sabato 30 agosto 2008

La solita Italia....


Tratto da Effedieffe:

Nella primavera del 1941, l’Italia, in una serie di disfatte, aveva perduto la Cirenaica, e gli inglesi avanzavano verso Tripoli. Hitler, che fino ad allora aveva considerato la guerra d’Africa un settore da lasciare agli italiani, mandò in aiuto degli alleati l’AfrikaKorps, al comando di Rommel: «La decisione», scrisse il generale tedesco Eckart Christian, «non fu basata su un piano strategico, ma sulla necessità di sostenere la posizione italiana nel Mediterraneo». Insomma, lo scopo era di evitare una cocente umiliazione al duce. Nel novembre del ‘41 il Fuehrer mandò a Roma il feldmaresciallo Albert Kesserling come comandante del settore Sud, ma in realtà perché, come scrisse lo stesso Kesserling, «il sistema di rifornimenti all’Afrika Korps - che spettava agli italiani - era collassato. Il dominio britannico del cielo e del mare sul Mediterraneo era sempre più evidente… La posizione di Rommel era critica… Egli era intralciato nelle operazioni dalla presenza di divisioni di fanteria, e specialmente dalle divisioni italiane di bassissima efficienza combattiva».In una guerra del deserto, completamente motorizzata e combattuta con i carri armati, noi avevamo fanti appiedati, che non erano altro che una patetica palla al piede. Questo indusse Kesselring a indagare e riflette su questa incapacità militare dell’alleato. Ciò che descrisse nei suoi rapporti, con equanimità e anche generosità, ci restituisce un ritratto veritiero dell’Italia d’oggi, dell’Italia di sempre.
Ecco alcuni passi dei ricordi di Kesselring: «Le forze armate italiane in genere non erano preparate alla guerra. Ma anziché prendere coscienza ella realtà com’era, il Comando Italiano (…) si cullava in vane speranze. L’aiuto tedesco è stato richiesto nella quantità necessaria solo quando era troppo tardi, e quando l’aiuto non era più in proporzione con lo sforzo fatto. Ho l’impressione che questa riluttanza nascesse da vanità e una falsa idea del prestigio delle forze armate italiane. Ma poco prima delle defezione italiana, il generale Ambrosio, ultimo capo dello Stato Maggiore, cambiò tattica, aumentando le richieste di truppe e materiali a così insensati livelli, da far capire le disoneste intenzioni seguenti».
I generali italioti credevano di essere furbi; la classe dirigente si preparava a tradire l’alleato, a rubargli intanto materiali, e credeva che questo non se ne accorgesse.
Ancora: «Il soldato italiano non può essere paragonato al soldato tedesco. L’addestramento, di per sé insufficiente, viene condotto come in tempo di pace, nei cortili delle caserme; l’addestramento sul campo era tralasciato. Manca ogni contatto tra gli ufficiali e gli uomini. (…) Non ci sono abbastanza unità motorizzate. I carri armati non hanno sufficiente protezione anticarro. Il loro armamento è insoddisfacente. Le armi anticarro erano manchevoli in quantità e inefficaci. Le armi della fanteria erano inadeguate. L’artigliera era di qualità, ma non adatta alle azioni contro gli alleati perché di gittata insufficiente. Le comunicazioni radio non erano adeguatamenet sviluppate. Le forniture erano insufficienti, a cominciare delle razioni. (…) I problemi dell’accaparramento, del soccorso e delle razioni alimentari avevano un effetto distruttivo sul morale».
