venerdì 16 gennaio 2009

La Lombardia era paese agricolo


Di Antonio Ciano


La gente del Sud si chiede come sia potuto succedere che lo Stato savoiardo abbia saccheggiato, in nome della patria, le ricchezze di uno Stato libero ed indipendente fino al 13 febbraio del 1861 e di aver drenato tali ricchezze verso la Padania dell’onorevole Bossi che pure abbiamo sentito vituperare i Savoia, causa, secondo lui, di quella pseudo-unità d’Italia che al Sud nessuno voleva e che è costata un milione di morti, 25 milioni di emigranti e la disarticolazione del Reame. È nostro intendimento confrontare e raffrontare le economie del Regno delle Due Sicilie e quelle del Piemonte prima e dopo l’unità e come quest’ultimo abbia assassinato economicamente, socialmente, eticamente, politicamente e intellettualmente il Sud. In questo ci serviamo di scritti di meridionalisti di parte borbonica come Ludovico Bianchini9) e di meridionalisti al servizio della causa unitaria come Francesco Saverio Nitti10 il quale dopo aver ponderato più di ogni altro le cause che provocarono l’improvviso benessere del Nord ha cercato di andare alle radici del problema ricercando e studiando l’improvviso impoverimento del Sud.

Come dicevamo,nel 1860, il Regno delle Due Sicilie era ricco e prospero, il debito pubblico esiguo, quasi inesistente, le imposte progressive e non gravose. L’esazione di queste procedeva con una semplicità tale che gli attuali ministri delle Finanze farebbero cosa gradita agli italiani se ne studiassero il sistema e lo applicassero. Nel Regno di Sardegna il regime fiscale era mostruoso; tasse su tasse si susseguivano, si sovrapponevano, escogitate dai vari governi per spennare i piccoli e per dare ai grandi. Il debito pubblico era grande come una montagna alta 8 mila metri. Cavour, esaltato come un grande statista dagli intellettuali prezzolati di regime, era in realtà una frana, in dieci anni aveva portato il suo Paese alla bancarotta totale: senza l’annessione dei vari staterelli del Nord e soprattutto degli Stati Pontifici e del Regno delle Due Sicilie, il Regno di Sardegna era condannato a morte. Data la scarsità di risorse dello Stato piemontese e la povertà della gente, nemmeno la vendita di Nizza e Savoia e l’acquisto della Lombardia portò i benefici desiderati, perché, allora la patria di Bossi viveva di un’agricoltura poverissima, senza industrie ”…La Lombardia, ora così fiera delle sue industrie- dice Nitti- non aveva quasi che agricoltura; il Piemonte era un paese agricolo e parsimonioso…” (Nitti, Nord e sud, Laterza Editore, pag 446).

Ordinamenti amministrativi ottimi, finanza onesta
Che fare? Fallire oppure invadere i ricchi territori del Sud? Con l’aiuto della massoneria internazionale fu possibile la seconda soluzione. Alla massoneria interessava distruggere il modello politico che stava dando frutti dorati nel Regno delle Due Sicilie. Alla massoneria interessava mettere le mani sulle ricchezze della Chiesa, degli ordini monastici, del demanio pubblico, del Tesoro, delle banche. Una volta dichiarata l’unità d’Italia, al Piemonte non restava che far pagare al Sud i debiti che il suo Primo Ministro aveva contratto con le banche inglesi e con i Rothschild, massoni anche loro. Come? Facile, unificando le finanze dei vari Stati annessi. Favorirono le mene del Cavour i cosiddetti emigranti napoletani, cioè i liberal-massoni fuoriusciti dal Reame, a Napoli, ritenuti traditori della patria, e lo erano. Nel 1857, uno di questi “esuli”, Antonio Scialoja, attaccò il governo borbonico con un libro dal titolo “ I bilanci del Regno di Napoli e degli Stati Sardi”11) . questo lacchè pagato dal governo piemontese non si curava della veridicità delle cose dette e scritte ma solo d’arrecare danno ai Borbone e confusione così come aveva fatto Gladstone con le sue lettere a Lord Aberdeen. Francesco Saverio Nitti, uomo politico e meridionalista, così parla di quel libro: “…cosa era il libro di Scialoja? Un’affermazione politica, pari a quella che faceva Pasquale Mancini, proclamando in Torino il principio di nazionalità né l’uno né l’altro si preoccupavano forse della precisione storica e della verità scientifica [... ]Dei Borbone si può dare qualunque giudizio:furono fiacchi, non sentirono i tempi nuovi, non ebbero altezza di vedute mai, molte volte mancarono di parola, molte volte peccarono; sempre per timidità, mai forse per ferocia. Non furono dissimili dalla gran parte dei principi della penisola, compreso il Pontefice. Ma qualunque giudizio che si dia di essi non bisogna negare che i loro ordinamenti amministrativi erano spesso ottimi; che la loro finanza era buona, e in generale, onesta…”12).
A suffragare le affermazioni di Nitti ci viene in aiuto il signor Vittorio Sacchi, amico del Conte di Cavour, direttore delle contribuzioni e del catasto del Regno di Sardegna, mandato a Napoli dal Ministero piemontese per regolare e governare le finanze napoletane dal 1° aprile al 31 ottobre del 1861. La finanza napoletana, organizzata da un uomo di genio, il cavalier Medici, era forse la più adatta alla situazione economica del paese. Le entrate erano poche e grandi e di facile riscossione. Base di tutto l’ordinamento fiscale era una grande imposta fondiaria. Questa era così bene organizzata che rappresentava un vero contrasto col Piemonte, dov’era assai più gravosa e di difficile riscossione. Riferisce il Sacchi nella sua relazione al governo piemontese:”
Il sistema di percezione della fondiaria era incontrastabilmente il più spedito, semplice e sicuro che si avesse forse in Italia. Lo Stato, senza avervi quella minuziosa ingerenza, che vi ha in Francia e nelle antiche Province, ( del Piemonte, ndr) ove si fece perfino intervenire il potere legislativo nella spedizione degli avvisi di pagamento, aveva assicurato a periodi fissi e ben determinati l’incasso del tributo, colle più solide garanzie contro ogni malversazione per parte di contabili.”(Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla Questione Meridionale, Nord e Sud, Editori Laterza,1958, pag 473)

Cristo! I Savoia spennarono i nostri avi, li costrinsero a vendere per pochi soldi terreni e case per pagare la tassa sul macinato e quella sulla spremitura bestiale del loro sudore per arricchire il Nord, per industrializzarlo, per renderlo prospero e fecondo di imbecillità.

Le finanze napoletane erano ricche perché chi più aveva più pagava. La ricchezza non veniva considerata un peccato, ma chi era ricco sapeva che doveva contribuire positivamente al bilancio dello Stato. L’imposta sulla proprietà fondiaria era riscossa nel modo più economico possibile per quei tempi.
Oggi, questo Stato non è capace di riscuotere le tasse dai cittadini che dovrebbero pagarle, e cioè i ricchi.
Si parla di oltre 250 mila miliardi di vecchie lire di evasione all’anno, mentre pensionati, operai, impiegati e commercianti sono allo stremo, scannati dal sistema fiscale “piemontese”che Cavour ci ha regalato. Ici, iciap, irpeg, tosap, tasse regionali, tasse sulla salute, tasse provinciali, comunali, scolastiche, inps, inail, sui bollettini di conto corrente, sulle cambiali, tasse di registro e di bollo, tassa sulla benzina, sul bollo, sulla proprietà, sui ticket, sui tabacchi, sul sale, sullo zucchero, sui balconi, l’irpef, l’iva.
Non sappiamo quante tasse siamo costretti a pagare, forse 330 in un anno, fatto sta che la gente è stufa, e parliamo di quella costretta a dichiarare il proprio reddito dal quale l’Amministrazione finanziaria preleva fino al 60%. I commercianti, eccezione fatta per alcuni, son costretti alla chiusura dei loro esercizi straziati dalle tasse, dalle banche strozzine, quasi tutte, dai supermercati a capitale quasi tutto padano e soprattutto dalla politica filo-nordista dei vari governi di destra e di sinistra. Ciro Esposito e Gennaro Scognamiglio, vestiti da finanzieri vengono mandati a reprimere i commercianti e gli artigiani del Nord e del Sud, fanno credere loro che i nuovi briganti appartengono a quelle categorie e che l’evasione stia nel pacchetto di caramelle venduto senza scontrino. Questo solo per accelerare la chiusura dei negozietti a conduzione familiare e per favorire i grandi supermercati del Nord. La colonizzazione è quasi compiuta e se non ci ribelliamo a questo sistema di merda moriremo di fame e di stenti, come 140 anni fa.

