giovedì 4 giugno 2020

Cosa esce sulla ruota del Sud?


Di Natale Cuccurese
Oltre 3.000 pagine di documenti e proposte legislative e finanziarie, per un totale di 1.850 miliardi di euro erogabili con il prossimo periodo di programmazione 2021-2027 (Qfp), di cui 1.100 miliardi per il bilancio Ue ‘normale’, e 750 miliardi raccolti sul mercato con euro obbligazioni, che finanzieranno 500 miliardi di sovvenzioni e 250 di possibili prestiti agli Stati membri. La Commissione pone poche condizioni, ma assai stringenti. Innanzitutto il carattere volontario. Devono essere i governi a fare richiesta delle risorse, il cui esborso sarà legato a un piano nazionale di interventi e misure per sovvenzioni concesse a rate, solo se si attuano le riforme. In altre parole la Commissione viene in soccorso degli Stati, ma saranno questi ultimi i responsabili per la propria ripresa, è uno strumento volontario, che mette al centro le riforme nazionali che gli stessi Paesi predispongono. Di questo Recovery Fund complessivo, il grosso capitolo di spesa è quello relativo a “ripresa e resilienza” (602,9 miliardi), a cui si aggiungono altri 53,3 miliardi di euro per le politiche di coesione e 32,8 miliardi per il fondo di transizione. I soldi extra per coesione e transizione sostenibile rappresentano una leva possibile per lo sviluppo del Mezzogiorno. La Commissione insiste sulla necessità di puntare su green economy e digitale, ma le sovvenzioni a fondo perduto possono essere garantite anche a lavoratori autonomi, piccole e medie imprese, sanità, cultura, turismo. E qui finisce l’edulcorata rappresentazione fatta dai media più o meno allineati.
Ora analizziamo perché anche questa “occasione imperdibile” potrebbe poi non essere così conveniente né per l’Italia e tantomeno per il Sud. Iniziamo da quest’ultimo.
Abbiamo assistito al recente “scippo con destrezza” dei fondi di coesione, se non ci saranno modifiche dovuti ad interpellanze, grazie al gioco dell’oca dell’azione europea. Cioè dapprima la Commissione europea a marzo ha “invitato” il governo italiano allo “scippo” nei confronti del Sud spostando a favore del Nord, per affrontare l’emergenza Covid19, i fondi di coesione spettanti al Sud. Successivamente, dopo che nel DL Rilancio il governo italiano ha preparato il terreno per l’ennesimo “sacco del Sud” recependo i suggerimenti europei, con il Ministro Provenzano nella veste di spettatore quando non di pompiere, la Commissione europea ha ben pensato di nascondere la mano e di invitare, nei fatti, il nostro governo, tramite i fondi messi a disposizione (nel tempo) con il recovery fund, a recuperare (in tutto o in parte) quegli stessi fondi che aveva consigliato di spostare al Nord per bocca della Presidente della Commissione Europea a inizio emergenza.
Attenzione però, perché per il Sud il risultato totale dell’operazione sarà, ben che vada, a saldo zero rispetto all’importo iniziale dei fondi di coesione che già gli spettavano. Di conseguenza si può già prevedere che i “nuovi” fondi del recovery fund andranno tutti e solo al Nord.
Infatti la considerazione che le amministrazioni del Mezzogiorno dovranno essere rapide, brave e decise a promuovere progetti “degni” di finanziamento, per poi garantire di portare a termine le opere di rilancio così da ricevere tutte le tranche di sovvenzioni, lascia presagire giudizi di merito difficilmente raggiungibili, trucchi contabili che già in passato si sono rivelati trappole mortali per il Sud.
Inoltre l’invito europeo “a fare presto” per accedere al fondo fa poi capire come sia invece molto meglio procedere coi piedi di piombo e valutare bene pro e contro dell’operazione anche a livello nazionale soprattutto considerando che la verità sul Recovery Fund è che l’Italia, fatti salvi i 91 miliardi di prestiti, come contributi a fondo perduto avrà 82 miliardi, nel contempo, secondo il documento della Commissione Europea SWD (2020) 98 final del 27 maggio, l’Italia dovrebbe, come contributore netto, versare 96 miliardi, quindi: 82 miliardi meno 96 miliardi= meno 14 miliardi.
