mercoledì 20 agosto 2008

La parabola del pacifismo dimezzato


Di Stefano Iannaccone
Sfera pubblica


Le immagini di protesta contro la guerra in Iraq sono ancora vivide nella memoria.

L’opinione pubblica occidentale si mobilitò per criticare la scelta di Bush di invadere il Paese, all’epoca governato da Saddam Hussein, con il pretesto di “esportare le democrazia”.

In particolar modo l’Europa, attraverso manifestazioni pacifiche-pacifiste, fece sentire la sua voce, sollecitando i rispettivi esecutivi affinché la crisi politica sfociasse in una soluzione diplomatica.

La storia si è conclusa come tutti sanno: gli Usa hanno vissuto una riedizione mediorientale del Vietnam, pagando a caro prezzo le operazioni belliche (e post belliche) a Baghdad e dintorni.

E i fieri oppositori della guerra si vantano ora (giustamente) di aver preconizzato gli intenti imperialistici statunitensi, destinati a provocare migliaia di vittime.

Al contrario, nei giorni degli attacchi della Russia alla Georgia, nessun movimento di opinione si è sollevato per stigmatizzare l’atteggiamento del governo di Mosca, interessato a infliggere un avvertimento “infuocato” alla piccola Repubblica georgiana, rea di essersi avvicinata troppo all’orbita Nato. In tal caso, i pacifisti hanno tralasciato, con malcelata indolenza, che la politica putiniana mira a un neo-imperialismo di marca russa, ma ricalcante il progetto statunitense.

Il pacifismo, dunque, si è mostrato bifronte: ringhioso verso il Demonio capitalista-Usa e mansueto nei confronti dell’Amico ex comunista-Russo; come se le guerre volute dalla Casa Bianca contenessero maggiori elementi di gravità rispetto alle operazioni militari attuate dal Cremino.

Insomma, il pacifismo “senza se e senza ma” ha dimostrato la sua integerrima intransigenza solo con gli Stati Uniti, lasciando invece ampio spazio d’azione all’autocrate Putin.

I retaggi del passato, pertanto, perdurano a dispetto degli eventi storici, soprattutto nelle file della galassia pacifista, ancora troppo legata all’interesse di depotenziare l’influenza culturale-economica-militare di Washington.

L’esperienza putiniana è osservata con noncuranza, finanche nei settori più critici della società occidentale, impazienti di scagliarsi contro i Luciferi a stelle e strisce piuttosto che cercare di espandere il verbo della Libertà e della Pace in tutti gli angoli del globo. Sarebbe bene rammentare che il modello made in Usa garantisce ai giornalisti libertà di parola, anche se il Potere cerca di abbonire le voci più polemiche.

In Russia, i pochi coraggiosi che provano a raccontare l’autocrazia putiniana rischiano di finire giustiziati.

Ma al pacifismo dimezzato questo non interessa.
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Di Stefano Iannaccone
Sfera pubblica


Le immagini di protesta contro la guerra in Iraq sono ancora vivide nella memoria.

L’opinione pubblica occidentale si mobilitò per criticare la scelta di Bush di invadere il Paese, all’epoca governato da Saddam Hussein, con il pretesto di “esportare le democrazia”.

In particolar modo l’Europa, attraverso manifestazioni pacifiche-pacifiste, fece sentire la sua voce, sollecitando i rispettivi esecutivi affinché la crisi politica sfociasse in una soluzione diplomatica.

La storia si è conclusa come tutti sanno: gli Usa hanno vissuto una riedizione mediorientale del Vietnam, pagando a caro prezzo le operazioni belliche (e post belliche) a Baghdad e dintorni.

E i fieri oppositori della guerra si vantano ora (giustamente) di aver preconizzato gli intenti imperialistici statunitensi, destinati a provocare migliaia di vittime.

Al contrario, nei giorni degli attacchi della Russia alla Georgia, nessun movimento di opinione si è sollevato per stigmatizzare l’atteggiamento del governo di Mosca, interessato a infliggere un avvertimento “infuocato” alla piccola Repubblica georgiana, rea di essersi avvicinata troppo all’orbita Nato. In tal caso, i pacifisti hanno tralasciato, con malcelata indolenza, che la politica putiniana mira a un neo-imperialismo di marca russa, ma ricalcante il progetto statunitense.

Il pacifismo, dunque, si è mostrato bifronte: ringhioso verso il Demonio capitalista-Usa e mansueto nei confronti dell’Amico ex comunista-Russo; come se le guerre volute dalla Casa Bianca contenessero maggiori elementi di gravità rispetto alle operazioni militari attuate dal Cremino.

Insomma, il pacifismo “senza se e senza ma” ha dimostrato la sua integerrima intransigenza solo con gli Stati Uniti, lasciando invece ampio spazio d’azione all’autocrate Putin.

I retaggi del passato, pertanto, perdurano a dispetto degli eventi storici, soprattutto nelle file della galassia pacifista, ancora troppo legata all’interesse di depotenziare l’influenza culturale-economica-militare di Washington.

L’esperienza putiniana è osservata con noncuranza, finanche nei settori più critici della società occidentale, impazienti di scagliarsi contro i Luciferi a stelle e strisce piuttosto che cercare di espandere il verbo della Libertà e della Pace in tutti gli angoli del globo. Sarebbe bene rammentare che il modello made in Usa garantisce ai giornalisti libertà di parola, anche se il Potere cerca di abbonire le voci più polemiche.

In Russia, i pochi coraggiosi che provano a raccontare l’autocrazia putiniana rischiano di finire giustiziati.

Ma al pacifismo dimezzato questo non interessa.

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