giovedì 25 novembre 2010

Il Risorgimento non porta voti


di Peppino Caldarola


Calendario infelice. Il 16 marzo 2011 iniziano le celebrazioni del 150° alla presenza di numerose delegazioni straniere e con la (quasi certa) assenza della delegazione governativa della Lega. Il 27 marzo (forse) si vota per il nuovo Parlamento.


Sfoglio il calendario del 2011 e mi imbatto in due date. La prima è il 16 marzo quando iniziano le celebrazioni del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. La seconda è il 27 marzo quando gli italiani molto probabilmente saranno in fila nei seggi per eleggere il nuovo Parlamento. Nel giro di due settimane l’Italia farà una specie di autoanalisi collettiva.

Il 16 e il 17 le celebrazioni romane inizieranno solenni con salve di cannone a salutare il ricordo di Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso conte di Cavour, Giuseppe Mazzini e il re Savoia, mentre in venti città capoluogo ci sarà un contemporaneo alzabandiera. È prevista una cerimonia al Pantheon e una seduta comune del Parlamento con un discorso del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. La grande festa culminerà con un concerto in piazza del Popolo e Riccardo Muti di sera al Teatro dell’Opera di Roma dirigerà il “Nabucco”.
Ci saranno delegazioni straniere. Probabilmente non faranno vedere la Lega Nord e i suoi ministri, compreso quello dell’Interno, Roberto Maroni. Poche settimane fa Roberto Calderoli, intervistato da Lucia Annunziata, su Rai 3, è stato secco: «Noi non ci saremo».
Il 27 marzo, invece, gli italiani saranno chiamati a votare a favore o contro un governo imperniato sull’asse Berlusconi-Bossi, il più nordista dopo quelli post-unitari, che ha al centro del suo programma il federalismo, e saremo alla fine di una campagna elettorale dominata dallo scontro Nord-Sud, dall’insorgenza dei partiti meridionali, dalle polemiche sui rifiuti padani che finiscono in Campania e sulla criminalità meridionale che invade i territori leghisti. Questa coincidenza è assolutamente imprevista ma, a pensarci bene, riflette una delle principali contraddizioni della nostra nazione, cioè celebrare l’anniversario dell’Unità in un clima di rottura assolutamente inedito.
L’Italia che festeggia la sua data di nascita, ovvero della sua nascita come Stato, sta scoprendo la maggior fioritura di prodotti culturali revisionistici. Il film di Mario Martone, “Noi credevamo”, racconta senza retorica e con puntigliosità le contraddizioni del Risorgimento riempiendo le sale. Molti esperti pensano che sia uno dei film più belli che siano stati fatti nell’ultimo periodo. Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore, ha mandato in libreria una straordinaria saga risorgimentale, “I traditori”, in cui conquistano la prima scena spie, delinquenti e puttane accanto ai miti del nostro Risorgimento ritratti senza l’alone che li circonda nei libri di scuola. Storici titolati come Emilio Gentile si misurano con il crollo dell’idea di Nazione. Un nuovo italiano come Paul Ginsborg fatica a trovare le ragioni di salvezza del frutto dell’avventura garibaldina. Francesco Barbagallo, raccontando le gesta dei camorristi napoletani, apre il capitolo sul Mezzogiorno con la frase lapidaria: «L’estate del 1860 vide scomparire in un rapido gorgo il più grande Stato della penisola italiana». Giordano Bruno Guerri ha raccontato l’epopea dei briganti immersi nella solidarietà contadina nella sua controstoria del Risorgimento dedicata al «sangue del Sud», tema su cui si sono cimentati con libri di successo Arrigo Petacco e Gigi Di Fiore. Si potrebbe continuare. Le librerie sono piene. A fare da controcanto l’idea di Paolo Mieli di dedicare una collana della Rizzoli agli scrittori risorgimentali più noti, l’intera collana curata, per il Mulino, da Ernesto Galli Della Loggia dedicata alla nostra identità, l’affascinante viaggio culturale nell’Italia prima dell’Italia, di Francesco Bruni, sempre edito dal Mulino, fino al battagliero ultimo lavoro di Aldo Cazzullo che cerca di contrastare le pubblicazioni revisioniste.