Nel Regno delle Due Sicilie oltre all’imposta fondiaria si pagavano tasse sul lotto, sui tabacchi, sulle carte da gioco, imposte tenuissime sui trasferimenti di proprietà e sugli scambi, esenzione quasi assoluta sulla ricchezza mobiliare.
Il commercio interno aveva ogni agevolazione mentre la ricchezza immobiliare veniva gravata di tributi; le tasse di registro erano tenuissime; l’ordinamento delle fedi di credito del Banco di Napoli, mirabilmente semplice, rendeva inutili le registrazioni. <<>
( Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla Questione Meridionale, Nord e Sud, Edizioni Laterza, Bari, 1958, pag. 475.)
Dal 1848 al 1860 nel Regno delle Due Sicilie non vi furono imposte nuove né si aumentarono le vecchie. In Piemonte la gente emigrava verso la Francia e i paesi sudamericani a causa delle tasse pesantissime. La tirannia savoiarda in quel regno era asfissiante, i lavoratori e i contadini preferivano lasciare la propria terra per non morire di fame e di stenti: Cavour, grande statista per gli stolti di regime, indebitò il Piemonte fino alla bancarotta totale, aumentò le tasse sulle polveri e sui tabacchi, sulla carta bollata, sui diritti di manomorta, sui trasferimenti delle proprietà e gravò di nuove tasse le poche industrie che esistevano sul territorio, aumentò pure le trattenute sulle pensioni elargite dal governo. Le entrate del Regno delle Due Sicilie, nel 1860, non raggiungevano i 175 milioni: 110.409.676 lire nel continente e di 65 milioni nella Sicilia
(<<>>, anno II, 1864, v. anche Giustino Fortunato, Il dovere pubblico, Napoli 1899, pag. 39.).
Le entrate del Regno di Sardegna, che aveva metà della popolazione del Regno delle Due Sicilie, nel 1859 erano di 144.332.371 lire ( Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla Questione Meridionale, Editori Laterza, Bari, 1958, pag.44). Cioè, ogni cittadino piemontese pagava in tasse il doppio di un napolitano.

Fra il 1848 e il 1859 i disavanzi del bilancio piemontese furono di circa 370 milioni e quelli napoletani di 139. Cavour, per contenere il debito pubblico, fu costretto a vendere tutto il patrimonio pubblico: ferrovie, terre demaniali, industrie di Stato. Al contrario i Borbone incrementarono detto patrimonio facendo nascere fabbriche di prim’ordine come quella di Pietrarsa, quella di Mongiana in Calabria, i cantieri navali di Castellammare di Stabia e molte altre più piccole.

Nel 1860 il Regno delle Due Sicilie era all’avanguardia rispetto agli altri Stati della penisola e di fronte a questi la situazione era la seguente, data la sua ricchezza e il numero dei suoi abitanti:

1) Le imposte erano inferiori a quelle degli altri Stati.

2)I beni demaniali ed i beni ecclesiastici rappresentavano una ricchezza enorme, e nel loro insieme, superavano i beni analoghi posseduti dagli altri Stati.

3) Il debito pubblico, tenuissimo, era quattro volte inferiore a quello del Piemonte, e di molto inferiore a quello della Toscana.

4) Il numero degli impiegati, calcolati sulla base delle pensioni nel 1860, era di metà che in Toscana e di quasi metà che nel Regno di Sardegna.

5) La quantità di moneta metallica circolante, ritirata più tardi dalla circolazione dallo Stato, era in cifra assoluta due volte superiore a quella di tutti gli altri Stati della penisola uniti assieme.( Nitti, Nord e Sud, Laterza Editori, Bari, 1958, pp. 483-484 )

Uomini senza scrupoli come Cavour e Bastogi, come Quintino Sella pensarono a come impoverire il Sud a favore del Nord, scientificamente, matematicamente, criminalmente. I debiti contratti da Cavour furono scaricati sulle spalle dei Meridionali e le ricchezze dell’ex Regno delle Due Sicilie vennero saccheggiate per intero.

Afferma Francesco Saverio Nitti a pag 484 di Nord e Sud che “…due furono i grandi nuclei che formarono il Regno d’Italia: il Regno di Sardegna e quello delle Due Sicilie. Il primo aveva un’importanza economica di gran lunga minore; con una superficie e una popolazione presso a poco della metà, le finanze in disordine…”

Il Sacchi rimase a bocca aperta sfogliando e catalogando le leggi fiscali del Reame. Studi di economisti di pim’ordine, il cav. Medici, Ludovico Bianchini e più tardi Agostino Magliani, considerati tra le menti più eccelse nel campo economico e finaziario del tempo, avevano modellato il sistema fiscale borbonico ritenuto ottimo dal Sacchi che ne ammirava la semplicità dei sistemi di riscossione, che ne lodava il sistema di tesoreria e a cui voleva modellare il servizio del debito pubblico nazionale:”
…le scienze economiche, altrove generalmente sconosciute alla classe degli impiegati, erano qui generalmente professate. Facili e pronti i concetti, purgata ed elegante la lingua, si scostavano le scritture degli uffici da quell’amalgama di parole convenzionali che altrove rimpinzano le corrispondenze ufficiali. In una parola, nei diversi rami dell’amministrazione delle finanze napoletane si trovano tali capacità di cui si sarebbe onorato ogni qualunque più illuminato governo…”( F.S. Nitti, Ibidem, pag. 484-485) Ma il Piemonte era uno Stato arretrato, smanioso di conquiste, bramoso di arricchirsi, da vero parassita, alle spalle del Sud.

Dopo la proclamazione dello Statuto, negli anni 1852-53 erano stati ministri delle Finanze piemontesi Thaon di Revel, Ricci e Nigra: le cose peggiorarono, il popolo ebbe a soffrire la gravissima tassazione, ogni ribellione veniva soffocata nel sangue. Cavour assunse il dicastero il 20 aprile del 1851 e lo tenne fino al 22 maggio del 1852, lo riprese il 5 novembre del 1852, lo mantenne fino al 15 gennaio del 1858. In quegli anni egli portò alla bancarotta totale il Regno di Sardegna. Niente riforme fiscali al di là di qualche correzione o modifica alle norme generali di tassazione. Una vera frana. Nel 1853 fece sparare sulla folla affamata ed inferocita che chiedeva pane.

L’involution
Morto Cavour ci pensò Bastogi ad abolire tutte le leggi del Regno delle Due Sicilie. Con cinque disegni di leggi, tra il 1861 e il 1862, estese il sistema fiscale piemontese a tutti i vecchi Stati che erano entrati a far parte del Regno d’Italia. Questo atto portò al saccheggio del Sud. Il Bastogi è da annoverare tra i peggiori nemici del Sud. E mentre il Bastogi compiva simile misfatto la reazione nel Mezzogiorno aumentava di intensità: il popolo andò sulle montagne a difendere le sue leggi, le leggi borboniche, ritenute dagli stolti di regime retrograde solo perché migliori, solo perché nate nella terra che diede al mondo la civiltà.

