sabato 12 dicembre 2009

Camorra sempre più simile a Cosa Nostra

Camorra sempre più simile a Cosa Nostra
Intervista al giudice siciliano Giuseppe Ayala: "Con l'avvento del clan dei Casalesi anche la camorra sta diventando un'organizzazione verticistica, come la mafia"


Di Mario Tudisco


Santa Maria Capua Vetere - "Giovanni Falcone mi ricorda gli anni più belli della mia vita. Era una persona di una semplicità disarmante e, in questo, in perfetta sintonia con Paolo Borsellino. Se lei poi mi chiede un aneddoto ne ricordo uno in particolare, intriso di uno humor nero che tanta gli piaceva. Tra di noi si giocava a comporre necrologi e lui un giorno venne da me sogghignando sotto i baffi per leggermi quello che mi aveva dedicato nell’ipotesi di una mia prematura dipartita. Recitava così: Ciao Peppino, una volta tanto sei arrivato prima di me…".

Il giudice Giuseppe Ayala, poi in seguito per svariate legislature anche Senatore della Repubblica, è stato Pubblico Ministero nel primo maxi processo contro Cosa Nostra quando furono comminati oltre duemilaseicento anni di galera, molti dei quali a carico di un Totò Riina all’epoca illustre latitante. Ed è proprio questa sua grande mole di lavoro processuale, congiuntamente all’esperienza maturata nella politica, a renderlo allo stesso tempo memoria storica dell’antimafia italiana e profondo conoscitore di quanto è accaduto nel nostro Paese negli ultimi trent’anni.

Dottor Ayala, lei faceva parte di quello staff di magistrati palermitani che hanno scritto pagine della storia giudiziaria e sociale italiana. Le vorrei chiedere quale idea ha maturato del pentitismo, magari partendo proprio dalle recenti dichiarazioni di Spatuzza…

Guardi, è un dato di fatto che senza i collaboratori di giustizia non avremmo saputo tanti aspetti e finanche la vera struttura di Cosa Nostra. E questo al di là di tutte le polemiche che si sono sviluppate nel corso degli anni. Per quanto poi riguarda Spatuzza, naturalmente non me ne occupo io direttamente. Le pongo comunque una semplice riflessione a voce alta. Ho avuto modo di leggere le dichiarazioni di questo collaboratore a proposito del furto di una Fiat 126 che fu imbottita di tritolo e usata per fare saltare in aria Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. Ebbene, spulciando tra le carte si legge che - secondo il mafioso in questione - fu necessario cambiare i freni dell’auto perché non erano funzionanti. Successivamente, una perizia scientifica in merito ha potuto costatare la veridicità di quanto affermato da Spatuzza. Ora, per carità, ciò non significa che le deposizioni di costui devono essere sempre prese per oro colato, ma che si tratti di un personaggio ben informato su alcuni fatti ed episodi mi pare sia indiscutibile…

Senta, a proposito di rivelazioni choc, lei che giudizio dà di una possibile trattativa segreta tra pezzi dello Stato, Carabinieri e boss di Cosa Nostra per porre fine alla stagione stragista del 92-93?

In verità mi sembra una situazione davvero molto nebulosa. Detto questo, però, sono usciti fuori dei nomi che molto difficilmente mi sembra possano essere accostati a una ipotesi del genere. E, in particolare, mi riferisco al senatore Mancino e all’ex ministro Rognoni. E sa perché mi appare arduo che da parte loro ci sia stato un abboccamento con Provenzano & company?

Innanzitutto perché Nicola Mancino fu il primo firmatario della legge che evitò che il nostro maxi processo ai mafiosi venisse azzerato; mentre Virginio Rognoni fu l’inventore, insieme al compianto Pio La Torre, della legge Rognoni-La Torre che ci ha dato la possibilità di sferrare durissimi attacchi ai clan e ai loro ingenti patrimoni. Difficile, dunque, che uomini del genere si siano messi a trattare con l’Antistato seppur con la nobile finalità di stoppare stragi e attentati. E poi vorrei fare qualche altra considerazione. La prima: dal famoso Papiello di Riina abbiamo appreso che conteneva richieste inammissibili quali l’eliminazione del 41 bis, del 416 bis e del regime di isolamento carcerario per i boss e i picciotti. Ora domando a me stesso: se questa trattativa davvero ci fu, si è snodata o no in direzioni diametralmente opposte ai desiderata dei criminali?

La seconda considerazione riguarda la mancata sorveglianza della mini villetta in cui alloggiava il Capo dei Capi, che fu trascurata per circa quindici giorni. Attenzione, si ricordi che stiamo parlando di quattro stanzette e due bagni. Ebbene, per ripulire questa villetta ai mafiosi incaricati di far sparire eventualmente tracce e documenti compromettenti occorreva così tanto tempo?

Non posso esimermi dal chiederle un ricordo di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino insieme ai quali ha lavorato, gomito a gomito, per un decennio. Che uomini erano?

