mercoledì 13 gennaio 2010

L'Italia top secret delle armi chimiche



di Gianluca Di Feo

Migliaia di tonnellate di bombe letali prodotte dal fascismo. Finite in mare davanti Ischia e la Puglia. Dove continuano a seminare i loro veleni. Un libro ricostruisce la storia degli ordigni più orribili



Questa è la storia di un segreto di cui tutti si vergognano. Ministri, generali, industriali, professori lo hanno difeso con il silenzio per generazioni, fino a farne perdere la memoria e farlo svanire nel nulla. Il protagonista di questo libro è un fantasma immortale: ancora oggi continua ad uccidere, lo fa da ottant'anni. Ha divorato vittime innocenti in Libia e in Etiopia, poi si è accanito sulla salute degli italiani. È entrato nella nostra aria, nella nostra acqua, nella nostra terra. Ed è ancora lì: alle porte di Roma, alla periferia di Milano, nel golfo di Napoli, nel mare di Bari, sulla costa di Pesaro, sulle rive del Lago Maggiore, nei fiumi d'Abruzzo. Ovunque.

Progettato per essere invisibile, prosegue indisturbato nella missione assassina per cui è stato generato. Semina la morte, soffoca i corpi con malattie incurabili, di cui nessuno vuole indagare l'origine. Questa è la storia dei veleni - creati dalla dittatura fascista e protetti dalla Repubblica democratica - che hanno trasformato gli angoli più belli della Penisola in cimiteri di vampiri che minacciano di uscire dalle loro bare in qualunque momento. È la storia di esperimenti orribili e dimenticati: di batteri e tossine trasformati in bombe provate sulle spiagge del Lazio, della Liguria e della Sardegna, di nubi di bacilli scagliate sui combattenti spagnoli che lottavano per la libertà, di insetti mutati in killer da scienziati nazisti senza scrupoli. Questa è la storia di industriali che si sono arricchiti distillando sostanze letali, entrando in società con i finanziatori dell'Olocausto, violando qualunque legge. Di decine di fabbriche che, grazie al segreto di Stato, hanno scaricato il loro sangue marcio nei fiumi, nei terreni, nelle riserve idriche. Di impianti mai bonificati, veri e propri scheletri tossici che costellano il nostro Paese.



Ministri eletti dal popolo italiano e generali delle nostre forze armate hanno deliberatamente taciuto, coprendo con il silenzio gli arsenali nascosti nei boschi della Tuscia, dell'Umbria, della Maremma, occultando gli stabilimenti proibiti della provincia di Roma e di Milano. Una storia infinita, perché ancora oggi le scorie di questi arsenali non hanno trovato una tomba sicura e continuano ad accumularsi in un bosco di Civitavecchia. Questo è un viaggio nell'abisso più nero del nostro Paese: la storia delle armi chimiche italiane. Attraverso i documenti inediti ritrovati negli archivi britannici, americani e tedeschi si è ricostruito un capitolo vergognoso della nostra Storia.

Attenzione: non è storia passata, è il nostro presente. Le armi chimiche sono state progettate per essere immortali. Sono cancerogene e possono anche causare mutazioni genetiche. Ma soprattutto le armi chimiche sopravvivono a lungo nel terreno e nell'acqua, fedeli alla loro missione assassina: le migliaia di bombe che giacciono nel mare di Ischia, di Manfredonia, di Foggia, di Molfetta possono ancora uccidere. Eppure questo segreto è stato difeso con ogni strumento.

Ancora oggi non si riesce a stabilire con esattezza quante armi chimiche siano state prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945. Il piano varato da Benito Mussolini all'inizio della guerra prevedeva la costruzione di 46 impianti per distillare 30 mila tonnellate di gas ogni anno; i documenti britannici analizzati in questo libro - decine di file con rapporti segreti, relazioni diplomatiche, verbali di riunioni del governo, minute di interventi di Winston Churchill e altri atti riservati che riguardano un periodo dal 1923 al 1985 - sostengono che si possa trattare di una quantità «tra le 12.500 e le 23.500 tonnellate » ogni anno, ancor di più durante l'occupazione nazista del Nord.
Si trattava di iprite, che divora la pelle e uccide togliendo il respiro. Di fosgene, che ammazza provocando emorragie nei polmoni. Di miscele a base di arsenico, che entrano nel sangue fino a spegnere la vita.

