforma deve mirare a ringiovanire risorse umane e quadri dirigenti, facendo largo ai giovani. Vanno poi riformati in profondità uffici e ministeri competenti, consentendo un uso più tempestivo e mirato delle poche risorse disponibili. Come avviene già all’estero.

Fonte :http://www.terranews.it/news/2011/04/cambiare-rotta-ecco-la-ricetta-di-rubbia-salvare-la-terra


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Alessandro De Pascale

CLIMA L’atto di accusa del premio Nobel per la Fisica. La lotta all’effetto serra è «un’urgenza non più rimandabile». Servono subito più soldi per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo alternativo

«Rimbocchiamoci le maniche e iniziamo a investire più soldi in ricerca e sviluppo ». Dopo il disastro nucleare in Giappone e le emissioni climalteranti in crescita, per il premio Nobel per la Fisica Carlo Rubbia è questa l’unica possibilità che può assicurare un futuro tranquillo sia all’umanità che al Pianeta.

Paesi da sempre filo nuclearisti come la Germania e gli Stati Uniti hanno deciso di produrre entro 30-40 anni almeno l’80 per cento della propria energia da fonti rinnovabili. Cosa ne pensa?

Ormai c’è un’urgenza non più rimandabile di cambiare rotta. Nel 2009 a livello mondiale il livello di anidride carbonica è aumentato dell’1 per cento. Ma solo perché l’economia andava male. Tanto che nel 2010 c’è stata una crescita del 3 per cento. La CO2 immessa nell’atmosfera vive trent’anni, il plutonio 30mila anni. Quindi parliamo di cambiamenti che incideranno sull’intera umani tà. Stiamo modificando profondamente il nostro Pianeta senza tenere conto delle conseguenze. Dobbiamo chiederci con i correttivi, ora essenziali, quanto tempo ci vorrà per risolvere questi problemi. La mia impressione è che l’intervallo è troppo lungo. Non si può più intervenire tra vent’anni, bisogna farlo oggi. Le parole d’ordine sono innovazione, sviluppo alternativo e cambiamento.

Altrimenti cosa succede?

In 30 anni da oggi non ci saranno più i ghiacciai sulle Alpi. Sul Kilimangiaro la neve sarà un ricordo. Nella Terra del Fuego, nel sud dell’Argentina, non si troverà una singola lastra di ghiaccio. Una situazione che resterà per 30mila anni. Non è possibile accettare un cambiamento del genere per il nostro desiderio sfrenato di produrre CO2 e inquinare senza farci troppi problemi. È una dimostrazione di incoscienza da parte di chi ha il potere di decidere.

In Giappone si è verificato il secondo maggiore disastro della storia dell’atomo civile. Cosa fare con questa fonte?

Ci troviamo di fronte ad una p profonda riflessione per chiederci cosa e successo e perché è accaduto. Il Giappone era per tutti noi un punto di riferimento, dato che ha sempre trattato le cose con estrema volontà e precisione. Ora devono però affrontare situazioni inaccettabili ed estremamente gravi. Ora il nucleare è una fonte che dove essere ristudiata d’accapo e non solo in Giappone ma in tutto il mondo. È evidente che se in futuro ci sarà ancora il nucleare non sarà quello attuale, dopo il messaggio fortissimo che arriva da quel Paese. E dato che non può essere ignorato va capito e corretto, prima di continuare.

Quindi l’atomo civile, secondo lei, sopravviverà?

Non ho detto questo. Le uniche fonti che tecnicamente offrono energia abbondante, a basso costo, sono il sole e il nucleare. Ma entrambe non saranno quelle che conosciamo oggi. Motivo per cui ripeto, l’unica soluzione per cambiare è l’innovazione.

Passiamo alla ricerca.

Riconoscere la sua importanza economica è un passo importante per ogni Paese. Si tratta di un elemento portante della competitività dei prodotti e deve essere applicata al sistema produttivo. Un’economia basata sulla conoscenza crea occupazione, crescita e coesione sociale. Per l’Italia basta guardare i dati. I posti di lavoro riconducibili alla conoscenza in Europa sono pari al 31,7 per cento del totale. Il nostro Paese assieme alla Spagna è invece al 25 per cento, contro una forbice che va dal 41 al 35 per cento di Svezia, Inghilterra, Irlanda, Finlandia e Francia. Queste attività, ad esempio, in Germania producono il 42 per cento del Pil, di cui l’11 solo nell’hight tech, creando il 12 per cento di tutti i posti di lavoro.

Qual’è la situazione in Italia?

Un buon indicatore dello stato di sviluppo di un’economia basato sulla conoscenza è rappresentato dal numero di pubblicazioni scientifiche e brevetti, per ogni milione di abitanti. Nelle prime l’Italia è nella media degli altri Paesi: 453 l’anno, nonostante abbiamo un terzo dei ricercatori delle altre nazioni avanzate. La produttività brevettuale, quella cioè in grado di dare un ritor no economico, invece è molto più bassa. In Europa quella dell’Italia è superiore solo ai livelli di Spagna e Portogallo. Mentre Paesi di punta come Svezia, Finlandia e Germania sono molti vicini a Stati Uniti e Giappone, l’Italia è al 20 per cento degli Usa. Perché le varie riforme della ricerca pubblica del nostro Paese non hanno affrontato i veri problemi. Anzi sono state cambiate, prima che si arrivasse ad una reale attuazione. È un vero peccato perché abbiamo una buona cultura scientifica, universalmente riconosciuta.

Cosa possiamo fare?

Dobbiamo invertire questa rotta. Per farlo serve trasparenza, buon senso e la partecipazione di tutti gli attori coinvolti, superando la mera contrapposizione di interessi settoriali. Una buona riforma deve mirare a ringiovanire risorse umane e quadri dirigenti, facendo largo ai giovani. Vanno poi riformati in profondità uffici e ministeri competenti, consentendo un uso più tempestivo e mirato delle poche risorse disponibili. Come avviene già all’estero.

Fonte :http://www.terranews.it/news/2011/04/cambiare-rotta-ecco-la-ricetta-di-rubbia-salvare-la-terra


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