Uomini di una straordinaria semplicità, assolutamente lontani anni luce dalle figure stereotipate di supereroi. Grandi magistrati, dotati di un acume superiore alla media e capaci di contagiare con il loro entusiasmo tutti gli altri dello staff. In particolare, avevo stretto una profonda amicizia con Giovanni, con il quale ci divertivamo a comporre necrologi. Una volta, ricordo come se fosse ieri, venne di corsa nel mio ufficio per leggermene uno coniato al volo che recitava così: Ciao Peppino, una volta tanto sei arrivato prima di me. E giù risate e pacche sulle spalle. Giovanni, così come Paolo, erano molto diversi da come sono stati descritti dopo i loro barbari omicidi. E’ vero che si trattava di persone schive, a tratti anche diffidenti, ma quando si rendevano conto dell’affidabilità dei loro interlocutori diventano cristallini e molto meno enigmatici di quanto poteva apparire all’esterno. In quel pool tutti noi eravamo importanti, a cominciare da quella grande figura che era Antonino Caponetto, ma Falcone era il motore di un meccanismo che senza di lui si sarebbe inceppato.

All’epoca in cui lei era a Palermo l’intera opinione pubblica nazionale era concentrata quasi esclusivamente sugli affari e gli assassini di Cosa Nostra. Da qualche anno a questa parte, e in maniera più sensibile dopo la pubblicazione di Gomorra, alla ribalta della cronaca ci sono i clan casalesi. Esistono analogie tra queste due feroci associazioni a delinquere?

Inizialmente credo di no, nel senso che le due strutture nascono e si sviluppano in maniera assai differenti. Cosa Nostra è una organizzazione verticistica al cui interno viene nominato un vero e proprio consiglio d’amministrazione a cui è delegato il compito di seguire tutti i business e di amministrare la giustizia interna alle varie famiglie. La Camorra, invece, sorge come organizzazione orizzontale composta da diversi clan svincolati tra di loro se non in qualche caso particolare. Ma questo mio ragionamento forse è oggi retrodatato. Con l’avvento dei Casalesi di Sandokan e altri al comando della Camorra campana ho la sensazione che la stessa Camorra, in virtù dell’egemonia di un clan su tutti gli altri, si stia avvicinando a un modello strutturale che è caratteristica di Cosa Nostra. Ed è proprio per questa ragione che sarà molto più difficile debellarla in toto. Anche se io resto dell’avviso di Giovanni: le Mafie sono un fenomeno naturale e in quanto tali hanno un inizio e una fine. Spero proprio che la fine potranno festeggiarla i giovani di oggi; mentre io, per l’età che ho, non credo che in quei giorni sarò tra i presenti…

Fonte:Tutti in piazza

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Camorra sempre più simile a Cosa Nostra
Intervista al giudice siciliano Giuseppe Ayala: "Con l'avvento del clan dei Casalesi anche la camorra sta diventando un'organizzazione verticistica, come la mafia"


Di Mario Tudisco


Santa Maria Capua Vetere - "Giovanni Falcone mi ricorda gli anni più belli della mia vita. Era una persona di una semplicità disarmante e, in questo, in perfetta sintonia con Paolo Borsellino. Se lei poi mi chiede un aneddoto ne ricordo uno in particolare, intriso di uno humor nero che tanta gli piaceva. Tra di noi si giocava a comporre necrologi e lui un giorno venne da me sogghignando sotto i baffi per leggermi quello che mi aveva dedicato nell’ipotesi di una mia prematura dipartita. Recitava così: Ciao Peppino, una volta tanto sei arrivato prima di me…".

Il giudice Giuseppe Ayala, poi in seguito per svariate legislature anche Senatore della Repubblica, è stato Pubblico Ministero nel primo maxi processo contro Cosa Nostra quando furono comminati oltre duemilaseicento anni di galera, molti dei quali a carico di un Totò Riina all’epoca illustre latitante. Ed è proprio questa sua grande mole di lavoro processuale, congiuntamente all’esperienza maturata nella politica, a renderlo allo stesso tempo memoria storica dell’antimafia italiana e profondo conoscitore di quanto è accaduto nel nostro Paese negli ultimi trent’anni.

Dottor Ayala, lei faceva parte di quello staff di magistrati palermitani che hanno scritto pagine della storia giudiziaria e sociale italiana. Le vorrei chiedere quale idea ha maturato del pentitismo, magari partendo proprio dalle recenti dichiarazioni di Spatuzza…

Guardi, è un dato di fatto che senza i collaboratori di giustizia non avremmo saputo tanti aspetti e finanche la vera struttura di Cosa Nostra. E questo al di là di tutte le polemiche che si sono sviluppate nel corso degli anni. Per quanto poi riguarda Spatuzza, naturalmente non me ne occupo io direttamente. Le pongo comunque una semplice riflessione a voce alta. Ho avuto modo di leggere le dichiarazioni di questo collaboratore a proposito del furto di una Fiat 126 che fu imbottita di tritolo e usata per fare saltare in aria Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. Ebbene, spulciando tra le carte si legge che - secondo il mafioso in questione - fu necessario cambiare i freni dell’auto perché non erano funzionanti. Successivamente, una perizia scientifica in merito ha potuto costatare la veridicità di quanto affermato da Spatuzza. Ora, per carità, ciò non significa che le deposizioni di costui devono essere sempre prese per oro colato, ma che si tratti di un personaggio ben informato su alcuni fatti ed episodi mi pare sia indiscutibile…

Senta, a proposito di rivelazioni choc, lei che giudizio dà di una possibile trattativa segreta tra pezzi dello Stato, Carabinieri e boss di Cosa Nostra per porre fine alla stagione stragista del 92-93?

