sabato 31 dicembre 2011

Riflessioni sul 2011 e auguri per il 2012



Ci sembra giusto, in gran semplicità, ricordare qualcosa che è stato importante per noi in quest’anno che ormai tra poche ore sarà archiviato. In maniera sciolta ed informale, così come i ricordi ci aiutano :

- le diverse nuove sezioni del Partito del Sud che in Italia si sono aperte un po’ ovunque, radicando la nostra presenza in tutta la penisola e in qualche caso all’estero (vedi Francia, e, ad ore, una altra nuova sezione in USA);
- i tanti nuovi iscritti che fanno crescere in modo interessante, rendendolo ormai corposo, il numero di quelli che s’identificano con noi e desiderano dare il loro contributo per la nostra causa;
- la ottima qualità, tra le nuove iscrizioni, di personaggi dall’alto profilo umano, professionale e di cultura;
- l’apertura di nuovi blog territoriali e i 2 nuovi siti, uno napoletano e uno nazionale, anche con i punti di programma (da approfondire ed integrare) per il rilancio ed il riscatto del Sud;
- l’esaltante esperienza elettorale di Napoli, con la partecipazione della nostra lista fra le 4 (in prima battuta e dopo al ballottaggio) della coalizione vincente che ha portato Luigi de Magistris a diventare Sindaco della città;
- il ricordo d’un’impresa difficile (raccogliere 1.240 firme per l’autorizzazione della lista, i banchetti, i comizi, la campagna elettorale, il tutto in 16 giorni e con finanze molto scarse) fatta con l’impegno, l’entusiasmo e il sacrificio di pochi di noi. Su tutti il ricordo delle nostre bandiere in prima fila, sempre, ai comizi di de Magistris, e i nostri interventi a quello di apertura in Piazza Gesù Nuovo (Cataldo Godano), in Piazza Dante (Andrea Balìa) e a quello a Rotonda Diaz (Emiddio de Franciscis), e per ultimo la nostra gioiosa partecipazione alla festa in Piazza Municipio (sotto il Comune) la sera della proclamazione di de Magistris come vincitore;
- 2 emozioni su tutte : il ringraziamento dal palco del sindaco al Partito del Sud, annoverato fra i 4 della prim’ora ad averlo sostenuto, e la nostra bandiera in testa al corteo che lo accompagnava in piazza sostenuta con orgoglio dal suo collaboratore (e ormai nostro amico) Alessandro Nardi;
- la collaborazione in quest’impresa degli amici del Direttivo Nazionale (Enzo Riccio, Natale Cuccurese, Beppe De Santis);
- gli eventi organizzati quest’anno dal partito, fra cui lo spettacolo “Terroni” con Roberto D’Alessandro e Mimmo Cavallo da noi presentato, in anteprima napoletana, durante la campagna elettorale c/o il Teatro Modernissimo, la presentazione sempre a Napolidell’ultimo libro di Nicola Zitara, con ospiti Pino Aprile, Lino Patruno, Marco Esposito e Mino Errico, la presentazione a Bologna del libro“Federalismo avvelenato” di Marco Esposito e “Fuoco del Sud” di Lino Patruno con la presenza degli autori, e in ultimo l’incontro con Gigi Di Fiore a Napoli c/o la nostra sede e il dibattito sul suo libro “Controstoria dell’Unità d’Italia”;
- il nostro 3° Congresso Nazionale l’8 e il 9 Ottobre presso l’Hotel Alabardieri a Napoli; la memoria d’una vivace ma molto partecipata 2 giorni : l’aria d’un vero e importante Congresso con un notevole numero di partecipanti e tanti ospiti di rilievo, tra cui Luigi de Magistris con un intervento lucido e appassionato e la sua dichiarazione di stima e di volontà di collaborazione con il nostro partito. Congresso che ha portato alla svolta di avere 3 Segretari di stesso peso, responsabilità e rappresentatività, ovvero: Andrea Balìa, Beppe De Santis e Natale Cuccurese.
- l’istituzione al Congresso delle Commissioni di supporto al partito tra cui quella significativa delle donne, quella su Internet, e l’importante istituzione della Commissione Cultura (presieduta dal nostro dirigente Prof. Cutolo, coordinata da Anthony Quattrone, e con l’adesione esterna di personalità come Gigi Di Fiore, Marco Esposito, Lino Patruno, Elena Bianchini Braglia, Roberto D’Alessandro e altri a venire) che inizierà i suoi lavori nei primi mesi del 2012;
- il girovagare in Italia e all’estero (Canada) del nostro “capobrigante” e Presidente Onorario Antonio Ciano, a raccontare con i suoi libri la storia e le angherie subite dal Sud;
- l’attività del Gruppo “Mai più soli” diretto dal nostro dirigente Ivan Esposito, per la diffusione e il consumo di prodotti del Sud a sostegno della economia meridionale;
- l’istituzione di organismi regionali con referenti provinciali, come quello in Campania presieduto dal suo responsabile Emiddio de Franciscis;
- l’adesione a sostegno di battaglie degli operai del Sud, come nel caso di Pomigliano d’Arco (Fiat) e dell’Alenia, nonché la commemorazione degli eventi di Pietrarsa per la memoria delle uccisioni dei primi operai nell’Italia unita, e la sensibilizzazione presso le organizzazioni sindacali in merito;
- l’inizio di collaborazione settimanale con nostri articoli di nostri iscritti su tematiche meridionaliste e antileghiste sul quotidiano nazionale “Terra” dei Verdi;
- gli interventi, su invito, di nostri dirigenti a trasmissioni televisive ( Julie News, Teleakery, Rai 3) o a congressi e convegni, unitamente a segretari d’altri partiti nazionali, tipo il Congresso Provinciale Campano dei Verdi o quello del Movimento Federalista Europeo;
- infine tutti gli incontri con il Sindaco de Magistris, i suoi collaboratori e la sua giunta per nostri progetti per Napoli in via di definizione e verifiche per sviluppi di collaborazione politica.

Insomma, tutto sommato, molte cose e qualcuna che ci sarà anche sfuggita. Un po’ di stanchezza per l’impegno profuso, ma di quella che in fondo ti appaga e aiuta ad andare avanti.

Per il 2012, ormai sopraggiunto, un augurio a tutti di giorni sereni, buona salute, anche a chi ci ha criticato (spesso solo per il gusto di farlo) e il rinnovato impegno ad esserci, a mettercela tutta per dare al nostro territorio quella voce politica che, pur memore della storia, guardi al futuro e alle strategie migliori da mettere in atto per il futuro del Sud. Buon 2012!



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Ci sembra giusto, in gran semplicità, ricordare qualcosa che è stato importante per noi in quest’anno che ormai tra poche ore sarà archiviato. In maniera sciolta ed informale, così come i ricordi ci aiutano :

- le diverse nuove sezioni del Partito del Sud che in Italia si sono aperte un po’ ovunque, radicando la nostra presenza in tutta la penisola e in qualche caso all’estero (vedi Francia, e, ad ore, una altra nuova sezione in USA);
- i tanti nuovi iscritti che fanno crescere in modo interessante, rendendolo ormai corposo, il numero di quelli che s’identificano con noi e desiderano dare il loro contributo per la nostra causa;
- la ottima qualità, tra le nuove iscrizioni, di personaggi dall’alto profilo umano, professionale e di cultura;
- l’apertura di nuovi blog territoriali e i 2 nuovi siti, uno napoletano e uno nazionale, anche con i punti di programma (da approfondire ed integrare) per il rilancio ed il riscatto del Sud;
- l’esaltante esperienza elettorale di Napoli, con la partecipazione della nostra lista fra le 4 (in prima battuta e dopo al ballottaggio) della coalizione vincente che ha portato Luigi de Magistris a diventare Sindaco della città;
- il ricordo d’un’impresa difficile (raccogliere 1.240 firme per l’autorizzazione della lista, i banchetti, i comizi, la campagna elettorale, il tutto in 16 giorni e con finanze molto scarse) fatta con l’impegno, l’entusiasmo e il sacrificio di pochi di noi. Su tutti il ricordo delle nostre bandiere in prima fila, sempre, ai comizi di de Magistris, e i nostri interventi a quello di apertura in Piazza Gesù Nuovo (Cataldo Godano), in Piazza Dante (Andrea Balìa) e a quello a Rotonda Diaz (Emiddio de Franciscis), e per ultimo la nostra gioiosa partecipazione alla festa in Piazza Municipio (sotto il Comune) la sera della proclamazione di de Magistris come vincitore;
- 2 emozioni su tutte : il ringraziamento dal palco del sindaco al Partito del Sud, annoverato fra i 4 della prim’ora ad averlo sostenuto, e la nostra bandiera in testa al corteo che lo accompagnava in piazza sostenuta con orgoglio dal suo collaboratore (e ormai nostro amico) Alessandro Nardi;
- la collaborazione in quest’impresa degli amici del Direttivo Nazionale (Enzo Riccio, Natale Cuccurese, Beppe De Santis);
- gli eventi organizzati quest’anno dal partito, fra cui lo spettacolo “Terroni” con Roberto D’Alessandro e Mimmo Cavallo da noi presentato, in anteprima napoletana, durante la campagna elettorale c/o il Teatro Modernissimo, la presentazione sempre a Napolidell’ultimo libro di Nicola Zitara, con ospiti Pino Aprile, Lino Patruno, Marco Esposito e Mino Errico, la presentazione a Bologna del libro“Federalismo avvelenato” di Marco Esposito e “Fuoco del Sud” di Lino Patruno con la presenza degli autori, e in ultimo l’incontro con Gigi Di Fiore a Napoli c/o la nostra sede e il dibattito sul suo libro “Controstoria dell’Unità d’Italia”;
- il nostro 3° Congresso Nazionale l’8 e il 9 Ottobre presso l’Hotel Alabardieri a Napoli; la memoria d’una vivace ma molto partecipata 2 giorni : l’aria d’un vero e importante Congresso con un notevole numero di partecipanti e tanti ospiti di rilievo, tra cui Luigi de Magistris con un intervento lucido e appassionato e la sua dichiarazione di stima e di volontà di collaborazione con il nostro partito. Congresso che ha portato alla svolta di avere 3 Segretari di stesso peso, responsabilità e rappresentatività, ovvero: Andrea Balìa, Beppe De Santis e Natale Cuccurese.
- l’istituzione al Congresso delle Commissioni di supporto al partito tra cui quella significativa delle donne, quella su Internet, e l’importante istituzione della Commissione Cultura (presieduta dal nostro dirigente Prof. Cutolo, coordinata da Anthony Quattrone, e con l’adesione esterna di personalità come Gigi Di Fiore, Marco Esposito, Lino Patruno, Elena Bianchini Braglia, Roberto D’Alessandro e altri a venire) che inizierà i suoi lavori nei primi mesi del 2012;
- il girovagare in Italia e all’estero (Canada) del nostro “capobrigante” e Presidente Onorario Antonio Ciano, a raccontare con i suoi libri la storia e le angherie subite dal Sud;
- l’attività del Gruppo “Mai più soli” diretto dal nostro dirigente Ivan Esposito, per la diffusione e il consumo di prodotti del Sud a sostegno della economia meridionale;
- l’istituzione di organismi regionali con referenti provinciali, come quello in Campania presieduto dal suo responsabile Emiddio de Franciscis;
- l’adesione a sostegno di battaglie degli operai del Sud, come nel caso di Pomigliano d’Arco (Fiat) e dell’Alenia, nonché la commemorazione degli eventi di Pietrarsa per la memoria delle uccisioni dei primi operai nell’Italia unita, e la sensibilizzazione presso le organizzazioni sindacali in merito;
- l’inizio di collaborazione settimanale con nostri articoli di nostri iscritti su tematiche meridionaliste e antileghiste sul quotidiano nazionale “Terra” dei Verdi;
- gli interventi, su invito, di nostri dirigenti a trasmissioni televisive ( Julie News, Teleakery, Rai 3) o a congressi e convegni, unitamente a segretari d’altri partiti nazionali, tipo il Congresso Provinciale Campano dei Verdi o quello del Movimento Federalista Europeo;
- infine tutti gli incontri con il Sindaco de Magistris, i suoi collaboratori e la sua giunta per nostri progetti per Napoli in via di definizione e verifiche per sviluppi di collaborazione politica.

