mercoledì 21 gennaio 2009

Catanzaro - Salerno: 3 - 2


Mentre il ministro delle Finanze Giulio Tremonti fa capolino negli studi del mansueto Fabio Fazio per mentire spudoratamente di fronte a milioni di Italiani ("Air France l'anno scorso non aveva mai fatto alcuna offerta e comunque, se l'ha fatta, non è mai cambiata nel tempo") e parla allegramente, tra una battuta e l'altra, della crescita indiscriminata del debito pubblico, quasi da spettatore esterno, come se fosse qualcosa che non lo riguardasse e le colpe fossero da ricercare chissà dove e non in colui che al debito pubblico dovrebbe mettere una pezza.

Mentre Villari resiste eroico sulla sua poltrona (io ormai comincio a fare il tifo per lui), indifferente a qualsiasi richiamo istituzionale, espulso dal suo ex partito e delegittimato persino da coloro che l'avevano votato in massa.

Mentre Berlusconi minaccia che "è ora di riprendersi in mano l'azienda RAI", come se già non la controllasse abbastanza.

Mentre Fini, travalicando senza decenza il proprio ruolo istituzionale, invoca una censura immediata per l'eversivo programma di Michele Santoro.

Mentre, insomma, si consuma il solito teatrino tipicamente italiano, è arrivata ieri sera, e, per altro, già scomparsa oggi da tutti i quotidiani online, la notizia della conclusione della vicenda che vedeva coinvolti i magistrati di Salerno e Catanzaro, i cui comportamenti erano stati accomunati da tutti i giornali e tutte le televisioni di regime sotto il motto di "guerra fra procure".

Il CSM, guidato da Nicola Mancino, ha accolto puntualmente quasi tutte le richieste avanzate dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, che la settimana scorsa era entrato a gambe unite nella faccenda, stigmatizzando soprattutto l'operato dei magistrati di Salerno, guidati da quel poco di buono di Apicella, per il quale non si richiedeva solo la sospensione dall'incarico, ma addirittura l'abolizione dello stipendio. In attesa forse della reintroduzione della fucilazione. Ma per quello c'è ancora tempo.

Un'intrusione, quella del ministro, che, come ha puntualmente fatto notare Marco Travaglio, sarebbe stata degna del regime fascista. Anzi, durante il fascismo, il potere politico non si era spinto a tanto. Mai, nella storia dell'Italia repubblicana, un ministro si era permesso di sindacare sul merito di un'indagine, di esprimere pareri personali sulla liceità dell'operato di un magistrato, e, sulla base di questi, chiedere a gran voce la sua censura e rimozione dall'incarico. Un stupro della Costituzione, alla voce: indipendenza della magistratura dal potere politico.

Alfano, il poveretto, che probabilmente nemmeno sa quello che dice e nemmeno è al corrente del fatto che non sta a lui dare giudizi sulla bontà di un'indagine, si è arrogato il diritto di sgretolare, con motivazioni deliranti e giuridicamente risibili, le 1400 pagine dell'atto con cui la procura di Salerno ha sequestrato gli incartamenti di "Why not" alla procura di Catanzaro. Parla di "atto abnorme" (quelle 1400 pagine gli sono sembrate decisamente troppe) e di "difesa acritica di De Magistris da parte dei magistrati di Salerno". Un ministro che lancia accuse gratuite di faziosità a dei giudici sulla base di proprie personali opinioni. Un abominio giuridico da parte di colui che la giustizia dovrebbe farla funzionare.

Nicola Mancino, che in questi giorni è indaffarato a rispondere goffamente alle accuse del figlio di Vito Ciancimino e a cercare di far credere che lui Paolo Borsellino non sapesse nemmeno che faccia avesse, ha preso la palla al balzo e ha guidato il CSM verso una decisione sconcertante. La minaccia mafioseggiante di Alfano è stata messa in pratica alla perfezione: Apicella, il procuratore generale di Salerno, è stato definitivamente sollevato dall'incarico ed è stato pure privato dello stipendio. Un uomo moralmente e professionalmente distrutto. Ammazzato. Umiliato. Nemmeno lo stipendio. Un lebbroso della magistratura. Annientato come nemmeno il tritolo avrebbe saputo fare. E, insieme a lui, sono stati trasferiti pure i due sostituti procuratori. Un'intera procura spazzata via, incenerita con metodologie di stampo fascista.

