sabato 20 giugno 2009

Ad esempio a me piace il sud




Di Lucio Guadagno


Il tratto di strada che appare in foto è conosciuto come “Asse mediano”. È un’arteria di ferro, asfalto e cemento, costruita a cavallo tra gli anni ottanta e gli anni novanta, che collega i comuni dell’interland napoletano ai vari della provincia di Caserta. L’incuria ha lasciato intatta solo la scritta di un vicino centro commerciale, divenuto oramai meta di scampagnate domenicali per migliaia di famiglie, e solo qualche foro di proiettile contribuisce a rendere il quadro estremamente “attraente”.
La foto qui mostrata funge da caso tipico sulle superstrade del casertano e del napoletano, tutti i cartelli come questo sono bucherellati e certamente non è la ruggine la causa. Come scrisse Nanni Balestrini, in un bel libro intitolato “Sandokan”, i cartelli sforacchiati dai proiettili sono un benvenuto atipico, un segno sul territorio che in terra di camorra ha la forma del piombo delle cartucce 9,21.


Il pentito che parlò per primo dell’uccisione del giornalista del Mattino, Giancarlo Siani, nello spiegare le dinamiche che portarono alla maturazione dell’idea di uccidere il giovane cronista, fornisce particolari interessanti, fonti di studio ed approfondimento, se vogliamo, antropologico. Anche il calibro di una pistola con la quale si compie un omicidio rappresenta un segnale per i rivali, per coloro i quali riconosceranno successivamente il corpo all’obitorio.

Nei racconti di “nera” che parlano di omicidi di camorra o mafia in genere, ricorre spesso la sigla calibro 9,21, oppure kalasnikof, due armi molto potenti, di grosso calibro.
I segnali che dovrebbero richiamare, in una logica barbara, sono essenzialmente due: la forza di fuoco di chi compie l’atto e (difficile da credere ma è proprio così) una sorta di rispetto nei confronti della vittima o del clan di appartenenza. Difatti Siani fu assassinato con una calibro 7,65, una piccola pistola, che raramente viene usata in delitti di faide tra clan rivali.

Il motivo di tale scelta risiedeva principalmente nell’intenzione dei Nuvoletta di sviare da subito le indagini degli inquirenti e di fatti così fu. Da principio si pensò ad un delitto passionale, per motivi di donne come scrissero i giornali in quel lontano 1986. Diversamente sarebbe andata forse se l’arma usata fosse stata una 9,21, utilizzata per affiliati o boss.

Questo potrebbe essere definito, in modo semplicistico, il linguaggio delle armi, una sorta di forma comunicativa che ha come sintagmi la grandezza millimetrica della pallottola di una pistola manovrata da mani omicide.

“L’Asse mediano” fa parte di un insieme di arterie stradali che collegano tutta la periferia di Napoli e Caserta, ne fa parte anche la Nola - Villa Literno, e tutte le cave (molte abusive) utilizzate per costruirle sono state “ingozzate” per anni di rifiuti. Un’inchiesta di Antonio Cianciullo e Enrico Fontana, Ecomafie, riporta uno spezzone di un’intercettazione telefonica tra Francesco Schiavone detto “Sandokan”, al momento detenuto al 41 bis nel carcere di Opera e il cugino Carmine Schiamone, pentito e sottoposto al regime di tutela per i collaboratori di giustizia:

1988 - Casal di Principe
C.S: guarda, c’è un business. Possiamo incassare miliardi con l’immondizia. Basta che mettiamo a disposizione le cave che abbiamo usato per gli appalti della superstada Nola-Villa Literno. Quelli lì riempiono di rifiuti e noi ci riempiamo di soldi.
F.S: e cosa vogliamo fare, avvelenare Casale?
C.S.: no!
F.S.: allora non se ne fa niente!

1990 – Casal di Principe
C.S: ma che cosa sta succedendo, non l’abbiamo voluto fare nell’88 e adesso stanno uscendo questi fusti tossici dai terreni di mio genero e me li scoprono addirittura i carabinieri.
F.S.: Non sono io! Anche se qualcosa c’è sotto, se riscuotono una certa percentuale. Oramai le sta riempiendo Gaetano Cerci che sta insieme a Cicciotto, con l’avvocato Chianese e certi gruppi di Pianura, della Montagna Spaccata. È cominciato tutto da un paio d’anni.
C.S.: Va beh! Ma parlaci adesso però, perché i soldi devono darli anche a noi.