Insomma, tutto sommato, molte cose e qualcuna che ci sarà anche sfuggita. Un po’ di stanchezza per l’impegno profuso, ma di quella che in fondo ti appaga e aiuta ad andare avanti.

Per il 2012, ormai sopraggiunto, un augurio a tutti di giorni sereni, buona salute, anche a chi ci ha criticato (spesso solo per il gusto di farlo) e il rinnovato impegno ad esserci, a mettercela tutta per dare al nostro territorio quella voce politica che, pur memore della storia, guardi al futuro e alle strategie migliori da mettere in atto per il futuro del Sud. Buon 2012!



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giovedì 29 dicembre 2011

RITORNO AL SUD


http://issuu.com/antucco/docs/sette_15_12_2011_76_77?mode=window&backgroundColor=%23222222

Fonte: Corriere della Sera- Sette 15 DEC 2011

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http://issuu.com/antucco/docs/sette_15_12_2011_76_77?mode=window&backgroundColor=%23222222

Fonte: Corriere della Sera- Sette 15 DEC 2011

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Riunione del Movimento Federalista Europeo a Napoli (presente anche il PdSud)

MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO



Nella Sala Interna del Caffè "Transatlantico" (Borgo Marinari - via Luculliana,15) in Napoli, s'è tenuta oggi 28/12/2012 la riunione di fine d'anno della sezione campana del Movimento Federalista Europeo.


Appello dei federalisti europei

Scritto da MFE
Giovedi 10 November 2011 15:25


FEDERAL UNION NOW!

I fondamenti dell’unione e della solidarietà tra europei sono in pericolo. Il futuro dell’Europa è in bilico. La politica deve trovare gli strumenti adeguati per agire subito.
Tutti i tentativi di affrontare la crisi con gli strumenti e le istituzioni normali sono falliti. Senza un grande progetto europeo per far ripartire su scala continentale lo sviluppo e la crescita i sacrifici a livello nazionale necessari per far fronte alla crisi del debito non riusciranno a riguadagnare la fiducia dei mercati e del resto del mondo. Né è possibile continuare ad eludere il nodo della legittimità democratica e perpetuare una situazione in cui alcuni governi e parlamenti nazionali sono chiamati a decidere per gli altri paesi e questi, una volta sottoscritte le decisioni, le rimettono in discussione privandole di qualsiasi credibilità, efficacia e tempestività.

I federalisti europei si rivolgono pertanto agli uomini e alle donne delle istituzioni nazionali ed europee,
dei partiti, dei movimenti politici e della società civile
per ricordare
:


- che è urgente una nuova iniziativa politica dei paesi dell’eurogruppo per porre le basi per la realizzazione di una Federazione europea attraverso un metodo democratico costituente: occorre mostrare agli europei e al resto del mondo che il rilancio del progetto politico europeo è possibile e che esiste la volontà di governare democraticamente e a livello sopranazionale l’uscita dalla crisi;
- che è indispensabile che la politica indichi al più presto tempi e modi di questa transizione, come pure l’architettura istituzionale attraverso la quale gestire una futura coesistenza tra la Federazione, che dovrà rimanere aperta a chi vorrà farne parte, e gli altri paesi membri dell’Unione che non vorranno o non potranno ancora farne parte.
- che è necessario impegnarsi immediatamente per promuovere tutte le forme di mobilitazione dell’opinione pubblica a favore di un New Deal europeo e a sostegno di reali trasferimenti di potere dal livello nazionale a quello europeo nei campi della fiscalità, del bilancio, della politica economica e della politica estera e di sicurezza, già a partire dallo sfruttamento dell’Iniziativa dei cittadini europei prevista dagli attuali Trattati.

L’eccezionale gravità del momento storico che viviamo non lascia tempo né alibi: occorre agire subito prima che sia troppo tardi.






Ha presentato e moderato la giornalista Eliana Capretti, Segretario Regionale del Movimento Federalista Europeo




sono intervenuti :




Pier Virginio Dastoli (Presidente del Consiglio Italiano del Movimento Europeo)


ha evidenziato la poca diffusione dell'idea federalista nel Sud Italia, e la necessità di lavorare per una nuova costituente che doti l'Europa d'un meccanismo partecipativo e democratico non schiavo dell'indirizzo di politiche determinate solo da alcuni paesi(vedi Germania e Francia)




Andrea Balìa (co/Segretario Nazionale del Partito del Sud)


ha illustrato la storia e la linea politica del Partito del Sud, la sua vocazione federalista, ed ha dato la disponibilità del Partito a collaborare col Movimento Federalista Europeo per una convention di formazione ad iscritti e simpatizzanti sull'idea federalista, da organizzarsi entro la primavera 2012.


erano presenti iscritti del MFE, e d'altre forze politiche tra cui il PD, che hanno dato uguale disponibilità.


Partito del Sud - Napoli



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MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO



Nella Sala Interna del Caffè "Transatlantico" (Borgo Marinari - via Luculliana,15) in Napoli, s'è tenuta oggi 28/12/2012 la riunione di fine d'anno della sezione campana del Movimento Federalista Europeo.


Appello dei federalisti europei

Scritto da MFE
Giovedi 10 November 2011 15:25


FEDERAL UNION NOW!

I fondamenti dell’unione e della solidarietà tra europei sono in pericolo. Il futuro dell’Europa è in bilico. La politica deve trovare gli strumenti adeguati per agire subito.
Tutti i tentativi di affrontare la crisi con gli strumenti e le istituzioni normali sono falliti. Senza un grande progetto europeo per far ripartire su scala continentale lo sviluppo e la crescita i sacrifici a livello nazionale necessari per far fronte alla crisi del debito non riusciranno a riguadagnare la fiducia dei mercati e del resto del mondo. Né è possibile continuare ad eludere il nodo della legittimità democratica e perpetuare una situazione in cui alcuni governi e parlamenti nazionali sono chiamati a decidere per gli altri paesi e questi, una volta sottoscritte le decisioni, le rimettono in discussione privandole di qualsiasi credibilità, efficacia e tempestività.

I federalisti europei si rivolgono pertanto agli uomini e alle donne delle istituzioni nazionali ed europee,
dei partiti, dei movimenti politici e della società civile
per ricordare
:


- che è urgente una nuova iniziativa politica dei paesi dell’eurogruppo per porre le basi per la realizzazione di una Federazione europea attraverso un metodo democratico costituente: occorre mostrare agli europei e al resto del mondo che il rilancio del progetto politico europeo è possibile e che esiste la volontà di governare democraticamente e a livello sopranazionale l’uscita dalla crisi;
- che è indispensabile che la politica indichi al più presto tempi e modi di questa transizione, come pure l’architettura istituzionale attraverso la quale gestire una futura coesistenza tra la Federazione, che dovrà rimanere aperta a chi vorrà farne parte, e gli altri paesi membri dell’Unione che non vorranno o non potranno ancora farne parte.
- che è necessario impegnarsi immediatamente per promuovere tutte le forme di mobilitazione dell’opinione pubblica a favore di un New Deal europeo e a sostegno di reali trasferimenti di potere dal livello nazionale a quello europeo nei campi della fiscalità, del bilancio, della politica economica e della politica estera e di sicurezza, già a partire dallo sfruttamento dell’Iniziativa dei cittadini europei prevista dagli attuali Trattati.

L’eccezionale gravità del momento storico che viviamo non lascia tempo né alibi: occorre agire subito prima che sia troppo tardi.






Ha presentato e moderato la giornalista Eliana Capretti, Segretario Regionale del Movimento Federalista Europeo




sono intervenuti :




Pier Virginio Dastoli (Presidente del Consiglio Italiano del Movimento Europeo)


ha evidenziato la poca diffusione dell'idea federalista nel Sud Italia, e la necessità di lavorare per una nuova costituente che doti l'Europa d'un meccanismo partecipativo e democratico non schiavo dell'indirizzo di politiche determinate solo da alcuni paesi(vedi Germania e Francia)




Andrea Balìa (co/Segretario Nazionale del Partito del Sud)


ha illustrato la storia e la linea politica del Partito del Sud, la sua vocazione federalista, ed ha dato la disponibilità del Partito a collaborare col Movimento Federalista Europeo per una convention di formazione ad iscritti e simpatizzanti sull'idea federalista, da organizzarsi entro la primavera 2012.


erano presenti iscritti del MFE, e d'altre forze politiche tra cui il PD, che hanno dato uguale disponibilità.


Partito del Sud - Napoli



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Il Mezzogiorno sforna dottori e il Nord li assume

Di Cristian Fuschetto
Fonte: Il Denaro

L’Istat pubblica il primo rapporto sugli esiti occupazionali dei giovani più “titolati” del nostro sistema formativo.
Fuga dei cervelli e scarsa attrattività condannano la Campania