La notizia ha fatto poco rumore. Nessuno si è scandalizzato. Una morte annunciata, verrebbe da dire. Alcuni, addirittura, hanno plaudito. Alcuni addetti ai lavori, intendo. Quel fenomeno di Luca Palamara, presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, proprio quell'associazione che dovrebbe tutelare i magistrati, ha esultato ed esaltato la celerità dell'azione del CSM, che ha dimostrato come "la giustizia abbia al suo interno gli anticorpi". Come se i magistrati di Salerno fossero dei pericolosi virus da debellare nel più breve tempo possibile. Luca Palamara è lo stesso che ogni due per tre fa finta di rivendicare l'indipendenza della magistratura nei confronti del potere politico. Poi, quando il potere politico effettivamente mette mani e piedi in territorio che non gli compete, non solo non reagisce, ma addirittura china il capo e si spertica in odiose lodi.

Non solo. Vi ricordate la guerra fra procure? Vi ricordate che il CSM aveva preannunciato il trasferimento dei tre magistrtati di Salerno e dei quattro di Catanzaro? Un pari e patta pilatesco? Bene. Io avevo i miei dubbi che sarebbe andata finire così. Era chiaro che chi doveva essere punito era Salerno, non Catanzaro. Salerno aveva cercato di far luce sulle verità di De Magistris e, siccome De Magistris, per definizione, non può avere ragione, Salerno doveva essere punito in modo esemplare. Il fatto che Catanzaro fosse finito nel calderone era un semplice modo per cercare di nascondere il vero obiettivo: stroncare Apicella e impedire ai suoi sostituti di proseguire le indagini.

E così è stato. A Catanzaro, solo il procuratore generale e un suo sostituto sono stati trasferiti. I due sostituti che lavorano sulla scottante inchiesta "Why not", quella estirpata dalle mani di De Magistris, non sono stati assolutamente toccati. Saranno liberi di proseguire con il lavoro, senza il pericolo che l'Apicella di turno richieda e sequestri loro gli incartamenti. Catanzaro batte Salerno 3 a 2. Altro che pareggio. Cornuti e mazziati.

E pensare che l'unico organo competente in materia, settimana scorsa, ha espresso il suo verdetto sulla vicenda. Non il presidente della repubblica. Non il ministro della giustizia. Non il vicepresidente del CSM. Non il presidente dell'ANM. Ma: il Tribunale del Riesame di Salerno. E cosa ha stabilito il Tribunale del Riesame di Salerno? Ha stabilito che il decreto di perquisizione disposto da Apicella era assolutamente legittimo. Nessun atto abnorme. Nessun gesto inaudito. Apicella ha operato nel rispetto della legge.

Nessun organo di informazione, nessun giornalista, nessuno tranne Marco Travaglio, ha riportato questa notizia. Che era poi la Notizia con la enne maiuscola. Quella che avrebbe ribaltato le carte in tavola. Che avrebbe spiazzato d'un colpo tutti quei piccoli fascistelli che richiedevano a gran voce pene esemplari. Ma niente paura: nessuno lo sa.

Apicella ha perso il suo lavoro e il suo stipendio senza un motivo.
E' stato annientato senza aver commesso alcuna infrazione.

La mafia usava le bombe.
Il fascismo usava il manganello e l'olio di ricino.
Questo regime piduista in cui ormai si è trasformata l'Italia usa semplicemente il potere senza scrupolo. Solo quello: il potere senza scrupolo.
Conscio dell'inerzia dell'opinione pubblica.
Ed è molto, molto peggio.


