venerdì 29 agosto 2008

LA GRANDE ILLUSIONE


DI PAUL KRUGMAN

New York Times


Fino ad ora, nonostante il ruolo della Georgia come importante corridoio per il trasporto del petrolio, le conseguenze economiche della guerra nel Caucaso sono state decisamente ridotte.
Ma mentre stavo leggendo le ultime cattive notizie mi son trovato a chiedermi se questa guerra sia un presagio, un segno che la seconda età della globalizzazione potrebbe trovarsi a condividere il destino della prima.
Se vi state domandando a che cosa io mi riferisca, ecco quello che dovete sapere:
i nostri nonni vivevano in un mondo di economie largamente autosufficienti, orientate verso l’interno.
I nostri trisnonni, però, vivevano, come noi oggi, in un mondo di commerci ed investimenti internazionali su larga scala, un mondo distrutto dai nazionalismi. Nel 1919 il grande economista britannico John Maynard Keynes descriveva l’economia mondiale come si presentava alla vigilia della prima Guerra Mondiale:
“L’abitante di Londra poteva ordinare telefonicamente, mentre sorbiva il tè del mattino, vari prodotti da tutto il mondo…, nello stesso tempo, e con lo stesso mezzo, poteva investire la sua ricchezza nelle risorse naturali e nelle imprese di qualunque parte del mondo.”
E il londinese di Keynes “considerava questa stato dei suoi affari come normale, certo e permanente, tranne che per la direzione di eventuali sviluppi…
I progetti e le politiche del militarismo e dell’imperialismo, delle rivalità culturali e razziali, dei monopoli, delle restrizioni e delle esclusioni… sembravano quasi non esercitare alcuna influenza sul corso normale della vita sociale ed economica, la cui internazionalizzazione era, in pratica, quasi completa.”
Ma sopraggiunsero tre decenni di guerra, rivoluzioni, instabilità politica, depressione ed ancora guerra.
Alla fine della seconda Guerra Mondiale il mondo era frammentato tanto a livello economico quanto politico, e ci vollero due generazioni per rimetterlo insieme. Quindi, le cose possono cadere a pezzi? Certo che possono.
Considerate come sono andate le cose nell’attuale crisi alimentare.
Per anni ci è stato detto che l’autosufficienza era un concetto superato e che era più sicuro affidarsi ai mercati mondiali per l’approvvigionamento di cibo.
Ma quando i prezzi di grano, riso e granturco sono andati alle stelle, i “progetti e le politiche” di Keynes, di “restrizione ed esclusione” sono ricomparsi sulla scena: molti governi si sono affrettati a proteggere i consumatori domestici proibendo o limitando le esportazioni, così lasciando i paesi importatori in terribili difficoltà.
E veniamo adesso al “militarismo ed imperialismo”.
Di per sé, come ho detto, la guerra in Georgia, sotto l’aspetto economico, non è stata granché. Però segna decisamente la fine della Pax Americana, l’era in cui gli Stati Uniti hanno più o meno mantenuto il monopolio dell’utilizzo della potenza militare; e questo solleva alcuni seri interrogativi sul futuro della globalizzazione.
Molto ovviamente la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia, specialmente per il gas naturale, adesso appare molto pericolosa, probabilmente ancor più pericolosa della sua dipendenza dal petrolio del Medio Oriente.
Dopo tutto la Russia ha già usato l’arma di pressione del gas: nel 2006 interruppe le forniture all’Ucraina nel bel mezzo di una disputa sui prezzi.
E se la Russia fosse intenzionata e capace di imporre il controllo sulla propria auto-dichiarata sfera d’influenza, non farebbero forse lo stesso anche gli altri? Pensate soltanto allo scompiglio che deriverebbe se la Cina, oggi sul punto di superare gli Stati Uniti come maggior paese industriale al mondo, volesse affermare con la forza le proprie pretese su Taiwan.
Alcuni analisti ci dicono di non preoccuparci: l’integrazione economica globale, di per sé stessa, ci proteggerà dalla guerra (o, almeno, così affermano) perché le economie commerciali di successo non vorranno rischiare la propria prosperità buttandosi nell’avventurismo militare.
Purtroppo, però, anche questo riporta alla mente sgradevoli memorie storiche. Poco prima della prima Guerra Mondiale un altro autore britannico, Norman Angell, pubblicò un famoso libro intitolato “La grande illusione”, nel quale affermava che la guerra era diventata obsoleta, che nell’era industriale moderna anche i vincitori sul campo perdono in realtà ben più di quanto guadagnino. (1)
Aveva ragione, ma le guerre continuarono comunque a scoppiare.
E così, dunque, possiamo pensare che le fondamenta della seconda economia globale siano oggi più solide di quelle della prima?
Da un certo punto di vista, sì.
Per esempio oggi guerre fra le nazioni dell’Europa occidentale ci sembrano assolutamente inconcepibili, non tanto in virtù dei legami economici quanto piuttosto per i valori democratici che condividono.
Buona parte del mondo, però, comprese nazioni che hanno un ruolo chiave nell’economia globale, non condivide quei valori.
Molti di noi hanno continuato a credere che, almeno fin quando l’economia “tira”, questo fattore non abbia particolare importanza, che possiamo contare su un commercio mondiale che continua a scorrere liberamente semplicemente perché è così redditizio. Ma non è un presupposto molto sicuro.
Angell aveva ragione nel descrivere come una grande illusione la convinzione che la conquista paga.
Ma la convinzione che la razionalità economica possa sempre prevenire le guerre è un’illusione altrettanto grande.
L’attuale elevato livello di interdipendenza economica globale, che può essere sostenuto soltanto se tutti i maggiori governi agiscono con ragionevolezza e buon senso, è molto più fragile di quanto immaginiamo.
Versione originale: Paul Robin Krugman (Economista statunitense, ha scritto numerose opere ed è editorialista ed opinionista per il New York Times. Insegna Economia e Relazioni Internazionali all’Università di Princeton. Il Washington Monthly, lo definisce "il più importante editorialista in America... il solo, quasi, ad analizzare la storia più importante della politica degli ultimi anni, la fusione di interessi industriali, lobbistici e politici, nella quale eccelle l'amministrazione Bush")


