mercoledì 17 dicembre 2008

Per D'Alfonso e Del Turco stesse accuse ma diverso trattamento


Di Michele Ruschioni


Altro colpo alla credibilità del Partito Democratico.
Ultimo protagonista Luciano d’Alfonso, sindaco di Pescara e coordinatore regionale del Pd. Finisce ai domiciliari con l'accusa di corruzione e concussione.
Notizia comunicata all’interessato e agli organi di stampa poche ore dopo la chiusura dei seggi.

Ora sembrerà qualunquista dirlo, ma lo spettacolo offerto dalla Procura di Pescara, la stessa che spedì in carcere il Governatore Ottaviano Del Turco, rimanda allo spiacevole walzer dei due pesi e due misure. Da un lato il Governatore regionale, che nel mese di Luglio è stato sbattuto dietro le sbarre e fatto oggetto di pubblico e massmediatico ludibrio, dall’altro il primo cittadino pescarese e coordinatore regionale del Pd, messo sotto inchiesta ma spedito quasi silenziosamente ai domiciliari.

Stesse le accuse rivolte ai due: tangenti e concussione. Nel settore della sanità pubblica per Del Turco, negli appalti per la gestione dei cimiteri e per la gestione di alcuni terreni della città ( l’area di risulta) per il sindaco. Stesso anche il Procuratore Capo che coordina le due indagini, Nicola Trifuoggi. Noto perché nel 1984 fu uno dei tre pretori d’assalto che oscurò le reti Fininvest e perché due anni fa fece arrestare il sindaco di sinistra di Montesilvano, cittadina in provincia di Pescara. Del Turco si è fatto venticinque giorni di carcere, è uscito l’undici di agosto al seguito della concessione dei domiciliari, D’Alfonso invece non ha passato nemmeno un’ora dietro le sbarre.

Giustizialismo e garantismo si concretizzano nelle vicende dei due leader Pd.
Di fronte a risvolti così diversi è sorto un unico ma pesante interrogativo: come mai due atteggiamenti così diversi? C’è chi ipotizza che le accuse di Del Turco fossero più gravi rispetto a quelle rivolte al sindaco di Pescara. I rumors che si inseguono parlano invece di un atteggiamento di riguardo del Procuratore capo nei confronti del sindaco, altri sostengono che Del Turco abbia pagato con le sbarre la richiesta di protezione alla corte d’appello. Fino all’ultimo pare che la procura di Pescara abbia cercato di evitare il carcere per il sindaco. C’è anche chi indaga nel rapporto tra D’Alfonso e Trifuoggi, nessuno lo dice apertamente, ma pare che i due fossero amici “in tutte le occasioni pubbliche in cui apparivano insieme, si notava una certa sintonia”, il commento che si rincorre in queste ore nella cittadina adriatica.

La posizione del sindaco di Pescara si era fatta delicata da quando, circa due anni fa, il settimanale l’Espresso aveva sollevato il caso degli spostamenti del primo cittadino a bordo dell’aereo privato dell’imprenditore Toto, già proprietario di Airone, il quale poi avrebbe ottenuto, grazie all’appoggio di D’Alfonso, importanti appalti in città. Sei mesi fa i segnali che hanno poi portato all’epilogo di ieri: viene arrestato Guido D’Ezio, stretto collaboratore del sindaco. Seguì la notifica di un avviso di garanzia al primo cittadino. Secondo i ben informati poteva essere arrestato anche due mesi fa. Per Alessio Di Carlo, responsabile abruzzese dei riformatori liberale “è difficile credere che i requisiti di gravità ed urgenza che la legge prevede per sottoporre qualcuno a detenzione preventiva si siano concretizzati ad urne appena chiuse, ci pare più ragionevole pensare che quegli elementi, se esistenti, lo fossero già da diverso tempo. In questo caso, dunque, gli inquirenti avrebbero commesso un atto di grave irresponsabilità procrastinando l'emissione del provvedimento al momento successivo allo svolgimento delle elezioni regionali”. Logica vuole che se quegli elementi non vi erano fino a poco tempo fa o anche solo fino a due giorni prima del voto, è difficile pensare che si siano resi evidenti proprio ieri sera. “In tal caso”, secondo Di Carlo,
“ci troveremmo di fronte ad un provvedimento giuridicamente abnorme”.

Entrambi i due indagati sono difesi dall'avvocato Giuliano Milia che assiste anche altri indagati per le presunte tangenti nella sanità. I due uomini del Pd fino a pochi mesi erano in pratica i padroni dell’Abruzzo, una regione dove le giunte di centrodestra si contano sulle dita di una mano, tra loro non scorreva buon sangue. La bufera giudiziaria ha spazzato una cappa di potere che veniva gestita da decenni dalla sinistra.

Finito tutto? Macchè. Molti sono convinti che seguiranno altri colpi di scena.

Un altro settore molto delicato è quello della gestione delle acque in merito alla quale sono indagati Bruno Catena, presidente dell’Aca (Azienda Consortile Acquedottistica) e Donato di Matteo, pezzo grosso del Pd, un uomo da migliaia di voti che ha dovuto rinunciare a candidarsi per un gioco di veti incrociati imposti da Di Pietro ai suoi alleati. Proprio il leader dell’Italia dei valori esce rafforzato nel rapporto con il Partito Democratico. Prima la crescita del suo partito, poi l’inciampo giudiziario di Del Turco e D’Alfonso. Per un Natale perfetto a Tonino manca solo il tintinnio delle manette in sottofondo.