A questo arsenale sterminato si sono aggiunte le armi schierate al Nord dai tedeschi e quelle importate al Sud dagli americani e dagli inglesi. L'ultimo saggio pubblicato negli Usa da Rick Atkinson sostiene che solo gli statunitensi dislocarono negli aeroporti del Sud 200 mila bombe chimiche. Fu proprio durante uno di questi trasferimenti nel porto di Bari che nel dicembre 1943 una nave piena di iprite esplose, contaminando acqua e aria: il disastro, il più grave mai avvenuto nel mondo occidentale, venne tenuto nascosto. Winston Churchill in persona ordinò di tacere, e in tal modo i feriti non hanno potuto ricevere cure adeguate. Ma dei cittadini baresi aggrediti dal gas non si è mai saputo nulla. Quanti hanno ereditato leucemie, tumori, devastazioni ai polmoni? L'inferno di Bari è stato un danno collaterale nell'equilibrio del terrore.

Come è accaduto con le testate nucleari durante la Guerra fredda, tutti gli eserciti dovevano possedere armi chimiche per impedire che i nemici le usassero, temendo la rappresaglia. E come è accaduto per le atomiche, solo i capi di governo decidevano la sorte di queste armi che non dovevano cadere in mano agli avversari. Così fu Hitler a dare il via libera alla prima di tante operazioni nefaste: affondare nell'Adriatico oltre 4.300 grandi bombe tossiche. Grazie ai documenti degli archivi tedeschi sappiamo che si trattava di 1.316 tonnellate di testate all'iprite, gran parte delle quali si trovano ancora nei fondali a sud di Pesaro.

Dopo il 1945 gli Alleati si liberarono del loro arsenale di gas e di quello catturato agli sconfitti. I files dell'US Army - documenti in parte ancora segreti - rivelano che molte decine di migliaia di ordigni chimici vennero inabissati in una «discarica chimica» nel Golfo di Napoli, davanti all'isola di Ischia. Lo stesso è accaduto in Puglia, partendo da Manfredonia, dove altre decine di migliaia di testate con veleni made in Usa furono annegate. I rapporti la descrivono come una manovra piena di incidenti: molti ordigni andarono letteralmente alla deriva.

Questo colossale cimitero sottomarino libera lentamente i suoi spettri: le bombe si corrodono e rilasciano iprite e arsenico. L'unico studio condotto nel 1999 dagli esperti dell'Icram ha trovato tracce delle due sostanze negli organi dei pesci di quella zona e nei fanghi del fondale. Il responsabile dei ricercatori, Ezio Amato, ha denunciato una situazione agghiacciante: «I pesci del basso Adriatico sono particolarmente soggetti all'insorgenza di tumori, subiscono danni all'apparato riproduttivo, sono esposti a mutazioni che portano a generare esemplari mostruosi».

Ma i mostri tossici non dormono soltanto in fondo al mare. In molti sono stati ignari di abitare in quartieri che sorgono intorno, o addirittura sopra, a vecchi stabilimenti di armi chimiche, in molti sono stati all'oscuro della reale produzione di queste fabbriche. Miscele cancerogene, che hanno minato l'ecosistema, inquinando aria, terra, acqua.

L'Acna di Rho ha convogliato i suoi scarichi nella falda idrica che scorre verso il centro di Milano, quella di Cesano Maderno ha contaminato la Brianza e sempre in Lombardia a Melegnano dai suoli della Saronio continuano a sbucare nuvole nocive. I dossier dell'intelligence britannica parlano di 60-65 mila tonnellate di armi chimiche prodotte a Rho, 50-60 mila tonnellate a Cesano Maderno, altre decine di migliaia a Melegnano. Il tutto secondo le priorità di guerra, scaricando fanghi e scarti nei fiumi e nei campi.

I militari italiani per tutto il dopoguerra hanno protetto due stabilimenti di gas top secret: uno a Cerro al Lambro, davanti al casello milanese dove nasce l'Autostrada del Sole, l'altro a Cesano di Roma, nel territorio della capitale. Sono stati smantellati soltanto nel 1979, senza notizie di un risanamento sistematico. Non si sa nemmeno se ci sia stata una bonifica dei laboratori sperimentali di via del Castro Laurenziano, nel cuore di Roma, accanto alle aule della Sapienza e ai condomini, dove si testavano i nuovi gas.