La D.I.A (dipartimento investigativo antimafia), ormai da circa 10 anni, stilla ogni semestre una relazione sullo stato della geografia criminale – mafiosa nelle quattro regioni interessate dal fenomeno. L’ultima redatta alla fine del 2008, per quanto concerne la Campania ed in particolar modo la provincia di Caserta, recita:
“La criminalità organizzata campana, meglio nota con l’etimo camorra, anche nel semestre in trattazione, ha evidenziato profili di elevata fluidità, dando luogo a dinamiche violente, finalizzate a consolidare la propria influenza mafiosa su territori di elezioni. Per i profili di interesse della DIA, focalizzati sugli indotti economico/patrimoniali dei sodalizi e sulle loro capacità di infiltrazione nella sfera imprenditoriale, il quadro di situazione ha confermato l’operatività complessiva di tale agglomerato criminale per la penetrazione nel bacino produttivo campano, con la correlativa capacità di inquinare segmenti di mercato particolarmente redditizi, quali il ciclo dei rifiuti.”
Come a dire “stamm comm’e primm”.

La domanda che prepotentemente si fa largo è la seguente: come può un GOVERNO sbandierare a destra e a manca il concetto di sicurezza, ergendolo addirittura a simbolo politico durante la campagna elettorale, se poi taglia i fondi alle forze di polizia ed alle procure (deficiano persino di carta necessaria ad istruire i processi)? Sarà forse che il governo italiano ha un debito pubblico clamoroso e nel Palazzo sanno benissimo che gli introiti prodotti dalle mafie rappresentano comunque una ricchezza per quel dato territorio di influenza e di conseguenza anche per alcuni cittadini o in modo parziale alcune comunità?
Un dato significativo è rappresentato dalla forma di tali investimenti malavitosi.
Uno dei settori in cui le mafie maggiormente hanno investito è il turismo, e continuano certamente a farlo.

I dati di Legambiente non possono che suscitare sgomento: nel solo anno 2008 in Campania sono state costruite 6000 case abusive e molto spesso, non solo in Campania, gran parte delle “particelle” abusive sono a scopo turistico. Noi tutti meridionali che abbiamo scelto di ripercorrere il destino degli antenati, abbandonando il proprio passato, in un certo senso sappiamo i nomi, le facce, conosciamo i fatti poiché tra quelle parti si parla e come, ma non abbiamo le prove (come scrisse Pasolini in una famosa lettera al Corriere) e molto spesso manca il coraggio e la volontà di mettersi in gioco per un qualcosa ormai passato e pertanto incastrato in quella dimensione. C’è certamente rassegnazione, non v’è dubbio. Aleggia insistente tra i pensieri la fatidica frase “tanto non cambierà mai nulla”.
E come potrebbe. La classe politica italiana vive di omertà, di affari subdoli e clientelari. Molti avranno dimenticato un famoso discorso di Craxi al parlamento durante le vicende di tangentopoli, (presidente della Camera era Giorgio Napoletano) di cui se ne riporta una parte di assoluta rilevanza: “[…] ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto benissimo, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo, perché presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro.”
Quanti si alzarono dopo queste parole? Nessuno, e chi aveva incombenze fisiologiche si trattenne per non alzarsi ed incorrere nello spergiuro.

Durante il regno della dinastia borbonica fenomeni criminosi, sistemici, sociali, culturali come mafia, camorra, sacra corona unita, ‘ndrangheta, non esistevano. Il regno delle Due Sicilie, sotto diversi punti di vista, (come ad esempio la gestione amministrativa, l’istruzione, l’innovazione tecnologica) era tra i più all’avanguardia dell’intera Europa.
La distribuzione delle terre, allora risorsa principale se non unica del popolo oltre la pesca ed il commercio, era gestita in modo tale da non creare discordie o necessità di doversi difendere da soprusi o spodestamenti ingiusti. Con l’unità d’Italia e la nascita della questione meridionale, avvenuta parallelamente, se non propedeuticamente, al grande fenomeno del latifondismo, comincia a delinearsi una struttura parallela per l’amministrazione delle controversie soprannominata mafia. In Sicilia la mafia ha due funzioni, amministrare l’acqua e l’accesso ai pozzi, risolvere contenziosi per quanto riguarda terreni e messi.
Alla grande balla raccontata circa il brigantaggio citando le parole di Gramsci: “lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.” ne è sempre stata aggiunta un’altra più grande e cioè che la mafia o le mafie avessero preso corpo dai residui del brigantaggio, cosa che manca di qualsiasi fondamento storico.