Link: http://www.nytimes.com/2008/08/15/opinion/15krugman.html
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DI PAUL KRUGMAN

New York Times


Fino ad ora, nonostante il ruolo della Georgia come importante corridoio per il trasporto del petrolio, le conseguenze economiche della guerra nel Caucaso sono state decisamente ridotte.
Ma mentre stavo leggendo le ultime cattive notizie mi son trovato a chiedermi se questa guerra sia un presagio, un segno che la seconda età della globalizzazione potrebbe trovarsi a condividere il destino della prima.
Se vi state domandando a che cosa io mi riferisca, ecco quello che dovete sapere:
i nostri nonni vivevano in un mondo di economie largamente autosufficienti, orientate verso l’interno.
I nostri trisnonni, però, vivevano, come noi oggi, in un mondo di commerci ed investimenti internazionali su larga scala, un mondo distrutto dai nazionalismi. Nel 1919 il grande economista britannico John Maynard Keynes descriveva l’economia mondiale come si presentava alla vigilia della prima Guerra Mondiale:
“L’abitante di Londra poteva ordinare telefonicamente, mentre sorbiva il tè del mattino, vari prodotti da tutto il mondo…, nello stesso tempo, e con lo stesso mezzo, poteva investire la sua ricchezza nelle risorse naturali e nelle imprese di qualunque parte del mondo.”
E il londinese di Keynes “considerava questa stato dei suoi affari come normale, certo e permanente, tranne che per la direzione di eventuali sviluppi…
I progetti e le politiche del militarismo e dell’imperialismo, delle rivalità culturali e razziali, dei monopoli, delle restrizioni e delle esclusioni… sembravano quasi non esercitare alcuna influenza sul corso normale della vita sociale ed economica, la cui internazionalizzazione era, in pratica, quasi completa.”
Ma sopraggiunsero tre decenni di guerra, rivoluzioni, instabilità politica, depressione ed ancora guerra.
Alla fine della seconda Guerra Mondiale il mondo era frammentato tanto a livello economico quanto politico, e ci vollero due generazioni per rimetterlo insieme. Quindi, le cose possono cadere a pezzi? Certo che possono.
Considerate come sono andate le cose nell’attuale crisi alimentare.
Per anni ci è stato detto che l’autosufficienza era un concetto superato e che era più sicuro affidarsi ai mercati mondiali per l’approvvigionamento di cibo.
Ma quando i prezzi di grano, riso e granturco sono andati alle stelle, i “progetti e le politiche” di Keynes, di “restrizione ed esclusione” sono ricomparsi sulla scena: molti governi si sono affrettati a proteggere i consumatori domestici proibendo o limitando le esportazioni, così lasciando i paesi importatori in terribili difficoltà.
E veniamo adesso al “militarismo ed imperialismo”.
Di per sé, come ho detto, la guerra in Georgia, sotto l’aspetto economico, non è stata granché. Però segna decisamente la fine della Pax Americana, l’era in cui gli Stati Uniti hanno più o meno mantenuto il monopolio dell’utilizzo della potenza militare; e questo solleva alcuni seri interrogativi sul futuro della globalizzazione.
Molto ovviamente la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia, specialmente per il gas naturale, adesso appare molto pericolosa, probabilmente ancor più pericolosa della sua dipendenza dal petrolio del Medio Oriente.