Certo ci si può consolare con la considerazione che senza questo contributo di 82 miliardi, comunque inviso ai Paesi rigoristi in una situazione che si presume sarà oggetto di dura trattativa, ci troveremmo a dover sborsare una cifra molto più ingente, una magra consolazione sventolata come svolta epocale per le nostre finanze, eppure il totale resta sempre negativo.
Per cui la fregatura che sta arrivando dall’Europa capitanata dai paesi nordici rigoristi è chiara, mentre larga parte dei media sono come sempre plaudenti dell’azione del governo giallo-rosso che non può, soprattutto nella sua parte “gialla”, accedere al MES se non vuole perdere la faccia, per cui a mali estremi estremi rimedi: ben venga il Recovery Fund dopotutto è pur sempre un risparmio e in più ci sono sempre i 91 miliardi di prestiti, ovviamente da restituire.
L’unica differenza fra l’analisi della posizione italiana e quella del Sud è che mentre su quella nazionale i protocolli sono già visibili e consultabili, per il gioco delle “tre carte” illustrato e riservato Sud, cioè l’ennesima fregatura di una lunga serie, non essendo ancora resi pubblici i protocolli siamo alle supposizioni, pur se ragionate, anche perché, come diceva quel tale, “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si prende”.  In poche parole per il Sud, per ottenere solo quanto già gli è dovuto, “gli esami non finiscono mai” e non solo c’è il rischio concreto di non ricevere tutto quanto già dovuto, ma vi è ovviamente anche la certezza che i soldi del prestito andranno tutti al Nord, mentre il relativo debito lo dovranno poi ripagare anche i cittadini del Mezzogiorno che nulla riceveranno, se non ulteriore miseria.
Questo anche in considerazione del fatto che le risorse saranno legate alle Raccomandazioni Ue. Quelle del 2019 per l’Italia includono tagli di spesa pubblica, aggiustamenti strutturali e meno agevolazioni fiscali, ritocchi alle pensioni (verso il basso ovviamente), in poche parole altra austerity. Questo in un quadro dove al Sud la povertà, fra assoluta e relativa, già lambisce quasi la metà della popolazione.
In questa ipotesi, grazie alle anticipazioni fornite da Milano Finanza, si comprende bene il perché del Dossier preparato dalla Commissione Colao istituita al di là di qualsiasi processo democratico, per un piano anticrisi. Il sostegno all’economia dovrebbe passare “attraverso la creazione di un Fondo per lo Sviluppo che avrà una dotazione compresa tra i 100 e i 200 miliardi di euro. Lo Stato, le regioni, le province e i comuni conferiranno al Fondo immobili, partecipazioni in società e titoli. (…) Secondo quanto si apprende verrà poi sondata anche la possibilità di attingere a parte delle riserve auree di Bankitalia. È previsto che il fondo verrà gestito da CdP. Le sue quote dovrebbero essere messe a garanzia dei crediti erogati alle imprese e dunque assegnate alle banche e vendute agli investitori internazionali e alla stessa Bce”.
Insomma un bel progetto di saccheggio dello stato italiano a vantaggio di pochi. In Cile per imporre un “simil Piano Colao” hanno dovuto  fare un golpe, qui è bastato mettere lo Stato in mano ai populisti, fra l’altro non molto preparati, visto che si fanno assistere, per svolgere i compiti per i quali sono stati eletti, da oltre 400 “esperti”.
È ovvio che l’autunno a questo punto si prospetta non caldo ma torrido.
Per iniziare a cambiare la situazione sarebbe utile un ritorno immediato ad una seria e dura lotta di classe che non può essere solo nazionale, ma europea, per cambiare insieme, radicalmente e presto tutta la struttura di questa Europa che non solo non rappresenta più in alcun modo quella progettata dai padri fondatori , ma che ormai è un pericolo per la stessa tenuta democratica del Continente.