Grazie al prof. Francesco Cianciarelli dell’Università di Teramo, siamo venuti a conoscenza di un libro intitolato “Le memorie dei miei tempi” di Salvatore Giampaolo Cognetti, pubblicato nel 1874 da Panzini Editore a Napoli.
Cognetti ci illustra mirabilmente come il Piemonte si sia comportato da vero Stato mafioso nei confronti del Sud, come una priovra gigantesca che ha succhiato il sangue dei Merididionali: <<>
Con l’unificazione dell’Italia doveva essere, dal lato finanziario, quello di un unico grande Tesoro che rappresentasse l’Attivo di sette Stati, che prima del 1860 avevano ognuno un Tesoro; fra quelli il più rigurgitante d’oro e di credito, era quello delle Due Sicilie. Ciascuno di questi Stati aveva le sue rappresentanze diplomatiche all’estero, le Corti Regie e Principesche, le Liste Civili, i Ministeri ed i tanti Centri delle grandi Amministrazioni Nazionali.
Sicchè, fusi in un solo Bilancio, e quindi annullando le forti spese che aveva ognuno, raggruppandosi, dovevano ora rappresentare un introito ancora più grande. Infatti, escludendo il Piemonte che era già spaventosamente indebitato, gli altri Stati presentavano un bilancio prospero…non è mio proposito tessere qui la storia miserrima delle Finanze italiane, ma è bene ricordare le nostre felici Finanze sotto il Regno dei Borbone, onde eravamo gravati da appena cinque balzelli, per giunta tenui e modesti…
la Finanza prosperava a meraviglia e le fortune private ingigantivano prodigiosamente…è un fatto che dal 1860 in poi, a quelle cinque tasse, dopo soli quattordici anni dall’unità d’Italia si siano raggiunte già trentadue tasse. La legge del Registro ha tassato tutti gli atti della vita ( Compravendita, permuta, donazione, enfiteusi, mutuo, locazione,, uso, usufrutto, abitazione, mandato, successioni, ecc) la dispotica tassa sulla ricchezza mobile ha fulminato le rendite, i frutti civili, i profitti ed i salari. Abbiamo la tassa sul consumo, sulle vetture, sui domestici, sugli animali, sugli spacci telegrafici, sulle tariffe postali, sulle ferrovie, la rendita della terra, il profitto dell’industria, il salario dell’operaio: tutto è tassato…eppur così, lo Stato ogni anno si ritrova con un disavanzo maggiore ( è il colmo dei colmi) senza dire poi che per l’unità d’Italia Lorsignori sono stati, tra le altre cose, finanziati con ben cinque milioni di piastre turche d’oro spedite da Londra direttamente per Garibaldi e l’amico Ippolito Nievo, che ne era il cassiere, ne doveva sapere anche lui qualcosa…hanno accresciuto le tasse ad un punto tale che il contribuente è ormai nell’impossibilità di pagarle.
La rendita è assorbita nella proporzione del 52 per cento…
quando le rendite mancano sia per il cattivo raccolto sia per mancate locazioni, sia per rovina dei fondi urbani , il proprietario, costretto a pagare una tassa fondiaria enorme, deve per forza contrarre un debito a sua volta. Così facendo subisce due torture: quella della ricchezza mobile che ricade naturalmente a spese del debitore e quella degli interessi da pagare sul debito stesso…ecco perché i proprietari pongono in vendita i loro immobili, che , anziché essere fonti di ricchezza per sé e per gli altri, sono fonte di fatal rovina, che per giunta, posti in vendita a prezzi minimi, cadono nelle mani di speculatori, banchieri e malaffaristi; ed il Fisco assume un sistema di “comunismo fiscale” Cognetti aveva ragioni da vendere, aveva individuato il malessere dell’unità d’Italia, risiedeva nella politica finanziaria e tributaria del sistema Piemonte che non stava facendo altro che globalizzare l’economia Meridionale a favore di quella Settentrionale. Un drenaggio fiscale maledetto che ha depauperato le sostanze del Sud per favorire quella filosofia chiamata libero mercato e liberismo economico.
Quel liberismo economico ha scannato il Sud che, dopo 140 anni, non si è ancora ripreso. Un modo per farlo c’è, bisogna, una volta andato al potere il Partito del Sud, vendere il Piemonte e la Lombardia al miglior offerente.
Con i soldi ricavati il Sud costruirà infrastrutture ed aprirà mercati nuovi verso l’Africa affamata dalla globalizzazione planetaria. Ma torniamo al Cognetti:”…l’Intendente di Finanza, ricorrendo a calcoli turchi- scrive nel suo saggio- ha assegnato poi ai redditi professionali, di arti e mestieri, di commercio e industria, delle cifre assurde. Sono avvenuti , per esempio a Napoli, molti casi di proprietari che hanno posto delle ipoteche per debiti contratti sui loro fondi non potendoli vendere per mancanza di compratori. Non potendo i creditori espropiarli per non sopportare le altissime tasse di bollo e di registro portate ad una cifra spaventevole hanno depauperato pressochè tutti.
Il Dazio ha assunto proporzioni così gravi che generi di prima necessità sono giunti a prezzi altissimi triplicandone il valore; da qui la miseria, dirò anche la fame nelle infime classi, le più sacrificate al carovita…” Abbiamo la ricchezza della lana, del lino, della seta… …Noi abbiamo la ricchezza della lana, del cotone, del lino, della seta, abbiamo miniere di ferro, di carbon fossile, abbiamo boschi che offrono ogni tipo di legname; ed a proposito del governo di Ferdinando II desidero far rilevare che la Ricchezza Nazionale, pubblica come privata, la parvità dei balzelli fiscali a fronte el grande progresso cui erano giunte l’Agricoltura, l’Industria, le Manifatture, il Commercio; oggi tutta questa ricchezza è quasi perduta…io so che i nostri lavoratori di campagna una volta non emigravano e quasi sempre non uscivano dal paese in cui nascevano e quello era tutto il loro mondo:la loro culla, la loro tomba; le nostre industrie armentizie erano giunte a rivaleggiare con quelle tunisine nel commercio delle lane, non avevano gran bisogno dei cotoni americani, del lino olandese, della seta giapponese, perché avevamo queste industrie portate ad un gran perfezionamento, anzi, mandavamo le nostre sete perfino in America…queste materie prime erano lavorate nelle nostre fabbriche ed era una ricchezza di telerie, di tessuti in cotone, in seta, in drappi.
Mentre simili generi di manifattura estera servivano per gli abitanti al gran lusso e perciò erano importati in minima parte ed avevano un forte dazio…fino a quando il Governo resterà nei sistemi di persecuzione e di antipatie politiche, si ritriverà una cerchia di uomini che da quattordici anni si sono elevati a flagello e miseria d’Italia…bisogna che gli uomini del Governo si propongano di alzare una diga solidissima contro il torrente di immoralità e del malcostume che invadono le belle nostre contrade”
***
Un giorno il Partito del Sud andrà al governo, i suoi uomini migliori presiederanno il Ministero delle Finanze; in un paio di anni cinque disegni di legge faranno in modo che le ricchezze del Nord ritornino dove sono state estorte, dove sono state saccheggiate. In cinque anni, con leggi protezionistiche si sposteranno i capitali verso i luoghi dove sono stati rubati; in un giorno quel Governo toglierà a tutti i componenti la famiglia Savoia i beni usurpati agli italiani e si faranno i conti in tasca alle famiglie beneficiate dal Risorgimento;
un Tribunale sarà incaricato di processare tutti i criminali di guerra prodotti dal regime savoiardo; una commissione parlamentare stabilirà i danni di guerra subiti dalle popolazioni del Sud; un’altra commissione stabilirà, democraticamente, i danni prodotti dall’ivasione assassina voluta dalla massoneria internazionale ed eseguita da Casa Savoia.