Quando, dopo la caduta del muro di Berlino, i generali hanno deciso di abbattere le loro riserve chimiche, le sorprese non sono mancate. Tutti i governi italiani avevano negato la presenza di gas bellici sul territorio nazionale; Giulio Andreotti nel 1985 lo aveva addirittura ribadito davanti al Parlamento. E invece esistevano almeno tre bunker, ripuliti poi nel massimo segreto. Il più importante era sul lago di Vico. Un'installazione colma di misteri e pericoli: durante i lavori nel 1996 una nube di fosgene è scappata via e ha raggiunto la strada, aggredendo un ciclista. Quell'uomo è l'ultima vittima europea delle armi chimiche. Solo nel 1997 si è scoperto che l'Esercito aveva messo da parte almeno 150 tonnellate di iprite del modello più micidiale, mescolata con arsenico. In più c'erano oltre mille tonnellate di adamsite, un gas potentissimo ma non letale usato contro le dimostrazioni di piazza. E 40 mila proiettili chimici. Per neutralizzarli è stato creato un impianto modello a Civitavecchia che imprigiona le scorie velenose in cilindri di cemento. La fabbrica di pace lavora senza sosta dal 1993 e continuerà a farlo almeno fino al 2015. Lì i cilindri di cemento all'arsenico, custodi testamentari del delirio chimico, continuano ad aumentare: sono già molte migliaia, in attesa che venga individuato un deposito definitivo dove seppellirli.

E forse un giorno qualcuno si porrà il problema delle discariche sottomarine. Gli ordigni seminati dagli americani sono spesso a pochi metri di profondità: un incredibile self service per qualunque terrorista, che potrebbe mettere le mani sulle armi più potenti per scatenare l'apocalisse. Abbiamo invaso l'Iraq per cercare le armi di distruzione di massa, invece sarebbe bastato tuffarsi nelle acque di Molfetta o di Ischia per trovarne a migliaia. Arrugginite fuori, micidiali dentro.

Fonte:L'Espresso
.
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di Gianluca Di Feo

Migliaia di tonnellate di bombe letali prodotte dal fascismo. Finite in mare davanti Ischia e la Puglia. Dove continuano a seminare i loro veleni. Un libro ricostruisce la storia degli ordigni più orribili



Questa è la storia di un segreto di cui tutti si vergognano. Ministri, generali, industriali, professori lo hanno difeso con il silenzio per generazioni, fino a farne perdere la memoria e farlo svanire nel nulla. Il protagonista di questo libro è un fantasma immortale: ancora oggi continua ad uccidere, lo fa da ottant'anni. Ha divorato vittime innocenti in Libia e in Etiopia, poi si è accanito sulla salute degli italiani. È entrato nella nostra aria, nella nostra acqua, nella nostra terra. Ed è ancora lì: alle porte di Roma, alla periferia di Milano, nel golfo di Napoli, nel mare di Bari, sulla costa di Pesaro, sulle rive del Lago Maggiore, nei fiumi d'Abruzzo. Ovunque.

Progettato per essere invisibile, prosegue indisturbato nella missione assassina per cui è stato generato. Semina la morte, soffoca i corpi con malattie incurabili, di cui nessuno vuole indagare l'origine. Questa è la storia dei veleni - creati dalla dittatura fascista e protetti dalla Repubblica democratica - che hanno trasformato gli angoli più belli della Penisola in cimiteri di vampiri che minacciano di uscire dalle loro bare in qualunque momento. È la storia di esperimenti orribili e dimenticati: di batteri e tossine trasformati in bombe provate sulle spiagge del Lazio, della Liguria e della Sardegna, di nubi di bacilli scagliate sui combattenti spagnoli che lottavano per la libertà, di insetti mutati in killer da scienziati nazisti senza scrupoli. Questa è la storia di industriali che si sono arricchiti distillando sostanze letali, entrando in società con i finanziatori dell'Olocausto, violando qualunque legge. Di decine di fabbriche che, grazie al segreto di Stato, hanno scaricato il loro sangue marcio nei fiumi, nei terreni, nelle riserve idriche. Di impianti mai bonificati, veri e propri scheletri tossici che costellano il nostro Paese.



