mercoledì 1 luglio 2009

Per non ripetere gli equivoci del Risorgimento


Di Angela Pellicciari



Unione Europea: come andrà a finire non si sa, ma se la storia è magistra vitae cosa è successo in Italia durante il Risorgimento può aiutarci a capire da che parte rischia di tirare il vento. La domanda è: c’è un’analogia possibile fra unificazione italiana ed unificazione europea?
All’inizio dell’Ottocento un esercito invasore -le armate giacobine di Napoleone- saccheggia l’Italia in nome della libertà e del risorgimento della gloria nazionale. L’Inghilterra riprende la parola d’ordine ed i liberali italiani fanno da corifei: il mito del Risorgimento è all’opera.
Indipendenza, unità, libertà, monarchia costituzionale, stato “forte e potente”: cosa si poteva desiderare di più bello? Non erano d’accordo tutti gli italiani? Non lo hanno forse dimostrato votando compatti “sì” ai plebisciti?
Purtroppo no. Purtroppo le cose non sono andate così. Purtroppo il Risorgimento ha imposto, in nome della libertà, un totalitarismo elitario che ha provato a rifare i connotati degli italiani. Questo e non altro significa l’incisivo motto: “l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani”. Così come erano non andavano bene. Andavano rimodellati ad immagine e somiglianza dell’élite massonica e protestante che reggeva il mondo con pugno di ferro, naturalmente in nome del progresso e della civiltà.
Guidati dalla luce liberal-massonica, gli italiani andavano sollevati dal peso dei millecinquecento anni di oscurantismo cattolico: “Risorgimento del paganesimo”, dirà, con incisività, Leone XIII.
Plebisciti? Una montatura fatta ad arte ricorrendo ai più sbrigativi e violenti mezzi messi a disposizione dalla dispotica volontà di potenza dei liberali subalpini ed italiani. Solo storici “liberali” possono scambiare per espressione della volontà popolare una simile, indegna, macchianazione elettorale.
Libertà? Tutta la chiesa e le sue proprietà messe a soqquadro. Tutti gli ordini religiosi soppressi, soppresse tutte le opere pie, sconvolti gli assetti delle diocesi: all’indomani dell’unità più di cento i vescovati senza vescovo. Preti e frati incarcerati come malfattori perché accusati di non cantare il Te Deum di ringraziamento per la libertà appena conquistata. Tutte le proprietà degli ordini religiosi svendute per due lire ed acquistate dai liberali (1% della popolazione). L’immenso patrimonio culturale (archivi, biblioteche) e artistico (quadri, statue, bassorilievi, oggetti di culto, mobili) accumulato nei secoli dalla chiesa italiana (e, quindi, dagli italiani) saccheggiato e, in buona parte, distrutto.
Monarchia costituzionale? Come lo vogliamo chiamare uno stato che si vanta di essere costituzionale, anzi, l’unico costituzionale della penisola (e -proprio per questo- si ritiene moralmente migliore degli altri), e che infrange uno dopo l’altro tutti i principali articoli dello Statuto a cominciare dal primo? Qualche esempio. Articolo 1: “La chiesa cattolica apostolica e romana è l’unica religione di stato”: abbiamo appena visto in che modo è stato onorato. Articolo 28: “la stampa sarà libera”. Libera la stampa, sì: quella liberale anticattolica. Per la stampa cattolica il discorso è opposto: basti pensare che Cavour non consente nemmeno la pubblicazione delle encicliche pontificie. Articolo 29: “Tutte le propietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili”. Tutte, meno quelle della chiesa cui aderisce, va ribadito, la quasi totalità della popolazione.
“Popolo”: bellissima parola, sempre sulle labbra dei nostri “padri della patria”. Cosa pensano i liberali del popolo, delle “masse”? E’ presto detto: che non contano e non possono contare nulla. Conta solo l’opinione liberale. Letteralmente così risponde Cavour (il 22 maggio 1855 al Senato) al maresciallo Vittorio della Torre che gli contesta la supposta popolarità della legge contro i conventi: “l’onorevole maresciallo ha detto che gran parte della popolazione era avversa a questa legge. Io in verità non mi sarei aspettato di vedere invocata dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate”.