Un’altra commissione stabilirà la vera democrazia, quella che da sempre ha contraddistinto i popoli del Sud dai barbari del Nord padano; elezioni democratiche sostituiranno i parlamentari insidiatisi sugli scranni e legittimati dalla cosiddetta democrazia borghese che ha escogitato quello che Cavour ha chiamato suffragio universale per incantare i fessi; oggi le categorie non sono rappresentate nel Parlamento di Roma che incarna solo i voleri dei capitalisti padani e la chiamano “democrazia”.
In Italia si vota pro forma, quasi esclusivamente per legittimare malefatte e intrighi, arricchimenti facili spesso dovuti al malaffare e al malcostume; oggi si vota per rilegittimare un governo liberal-fascista-xenofobo Gramsci, il cui padre era nato nella martoriata mia città, Gaeta appunto, e il cui nonno era capitano della gendarmeria borbonica, ebbe a dire che:”
Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti “ Tempo fa il presidente della regione Lazio, Storace ha parlato di revisione storica, ebbene, una volta tanto gli diamo ragione. Si cancelli quella pagina nefanda che è il Risorgimento dai libri di scuola.
Poi parleremo anche delle foibe, quelle di Gaeta, naturalmente.
Storace, che è un alleanzista, forse ha scordato di vivere in una democrazia e che il regime a cui lui fa riferimento ha sempre esternato i Savoia, Cavour, Garibaldi e l’unità d’Italia così come è stata fatta; i libri di storia, durante il ventennio, erano purgati al massimo. Benedetto Croce( Vedi Opere di Benedetto Croce, stampato da Laterza nel 1946, con un Proemio alla “Critica” del 1914 del Croce stesso, oppure in “ Così finirono i Borboni di Napoli di Michele Topa a pag 298) racconta un episodio censorio del fascismo.
Durante la guerra di Crimea, sulla Cernaia, i piemontesi ed i francesi resistettero ad un attacco russo, una vera scaramuccia, i morti furono 14 mentre si strombazzava di una grande battaglia con perdite di 1300 uomini tra i quali Alessandro La Marmora. I morti vi furono veramente, ma dovuti al colera.
Negli anni Trenta, sotto il fascismo, dovendosi pubblicare un libro di storia in cui si parlava appunto della guerra sopradescritta, i censori in camicia nera fecero sapere all’editore che”il numero dei soldati sardi caduti nel combattimento alla Cernaia era troppo esiguo e perciò non adeguato alla sanguinosa grandiosità del guerreggiare italiano”
* * *
Oggi lo Stato calca ancora le orme della politica cavourriana, che ha dato frutti velenosi al Sud nel 1860. Il Sud è stato sgozzato, le risorse economiche dei meridionali sono preda di un fisco atroce e tiranno con i deboli, stucchevole con i ricchi. Fisco che va a reinvestire le ricchezze estorte al Sud, al Nord. Come nel 1860 il debito pubblico è spaventoso, 2.500.000 di miliardi di debito contratti dallo Stato per soddisfare le esigenze del Nord dove hanno costruito ospedali da favola, strade e ponti, metropolitane che spaccano le città, coperti d’oro gli industriali e gli speculatori, di platino i finanzieri e i banchieri. I beni demaniali borbonici che i Savoia non erano riusciti a vendere sono stati messi all’asta dai vari governi per risanare le casse esauste del Tesoro italiano mentre si elargiscono quasi mille miliardi per la ristrutturazione di quelli piemontesi;( Il Mercoledì, quotidiano piemontese, anno 2001, 6 giugno, pag 5).
Tutto è del Nord: telefoni, televisione, banche, energia, società finanziarie ed assicurative, industrie meccaniche ed alimentari. Il Banco di Napoli, vanto e gloria del Sud, oggi è torinese. Il Sud è alla fame, pochissime infrastutture, le strade che lo percorrono sono quelle fatte dai Borbone; le ferrovie sono da quarto mondo, per percorrere 80 km, da Palermo a Mazara del Vallo in Sicilia abbiamo impiegato quattro ore; la flotta meridionale, una volta vanto d’Europa non esiste più, come non esistono più o quasi, investitori. La devolution La storia continua, arriverà il salvatore di turno, chi prometterà l’eldorado, chi un milione di posti di lavoro, chi la Florida. Se i Meridionali non si destano dal torpore, se i napoletani non prendono coscienza della loro storia, se i siciliani non mandano a quel paese i partiti che li hanno costretti ad essere dipendenti della mafia spa, non vediamo sbocchi al loro futuro. La Rivoluzione Liberale imposta da Cavour, per il Sud è stata nefanda e nefasta.
Nel 1994, sulle ceneri della Democrazia Cristiana, partito che, assieme al PCI, nel bene e nel male, aveva assicurato all’Italia repubblicana un certo benessere, ma solo al Nord, è rinato il Partito Liberale innalzando alta quella bandiera contro la quale, nel 1860, il Meridione tutto insorse. Il partito di Cavour, quello liberale appunto, non ebbe pietà. Oggi, Berlusconi, capo indiscusso e tiranno di Forza Italia, del partito super liberale, il partito bulgaro per eccellenza, l’unico comunista rimasto in Italia, avendo il monopolio totale o quasi dell’informazione televisiva ci fa sapere che: “La nostra visione liberale è in sintonia con la dottrina della Chiesa”. ( Silvio Berlusconi, L’Italia che ho in mente, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, Marzo 2000, pag. 122)
Il Partito Liberale Italiano, massimo accentratore che la storia ricordi, il partito che ha accentrato tutta la ricchezza dello Stato nelle mani degli industriali del Nord, nelle banche del Nord, nei supermercati del Nord, nelle emittenti televisive del Nord, quello che ha centralizzato le varie leggi degli Stati conquisi ed annessi per scaricare il debito piemontese sui duosiciliani; quello che ha eliminato le leggi ottime del Regno delle Due Sicilie e soprattutto quelle fiscali tanto decantate dal signor Sacchi inviato da Cavour a Napoli; quello che ha scannato oltre un milione di Meridionali; quello che ha assassinato migliaia di preti e monaci con persecuzioni inaudite; quello della legge Siccardi; quello che ha approvato la legge più turpe che sia mai esistita sulla faccia della Terra, ossia la legge Pica con la quale s’è codificato l’arbitrio di Stato e reso legale il crimine di guerra; quello che ha perseguitato i cattolici come mai era successo dal tempo di Diocleziano; quello che ha confiscato tutti i beni dei vari ordini religiosi; quello che ha affondato nell’incultura il Sud, che gli ha tolto scuole e fabbriche, che ha costretto all’emigrazione 25 milioni di Meridionali oggi si erge a difesa della Chiesa e dei cattolici e del Sud! Questa è solo colonizzazione culturale, politica ed elettorale. Oggi, addirittura, il partito liberale di Berlusconi si è scoperto federalista!
Dopo 140 anni di spremiture involutive a danno del Sud!
Nel 1860 sei staterelli ed un Grande Stato, quello delle Due Sicilie, volevano federarsi, i liberali piemontesi non lo hanno permesso. Oggi, non sono più sette ma venti. Evviva l’Italia!
Oggi siamo governati da un signore uscito dalle nebbie milanesi, arricchitosi non sappiamo come, titolare di autorizzazioni e non concessioni statali regalategli da un garibaldino, massone e liberale come Cavour, come Garibaldi, come Vittorio Emanuele II.
Si è presentato al popolo ignaro come portatore del nuovo, come un rivoluzionario, proprio come 140 anni fa i suoi nonni politici piemontesi.Ieri il Piemonte, oggi la Lombardia. Per spennare il Sud, Bastogi si era inventata l’involution,oggi i nostri governanti padani si sono inventati la devolution.
Ci chiedono cosa sia la devolution, semplice, è la cassaforte...(..)