Nel meridione “africano dei cafoni che i beduini a confronto sono latte e miele” (citando una frase del generale Cialdini, luogo tenente di Vittorio Emanuele II) anche dopo l’unità d’Italia, lo Stato italiano non vi ha mai messo piede, se non attraverso il capitale e l’utilizzo della manodopera. In cuor suo, l’anima vera del meridione, questo Stato non l’ha mai riconosciuto, nè legittimato, e pertanto ha sempre delegato la propria fiducia a gente a sé vicina, ai propri interessi, e su tale sfiducia ha proliferato la mentalità mafiosa.
Solo il fascismo ha tentato di entrarvi, il fascismo usa lo stesso linguaggio delle mafie, ma ha resistito poco.
La “terra di lavoro” (la zona che comprende buona parte della provincia di Caserta, zona di dominio assoluto del famigerato clan dei casalesi) come la chiama Francesco Barbagallo in un saggio dal titolo “Il potere della camorra”, denominata da Plinio il Vecchio, eretta a giustizierato da Ruggero II il normanno, s’è distinta nei secoli per civiltà, fertilità del suolo, violenza diffusa tra una parte dei suoi abitanti, specie nella zona chiamata dei “mazzoni”. Mussolini, ch’era uomo d’azione, pensò di risolvere il problema, con l’abolizione nel 1927 della provincia di Caserta (così Napoli poteva superare il milione d’abitanti) e con l’invio di un “maggiore dei carabinieri con questa consegna: liberatemi di questa delinquenza col ferro e col fuoco.”
Nel corso degli anni, forse per ragioni che ancora non è dato sapere, la consegna è, senza dubbio, passata di mano.




Fonte: Nokoss del 19/06/2009 segnalazione Redazione Due Sicilie
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Di Lucio Guadagno


Il tratto di strada che appare in foto è conosciuto come “Asse mediano”. È un’arteria di ferro, asfalto e cemento, costruita a cavallo tra gli anni ottanta e gli anni novanta, che collega i comuni dell’interland napoletano ai vari della provincia di Caserta. L’incuria ha lasciato intatta solo la scritta di un vicino centro commerciale, divenuto oramai meta di scampagnate domenicali per migliaia di famiglie, e solo qualche foro di proiettile contribuisce a rendere il quadro estremamente “attraente”.
La foto qui mostrata funge da caso tipico sulle superstrade del casertano e del napoletano, tutti i cartelli come questo sono bucherellati e certamente non è la ruggine la causa. Come scrisse Nanni Balestrini, in un bel libro intitolato “Sandokan”, i cartelli sforacchiati dai proiettili sono un benvenuto atipico, un segno sul territorio che in terra di camorra ha la forma del piombo delle cartucce 9,21.


Il pentito che parlò per primo dell’uccisione del giornalista del Mattino, Giancarlo Siani, nello spiegare le dinamiche che portarono alla maturazione dell’idea di uccidere il giovane cronista, fornisce particolari interessanti, fonti di studio ed approfondimento, se vogliamo, antropologico. Anche il calibro di una pistola con la quale si compie un omicidio rappresenta un segnale per i rivali, per coloro i quali riconosceranno successivamente il corpo all’obitorio.

Nei racconti di “nera” che parlano di omicidi di camorra o mafia in genere, ricorre spesso la sigla calibro 9,21, oppure kalasnikof, due armi molto potenti, di grosso calibro.
I segnali che dovrebbero richiamare, in una logica barbara, sono essenzialmente due: la forza di fuoco di chi compie l’atto e (difficile da credere ma è proprio così) una sorta di rispetto nei confronti della vittima o del clan di appartenenza. Difatti Siani fu assassinato con una calibro 7,65, una piccola pistola, che raramente viene usata in delitti di faide tra clan rivali.