Cui prodest? a chi è conventuto il Risorgimento? Ai Savoia sicuramente, e a tutti i liberali anche: il passaggio di ricchezza a loro favore è stato davvero ingente. E’ convenuto poi alle grandi potenze liberali (Inghilterra e Francia) e non (Germania), che hanno avuto a disposizione un feudo docile e comodo, convinto per di più della propria “inciviltà” e della propria meritata sudditanza culturale ed economica. A tal punto giungeva il disprezzo per l’Italia cattolica dell’élite liberal-massonica che, pure, amava pensare sé stessa come mallevatrice della patria.
Passiamo all’Europa.
Come durante il Risorgimento anche qui il progetto è guidato da élites selezionatissime che non si sa a chi rispondano. Certo non al popolo. Basti pensare che, le rare volte che le popolazioni sono chiamate ad esprimersi, una curiosa, pressante, benevola apprensione, circonda il referendum di turno. E se le popolazioni votassero “male”, si domanda, unanime, la stampa? Se non condividessero le scelte fatte in loro nome a livello europeo? Di più: nel caso sciagurato che –nonostante la propaganda di tutti i mass media- qualche popolo si azzarda a dire che non vuole entrare in questa o quell’istituzione europea, il referendum gli viene riproposto con encomiabile costanza, fino a quando il “popolo” non si convince che sì, che è bene far parte dell’Europa, dell’euro o di quant’altro.
Qui da noi, dove il popolo sovrano non è stato ancora consultato, quasi tutte le pubbliche autorità, a cominciare dalla Presidenza della Repubblica, ribadiscono che l’Europa è un dovere: nonostante le battute di arresto, si deve andare avanti. Andare avanti: ma, di grazia, verso dove, con chi e per quale strada?
E qui, per chi conosce il Risorgimento, i mal di pancia diventano forti. Se, in Italia, la chiesa è stata perseguitata in nome della chiesa (non si poteva fare diversamente, visto che si era “costituzionali” e che il primo articolo dello Statuto vincolava al rispetto del cattolicesimo), in Europa di chiesa non si vuole neppure sentire parlare. Vade retro. Ma non è l’Europa frutto dell’evangelizzazione dei barbari operata dalla chiesa grazie alla quale, fra l’altro, abbiamo ancora memoria della civiltà greco-romana? Non sono il latino ed il greco (le lingue della cristianità) le lingue ufficiali dell’Europa fino al Cinquecento? Non sono tutte le maggiori istituzioni europee nate in ambito cristiano? L’Università, le opere pie, gli ospedali, le scuole, la libertà, i cimiteri, tutte le forme di carità organizzata, non sono tutte, dico tutte, frutto dello spirito cristiano?
E come mai, nonostante l’evidenza, nonostante la storia, nonostante i continui richiami del papa, nonostante l’ovvietà del fatto, non si vuole, proprio non si vuole riconoscere che l’anima europea è cristiana? Nel parto difficile, fino ad oggi risultato impossibile, di una costituzione europea, si è arrivati a citare espressamente i “Lumi”, ci si è poi spinti fino ad evocare, genericamente, la “religione”, ma la parola cristianesimo MAI. In ambito europeo il cristianesimo è impronunciabile e indicibile. E perché? Un simile comportamento è forse normale? E’ ragionevole che i governanti europei si rifiutino di prendere atto dei fatti?
Europa: quale Europa? Curiosamente a questa domanda nessuno risponde. Ci si nasconde sempre dietro i soliti slogan. Eppure il problema c'è e va posto: quale Europa? quella imperiale del massone Napoleone? quella republicana del carbonaro Mazzini, rigidamente controllata -nel nome dei popoli ben inteso- da un ristrettissimo manipolo di illuminati anticattolici? quella immaginata da Hitler come "spazio comune", detta, guarda caso, “Comunità economica europea”? o, da ultimo, quella degli orfani del comunismo trasformatisi in nichilisti difensori dell'arbitrio individuale?