Debole capacità di trattenimento e scarsa capacità attrattiva. Dalla prima fotografia sugli esiti occupazionali dei dottori di ricerca pubblicata ieri dall’Istat emerge, per la Campania, un quadro probabilmente già noto ma non per questo meno triste. L’emigrazione dal Sud al Nord non solo non ha mai avuto fine, ma da almeno dieci anni a questa parte coinvolge la forza lavoro più qualificata. Oltre alle braccia emigrano soprattutto cervelli, e il risultato è sistematicamente lo stesso: l’ulteriore impoverimento dell’area più fragile del Paese. Il dottorato di ricerca è il più prestigioso titolo del nostro sistema formativo ma il combinato disposto del blocco del turn over nelle università e della mancata valorizzazione della qualifica nel mondo del lavoro rischia di farlo diventare pressoché inutile.
Dopo essersi “ultraspecializzati”, spesso con notevoli sacrifici da parte delle famiglie, i dottori di ricerca, da un lato, non riescono a essere più assorbiti dall’accademia e, dall’altro, risultano troppo “vecchi” per il mercato. Se questo vale in generale per il sistema Italia, nel Mezzogiorno le cose si complicano ancor di più. Innanzitutto perché qui si registra una scarsa capacità di “trattenimento”: nelle regioni meridionali resta il 74 per cento degli iscritti, mentre nel Nord la percentuale supera l’85 per cento. “Le emigrazioni dei dottori di ricerca dalla ripartizione geografica di origine seguono la direttrice Sud-Nord – si legge nel rapporto compilato su dati raccolti fra dicembre 2009 e febbraio 2010 su un totale di 18.568 dottori “sfornati” tra il 2004 e il 2006 – riflettendo, a volte, scelte di trasferimento assunte già prima del dottorato.
Più dell’80 per cento dei dottori originari di Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Sardegna continua a vivere nella stessa regione. Una minore capacità di trattenimento (inferiore al 70 per cento) è esercitata dalla maggior parte delle regioni meridionali”. Tra esse, a differenza di Calabria, Basilicata e Puglia, la Campania non fa registrare il risultato peggiore. Ma c’è poco da stare allegri. La Campania è infatti la regione con più atenei nel Mezzogiorno, ben sette, e investire tanto in formazione per poi non riuscire a trattenere all’interno del proprio tessuto produttivo le forze più qualificate è senz’altro un cortocircuito si cui intervenire al più presto.
All’incapacità a trattenere va poi a sommarsi la scarsa attrattività. “La capacità attrattiva maggiore si riscontra per Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Toscana, Lazio e Piemonte: oltre il 24 per cento dei dottori di ricerca che vivono in queste regioni al momento dell’intervista risulta provenire da altri contesti regionali. Guardando al Centro e al Mezzogiorno – si evince ancora dal rapporto – il saldo (rispetto alla residenza prima dell’iscrizione all’Università) risulta decisamente negativo per le regioni dell’Adriatico centro-meridionale, per la Basilicata, la Calabria e la Sicilia (bilancio negativo di oltre il 20 per cento)”.
In questo caso la pillola è ancora più amara perché si estende anche al popolo dei laureati. “Anche se si focalizza l’attenzione sui laureati, il saldo a tre anni dal titolo, con riferimento all’origine territoriale (residenza prima dell’iscrizione all’università), è negativo in tutte le regioni meridionali”.
Oltre all’emigrazione nelle regioni del Nord e alla bassa attrattività, le regioni meridionali difettano, per così dire, in internazionalizzazione. Sui 18 mila dottori di ricerca quasi 1300 (il 7 per cento) ora lavorano all’estero, e di questi 1300 quasi la metà proviene dal Nord. Per l’esattezza, il 41,2 per cento risiedeva nel nord Italia, il 23,3 per cento al Centro e il 24,2 per cento al Sud.
Tra le regioni settentrionali si va dal minimo dell’Emilia-Romagna, dove il 6,9 per cento dei dottori ora svolge la sua attività in altri Paesi, al massimo del 10,5 per cento della Liguria. Inoltre, evidenzia il rapporto, “i dottori di ricerca che hanno trascorso dei periodi in un altro Paese, durante e grazie al corso di dottorato, risultano vivere all’estero al momento dell’intervista in una quota doppia rispetto alla media generale (12,9 per cento contro 6,4 per cento)”. Un risultato che non è difficile attribuire al fatto che le politiche a sostegno della formazione e tese a favorire nei più giovani la prosecuzione di una carriera votata alla ricerca, sono ben più strutturate all’estero che non nel Belpaese.
Ma sulla mobilità dei giovani studiosi svolgono un ruolo determinante anche fattori sociali e di genere. A “emigrare” all’estero sono più i maschi delle femmine (7,6 per cento contro 5,1 per cento), sono soprattutto gli studenti che hanno conseguito il dottorato in giovane età (meno di 32 anni) e chi proviene da famiglie con un elevato livello d’istruzione.
“L’incidenza della mobilità verso altri Paesi cresce all’aumentare del livello d’istruzione dei genitori. In particolare, il 10 per cento dei dottori di ricerca settentrionali con almeno uno dei due genitori laureati vive all’estero al momento dell’intervista”.
Mobilità interna o esterna, trattenimento e attrattività, la serie dei criteri con cui interpretare il primo rapporto sulla popolazione dei “dottori” in Italia sono numerosi. Tra tutti spicca probabilmente questo: uno studente che completa il suo percorso di studio con il dottorato costa allo Stato italiano circa 500mila euro.
Non saper sfruttare questo patrimonio è imperdonabile. Che si tratti di un patrimonio pregiatissimo lo confermano non solo i costi di formazione ma anche e il “pil” prodotto.
Da una recente ricerca è emerso che i nostri venti migliori ricercatori che lavorano all’estero hanno prodotto, tra il 1989 e il 2009, 155 brevetti per il valore commerciale di oltre 2 miliardi di euro.


Ci si forma al Sud per poi emigrare al Nord

Pur non risultando tra le prime in classifica, la Campania registra una bassa capacità di trattenere sul territorio i dottori di ricerca formati nei propri atenei.


La regione più attrattiva è il Trentino Alto Adige

Le regioni dove vivono più dottori provenienti da altri contesti regionali sono quelle del Nord. Nel Mezzogiorno il saldo è, invece, nettamente ne

























Fonte: Il Denaro

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Di Cristian Fuschetto
Fonte: Il Denaro

L’Istat pubblica il primo rapporto sugli esiti occupazionali dei giovani più “titolati” del nostro sistema formativo.
Fuga dei cervelli e scarsa attrattività condannano la Campania

Debole capacità di trattenimento e scarsa capacità attrattiva. Dalla prima fotografia sugli esiti occupazionali dei dottori di ricerca pubblicata ieri dall’Istat emerge, per la Campania, un quadro probabilmente già noto ma non per questo meno triste. L’emigrazione dal Sud al Nord non solo non ha mai avuto fine, ma da almeno dieci anni a questa parte coinvolge la forza lavoro più qualificata. Oltre alle braccia emigrano soprattutto cervelli, e il risultato è sistematicamente lo stesso: l’ulteriore impoverimento dell’area più fragile del Paese. Il dottorato di ricerca è il più prestigioso titolo del nostro sistema formativo ma il combinato disposto del blocco del turn over nelle università e della mancata valorizzazione della qualifica nel mondo del lavoro rischia di farlo diventare pressoché inutile.
Dopo essersi “ultraspecializzati”, spesso con notevoli sacrifici da parte delle famiglie, i dottori di ricerca, da un lato, non riescono a essere più assorbiti dall’accademia e, dall’altro, risultano troppo “vecchi” per il mercato. Se questo vale in generale per il sistema Italia, nel Mezzogiorno le cose si complicano ancor di più. Innanzitutto perché qui si registra una scarsa capacità di “trattenimento”: nelle regioni meridionali resta il 74 per cento degli iscritti, mentre nel Nord la percentuale supera l’85 per cento. “Le emigrazioni dei dottori di ricerca dalla ripartizione geografica di origine seguono la direttrice Sud-Nord – si legge nel rapporto compilato su dati raccolti fra dicembre 2009 e febbraio 2010 su un totale di 18.568 dottori “sfornati” tra il 2004 e il 2006 – riflettendo, a volte, scelte di trasferimento assunte già prima del dottorato.
Più dell’80 per cento dei dottori originari di Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Sardegna continua a vivere nella stessa regione. Una minore capacità di trattenimento (inferiore al 70 per cento) è esercitata dalla maggior parte delle regioni meridionali”. Tra esse, a differenza di Calabria, Basilicata e Puglia, la Campania non fa registrare il risultato peggiore. Ma c’è poco da stare allegri. La Campania è infatti la regione con più atenei nel Mezzogiorno, ben sette, e investire tanto in formazione per poi non riuscire a trattenere all’interno del proprio tessuto produttivo le forze più qualificate è senz’altro un cortocircuito si cui intervenire al più presto.
All’incapacità a trattenere va poi a sommarsi la scarsa attrattività. “La capacità attrattiva maggiore si riscontra per Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Toscana, Lazio e Piemonte: oltre il 24 per cento dei dottori di ricerca che vivono in queste regioni al momento dell’intervista risulta provenire da altri contesti regionali. Guardando al Centro e al Mezzogiorno – si evince ancora dal rapporto – il saldo (rispetto alla residenza prima dell’iscrizione all’Università) risulta decisamente negativo per le regioni dell’Adriatico centro-meridionale, per la Basilicata, la Calabria e la Sicilia (bilancio negativo di oltre il 20 per cento)”.
In questo caso la pillola è ancora più amara perché si estende anche al popolo dei laureati. “Anche se si focalizza l’attenzione sui laureati, il saldo a tre anni dal titolo, con riferimento all’origine territoriale (residenza prima dell’iscrizione all’università), è negativo in tutte le regioni meridionali”.
Oltre all’emigrazione nelle regioni del Nord e alla bassa attrattività, le regioni meridionali difettano, per così dire, in internazionalizzazione. Sui 18 mila dottori di ricerca quasi 1300 (il 7 per cento) ora lavorano all’estero, e di questi 1300 quasi la metà proviene dal Nord. Per l’esattezza, il 41,2 per cento risiedeva nel nord Italia, il 23,3 per cento al Centro e il 24,2 per cento al Sud.
Tra le regioni settentrionali si va dal minimo dell’Emilia-Romagna, dove il 6,9 per cento dei dottori ora svolge la sua attività in altri Paesi, al massimo del 10,5 per cento della Liguria. Inoltre, evidenzia il rapporto, “i dottori di ricerca che hanno trascorso dei periodi in un altro Paese, durante e grazie al corso di dottorato, risultano vivere all’estero al momento dell’intervista in una quota doppia rispetto alla media generale (12,9 per cento contro 6,4 per cento)”. Un risultato che non è difficile attribuire al fatto che le politiche a sostegno della formazione e tese a favorire nei più giovani la prosecuzione di una carriera votata alla ricerca, sono ben più strutturate all’estero che non nel Belpaese.
Ma sulla mobilità dei giovani studiosi svolgono un ruolo determinante anche fattori sociali e di genere. A “emigrare” all’estero sono più i maschi delle femmine (7,6 per cento contro 5,1 per cento), sono soprattutto gli studenti che hanno conseguito il dottorato in giovane età (meno di 32 anni) e chi proviene da famiglie con un elevato livello d’istruzione.
“L’incidenza della mobilità verso altri Paesi cresce all’aumentare del livello d’istruzione dei genitori. In particolare, il 10 per cento dei dottori di ricerca settentrionali con almeno uno dei due genitori laureati vive all’estero al momento dell’intervista”.
Mobilità interna o esterna, trattenimento e attrattività, la serie dei criteri con cui interpretare il primo rapporto sulla popolazione dei “dottori” in Italia sono numerosi. Tra tutti spicca probabilmente questo: uno studente che completa il suo percorso di studio con il dottorato costa allo Stato italiano circa 500mila euro.
Non saper sfruttare questo patrimonio è imperdonabile. Che si tratti di un patrimonio pregiatissimo lo confermano non solo i costi di formazione ma anche e il “pil” prodotto.
Da una recente ricerca è emerso che i nostri venti migliori ricercatori che lavorano all’estero hanno prodotto, tra il 1989 e il 2009, 155 brevetti per il valore commerciale di oltre 2 miliardi di euro.


Ci si forma al Sud per poi emigrare al Nord

Pur non risultando tra le prime in classifica, la Campania registra una bassa capacità di trattenere sul territorio i dottori di ricerca formati nei propri atenei.


