mercoledì 27 agosto 2008

L'isola di Malu Entu si dichiara indipendente

Di Gaia Cesare

Il vento soffia. E forte. Così il «presidente» è costretto a urlare: «Solo? No, non sono solo. Eccolo, all'orizzonte c'è un motoscafo. Sono indipendentisti anche loro».
Parla da uno scoglio il «presidente»: «Ho di fronte delle rocce splendide, ritagliate dalle onde del mare.
È un incanto pensare che ci sono voluti centinaia di migliaia di anni per formarsi».
Poi la voce si alza ancora, ma stavolta è per la foga: «Come in una navicella spaziale, ognuno deve avere il proprio posto. E siccome mi sento un passeggero del pianeta terra, rivendico anch'io il posto che mi spetta».
Il posto è l'isola di Mal di Ventre, sulla carta proprietà della società «Turistica Cabras», in mano a un inglese.
Ma per il «presidente» è «Malu Entu», in sardo, come quel «vento cattivo» che soffia di continuo. Poco più di otto chilometri quadrati (813.165 metri quadrati per la precisione), costa centro-occidentale della Sardegna, a metà strada fra Sassari e Cagliari. Disabitata, dicono.
Ma Salvatore Meloni è lì. D'altra parte è alla guida della «Repubblica».
Sì, perché questo sessantacinquenne col pallino dell'indipendenza è stato eletto «capo di stato» da un centinaio di militanti in lotta per l'autodeterminazione dei popoli.
E ha formato un governo: Felice Pani agli Esteri, Alessandra Meli alle Finanze, Paolo Peddis all’Agricoltura. «Lo avevo detto e l'ho fatto: il 4 maggio ho compiuto 65 anni. I miei coetanei sono andati in pensione e io - come promesso - ho ricominciato la mia battaglia per la libertà. Per riprendermi quest'isola, tanto per cominciare. Poi faremo gli altri passi, rivendicando l'indipendenza di tutta la Sardegna».
Insomma, la battaglia del «presidente», ex autotrasportatore, una vita passata a Terralba (Oristano), comincia da questi scogli ma è approdata a New York. In una lettera inviata il 27 luglio «il presidente» chiede che «nello spirito della Carta di San Francisco» il governo di Malu Entu - «che ha deliberato in forma unilaterale l'indipendenza statuale» dell'isola, sia ammesso e difeso «da ogni atto ostile che avvenga contro il nostro popolo».
Poi l'indicazione dei limiti territoriali e infine delle caratteristiche della bandiera.
D’altra parte lui e gli altri indipendentisti si occupano dell’isolotto dal lontano 1974 e ora dicono: «Esistono gli estremi per l’usucapione».Doddore - questo il nome di battaglia - fa sul serio.
Lo dimostra il fatto che non è per nulla nuovo a iniziative del genere. La sua lotta gli è già costata una condanna a nove anni di carcere per «cospirazione contro lo Stato», la perdita di tutti i diritti politici e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Era il 1978. «Avevamo decretato l’indipendenza dell’isola e sottolineato che il Partito Sardo d’Azione, nel quale militavo, si prefiggeva l’indipendenza di tutta la Sardegna».
Per questo ha pagato. «In carcere ho fatto uno sciopero della fame che mi ha provocato non pochi problemi di salute».
Ma Doddore non demorde.
Stavolta vuole fare ancora di più. «Per questo mi sono rivolto all’Onu, perché si applichi il principio di autodeterminazione dei popoli. La Sardegna ha una civiltà millenaria, perché dovremmo stare sotto l’Italia?».
E ancora: «Dico agli italiani quello che il re degli Zulù disse agli inglesi: questa terra è di coloro che devono nascere. L’isola è nostra. Chi ce la può prendere?». Nessun astio, però, nei confronti del «continente»: «Siamo una repubblica pacifica, che vivrà di eolico, fotovoltaico. Per ora qui non c’è nulla, non c’è una casa, solo un faro. Pensiamo di cominciare costruendo case di legno».
Poi torna alle questioni politiche, il «presidente»: «Troppe le nazioni non riconosciute nel mondo. Siamo come gli indiani d’America, noi. Come il Quebec, la Groenlandia, l’Ossezia».
Si ferma un attimo, forse guarda lontano: «L’isola è piena di conigli, tartarughe, foche. Io da qui non mi muovo».
ilgiornale.it
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Di Gaia Cesare

