giovedì 14 gennaio 2010

Ecco perchè bisogna dire no a Petrolio e Nucleare



di CARLO BOLLINO

Sembra la vendetta dei sette capodogli spiaggiati sul Gargano. Mentre biologi e veterinari tentano di scoprire cosa ne abbia determinato la tragica fine (ma non un solo magistrato giacchè la procura non ha ancora aperto alcuna inchiesta), la Regione denuncia fra le possibili cause del disastro ambientale le prospezioni petrolifere.

Si scopre così l’esistenza di sette richieste (ma potrebbero essere addirittura quindici) per la costruzione di altrettante piattaforme off-shore al largo della costa pugliese. La prima domanda che da cittadini dobbiamo porci è semplice: conviene al nostro territorio? Non perché si debba ragionare solo in termini di localismo egoista, ma vista la tendenza nazionale a pesare tutto sulla bilancia del federalismo, occorre che insieme a opportunità e risorse si misurino per ciascuna regione anche costi e svantaggi.

Prendiamo la Basilicata: come spiega bene a pagina tre Massimo Brancati, il petrolio ha finora arricchito tutti tranne i lucani. La grande avventura delle estrazioni iniziò negli Anni Venti, e alle popolazioni locali vennero fatte grandi promesse. Come non crederci dopo aver scoperto di essere nati sui più grandi giacimenti di idrocarburi d’Europa? Il sognò durò trent’anni senza mai realizzarsi, perché nel 1950 quei primi pozzi vennero addirittura chiusi ritenendoli (persino da chi li aveva scavati) poco remunerativi.

Tutto fu rinviato di un altro decennio. Nuove perforazioni, nuove speranze. Da quasi vent’anni in Val D’Agri è ormai nato un polo del petrolio, si estraggono 75.800 barili di greggio al giorno che costituiscono l’80 per cento dell’intera produzione nazionale. E forse sono anche di più, anche se nessuno è in grado di dimostrarlo: è infatti la stessa Eni (al momento l’unica che trivella, ma la Total è già al lavoro) ad autocertificare i quantitativi estratti, ed è solo su quelli che paga le royalties, vale a dire le quote di guadagno destinate alle popolazioni locali. Il famoso oro nero, tradotto in denaro contante, equivale per la Basilicata a poco più di 70 milioni di euro l’anno, vale a dire il 7 per cento del petrolio ufficialmente estratto. Lo Stato, per dire, ne incassa un miliardo e 100 milioni. In termini occupazionali la ricaduta poi è addirittura più avara: 80 posti di lavoro in una Regione che per quanto piccola conta oltre 20mila disoccupati.

Visto che viene estratto a casa loro (ogni anno 700milioni di metri cubi), i lucani godono almeno di uno sconto sulle bollette del gas. In compenso però la benzina per le auto continua a costare più a Potenza che a Trento, dove di petrolio non se ne estrae una goccia.

D’accordo, non rendono: ma i pozzi in Basilicata producono danni all’ambiente? I contadini denunciano campi avvelenati e vigneti rinsecchiti, gli ambientalisti raccontano di una costante crescita nella diffusione dei tumori, ma l’emergenza sembra solo virtuale: a misurare l’impatto ambientale provvedono infatti in modo quasi esclusivo quelle centraline di controllo che l’Eni per tranquillizzare la popolazione ha disseminato sul territorio. Certo, ci si fida, ma è come la produzione autocertificata: controllore e controllato coincidono.

E in Puglia come stanno le cose? Le compagnie petrolifere intendono effettuare ricerche di profondità praticamente lungo tutta la nostra costa - da Manfredonia, passando per Monopoli, scendendo giù fino a Brindisi, risalendo oltre il tacco al largo di Gallipoli e fino a Taranto. Cosa accadrebbe se cercando cercando, si scoprisse che i giacimenti ci sono davvero?

Torniamo alla domanda iniziale: converrebbe alla Puglia che davanti alle nostre spiagge e scogliere spuntassero le piattaforme off-shore? Sarebbe congruo che l’impatto ambientale provocato dalle estrazioni incidesse sul valore del nostro mare? Sarebbe utile al territorio mettere a rischio la risorsa del turismo per inseguire il sogno dell’oro nero? Sarebbe insomma conveniente scambiare panfili e pattini con il profilo delle petroliere?

Ovvio che no, e non è solo l’amore per la nostra terra e il desiderio di proteggerne l’integrità a suggerirlo. È anche, più volgarmente, un calcolo economico: nel 2008 il giro di affari dell’industria del turismo in Puglia è stato di 4 miliardi e 300milioni di euro. Vale a dire il quadruplo delle intere royalties incassate dallo Stato per il petrolio lucano, e il 5700 per cento in più delle briciole lasciate alla Basilicata.

La Puglia produce così tanta energia pulita da pretendere, forse pure a buon diritto, di rifiutare una centrale nucleare. Si profilano in queste stesse ore il raddoppio della centrale elettrica nella raffineria Eni di Taranto e la costruzione del contestato rigassificatore a Brindisi. Figuriamoci se adesso possiamo accettare di mettere a repentaglio l’intera economia della regione lasciando che le trivelle perforino il nostro mare a caccia di gas e di petrolio. Che sarà pur sempre oro, ma certamente non per noi.

Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
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di CARLO BOLLINO

Sembra la vendetta dei sette capodogli spiaggiati sul Gargano. Mentre biologi e veterinari tentano di scoprire cosa ne abbia determinato la tragica fine (ma non un solo magistrato giacchè la procura non ha ancora aperto alcuna inchiesta), la Regione denuncia fra le possibili cause del disastro ambientale le prospezioni petrolifere.

Si scopre così l’esistenza di sette richieste (ma potrebbero essere addirittura quindici) per la costruzione di altrettante piattaforme off-shore al largo della costa pugliese. La prima domanda che da cittadini dobbiamo porci è semplice: conviene al nostro territorio? Non perché si debba ragionare solo in termini di localismo egoista, ma vista la tendenza nazionale a pesare tutto sulla bilancia del federalismo, occorre che insieme a opportunità e risorse si misurino per ciascuna regione anche costi e svantaggi.

Prendiamo la Basilicata: come spiega bene a pagina tre Massimo Brancati, il petrolio ha finora arricchito tutti tranne i lucani. La grande avventura delle estrazioni iniziò negli Anni Venti, e alle popolazioni locali vennero fatte grandi promesse. Come non crederci dopo aver scoperto di essere nati sui più grandi giacimenti di idrocarburi d’Europa? Il sognò durò trent’anni senza mai realizzarsi, perché nel 1950 quei primi pozzi vennero addirittura chiusi ritenendoli (persino da chi li aveva scavati) poco remunerativi.

Tutto fu rinviato di un altro decennio. Nuove perforazioni, nuove speranze. Da quasi vent’anni in Val D’Agri è ormai nato un polo del petrolio, si estraggono 75.800 barili di greggio al giorno che costituiscono l’80 per cento dell’intera produzione nazionale. E forse sono anche di più, anche se nessuno è in grado di dimostrarlo: è infatti la stessa Eni (al momento l’unica che trivella, ma la Total è già al lavoro) ad autocertificare i quantitativi estratti, ed è solo su quelli che paga le royalties, vale a dire le quote di guadagno destinate alle popolazioni locali. Il famoso oro nero, tradotto in denaro contante, equivale per la Basilicata a poco più di 70 milioni di euro l’anno, vale a dire il 7 per cento del petrolio ufficialmente estratto. Lo Stato, per dire, ne incassa un miliardo e 100 milioni. In termini occupazionali la ricaduta poi è addirittura più avara: 80 posti di lavoro in una Regione che per quanto piccola conta oltre 20mila disoccupati.

Visto che viene estratto a casa loro (ogni anno 700milioni di metri cubi), i lucani godono almeno di uno sconto sulle bollette del gas. In compenso però la benzina per le auto continua a costare più a Potenza che a Trento, dove di petrolio non se ne estrae una goccia.

D’accordo, non rendono: ma i pozzi in Basilicata producono danni all’ambiente? I contadini denunciano campi avvelenati e vigneti rinsecchiti, gli ambientalisti raccontano di una costante crescita nella diffusione dei tumori, ma l’emergenza sembra solo virtuale: a misurare l’impatto ambientale provvedono infatti in modo quasi esclusivo quelle centraline di controllo che l’Eni per tranquillizzare la popolazione ha disseminato sul territorio. Certo, ci si fida, ma è come la produzione autocertificata: controllore e controllato coincidono.

E in Puglia come stanno le cose? Le compagnie petrolifere intendono effettuare ricerche di profondità praticamente lungo tutta la nostra costa - da Manfredonia, passando per Monopoli, scendendo giù fino a Brindisi, risalendo oltre il tacco al largo di Gallipoli e fino a Taranto. Cosa accadrebbe se cercando cercando, si scoprisse che i giacimenti ci sono davvero?

Torniamo alla domanda iniziale: converrebbe alla Puglia che davanti alle nostre spiagge e scogliere spuntassero le piattaforme off-shore? Sarebbe congruo che l’impatto ambientale provocato dalle estrazioni incidesse sul valore del nostro mare? Sarebbe utile al territorio mettere a rischio la risorsa del turismo per inseguire il sogno dell’oro nero? Sarebbe insomma conveniente scambiare panfili e pattini con il profilo delle petroliere?

Ovvio che no, e non è solo l’amore per la nostra terra e il desiderio di proteggerne l’integrità a suggerirlo. È anche, più volgarmente, un calcolo economico: nel 2008 il giro di affari dell’industria del turismo in Puglia è stato di 4 miliardi e 300milioni di euro. Vale a dire il quadruplo delle intere royalties incassate dallo Stato per il petrolio lucano, e il 5700 per cento in più delle briciole lasciate alla Basilicata.

La Puglia produce così tanta energia pulita da pretendere, forse pure a buon diritto, di rifiutare una centrale nucleare. Si profilano in queste stesse ore il raddoppio della centrale elettrica nella raffineria Eni di Taranto e la costruzione del contestato rigassificatore a Brindisi. Figuriamoci se adesso possiamo accettare di mettere a repentaglio l’intera economia della regione lasciando che le trivelle perforino il nostro mare a caccia di gas e di petrolio. Che sarà pur sempre oro, ma certamente non per noi.

Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
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