La regione più attrattiva è il Trentino Alto Adige

Le regioni dove vivono più dottori provenienti da altri contesti regionali sono quelle del Nord. Nel Mezzogiorno il saldo è, invece, nettamente ne

























Fonte: Il Denaro

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mercoledì 28 dicembre 2011

Ciano e i dieci anni di Tmo. “Sì, ho fatto come Berlusconi”

ciano_tmo2011Incontro Antonio Ciano la mattina di Natale a Gaeta, sotto un sole gelido, e la prima cosa che gli chiedo è se è vera o no quella leggenda che lui avrebbe fatto nascere la sua televisione la notte del 24 dicembre del duemilauno, giusto dieci anni fa. E chi ti credevi di essere, Gesù Cristo? Lui ha già cominciato a scaricare i suoi pallettoni verbali, contro i Savoia, contro i suoi ex compagni comunisti di partito, contro il “massone di mezza tacca” Berlusconi e il “massone da una tacca e mezza” Monti, contro i consiglieri comunali di opposizione, contro i tedeschi e contro la Rai. Si ferma, mi guarda con quella sua solita faccia da pirata della filubusta, e risponde: “E che, secondo te ti raccontavo una cazzata?”.

La televisione è una malattia, pure in provincia, lui senza telecamera non ci sa stare, me l’accende sotto il naso anche se sono venuto io a intervistare lui, senza nemmeno chiedermi permesso, così a me tocca arrivare subito al punto. Anto’, qui c’è una cosa che pensiamo tutti: volevi combattere Berlusconi coi mezzi di Berlusconi, e alla fine sei diventato quasi come lui. “Ma che dici? La mia è stata legittima difesa”. Hai usato la televisione per la tua scalata sociale e politica, hai preso un semi-sconosciuto cugino italoamericano e lo hai fatto diventare sindaco, e hai avuto la tua poltrona da assessore. “Ma quale poltrona? Io sto sempre in giro, al Comune non tengo manco un ufficio. E comunque se è questo che vuoi dire lo ammetto, ho fatto come Berlusconi. Acca’ nisciuno è fesso, come dicono a Napoli. Ognuno usa i mezzi che ha per cambiare le cose. Io ho usato Tele Monte Orlando. Ho visto che Berlusconi con le televisioni ha conquistato una nazione, e mi sono detto: perché non possiamo farlo pure a Gaeta? L’abbiamo fatto, e ci siamo riusciti. E così abbiamo salvato a Gaeta, non lo dicevi pure tu che questa città stava andando a fondo?”.

Sì, lo dicevo e vi seguivo, perché voi con Tmo eravate riusciti a dare voce a una città intera, a ricreare un senso di comunità che pareva perso. Poi quella che era la tv di tutti i gaetani finì per diventare la tv di una parte sola. “Certo che siamo una tv di parte. Lo siamo sempre stati. I vecchi politici, quelli che non volevano che questa città cambiasse ci hanno attaccato violentemente ma noi abbiamo sempre ospitato tutti”. Avete vinto le elezioni comunali, ma non credi di avere tradito un patto che c’era coi telespettatori? “Io non ho fatto nessun patto con nessuno. Ma perché l’altra televisione che c’è a Gaeta non è di parte? Nemmeno si presentano alle manifestazioni ufficiali del Comune, cosa che noi abbiamo sempre fatto, anche quando era sindaco Magliozzi di Forza Italia”. Però se col sindaco Magliozzi c’era una buca, una magagna voi eravate lì in prima fila, a documentare, a battagliare. Ora sembra che tutto vada bene, marciapiedi nuovi dalla mattina alla sera, siete diventati il Tg4 dell’amministrazione Raimondi? “Chi dice questo è un cretino, io mando in onda anche quelli che ci criticano. E alle prossime elezioni andrò a riprendere anche i comizi degli avversari di destra e di sinistra, per far vedere le stronzate che dicono”. Avevi detto che lasciavi Tmo dopo che ti avevano fatto assessore al Demanio, invece stai sempre con una telecamera in mano. “Io ho abbandonato la carica nel direttivo di Tmo, mi sono dimesso, ma non voglio abbandonare la telecamera. Se c’è un muro scassato, un marciapiede scassato, io lo riprendo e poi cerco di farlo aggiustare. Se l’amministrazione fa qualcosa di buono tutti dovrebbero esserne contenti, e perché io non dovrei andarlo a filmare?”.

Due storie o per la precisione due servizi mi piace ricordare della telestreet Tmo, prima del suo sbarco sul digitale terrestre, con un pezzo di multiplex in affitto. Il primo, di qualche anno fa, riguardava un reportage ben fatto, sui (presunti) danni che le onde elettromagnetiche provocavano sulle zucchine e i cetrioli di un contadino della zona, reportage chissà perché, pur moltiplicandosi le antenne, mai più ripetuto. L’altro, più recente, riguarda la pulizia dei bastioni di Monte Orlando operata dai militari americani della Mount Whitney. In quelle immagini (un assessore riprendeva, un tecnico comunale faceva da interprete, altri due assistevano e tutti guardavano i soldati lavorare) c’è tutta la desolante condizione di retroguardia ideale e culturale in cui si vive da queste parti.

E pensare che all’inizio, dieci anni fa, bastò poco. Un trasmettitore, un’antenna, un mixer, un monitor, e il segnale partì. “Era un reato, diciannove mesi di carcere e sessanta milioni di lire di multa, tanto rischiavo per il solo fatto di possedere un trasmettitore. Ma Claudio e Livio, due tecnici molto in gamba, mi assecondarono. Il trasmettitore, nei primi mesi, lo tenevo a casa, sotto al letto matrimoniale, la notte faceva un rumore che non ti dico, mia moglie voleva chiedere il divorzio”. Tmo a Gaeta fu una delle realtà più vivaci nel breve fenomeno nazionale delle tv di strada o telestreet. “Una volta stavo a riprendere la processione di Porto Salvo e mi accorsi che la gente, per strada, guardava più me che la Madonna, lì ho capito che con questo mezzo in mano avevo svoltato”. Piano piano se ne sono andati molti, ora il lavoro, ora la voglia, qualche amicizia si è infranta e qualche dignitosa carriera di provincia si è avviata. “Quando le cose vanno bene allora scattano le invidie, i risentimenti. Siamo in pochi ora a Tmo ma facciamo quello che possiamo. Non abbiamo chi ci finanzia. Per esempio, Erasmo Lombardi è stato uno che ha dato tanto a Tmo, per noi è ancora un amico, un giorno ci ha detto: all’altra tv hanno buone attrezzature, mi hanno fatto un’offerta per fare le telecronache del Gaeta e ci vado. Che dovevamo fare? Lì lo pagano, immagino, e ha fatto bene”.

I due stanzoni della sede di Tmo, tra corso Italia e la spiaggia di Serapo, sono pieni di polvere, scatoloni vuoti, un materasso sfondato, vecchi manifesti, pile di vhs. Qui dentro batteva il cuore di una città. “Presto o tardi chiuderanno tutte le tv, mica solo noi – mi dice Ciano – il futuro è di internet, io in un anno ho pubblicato seicento video su YouTube”. Intanto si prepara per la prossima campagna elettorale, a dare battaglia. Poi salutandomi si incupisce, mi racconta della moglie malata, dei viaggi ogni giorno a Latina per la chemioterapia, “volevo dimettermi anche da assessore, poi Raimondi mi ha convinto a restare”. La sera a casa accendo Tmo dopo tanto tempo e lo ritrovo già gasatissimo, in giro con la macchina sul lungomare, la telecamerina sul cruscotto, e lui che urla “viva la nostra tv, viva la libertà”.

Fonte: Ludik.it


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ciano_tmo2011Incontro Antonio Ciano la mattina di Natale a Gaeta, sotto un sole gelido, e la prima cosa che gli chiedo è se è vera o no quella leggenda che lui avrebbe fatto nascere la sua televisione la notte del 24 dicembre del duemilauno, giusto dieci anni fa. E chi ti credevi di essere, Gesù Cristo? Lui ha già cominciato a scaricare i suoi pallettoni verbali, contro i Savoia, contro i suoi ex compagni comunisti di partito, contro il “massone di mezza tacca” Berlusconi e il “massone da una tacca e mezza” Monti, contro i consiglieri comunali di opposizione, contro i tedeschi e contro la Rai. Si ferma, mi guarda con quella sua solita faccia da pirata della filubusta, e risponde: “E che, secondo te ti raccontavo una cazzata?”.

La televisione è una malattia, pure in provincia, lui senza telecamera non ci sa stare, me l’accende sotto il naso anche se sono venuto io a intervistare lui, senza nemmeno chiedermi permesso, così a me tocca arrivare subito al punto. Anto’, qui c’è una cosa che pensiamo tutti: volevi combattere Berlusconi coi mezzi di Berlusconi, e alla fine sei diventato quasi come lui. “Ma che dici? La mia è stata legittima difesa”. Hai usato la televisione per la tua scalata sociale e politica, hai preso un semi-sconosciuto cugino italoamericano e lo hai fatto diventare sindaco, e hai avuto la tua poltrona da assessore. “Ma quale poltrona? Io sto sempre in giro, al Comune non tengo manco un ufficio. E comunque se è questo che vuoi dire lo ammetto, ho fatto come Berlusconi. Acca’ nisciuno è fesso, come dicono a Napoli. Ognuno usa i mezzi che ha per cambiare le cose. Io ho usato Tele Monte Orlando. Ho visto che Berlusconi con le televisioni ha conquistato una nazione, e mi sono detto: perché non possiamo farlo pure a Gaeta? L’abbiamo fatto, e ci siamo riusciti. E così abbiamo salvato a Gaeta, non lo dicevi pure tu che questa città stava andando a fondo?”.

Sì, lo dicevo e vi seguivo, perché voi con Tmo eravate riusciti a dare voce a una città intera, a ricreare un senso di comunità che pareva perso. Poi quella che era la tv di tutti i gaetani finì per diventare la tv di una parte sola. “Certo che siamo una tv di parte. Lo siamo sempre stati. I vecchi politici, quelli che non volevano che questa città cambiasse ci hanno attaccato violentemente ma noi abbiamo sempre ospitato tutti”. Avete vinto le elezioni comunali, ma non credi di avere tradito un patto che c’era coi telespettatori? “Io non ho fatto nessun patto con nessuno. Ma perché l’altra televisione che c’è a Gaeta non è di parte? Nemmeno si presentano alle manifestazioni ufficiali del Comune, cosa che noi abbiamo sempre fatto, anche quando era sindaco Magliozzi di Forza Italia”. Però se col sindaco Magliozzi c’era una buca, una magagna voi eravate lì in prima fila, a documentare, a battagliare. Ora sembra che tutto vada bene, marciapiedi nuovi dalla mattina alla sera, siete diventati il Tg4 dell’amministrazione Raimondi? “Chi dice questo è un cretino, io mando in onda anche quelli che ci criticano. E alle prossime elezioni andrò a riprendere anche i comizi degli avversari di destra e di sinistra, per far vedere le stronzate che dicono”. Avevi detto che lasciavi Tmo dopo che ti avevano fatto assessore al Demanio, invece stai sempre con una telecamera in mano. “Io ho abbandonato la carica nel direttivo di Tmo, mi sono dimesso, ma non voglio abbandonare la telecamera. Se c’è un muro scassato, un marciapiede scassato, io lo riprendo e poi cerco di farlo aggiustare. Se l’amministrazione fa qualcosa di buono tutti dovrebbero esserne contenti, e perché io non dovrei andarlo a filmare?”.