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Di Natale Cuccurese
Oltre 3.000 pagine di documenti e proposte legislative e finanziarie, per un totale di 1.850 miliardi di euro erogabili con il prossimo periodo di programmazione 2021-2027 (Qfp), di cui 1.100 miliardi per il bilancio Ue ‘normale’, e 750 miliardi raccolti sul mercato con euro obbligazioni, che finanzieranno 500 miliardi di sovvenzioni e 250 di possibili prestiti agli Stati membri. La Commissione pone poche condizioni, ma assai stringenti. Innanzitutto il carattere volontario. Devono essere i governi a fare richiesta delle risorse, il cui esborso sarà legato a un piano nazionale di interventi e misure per sovvenzioni concesse a rate, solo se si attuano le riforme. In altre parole la Commissione viene in soccorso degli Stati, ma saranno questi ultimi i responsabili per la propria ripresa, è uno strumento volontario, che mette al centro le riforme nazionali che gli stessi Paesi predispongono. Di questo Recovery Fund complessivo, il grosso capitolo di spesa è quello relativo a “ripresa e resilienza” (602,9 miliardi), a cui si aggiungono altri 53,3 miliardi di euro per le politiche di coesione e 32,8 miliardi per il fondo di transizione. I soldi extra per coesione e transizione sostenibile rappresentano una leva possibile per lo sviluppo del Mezzogiorno. La Commissione insiste sulla necessità di puntare su green economy e digitale, ma le sovvenzioni a fondo perduto possono essere garantite anche a lavoratori autonomi, piccole e medie imprese, sanità, cultura, turismo. E qui finisce l’edulcorata rappresentazione fatta dai media più o meno allineati.
Ora analizziamo perché anche questa “occasione imperdibile” potrebbe poi non essere così conveniente né per l’Italia e tantomeno per il Sud. Iniziamo da quest’ultimo.
Abbiamo assistito al recente “scippo con destrezza” dei fondi di coesione, se non ci saranno modifiche dovuti ad interpellanze, grazie al gioco dell’oca dell’azione europea. Cioè dapprima la Commissione europea a marzo ha “invitato” il governo italiano allo “scippo” nei confronti del Sud spostando a favore del Nord, per affrontare l’emergenza Covid19, i fondi di coesione spettanti al Sud. Successivamente, dopo che nel DL Rilancio il governo italiano ha preparato il terreno per l’ennesimo “sacco del Sud” recependo i suggerimenti europei, con il Ministro Provenzano nella veste di spettatore quando non di pompiere, la Commissione europea ha ben pensato di nascondere la mano e di invitare, nei fatti, il nostro governo, tramite i fondi messi a disposizione (nel tempo) con il recovery fund, a recuperare (in tutto o in parte) quegli stessi fondi che aveva consigliato di spostare al Nord per bocca della Presidente della Commissione Europea a inizio emergenza.
Attenzione però, perché per il Sud il risultato totale dell’operazione sarà, ben che vada, a saldo zero rispetto all’importo iniziale dei fondi di coesione che già gli spettavano. Di conseguenza si può già prevedere che i “nuovi” fondi del recovery fund andranno tutti e solo al Nord.
Infatti la considerazione che le amministrazioni del Mezzogiorno dovranno essere rapide, brave e decise a promuovere progetti “degni” di finanziamento, per poi garantire di portare a termine le opere di rilancio così da ricevere tutte le tranche di sovvenzioni, lascia presagire giudizi di merito difficilmente raggiungibili, trucchi contabili che già in passato si sono rivelati trappole mortali per il Sud.
Inoltre l’invito europeo “a fare presto” per accedere al fondo fa poi capire come sia invece molto meglio procedere coi piedi di piombo e valutare bene pro e contro dell’operazione anche a livello nazionale soprattutto considerando che la verità sul Recovery Fund è che l’Italia, fatti salvi i 91 miliardi di prestiti, come contributi a fondo perduto avrà 82 miliardi, nel contempo, secondo il documento della Commissione Europea SWD (2020) 98 final del 27 maggio, l’Italia dovrebbe, come contributore netto, versare 96 miliardi, quindi: 82 miliardi meno 96 miliardi= meno 14 miliardi.
