venerdì 8 gennaio 2010

Chi ha ucciso Beppe Alfano?


Chi ha ucciso il giornalista Beppe Alfano?
da http://www.imgpress.it/

I tre proiettili esplosi con la calibro 22 lo centrarono mentre era al posto di guida della sua Renault 9, nella centralissima via Marconi, a Barcellona Pozzo di Gotto. L’auto era leggermente accostata al margine destro, con le luci accese e il cambio in folle. Erano da poco passate le dieci di sera quando il giornalista Beppe Alfano fu ammazzato. Gli ingredienti sono di una storia di mafia in piena regola: un cronista rompiscatole, corrispondente del quotidiano catanese La Sicilia ed una cittadina di quarantamila abitanti in mano a spregiudicati uomini d’affari, e nessun testimone oculare. Da quell’8 gennaio del ‘93 sono trascorsi nove anni. La giustizia ha fatto il suo corso con alterne vicende.

Ben quattro i processi celebrati ma nessuna verità definitiva. Certo, esiste un mandante, Giuseppe Gullotti, 41 anni, inteso l’avvocaticchio, per un passato da studente in giurisprudenza, capo mafia della zona, la Cassazione il 23 marzo del 1999, l’ha condannato a 30 anni di reclusione, ma non il sicario che ne portò a compimento il mandato. L’ultimo tassello lo incastra il tribunale di Reggio Calabria, dove la Corte d’Assise d’Appello, ha assolto lo scorso 17 aprile, il presunto esecutore materiale dell’omicidio, il barcellonese Antonino Merlino, 33 anni, che era stato condannato dai giudici di Messina a 21 anni e 6 mesi. Pena in seguito annullata con rinvio dalla Cassazione, che ne disponeva il giudizio a Reggio Calabria. Una sentenza quest’ultima, immediatamente appellata dalla pubblica accusa e dallo stesso avvocato di parte civile Fabio Repici: "Penso che sia giunto il momento che la Procura Distrettuale antimafia di Messina si decida a colpire le responsabilità dei mandanti dell’omicidio appartenenti al terzo livello della mafia barcellonese, partendo dalle rivelazioni del pentito catanese Maurizio Avola".

Richiesta di verità e giustizia che arriva soprattutto dalla famiglia Alfano, demoralizzata e delusa, in modo particolare, dal comportamento tenuto dal giornale per il quale il povero Beppe scriveva, La Sicilia, clamorosamente assente tra le parti civili: "E’ una vergogna – dichiarerà Sonia Alfano, figlia del giornalista – è da nove anni che chiediamo giustizia. I primi a dimenticarsi dell’assassinio di mio padre sono stati proprio i responsabili de La Sicilia. Fino a poche settimane prima della sentenza di Reggio Calabria, abbiamo continuato a sollecitare la loro presenza nel processo. E’ stato inutile. Evidentemente non hanno alcun interesse a rivendicare la memoria di un loro giornalista immolatosi sull’altare della lotta alla mafia". Dimenticanza o paura? "Non abbiamo dimenticato Beppe – ribatte il capo redattore Micio Tempio – prova ne è che tra un mese consegneremo il premio alla sua memoria ad uno dei nostri corrispondenti. Il processo? Purtroppo la difficoltà di mandare avanti un giornale ha impedito di seguire direttamente la vicenda… Si è trattato solo di uno sfortunato infortunio di percorso".

E così, dopo un iter giudiziario tormentato, si riparte alla ricerca dei colpevoli, dopo che le indagini svolte al tempo dai pm messinesi Gianclaudio Mango e Olindo Canali, furono indirizzate sullo scandalo Aias, l’associazione d’assistenza ai disabili. Ai giudici della Corte d’Assise di Messina, spiegarono che quella volta il boss Pippo Gullotti armò la mano di Antonino Merlino per fare una cortesia al presidente dell’associazione Antonino Mostaccio, per porre fine all’inchiesta giornalistica che Alfano stava conducendo sul patrimonio dell’Aias. Una pista cancellata, però, dall’assoluzione, divenuta definitiva in Cassazione nel ‘99 per Mostaccio. E proprio per questo il caso Alfano non è chiuso.

Dal tribunale di Catania, arriva la conferma che su quell’eliminazione si è speculato. Beppe Alfano sarebbe stato ucciso da Cosa Nostra perché aveva scoperto che, dietro il commercio degli agrumi nella zona tirrenica messinese, si nasconderebbero gli interessi economici della Santapaola e d’insospettabili imprenditori legati alla massoneria. Le rivelazioni sconvolgenti sono di Maurizio Avola, 41 anni, pentito di rango, ex sicario di Cosa Nostra, che ha confessato ai magistrati ben ottanta omicidi, tra i quali quello di un altro giornalista siciliano, il direttore dei Siciliani, Pippo Fava. Avola aveva il compito dentro la 'famiglia' di pianificare le azioni per gli omicidi più importanti. Quello di Alfano era uno di questi. "Il vero mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, si chiama Sindoni, è un grosso massone" – dichiarerà il pentito ai sostituti catanesi, Amedeo Bertone e Nicolò Marino -"Sindoni. E’ un potente massone che conosce tutta la magistratura, quella corrotta logicamente: ha importanti amicizie al Ministero e un po' ovunque. Poi, sempre parlando di soldi, tantissimi giri di soldi insieme ai Santapaola, ai barcellonesi, ai messinesi, nel traffico delle arance. L’omicidio Alfano scaturisce perché il giornalista aveva capito chi era il vero boss nella sua zona e che amicizie avesse questa persona, un vero intoccabile. Il periodo non era quello giusto per fare quest’omicidio, però chi era il personaggio gli si doveva fare (non si poteva dire di no, ndr)".