La sinistra europea, che regnava incontrastata all'epoca della Carta di Nizza, è arrivata a sancire una “Carta dei diritti” da brivido. I diritti da garantire sarebbero stati quelli interpretati “alla luce dell’evoluzione della società, del progresso sociale, degli sviluppi scientifici e tecnologici”. Con tutta evidenza la fine della famiglia, l’apertura ad ogni possibile realizzazione dell’ingegneria genetica, l'omicidio legalizzato chiamato eutanasia, l'uso -ovviamente a scopo terapeutico, altra bella parola- degli embrioni ad libitum. Dopo che un cannibale confesso (e coscienziosamente filmato) è stato condannato da un civile tribunale tedesco alla pena di otto anni e mezzo, non è difficile prevedere gli sviluppi dei diritti sancibili dall'Europa del futuro.
Europa: non basta la parola. Il nome non è una garanzia. Proprio come centocinquanta anni fa' non bastava la parola Italia.
Bisogna ringraziare il ministro Castelli perché, non fosse stato per lui, il buonismo europeista dilagante avrebbe imposto un fideistico assenzo al mandato di cattura europeo. Col pretesto del terrorismo, si era quasi riusciti a far passare una legislazione d’urgenza che individuava ben 32 reati, fra cui quello di razzismo. Cosa c’entra il razzismo con la lotta al terrorismo? se ci si ricorda che alla conferenza internazionale di Durban il sionismo è stato equiparato al razzismo, le cose si fanno più chiare. Tanto per fare un esempio, un ebreo con simpatie per Israele avrebbe potuto, in quanto razzista, incappare nel "legale" mandato di cattura europeo…
Ci conviene stare bene attenti. In odio alla fede, nutrendo un disprezzo viscerale per il "dogmatismo" cattolico, rischiamo, un giorno non troppo lontano, di essere "rifatti" a modello dei più evoluti popoli nordici e protestanti. O a modello dell'élite anticattolica che guida la Francia. In nome del diritto, della giustiza e del progresso, coniugati alla maniera del futuribile diritto europeo, rischiamo di finire male. Come maluccio -in ambito europeo- è già finita la nostra agricoltura, come male stavano per finire -Ulivo imperante- i settori strategici della nostra economia, da francesizzare in cambio dell'ingresso nell'euro, come male è finita quell'idea improvvida che si chiama, guarda caso, Malpensa. Un modo per privare Roma, unica città veramente universale, di un aereoporto internazionale degno di questo nome.
Pio IX non era affatto contrario all’unificazione italiana: se ne è ritratto con orrore di fronte alla violenta persecuzione anticattolica realizzata in nome della morale, della libertà, della stessa chiesa. Allo stesso modo Giovanni Paolo II è decisamente favorevole all’unificazione europea, che anzi sollecita, per rendere all’Europa l’uso dei suoi due polmoni, quello orientale e quello occidentale. Quella del papa è una tenace e profetica azione di stimolo affinché gli europei imbocchino, dopo tanto orrore, la strada giusta: "è alla luce delle sventure riversatesi sul ventesimo secolo che si comprende come i diritti di Dio e dell’Uomo si affermino e cadano insieme […]. Non si può non rilevare come le ideologie che hanno causato fiumi di lacrime e di sangue nel corso del XX secolo, siano uscite da una Europa che aveva voluto dimenticare le sue fondamenta cristiane” (dal Discorso del 16 dicembre 2000).
Da quando la verità teologica è, con Lutero, ufficialmente morta, gli illuminati europei, apostatando Dio, hanno cercato nella ragione dei singoli o dei gruppi (spacciata per Ragione) la guida morale e civile dei popoli. Il risultato si è visto. Continueremo all'infinito a rivestire privatissimi interessi e ferree volontà di potenza sotto il manto di nobilissime parole? Non conviene a tutti (cristiani e non) imparare dai propri errori e, tornando alle comuni radici cristiane, edificare un’Europa fondata sul Decalogo?