Ministri eletti dal popolo italiano e generali delle nostre forze armate hanno deliberatamente taciuto, coprendo con il silenzio gli arsenali nascosti nei boschi della Tuscia, dell'Umbria, della Maremma, occultando gli stabilimenti proibiti della provincia di Roma e di Milano. Una storia infinita, perché ancora oggi le scorie di questi arsenali non hanno trovato una tomba sicura e continuano ad accumularsi in un bosco di Civitavecchia. Questo è un viaggio nell'abisso più nero del nostro Paese: la storia delle armi chimiche italiane. Attraverso i documenti inediti ritrovati negli archivi britannici, americani e tedeschi si è ricostruito un capitolo vergognoso della nostra Storia.

Attenzione: non è storia passata, è il nostro presente. Le armi chimiche sono state progettate per essere immortali. Sono cancerogene e possono anche causare mutazioni genetiche. Ma soprattutto le armi chimiche sopravvivono a lungo nel terreno e nell'acqua, fedeli alla loro missione assassina: le migliaia di bombe che giacciono nel mare di Ischia, di Manfredonia, di Foggia, di Molfetta possono ancora uccidere. Eppure questo segreto è stato difeso con ogni strumento.

Ancora oggi non si riesce a stabilire con esattezza quante armi chimiche siano state prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945. Il piano varato da Benito Mussolini all'inizio della guerra prevedeva la costruzione di 46 impianti per distillare 30 mila tonnellate di gas ogni anno; i documenti britannici analizzati in questo libro - decine di file con rapporti segreti, relazioni diplomatiche, verbali di riunioni del governo, minute di interventi di Winston Churchill e altri atti riservati che riguardano un periodo dal 1923 al 1985 - sostengono che si possa trattare di una quantità «tra le 12.500 e le 23.500 tonnellate » ogni anno, ancor di più durante l'occupazione nazista del Nord.
Si trattava di iprite, che divora la pelle e uccide togliendo il respiro. Di fosgene, che ammazza provocando emorragie nei polmoni. Di miscele a base di arsenico, che entrano nel sangue fino a spegnere la vita.

A questo arsenale sterminato si sono aggiunte le armi schierate al Nord dai tedeschi e quelle importate al Sud dagli americani e dagli inglesi. L'ultimo saggio pubblicato negli Usa da Rick Atkinson sostiene che solo gli statunitensi dislocarono negli aeroporti del Sud 200 mila bombe chimiche. Fu proprio durante uno di questi trasferimenti nel porto di Bari che nel dicembre 1943 una nave piena di iprite esplose, contaminando acqua e aria: il disastro, il più grave mai avvenuto nel mondo occidentale, venne tenuto nascosto. Winston Churchill in persona ordinò di tacere, e in tal modo i feriti non hanno potuto ricevere cure adeguate. Ma dei cittadini baresi aggrediti dal gas non si è mai saputo nulla. Quanti hanno ereditato leucemie, tumori, devastazioni ai polmoni? L'inferno di Bari è stato un danno collaterale nell'equilibrio del terrore.

Come è accaduto con le testate nucleari durante la Guerra fredda, tutti gli eserciti dovevano possedere armi chimiche per impedire che i nemici le usassero, temendo la rappresaglia. E come è accaduto per le atomiche, solo i capi di governo decidevano la sorte di queste armi che non dovevano cadere in mano agli avversari. Così fu Hitler a dare il via libera alla prima di tante operazioni nefaste: affondare nell'Adriatico oltre 4.300 grandi bombe tossiche. Grazie ai documenti degli archivi tedeschi sappiamo che si trattava di 1.316 tonnellate di testate all'iprite, gran parte delle quali si trovano ancora nei fondali a sud di Pesaro.

Dopo il 1945 gli Alleati si liberarono del loro arsenale di gas e di quello catturato agli sconfitti. I files dell'US Army - documenti in parte ancora segreti - rivelano che molte decine di migliaia di ordigni chimici vennero inabissati in una «discarica chimica» nel Golfo di Napoli, davanti all'isola di Ischia. Lo stesso è accaduto in Puglia, partendo da Manfredonia, dove altre decine di migliaia di testate con veleni made in Usa furono annegate. I rapporti la descrivono come una manovra piena di incidenti: molti ordigni andarono letteralmente alla deriva.

