lunedì 25 marzo 2024

Il Sud scippato anche del diritto di voto

 


Di Natale Cuccurese 

Fonte: Left

Il Mezzogiorno in vista delle Europee si presenta con un peso politico ridotto. Ha meno parlamentari rispetto al Nord e al Centro, dopo il referendum del 2020 e per il continuo calo demografico. Non solo, c'è anche l'astensionismo forzato: è difficile per chi lavora - e sono tantissimi - lontano dal luogo di residenza rientrare a casa per votare

La Repubblica italiana nega i diritti costituzionali fondamentali ai cittadini del Mezzogiorno. Non mi riferisco a quanto già più volte denunciato, dai minori trasferimenti statali rispetto alla percentuale del 34% della popolazione che poi si riflettono in cure mediche minori (che incidono sulla stessa aspettativa di durata di vita dei cittadini meridionali più bassa che al Nord), o agli asili, alle scuole senza palestre o mense, alla scarsità di insegnanti, infrastrutture e così via.
No, mi riferisco proprio a quanto di più sacro per una democrazia: parlo del diritto di voto e di conseguenza di rappresentanza politica negata!

Addirittura?! Proprio così!
Ai cittadini del Mezzogiorno o almeno a larga parte di loro, è negato il diritto di voto che (in teoria) è un diritto costituzionale. Negato, come in una dittatura o come più rispondente al nostro caso in uno Stato in cui vige l’apartheid. Il tutto è ovviamente taciuto dai media, proni ai dettami del potere, così come dalla politica politicante.

Ma perché e come è vietata la rappresentanza politica ai meridionali?

Iniziamo l’analisi da quanto accaduto col Referendum del 2020 sul Taglio dei parlamentari. Come avevo già ho scritto sul numero 37 di Left del settembre 2020: «Un argomento che quasi nessuno ha sottolineato e cioè come la vittoria del Sì al referendum potrebbe essere l’ultimo imbroglio, forse quello definitivo, per il Sud ed i suoi cittadini, aggravando ancor di più la mancanza di rappresentanza del Mezzogiorno in Parlamento e approfondendo la spaccatura già presente nel Paese».

Come argomentavo allora: «La densità di popolazione al Sud parametro per l’assegnazione dei seggi alla Camera e al Senato, è più bassa del Nord, e, mentre la desertificazione demografica causata dall’emigrazione cresce di anno in anno, la conseguenza è che il Sud, in un Parlamento ridotto, avrebbe un peso politico minore dell’attuale».
A posteriori i dati odierni confermano che la crisi demografica che sta colpendo l’Italia riguarda in particolar modo il Mezzogiorno: nel 2050 il Nord e il Centro sommati avranno un milione di persone in meno rispetto ad oggi, mentre il Sud e le Isole ben 3,6 milioni.
Per il 2080 si stima che il 54% della popolazione vivrà nel Nord (contro l’attuale 46%), il 20% nel Centro (come ora) e il 26% nel Sud e nelle Isole (oggi è il 34%). Le regioni meridionali proseguendo con l’attuale andamento si spopoleranno sempre più. In soli 30 anni, il Mezzogiorno passerà dall’essere la macro area più giovane del Paese ad essere la più anziana. E tra il 2050 e il 2080, mentre l’età media del Nord e del Centro Italia rimarrà uguale o scenderà, quella del Mezzogiorno crescerà.

Scrivevo poi che: «Sicilia e Sardegna avrebbero minori rappresentanti in termini percentuali al Senato rispetto alle altre Regioni a Statuto speciale e la Basilicata, così come l’Umbria, subirebbe il taglio maggiore al Senato, i rappresentanti passerebbero dagli attuali 7 a soli 3 (-57%) e qualsiasi partito sotto la percentuale del 20% dei voti non eleggerebbe alcun rappresentate, inoltre visto che il Senato è eletto su base regionale, la Sardegna finirebbe per avere un senatore ogni 328mila abitanti, mentre il Trentino-Alto Adige uno ogni 171mila, rendendo evidente la sperequazione per cui il voto di un cittadino trentino varrebbe il doppio di quello di un cittadino sardo».

Nell’articolo ponevo poi l’accento sul fatto che non bisogna dimenticare che la riduzione degli eletti avrebbe comportato una loro minore autonomia, visto che su di essi si sarebbe concentrata la pressione di lobby gruppi di potere e chi più ne ha più ne metta, così da spingerli eventualmente a prendere anche decisioni che potrebbero essere contro l’interesse dei territori che dovrebbero rappresentare…
Senza dimenticare che con la riduzione, poi avvenuta grazie alla vittoria al Referendum, pur coi seggi ridotti non si sarebbe fermata la “transumanza” di politici del Nord verso collegi sicuri del Mezzogiorno. I famosi “paracadutati”. Candidati che non hanno collegamenti con il territorio, ma che sono collocati dalle segreterie dei partiti in base alla probabilità altissima di vincere. Per cui ora a consuntivo il Sud si trova non solo con una rappresentanza parlamentare territoriale di partenza già inferiore in percentuale rispetto al Nord, come visto sopra, ma questa viene anche ulteriormente ridotta di circa un 25% perché tutti i partiti da destra a sinistra hanno fatto largo uso di “paracadutati dal Nord. Non a caso provvedimenti scellerati come l’Autonomia differenziata faticano a trovare una opposizione parlamentare consistente.