Certo ci si può consolare con la considerazione che senza questo contributo di 82 miliardi, comunque inviso ai Paesi rigoristi in una situazione che si presume sarà oggetto di dura trattativa, ci troveremmo a dover sborsare una cifra molto più ingente, una magra consolazione sventolata come svolta epocale per le nostre finanze, eppure il totale resta sempre negativo.
Per cui la fregatura che sta arrivando dall’Europa capitanata dai paesi nordici rigoristi è chiara, mentre larga parte dei media sono come sempre plaudenti dell’azione del governo giallo-rosso che non può, soprattutto nella sua parte “gialla”, accedere al MES se non vuole perdere la faccia, per cui a mali estremi estremi rimedi: ben venga il Recovery Fund dopotutto è pur sempre un risparmio e in più ci sono sempre i 91 miliardi di prestiti, ovviamente da restituire.
L’unica differenza fra l’analisi della posizione italiana e quella del Sud è che mentre su quella nazionale i protocolli sono già visibili e consultabili, per il gioco delle “tre carte” illustrato e riservato Sud, cioè l’ennesima fregatura di una lunga serie, non essendo ancora resi pubblici i protocolli siamo alle supposizioni, pur se ragionate, anche perché, come diceva quel tale, “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si prende”.  In poche parole per il Sud, per ottenere solo quanto già gli è dovuto, “gli esami non finiscono mai” e non solo c’è il rischio concreto di non ricevere tutto quanto già dovuto, ma vi è ovviamente anche la certezza che i soldi del prestito andranno tutti al Nord, mentre il relativo debito lo dovranno poi ripagare anche i cittadini del Mezzogiorno che nulla riceveranno, se non ulteriore miseria.
Questo anche in considerazione del fatto che le risorse saranno legate alle Raccomandazioni Ue. Quelle del 2019 per l’Italia includono tagli di spesa pubblica, aggiustamenti strutturali e meno agevolazioni fiscali, ritocchi alle pensioni (verso il basso ovviamente), in poche parole altra austerity. Questo in un quadro dove al Sud la povertà, fra assoluta e relativa, già lambisce quasi la metà della popolazione.
In questa ipotesi, grazie alle anticipazioni fornite da Milano Finanza, si comprende bene il perché del Dossier preparato dalla Commissione Colao istituita al di là di qualsiasi processo democratico, per un piano anticrisi. Il sostegno all’economia dovrebbe passare “attraverso la creazione di un Fondo per lo Sviluppo che avrà una dotazione compresa tra i 100 e i 200 miliardi di euro. Lo Stato, le regioni, le province e i comuni conferiranno al Fondo immobili, partecipazioni in società e titoli. (…) Secondo quanto si apprende verrà poi sondata anche la possibilità di attingere a parte delle riserve auree di Bankitalia. È previsto che il fondo verrà gestito da CdP. Le sue quote dovrebbero essere messe a garanzia dei crediti erogati alle imprese e dunque assegnate alle banche e vendute agli investitori internazionali e alla stessa Bce”.
Insomma un bel progetto di saccheggio dello stato italiano a vantaggio di pochi. In Cile per imporre un “simil Piano Colao” hanno dovuto  fare un golpe, qui è bastato mettere lo Stato in mano ai populisti, fra l’altro non molto preparati, visto che si fanno assistere, per svolgere i compiti per i quali sono stati eletti, da oltre 400 “esperti”.
È ovvio che l’autunno a questo punto si prospetta non caldo ma torrido.
Per iniziare a cambiare la situazione sarebbe utile un ritorno immediato ad una seria e dura lotta di classe che non può essere solo nazionale, ma europea, per cambiare insieme, radicalmente e presto tutta la struttura di questa Europa che non solo non rappresenta più in alcun modo quella progettata dai padri fondatori , ma che ormai è un pericolo per la stessa tenuta democratica del Continente.

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