Fonte:L'Occidentale
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Di Michele Ruschioni


Altro colpo alla credibilità del Partito Democratico.
Ultimo protagonista Luciano d’Alfonso, sindaco di Pescara e coordinatore regionale del Pd. Finisce ai domiciliari con l'accusa di corruzione e concussione.
Notizia comunicata all’interessato e agli organi di stampa poche ore dopo la chiusura dei seggi.

Ora sembrerà qualunquista dirlo, ma lo spettacolo offerto dalla Procura di Pescara, la stessa che spedì in carcere il Governatore Ottaviano Del Turco, rimanda allo spiacevole walzer dei due pesi e due misure. Da un lato il Governatore regionale, che nel mese di Luglio è stato sbattuto dietro le sbarre e fatto oggetto di pubblico e massmediatico ludibrio, dall’altro il primo cittadino pescarese e coordinatore regionale del Pd, messo sotto inchiesta ma spedito quasi silenziosamente ai domiciliari.

Stesse le accuse rivolte ai due: tangenti e concussione. Nel settore della sanità pubblica per Del Turco, negli appalti per la gestione dei cimiteri e per la gestione di alcuni terreni della città ( l’area di risulta) per il sindaco. Stesso anche il Procuratore Capo che coordina le due indagini, Nicola Trifuoggi. Noto perché nel 1984 fu uno dei tre pretori d’assalto che oscurò le reti Fininvest e perché due anni fa fece arrestare il sindaco di sinistra di Montesilvano, cittadina in provincia di Pescara. Del Turco si è fatto venticinque giorni di carcere, è uscito l’undici di agosto al seguito della concessione dei domiciliari, D’Alfonso invece non ha passato nemmeno un’ora dietro le sbarre.

Giustizialismo e garantismo si concretizzano nelle vicende dei due leader Pd.
Di fronte a risvolti così diversi è sorto un unico ma pesante interrogativo: come mai due atteggiamenti così diversi? C’è chi ipotizza che le accuse di Del Turco fossero più gravi rispetto a quelle rivolte al sindaco di Pescara. I rumors che si inseguono parlano invece di un atteggiamento di riguardo del Procuratore capo nei confronti del sindaco, altri sostengono che Del Turco abbia pagato con le sbarre la richiesta di protezione alla corte d’appello. Fino all’ultimo pare che la procura di Pescara abbia cercato di evitare il carcere per il sindaco. C’è anche chi indaga nel rapporto tra D’Alfonso e Trifuoggi, nessuno lo dice apertamente, ma pare che i due fossero amici “in tutte le occasioni pubbliche in cui apparivano insieme, si notava una certa sintonia”, il commento che si rincorre in queste ore nella cittadina adriatica.

La posizione del sindaco di Pescara si era fatta delicata da quando, circa due anni fa, il settimanale l’Espresso aveva sollevato il caso degli spostamenti del primo cittadino a bordo dell’aereo privato dell’imprenditore Toto, già proprietario di Airone, il quale poi avrebbe ottenuto, grazie all’appoggio di D’Alfonso, importanti appalti in città. Sei mesi fa i segnali che hanno poi portato all’epilogo di ieri: viene arrestato Guido D’Ezio, stretto collaboratore del sindaco. Seguì la notifica di un avviso di garanzia al primo cittadino. Secondo i ben informati poteva essere arrestato anche due mesi fa. Per Alessio Di Carlo, responsabile abruzzese dei riformatori liberale “è difficile credere che i requisiti di gravità ed urgenza che la legge prevede per sottoporre qualcuno a detenzione preventiva si siano concretizzati ad urne appena chiuse, ci pare più ragionevole pensare che quegli elementi, se esistenti, lo fossero già da diverso tempo. In questo caso, dunque, gli inquirenti avrebbero commesso un atto di grave irresponsabilità procrastinando l'emissione del provvedimento al momento successivo allo svolgimento delle elezioni regionali”. Logica vuole che se quegli elementi non vi erano fino a poco tempo fa o anche solo fino a due giorni prima del voto, è difficile pensare che si siano resi evidenti proprio ieri sera. “In tal caso”, secondo Di Carlo,
“ci troveremmo di fronte ad un provvedimento giuridicamente abnorme”.

Entrambi i due indagati sono difesi dall'avvocato Giuliano Milia che assiste anche altri indagati per le presunte tangenti nella sanità. I due uomini del Pd fino a pochi mesi erano in pratica i padroni dell’Abruzzo, una regione dove le giunte di centrodestra si contano sulle dita di una mano, tra loro non scorreva buon sangue. La bufera giudiziaria ha spazzato una cappa di potere che veniva gestita da decenni dalla sinistra.

Finito tutto? Macchè. Molti sono convinti che seguiranno altri colpi di scena.

Un altro settore molto delicato è quello della gestione delle acque in merito alla quale sono indagati Bruno Catena, presidente dell’Aca (Azienda Consortile Acquedottistica) e Donato di Matteo, pezzo grosso del Pd, un uomo da migliaia di voti che ha dovuto rinunciare a candidarsi per un gioco di veti incrociati imposti da Di Pietro ai suoi alleati. Proprio il leader dell’Italia dei valori esce rafforzato nel rapporto con il Partito Democratico. Prima la crescita del suo partito, poi l’inciampo giudiziario di Del Turco e D’Alfonso. Per un Natale perfetto a Tonino manca solo il tintinnio delle manette in sottofondo.

Fonte:L'Occidentale

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