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9) Ludovico Bianchini,

10 )Francesco Saverio Nitti, economista e statista (Melfi 1868- Roma 1953 ). Professore di Scienza delle Finanze, deputato (1904) liberale di sinistra, fu più volte ministro con Orlando e Giolitti. Presidente del Consiglio (1919-1920) fece approvare l’introduzione del sistema elettorale proporzionale. Fu esule in Francia durante il periodo fascista.

11) Antonio Scialoja, I bilanci del Regno di Napoli e degli Stati Sardi,

12) Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla Questione Meridionale,Nord e Sud, Editori Laterza, bari, 1958,pag.472

Tratto dal libro” Le stragi e gli eccidi dei Savoia” di Antonio Ciano
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Di Antonio Ciano


La gente del Sud si chiede come sia potuto succedere che lo Stato savoiardo abbia saccheggiato, in nome della patria, le ricchezze di uno Stato libero ed indipendente fino al 13 febbraio del 1861 e di aver drenato tali ricchezze verso la Padania dell’onorevole Bossi che pure abbiamo sentito vituperare i Savoia, causa, secondo lui, di quella pseudo-unità d’Italia che al Sud nessuno voleva e che è costata un milione di morti, 25 milioni di emigranti e la disarticolazione del Reame. È nostro intendimento confrontare e raffrontare le economie del Regno delle Due Sicilie e quelle del Piemonte prima e dopo l’unità e come quest’ultimo abbia assassinato economicamente, socialmente, eticamente, politicamente e intellettualmente il Sud. In questo ci serviamo di scritti di meridionalisti di parte borbonica come Ludovico Bianchini9) e di meridionalisti al servizio della causa unitaria come Francesco Saverio Nitti10 il quale dopo aver ponderato più di ogni altro le cause che provocarono l’improvviso benessere del Nord ha cercato di andare alle radici del problema ricercando e studiando l’improvviso impoverimento del Sud.

Come dicevamo,nel 1860, il Regno delle Due Sicilie era ricco e prospero, il debito pubblico esiguo, quasi inesistente, le imposte progressive e non gravose. L’esazione di queste procedeva con una semplicità tale che gli attuali ministri delle Finanze farebbero cosa gradita agli italiani se ne studiassero il sistema e lo applicassero. Nel Regno di Sardegna il regime fiscale era mostruoso; tasse su tasse si susseguivano, si sovrapponevano, escogitate dai vari governi per spennare i piccoli e per dare ai grandi. Il debito pubblico era grande come una montagna alta 8 mila metri. Cavour, esaltato come un grande statista dagli intellettuali prezzolati di regime, era in realtà una frana, in dieci anni aveva portato il suo Paese alla bancarotta totale: senza l’annessione dei vari staterelli del Nord e soprattutto degli Stati Pontifici e del Regno delle Due Sicilie, il Regno di Sardegna era condannato a morte. Data la scarsità di risorse dello Stato piemontese e la povertà della gente, nemmeno la vendita di Nizza e Savoia e l’acquisto della Lombardia portò i benefici desiderati, perché, allora la patria di Bossi viveva di un’agricoltura poverissima, senza industrie ”…La Lombardia, ora così fiera delle sue industrie- dice Nitti- non aveva quasi che agricoltura; il Piemonte era un paese agricolo e parsimonioso…” (Nitti, Nord e sud, Laterza Editore, pag 446).

Ordinamenti amministrativi ottimi, finanza onesta
Che fare? Fallire oppure invadere i ricchi territori del Sud? Con l’aiuto della massoneria internazionale fu possibile la seconda soluzione. Alla massoneria interessava distruggere il modello politico che stava dando frutti dorati nel Regno delle Due Sicilie. Alla massoneria interessava mettere le mani sulle ricchezze della Chiesa, degli ordini monastici, del demanio pubblico, del Tesoro, delle banche. Una volta dichiarata l’unità d’Italia, al Piemonte non restava che far pagare al Sud i debiti che il suo Primo Ministro aveva contratto con le banche inglesi e con i Rothschild, massoni anche loro. Come? Facile, unificando le finanze dei vari Stati annessi. Favorirono le mene del Cavour i cosiddetti emigranti napoletani, cioè i liberal-massoni fuoriusciti dal Reame, a Napoli, ritenuti traditori della patria, e lo erano. Nel 1857, uno di questi “esuli”, Antonio Scialoja, attaccò il governo borbonico con un libro dal titolo “ I bilanci del Regno di Napoli e degli Stati Sardi”11) . questo lacchè pagato dal governo piemontese non si curava della veridicità delle cose dette e scritte ma solo d’arrecare danno ai Borbone e confusione così come aveva fatto Gladstone con le sue lettere a Lord Aberdeen. Francesco Saverio Nitti, uomo politico e meridionalista, così parla di quel libro: “…cosa era il libro di Scialoja? Un’affermazione politica, pari a quella che faceva Pasquale Mancini, proclamando in Torino il principio di nazionalità né l’uno né l’altro si preoccupavano forse della precisione storica e della verità scientifica [... ]Dei Borbone si può dare qualunque giudizio:furono fiacchi, non sentirono i tempi nuovi, non ebbero altezza di vedute mai, molte volte mancarono di parola, molte volte peccarono; sempre per timidità, mai forse per ferocia. Non furono dissimili dalla gran parte dei principi della penisola, compreso il Pontefice. Ma qualunque giudizio che si dia di essi non bisogna negare che i loro ordinamenti amministrativi erano spesso ottimi; che la loro finanza era buona, e in generale, onesta…”12).
A suffragare le affermazioni di Nitti ci viene in aiuto il signor Vittorio Sacchi, amico del Conte di Cavour, direttore delle contribuzioni e del catasto del Regno di Sardegna, mandato a Napoli dal Ministero piemontese per regolare e governare le finanze napoletane dal 1° aprile al 31 ottobre del 1861. La finanza napoletana, organizzata da un uomo di genio, il cavalier Medici, era forse la più adatta alla situazione economica del paese. Le entrate erano poche e grandi e di facile riscossione. Base di tutto l’ordinamento fiscale era una grande imposta fondiaria. Questa era così bene organizzata che rappresentava un vero contrasto col Piemonte, dov’era assai più gravosa e di difficile riscossione. Riferisce il Sacchi nella sua relazione al governo piemontese:”
Il sistema di percezione della fondiaria era incontrastabilmente il più spedito, semplice e sicuro che si avesse forse in Italia. Lo Stato, senza avervi quella minuziosa ingerenza, che vi ha in Francia e nelle antiche Province, ( del Piemonte, ndr) ove si fece perfino intervenire il potere legislativo nella spedizione degli avvisi di pagamento, aveva assicurato a periodi fissi e ben determinati l’incasso del tributo, colle più solide garanzie contro ogni malversazione per parte di contabili.”(Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla Questione Meridionale, Nord e Sud, Editori Laterza,1958, pag 473)

Cristo! I Savoia spennarono i nostri avi, li costrinsero a vendere per pochi soldi terreni e case per pagare la tassa sul macinato e quella sulla spremitura bestiale del loro sudore per arricchire il Nord, per industrializzarlo, per renderlo prospero e fecondo di imbecillità.

Le finanze napoletane erano ricche perché chi più aveva più pagava. La ricchezza non veniva considerata un peccato, ma chi era ricco sapeva che doveva contribuire positivamente al bilancio dello Stato. L’imposta sulla proprietà fondiaria era riscossa nel modo più economico possibile per quei tempi.
Oggi, questo Stato non è capace di riscuotere le tasse dai cittadini che dovrebbero pagarle, e cioè i ricchi.
Si parla di oltre 250 mila miliardi di vecchie lire di evasione all’anno, mentre pensionati, operai, impiegati e commercianti sono allo stremo, scannati dal sistema fiscale “piemontese”che Cavour ci ha regalato. Ici, iciap, irpeg, tosap, tasse regionali, tasse sulla salute, tasse provinciali, comunali, scolastiche, inps, inail, sui bollettini di conto corrente, sulle cambiali, tasse di registro e di bollo, tassa sulla benzina, sul bollo, sulla proprietà, sui ticket, sui tabacchi, sul sale, sullo zucchero, sui balconi, l’irpef, l’iva.
Non sappiamo quante tasse siamo costretti a pagare, forse 330 in un anno, fatto sta che la gente è stufa, e parliamo di quella costretta a dichiarare il proprio reddito dal quale l’Amministrazione finanziaria preleva fino al 60%. I commercianti, eccezione fatta per alcuni, son costretti alla chiusura dei loro esercizi straziati dalle tasse, dalle banche strozzine, quasi tutte, dai supermercati a capitale quasi tutto padano e soprattutto dalla politica filo-nordista dei vari governi di destra e di sinistra. Ciro Esposito e Gennaro Scognamiglio, vestiti da finanzieri vengono mandati a reprimere i commercianti e gli artigiani del Nord e del Sud, fanno credere loro che i nuovi briganti appartengono a quelle categorie e che l’evasione stia nel pacchetto di caramelle venduto senza scontrino. Questo solo per accelerare la chiusura dei negozietti a conduzione familiare e per favorire i grandi supermercati del Nord. La colonizzazione è quasi compiuta e se non ci ribelliamo a questo sistema di merda moriremo di fame e di stenti, come 140 anni fa.