Due storie o per la precisione due servizi mi piace ricordare della telestreet Tmo, prima del suo sbarco sul digitale terrestre, con un pezzo di multiplex in affitto. Il primo, di qualche anno fa, riguardava un reportage ben fatto, sui (presunti) danni che le onde elettromagnetiche provocavano sulle zucchine e i cetrioli di un contadino della zona, reportage chissà perché, pur moltiplicandosi le antenne, mai più ripetuto. L’altro, più recente, riguarda la pulizia dei bastioni di Monte Orlando operata dai militari americani della Mount Whitney. In quelle immagini (un assessore riprendeva, un tecnico comunale faceva da interprete, altri due assistevano e tutti guardavano i soldati lavorare) c’è tutta la desolante condizione di retroguardia ideale e culturale in cui si vive da queste parti.

E pensare che all’inizio, dieci anni fa, bastò poco. Un trasmettitore, un’antenna, un mixer, un monitor, e il segnale partì. “Era un reato, diciannove mesi di carcere e sessanta milioni di lire di multa, tanto rischiavo per il solo fatto di possedere un trasmettitore. Ma Claudio e Livio, due tecnici molto in gamba, mi assecondarono. Il trasmettitore, nei primi mesi, lo tenevo a casa, sotto al letto matrimoniale, la notte faceva un rumore che non ti dico, mia moglie voleva chiedere il divorzio”. Tmo a Gaeta fu una delle realtà più vivaci nel breve fenomeno nazionale delle tv di strada o telestreet. “Una volta stavo a riprendere la processione di Porto Salvo e mi accorsi che la gente, per strada, guardava più me che la Madonna, lì ho capito che con questo mezzo in mano avevo svoltato”. Piano piano se ne sono andati molti, ora il lavoro, ora la voglia, qualche amicizia si è infranta e qualche dignitosa carriera di provincia si è avviata. “Quando le cose vanno bene allora scattano le invidie, i risentimenti. Siamo in pochi ora a Tmo ma facciamo quello che possiamo. Non abbiamo chi ci finanzia. Per esempio, Erasmo Lombardi è stato uno che ha dato tanto a Tmo, per noi è ancora un amico, un giorno ci ha detto: all’altra tv hanno buone attrezzature, mi hanno fatto un’offerta per fare le telecronache del Gaeta e ci vado. Che dovevamo fare? Lì lo pagano, immagino, e ha fatto bene”.

I due stanzoni della sede di Tmo, tra corso Italia e la spiaggia di Serapo, sono pieni di polvere, scatoloni vuoti, un materasso sfondato, vecchi manifesti, pile di vhs. Qui dentro batteva il cuore di una città. “Presto o tardi chiuderanno tutte le tv, mica solo noi – mi dice Ciano – il futuro è di internet, io in un anno ho pubblicato seicento video su YouTube”. Intanto si prepara per la prossima campagna elettorale, a dare battaglia. Poi salutandomi si incupisce, mi racconta della moglie malata, dei viaggi ogni giorno a Latina per la chemioterapia, “volevo dimettermi anche da assessore, poi Raimondi mi ha convinto a restare”. La sera a casa accendo Tmo dopo tanto tempo e lo ritrovo già gasatissimo, in giro con la macchina sul lungomare, la telecamerina sul cruscotto, e lui che urla “viva la nostra tv, viva la libertà”.

Fonte: Ludik.it


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Servizio Pubblico 22 12 2011 Le buone regole


http://www.youtube.com/watch?v=W8BcmHYyUxY
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http://www.youtube.com/watch?v=W8BcmHYyUxY

Gli italiani ritornano a emigrare

Di Alessandro Trisoglio

Una delle normali conseguenze delle crisi economiche è l’emigrazione, e gli italiani che sono un popolo di migranti, lo sanno bene. Erano decenni, però, che i flussi migratori dall’Italia avevano intrapreso una costante flessione, eccettuata da qualche timida ripresa negli anni ’90, ma l’aggravarsi della situazione ci ha fatto tornare indietro con migliaia di cittadini italiani che hanno ripreso la via dell’emigrazione. Una delle mete per non dire la principale in questo particolare momento storico che intraprendono i nostri concittadini alla ricerca di un lavoro e di un futuro migliore, sembrerebbe ancora una volta la vicina Svizzera. Molti tra questi migranti del terzo millennio sono giovani che nonostante una formazione superiore non riescono a trovare la prima occupazione stabile e l’opportunità di un lavoro dignitoso che quasi di certo troveranno al di là delle Alpi. Fatalmente, quindi, la storia si ripete, ma questa volta l’epoca drammatica ma quasi romantica delle valige di cartone è un ricordo sbiadito e le lacrime d’addio vengono sparse nei terminal degli aeroporti e non più nelle stazioni ferroviarie. Sono oltre 6.200, secondo gli ultimi dati dell’Ufficio federale della migrazione del paese elvetico solo nei primi otto mesi dell’anno, i cittadini italiani giunti in Svizzera, che hanno scelto di abbandonare il Belpaese ed il saldo tra immigrazione ed emigrazione è rispettivamente di 2.800 italiani in più residenti in Svizzera. Un trend che quasi certamente verrà confermato a fine anno e che segna una nuova impennata dell’immigrazione, dopo il calo registrato a partire dagli anni Settanta, la leggera ripresa della fine degli anni Novanta ed il nuovo costante declino sino al 2007 quando molti emigranti europei della prima generazione erano tornati al loro paese di origine alla scadenza del termine previsto per ritirare il capitale accumulato per il secondo pilastro. Alcuni sono partiti sulla scia di familiari o amici, altri più “modernamente”, si sono affidati ad agenzie interinali, ma i più a causa della crisi economica. Molte le difficoltà di questi nuovi migranti: tra le più rilevanti da una parte la mancata padronanza di una delle lingue nazionali e dall’altra, sorprendentemente, il non raro eccesso di qualificazione. Perché non emigrano solo segretarie ed operai ma soprattutto laureati finanche con due o più master e ricercatori. Ma se per questi è già difficile trovare un lavoro, figuriamoci per quelli che non conoscono la lingua del luogo. A chi va bene, riesce a trovare ospitalità presso case di amici, conoscenti o familiari, mentre pare che non pochi finiscano per dormire in automobile. Quasi tutti giungono con pochi spiccioli, senza avere la cognizione del più elevato tenore di vita di quel paese. Per non parlare poi delle istituzioni e organizzazioni con funzione assistenziale per gli emigranti italiani che sono state soppresse o sciolte dopo la fine dei più importanti flussi migratori. Al di là della drammaticità sia delle ragioni che spingono ad emigrare che delle condizioni di vita di questa nuova generazione di migranti, il danno più grande lo subisce proprio il nostro Paese con la fuga di cervelli che ha un impatto notevole sull’economia e che quindi aggrava le prospettive di una rapida uscita dalla crisi dell’euro: un recente rapporto dell’Istituto per la competitività in Italia ha dimostrato che la partenza di ricercatori costa al Paese tre miliardi di euro in brevetti mancati. Per Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti“, la ripresa del fenomeno migratorio verso luoghi già meta dei nostri concittadini, dovrebbe costituire un campanello d’allarme ulteriore per questo nuovo governo, facendo comprendere la necessità di evitare qualsiasi impulso al taglio dei settori strategici di formazione e ricerca come ha fatto il precedente esecutivo ed anzi dovrebbe costituire una spinta a riattivare con misure incentivanti quel circuito virtuoso dell’investimento in questi comparti che secondo illustri economisti dovrebbe essere un prezioso volano per la nostra economia.

Fonte: Agenfax

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Di Alessandro Trisoglio

Una delle normali conseguenze delle crisi economiche è l’emigrazione, e gli italiani che sono un popolo di migranti, lo sanno bene. Erano decenni, però, che i flussi migratori dall’Italia avevano intrapreso una costante flessione, eccettuata da qualche timida ripresa negli anni ’90, ma l’aggravarsi della situazione ci ha fatto tornare indietro con migliaia di cittadini italiani che hanno ripreso la via dell’emigrazione. Una delle mete per non dire la principale in questo particolare momento storico che intraprendono i nostri concittadini alla ricerca di un lavoro e di un futuro migliore, sembrerebbe ancora una volta la vicina Svizzera. Molti tra questi migranti del terzo millennio sono giovani che nonostante una formazione superiore non riescono a trovare la prima occupazione stabile e l’opportunità di un lavoro dignitoso che quasi di certo troveranno al di là delle Alpi. Fatalmente, quindi, la storia si ripete, ma questa volta l’epoca drammatica ma quasi romantica delle valige di cartone è un ricordo sbiadito e le lacrime d’addio vengono sparse nei terminal degli aeroporti e non più nelle stazioni ferroviarie. Sono oltre 6.200, secondo gli ultimi dati dell’Ufficio federale della migrazione del paese elvetico solo nei primi otto mesi dell’anno, i cittadini italiani giunti in Svizzera, che hanno scelto di abbandonare il Belpaese ed il saldo tra immigrazione ed emigrazione è rispettivamente di 2.800 italiani in più residenti in Svizzera. Un trend che quasi certamente verrà confermato a fine anno e che segna una nuova impennata dell’immigrazione, dopo il calo registrato a partire dagli anni Settanta, la leggera ripresa della fine degli anni Novanta ed il nuovo costante declino sino al 2007 quando molti emigranti europei della prima generazione erano tornati al loro paese di origine alla scadenza del termine previsto per ritirare il capitale accumulato per il secondo pilastro. Alcuni sono partiti sulla scia di familiari o amici, altri più “modernamente”, si sono affidati ad agenzie interinali, ma i più a causa della crisi economica. Molte le difficoltà di questi nuovi migranti: tra le più rilevanti da una parte la mancata padronanza di una delle lingue nazionali e dall’altra, sorprendentemente, il non raro eccesso di qualificazione. Perché non emigrano solo segretarie ed operai ma soprattutto laureati finanche con due o più master e ricercatori. Ma se per questi è già difficile trovare un lavoro, figuriamoci per quelli che non conoscono la lingua del luogo. A chi va bene, riesce a trovare ospitalità presso case di amici, conoscenti o familiari, mentre pare che non pochi finiscano per dormire in automobile. Quasi tutti giungono con pochi spiccioli, senza avere la cognizione del più elevato tenore di vita di quel paese. Per non parlare poi delle istituzioni e organizzazioni con funzione assistenziale per gli emigranti italiani che sono state soppresse o sciolte dopo la fine dei più importanti flussi migratori. Al di là della drammaticità sia delle ragioni che spingono ad emigrare che delle condizioni di vita di questa nuova generazione di migranti, il danno più grande lo subisce proprio il nostro Paese con la fuga di cervelli che ha un impatto notevole sull’economia e che quindi aggrava le prospettive di una rapida uscita dalla crisi dell’euro: un recente rapporto dell’Istituto per la competitività in Italia ha dimostrato che la partenza di ricercatori costa al Paese tre miliardi di euro in brevetti mancati. Per Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti“, la ripresa del fenomeno migratorio verso luoghi già meta dei nostri concittadini, dovrebbe costituire un campanello d’allarme ulteriore per questo nuovo governo, facendo comprendere la necessità di evitare qualsiasi impulso al taglio dei settori strategici di formazione e ricerca come ha fatto il precedente esecutivo ed anzi dovrebbe costituire una spinta a riattivare con misure incentivanti quel circuito virtuoso dell’investimento in questi comparti che secondo illustri economisti dovrebbe essere un prezioso volano per la nostra economia.

