lunedì 8 novembre 2010

UN BEL POSTO, ILLUMINATO DI RIMBALZO


Quaranta volontari hanno fatto lettura pubblica di Terroni, per un mese, a Bagnara Calabra. L’ha organizzato l’associazione Insieme per Riaprire la Città, per “Ottobre piovono libri”. E per un mese, il corso della cittadina è stato arricchito da una libreria: Librandosinvolo. Poi, mi hanno chiesto di chiudere la stagione.

Erano in tanti, appassionati, giovani la più parte, con una fertilità interiore che affiora per molti rivi: partorisce a Natale Maria Rosaria, forte e decisa, che guida l’associazione (hanno rischiato di rinunciare a questa edizione dell’iniziativa, perché molti soci hanno dovuto inseguire un lavoro altrove); suona il piano suo marito Mario, ed è nel gruppo dei bravissimi Mattanza capitanati da Mimmo, istituzione poetico-musicale; è emozionata Maria, che ha risolto problemi, e dice: «Non c’è più un euro; ma abbiamo le tasche vuote e il cuore pieno»; e Roberta fa la giornalista, con la tenacia di chi, per riuscire, deve fingere di non vedere gli ostacoli che farebbero desistere i saggi (è lei che mi fa le domande); Domenico Gioffrè mi dà il suo libro sui Ruffo di Bagnara e, con un amico, mi dice (due passi sul lungomare) quel che vale e che si perde del paese.

Sono venuti amici dalla sponda jonica, con Lidia, la figlia di Nicola Zitara. La sala del grand hotel Victoria è strapiena, l’attenzione tanta, fuori c’è il mare, appena attraversata la strada; a sinistra, oltre le vetrate aperte, le luci della Sicilia, che sembra sporgersi verso il paese. L’onda frange lenta sui sassi e l’aria salsa entra a farmi sentire a casa (ché la prima casa che ricordo come mia era a ridosso del mare; la spiaggia era la nostra giostra da bambini). A fine serata, esplode l’energia dei Mattanza; e senti prorompere, a sassate, sentimenti intuiti e celati, non nella loro natura (evidente), ma nella loro forza, profondità, condivisione. La musica li libera, con la musica si può, il decoro è salvo: è l’occasione per gridare quello cui a malapena si accenna.

Ci tengono, a Bagnara alle loro specificità, «sarà perché qui dicono ci fosse una stazione fenicia, e solo qui», azzardano. Per dire che i fenici erano più audaci e liberi. Sennò come ti spieghi le bagnarote, le moglie dei pescatori, cui hanno eretto pure un monumento, che al ritorno dei loro mariti dalla pesca, con le ceste di pesci in testa, salivano a piedi sul monte, a venderlo; andavano a Villa, a Messina, intraprendenti e autonome come nessun’altra donna, sullo Stretto. Tanto diversi i bagnaroti, che «non abbiamo le doppie, il che rende bizzarro, per i vicini, il nostro parlare; e a volte incomprensibile, per gli equivoci che genera», dice Mario. A un passo, a destra e a sinistra del paese, ci sono Palmi e Scilla; ma lì il gallo è jaddhu, come nel resto della Calabria, mentre a Bagnara jadu, sino alla scomparsa, a volte, delle residue consonanti nelle invadenti vocali. L’esempio classico è «jeu ia ja, e sembra cinese», continua Mario, che pure è nato lucano, da padre siciliano, «mentre gli altri dicono: jeu ia ddha, io sono andato là; ma non potendo forzare la doppia d, noi perdiamo anche la singola…».

E ti dicono del villaggio neolitico scoperto e ricoperto; della villa liberty che va in malora sullo sperone fra Bagnara e la sua frazione orientale; della grotta a lungo abitata, in un passato remoto, poi divenuta luogo di culto e penitenza degli anacoreti basiliati emigrati qui, anni fa riscoperta e depredata da forestieri. E la sfioritura del gusto e del bello che ha imbruttito anche questo paese, con case anonime e decadenti, che il Tirreno potrebbe portarsi via (nell’80, una spaventosa mareggiata scavalcò la murata sulla spiaggia e invase le strade, tanto che a tre parallele del lungomare, verso monte, l’acqua arrivava ai polpacci. Furono ghermite barche e auto; e fu un miracolo se non sparirono nei flutti le persone.