Fonte:
Angela Pellicciari Da Studi Cattolici n. 295, aprile 2004
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Di Angela Pellicciari



Unione Europea: come andrà a finire non si sa, ma se la storia è magistra vitae cosa è successo in Italia durante il Risorgimento può aiutarci a capire da che parte rischia di tirare il vento. La domanda è: c’è un’analogia possibile fra unificazione italiana ed unificazione europea?
All’inizio dell’Ottocento un esercito invasore -le armate giacobine di Napoleone- saccheggia l’Italia in nome della libertà e del risorgimento della gloria nazionale. L’Inghilterra riprende la parola d’ordine ed i liberali italiani fanno da corifei: il mito del Risorgimento è all’opera.
Indipendenza, unità, libertà, monarchia costituzionale, stato “forte e potente”: cosa si poteva desiderare di più bello? Non erano d’accordo tutti gli italiani? Non lo hanno forse dimostrato votando compatti “sì” ai plebisciti?
Purtroppo no. Purtroppo le cose non sono andate così. Purtroppo il Risorgimento ha imposto, in nome della libertà, un totalitarismo elitario che ha provato a rifare i connotati degli italiani. Questo e non altro significa l’incisivo motto: “l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani”. Così come erano non andavano bene. Andavano rimodellati ad immagine e somiglianza dell’élite massonica e protestante che reggeva il mondo con pugno di ferro, naturalmente in nome del progresso e della civiltà.
Guidati dalla luce liberal-massonica, gli italiani andavano sollevati dal peso dei millecinquecento anni di oscurantismo cattolico: “Risorgimento del paganesimo”, dirà, con incisività, Leone XIII.
Plebisciti? Una montatura fatta ad arte ricorrendo ai più sbrigativi e violenti mezzi messi a disposizione dalla dispotica volontà di potenza dei liberali subalpini ed italiani. Solo storici “liberali” possono scambiare per espressione della volontà popolare una simile, indegna, macchianazione elettorale.
Libertà? Tutta la chiesa e le sue proprietà messe a soqquadro. Tutti gli ordini religiosi soppressi, soppresse tutte le opere pie, sconvolti gli assetti delle diocesi: all’indomani dell’unità più di cento i vescovati senza vescovo. Preti e frati incarcerati come malfattori perché accusati di non cantare il Te Deum di ringraziamento per la libertà appena conquistata. Tutte le proprietà degli ordini religiosi svendute per due lire ed acquistate dai liberali (1% della popolazione). L’immenso patrimonio culturale (archivi, biblioteche) e artistico (quadri, statue, bassorilievi, oggetti di culto, mobili) accumulato nei secoli dalla chiesa italiana (e, quindi, dagli italiani) saccheggiato e, in buona parte, distrutto.
Monarchia costituzionale? Come lo vogliamo chiamare uno stato che si vanta di essere costituzionale, anzi, l’unico costituzionale della penisola (e -proprio per questo- si ritiene moralmente migliore degli altri), e che infrange uno dopo l’altro tutti i principali articoli dello Statuto a cominciare dal primo? Qualche esempio. Articolo 1: “La chiesa cattolica apostolica e romana è l’unica religione di stato”: abbiamo appena visto in che modo è stato onorato. Articolo 28: “la stampa sarà libera”. Libera la stampa, sì: quella liberale anticattolica. Per la stampa cattolica il discorso è opposto: basti pensare che Cavour non consente nemmeno la pubblicazione delle encicliche pontificie. Articolo 29: “Tutte le propietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili”. Tutte, meno quelle della chiesa cui aderisce, va ribadito, la quasi totalità della popolazione.
“Popolo”: bellissima parola, sempre sulle labbra dei nostri “padri della patria”. Cosa pensano i liberali del popolo, delle “masse”? E’ presto detto: che non contano e non possono contare nulla. Conta solo l’opinione liberale. Letteralmente così risponde Cavour (il 22 maggio 1855 al Senato) al maresciallo Vittorio della Torre che gli contesta la supposta popolarità della legge contro i conventi: “l’onorevole maresciallo ha detto che gran parte della popolazione era avversa a questa legge. Io in verità non mi sarei aspettato di vedere invocata dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate”.