In verità mi sembra una situazione davvero molto nebulosa. Detto questo, però, sono usciti fuori dei nomi che molto difficilmente mi sembra possano essere accostati a una ipotesi del genere. E, in particolare, mi riferisco al senatore Mancino e all’ex ministro Rognoni. E sa perché mi appare arduo che da parte loro ci sia stato un abboccamento con Provenzano & company?

Innanzitutto perché Nicola Mancino fu il primo firmatario della legge che evitò che il nostro maxi processo ai mafiosi venisse azzerato; mentre Virginio Rognoni fu l’inventore, insieme al compianto Pio La Torre, della legge Rognoni-La Torre che ci ha dato la possibilità di sferrare durissimi attacchi ai clan e ai loro ingenti patrimoni. Difficile, dunque, che uomini del genere si siano messi a trattare con l’Antistato seppur con la nobile finalità di stoppare stragi e attentati. E poi vorrei fare qualche altra considerazione. La prima: dal famoso Papiello di Riina abbiamo appreso che conteneva richieste inammissibili quali l’eliminazione del 41 bis, del 416 bis e del regime di isolamento carcerario per i boss e i picciotti. Ora domando a me stesso: se questa trattativa davvero ci fu, si è snodata o no in direzioni diametralmente opposte ai desiderata dei criminali?

La seconda considerazione riguarda la mancata sorveglianza della mini villetta in cui alloggiava il Capo dei Capi, che fu trascurata per circa quindici giorni. Attenzione, si ricordi che stiamo parlando di quattro stanzette e due bagni. Ebbene, per ripulire questa villetta ai mafiosi incaricati di far sparire eventualmente tracce e documenti compromettenti occorreva così tanto tempo?

Non posso esimermi dal chiederle un ricordo di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino insieme ai quali ha lavorato, gomito a gomito, per un decennio. Che uomini erano?

Uomini di una straordinaria semplicità, assolutamente lontani anni luce dalle figure stereotipate di supereroi. Grandi magistrati, dotati di un acume superiore alla media e capaci di contagiare con il loro entusiasmo tutti gli altri dello staff. In particolare, avevo stretto una profonda amicizia con Giovanni, con il quale ci divertivamo a comporre necrologi. Una volta, ricordo come se fosse ieri, venne di corsa nel mio ufficio per leggermene uno coniato al volo che recitava così: Ciao Peppino, una volta tanto sei arrivato prima di me. E giù risate e pacche sulle spalle. Giovanni, così come Paolo, erano molto diversi da come sono stati descritti dopo i loro barbari omicidi. E’ vero che si trattava di persone schive, a tratti anche diffidenti, ma quando si rendevano conto dell’affidabilità dei loro interlocutori diventano cristallini e molto meno enigmatici di quanto poteva apparire all’esterno. In quel pool tutti noi eravamo importanti, a cominciare da quella grande figura che era Antonino Caponetto, ma Falcone era il motore di un meccanismo che senza di lui si sarebbe inceppato.

All’epoca in cui lei era a Palermo l’intera opinione pubblica nazionale era concentrata quasi esclusivamente sugli affari e gli assassini di Cosa Nostra. Da qualche anno a questa parte, e in maniera più sensibile dopo la pubblicazione di Gomorra, alla ribalta della cronaca ci sono i clan casalesi. Esistono analogie tra queste due feroci associazioni a delinquere?

Inizialmente credo di no, nel senso che le due strutture nascono e si sviluppano in maniera assai differenti. Cosa Nostra è una organizzazione verticistica al cui interno viene nominato un vero e proprio consiglio d’amministrazione a cui è delegato il compito di seguire tutti i business e di amministrare la giustizia interna alle varie famiglie. La Camorra, invece, sorge come organizzazione orizzontale composta da diversi clan svincolati tra di loro se non in qualche caso particolare. Ma questo mio ragionamento forse è oggi retrodatato. Con l’avvento dei Casalesi di Sandokan e altri al comando della Camorra campana ho la sensazione che la stessa Camorra, in virtù dell’egemonia di un clan su tutti gli altri, si stia avvicinando a un modello strutturale che è caratteristica di Cosa Nostra. Ed è proprio per questa ragione che sarà molto più difficile debellarla in toto. Anche se io resto dell’avviso di Giovanni: le Mafie sono un fenomeno naturale e in quanto tali hanno un inizio e una fine. Spero proprio che la fine potranno festeggiarla i giovani di oggi; mentre io, per l’età che ho, non credo che in quei giorni sarò tra i presenti…

Fonte:Tutti in piazza

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