Nel Regno delle Due Sicilie oltre all’imposta fondiaria si pagavano tasse sul lotto, sui tabacchi, sulle carte da gioco, imposte tenuissime sui trasferimenti di proprietà e sugli scambi, esenzione quasi assoluta sulla ricchezza mobiliare.
Il commercio interno aveva ogni agevolazione mentre la ricchezza immobiliare veniva gravata di tributi; le tasse di registro erano tenuissime; l’ordinamento delle fedi di credito del Banco di Napoli, mirabilmente semplice, rendeva inutili le registrazioni. <<>
( Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla Questione Meridionale, Nord e Sud, Edizioni Laterza, Bari, 1958, pag. 475.)
Dal 1848 al 1860 nel Regno delle Due Sicilie non vi furono imposte nuove né si aumentarono le vecchie. In Piemonte la gente emigrava verso la Francia e i paesi sudamericani a causa delle tasse pesantissime. La tirannia savoiarda in quel regno era asfissiante, i lavoratori e i contadini preferivano lasciare la propria terra per non morire di fame e di stenti: Cavour, grande statista per gli stolti di regime, indebitò il Piemonte fino alla bancarotta totale, aumentò le tasse sulle polveri e sui tabacchi, sulla carta bollata, sui diritti di manomorta, sui trasferimenti delle proprietà e gravò di nuove tasse le poche industrie che esistevano sul territorio, aumentò pure le trattenute sulle pensioni elargite dal governo. Le entrate del Regno delle Due Sicilie, nel 1860, non raggiungevano i 175 milioni: 110.409.676 lire nel continente e di 65 milioni nella Sicilia
(<<>>, anno II, 1864, v. anche Giustino Fortunato, Il dovere pubblico, Napoli 1899, pag. 39.).
Le entrate del Regno di Sardegna, che aveva metà della popolazione del Regno delle Due Sicilie, nel 1859 erano di 144.332.371 lire ( Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla Questione Meridionale, Editori Laterza, Bari, 1958, pag.44). Cioè, ogni cittadino piemontese pagava in tasse il doppio di un napolitano.

Fra il 1848 e il 1859 i disavanzi del bilancio piemontese furono di circa 370 milioni e quelli napoletani di 139. Cavour, per contenere il debito pubblico, fu costretto a vendere tutto il patrimonio pubblico: ferrovie, terre demaniali, industrie di Stato. Al contrario i Borbone incrementarono detto patrimonio facendo nascere fabbriche di prim’ordine come quella di Pietrarsa, quella di Mongiana in Calabria, i cantieri navali di Castellammare di Stabia e molte altre più piccole.

Nel 1860 il Regno delle Due Sicilie era all’avanguardia rispetto agli altri Stati della penisola e di fronte a questi la situazione era la seguente, data la sua ricchezza e il numero dei suoi abitanti:

1) Le imposte erano inferiori a quelle degli altri Stati.

2)I beni demaniali ed i beni ecclesiastici rappresentavano una ricchezza enorme, e nel loro insieme, superavano i beni analoghi posseduti dagli altri Stati.

3) Il debito pubblico, tenuissimo, era quattro volte inferiore a quello del Piemonte, e di molto inferiore a quello della Toscana.

4) Il numero degli impiegati, calcolati sulla base delle pensioni nel 1860, era di metà che in Toscana e di quasi metà che nel Regno di Sardegna.

5) La quantità di moneta metallica circolante, ritirata più tardi dalla circolazione dallo Stato, era in cifra assoluta due volte superiore a quella di tutti gli altri Stati della penisola uniti assieme.( Nitti, Nord e Sud, Laterza Editori, Bari, 1958, pp. 483-484 )

Uomini senza scrupoli come Cavour e Bastogi, come Quintino Sella pensarono a come impoverire il Sud a favore del Nord, scientificamente, matematicamente, criminalmente. I debiti contratti da Cavour furono scaricati sulle spalle dei Meridionali e le ricchezze dell’ex Regno delle Due Sicilie vennero saccheggiate per intero.

Afferma Francesco Saverio Nitti a pag 484 di Nord e Sud che “…due furono i grandi nuclei che formarono il Regno d’Italia: il Regno di Sardegna e quello delle Due Sicilie. Il primo aveva un’importanza economica di gran lunga minore; con una superficie e una popolazione presso a poco della metà, le finanze in disordine…”

Il Sacchi rimase a bocca aperta sfogliando e catalogando le leggi fiscali del Reame. Studi di economisti di pim’ordine, il cav. Medici, Ludovico Bianchini e più tardi Agostino Magliani, considerati tra le menti più eccelse nel campo economico e finaziario del tempo, avevano modellato il sistema fiscale borbonico ritenuto ottimo dal Sacchi che ne ammirava la semplicità dei sistemi di riscossione, che ne lodava il sistema di tesoreria e a cui voleva modellare il servizio del debito pubblico nazionale:”
…le scienze economiche, altrove generalmente sconosciute alla classe degli impiegati, erano qui generalmente professate. Facili e pronti i concetti, purgata ed elegante la lingua, si scostavano le scritture degli uffici da quell’amalgama di parole convenzionali che altrove rimpinzano le corrispondenze ufficiali. In una parola, nei diversi rami dell’amministrazione delle finanze napoletane si trovano tali capacità di cui si sarebbe onorato ogni qualunque più illuminato governo…”( F.S. Nitti, Ibidem, pag. 484-485) Ma il Piemonte era uno Stato arretrato, smanioso di conquiste, bramoso di arricchirsi, da vero parassita, alle spalle del Sud.

Dopo la proclamazione dello Statuto, negli anni 1852-53 erano stati ministri delle Finanze piemontesi Thaon di Revel, Ricci e Nigra: le cose peggiorarono, il popolo ebbe a soffrire la gravissima tassazione, ogni ribellione veniva soffocata nel sangue. Cavour assunse il dicastero il 20 aprile del 1851 e lo tenne fino al 22 maggio del 1852, lo riprese il 5 novembre del 1852, lo mantenne fino al 15 gennaio del 1858. In quegli anni egli portò alla bancarotta totale il Regno di Sardegna. Niente riforme fiscali al di là di qualche correzione o modifica alle norme generali di tassazione. Una vera frana. Nel 1853 fece sparare sulla folla affamata ed inferocita che chiedeva pane.

L’involution
Morto Cavour ci pensò Bastogi ad abolire tutte le leggi del Regno delle Due Sicilie. Con cinque disegni di leggi, tra il 1861 e il 1862, estese il sistema fiscale piemontese a tutti i vecchi Stati che erano entrati a far parte del Regno d’Italia. Questo atto portò al saccheggio del Sud. Il Bastogi è da annoverare tra i peggiori nemici del Sud. E mentre il Bastogi compiva simile misfatto la reazione nel Mezzogiorno aumentava di intensità: il popolo andò sulle montagne a difendere le sue leggi, le leggi borboniche, ritenute dagli stolti di regime retrograde solo perché migliori, solo perché nate nella terra che diede al mondo la civiltà.