Cui prodest? a chi è conventuto il Risorgimento? Ai Savoia sicuramente, e a tutti i liberali anche: il passaggio di ricchezza a loro favore è stato davvero ingente. E’ convenuto poi alle grandi potenze liberali (Inghilterra e Francia) e non (Germania), che hanno avuto a disposizione un feudo docile e comodo, convinto per di più della propria “inciviltà” e della propria meritata sudditanza culturale ed economica. A tal punto giungeva il disprezzo per l’Italia cattolica dell’élite liberal-massonica che, pure, amava pensare sé stessa come mallevatrice della patria.
Passiamo all’Europa.
Come durante il Risorgimento anche qui il progetto è guidato da élites selezionatissime che non si sa a chi rispondano. Certo non al popolo. Basti pensare che, le rare volte che le popolazioni sono chiamate ad esprimersi, una curiosa, pressante, benevola apprensione, circonda il referendum di turno. E se le popolazioni votassero “male”, si domanda, unanime, la stampa? Se non condividessero le scelte fatte in loro nome a livello europeo? Di più: nel caso sciagurato che –nonostante la propaganda di tutti i mass media- qualche popolo si azzarda a dire che non vuole entrare in questa o quell’istituzione europea, il referendum gli viene riproposto con encomiabile costanza, fino a quando il “popolo” non si convince che sì, che è bene far parte dell’Europa, dell’euro o di quant’altro.
Qui da noi, dove il popolo sovrano non è stato ancora consultato, quasi tutte le pubbliche autorità, a cominciare dalla Presidenza della Repubblica, ribadiscono che l’Europa è un dovere: nonostante le battute di arresto, si deve andare avanti. Andare avanti: ma, di grazia, verso dove, con chi e per quale strada?
E qui, per chi conosce il Risorgimento, i mal di pancia diventano forti. Se, in Italia, la chiesa è stata perseguitata in nome della chiesa (non si poteva fare diversamente, visto che si era “costituzionali” e che il primo articolo dello Statuto vincolava al rispetto del cattolicesimo), in Europa di chiesa non si vuole neppure sentire parlare. Vade retro. Ma non è l’Europa frutto dell’evangelizzazione dei barbari operata dalla chiesa grazie alla quale, fra l’altro, abbiamo ancora memoria della civiltà greco-romana? Non sono il latino ed il greco (le lingue della cristianità) le lingue ufficiali dell’Europa fino al Cinquecento? Non sono tutte le maggiori istituzioni europee nate in ambito cristiano? L’Università, le opere pie, gli ospedali, le scuole, la libertà, i cimiteri, tutte le forme di carità organizzata, non sono tutte, dico tutte, frutto dello spirito cristiano?
E come mai, nonostante l’evidenza, nonostante la storia, nonostante i continui richiami del papa, nonostante l’ovvietà del fatto, non si vuole, proprio non si vuole riconoscere che l’anima europea è cristiana? Nel parto difficile, fino ad oggi risultato impossibile, di una costituzione europea, si è arrivati a citare espressamente i “Lumi”, ci si è poi spinti fino ad evocare, genericamente, la “religione”, ma la parola cristianesimo MAI. In ambito europeo il cristianesimo è impronunciabile e indicibile. E perché? Un simile comportamento è forse normale? E’ ragionevole che i governanti europei si rifiutino di prendere atto dei fatti?
Europa: quale Europa? Curiosamente a questa domanda nessuno risponde. Ci si nasconde sempre dietro i soliti slogan. Eppure il problema c'è e va posto: quale Europa? quella imperiale del massone Napoleone? quella republicana del carbonaro Mazzini, rigidamente controllata -nel nome dei popoli ben inteso- da un ristrettissimo manipolo di illuminati anticattolici? quella immaginata da Hitler come "spazio comune", detta, guarda caso, “Comunità economica europea”? o, da ultimo, quella degli orfani del comunismo trasformatisi in nichilisti difensori dell'arbitrio individuale?