Fonte: Agenfax

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martedì 27 dicembre 2011

GARIBALDI E I MILLE? UN INVESTIMENTO

Di Luciano Canova


La spedizione dei Mille è stato uno degli eventi cruciali per l'unificazione d'Italia. Ai tempi non c’era internet ma il telegrafo, Parigi era la Borsa di riferimento e i prestiti erano erogati dalle grandi famiglie dei banchieri e non dall'Fmi. Eppure mercati finanziari e debito pubblico ebbero un ruolo nello sgretolamento del regno borbonico e nel successo dei garibaldini. E, col senno di poi, è un po' come se Garibaldi avesse detto “obbedisco!” non solo al re Vittorio Emanuele, ma anche ai Rothschild.

Studiando la serie storica delle quotazioni del debito pubblico borbonico, durante il 1860, è possibile rispondere a una domanda assai interessante, anche per i suoi riflessi attuali: i mercati finanziari dell’epoca avevano scontato la spedizione dei Mille?

DUCATI E DEBITO PUBBLICO

Indubbiamente, i mercati anticipano accadimenti incerti, che valutano attraverso la lente deformante delle aspettative.
Se, però, nell’era di Internet, i mezzi di comunicazione consentono un aggiornamento immediato di quello che avviene ai piani alti, è lecito chiedersi se le cose funzionassero in modo simile anche in passato,, in particolare per un evento che ha segnato la storia di questa penisola.
Un’analisi è possibile andando a recuperare le quotazioni giornaliere della rendita di Sicilia del 1860, pubblicate sulla pagina commerciale del quotidiano dei Borbone, Il Giornale Ufficiale del Regno delle Due Sicilie, conservate presso l’Archivio storico municipale del comune di Napoli e presso l’Archivio storico della Fondazione Banco di Napoli.
Come riportato dal lavoro La borsa di Napoli di Maria Carmela Schisani, , anche nel diciannovesimo secolo esisteva una borsa valori in cui venivano negoziati titoli, prevalentemente del debito pubblico, dei vari stati.
La borsa venne istituita a Napoli nel 1788 da Ferdinando I di Borbone e attraversò la storia del regno delle Due Sicilie fino al 1860, con la caduta di Francesco II.
Il titolo del debito pubblico era emesso in ducati, la moneta del regno, e aveva una rendita fissa del 5 per cento alla scadenza.
Parigi costituiva la Wall Street dell’epoca e sui suoi valori risultavano agganciate le quotazioni dei titolinapoletani. Come a dire che lo spread si sarebbe misurato sui titoli francesi.
La finanza, allora, era organizzata attorno a grandi famiglie: un ruolo di primo piano, in particolare, fu esercitato dai Rothschild, che erogarono ai Borbone diversi prestiti nel corso della loro storia.
In sostanza, la famiglia di banchieri agiva come una sorta di Fondo monetario internazionale ante litteram, che garantiva prestiti onerosi dietro l’impegno ad approvare riforme politiche e fiscali rigorose da parte dei beneficiari.
Non è un caso se Ferdinando II, re di Napoli dal 1830, iniziò un programma radicale di modernizzazione del regno proprio in concomitanza con uno di questi prestiti. E non è un caso che, dopo il 1848, il regno cominciò a sfaldarsi, anche per via del disimpegno dei Rothschild stessi dalle finanze partenopee.

MILLE E NON PIÙ MILLE

Tornando all’avventura garibaldina, poco prima dell’inizio della spedizione, il titolo del debito pubblico borbonico raggiunse il suo massimo: 120,06 ducati nel 1857. Si tratta di una fase che potremmo considerare come una sorta di bolla speculativa.
Prima dell’inizio della spedizione dei Mille, l’Europa guardava al Regno delle Due Sicilie come a una monarchia in crisi irreversibile.
Si trattava soltanto di capire di che morte il regno dovesse morire, un po’ come capitato con la fine del governo Berlusconi.
Il grafico seguente mostra l’andamento della serie delle quotazioni giornaliere del debito pubblico borbonico durante il 1860. La retta verticale segna l’inizio della spedizione. Come è possibile evincere, le quotazioni del debito crollano con l’avanzare dei garibaldini:

La spedizione di Garibaldi è un’impresa decisamente non lineare, che procede per salti discreti.
Indubbiamente, da un punto di vista numerico, lo scontro appariva impari: un migliaio di volontari, male armati e peggio equipaggiati, contro le 100mila unità di cui contava, almeno sulla carta, l’esercito regolare di Francesco II.
Seguire la spedizione attraverso le contrattazioni sul mercato ci consente di fare luce, in un modo assai originale, sull’evento.
Dallo sbarco avvenuto a Marsala l’11 maggio alla battaglia di Calatafimi, quattro giorni dopo (il primo grosso smacco per l’armata borbonica) il titolo perse 4,4 punti percentuali.
Dopo Calatafimi, i Mille puntarono verso Palermo, dove, a protezione della città, stava il grosso del contingente borbonico sull’isola (25 mila unità). In pratica, Garibaldi conquistò la città senza combattere, sfruttando insieme la sua abilità tattica e la disorganizzazione delle truppe regie, guidate da Ferdinando Lanza.
Al 19 giugno, data di caduta della città, il titolo aveva perso 10 punti percentuali, fermo a 103 ducati.
Luglio fu sostanzialmente un mese di stasi: i garibaldini si organizzarono in Sicilia mentre, allo stesso tempo, pianificavano lo sbarco in continente; i borbonici, a Napoli, preparavano invece la controffensiva.

BATTAGLIE E SPREAD

Quest’incertezza si concretizzò, non casualmente, in un periodo di immobilismo delle contrattazioni, con il titolo che reagisce, sì, alla battaglia di Milazzo (19 luglio) perdendo altri 5,5 punti percentuali (96 ducati), ma rimane, poi, sostanzialmente stabile, un po’ come lo spread italiano oggi, fermo da giorni sulla soglia dei 500 punti.
Dallo sbarco in Calabria e fino alla caduta di Napoli e del Regno, con la battaglia del Volturno che si conclude il 1° ottobre 1860, e l’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano il 26 ottobre, il valore del titolo scese a 87 ducati, con una perdita di altri 9,2 punti percentuali.
Il crollo si arrestò nel momento in cui i Savoia proclamarono ufficialmente che, con l’istituzione del Gran Libro del Debito Pubblico, avrebbero onorato il pagamento del debito anche degli Stati pre-unitari annessi, da vero e proprio last resort lender. (1) Il titolo borbonico, da quel momento, andò assestandosi sui valori della rendita sabauda.
La scaltrezza di Cavour e della casa regnante di Torino, dapprima informalmente ostili all’avventura garibaldina e, successivamente, pronti a sfruttare l’opportunità politica offerta dal successo della spedizione, si riflesse nei corsi del debito, che fotografano come in un elettrocardiogramma le pulsazioni della finanza dell’epoca, pronta a sintonizzarsi sui ritmi di un cuore Savoia.
A nulla valsero le promesse di riforma costituzionale di Francesco II, dopo il 25 giugno 1860. A nulla servì la controinformazione del regno, ben evidenziata dal Giornale Ufficiale del Regno delle Due Sicilie, che parlava di brillanti successi dell’esercito regio contro una masnada di “filibustieri”, proprio mentre i “buoni del tesoro”, inesorabili, cadevano sotto gli occhi della casa regnante in crisi. (2)
Uno degli aspetti più interessanti di questa straordinaria vicenda è appunto l’informazione, che aumentò l’incertezza attorno all’evento e, con essa, le fibrillazioni del mercato internazionale.
I bookies dell’epoca avrebbero avuto le loro difficoltà a scommettere sugli eventi. Era chiara, da un lato, la decadenza del regno borbonico; meno chiara, la via d’uscita: un trionfo elettorale della coalizione Garibaldi-Mazzini o un governo tecnico Cavour, per rassicurare i mercati?
Col senno di poi, è un po’ come se Garibaldi avesse detto “obbedisco!” non solo al re Vittorio Emanuele, ma anche ai Rothschild.


(1) Il Gran Libro del Debito Pubblico vedrà la luce dopo la proclamazione del Regno d’Italia del 17 marzo 1861.

(2) Vedi Giornale del Regno delle Due Sicilie, collezione 1860 conservata presso Archivio storico municipale del comune di Napoli e presso l’Archivio storico della Fondazione Banco di Napoli.


Fonte: LaVoce.info


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Di Luciano Canova


La spedizione dei Mille è stato uno degli eventi cruciali per l'unificazione d'Italia. Ai tempi non c’era internet ma il telegrafo, Parigi era la Borsa di riferimento e i prestiti erano erogati dalle grandi famiglie dei banchieri e non dall'Fmi. Eppure mercati finanziari e debito pubblico ebbero un ruolo nello sgretolamento del regno borbonico e nel successo dei garibaldini. E, col senno di poi, è un po' come se Garibaldi avesse detto “obbedisco!” non solo al re Vittorio Emanuele, ma anche ai Rothschild.

Studiando la serie storica delle quotazioni del debito pubblico borbonico, durante il 1860, è possibile rispondere a una domanda assai interessante, anche per i suoi riflessi attuali: i mercati finanziari dell’epoca avevano scontato la spedizione dei Mille?

DUCATI E DEBITO PUBBLICO

Indubbiamente, i mercati anticipano accadimenti incerti, che valutano attraverso la lente deformante delle aspettative.
Se, però, nell’era di Internet, i mezzi di comunicazione consentono un aggiornamento immediato di quello che avviene ai piani alti, è lecito chiedersi se le cose funzionassero in modo simile anche in passato,, in particolare per un evento che ha segnato la storia di questa penisola.
Un’analisi è possibile andando a recuperare le quotazioni giornaliere della rendita di Sicilia del 1860, pubblicate sulla pagina commerciale del quotidiano dei Borbone, Il Giornale Ufficiale del Regno delle Due Sicilie, conservate presso l’Archivio storico municipale del comune di Napoli e presso l’Archivio storico della Fondazione Banco di Napoli.
Come riportato dal lavoro La borsa di Napoli di Maria Carmela Schisani, , anche nel diciannovesimo secolo esisteva una borsa valori in cui venivano negoziati titoli, prevalentemente del debito pubblico, dei vari stati.
La borsa venne istituita a Napoli nel 1788 da Ferdinando I di Borbone e attraversò la storia del regno delle Due Sicilie fino al 1860, con la caduta di Francesco II.
Il titolo del debito pubblico era emesso in ducati, la moneta del regno, e aveva una rendita fissa del 5 per cento alla scadenza.
Parigi costituiva la Wall Street dell’epoca e sui suoi valori risultavano agganciate le quotazioni dei titolinapoletani. Come a dire che lo spread si sarebbe misurato sui titoli francesi.
La finanza, allora, era organizzata attorno a grandi famiglie: un ruolo di primo piano, in particolare, fu esercitato dai Rothschild, che erogarono ai Borbone diversi prestiti nel corso della loro storia.
In sostanza, la famiglia di banchieri agiva come una sorta di Fondo monetario internazionale ante litteram, che garantiva prestiti onerosi dietro l’impegno ad approvare riforme politiche e fiscali rigorose da parte dei beneficiari.
Non è un caso se Ferdinando II, re di Napoli dal 1830, iniziò un programma radicale di modernizzazione del regno proprio in concomitanza con uno di questi prestiti. E non è un caso che, dopo il 1848, il regno cominciò a sfaldarsi, anche per via del disimpegno dei Rothschild stessi dalle finanze partenopee.