Grazie al prof. Francesco Cianciarelli dell’Università di Teramo, siamo venuti a conoscenza di un libro intitolato “Le memorie dei miei tempi” di Salvatore Giampaolo Cognetti, pubblicato nel 1874 da Panzini Editore a Napoli.
Cognetti ci illustra mirabilmente come il Piemonte si sia comportato da vero Stato mafioso nei confronti del Sud, come una priovra gigantesca che ha succhiato il sangue dei Merididionali: <<>
Con l’unificazione dell’Italia doveva essere, dal lato finanziario, quello di un unico grande Tesoro che rappresentasse l’Attivo di sette Stati, che prima del 1860 avevano ognuno un Tesoro; fra quelli il più rigurgitante d’oro e di credito, era quello delle Due Sicilie. Ciascuno di questi Stati aveva le sue rappresentanze diplomatiche all’estero, le Corti Regie e Principesche, le Liste Civili, i Ministeri ed i tanti Centri delle grandi Amministrazioni Nazionali.
Sicchè, fusi in un solo Bilancio, e quindi annullando le forti spese che aveva ognuno, raggruppandosi, dovevano ora rappresentare un introito ancora più grande. Infatti, escludendo il Piemonte che era già spaventosamente indebitato, gli altri Stati presentavano un bilancio prospero…non è mio proposito tessere qui la storia miserrima delle Finanze italiane, ma è bene ricordare le nostre felici Finanze sotto il Regno dei Borbone, onde eravamo gravati da appena cinque balzelli, per giunta tenui e modesti…
la Finanza prosperava a meraviglia e le fortune private ingigantivano prodigiosamente…è un fatto che dal 1860 in poi, a quelle cinque tasse, dopo soli quattordici anni dall’unità d’Italia si siano raggiunte già trentadue tasse. La legge del Registro ha tassato tutti gli atti della vita ( Compravendita, permuta, donazione, enfiteusi, mutuo, locazione,, uso, usufrutto, abitazione, mandato, successioni, ecc) la dispotica tassa sulla ricchezza mobile ha fulminato le rendite, i frutti civili, i profitti ed i salari. Abbiamo la tassa sul consumo, sulle vetture, sui domestici, sugli animali, sugli spacci telegrafici, sulle tariffe postali, sulle ferrovie, la rendita della terra, il profitto dell’industria, il salario dell’operaio: tutto è tassato…eppur così, lo Stato ogni anno si ritrova con un disavanzo maggiore ( è il colmo dei colmi) senza dire poi che per l’unità d’Italia Lorsignori sono stati, tra le altre cose, finanziati con ben cinque milioni di piastre turche d’oro spedite da Londra direttamente per Garibaldi e l’amico Ippolito Nievo, che ne era il cassiere, ne doveva sapere anche lui qualcosa…hanno accresciuto le tasse ad un punto tale che il contribuente è ormai nell’impossibilità di pagarle.
La rendita è assorbita nella proporzione del 52 per cento…
quando le rendite mancano sia per il cattivo raccolto sia per mancate locazioni, sia per rovina dei fondi urbani , il proprietario, costretto a pagare una tassa fondiaria enorme, deve per forza contrarre un debito a sua volta. Così facendo subisce due torture: quella della ricchezza mobile che ricade naturalmente a spese del debitore e quella degli interessi da pagare sul debito stesso…ecco perché i proprietari pongono in vendita i loro immobili, che , anziché essere fonti di ricchezza per sé e per gli altri, sono fonte di fatal rovina, che per giunta, posti in vendita a prezzi minimi, cadono nelle mani di speculatori, banchieri e malaffaristi; ed il Fisco assume un sistema di “comunismo fiscale” Cognetti aveva ragioni da vendere, aveva individuato il malessere dell’unità d’Italia, risiedeva nella politica finanziaria e tributaria del sistema Piemonte che non stava facendo altro che globalizzare l’economia Meridionale a favore di quella Settentrionale. Un drenaggio fiscale maledetto che ha depauperato le sostanze del Sud per favorire quella filosofia chiamata libero mercato e liberismo economico.
Quel liberismo economico ha scannato il Sud che, dopo 140 anni, non si è ancora ripreso. Un modo per farlo c’è, bisogna, una volta andato al potere il Partito del Sud, vendere il Piemonte e la Lombardia al miglior offerente.
Con i soldi ricavati il Sud costruirà infrastrutture ed aprirà mercati nuovi verso l’Africa affamata dalla globalizzazione planetaria. Ma torniamo al Cognetti:”…l’Intendente di Finanza, ricorrendo a calcoli turchi- scrive nel suo saggio- ha assegnato poi ai redditi professionali, di arti e mestieri, di commercio e industria, delle cifre assurde. Sono avvenuti , per esempio a Napoli, molti casi di proprietari che hanno posto delle ipoteche per debiti contratti sui loro fondi non potendoli vendere per mancanza di compratori. Non potendo i creditori espropiarli per non sopportare le altissime tasse di bollo e di registro portate ad una cifra spaventevole hanno depauperato pressochè tutti.
Il Dazio ha assunto proporzioni così gravi che generi di prima necessità sono giunti a prezzi altissimi triplicandone il valore; da qui la miseria, dirò anche la fame nelle infime classi, le più sacrificate al carovita…” Abbiamo la ricchezza della lana, del lino, della seta… …Noi abbiamo la ricchezza della lana, del cotone, del lino, della seta, abbiamo miniere di ferro, di carbon fossile, abbiamo boschi che offrono ogni tipo di legname; ed a proposito del governo di Ferdinando II desidero far rilevare che la Ricchezza Nazionale, pubblica come privata, la parvità dei balzelli fiscali a fronte el grande progresso cui erano giunte l’Agricoltura, l’Industria, le Manifatture, il Commercio; oggi tutta questa ricchezza è quasi perduta…io so che i nostri lavoratori di campagna una volta non emigravano e quasi sempre non uscivano dal paese in cui nascevano e quello era tutto il loro mondo:la loro culla, la loro tomba; le nostre industrie armentizie erano giunte a rivaleggiare con quelle tunisine nel commercio delle lane, non avevano gran bisogno dei cotoni americani, del lino olandese, della seta giapponese, perché avevamo queste industrie portate ad un gran perfezionamento, anzi, mandavamo le nostre sete perfino in America…queste materie prime erano lavorate nelle nostre fabbriche ed era una ricchezza di telerie, di tessuti in cotone, in seta, in drappi.
Mentre simili generi di manifattura estera servivano per gli abitanti al gran lusso e perciò erano importati in minima parte ed avevano un forte dazio…fino a quando il Governo resterà nei sistemi di persecuzione e di antipatie politiche, si ritriverà una cerchia di uomini che da quattordici anni si sono elevati a flagello e miseria d’Italia…bisogna che gli uomini del Governo si propongano di alzare una diga solidissima contro il torrente di immoralità e del malcostume che invadono le belle nostre contrade”
***
Un giorno il Partito del Sud andrà al governo, i suoi uomini migliori presiederanno il Ministero delle Finanze; in un paio di anni cinque disegni di legge faranno in modo che le ricchezze del Nord ritornino dove sono state estorte, dove sono state saccheggiate. In cinque anni, con leggi protezionistiche si sposteranno i capitali verso i luoghi dove sono stati rubati; in un giorno quel Governo toglierà a tutti i componenti la famiglia Savoia i beni usurpati agli italiani e si faranno i conti in tasca alle famiglie beneficiate dal Risorgimento;
un Tribunale sarà incaricato di processare tutti i criminali di guerra prodotti dal regime savoiardo; una commissione parlamentare stabilirà i danni di guerra subiti dalle popolazioni del Sud; un’altra commissione stabilirà, democraticamente, i danni prodotti dall’ivasione assassina voluta dalla massoneria internazionale ed eseguita da Casa Savoia.
Un’altra commissione stabilirà la vera democrazia, quella che da sempre ha contraddistinto i popoli del Sud dai barbari del Nord padano; elezioni democratiche sostituiranno i parlamentari insidiatisi sugli scranni e legittimati dalla cosiddetta democrazia borghese che ha escogitato quello che Cavour ha chiamato suffragio universale per incantare i fessi; oggi le categorie non sono rappresentate nel Parlamento di Roma che incarna solo i voleri dei capitalisti padani e la chiamano “democrazia”.