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Mentre il ministro delle Finanze Giulio Tremonti fa capolino negli studi del mansueto Fabio Fazio per mentire spudoratamente di fronte a milioni di Italiani ("Air France l'anno scorso non aveva mai fatto alcuna offerta e comunque, se l'ha fatta, non è mai cambiata nel tempo") e parla allegramente, tra una battuta e l'altra, della crescita indiscriminata del debito pubblico, quasi da spettatore esterno, come se fosse qualcosa che non lo riguardasse e le colpe fossero da ricercare chissà dove e non in colui che al debito pubblico dovrebbe mettere una pezza.

Mentre Villari resiste eroico sulla sua poltrona (io ormai comincio a fare il tifo per lui), indifferente a qualsiasi richiamo istituzionale, espulso dal suo ex partito e delegittimato persino da coloro che l'avevano votato in massa.

Mentre Berlusconi minaccia che "è ora di riprendersi in mano l'azienda RAI", come se già non la controllasse abbastanza.

Mentre Fini, travalicando senza decenza il proprio ruolo istituzionale, invoca una censura immediata per l'eversivo programma di Michele Santoro.

Mentre, insomma, si consuma il solito teatrino tipicamente italiano, è arrivata ieri sera, e, per altro, già scomparsa oggi da tutti i quotidiani online, la notizia della conclusione della vicenda che vedeva coinvolti i magistrati di Salerno e Catanzaro, i cui comportamenti erano stati accomunati da tutti i giornali e tutte le televisioni di regime sotto il motto di "guerra fra procure".

Il CSM, guidato da Nicola Mancino, ha accolto puntualmente quasi tutte le richieste avanzate dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, che la settimana scorsa era entrato a gambe unite nella faccenda, stigmatizzando soprattutto l'operato dei magistrati di Salerno, guidati da quel poco di buono di Apicella, per il quale non si richiedeva solo la sospensione dall'incarico, ma addirittura l'abolizione dello stipendio. In attesa forse della reintroduzione della fucilazione. Ma per quello c'è ancora tempo.

Un'intrusione, quella del ministro, che, come ha puntualmente fatto notare Marco Travaglio, sarebbe stata degna del regime fascista. Anzi, durante il fascismo, il potere politico non si era spinto a tanto. Mai, nella storia dell'Italia repubblicana, un ministro si era permesso di sindacare sul merito di un'indagine, di esprimere pareri personali sulla liceità dell'operato di un magistrato, e, sulla base di questi, chiedere a gran voce la sua censura e rimozione dall'incarico. Un stupro della Costituzione, alla voce: indipendenza della magistratura dal potere politico.

Alfano, il poveretto, che probabilmente nemmeno sa quello che dice e nemmeno è al corrente del fatto che non sta a lui dare giudizi sulla bontà di un'indagine, si è arrogato il diritto di sgretolare, con motivazioni deliranti e giuridicamente risibili, le 1400 pagine dell'atto con cui la procura di Salerno ha sequestrato gli incartamenti di "Why not" alla procura di Catanzaro. Parla di "atto abnorme" (quelle 1400 pagine gli sono sembrate decisamente troppe) e di "difesa acritica di De Magistris da parte dei magistrati di Salerno". Un ministro che lancia accuse gratuite di faziosità a dei giudici sulla base di proprie personali opinioni. Un abominio giuridico da parte di colui che la giustizia dovrebbe farla funzionare.

Nicola Mancino, che in questi giorni è indaffarato a rispondere goffamente alle accuse del figlio di Vito Ciancimino e a cercare di far credere che lui Paolo Borsellino non sapesse nemmeno che faccia avesse, ha preso la palla al balzo e ha guidato il CSM verso una decisione sconcertante. La minaccia mafioseggiante di Alfano è stata messa in pratica alla perfezione: Apicella, il procuratore generale di Salerno, è stato definitivamente sollevato dall'incarico ed è stato pure privato dello stipendio. Un uomo moralmente e professionalmente distrutto. Ammazzato. Umiliato. Nemmeno lo stipendio. Un lebbroso della magistratura. Annientato come nemmeno il tritolo avrebbe saputo fare. E, insieme a lui, sono stati trasferiti pure i due sostituti procuratori. Un'intera procura spazzata via, incenerita con metodologie di stampo fascista.