La sinistra europea, che regnava incontrastata all'epoca della Carta di Nizza, è arrivata a sancire una “Carta dei diritti” da brivido. I diritti da garantire sarebbero stati quelli interpretati “alla luce dell’evoluzione della società, del progresso sociale, degli sviluppi scientifici e tecnologici”. Con tutta evidenza la fine della famiglia, l’apertura ad ogni possibile realizzazione dell’ingegneria genetica, l'omicidio legalizzato chiamato eutanasia, l'uso -ovviamente a scopo terapeutico, altra bella parola- degli embrioni ad libitum. Dopo che un cannibale confesso (e coscienziosamente filmato) è stato condannato da un civile tribunale tedesco alla pena di otto anni e mezzo, non è difficile prevedere gli sviluppi dei diritti sancibili dall'Europa del futuro.
Europa: non basta la parola. Il nome non è una garanzia. Proprio come centocinquanta anni fa' non bastava la parola Italia.
Bisogna ringraziare il ministro Castelli perché, non fosse stato per lui, il buonismo europeista dilagante avrebbe imposto un fideistico assenzo al mandato di cattura europeo. Col pretesto del terrorismo, si era quasi riusciti a far passare una legislazione d’urgenza che individuava ben 32 reati, fra cui quello di razzismo. Cosa c’entra il razzismo con la lotta al terrorismo? se ci si ricorda che alla conferenza internazionale di Durban il sionismo è stato equiparato al razzismo, le cose si fanno più chiare. Tanto per fare un esempio, un ebreo con simpatie per Israele avrebbe potuto, in quanto razzista, incappare nel "legale" mandato di cattura europeo…
Ci conviene stare bene attenti. In odio alla fede, nutrendo un disprezzo viscerale per il "dogmatismo" cattolico, rischiamo, un giorno non troppo lontano, di essere "rifatti" a modello dei più evoluti popoli nordici e protestanti. O a modello dell'élite anticattolica che guida la Francia. In nome del diritto, della giustiza e del progresso, coniugati alla maniera del futuribile diritto europeo, rischiamo di finire male. Come maluccio -in ambito europeo- è già finita la nostra agricoltura, come male stavano per finire -Ulivo imperante- i settori strategici della nostra economia, da francesizzare in cambio dell'ingresso nell'euro, come male è finita quell'idea improvvida che si chiama, guarda caso, Malpensa. Un modo per privare Roma, unica città veramente universale, di un aereoporto internazionale degno di questo nome.
Pio IX non era affatto contrario all’unificazione italiana: se ne è ritratto con orrore di fronte alla violenta persecuzione anticattolica realizzata in nome della morale, della libertà, della stessa chiesa. Allo stesso modo Giovanni Paolo II è decisamente favorevole all’unificazione europea, che anzi sollecita, per rendere all’Europa l’uso dei suoi due polmoni, quello orientale e quello occidentale. Quella del papa è una tenace e profetica azione di stimolo affinché gli europei imbocchino, dopo tanto orrore, la strada giusta: "è alla luce delle sventure riversatesi sul ventesimo secolo che si comprende come i diritti di Dio e dell’Uomo si affermino e cadano insieme […]. Non si può non rilevare come le ideologie che hanno causato fiumi di lacrime e di sangue nel corso del XX secolo, siano uscite da una Europa che aveva voluto dimenticare le sue fondamenta cristiane” (dal Discorso del 16 dicembre 2000).
Da quando la verità teologica è, con Lutero, ufficialmente morta, gli illuminati europei, apostatando Dio, hanno cercato nella ragione dei singoli o dei gruppi (spacciata per Ragione) la guida morale e civile dei popoli. Il risultato si è visto. Continueremo all'infinito a rivestire privatissimi interessi e ferree volontà di potenza sotto il manto di nobilissime parole? Non conviene a tutti (cristiani e non) imparare dai propri errori e, tornando alle comuni radici cristiane, edificare un’Europa fondata sul Decalogo?

Fonte:
Angela Pellicciari Da Studi Cattolici n. 295, aprile 2004

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