sabato 23 agosto 2008

Il Sarno: tra la malasorte di oggi e lo splendore antico.

Di Luigino Piccirilli

Sale del mondo

Quest’anno non s’è proprio parlato del Sarno, come mai? In passato, specialmente nel mese di agosto, esperti e addetti ai lavori, amministratori e commissari parlamentari si riunivano, per diagnosticarne i mali e sollecitare i rimedi. Dal primo stanziamento per ripulirlo, gravano sul nostro corso d’acqua 35 anni di abusi e di abbandono, e oggi, anche se i medici sono al suo capezzale, a studiare, l’appestato è già morto o quasi, per cui resuscitarlo pare quasi impossibile. Se n’era già accorta, 4 anni fa, la Commissione parlamentare d’inchiesta del Senato, riunitasi per indagare e provvedere. Alla prima tappa in Prefettura, a Salerno, seguì un tour lungo il percorso del fiume, per vederne da vicino i danni, causati dalle reti fognarie e, più ancora, dagli scarichi industriali dei conciari e i conservieri. Seguirono poi altre audizioni ad e a AvellinoNapoli. La Commissione del Senato partì dalla relazione del Supercommissario per il Sarno, che con la richiesta di 500 milioni di euro assicurava il completamento della bonifica entro il 2005 e le infrastrutture nel 2006. Un annuncio che parve troppo ottimistico e non convinse i sindaci del Salernitano, per i quali, gli interventi di emergenza appesantivano la spesa. Alla fine, il progetto di disinquinamento si ridusse a una bolla di sapone. Le difficoltà sono enormi, al pari dell’impegno economico, che, peraltro, servirebbe solo a bruciare capitali, senza risolvere il caso. D’accordo, non sempre è venuto meno l’interessamento dei governi, gli amministratori, gli imprenditori, i cittadini, però, è mancata quella vera e propria svolta culturale, che poteva, non dico, ottenere una bonifica totale, ma almeno ridurre al minimo la mala sorte di un fiume, che oggi, è il più inquinato d’Europa, un fiume-killer, di cui ora pare dobbiamo servirci, perché nessuno tenti di strappare alla Campania infelice la palma su tutte le cloache a cielo aperto.

I guai di questo martoriato fiume si accanirono nel secolo XVII, allorché furono creati sulle sue rive canali e palizzate, per alimentare mulini e gualchiere. Il disastro idrogeologico generò paludi, infestate dalla malaria, e spopolamenti; da fiume generoso che era prima, per le belle acque, la pesca, la caccia e il tufo grigio dei suoi fianchi, presso le tufare tra Sarno e Nocera, l’ottima pietra, usata per le costruzioni locali e non solo; già nota agli antichi Romani. Per lungo tempo, dal Medioevo all’età moderna, il Sarno, come Scafati, la città che attraversa, prese il nome di Scafata o Scafaro, da «scafa», barca, usata per il trasbordo dall’una all’altra sponda. Ma nell’antichità il fiume degli scambi commerciali, era anche quello degli «otia» dello spirito. Celebrato da Virgilio, Cicerone, Silio, Stazio, Svetonio, Strabone, era simbolo di fecondità e freschezza, il dio che proteggeva la valle omonima. L’antica Pompei se lo teneva caro caro, come attestano gli affreschi, venuti alla luce dagli scavi, affreschi, per la verità deteriorati o andati perduti: dalla Casa di Cornelio Rufo a quella del Labirinto, dalla Taberna di T. Genialis al Larario di via dell’Abbondanza. È rappresentato, per lo più, come un vecchio dalla barba bianca, spesso con un serpente, a indicare non solo il percorso sinuoso del fiume, ma pure il buon augurio e la vita stessa, che rende fertile la terra, assicurando abbondanti raccolti. Anche nell’affresco del triclinio della Villa di Moregine, il Sarno è un anziano (la faccia non si vede: è andata perduta) ha una veste azzurra e nelle mani un arco e una patera, da cui sgorga l’acqua, che fertilizza i campi. Accanto, una baccante che danza, il capo cinto di edera, e una figura maschile che fa offerte al dio buono, che figurava anche su una moneta antica con il nome di «Sarniner». Il fiume era detto «la culla delle acque». Acque, appunto, di una tale limpidezza, che un giovane, di nome Epido Nuncionio non potette fare a meno di tuffarsi, e ne uscì con corna nodose sulla testa (lo narra Svetonio). In verità, a memoria d’uomo mai si vide un «cornuto più contento», non nel senso che oggi diamo a questa nostra espressione, ma perché quell’attributo delle divinità fluviali rendeva Nuncionio fiero d’averlo ricevuto.