Il motivo di tale scelta risiedeva principalmente nell’intenzione dei Nuvoletta di sviare da subito le indagini degli inquirenti e di fatti così fu. Da principio si pensò ad un delitto passionale, per motivi di donne come scrissero i giornali in quel lontano 1986. Diversamente sarebbe andata forse se l’arma usata fosse stata una 9,21, utilizzata per affiliati o boss.

Questo potrebbe essere definito, in modo semplicistico, il linguaggio delle armi, una sorta di forma comunicativa che ha come sintagmi la grandezza millimetrica della pallottola di una pistola manovrata da mani omicide.

“L’Asse mediano” fa parte di un insieme di arterie stradali che collegano tutta la periferia di Napoli e Caserta, ne fa parte anche la Nola - Villa Literno, e tutte le cave (molte abusive) utilizzate per costruirle sono state “ingozzate” per anni di rifiuti. Un’inchiesta di Antonio Cianciullo e Enrico Fontana, Ecomafie, riporta uno spezzone di un’intercettazione telefonica tra Francesco Schiavone detto “Sandokan”, al momento detenuto al 41 bis nel carcere di Opera e il cugino Carmine Schiamone, pentito e sottoposto al regime di tutela per i collaboratori di giustizia:

1988 - Casal di Principe
C.S: guarda, c’è un business. Possiamo incassare miliardi con l’immondizia. Basta che mettiamo a disposizione le cave che abbiamo usato per gli appalti della superstada Nola-Villa Literno. Quelli lì riempiono di rifiuti e noi ci riempiamo di soldi.
F.S: e cosa vogliamo fare, avvelenare Casale?
C.S.: no!
F.S.: allora non se ne fa niente!

1990 – Casal di Principe
C.S: ma che cosa sta succedendo, non l’abbiamo voluto fare nell’88 e adesso stanno uscendo questi fusti tossici dai terreni di mio genero e me li scoprono addirittura i carabinieri.
F.S.: Non sono io! Anche se qualcosa c’è sotto, se riscuotono una certa percentuale. Oramai le sta riempiendo Gaetano Cerci che sta insieme a Cicciotto, con l’avvocato Chianese e certi gruppi di Pianura, della Montagna Spaccata. È cominciato tutto da un paio d’anni.
C.S.: Va beh! Ma parlaci adesso però, perché i soldi devono darli anche a noi.

La D.I.A (dipartimento investigativo antimafia), ormai da circa 10 anni, stilla ogni semestre una relazione sullo stato della geografia criminale – mafiosa nelle quattro regioni interessate dal fenomeno. L’ultima redatta alla fine del 2008, per quanto concerne la Campania ed in particolar modo la provincia di Caserta, recita:
“La criminalità organizzata campana, meglio nota con l’etimo camorra, anche nel semestre in trattazione, ha evidenziato profili di elevata fluidità, dando luogo a dinamiche violente, finalizzate a consolidare la propria influenza mafiosa su territori di elezioni. Per i profili di interesse della DIA, focalizzati sugli indotti economico/patrimoniali dei sodalizi e sulle loro capacità di infiltrazione nella sfera imprenditoriale, il quadro di situazione ha confermato l’operatività complessiva di tale agglomerato criminale per la penetrazione nel bacino produttivo campano, con la correlativa capacità di inquinare segmenti di mercato particolarmente redditizi, quali il ciclo dei rifiuti.”
Come a dire “stamm comm’e primm”.

La domanda che prepotentemente si fa largo è la seguente: come può un GOVERNO sbandierare a destra e a manca il concetto di sicurezza, ergendolo addirittura a simbolo politico durante la campagna elettorale, se poi taglia i fondi alle forze di polizia ed alle procure (deficiano persino di carta necessaria ad istruire i processi)? Sarà forse che il governo italiano ha un debito pubblico clamoroso e nel Palazzo sanno benissimo che gli introiti prodotti dalle mafie rappresentano comunque una ricchezza per quel dato territorio di influenza e di conseguenza anche per alcuni cittadini o in modo parziale alcune comunità?
Un dato significativo è rappresentato dalla forma di tali investimenti malavitosi.
Uno dei settori in cui le mafie maggiormente hanno investito è il turismo, e continuano certamente a farlo.