In questo clima culturale, che il lettore del Riformista già conosce perché altre volte ho richiamato la sua attenzione, si inserirà la parte più calda e finale della imminente campagna elettorale. È una situazione assolutamente unica. In molti paesi le vicende storiche sono state frutto di accurate ricerche, di rappresentazioni artistiche e quindi anche di letture che contraddicevano la verità ufficiale o che, in ogni caso, lasciavano la parola ai vinti. Cinema e letteratura americana in questo caso sono esemplari nella capacità di dare conto di un pluralismo di interpretazioni, di narrazioni e di emozioni. Forse solo in Italia capita, però, che la celebrazione unitaria avvenga mentre una parte dell’intellettualità sembra più interessata a raccontare i difetti originari del processo unitario e una parte della politica si sta rivolgendo verso suggestioni che mettono in campo una lettura del federalismo che assomiglia molto a una separazione consensuale. Due settimane dopo l’avvio delle celebrazioni per il centocinquantesimo la Lega cercherà di strappare il massimo risultato politico ed elettorale della sua storia e lo farà mettendo in campo tutta la sua armatura ideologica per convincere e trattenere il voto nordista. In quegli stessi giorni, in forme politiche che non sappiamo prevedere, nelle piazze e nelle tv del Sud i “cacciatori di voti” di tutti i partiti si scopriranno fieramente meridionalisti e chiameranno alla rivolta del Sud offeso.
Questa strana coincidenza di date suggerirebbe contromisure. Non penso a artifizi organizzativi. Anche se si collocassero le elezioni qualche settimana più in là, a cavallo di maggio, resterebbe il problema della staffetta fra un voto che misurerà la coesione degli italiani e le celebrazioni di un evento storico di primaria grandezza che finora non suscita passione popolare. Un ruolo svolgerà il Capo dello Stato, meridionalista e patriota, che ha ben saputo tenere desto lo spirito nazionale dopo la bella lezione unitaria che dette il suo predecessore Carlo Azelio Ciampi quando impose la bandiera al centro del dibattito nazionale. Ma non si potrà lasciare solo Giorgio Napolitano. L’affollarsi di un leghismo diffuso, esplicito e strisciante, è un problema dell’intero arco delle forze politiche e trova le sue ragioni in un’Italia mai spaccata come lo è in questo tornante della storia, mai così unificata nel costume e nei modi di vita mai così contrapposta nello spirito pubblico. Il rischio di una contrapposizione fra la retorica inevitabile delle celebrazioni e il disincanto della “gente” è assai forte. In qualche modo il sovrapporsi del centocinquantesimo con il voto politico può diventare la cartina di tornasole della italianità degli italiani.
Bisogna che ciascuno decida in quale parte del filone celebrativo si vuole collocare. Siamo una Nazione in grado di ricordare la sua data fondativa senza tacere i limiti e le ingiustizie del Risorgimento, ma siamo anche una nazione che può trovarsi a un passo dalla propria disgregazione. L’evento miracoloso di un secolo e mezzo fa che camminò sulle spalle dei garibaldini, sulle ambizioni del re, sulla genialità di Cavour, sulla predicazione di Mazzini, spesso incompresa da quei contadini e da quella plebe che i neo-borbonici celebrano nel ricordo delle stragi piemontesi a Pontelandolfo e a Casalduni, nel Sanniobeneventano, che segnò l’inizio della dipendenza del Sud denunciata dai meridionalisti storici e che per molti padani di oggi, ministri della Repubblica compresi, rappresenta il prezzo esoso pagato dal Nord, ebbene quell’evento avrebbe bisogno di una classe dirigente in grado di parlare ai cittadini di oggi per cercare le ragioni di una volontà che, scrive Emilio Gentile, «eviti all’Italia unita di finire smembrata e la faccia diventare finalmente la patria comune di italiani e di italiane dotati di caratteri alti e forti, o più semplicemente, di dignità».