Poiché i gallonati italiani non risucivano a mandare le forniture necessarie nella vicina Libia,Kesselring prese il comando della logistica. Ma le navi di cui doveva servirsi erano pur sempre italiane. «Flotta da tempo buono», la chiama.
E annota: «C’era una certa riluttanza italiana a rischiare la perdita i navi, forse nella speranza di preservare la flotta (mercantile) per la sospirata pace. Sicchè la flotta mercantile non fu mai attrezzata per lo stato i guerra. Di fatto, la nazione italiana non si è mai sentita obbligata a mobilitarsi totalmente per la guerra, né in forza-lavoro nè nell’industria… Non si può aspettarsi la vittoria quando l’azione è dominata dalla paura di perdite».
Ancora: «Il soldato semplice riceve, anche in battaglia, razioni completamente diverse da quelle che ricevono gli ufficiali intermedi e superiori. La misura delle razioni è moltiplicata secondo il grado, e la copiosità significa anche una scelta migliore di cibo di buona qualità. Secondo il loro grado, gli ufficiali mangiano tanto più abbondantemente e bene. Al soldato semplice va la razione più frugale; se fosse sufficiente, gli ufficiali non avrebbero ovviamente bisogno di una razione doppia o anche tripla di quella. Gli ufficiali mangiano in mense a parte, senza contatto coi loro uomini e spesso senza sapere cosa questi ricevono. Così il cameratismo di guerra, ciò che forma la comunità di vita e di morte così necessaria, era spezzata. Ho visto personalmente che le mense da campo tedesche erano praticamente assediate da soldati italiani, mentre io mangiavo straordinariamente bene con la razione normale dell’ufficiale italiano, alla mensa-ufficiali».
Non è la stessa cosa anche oggi? Non è sempre la stessa casta, vanitosa e incompetente, che si riempie il piattro tre volte mentre il soldato semplice della repubblica fa la fame? Anzi peggio: oggi l’italiano comune si ritiene fortunato se trova un lavoro a 1.100 euro, mentre per la casta politica è normale prenderne 22 mila.
Ma ridiamo la parola a Kesserling: «Non ho mai avuto l’impressione che la popolazione avesse coscienza dall’inizio che stava combattendo per la sua stessa esistenza; ne è diventata cosciente solo nel corso della guerra, quando ha dovuto subire i bombardamenti e ha perso le sue colonie… E tuttavia, non potrò mai dimenticare l’impressione di dolce vita che Roma fece su di me nei giorni delle battaglie per le teste di ponte di Anzio-Nettuno, che infuriavano nelle vicinanze».
Non si creda però che Kesselring abbia pregiudizi contro gli italiani in genere, e disprezzo totale verso i soldati italiani. Anzi scrive: «Ho visto troppi atti eroici compiuti da unità e individui italiani, come la Divisione Folgore a El Alamein, l’artiglieria nelle battaglie tunisine, le piccole armi della Marina (e cita la Decima Mas e i suoi sommozzatori a cavallo dei maiali, che distrussero da soli un quarto del naviglio britannico perso nel Medirettaneo), gli equipaggi dei barchini esplosivi, eccetera, per non esprimere la mia stima con convinzione. Ma in guerra, il risultato non è dato dagli atti eroici di pochi individui, ma dal grado di addestramento e di morale delle intere forze armate».
E’ così anche oggi. Una massa passiva e tendente all’imboscamento, una casta vanitosa incapace e insensibile al destino nazionale, e qualche eroe che fa più del proprio dovere: senza riuscire, naturalmente, a cambiare il destino generale del Paese.
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Tratto da Effedieffe:

Nella primavera del 1941, l’Italia, in una serie di disfatte, aveva perduto la Cirenaica, e gli inglesi avanzavano verso Tripoli. Hitler, che fino ad allora aveva considerato la guerra d’Africa un settore da lasciare agli italiani, mandò in aiuto degli alleati l’AfrikaKorps, al comando di Rommel: «La decisione», scrisse il generale tedesco Eckart Christian, «non fu basata su un piano strategico, ma sulla necessità di sostenere la posizione italiana nel Mediterraneo». Insomma, lo scopo era di evitare una cocente umiliazione al duce. Nel novembre del ‘41 il Fuehrer mandò a Roma il feldmaresciallo Albert Kesserling come comandante del settore Sud, ma in realtà perché, come scrisse lo stesso Kesserling, «il sistema di rifornimenti all’Afrika Korps - che spettava agli italiani - era collassato. Il dominio britannico del cielo e del mare sul Mediterraneo era sempre più evidente… La posizione di Rommel era critica… Egli era intralciato nelle operazioni dalla presenza di divisioni di fanteria, e specialmente dalle divisioni italiane di bassissima efficienza combattiva».In una guerra del deserto, completamente motorizzata e combattuta con i carri armati, noi avevamo fanti appiedati, che non erano altro che una patetica palla al piede. Questo indusse Kesselring a indagare e riflette su questa incapacità militare dell’alleato. Ciò che descrisse nei suoi rapporti, con equanimità e anche generosità, ci restituisce un ritratto veritiero dell’Italia d’oggi, dell’Italia di sempre.
Ecco alcuni passi dei ricordi di Kesselring: «Le forze armate italiane in genere non erano preparate alla guerra. Ma anziché prendere coscienza ella realtà com’era, il Comando Italiano (…) si cullava in vane speranze. L’aiuto tedesco è stato richiesto nella quantità necessaria solo quando era troppo tardi, e quando l’aiuto non era più in proporzione con lo sforzo fatto. Ho l’impressione che questa riluttanza nascesse da vanità e una falsa idea del prestigio delle forze armate italiane. Ma poco prima delle defezione italiana, il generale Ambrosio, ultimo capo dello Stato Maggiore, cambiò tattica, aumentando le richieste di truppe e materiali a così insensati livelli, da far capire le disoneste intenzioni seguenti».
I generali italioti credevano di essere furbi; la classe dirigente si preparava a tradire l’alleato, a rubargli intanto materiali, e credeva che questo non se ne accorgesse.
Ancora: «Il soldato italiano non può essere paragonato al soldato tedesco. L’addestramento, di per sé insufficiente, viene condotto come in tempo di pace, nei cortili delle caserme; l’addestramento sul campo era tralasciato. Manca ogni contatto tra gli ufficiali e gli uomini. (…) Non ci sono abbastanza unità motorizzate. I carri armati non hanno sufficiente protezione anticarro. Il loro armamento è insoddisfacente. Le armi anticarro erano manchevoli in quantità e inefficaci. Le armi della fanteria erano inadeguate. L’artigliera era di qualità, ma non adatta alle azioni contro gli alleati perché di gittata insufficiente. Le comunicazioni radio non erano adeguatamenet sviluppate. Le forniture erano insufficienti, a cominciare delle razioni. (…) I problemi dell’accaparramento, del soccorso e delle razioni alimentari avevano un effetto distruttivo sul morale».
Poiché i gallonati italiani non risucivano a mandare le forniture necessarie nella vicina Libia,Kesselring prese il comando della logistica. Ma le navi di cui doveva servirsi erano pur sempre italiane. «Flotta da tempo buono», la chiama.
E annota: «C’era una certa riluttanza italiana a rischiare la perdita i navi, forse nella speranza di preservare la flotta (mercantile) per la sospirata pace. Sicchè la flotta mercantile non fu mai attrezzata per lo stato i guerra. Di fatto, la nazione italiana non si è mai sentita obbligata a mobilitarsi totalmente per la guerra, né in forza-lavoro nè nell’industria… Non si può aspettarsi la vittoria quando l’azione è dominata dalla paura di perdite».
Ancora: «Il soldato semplice riceve, anche in battaglia, razioni completamente diverse da quelle che ricevono gli ufficiali intermedi e superiori. La misura delle razioni è moltiplicata secondo il grado, e la copiosità significa anche una scelta migliore di cibo di buona qualità. Secondo il loro grado, gli ufficiali mangiano tanto più abbondantemente e bene. Al soldato semplice va la razione più frugale; se fosse sufficiente, gli ufficiali non avrebbero ovviamente bisogno di una razione doppia o anche tripla di quella. Gli ufficiali mangiano in mense a parte, senza contatto coi loro uomini e spesso senza sapere cosa questi ricevono. Così il cameratismo di guerra, ciò che forma la comunità di vita e di morte così necessaria, era spezzata. Ho visto personalmente che le mense da campo tedesche erano praticamente assediate da soldati italiani, mentre io mangiavo straordinariamente bene con la razione normale dell’ufficiale italiano, alla mensa-ufficiali».
Non è la stessa cosa anche oggi? Non è sempre la stessa casta, vanitosa e incompetente, che si riempie il piattro tre volte mentre il soldato semplice della repubblica fa la fame? Anzi peggio: oggi l’italiano comune si ritiene fortunato se trova un lavoro a 1.100 euro, mentre per la casta politica è normale prenderne 22 mila.
Ma ridiamo la parola a Kesserling: «Non ho mai avuto l’impressione che la popolazione avesse coscienza dall’inizio che stava combattendo per la sua stessa esistenza; ne è diventata cosciente solo nel corso della guerra, quando ha dovuto subire i bombardamenti e ha perso le sue colonie… E tuttavia, non potrò mai dimenticare l’impressione di dolce vita che Roma fece su di me nei giorni delle battaglie per le teste di ponte di Anzio-Nettuno, che infuriavano nelle vicinanze».
Non si creda però che Kesselring abbia pregiudizi contro gli italiani in genere, e disprezzo totale verso i soldati italiani. Anzi scrive: «Ho visto troppi atti eroici compiuti da unità e individui italiani, come la Divisione Folgore a El Alamein, l’artiglieria nelle battaglie tunisine, le piccole armi della Marina (e cita la Decima Mas e i suoi sommozzatori a cavallo dei maiali, che distrussero da soli un quarto del naviglio britannico perso nel Medirettaneo), gli equipaggi dei barchini esplosivi, eccetera, per non esprimere la mia stima con convinzione. Ma in guerra, il risultato non è dato dagli atti eroici di pochi individui, ma dal grado di addestramento e di morale delle intere forze armate».
E’ così anche oggi. Una massa passiva e tendente all’imboscamento, una casta vanitosa incapace e insensibile al destino nazionale, e qualche eroe che fa più del proprio dovere: senza riuscire, naturalmente, a cambiare il destino generale del Paese.

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