giovedì 14 maggio 2009

Commercialisti in allarme: le imprese pronte a non pagare le tasse


Di Giovanni Lombardo



Manca poco più di un mese alle scadenze fiscali e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti pare stia già sudando freddo. Gli adempimenti di giugno e luglio rappresentano un importante banco di prova per la tenuta dei conti pubblici dopo l’esplosione della crisi economica che ha abbattuto i redditi di imprese e famiglie nel 2008 e in questa prima parte del 2009. Ma non si tratta soltanto di fare i conti con la base imponibile ridotta all’osso. C’è una minaccia ancora più insidiosa. «La scarsa liquidità a disposizione degli imprenditori potrebbe spingerli a disertare l’appuntamento con il Fisco - dice a l’Occidentale il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Claudio Siciliotti – Questo non vuol dire evasione, visto che la denuncia dei redditi viene regolarmente presentata, ma astensione dai versamenti».

Le imprese sarebbero pronte a non pagare le tasse anche perché la sanzione a cui andrebbero incontro è davvero minima. La legge consente infatti di utilizzare lo strumento del ravvedimento operoso che consiste in una sorta di “mea culpa” a cui fa seguito l’automatica assoluzione da parte del Fisco. «Se la situazione viene sanata entro un anno, la sanzione da pagare per il mancato versamento è stata ridotta dal decreto anti crisi n. 185/2008 dal 6 al 3% dell’imposta dovuta, a cui bisogna aggiungere un altro 3% a titolo di interessi - spiega Siciliotti - Ad esempio, un’impresa che a giugno dovrebbe pagare 100 mila euro di tasse potrebbe decidere di rinviare all’anno successivo questo esborso, in attesa di tempi migliori, pagando tra dodici mesi 106 mila euro cioè seimila euro in più».

L’Erario, quindi, verrebbe utilizzato come una sorta di ente creditizio: mi finanzio tenendo in cassa i soldi che devo versare allo Stato, li utilizzo per pagare i fornitori e dipendenti, a fronte di un tasso annuo del 6% per giunta senza obbligo di garanzie. Niente male in un periodo in cui le banche hanno stretto i rubinetti del credito. «Non è una pratica corretta e non è esente da rischi – prosegue Siciliotti – se il Fisco arriva prima che l’impresa provveda a ravvedersi, la multa da pagare è ben più salata, pari al 30% dell’imposta. Ma la tentazione è forte, soprattutto per chi si trova con l’acqua alla gola».

Colpa della crisi, ma non solo. «Bisogna ricordare che la normativa tributaria non aiuta chi è in difficoltà – sottolinea il presidente dei commercialisti – la norma sugli interessi passivi introdotta dall’ultima Finanziaria di Visco nel 2007 rappresenta un pesante carico sulle spalle delle imprese meno grandi, quelle fino a cinque milioni di euro di fatturato, che prima potevano dedurre interamente gli interessi passivi dal reddito operativo lordo (ricavi meno costi di produzione, ndr) mentre adesso soltanto il 30%. Questa disposizione penalizza fortemente chi ha margini più bassi».

È evidente che la situazione in vista delle prossime scadenze è piuttosto tesa. Si parte il 16 giugno con il versamento del saldo relativo all’imposta sui redditi e l’Irap del 2008 e il primo acconto del 2009 (più il 3% di minor acconto che il governo ha fatto slittare lo scorso autunno proprio per fare fronte alla crisi).
I contribuenti possono decidere di rinviare di un mese, al 16 luglio, il pagamento versando lo 0,4% in più. Per il secondo acconto del 2009 se ne parlerà il 30 novembre. Si entra quindi nei mesi più caldi dal punto di vista fiscale: saldi e acconti si aggiungono ai versamenti mensili dell’Iva, ai contributi previdenziali per i dipendenti e agli altri adempimenti che sono spalmati su tutto l’anno.

Il dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia ha già registrato una calo di circa 4 miliardi delle entrate fiscali nei primi due mesi del 2009 (-6,6% su base annua). L’Ires, l’imposta sul reddito delle società, è crollata del 64,2%, mentre l’Ire (persone fisiche) è diminuita del 2,2% rispetto allo stesso periodo del 2008. La crisi si è abbattuta su tutte le voci, dall’imposta di fabbricazione sugli oli minerali (-4,5%) all’imposta di consumo sul gas metano (-9,5%), dall’imposta di registro (-14,9%), a quella di bollo (-8,2%). Le speranze di invertire il trend negativo sono abbastanza deboli, mentre anche i dati su deficit/pil e debito pubblico si fanno preoccupanti. Ecco perché al ministero dell’Economia vige lo stato di massima allerta.