.
Leggi tutto »

di Peppino Caldarola


Calendario infelice. Il 16 marzo 2011 iniziano le celebrazioni del 150° alla presenza di numerose delegazioni straniere e con la (quasi certa) assenza della delegazione governativa della Lega. Il 27 marzo (forse) si vota per il nuovo Parlamento.


Sfoglio il calendario del 2011 e mi imbatto in due date. La prima è il 16 marzo quando iniziano le celebrazioni del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. La seconda è il 27 marzo quando gli italiani molto probabilmente saranno in fila nei seggi per eleggere il nuovo Parlamento. Nel giro di due settimane l’Italia farà una specie di autoanalisi collettiva.

Il 16 e il 17 le celebrazioni romane inizieranno solenni con salve di cannone a salutare il ricordo di Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso conte di Cavour, Giuseppe Mazzini e il re Savoia, mentre in venti città capoluogo ci sarà un contemporaneo alzabandiera. È prevista una cerimonia al Pantheon e una seduta comune del Parlamento con un discorso del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. La grande festa culminerà con un concerto in piazza del Popolo e Riccardo Muti di sera al Teatro dell’Opera di Roma dirigerà il “Nabucco”.
Ci saranno delegazioni straniere. Probabilmente non faranno vedere la Lega Nord e i suoi ministri, compreso quello dell’Interno, Roberto Maroni. Poche settimane fa Roberto Calderoli, intervistato da Lucia Annunziata, su Rai 3, è stato secco: «Noi non ci saremo».
Il 27 marzo, invece, gli italiani saranno chiamati a votare a favore o contro un governo imperniato sull’asse Berlusconi-Bossi, il più nordista dopo quelli post-unitari, che ha al centro del suo programma il federalismo, e saremo alla fine di una campagna elettorale dominata dallo scontro Nord-Sud, dall’insorgenza dei partiti meridionali, dalle polemiche sui rifiuti padani che finiscono in Campania e sulla criminalità meridionale che invade i territori leghisti. Questa coincidenza è assolutamente imprevista ma, a pensarci bene, riflette una delle principali contraddizioni della nostra nazione, cioè celebrare l’anniversario dell’Unità in un clima di rottura assolutamente inedito.
L’Italia che festeggia la sua data di nascita, ovvero della sua nascita come Stato, sta scoprendo la maggior fioritura di prodotti culturali revisionistici. Il film di Mario Martone, “Noi credevamo”, racconta senza retorica e con puntigliosità le contraddizioni del Risorgimento riempiendo le sale. Molti esperti pensano che sia uno dei film più belli che siano stati fatti nell’ultimo periodo. Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore, ha mandato in libreria una straordinaria saga risorgimentale, “I traditori”, in cui conquistano la prima scena spie, delinquenti e puttane accanto ai miti del nostro Risorgimento ritratti senza l’alone che li circonda nei libri di scuola. Storici titolati come Emilio Gentile si misurano con il crollo dell’idea di Nazione. Un nuovo italiano come Paul Ginsborg fatica a trovare le ragioni di salvezza del frutto dell’avventura garibaldina. Francesco Barbagallo, raccontando le gesta dei camorristi napoletani, apre il capitolo sul Mezzogiorno con la frase lapidaria: «L’estate del 1860 vide scomparire in un rapido gorgo il più grande Stato della penisola italiana». Giordano Bruno Guerri ha raccontato l’epopea dei briganti immersi nella solidarietà contadina nella sua controstoria del Risorgimento dedicata al «sangue del Sud», tema su cui si sono cimentati con libri di successo Arrigo Petacco e Gigi Di Fiore. Si potrebbe continuare. Le librerie sono piene. A fare da controcanto l’idea di Paolo Mieli di dedicare una collana della Rizzoli agli scrittori risorgimentali più noti, l’intera collana curata, per il Mulino, da Ernesto Galli Della Loggia dedicata alla nostra identità, l’affascinante viaggio culturale nell’Italia prima dell’Italia, di Francesco Bruni, sempre edito dal Mulino, fino al battagliero ultimo lavoro di Aldo Cazzullo che cerca di contrastare le pubblicazioni revisioniste.