I dati di Legambiente non possono che suscitare sgomento: nel solo anno 2008 in Campania sono state costruite 6000 case abusive e molto spesso, non solo in Campania, gran parte delle “particelle” abusive sono a scopo turistico. Noi tutti meridionali che abbiamo scelto di ripercorrere il destino degli antenati, abbandonando il proprio passato, in un certo senso sappiamo i nomi, le facce, conosciamo i fatti poiché tra quelle parti si parla e come, ma non abbiamo le prove (come scrisse Pasolini in una famosa lettera al Corriere) e molto spesso manca il coraggio e la volontà di mettersi in gioco per un qualcosa ormai passato e pertanto incastrato in quella dimensione. C’è certamente rassegnazione, non v’è dubbio. Aleggia insistente tra i pensieri la fatidica frase “tanto non cambierà mai nulla”.
E come potrebbe. La classe politica italiana vive di omertà, di affari subdoli e clientelari. Molti avranno dimenticato un famoso discorso di Craxi al parlamento durante le vicende di tangentopoli, (presidente della Camera era Giorgio Napoletano) di cui se ne riporta una parte di assoluta rilevanza: “[…] ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto benissimo, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo, perché presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro.”
Quanti si alzarono dopo queste parole? Nessuno, e chi aveva incombenze fisiologiche si trattenne per non alzarsi ed incorrere nello spergiuro.

Durante il regno della dinastia borbonica fenomeni criminosi, sistemici, sociali, culturali come mafia, camorra, sacra corona unita, ‘ndrangheta, non esistevano. Il regno delle Due Sicilie, sotto diversi punti di vista, (come ad esempio la gestione amministrativa, l’istruzione, l’innovazione tecnologica) era tra i più all’avanguardia dell’intera Europa.
La distribuzione delle terre, allora risorsa principale se non unica del popolo oltre la pesca ed il commercio, era gestita in modo tale da non creare discordie o necessità di doversi difendere da soprusi o spodestamenti ingiusti. Con l’unità d’Italia e la nascita della questione meridionale, avvenuta parallelamente, se non propedeuticamente, al grande fenomeno del latifondismo, comincia a delinearsi una struttura parallela per l’amministrazione delle controversie soprannominata mafia. In Sicilia la mafia ha due funzioni, amministrare l’acqua e l’accesso ai pozzi, risolvere contenziosi per quanto riguarda terreni e messi.
Alla grande balla raccontata circa il brigantaggio citando le parole di Gramsci: “lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.” ne è sempre stata aggiunta un’altra più grande e cioè che la mafia o le mafie avessero preso corpo dai residui del brigantaggio, cosa che manca di qualsiasi fondamento storico.

Nel meridione “africano dei cafoni che i beduini a confronto sono latte e miele” (citando una frase del generale Cialdini, luogo tenente di Vittorio Emanuele II) anche dopo l’unità d’Italia, lo Stato italiano non vi ha mai messo piede, se non attraverso il capitale e l’utilizzo della manodopera. In cuor suo, l’anima vera del meridione, questo Stato non l’ha mai riconosciuto, nè legittimato, e pertanto ha sempre delegato la propria fiducia a gente a sé vicina, ai propri interessi, e su tale sfiducia ha proliferato la mentalità mafiosa.
Solo il fascismo ha tentato di entrarvi, il fascismo usa lo stesso linguaggio delle mafie, ma ha resistito poco.
La “terra di lavoro” (la zona che comprende buona parte della provincia di Caserta, zona di dominio assoluto del famigerato clan dei casalesi) come la chiama Francesco Barbagallo in un saggio dal titolo “Il potere della camorra”, denominata da Plinio il Vecchio, eretta a giustizierato da Ruggero II il normanno, s’è distinta nei secoli per civiltà, fertilità del suolo, violenza diffusa tra una parte dei suoi abitanti, specie nella zona chiamata dei “mazzoni”. Mussolini, ch’era uomo d’azione, pensò di risolvere il problema, con l’abolizione nel 1927 della provincia di Caserta (così Napoli poteva superare il milione d’abitanti) e con l’invio di un “maggiore dei carabinieri con questa consegna: liberatemi di questa delinquenza col ferro e col fuoco.”
Nel corso degli anni, forse per ragioni che ancora non è dato sapere, la consegna è, senza dubbio, passata di mano.




Fonte: Nokoss del 19/06/2009 segnalazione Redazione Due Sicilie

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