Il giorno dopo è molto presto, mentre percorriamo la vecchia strada, per andare a Villa san Giovanni. La luce del mattino resta a lungo proprietà dello Jonio (esposto a Est e a Sud), fermata dai rostri dell’Aspromonte, perché il Tirreno dà sull’Ovest e sul Nord, luogo di tramonti e tramontane. «È stato detto, di Bagnara, che non ha né sole né luna», dice Mario. «D’inverno, il sole lo vediamo scavalcare le montagne alle nostre spalle verso le dieci».

Ma una luce fresca rende bella ugualmente questa terra, mentre passi sullo Sfalassà, il fiume scavalcato, là in alto, da uno dei più arditi viadotti d’Europa; e, una gola avanti, le cascate di un altro rio, alle cave di Musella (il nome del proprietario, fatto saltare in aria con la sua auto a Reggio Calabria, dalla ‘ndrangheta). Quella luce, senza che si veda il sole, arriva di rimbalzo, diresti: davanti, c’è lo Stretto che si apre, con i frangenti dello scirocco che entra teso e si spinge nel Tirreno, e la luce che si infila da est, perché trova il varco, e infiamma la striscia estrema dell’isola, Punta Faro, quella dove si erge il pilone dell’alta tensione. È un posto che ti schianta l’anima; nemmeno l’orgia di cemento a vista e sporco, di muri non intonacati o solo in parte, riesce a diminuirlo. E il colore del mare è subito di quello profondo, che s’inabissa.

Con che cuore te ne vai da qui? «Eppure, tanti se ne devono andare», mormora il tuo accompagnatore. «Ecco, immagina con che cuore…».


Fonte:Terroni blog

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Quaranta volontari hanno fatto lettura pubblica di Terroni, per un mese, a Bagnara Calabra. L’ha organizzato l’associazione Insieme per Riaprire la Città, per “Ottobre piovono libri”. E per un mese, il corso della cittadina è stato arricchito da una libreria: Librandosinvolo. Poi, mi hanno chiesto di chiudere la stagione.

Erano in tanti, appassionati, giovani la più parte, con una fertilità interiore che affiora per molti rivi: partorisce a Natale Maria Rosaria, forte e decisa, che guida l’associazione (hanno rischiato di rinunciare a questa edizione dell’iniziativa, perché molti soci hanno dovuto inseguire un lavoro altrove); suona il piano suo marito Mario, ed è nel gruppo dei bravissimi Mattanza capitanati da Mimmo, istituzione poetico-musicale; è emozionata Maria, che ha risolto problemi, e dice: «Non c’è più un euro; ma abbiamo le tasche vuote e il cuore pieno»; e Roberta fa la giornalista, con la tenacia di chi, per riuscire, deve fingere di non vedere gli ostacoli che farebbero desistere i saggi (è lei che mi fa le domande); Domenico Gioffrè mi dà il suo libro sui Ruffo di Bagnara e, con un amico, mi dice (due passi sul lungomare) quel che vale e che si perde del paese.

Sono venuti amici dalla sponda jonica, con Lidia, la figlia di Nicola Zitara. La sala del grand hotel Victoria è strapiena, l’attenzione tanta, fuori c’è il mare, appena attraversata la strada; a sinistra, oltre le vetrate aperte, le luci della Sicilia, che sembra sporgersi verso il paese. L’onda frange lenta sui sassi e l’aria salsa entra a farmi sentire a casa (ché la prima casa che ricordo come mia era a ridosso del mare; la spiaggia era la nostra giostra da bambini). A fine serata, esplode l’energia dei Mattanza; e senti prorompere, a sassate, sentimenti intuiti e celati, non nella loro natura (evidente), ma nella loro forza, profondità, condivisione. La musica li libera, con la musica si può, il decoro è salvo: è l’occasione per gridare quello cui a malapena si accenna.