Oggi a posteriori possiamo dire che quanto previsto nel 2020 non solo si è pienamente realizzato, ma il panorama è ancora più cupo.

Come scritto nell’introduzione lo scippo di rappresentanza, dopo la riduzione dei parlamentari, si traduce oggi in una ulteriore condizione di negazione di diritti politici grazie al cosiddetto “astensionismo”. Astensionismo che al Sud spesso non è altro che impossibilità, a questo punto espressamente voluta dal potere politico, di recarsi al voto nei Comuni di residenza per tantissimi cittadini meridionali che si trovano al Nord Italia per lavoro, studio o per curarsi. Figli di quell’emigrazione lavorativa, scolastica e sanitaria che continua implacabile da oltre 163 anni e che sta via via desertificando, come visto, le Regioni meridionali. Perché il Parlamento non vara una apposita normativa e permette a questi cittadini di poter esigere un diritto costituzionale, ad esempio di poter votare nel luogo di domicilio o per posta come fanno tanti altri Paesi? In questo quadro non va dimenticato il prezzo di treni, auto, aerei, per potere tornare al Comune di residenza per votare, che in pochi ormai possono permettersi.

Ecco perché quando sentirete parlare di astensionismo al Sud più alto che al Nord, dovreste fare la tara con la percentuale dei cittadini che avrebbero voluto esercitare il diritto di voto, casomai per opporsi alla deriva imperante nel Paese, ma a cui non è stato permesso di votare da politici che si stanno via via dimostrando sempre più nemici del Mezzogiorno (non a caso nelle ultime elezioni politiche meno di 1 elettore su 5 ha votato per la coalizione al governo), disinteressandosene o più spesso banalizzando e irridendo il dato dell’ astensionismo maggiore nel Mezzogiorno, certificando ancora una volta il permanente atteggiamento di disprezzo di ampie fasce delle classi dirigenti nazionali verso ciò che accade al Sud. E tutto ciò avviene nel disinteresse quasi completo anche delle forze di sinistra, malgrado il Mezzogiorno sia all’opposizione già dal giorno delle ultime votazioni…

Fonte: Left


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Di Natale Cuccurese 

Fonte: Left

Il Mezzogiorno in vista delle Europee si presenta con un peso politico ridotto. Ha meno parlamentari rispetto al Nord e al Centro, dopo il referendum del 2020 e per il continuo calo demografico. Non solo, c'è anche l'astensionismo forzato: è difficile per chi lavora - e sono tantissimi - lontano dal luogo di residenza rientrare a casa per votare

La Repubblica italiana nega i diritti costituzionali fondamentali ai cittadini del Mezzogiorno. Non mi riferisco a quanto già più volte denunciato, dai minori trasferimenti statali rispetto alla percentuale del 34% della popolazione che poi si riflettono in cure mediche minori (che incidono sulla stessa aspettativa di durata di vita dei cittadini meridionali più bassa che al Nord), o agli asili, alle scuole senza palestre o mense, alla scarsità di insegnanti, infrastrutture e così via.
No, mi riferisco proprio a quanto di più sacro per una democrazia: parlo del diritto di voto e di conseguenza di rappresentanza politica negata!

Addirittura?! Proprio così!
Ai cittadini del Mezzogiorno o almeno a larga parte di loro, è negato il diritto di voto che (in teoria) è un diritto costituzionale. Negato, come in una dittatura o come più rispondente al nostro caso in uno Stato in cui vige l’apartheid. Il tutto è ovviamente taciuto dai media, proni ai dettami del potere, così come dalla politica politicante.

Ma perché e come è vietata la rappresentanza politica ai meridionali?

Iniziamo l’analisi da quanto accaduto col Referendum del 2020 sul Taglio dei parlamentari. Come avevo già ho scritto sul numero 37 di Left del settembre 2020: «Un argomento che quasi nessuno ha sottolineato e cioè come la vittoria del Sì al referendum potrebbe essere l’ultimo imbroglio, forse quello definitivo, per il Sud ed i suoi cittadini, aggravando ancor di più la mancanza di rappresentanza del Mezzogiorno in Parlamento e approfondendo la spaccatura già presente nel Paese».