Il vento soffia. E forte. Così il «presidente» è costretto a urlare: «Solo? No, non sono solo. Eccolo, all'orizzonte c'è un motoscafo. Sono indipendentisti anche loro».
Parla da uno scoglio il «presidente»: «Ho di fronte delle rocce splendide, ritagliate dalle onde del mare.
È un incanto pensare che ci sono voluti centinaia di migliaia di anni per formarsi».
Poi la voce si alza ancora, ma stavolta è per la foga: «Come in una navicella spaziale, ognuno deve avere il proprio posto. E siccome mi sento un passeggero del pianeta terra, rivendico anch'io il posto che mi spetta».
Il posto è l'isola di Mal di Ventre, sulla carta proprietà della società «Turistica Cabras», in mano a un inglese.
Ma per il «presidente» è «Malu Entu», in sardo, come quel «vento cattivo» che soffia di continuo. Poco più di otto chilometri quadrati (813.165 metri quadrati per la precisione), costa centro-occidentale della Sardegna, a metà strada fra Sassari e Cagliari. Disabitata, dicono.
Ma Salvatore Meloni è lì. D'altra parte è alla guida della «Repubblica».
Sì, perché questo sessantacinquenne col pallino dell'indipendenza è stato eletto «capo di stato» da un centinaio di militanti in lotta per l'autodeterminazione dei popoli.
E ha formato un governo: Felice Pani agli Esteri, Alessandra Meli alle Finanze, Paolo Peddis all’Agricoltura. «Lo avevo detto e l'ho fatto: il 4 maggio ho compiuto 65 anni. I miei coetanei sono andati in pensione e io - come promesso - ho ricominciato la mia battaglia per la libertà. Per riprendermi quest'isola, tanto per cominciare. Poi faremo gli altri passi, rivendicando l'indipendenza di tutta la Sardegna».
Insomma, la battaglia del «presidente», ex autotrasportatore, una vita passata a Terralba (Oristano), comincia da questi scogli ma è approdata a New York. In una lettera inviata il 27 luglio «il presidente» chiede che «nello spirito della Carta di San Francisco» il governo di Malu Entu - «che ha deliberato in forma unilaterale l'indipendenza statuale» dell'isola, sia ammesso e difeso «da ogni atto ostile che avvenga contro il nostro popolo».
Poi l'indicazione dei limiti territoriali e infine delle caratteristiche della bandiera.
D’altra parte lui e gli altri indipendentisti si occupano dell’isolotto dal lontano 1974 e ora dicono: «Esistono gli estremi per l’usucapione».Doddore - questo il nome di battaglia - fa sul serio.
Lo dimostra il fatto che non è per nulla nuovo a iniziative del genere. La sua lotta gli è già costata una condanna a nove anni di carcere per «cospirazione contro lo Stato», la perdita di tutti i diritti politici e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Era il 1978. «Avevamo decretato l’indipendenza dell’isola e sottolineato che il Partito Sardo d’Azione, nel quale militavo, si prefiggeva l’indipendenza di tutta la Sardegna».
Per questo ha pagato. «In carcere ho fatto uno sciopero della fame che mi ha provocato non pochi problemi di salute».
Ma Doddore non demorde.
Stavolta vuole fare ancora di più. «Per questo mi sono rivolto all’Onu, perché si applichi il principio di autodeterminazione dei popoli. La Sardegna ha una civiltà millenaria, perché dovremmo stare sotto l’Italia?».
E ancora: «Dico agli italiani quello che il re degli Zulù disse agli inglesi: questa terra è di coloro che devono nascere. L’isola è nostra. Chi ce la può prendere?». Nessun astio, però, nei confronti del «continente»: «Siamo una repubblica pacifica, che vivrà di eolico, fotovoltaico. Per ora qui non c’è nulla, non c’è una casa, solo un faro. Pensiamo di cominciare costruendo case di legno».
Poi torna alle questioni politiche, il «presidente»: «Troppe le nazioni non riconosciute nel mondo. Siamo come gli indiani d’America, noi. Come il Quebec, la Groenlandia, l’Ossezia».
Si ferma un attimo, forse guarda lontano: «L’isola è piena di conigli, tartarughe, foche. Io da qui non mi muovo».
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