Ci tengono, a Bagnara alle loro specificità, «sarà perché qui dicono ci fosse una stazione fenicia, e solo qui», azzardano. Per dire che i fenici erano più audaci e liberi. Sennò come ti spieghi le bagnarote, le moglie dei pescatori, cui hanno eretto pure un monumento, che al ritorno dei loro mariti dalla pesca, con le ceste di pesci in testa, salivano a piedi sul monte, a venderlo; andavano a Villa, a Messina, intraprendenti e autonome come nessun’altra donna, sullo Stretto. Tanto diversi i bagnaroti, che «non abbiamo le doppie, il che rende bizzarro, per i vicini, il nostro parlare; e a volte incomprensibile, per gli equivoci che genera», dice Mario. A un passo, a destra e a sinistra del paese, ci sono Palmi e Scilla; ma lì il gallo è jaddhu, come nel resto della Calabria, mentre a Bagnara jadu, sino alla scomparsa, a volte, delle residue consonanti nelle invadenti vocali. L’esempio classico è «jeu ia ja, e sembra cinese», continua Mario, che pure è nato lucano, da padre siciliano, «mentre gli altri dicono: jeu ia ddha, io sono andato là; ma non potendo forzare la doppia d, noi perdiamo anche la singola…».

E ti dicono del villaggio neolitico scoperto e ricoperto; della villa liberty che va in malora sullo sperone fra Bagnara e la sua frazione orientale; della grotta a lungo abitata, in un passato remoto, poi divenuta luogo di culto e penitenza degli anacoreti basiliati emigrati qui, anni fa riscoperta e depredata da forestieri. E la sfioritura del gusto e del bello che ha imbruttito anche questo paese, con case anonime e decadenti, che il Tirreno potrebbe portarsi via (nell’80, una spaventosa mareggiata scavalcò la murata sulla spiaggia e invase le strade, tanto che a tre parallele del lungomare, verso monte, l’acqua arrivava ai polpacci. Furono ghermite barche e auto; e fu un miracolo se non sparirono nei flutti le persone.

Il giorno dopo è molto presto, mentre percorriamo la vecchia strada, per andare a Villa san Giovanni. La luce del mattino resta a lungo proprietà dello Jonio (esposto a Est e a Sud), fermata dai rostri dell’Aspromonte, perché il Tirreno dà sull’Ovest e sul Nord, luogo di tramonti e tramontane. «È stato detto, di Bagnara, che non ha né sole né luna», dice Mario. «D’inverno, il sole lo vediamo scavalcare le montagne alle nostre spalle verso le dieci».

Ma una luce fresca rende bella ugualmente questa terra, mentre passi sullo Sfalassà, il fiume scavalcato, là in alto, da uno dei più arditi viadotti d’Europa; e, una gola avanti, le cascate di un altro rio, alle cave di Musella (il nome del proprietario, fatto saltare in aria con la sua auto a Reggio Calabria, dalla ‘ndrangheta). Quella luce, senza che si veda il sole, arriva di rimbalzo, diresti: davanti, c’è lo Stretto che si apre, con i frangenti dello scirocco che entra teso e si spinge nel Tirreno, e la luce che si infila da est, perché trova il varco, e infiamma la striscia estrema dell’isola, Punta Faro, quella dove si erge il pilone dell’alta tensione. È un posto che ti schianta l’anima; nemmeno l’orgia di cemento a vista e sporco, di muri non intonacati o solo in parte, riesce a diminuirlo. E il colore del mare è subito di quello profondo, che s’inabissa.

Con che cuore te ne vai da qui? «Eppure, tanti se ne devono andare», mormora il tuo accompagnatore. «Ecco, immagina con che cuore…».


Fonte:Terroni blog

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