Come argomentavo allora: «La densità di popolazione al Sud parametro per l’assegnazione dei seggi alla Camera e al Senato, è più bassa del Nord, e, mentre la desertificazione demografica causata dall’emigrazione cresce di anno in anno, la conseguenza è che il Sud, in un Parlamento ridotto, avrebbe un peso politico minore dell’attuale».
A posteriori i dati odierni confermano che la crisi demografica che sta colpendo l’Italia riguarda in particolar modo il Mezzogiorno: nel 2050 il Nord e il Centro sommati avranno un milione di persone in meno rispetto ad oggi, mentre il Sud e le Isole ben 3,6 milioni.
Per il 2080 si stima che il 54% della popolazione vivrà nel Nord (contro l’attuale 46%), il 20% nel Centro (come ora) e il 26% nel Sud e nelle Isole (oggi è il 34%). Le regioni meridionali proseguendo con l’attuale andamento si spopoleranno sempre più. In soli 30 anni, il Mezzogiorno passerà dall’essere la macro area più giovane del Paese ad essere la più anziana. E tra il 2050 e il 2080, mentre l’età media del Nord e del Centro Italia rimarrà uguale o scenderà, quella del Mezzogiorno crescerà.

Scrivevo poi che: «Sicilia e Sardegna avrebbero minori rappresentanti in termini percentuali al Senato rispetto alle altre Regioni a Statuto speciale e la Basilicata, così come l’Umbria, subirebbe il taglio maggiore al Senato, i rappresentanti passerebbero dagli attuali 7 a soli 3 (-57%) e qualsiasi partito sotto la percentuale del 20% dei voti non eleggerebbe alcun rappresentate, inoltre visto che il Senato è eletto su base regionale, la Sardegna finirebbe per avere un senatore ogni 328mila abitanti, mentre il Trentino-Alto Adige uno ogni 171mila, rendendo evidente la sperequazione per cui il voto di un cittadino trentino varrebbe il doppio di quello di un cittadino sardo».

Nell’articolo ponevo poi l’accento sul fatto che non bisogna dimenticare che la riduzione degli eletti avrebbe comportato una loro minore autonomia, visto che su di essi si sarebbe concentrata la pressione di lobby gruppi di potere e chi più ne ha più ne metta, così da spingerli eventualmente a prendere anche decisioni che potrebbero essere contro l’interesse dei territori che dovrebbero rappresentare…
Senza dimenticare che con la riduzione, poi avvenuta grazie alla vittoria al Referendum, pur coi seggi ridotti non si sarebbe fermata la “transumanza” di politici del Nord verso collegi sicuri del Mezzogiorno. I famosi “paracadutati”. Candidati che non hanno collegamenti con il territorio, ma che sono collocati dalle segreterie dei partiti in base alla probabilità altissima di vincere. Per cui ora a consuntivo il Sud si trova non solo con una rappresentanza parlamentare territoriale di partenza già inferiore in percentuale rispetto al Nord, come visto sopra, ma questa viene anche ulteriormente ridotta di circa un 25% perché tutti i partiti da destra a sinistra hanno fatto largo uso di “paracadutati dal Nord. Non a caso provvedimenti scellerati come l’Autonomia differenziata faticano a trovare una opposizione parlamentare consistente.

Oggi a posteriori possiamo dire che quanto previsto nel 2020 non solo si è pienamente realizzato, ma il panorama è ancora più cupo.

Come scritto nell’introduzione lo scippo di rappresentanza, dopo la riduzione dei parlamentari, si traduce oggi in una ulteriore condizione di negazione di diritti politici grazie al cosiddetto “astensionismo”. Astensionismo che al Sud spesso non è altro che impossibilità, a questo punto espressamente voluta dal potere politico, di recarsi al voto nei Comuni di residenza per tantissimi cittadini meridionali che si trovano al Nord Italia per lavoro, studio o per curarsi. Figli di quell’emigrazione lavorativa, scolastica e sanitaria che continua implacabile da oltre 163 anni e che sta via via desertificando, come visto, le Regioni meridionali. Perché il Parlamento non vara una apposita normativa e permette a questi cittadini di poter esigere un diritto costituzionale, ad esempio di poter votare nel luogo di domicilio o per posta come fanno tanti altri Paesi? In questo quadro non va dimenticato il prezzo di treni, auto, aerei, per potere tornare al Comune di residenza per votare, che in pochi ormai possono permettersi.

Ecco perché quando sentirete parlare di astensionismo al Sud più alto che al Nord, dovreste fare la tara con la percentuale dei cittadini che avrebbero voluto esercitare il diritto di voto, casomai per opporsi alla deriva imperante nel Paese, ma a cui non è stato permesso di votare da politici che si stanno via via dimostrando sempre più nemici del Mezzogiorno (non a caso nelle ultime elezioni politiche meno di 1 elettore su 5 ha votato per la coalizione al governo), disinteressandosene o più spesso banalizzando e irridendo il dato dell’ astensionismo maggiore nel Mezzogiorno, certificando ancora una volta il permanente atteggiamento di disprezzo di ampie fasce delle classi dirigenti nazionali verso ciò che accade al Sud. E tutto ciò avviene nel disinteresse quasi completo anche delle forze di sinistra, malgrado il Mezzogiorno sia all’opposizione già dal giorno delle ultime votazioni…

Fonte: Left


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