Dopo tutto la Russia ha già usato l’arma di pressione del gas: nel 2006 interruppe le forniture all’Ucraina nel bel mezzo di una disputa sui prezzi.
E se la Russia fosse intenzionata e capace di imporre il controllo sulla propria auto-dichiarata sfera d’influenza, non farebbero forse lo stesso anche gli altri? Pensate soltanto allo scompiglio che deriverebbe se la Cina, oggi sul punto di superare gli Stati Uniti come maggior paese industriale al mondo, volesse affermare con la forza le proprie pretese su Taiwan.
Alcuni analisti ci dicono di non preoccuparci: l’integrazione economica globale, di per sé stessa, ci proteggerà dalla guerra (o, almeno, così affermano) perché le economie commerciali di successo non vorranno rischiare la propria prosperità buttandosi nell’avventurismo militare.
Purtroppo, però, anche questo riporta alla mente sgradevoli memorie storiche. Poco prima della prima Guerra Mondiale un altro autore britannico, Norman Angell, pubblicò un famoso libro intitolato “La grande illusione”, nel quale affermava che la guerra era diventata obsoleta, che nell’era industriale moderna anche i vincitori sul campo perdono in realtà ben più di quanto guadagnino. (1)
Aveva ragione, ma le guerre continuarono comunque a scoppiare.
E così, dunque, possiamo pensare che le fondamenta della seconda economia globale siano oggi più solide di quelle della prima?
Da un certo punto di vista, sì.
Per esempio oggi guerre fra le nazioni dell’Europa occidentale ci sembrano assolutamente inconcepibili, non tanto in virtù dei legami economici quanto piuttosto per i valori democratici che condividono.
Buona parte del mondo, però, comprese nazioni che hanno un ruolo chiave nell’economia globale, non condivide quei valori.
Molti di noi hanno continuato a credere che, almeno fin quando l’economia “tira”, questo fattore non abbia particolare importanza, che possiamo contare su un commercio mondiale che continua a scorrere liberamente semplicemente perché è così redditizio. Ma non è un presupposto molto sicuro.
Angell aveva ragione nel descrivere come una grande illusione la convinzione che la conquista paga.
Ma la convinzione che la razionalità economica possa sempre prevenire le guerre è un’illusione altrettanto grande.
L’attuale elevato livello di interdipendenza economica globale, che può essere sostenuto soltanto se tutti i maggiori governi agiscono con ragionevolezza e buon senso, è molto più fragile di quanto immaginiamo.
Versione originale: Paul Robin Krugman (Economista statunitense, ha scritto numerose opere ed è editorialista ed opinionista per il New York Times. Insegna Economia e Relazioni Internazionali all’Università di Princeton. Il Washington Monthly, lo definisce "il più importante editorialista in America... il solo, quasi, ad analizzare la storia più importante della politica degli ultimi anni, la fusione di interessi industriali, lobbistici e politici, nella quale eccelle l'amministrazione Bush")


Link: http://www.nytimes.com/2008/08/15/opinion/15krugman.html

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