Questo colossale cimitero sottomarino libera lentamente i suoi spettri: le bombe si corrodono e rilasciano iprite e arsenico. L'unico studio condotto nel 1999 dagli esperti dell'Icram ha trovato tracce delle due sostanze negli organi dei pesci di quella zona e nei fanghi del fondale. Il responsabile dei ricercatori, Ezio Amato, ha denunciato una situazione agghiacciante: «I pesci del basso Adriatico sono particolarmente soggetti all'insorgenza di tumori, subiscono danni all'apparato riproduttivo, sono esposti a mutazioni che portano a generare esemplari mostruosi».

Ma i mostri tossici non dormono soltanto in fondo al mare. In molti sono stati ignari di abitare in quartieri che sorgono intorno, o addirittura sopra, a vecchi stabilimenti di armi chimiche, in molti sono stati all'oscuro della reale produzione di queste fabbriche. Miscele cancerogene, che hanno minato l'ecosistema, inquinando aria, terra, acqua.

L'Acna di Rho ha convogliato i suoi scarichi nella falda idrica che scorre verso il centro di Milano, quella di Cesano Maderno ha contaminato la Brianza e sempre in Lombardia a Melegnano dai suoli della Saronio continuano a sbucare nuvole nocive. I dossier dell'intelligence britannica parlano di 60-65 mila tonnellate di armi chimiche prodotte a Rho, 50-60 mila tonnellate a Cesano Maderno, altre decine di migliaia a Melegnano. Il tutto secondo le priorità di guerra, scaricando fanghi e scarti nei fiumi e nei campi.

I militari italiani per tutto il dopoguerra hanno protetto due stabilimenti di gas top secret: uno a Cerro al Lambro, davanti al casello milanese dove nasce l'Autostrada del Sole, l'altro a Cesano di Roma, nel territorio della capitale. Sono stati smantellati soltanto nel 1979, senza notizie di un risanamento sistematico. Non si sa nemmeno se ci sia stata una bonifica dei laboratori sperimentali di via del Castro Laurenziano, nel cuore di Roma, accanto alle aule della Sapienza e ai condomini, dove si testavano i nuovi gas.

Quando, dopo la caduta del muro di Berlino, i generali hanno deciso di abbattere le loro riserve chimiche, le sorprese non sono mancate. Tutti i governi italiani avevano negato la presenza di gas bellici sul territorio nazionale; Giulio Andreotti nel 1985 lo aveva addirittura ribadito davanti al Parlamento. E invece esistevano almeno tre bunker, ripuliti poi nel massimo segreto. Il più importante era sul lago di Vico. Un'installazione colma di misteri e pericoli: durante i lavori nel 1996 una nube di fosgene è scappata via e ha raggiunto la strada, aggredendo un ciclista. Quell'uomo è l'ultima vittima europea delle armi chimiche. Solo nel 1997 si è scoperto che l'Esercito aveva messo da parte almeno 150 tonnellate di iprite del modello più micidiale, mescolata con arsenico. In più c'erano oltre mille tonnellate di adamsite, un gas potentissimo ma non letale usato contro le dimostrazioni di piazza. E 40 mila proiettili chimici. Per neutralizzarli è stato creato un impianto modello a Civitavecchia che imprigiona le scorie velenose in cilindri di cemento. La fabbrica di pace lavora senza sosta dal 1993 e continuerà a farlo almeno fino al 2015. Lì i cilindri di cemento all'arsenico, custodi testamentari del delirio chimico, continuano ad aumentare: sono già molte migliaia, in attesa che venga individuato un deposito definitivo dove seppellirli.

E forse un giorno qualcuno si porrà il problema delle discariche sottomarine. Gli ordigni seminati dagli americani sono spesso a pochi metri di profondità: un incredibile self service per qualunque terrorista, che potrebbe mettere le mani sulle armi più potenti per scatenare l'apocalisse. Abbiamo invaso l'Iraq per cercare le armi di distruzione di massa, invece sarebbe bastato tuffarsi nelle acque di Molfetta o di Ischia per trovarne a migliaia. Arrugginite fuori, micidiali dentro.

Fonte:L'Espresso
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