Fonte:
L'Occidentale
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Di Giovanni Lombardo



Manca poco più di un mese alle scadenze fiscali e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti pare stia già sudando freddo. Gli adempimenti di giugno e luglio rappresentano un importante banco di prova per la tenuta dei conti pubblici dopo l’esplosione della crisi economica che ha abbattuto i redditi di imprese e famiglie nel 2008 e in questa prima parte del 2009. Ma non si tratta soltanto di fare i conti con la base imponibile ridotta all’osso. C’è una minaccia ancora più insidiosa. «La scarsa liquidità a disposizione degli imprenditori potrebbe spingerli a disertare l’appuntamento con il Fisco - dice a l’Occidentale il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Claudio Siciliotti – Questo non vuol dire evasione, visto che la denuncia dei redditi viene regolarmente presentata, ma astensione dai versamenti».

Le imprese sarebbero pronte a non pagare le tasse anche perché la sanzione a cui andrebbero incontro è davvero minima. La legge consente infatti di utilizzare lo strumento del ravvedimento operoso che consiste in una sorta di “mea culpa” a cui fa seguito l’automatica assoluzione da parte del Fisco. «Se la situazione viene sanata entro un anno, la sanzione da pagare per il mancato versamento è stata ridotta dal decreto anti crisi n. 185/2008 dal 6 al 3% dell’imposta dovuta, a cui bisogna aggiungere un altro 3% a titolo di interessi - spiega Siciliotti - Ad esempio, un’impresa che a giugno dovrebbe pagare 100 mila euro di tasse potrebbe decidere di rinviare all’anno successivo questo esborso, in attesa di tempi migliori, pagando tra dodici mesi 106 mila euro cioè seimila euro in più».

L’Erario, quindi, verrebbe utilizzato come una sorta di ente creditizio: mi finanzio tenendo in cassa i soldi che devo versare allo Stato, li utilizzo per pagare i fornitori e dipendenti, a fronte di un tasso annuo del 6% per giunta senza obbligo di garanzie. Niente male in un periodo in cui le banche hanno stretto i rubinetti del credito. «Non è una pratica corretta e non è esente da rischi – prosegue Siciliotti – se il Fisco arriva prima che l’impresa provveda a ravvedersi, la multa da pagare è ben più salata, pari al 30% dell’imposta. Ma la tentazione è forte, soprattutto per chi si trova con l’acqua alla gola».

Colpa della crisi, ma non solo. «Bisogna ricordare che la normativa tributaria non aiuta chi è in difficoltà – sottolinea il presidente dei commercialisti – la norma sugli interessi passivi introdotta dall’ultima Finanziaria di Visco nel 2007 rappresenta un pesante carico sulle spalle delle imprese meno grandi, quelle fino a cinque milioni di euro di fatturato, che prima potevano dedurre interamente gli interessi passivi dal reddito operativo lordo (ricavi meno costi di produzione, ndr) mentre adesso soltanto il 30%. Questa disposizione penalizza fortemente chi ha margini più bassi».

È evidente che la situazione in vista delle prossime scadenze è piuttosto tesa. Si parte il 16 giugno con il versamento del saldo relativo all’imposta sui redditi e l’Irap del 2008 e il primo acconto del 2009 (più il 3% di minor acconto che il governo ha fatto slittare lo scorso autunno proprio per fare fronte alla crisi).
I contribuenti possono decidere di rinviare di un mese, al 16 luglio, il pagamento versando lo 0,4% in più. Per il secondo acconto del 2009 se ne parlerà il 30 novembre. Si entra quindi nei mesi più caldi dal punto di vista fiscale: saldi e acconti si aggiungono ai versamenti mensili dell’Iva, ai contributi previdenziali per i dipendenti e agli altri adempimenti che sono spalmati su tutto l’anno.

Il dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia ha già registrato una calo di circa 4 miliardi delle entrate fiscali nei primi due mesi del 2009 (-6,6% su base annua). L’Ires, l’imposta sul reddito delle società, è crollata del 64,2%, mentre l’Ire (persone fisiche) è diminuita del 2,2% rispetto allo stesso periodo del 2008. La crisi si è abbattuta su tutte le voci, dall’imposta di fabbricazione sugli oli minerali (-4,5%) all’imposta di consumo sul gas metano (-9,5%), dall’imposta di registro (-14,9%), a quella di bollo (-8,2%). Le speranze di invertire il trend negativo sono abbastanza deboli, mentre anche i dati su deficit/pil e debito pubblico si fanno preoccupanti. Ecco perché al ministero dell’Economia vige lo stato di massima allerta.

Fonte:
L'Occidentale

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