mercoledì 16 dicembre 2009

I Borboni non erano quello che ci hanno insegnato a scuola!


L'industria meridionale
nel Regno
delle Due Sicilie

Proviamo a fare un piccolo test che chiameremo "la colazione e il pranzo del Meridionale". Leggete le etichette dei prodotti alimentari consumati ogni giorno: vi accorgerete che i biscotti sono del Mulino Bianco di Novara, il latte Parmalat di Parma, il caffè Lavazza di Vignasco-Milano, lo zucchero di Castel Maggiore a Bologna, la pasta Barilla sempre di Novara, la salsa Pomi di Brescia, il pollo Arena di Agrate Brianza; e se vi lavate le mani, il sapone sarà Palmolive e viene da Venezia e se vi fa male lo stomaco anche l'Alka Seltzer è fatta a Verona: tutto ciò che compriamo, mangiamo, beviamo, usiamo, viene dal Nord.
Vi siete mai chiesti perché non usate orologi Bernard, liquirizia Carafa, vini Ciccolella, cioccolato Clouvete, o l'amaro Di Giovanni, il sapone Bevilaqua, gli sciroppi per la tosse Ferrara o le maglie Mazzetti, la pasta di Battista e così via?
Quelli che avete appena sentito sono solo alcuni nomi di fabbriche del Sud famose prima del 1860.
Una delle scienze più belle, perché lega storia e fantasia, è l'ucronia, storia scientifica dei se: che cosa sarebbe successo se la storia non fosse andata così come sappiamo? Come sarebbe ora il Sud, Napoli, se Garibaldi non fosse sbarcato a Marsala?
Vediamo le proiezioni: l'industria metalmeccanica contava oltre 100 opifici 1200 operai; Pietrarsa (che potete ancora visitare), con le sue caldaie, le sue motrici a vapore, le sue locomotive, su 34000 metri quadri, l'unica fabbrica italiana a produrre rotaie, nel 1860 è la fabbrica metalmeccanica italiana con più operai (1050 contro i 500 dell'Ansaldo di Genova). Le officine Breda e Fiat nacquero una cinquantina di anni dopo; Fiorente era anche l'industria cantieristica: solo a Castellammare di Stabia lavoravano 1800 persone; nel Giugno del '60 si stava costruendo il primo vascello corazzato ad elica "Monarca" la più grande nave da guerra italiana con i suoi settanta cannoni. Il solo arsenale della marina napoletana occupava 1600 persone. Fra le migliori in Europa poi, le Reali Manifatture di armi bianche e da fuoco di Torre Annunziata.
L’industria tessile contava 300 opifici e 3000 addetti. Giustamente famose le Reali Fabbriche di San Leucio a Caserta volute da Ferdinando IV e che costituivano un’iniziativa industriale, economica, sociale e civile unica al mondo. Molto apprezzati anche i prodotti della Compagnia Sebezia a Napoli, quelli della Società Partenopea o del Real Convitto dei Carminello e degli stabilimenti di Portici, Vico, Aversa, Sulmona, Lecce, Potenza. In complesso, lavoravano per la seta 20000 operai in 600 opifici. Il cotone, il lino e la canapa facevano lavorare 18000 operai in più di 200 opifici. Ancora più diffusi i lanifici (9000 addetti, 300 stabilimenti): il Sava a Napoli forniva pantaloni di panno rosso allarmata napoletana ed a quella francese. Numerosi i maglifici, i tappetifici e le manifatture di merletti, cappelli e vestiti. In totale erano 48000 addetti e 1200 fabbriche. In ottimo stato era l’industria della carta, nel Salernitano, quella del vetro, dei tabacco, quella chimica, quella conciarla. quella alimentare, edilizia, le oreficerie, le tipografie. Famose erano le ceramiche e le maioliche, esportate in Tunisia e in Grecia.

Con l'unità d'Italia, una dopo l'altra, queste fabbriche fallirono.
Lo Stato italiano avviò una politica libero-scambista e liberista, facendo della Lombardia e del Piemonte i centri della nuova Italia unita: le mancate commesse, soprattutto militari e ferroviarie (un solo dato significativo: nel 1885 delle 600 locomotive occorrenti in Italia, solo 70 furono appaltate al Sud), affossarono le industrie meridionali. Tra il 1860 e il 1871, l'industria meridionale passò da 750.000 a 195.000 addetti, quella del Nord da 350.000 a 4.400.000.
Inutile ricordare che 443 erano i milioni di lire nel nostro Regno prima dell'unità mentre 661 erano quelli di tutti gli stati italiani messi insieme (nostri inclusi).
Il Sud era ormai diventato il mercato del Nord.


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L'industria meridionale
nel Regno
delle Due Sicilie