In Italia si vota pro forma, quasi esclusivamente per legittimare malefatte e intrighi, arricchimenti facili spesso dovuti al malaffare e al malcostume; oggi si vota per rilegittimare un governo liberal-fascista-xenofobo Gramsci, il cui padre era nato nella martoriata mia città, Gaeta appunto, e il cui nonno era capitano della gendarmeria borbonica, ebbe a dire che:”
Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti “ Tempo fa il presidente della regione Lazio, Storace ha parlato di revisione storica, ebbene, una volta tanto gli diamo ragione. Si cancelli quella pagina nefanda che è il Risorgimento dai libri di scuola.
Poi parleremo anche delle foibe, quelle di Gaeta, naturalmente.
Storace, che è un alleanzista, forse ha scordato di vivere in una democrazia e che il regime a cui lui fa riferimento ha sempre esternato i Savoia, Cavour, Garibaldi e l’unità d’Italia così come è stata fatta; i libri di storia, durante il ventennio, erano purgati al massimo. Benedetto Croce( Vedi Opere di Benedetto Croce, stampato da Laterza nel 1946, con un Proemio alla “Critica” del 1914 del Croce stesso, oppure in “ Così finirono i Borboni di Napoli di Michele Topa a pag 298) racconta un episodio censorio del fascismo.
Durante la guerra di Crimea, sulla Cernaia, i piemontesi ed i francesi resistettero ad un attacco russo, una vera scaramuccia, i morti furono 14 mentre si strombazzava di una grande battaglia con perdite di 1300 uomini tra i quali Alessandro La Marmora. I morti vi furono veramente, ma dovuti al colera.
Negli anni Trenta, sotto il fascismo, dovendosi pubblicare un libro di storia in cui si parlava appunto della guerra sopradescritta, i censori in camicia nera fecero sapere all’editore che”il numero dei soldati sardi caduti nel combattimento alla Cernaia era troppo esiguo e perciò non adeguato alla sanguinosa grandiosità del guerreggiare italiano”
* * *
Oggi lo Stato calca ancora le orme della politica cavourriana, che ha dato frutti velenosi al Sud nel 1860. Il Sud è stato sgozzato, le risorse economiche dei meridionali sono preda di un fisco atroce e tiranno con i deboli, stucchevole con i ricchi. Fisco che va a reinvestire le ricchezze estorte al Sud, al Nord. Come nel 1860 il debito pubblico è spaventoso, 2.500.000 di miliardi di debito contratti dallo Stato per soddisfare le esigenze del Nord dove hanno costruito ospedali da favola, strade e ponti, metropolitane che spaccano le città, coperti d’oro gli industriali e gli speculatori, di platino i finanzieri e i banchieri. I beni demaniali borbonici che i Savoia non erano riusciti a vendere sono stati messi all’asta dai vari governi per risanare le casse esauste del Tesoro italiano mentre si elargiscono quasi mille miliardi per la ristrutturazione di quelli piemontesi;( Il Mercoledì, quotidiano piemontese, anno 2001, 6 giugno, pag 5).
Tutto è del Nord: telefoni, televisione, banche, energia, società finanziarie ed assicurative, industrie meccaniche ed alimentari. Il Banco di Napoli, vanto e gloria del Sud, oggi è torinese. Il Sud è alla fame, pochissime infrastutture, le strade che lo percorrono sono quelle fatte dai Borbone; le ferrovie sono da quarto mondo, per percorrere 80 km, da Palermo a Mazara del Vallo in Sicilia abbiamo impiegato quattro ore; la flotta meridionale, una volta vanto d’Europa non esiste più, come non esistono più o quasi, investitori. La devolution La storia continua, arriverà il salvatore di turno, chi prometterà l’eldorado, chi un milione di posti di lavoro, chi la Florida. Se i Meridionali non si destano dal torpore, se i napoletani non prendono coscienza della loro storia, se i siciliani non mandano a quel paese i partiti che li hanno costretti ad essere dipendenti della mafia spa, non vediamo sbocchi al loro futuro. La Rivoluzione Liberale imposta da Cavour, per il Sud è stata nefanda e nefasta.
Nel 1994, sulle ceneri della Democrazia Cristiana, partito che, assieme al PCI, nel bene e nel male, aveva assicurato all’Italia repubblicana un certo benessere, ma solo al Nord, è rinato il Partito Liberale innalzando alta quella bandiera contro la quale, nel 1860, il Meridione tutto insorse. Il partito di Cavour, quello liberale appunto, non ebbe pietà. Oggi, Berlusconi, capo indiscusso e tiranno di Forza Italia, del partito super liberale, il partito bulgaro per eccellenza, l’unico comunista rimasto in Italia, avendo il monopolio totale o quasi dell’informazione televisiva ci fa sapere che: “La nostra visione liberale è in sintonia con la dottrina della Chiesa”. ( Silvio Berlusconi, L’Italia che ho in mente, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, Marzo 2000, pag. 122)
Il Partito Liberale Italiano, massimo accentratore che la storia ricordi, il partito che ha accentrato tutta la ricchezza dello Stato nelle mani degli industriali del Nord, nelle banche del Nord, nei supermercati del Nord, nelle emittenti televisive del Nord, quello che ha centralizzato le varie leggi degli Stati conquisi ed annessi per scaricare il debito piemontese sui duosiciliani; quello che ha eliminato le leggi ottime del Regno delle Due Sicilie e soprattutto quelle fiscali tanto decantate dal signor Sacchi inviato da Cavour a Napoli; quello che ha scannato oltre un milione di Meridionali; quello che ha assassinato migliaia di preti e monaci con persecuzioni inaudite; quello della legge Siccardi; quello che ha approvato la legge più turpe che sia mai esistita sulla faccia della Terra, ossia la legge Pica con la quale s’è codificato l’arbitrio di Stato e reso legale il crimine di guerra; quello che ha perseguitato i cattolici come mai era successo dal tempo di Diocleziano; quello che ha confiscato tutti i beni dei vari ordini religiosi; quello che ha affondato nell’incultura il Sud, che gli ha tolto scuole e fabbriche, che ha costretto all’emigrazione 25 milioni di Meridionali oggi si erge a difesa della Chiesa e dei cattolici e del Sud! Questa è solo colonizzazione culturale, politica ed elettorale. Oggi, addirittura, il partito liberale di Berlusconi si è scoperto federalista!
Dopo 140 anni di spremiture involutive a danno del Sud!
Nel 1860 sei staterelli ed un Grande Stato, quello delle Due Sicilie, volevano federarsi, i liberali piemontesi non lo hanno permesso. Oggi, non sono più sette ma venti. Evviva l’Italia!
Oggi siamo governati da un signore uscito dalle nebbie milanesi, arricchitosi non sappiamo come, titolare di autorizzazioni e non concessioni statali regalategli da un garibaldino, massone e liberale come Cavour, come Garibaldi, come Vittorio Emanuele II.
Si è presentato al popolo ignaro come portatore del nuovo, come un rivoluzionario, proprio come 140 anni fa i suoi nonni politici piemontesi.Ieri il Piemonte, oggi la Lombardia. Per spennare il Sud, Bastogi si era inventata l’involution,oggi i nostri governanti padani si sono inventati la devolution.
Ci chiedono cosa sia la devolution, semplice, è la cassaforte...(..)


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9) Ludovico Bianchini,

10 )Francesco Saverio Nitti, economista e statista (Melfi 1868- Roma 1953 ). Professore di Scienza delle Finanze, deputato (1904) liberale di sinistra, fu più volte ministro con Orlando e Giolitti. Presidente del Consiglio (1919-1920) fece approvare l’introduzione del sistema elettorale proporzionale. Fu esule in Francia durante il periodo fascista.

11) Antonio Scialoja, I bilanci del Regno di Napoli e degli Stati Sardi,

12) Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla Questione Meridionale,Nord e Sud, Editori Laterza, bari, 1958,pag.472

Tratto dal libro” Le stragi e gli eccidi dei Savoia” di Antonio Ciano

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