In questo clima culturale, che il lettore del Riformista già conosce perché altre volte ho richiamato la sua attenzione, si inserirà la parte più calda e finale della imminente campagna elettorale. È una situazione assolutamente unica. In molti paesi le vicende storiche sono state frutto di accurate ricerche, di rappresentazioni artistiche e quindi anche di letture che contraddicevano la verità ufficiale o che, in ogni caso, lasciavano la parola ai vinti. Cinema e letteratura americana in questo caso sono esemplari nella capacità di dare conto di un pluralismo di interpretazioni, di narrazioni e di emozioni. Forse solo in Italia capita, però, che la celebrazione unitaria avvenga mentre una parte dell’intellettualità sembra più interessata a raccontare i difetti originari del processo unitario e una parte della politica si sta rivolgendo verso suggestioni che mettono in campo una lettura del federalismo che assomiglia molto a una separazione consensuale. Due settimane dopo l’avvio delle celebrazioni per il centocinquantesimo la Lega cercherà di strappare il massimo risultato politico ed elettorale della sua storia e lo farà mettendo in campo tutta la sua armatura ideologica per convincere e trattenere il voto nordista. In quegli stessi giorni, in forme politiche che non sappiamo prevedere, nelle piazze e nelle tv del Sud i “cacciatori di voti” di tutti i partiti si scopriranno fieramente meridionalisti e chiameranno alla rivolta del Sud offeso.
Questa strana coincidenza di date suggerirebbe contromisure. Non penso a artifizi organizzativi. Anche se si collocassero le elezioni qualche settimana più in là, a cavallo di maggio, resterebbe il problema della staffetta fra un voto che misurerà la coesione degli italiani e le celebrazioni di un evento storico di primaria grandezza che finora non suscita passione popolare. Un ruolo svolgerà il Capo dello Stato, meridionalista e patriota, che ha ben saputo tenere desto lo spirito nazionale dopo la bella lezione unitaria che dette il suo predecessore Carlo Azelio Ciampi quando impose la bandiera al centro del dibattito nazionale. Ma non si potrà lasciare solo Giorgio Napolitano. L’affollarsi di un leghismo diffuso, esplicito e strisciante, è un problema dell’intero arco delle forze politiche e trova le sue ragioni in un’Italia mai spaccata come lo è in questo tornante della storia, mai così unificata nel costume e nei modi di vita mai così contrapposta nello spirito pubblico. Il rischio di una contrapposizione fra la retorica inevitabile delle celebrazioni e il disincanto della “gente” è assai forte. In qualche modo il sovrapporsi del centocinquantesimo con il voto politico può diventare la cartina di tornasole della italianità degli italiani.
Bisogna che ciascuno decida in quale parte del filone celebrativo si vuole collocare. Siamo una Nazione in grado di ricordare la sua data fondativa senza tacere i limiti e le ingiustizie del Risorgimento, ma siamo anche una nazione che può trovarsi a un passo dalla propria disgregazione. L’evento miracoloso di un secolo e mezzo fa che camminò sulle spalle dei garibaldini, sulle ambizioni del re, sulla genialità di Cavour, sulla predicazione di Mazzini, spesso incompresa da quei contadini e da quella plebe che i neo-borbonici celebrano nel ricordo delle stragi piemontesi a Pontelandolfo e a Casalduni, nel Sanniobeneventano, che segnò l’inizio della dipendenza del Sud denunciata dai meridionalisti storici e che per molti padani di oggi, ministri della Repubblica compresi, rappresenta il prezzo esoso pagato dal Nord, ebbene quell’evento avrebbe bisogno di una classe dirigente in grado di parlare ai cittadini di oggi per cercare le ragioni di una volontà che, scrive Emilio Gentile, «eviti all’Italia unita di finire smembrata e la faccia diventare finalmente la patria comune di italiani e di italiane dotati di caratteri alti e forti, o più semplicemente, di dignità».



.

Nessun commento:

 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India