Proviamo a fare un piccolo test che chiameremo "la colazione e il pranzo del Meridionale". Leggete le etichette dei prodotti alimentari consumati ogni giorno: vi accorgerete che i biscotti sono del Mulino Bianco di Novara, il latte Parmalat di Parma, il caffè Lavazza di Vignasco-Milano, lo zucchero di Castel Maggiore a Bologna, la pasta Barilla sempre di Novara, la salsa Pomi di Brescia, il pollo Arena di Agrate Brianza; e se vi lavate le mani, il sapone sarà Palmolive e viene da Venezia e se vi fa male lo stomaco anche l'Alka Seltzer è fatta a Verona: tutto ciò che compriamo, mangiamo, beviamo, usiamo, viene dal Nord.
Vi siete mai chiesti perché non usate orologi Bernard, liquirizia Carafa, vini Ciccolella, cioccolato Clouvete, o l'amaro Di Giovanni, il sapone Bevilaqua, gli sciroppi per la tosse Ferrara o le maglie Mazzetti, la pasta di Battista e così via?
Quelli che avete appena sentito sono solo alcuni nomi di fabbriche del Sud famose prima del 1860.
Una delle scienze più belle, perché lega storia e fantasia, è l'ucronia, storia scientifica dei se: che cosa sarebbe successo se la storia non fosse andata così come sappiamo? Come sarebbe ora il Sud, Napoli, se Garibaldi non fosse sbarcato a Marsala?
Vediamo le proiezioni: l'industria metalmeccanica contava oltre 100 opifici 1200 operai; Pietrarsa (che potete ancora visitare), con le sue caldaie, le sue motrici a vapore, le sue locomotive, su 34000 metri quadri, l'unica fabbrica italiana a produrre rotaie, nel 1860 è la fabbrica metalmeccanica italiana con più operai (1050 contro i 500 dell'Ansaldo di Genova). Le officine Breda e Fiat nacquero una cinquantina di anni dopo; Fiorente era anche l'industria cantieristica: solo a Castellammare di Stabia lavoravano 1800 persone; nel Giugno del '60 si stava costruendo il primo vascello corazzato ad elica "Monarca" la più grande nave da guerra italiana con i suoi settanta cannoni. Il solo arsenale della marina napoletana occupava 1600 persone. Fra le migliori in Europa poi, le Reali Manifatture di armi bianche e da fuoco di Torre Annunziata.
L’industria tessile contava 300 opifici e 3000 addetti. Giustamente famose le Reali Fabbriche di San Leucio a Caserta volute da Ferdinando IV e che costituivano un’iniziativa industriale, economica, sociale e civile unica al mondo. Molto apprezzati anche i prodotti della Compagnia Sebezia a Napoli, quelli della Società Partenopea o del Real Convitto dei Carminello e degli stabilimenti di Portici, Vico, Aversa, Sulmona, Lecce, Potenza. In complesso, lavoravano per la seta 20000 operai in 600 opifici. Il cotone, il lino e la canapa facevano lavorare 18000 operai in più di 200 opifici. Ancora più diffusi i lanifici (9000 addetti, 300 stabilimenti): il Sava a Napoli forniva pantaloni di panno rosso allarmata napoletana ed a quella francese. Numerosi i maglifici, i tappetifici e le manifatture di merletti, cappelli e vestiti. In totale erano 48000 addetti e 1200 fabbriche. In ottimo stato era l’industria della carta, nel Salernitano, quella del vetro, dei tabacco, quella chimica, quella conciarla. quella alimentare, edilizia, le oreficerie, le tipografie. Famose erano le ceramiche e le maioliche, esportate in Tunisia e in Grecia.

Con l'unità d'Italia, una dopo l'altra, queste fabbriche fallirono.
Lo Stato italiano avviò una politica libero-scambista e liberista, facendo della Lombardia e del Piemonte i centri della nuova Italia unita: le mancate commesse, soprattutto militari e ferroviarie (un solo dato significativo: nel 1885 delle 600 locomotive occorrenti in Italia, solo 70 furono appaltate al Sud), affossarono le industrie meridionali. Tra il 1860 e il 1871, l'industria meridionale passò da 750.000 a 195.000 addetti, quella del Nord da 350.000 a 4.400.000.
Inutile ricordare che 443 erano i milioni di lire nel nostro Regno prima dell'unità mentre 661 erano quelli di tutti gli stati italiani messi insieme (nostri inclusi).
Il Sud era ormai diventato il mercato del Nord.


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1 commento:

ilpescatore1943 ha detto...

Ciò che trovo di più vergognoso di tutta la vicenda dell'infamante invasione perpetrata nei confronti del Regno delle Due Sicilie è la latitanza dello Stato Italiano nel non dichiarare pubblicamente che tutto quanto è stato scritto e detto in merito all'unità d'Italia E' SOLO MENZOGNA! Menzogna che ancora, a distanza di 150'anni viene insegnata ai ragazzi della Scuola dell'Obbligo, creando in loro una tale confusione che a volte sfocia in liti tra alunno che impara ciò che i libri di testo riportano ed i loro genitori e/o nonni che dicono esattamente il contrario.
Ricordo con piacere e passione quando una professoressa di Storia che insegna al "Fraccacreta" di Bari-Palese, mi fece raggiungere telefonicamente dal Prof. Vincenzo Colonna, docente di Geologia all?università di Bari, il quale mi pregava di aiutare la professoressa in questione fornendole tutto il supporto tecnico e bibliografico corredato da fotocopie di atti ancora secretati dallo Stato che occulta una VERITA' sacrosanta, prima all'Italia intera e di conseguenza all'intera UE.
Il 04 Febbraio del corrente anno si organizzò un incontro al Vittoria Park Hotel di Palese dal titolo: "I GIORNI DELLA MEMORIA"
alla presenza del Presidente d'Istituto, la Preside, alcuni docenti nonchè le classi di Terza con i loro rispettivi genitori.
D'accordo con la professoressa A. Musitano, calabrese d'origine, mi riservava di intervenire prima della fine dell'evento.
Commentai per una ventina di minuti, e quando chiusi il mio intervento mi trovai letteralmente circondato dagli Ospiti d'Onore e dal corpo docente che si complimentavano per la veemente comunicativa fatta di Storia Vera e non quella che ancora, VERGOGNOSAMENTE si stampa e si insegna nella Scuola Pubblica dello Stato Italiano.
Gioacchino Bambù.
Lecce 20 dicembre 2009

p.s. Prego l'Autore del Blog di far girare, ove lo ritenesse opportuno, il su scritto commento.
Grazie.

 
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