MILLE E NON PIÙ MILLE

Tornando all’avventura garibaldina, poco prima dell’inizio della spedizione, il titolo del debito pubblico borbonico raggiunse il suo massimo: 120,06 ducati nel 1857. Si tratta di una fase che potremmo considerare come una sorta di bolla speculativa.
Prima dell’inizio della spedizione dei Mille, l’Europa guardava al Regno delle Due Sicilie come a una monarchia in crisi irreversibile.
Si trattava soltanto di capire di che morte il regno dovesse morire, un po’ come capitato con la fine del governo Berlusconi.
Il grafico seguente mostra l’andamento della serie delle quotazioni giornaliere del debito pubblico borbonico durante il 1860. La retta verticale segna l’inizio della spedizione. Come è possibile evincere, le quotazioni del debito crollano con l’avanzare dei garibaldini:

La spedizione di Garibaldi è un’impresa decisamente non lineare, che procede per salti discreti.
Indubbiamente, da un punto di vista numerico, lo scontro appariva impari: un migliaio di volontari, male armati e peggio equipaggiati, contro le 100mila unità di cui contava, almeno sulla carta, l’esercito regolare di Francesco II.
Seguire la spedizione attraverso le contrattazioni sul mercato ci consente di fare luce, in un modo assai originale, sull’evento.
Dallo sbarco avvenuto a Marsala l’11 maggio alla battaglia di Calatafimi, quattro giorni dopo (il primo grosso smacco per l’armata borbonica) il titolo perse 4,4 punti percentuali.
Dopo Calatafimi, i Mille puntarono verso Palermo, dove, a protezione della città, stava il grosso del contingente borbonico sull’isola (25 mila unità). In pratica, Garibaldi conquistò la città senza combattere, sfruttando insieme la sua abilità tattica e la disorganizzazione delle truppe regie, guidate da Ferdinando Lanza.
Al 19 giugno, data di caduta della città, il titolo aveva perso 10 punti percentuali, fermo a 103 ducati.
Luglio fu sostanzialmente un mese di stasi: i garibaldini si organizzarono in Sicilia mentre, allo stesso tempo, pianificavano lo sbarco in continente; i borbonici, a Napoli, preparavano invece la controffensiva.

BATTAGLIE E SPREAD

Quest’incertezza si concretizzò, non casualmente, in un periodo di immobilismo delle contrattazioni, con il titolo che reagisce, sì, alla battaglia di Milazzo (19 luglio) perdendo altri 5,5 punti percentuali (96 ducati), ma rimane, poi, sostanzialmente stabile, un po’ come lo spread italiano oggi, fermo da giorni sulla soglia dei 500 punti.
Dallo sbarco in Calabria e fino alla caduta di Napoli e del Regno, con la battaglia del Volturno che si conclude il 1° ottobre 1860, e l’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano il 26 ottobre, il valore del titolo scese a 87 ducati, con una perdita di altri 9,2 punti percentuali.
Il crollo si arrestò nel momento in cui i Savoia proclamarono ufficialmente che, con l’istituzione del Gran Libro del Debito Pubblico, avrebbero onorato il pagamento del debito anche degli Stati pre-unitari annessi, da vero e proprio last resort lender. (1) Il titolo borbonico, da quel momento, andò assestandosi sui valori della rendita sabauda.
La scaltrezza di Cavour e della casa regnante di Torino, dapprima informalmente ostili all’avventura garibaldina e, successivamente, pronti a sfruttare l’opportunità politica offerta dal successo della spedizione, si riflesse nei corsi del debito, che fotografano come in un elettrocardiogramma le pulsazioni della finanza dell’epoca, pronta a sintonizzarsi sui ritmi di un cuore Savoia.
A nulla valsero le promesse di riforma costituzionale di Francesco II, dopo il 25 giugno 1860. A nulla servì la controinformazione del regno, ben evidenziata dal Giornale Ufficiale del Regno delle Due Sicilie, che parlava di brillanti successi dell’esercito regio contro una masnada di “filibustieri”, proprio mentre i “buoni del tesoro”, inesorabili, cadevano sotto gli occhi della casa regnante in crisi. (2)
Uno degli aspetti più interessanti di questa straordinaria vicenda è appunto l’informazione, che aumentò l’incertezza attorno all’evento e, con essa, le fibrillazioni del mercato internazionale.
I bookies dell’epoca avrebbero avuto le loro difficoltà a scommettere sugli eventi. Era chiara, da un lato, la decadenza del regno borbonico; meno chiara, la via d’uscita: un trionfo elettorale della coalizione Garibaldi-Mazzini o un governo tecnico Cavour, per rassicurare i mercati?
Col senno di poi, è un po’ come se Garibaldi avesse detto “obbedisco!” non solo al re Vittorio Emanuele, ma anche ai Rothschild.


(1) Il Gran Libro del Debito Pubblico vedrà la luce dopo la proclamazione del Regno d’Italia del 17 marzo 1861.

(2) Vedi Giornale del Regno delle Due Sicilie, collezione 1860 conservata presso Archivio storico municipale del comune di Napoli e presso l’Archivio storico della Fondazione Banco di Napoli.


Fonte: LaVoce.info


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Le tariffe assicurative auto e moto a Napoli e provincia

Foto: Cliccare sulla foto di Quattroruote per leggere un articolo del 19 dicembre 2011 a cura della redazione della rivista sulla petizione di Mo' Bast e Federconsumatori


Di Alessandro Citarella - Segr. Provinciale PdSUD Napoli


La notizia divulgata dal nostro Sindaco, Luigi de Magistris, lo scorso 22 dicembre 2011 dai microfoni di Radio Marte, riguardante “un accordo con una compagnia di assicurazioni straniera che avrà prezzi concorrenziali rispetto a quelli praticati dalle nazionali”, se confermata dai fatti, come ci auguriamo, sarebbe effettivamente rivoluzionaria e rientrerebbe nell’azione dirompente della nuova amministrazione napoletana nei confronti della vecchia politica. Per la prima volta, almeno da quello che possiamo ricordarci, un Sindaco di Napoli prende un’iniziativa in nome della collettività per ridurre una spesa obbligatoria, imposta dallo Stato centrale, e che porta miliardi di euro dei cittadini napoletani direttamente nelle tasche delle assicurazioni del Nord Italia.

L’iniziativa del Sindaco arriva sull’onda dell’iniziativa popolare portata avanti da diverse organizzazioni come il Comitato Mo’ Bast e Federconsumatori che hannoconsegnato il 20 dicembre 2011 all’Unione Europea a Bruxelles una petizione firmata da 73 mila napoletani stufi della discriminazione delle tariffe. Non è possibile che a Napoli, con meno incidenti, morti e feriti, a parità di numero di auto in circolazione, si debba pagare tariffe assicurative al doppio o al triplo di quelle pagate a Milano. Qualcosa non va.

Se andranno in porto le iniziative del Sindaco rispetto al contratto con un’assicurazione straniera e quella portata avanti a Bruxelles da Mo’ Bast e Federconsumatori per intervenire sulle assicurazioni italiane, ci troveremmo di fronte a un esempio di un nuovo modo di fare una politica realmente nell’interesse del rilancio e del riscatto del Sud. Saremmo alla presenza di un Sindaco che prende sempre più coscienza di Napoli Capitale nell’interesse dei suoi cittadini, senza alcun sostegno da parte dei partiti nazionali italiani di destra, di centro, o di sinistra, senza aiuto del governo nazionale, e di un movimento popolare che dal basso dice no alla prepotenza dei poteri forti del Nord.

Il Partito del Sud sostiene il Sindaco e le associazioni che si battono per ridurre il costo delle assicurazioni obbligatorie, specialmente per quei cittadini virtuosi, come li ha definiti l’assessore allo sviluppo, Marco Esposito, ricordando, tuttavia, che la lotta per la riduzione dei costi delle assicurazioni per i veicoli a Napoli e provincia deve essere abbinata a quella più generale sui trasporti e i parcheggi. La preoccupante situazione rispetto alla gestione dell’intero sistema trasporti in Campania avrà bisogno di un impegno istituzionale del nostro Sindaco sostenuto da un forte movimento dal basso, pari a quello dimostrato sul problema delle tariffe assicurative. Solo potenziando l’intero sistema dei trasporti provinciali e cittadini e mettendo in funzione i parcheggi già costruiti ma mai aperti, sarà possibile dare ai napoletani la possibilità di ridurre il peso della voce “trasporti” sul bilancio familiare, migliorando di pari passo anche la qualità della vita.

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Foto: Cliccare sulla foto di Quattroruote per leggere un articolo del 19 dicembre 2011 a cura della redazione della rivista sulla petizione di Mo' Bast e Federconsumatori


Di Alessandro Citarella - Segr. Provinciale PdSUD Napoli


La notizia divulgata dal nostro Sindaco, Luigi de Magistris, lo scorso 22 dicembre 2011 dai microfoni di Radio Marte, riguardante “un accordo con una compagnia di assicurazioni straniera che avrà prezzi concorrenziali rispetto a quelli praticati dalle nazionali”, se confermata dai fatti, come ci auguriamo, sarebbe effettivamente rivoluzionaria e rientrerebbe nell’azione dirompente della nuova amministrazione napoletana nei confronti della vecchia politica. Per la prima volta, almeno da quello che possiamo ricordarci, un Sindaco di Napoli prende un’iniziativa in nome della collettività per ridurre una spesa obbligatoria, imposta dallo Stato centrale, e che porta miliardi di euro dei cittadini napoletani direttamente nelle tasche delle assicurazioni del Nord Italia.

L’iniziativa del Sindaco arriva sull’onda dell’iniziativa popolare portata avanti da diverse organizzazioni come il Comitato Mo’ Bast e Federconsumatori che hannoconsegnato il 20 dicembre 2011 all’Unione Europea a Bruxelles una petizione firmata da 73 mila napoletani stufi della discriminazione delle tariffe. Non è possibile che a Napoli, con meno incidenti, morti e feriti, a parità di numero di auto in circolazione, si debba pagare tariffe assicurative al doppio o al triplo di quelle pagate a Milano. Qualcosa non va.

Se andranno in porto le iniziative del Sindaco rispetto al contratto con un’assicurazione straniera e quella portata avanti a Bruxelles da Mo’ Bast e Federconsumatori per intervenire sulle assicurazioni italiane, ci troveremmo di fronte a un esempio di un nuovo modo di fare una politica realmente nell’interesse del rilancio e del riscatto del Sud. Saremmo alla presenza di un Sindaco che prende sempre più coscienza di Napoli Capitale nell’interesse dei suoi cittadini, senza alcun sostegno da parte dei partiti nazionali italiani di destra, di centro, o di sinistra, senza aiuto del governo nazionale, e di un movimento popolare che dal basso dice no alla prepotenza dei poteri forti del Nord.