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Di Luigino Piccirilli

Sale del mondo

Quest’anno non s’è proprio parlato del Sarno, come mai? In passato, specialmente nel mese di agosto, esperti e addetti ai lavori, amministratori e commissari parlamentari si riunivano, per diagnosticarne i mali e sollecitare i rimedi. Dal primo stanziamento per ripulirlo, gravano sul nostro corso d’acqua 35 anni di abusi e di abbandono, e oggi, anche se i medici sono al suo capezzale, a studiare, l’appestato è già morto o quasi, per cui resuscitarlo pare quasi impossibile. Se n’era già accorta, 4 anni fa, la Commissione parlamentare d’inchiesta del Senato, riunitasi per indagare e provvedere. Alla prima tappa in Prefettura, a Salerno, seguì un tour lungo il percorso del fiume, per vederne da vicino i danni, causati dalle reti fognarie e, più ancora, dagli scarichi industriali dei conciari e i conservieri. Seguirono poi altre audizioni ad e a AvellinoNapoli. La Commissione del Senato partì dalla relazione del Supercommissario per il Sarno, che con la richiesta di 500 milioni di euro assicurava il completamento della bonifica entro il 2005 e le infrastrutture nel 2006. Un annuncio che parve troppo ottimistico e non convinse i sindaci del Salernitano, per i quali, gli interventi di emergenza appesantivano la spesa. Alla fine, il progetto di disinquinamento si ridusse a una bolla di sapone. Le difficoltà sono enormi, al pari dell’impegno economico, che, peraltro, servirebbe solo a bruciare capitali, senza risolvere il caso. D’accordo, non sempre è venuto meno l’interessamento dei governi, gli amministratori, gli imprenditori, i cittadini, però, è mancata quella vera e propria svolta culturale, che poteva, non dico, ottenere una bonifica totale, ma almeno ridurre al minimo la mala sorte di un fiume, che oggi, è il più inquinato d’Europa, un fiume-killer, di cui ora pare dobbiamo servirci, perché nessuno tenti di strappare alla Campania infelice la palma su tutte le cloache a cielo aperto.

I guai di questo martoriato fiume si accanirono nel secolo XVII, allorché furono creati sulle sue rive canali e palizzate, per alimentare mulini e gualchiere. Il disastro idrogeologico generò paludi, infestate dalla malaria, e spopolamenti; da fiume generoso che era prima, per le belle acque, la pesca, la caccia e il tufo grigio dei suoi fianchi, presso le tufare tra Sarno e Nocera, l’ottima pietra, usata per le costruzioni locali e non solo; già nota agli antichi Romani. Per lungo tempo, dal Medioevo all’età moderna, il Sarno, come Scafati, la città che attraversa, prese il nome di Scafata o Scafaro, da «scafa», barca, usata per il trasbordo dall’una all’altra sponda. Ma nell’antichità il fiume degli scambi commerciali, era anche quello degli «otia» dello spirito. Celebrato da Virgilio, Cicerone, Silio, Stazio, Svetonio, Strabone, era simbolo di fecondità e freschezza, il dio che proteggeva la valle omonima. L’antica Pompei se lo teneva caro caro, come attestano gli affreschi, venuti alla luce dagli scavi, affreschi, per la verità deteriorati o andati perduti: dalla Casa di Cornelio Rufo a quella del Labirinto, dalla Taberna di T. Genialis al Larario di via dell’Abbondanza. È rappresentato, per lo più, come un vecchio dalla barba bianca, spesso con un serpente, a indicare non solo il percorso sinuoso del fiume, ma pure il buon augurio e la vita stessa, che rende fertile la terra, assicurando abbondanti raccolti. Anche nell’affresco del triclinio della Villa di Moregine, il Sarno è un anziano (la faccia non si vede: è andata perduta) ha una veste azzurra e nelle mani un arco e una patera, da cui sgorga l’acqua, che fertilizza i campi. Accanto, una baccante che danza, il capo cinto di edera, e una figura maschile che fa offerte al dio buono, che figurava anche su una moneta antica con il nome di «Sarniner». Il fiume era detto «la culla delle acque». Acque, appunto, di una tale limpidezza, che un giovane, di nome Epido Nuncionio non potette fare a meno di tuffarsi, e ne uscì con corna nodose sulla testa (lo narra Svetonio). In verità, a memoria d’uomo mai si vide un «cornuto più contento», non nel senso che oggi diamo a questa nostra espressione, ma perché quell’attributo delle divinità fluviali rendeva Nuncionio fiero d’averlo ricevuto.

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