venerdì 11 settembre 2009

I meridionali possono farcela da soli (a patto di correre alla pari col Nord)


Giuseppe Corona




La discussione sul Mezzogiorno, tormentone che ci ha accompagnato in questa estate, che per lungo tempo ci accompagnerà, è esplosa in virtù di una minaccia sopraggiunta, improvvisa e inaspettata, nel panorama politico italiano, quella del partito del Sud.
Non avesse, e non ne ha, alcun pregio, questa minaccia, però, ha un merito, l'avere squadernato, davanti allo sguardo sorpreso e incredulo del Paese, una questione data per scomparsa: la sofferenza di un territorio assai nobile e grande della nostra lunga penisola. Ci voleva una grande crisi planetaria per scoperchiare questa pentola!
La risposta del Governo ha dato, al momento, l'impressione di essere imbarazzata e anche un po' goffa, limitandosi a tamponare un pericolo immediato con un cedimento a malincuore, non lodevole ma comprensibile, alla corporazione politica del Sud. Dei fondi Fas concessi alla Sicilia, i siciliani vedranno, come è sempre stato, ben poco, essi serviranno, come sempre, ad alimentare una ristretta classe dirigente, politica e non, effetto-causa della questione meridionale. Per il resto aria fritta, con un non convinto ritorno al concetto di straordinarietà, responsabile vero della mancata soluzione del problema.
Altre idee sono emerse nel dibattito estivo, no tax area, opting out, blocco delle erogazioni pubbliche all'economia, tutte idee ispirate dal sacrosanto principio di lasciare ai meridionali la "loro" questione, anche in previsione dell'andata a regime del federalismo d fiscale.
Nulla, in verità, di straordinario e nuovo, ma, venendo dallo scranno più autorevole del Settentrione, il Corriere della Sera, hanno avuto un effetto luce, per alcuni aspetti superiore al merito reale, ma, ciò che più conta, hanno avuto il sapore di una implicita ammissione: che il Mezzogiorno abbia subito, negli ultimi sessanta anni, un intervento esterno ed esteriore, esperimento in corpore vili, che pretese di provvedere al suo "progresso" con un recupero alla "modernità" e alla "civiltà" occidentali, prescindendo dalle sue forze e intelligenze interne. Le si riteneva, evidentemente, inesistenti o, per lo meno, inessenziali. Si accusa Roma di avere elaborato e sostenuto questa espropriazione di volontà di un intero territorio, si dimentica, però, il modo della nascita del nostro Stato unitario, voluto, nel Mezzogiorno, da forze a esso esterne del Settentrione così come settentrionali furono i padri della pensata dell'intervento straordinario.
Si dimentica, quindi, uno scippo di autonomia durato per un secolo e mezzo che ha residuato nel Mezzogiorno una classe politica e la sua corte abituate al servaggio e alla questua.
Adesso il medico pare volersela cavare con un "fate da soli altrimenti fuori", con una sorta di licenziamento, scaricando ogni responsabilità su infermieri e portantini, senza pagare alcun risarcimento per la responsabilità civile accumulata.
E' comodo, ma sia pure così, purché siano definiti con chiarezza i metri di vantaggio concessi per l'handicap procurato, perché i meridionali, correndo da soli, abbiano possibilità concrete di correre alla pari.
Prima di ogni cosa smettano di foraggiare il servaggio e lascino alla gente del Mezzogiorno il compito di liberarsi di una zavorra e di costruire una propria classe dirigente. Vogliono questo il governo e il Settentrione? C'è da dubitarne, a giudicare da qualche buon samaritano che sembra, di nuovo, pronto al "soccorso".


Fonte:
Denaro.it del 10-09-2009 num. 167
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Giuseppe Corona




La discussione sul Mezzogiorno, tormentone che ci ha accompagnato in questa estate, che per lungo tempo ci accompagnerà, è esplosa in virtù di una minaccia sopraggiunta, improvvisa e inaspettata, nel panorama politico italiano, quella del partito del Sud.
Non avesse, e non ne ha, alcun pregio, questa minaccia, però, ha un merito, l'avere squadernato, davanti allo sguardo sorpreso e incredulo del Paese, una questione data per scomparsa: la sofferenza di un territorio assai nobile e grande della nostra lunga penisola. Ci voleva una grande crisi planetaria per scoperchiare questa pentola!
La risposta del Governo ha dato, al momento, l'impressione di essere imbarazzata e anche un po' goffa, limitandosi a tamponare un pericolo immediato con un cedimento a malincuore, non lodevole ma comprensibile, alla corporazione politica del Sud. Dei fondi Fas concessi alla Sicilia, i siciliani vedranno, come è sempre stato, ben poco, essi serviranno, come sempre, ad alimentare una ristretta classe dirigente, politica e non, effetto-causa della questione meridionale. Per il resto aria fritta, con un non convinto ritorno al concetto di straordinarietà, responsabile vero della mancata soluzione del problema.
Altre idee sono emerse nel dibattito estivo, no tax area, opting out, blocco delle erogazioni pubbliche all'economia, tutte idee ispirate dal sacrosanto principio di lasciare ai meridionali la "loro" questione, anche in previsione dell'andata a regime del federalismo d fiscale.
Nulla, in verità, di straordinario e nuovo, ma, venendo dallo scranno più autorevole del Settentrione, il Corriere della Sera, hanno avuto un effetto luce, per alcuni aspetti superiore al merito reale, ma, ciò che più conta, hanno avuto il sapore di una implicita ammissione: che il Mezzogiorno abbia subito, negli ultimi sessanta anni, un intervento esterno ed esteriore, esperimento in corpore vili, che pretese di provvedere al suo "progresso" con un recupero alla "modernità" e alla "civiltà" occidentali, prescindendo dalle sue forze e intelligenze interne. Le si riteneva, evidentemente, inesistenti o, per lo meno, inessenziali. Si accusa Roma di avere elaborato e sostenuto questa espropriazione di volontà di un intero territorio, si dimentica, però, il modo della nascita del nostro Stato unitario, voluto, nel Mezzogiorno, da forze a esso esterne del Settentrione così come settentrionali furono i padri della pensata dell'intervento straordinario.
Si dimentica, quindi, uno scippo di autonomia durato per un secolo e mezzo che ha residuato nel Mezzogiorno una classe politica e la sua corte abituate al servaggio e alla questua.
Adesso il medico pare volersela cavare con un "fate da soli altrimenti fuori", con una sorta di licenziamento, scaricando ogni responsabilità su infermieri e portantini, senza pagare alcun risarcimento per la responsabilità civile accumulata.
E' comodo, ma sia pure così, purché siano definiti con chiarezza i metri di vantaggio concessi per l'handicap procurato, perché i meridionali, correndo da soli, abbiano possibilità concrete di correre alla pari.
Prima di ogni cosa smettano di foraggiare il servaggio e lascino alla gente del Mezzogiorno il compito di liberarsi di una zavorra e di costruire una propria classe dirigente. Vogliono questo il governo e il Settentrione? C'è da dubitarne, a giudicare da qualche buon samaritano che sembra, di nuovo, pronto al "soccorso".


Fonte:
Denaro.it del 10-09-2009 num. 167

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