Il Partito del Sud sostiene il Sindaco e le associazioni che si battono per ridurre il costo delle assicurazioni obbligatorie, specialmente per quei cittadini virtuosi, come li ha definiti l’assessore allo sviluppo, Marco Esposito, ricordando, tuttavia, che la lotta per la riduzione dei costi delle assicurazioni per i veicoli a Napoli e provincia deve essere abbinata a quella più generale sui trasporti e i parcheggi. La preoccupante situazione rispetto alla gestione dell’intero sistema trasporti in Campania avrà bisogno di un impegno istituzionale del nostro Sindaco sostenuto da un forte movimento dal basso, pari a quello dimostrato sul problema delle tariffe assicurative. Solo potenziando l’intero sistema dei trasporti provinciali e cittadini e mettendo in funzione i parcheggi già costruiti ma mai aperti, sarà possibile dare ai napoletani la possibilità di ridurre il peso della voce “trasporti” sul bilancio familiare, migliorando di pari passo anche la qualità della vita.

domenica 25 dicembre 2011

Auguri dal Partito del Sud


http://www.youtube.com/watch?v=Y-rxMVRCOM4&feature=player_embedded#!

Nel 1861,dopo un assedio tremendo, cadde la fortezza di Gaeta e con essa morì il Regno delle Due Sicilie..La notte di Natale del 2001,risorgendo dalle macerie del Sud lasciate dalle multinazionali del Nord,dopo 140 anni di colonizzazzione agricola, commerciale,finanziaria, industriale e bancaria,per legittima difesa,nacque il Partito del Sud fondato da Antonio Ciano. La stessa notte fondò TMO Gaeta,una emittente televisiva di strada,la prima in Italia.tv brigante. Oggi si sta espandendo in tutta Italia e in tutto il mondo.

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http://www.youtube.com/watch?v=Y-rxMVRCOM4&feature=player_embedded#!

Nel 1861,dopo un assedio tremendo, cadde la fortezza di Gaeta e con essa morì il Regno delle Due Sicilie..La notte di Natale del 2001,risorgendo dalle macerie del Sud lasciate dalle multinazionali del Nord,dopo 140 anni di colonizzazzione agricola, commerciale,finanziaria, industriale e bancaria,per legittima difesa,nacque il Partito del Sud fondato da Antonio Ciano. La stessa notte fondò TMO Gaeta,una emittente televisiva di strada,la prima in Italia.tv brigante. Oggi si sta espandendo in tutta Italia e in tutto il mondo.

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sabato 24 dicembre 2011

AUGURI DI BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO DAL PARTITO DEL SUD




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QUESTO NON È UN FILM - Versione integrale


http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=KjvucWQrMlg#!

Una guerra silenziosa sta mietendo decine di vittime. Solo pochi eroi resteranno sul campo a combatterla. Esseri provenienti da pianeti lontani mostreranno il loro lato oscuro, costringendo gli indiani ad uscire dalle riserve. Ma sotto i colpi dell'odio che divide le razze, l'amore riuscirà a trovare il suo spazio, fino a che il ritrovamento di una misteriosa sedia da regista riuscirà a cambiare il destino dei protagonisti. E quello di centinaia di persone.

"Questo non è un film" andrà in onda sabato 24 dicembre alle ore 18.30 e domenica 25 dicembre alle ore 10.20 sul canale 28 del digitale terrestre e 801 di Sky.
All'interno del documentario uno spazio è dedicato ai familiari delle vittime innocenti della criminalità e a don Tonino Palmese, da anni uno dei punti di riferimento dell'antimafia sociale.

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http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=KjvucWQrMlg#!

Una guerra silenziosa sta mietendo decine di vittime. Solo pochi eroi resteranno sul campo a combatterla. Esseri provenienti da pianeti lontani mostreranno il loro lato oscuro, costringendo gli indiani ad uscire dalle riserve. Ma sotto i colpi dell'odio che divide le razze, l'amore riuscirà a trovare il suo spazio, fino a che il ritrovamento di una misteriosa sedia da regista riuscirà a cambiare il destino dei protagonisti. E quello di centinaia di persone.

"Questo non è un film" andrà in onda sabato 24 dicembre alle ore 18.30 e domenica 25 dicembre alle ore 10.20 sul canale 28 del digitale terrestre e 801 di Sky.
All'interno del documentario uno spazio è dedicato ai familiari delle vittime innocenti della criminalità e a don Tonino Palmese, da anni uno dei punti di riferimento dell'antimafia sociale.

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L’esempio dell’Argentina



Di Fabio Marcelli

Italia e Argentina hanno un rapporto speciale. Tutte le volte che ho viaggiato in Argentina mi sono imbattuto in discendenti di Italiani, che magari non parlavano la nostra lingua, ma ricordavano ancora i bisnonni giunti da Sorrento, da Castelfranco Veneto o dal Piemonte.
Dieci anni fa il popolo argentino scese in piazza contro il governo de la Rua e quelli che lo avevano preceduto, tutti fedeli esecutori delle misure richieste dal Fondo monetario internazionale e dal capitale finanziario, i principali responsabili della situazione catastrofica che si registrava all’epoca. Di lì a poco il governo argentino dichiarò il default. Il quadro legale ne è fornito, dal punto di vista del diritto interno, dalla risoluzione n° 73/2002 del 25 aprile 2002 del Ministero dell’Economia che dispone il differimento al 31 dicembre di quell’anno del pagamento del servizio del debito pubblico argentino. La ristrutturazione è stata condotta tagliando del 75% il valore nominale dei titoli. Il fatto che ildefault argentino abbia colpito in parte anche numerosi piccoli risparmiatori ha condotto ad identificare le precise responsabilità dell’intermediazione bancaria, sia sul piano politico, che su quello giudiziario. Come ricorda Gennaro Carotenuto, il dominio esercitato dal Fondo monetario internazionale sull’Argentina ha determinato, con il decisivo appoggio dell’infame dittatura militare degli anni Settanta, una situazione di bancarotta economica e sociale con il 71% di denutrizione infantile e il 49% di disoccupazione reale. Autoridotto il debito e respinti i diktat del Fmi, l’Argentina ha notevolmente migliorato la sua situazione in questi dieci anni, riducendo le sacche di povertà e sperimentando una crescita a tassi del 7-10% all’anno. Oggi l’Argentina è un paese all’avanguardia sul piano dei diritti civili, con il matrimonio gay, e politici, con la lotta all’impunità degli assassini degli anni della dittatura, molti dei quali sono giustamente finiti dietro le sbarre. E’ anche uno dei principali protagonisti dell’integrazione latinoamericana che avanza a sua volta a passi di gigante. Alla base di questi successi il protagonismo di un popolo indomito, che si è ribellato alla dittatura della finanza, pagando con 40 vittime la sua rivolta di dieci anni fa. Un protagonismo che ritorna oggi sotto mille forme, dall’autogestione di molte fabbriche alle attività dei centri sociali nei quartieri. E, a livello delle politiche statali, con il superamento del neoliberismo, per il quale ha ricevuto gli elogi del Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz. Sono esperienze importanti che vanno conosciute meglio. E’ oggi possibile cooperare con il popolo argentino, ad esempio sostenendo i progetti dell’associazione Progetto Sur nei campi dell’autogestione operaia, dei popoli indigeni, del turismo responsabile, del commercio equo e solidale e diritti umani. Intensificare i nostri storici rapporti con l’Argentina costituisce oggi una necessità urgente. Un esempio da valutare attentamente anche qui in Europa, dove ci attendono i tempi bui della depressione per colpa di quelle stesse politiche. Secondo l’economista argentino Gambina, la crisi del 2001 è come uno specchio nel quale anche l’Europa deve guardarsi. In tempo di globalizzazione economico-finanziaria e di dittatura senza frontiere del capitale finanziario, il debito non è più un problema solo per il “terzo mondo”. Ripudiarlo per respingere tale dittatura diventa un imperativo su cui costruire una nuova unità dei popoli su base planetaria.


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Di Fabio Marcelli

Italia e Argentina hanno un rapporto speciale. Tutte le volte che ho viaggiato in Argentina mi sono imbattuto in discendenti di Italiani, che magari non parlavano la nostra lingua, ma ricordavano ancora i bisnonni giunti da Sorrento, da Castelfranco Veneto o dal Piemonte.
Dieci anni fa il popolo argentino scese in piazza contro il governo de la Rua e quelli che lo avevano preceduto, tutti fedeli esecutori delle misure richieste dal Fondo monetario internazionale e dal capitale finanziario, i principali responsabili della situazione catastrofica che si registrava all’epoca. Di lì a poco il governo argentino dichiarò il default. Il quadro legale ne è fornito, dal punto di vista del diritto interno, dalla risoluzione n° 73/2002 del 25 aprile 2002 del Ministero dell’Economia che dispone il differimento al 31 dicembre di quell’anno del pagamento del servizio del debito pubblico argentino. La ristrutturazione è stata condotta tagliando del 75% il valore nominale dei titoli. Il fatto che ildefault argentino abbia colpito in parte anche numerosi piccoli risparmiatori ha condotto ad identificare le precise responsabilità dell’intermediazione bancaria, sia sul piano politico, che su quello giudiziario. Come ricorda Gennaro Carotenuto, il dominio esercitato dal Fondo monetario internazionale sull’Argentina ha determinato, con il decisivo appoggio dell’infame dittatura militare degli anni Settanta, una situazione di bancarotta economica e sociale con il 71% di denutrizione infantile e il 49% di disoccupazione reale. Autoridotto il debito e respinti i diktat del Fmi, l’Argentina ha notevolmente migliorato la sua situazione in questi dieci anni, riducendo le sacche di povertà e sperimentando una crescita a tassi del 7-10% all’anno. Oggi l’Argentina è un paese all’avanguardia sul piano dei diritti civili, con il matrimonio gay, e politici, con la lotta all’impunità degli assassini degli anni della dittatura, molti dei quali sono giustamente finiti dietro le sbarre. E’ anche uno dei principali protagonisti dell’integrazione latinoamericana che avanza a sua volta a passi di gigante. Alla base di questi successi il protagonismo di un popolo indomito, che si è ribellato alla dittatura della finanza, pagando con 40 vittime la sua rivolta di dieci anni fa. Un protagonismo che ritorna oggi sotto mille forme, dall’autogestione di molte fabbriche alle attività dei centri sociali nei quartieri. E, a livello delle politiche statali, con il superamento del neoliberismo, per il quale ha ricevuto gli elogi del Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz. Sono esperienze importanti che vanno conosciute meglio. E’ oggi possibile cooperare con il popolo argentino, ad esempio sostenendo i progetti dell’associazione Progetto Sur nei campi dell’autogestione operaia, dei popoli indigeni, del turismo responsabile, del commercio equo e solidale e diritti umani. Intensificare i nostri storici rapporti con l’Argentina costituisce oggi una necessità urgente. Un esempio da valutare attentamente anche qui in Europa, dove ci attendono i tempi bui della depressione per colpa di quelle stesse politiche. Secondo l’economista argentino Gambina, la crisi del 2001 è come uno specchio nel quale anche l’Europa deve guardarsi. In tempo di globalizzazione economico-finanziaria e di dittatura senza frontiere del capitale finanziario, il debito non è più un problema solo per il “terzo mondo”. Ripudiarlo per respingere tale dittatura diventa un imperativo su cui costruire una nuova unità dei popoli su base planetaria.


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