La notizia ha fatto poco rumore. Nessuno si è scandalizzato. Una morte annunciata, verrebbe da dire. Alcuni, addirittura, hanno plaudito. Alcuni addetti ai lavori, intendo. Quel fenomeno di Luca Palamara, presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, proprio quell'associazione che dovrebbe tutelare i magistrati, ha esultato ed esaltato la celerità dell'azione del CSM, che ha dimostrato come "la giustizia abbia al suo interno gli anticorpi". Come se i magistrati di Salerno fossero dei pericolosi virus da debellare nel più breve tempo possibile. Luca Palamara è lo stesso che ogni due per tre fa finta di rivendicare l'indipendenza della magistratura nei confronti del potere politico. Poi, quando il potere politico effettivamente mette mani e piedi in territorio che non gli compete, non solo non reagisce, ma addirittura china il capo e si spertica in odiose lodi.

Non solo. Vi ricordate la guerra fra procure? Vi ricordate che il CSM aveva preannunciato il trasferimento dei tre magistrtati di Salerno e dei quattro di Catanzaro? Un pari e patta pilatesco? Bene. Io avevo i miei dubbi che sarebbe andata finire così. Era chiaro che chi doveva essere punito era Salerno, non Catanzaro. Salerno aveva cercato di far luce sulle verità di De Magistris e, siccome De Magistris, per definizione, non può avere ragione, Salerno doveva essere punito in modo esemplare. Il fatto che Catanzaro fosse finito nel calderone era un semplice modo per cercare di nascondere il vero obiettivo: stroncare Apicella e impedire ai suoi sostituti di proseguire le indagini.

E così è stato. A Catanzaro, solo il procuratore generale e un suo sostituto sono stati trasferiti. I due sostituti che lavorano sulla scottante inchiesta "Why not", quella estirpata dalle mani di De Magistris, non sono stati assolutamente toccati. Saranno liberi di proseguire con il lavoro, senza il pericolo che l'Apicella di turno richieda e sequestri loro gli incartamenti. Catanzaro batte Salerno 3 a 2. Altro che pareggio. Cornuti e mazziati.

E pensare che l'unico organo competente in materia, settimana scorsa, ha espresso il suo verdetto sulla vicenda. Non il presidente della repubblica. Non il ministro della giustizia. Non il vicepresidente del CSM. Non il presidente dell'ANM. Ma: il Tribunale del Riesame di Salerno. E cosa ha stabilito il Tribunale del Riesame di Salerno? Ha stabilito che il decreto di perquisizione disposto da Apicella era assolutamente legittimo. Nessun atto abnorme. Nessun gesto inaudito. Apicella ha operato nel rispetto della legge.

Nessun organo di informazione, nessun giornalista, nessuno tranne Marco Travaglio, ha riportato questa notizia. Che era poi la Notizia con la enne maiuscola. Quella che avrebbe ribaltato le carte in tavola. Che avrebbe spiazzato d'un colpo tutti quei piccoli fascistelli che richiedevano a gran voce pene esemplari. Ma niente paura: nessuno lo sa.

Apicella ha perso il suo lavoro e il suo stipendio senza un motivo.
E' stato annientato senza aver commesso alcuna infrazione.

La mafia usava le bombe.
Il fascismo usava il manganello e l'olio di ricino.
Questo regime piduista in cui ormai si è trasformata l'Italia usa semplicemente il potere senza scrupolo. Solo quello: il potere senza scrupolo.
Conscio dell'inerzia dell'opinione pubblica.
Ed è molto, molto peggio.


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