Al pm Bertone che chiederà conto delle dichiarazioni rese in precedenza ai magistrati di Messina sulle modalità dell’omicidio di Beppe Alfano, Avola affermerà d’averle fatte solo su uno dei mandanti, ovvero Giuseppe Gullotti. E alla legittima domanda del procuratore sul perché non avesse subito fatto il nome di Giovanni Sindoni, il collaboratore si giustificherà così: "Perché la massoneria è una cosa che meno si tocca e più tranquilli si sta, perché hanno amicizie un po' in tutti i posti". Solo parole riportate da collaboratori di giustizia de relato? Niente affatto. Maurizio Avola andrà giù secco sull’estremo insulto consumato sulla pelle di Beppe Alfano. Per saperne di più lo abbiamo incontrato in carcere dove in questo periodo sta scontando un periodo di pena. L’ex uomo d’onore del boss Nitto Santapaola è deluso dal comportamento dello Stato. Si sente abbandonato dalle Istituzioni, nonostante non abbia mai smesso di collaborare con la giustizia in questi anni. Lui che è il primo pentito eccellente a svelare ai magistrati di Caltanissetta, Palermo e Firenze, che indagano sui mandanti a volto coperto, i nomi dei personaggi che stanno dietro le stragi del ’92 e ‘93. "La verità su Alfano? Gli inquirenti hanno puntato tutto sulla gestione dell’Aias, sbagliando. Lo dico perché in un primo tempo dovevo preparare proprio io il suo omicidio e quello di Claudio Fava. Marcello D’Agata mi bloccò dicendomi che, per Alfano, ci avrebbero pensato i barcellonesi, Pippo Gullotti e Giovanni Sindoni. Anche i killers sono del luogo. Due.

Un uomo di copertura, armato con una pistola di grosso calibro per l’eventuale colpo di grazia e quello che ha materialmente sparato con la calibro 22, una pistola che usano solo i professionisti. La 'famiglia' Santapaola ha dato l’assenso. Ho svelato solo ora i nomi dei veri mandanti del delitto Alfano perché prima era pericoloso… Prendete i mandanti esterni alle stragi. Si corre il rischio che ti prendano per pazzo. Esiste una 'superloggia', una sorta di nuova P2 che ha deciso certe cose in Italia. Non ho raccontato questa verità ai giudici di Messina, proprio perché sapevo che Giovanni Sindoni è amico d’alcuni magistrati corrotti. I miei interlocutori sono i giudici della Dda di Catania, Amedeo Bertone e Nicolò Marino". Dunque, il clan Santapaola sarebbe stato costretto a piegarsi alle esigenze di un uomo "forte" pur comprendendo che ammazzare un giornalista a Barcellona Pozzo di Gotto, proprio dove si nascondeva il boss Nitto, era "come mettergli l’esercito dietro la casa". Beppe Alfano, forse per caso, aveva individuato un’alternativa ai soliti affari messi in piedi nel barcellonese.

Il mercato degli agrumi conduce direttamente alla frode delle sovvenzioni agroalimentari dell’Unione europea, "pratica" comune quasi ovunque nel Mezzogiorno. Il fatturato si calcola sia vicino ai mille miliardi annui, con società fantasma che utilizzano anche il giro di fatturazioni fasulle. Inoltre, sui camion che trasportano arance i boss possono far viaggiare anche la droga. E nell’ambito della gestione del mercato agrumicolo si possono guadagnare soldi grazie al mercato delle eccedenze e alla trasformazione industriale del frutto. Sono ormai note le vicende che coinvolgono, suo malgrado, l’Aima, l’Azienda di Stato per gli interventi sul mercato agrumicolo. Il giro vorticoso di subappalti rende quasi impossibile riuscire a districarsi in quello che è un labirinto "aziendale".

E Beppe Alfano tutto questo l’aveva capito. L’8 gennaio 1993 un uomo lo ha avvicinato mentre stava rincasando. Lui ha accostato sulla destra e messo in folle. Ha abbassato il finestrino del passeggero e da lì gli sono stati esplosi tre proiettili contro. A volte il boia uccide perché qualcuno lo vuole, mandando al diavolo contraddittorio e diritti della difesa. Beppe Alfano non può più difendersi dalle maldicenze e dalla povertà investigativa. Per onorarne meglio la memoria, sarebbe il caso di provare a rivedere certezze che fanno a pugni con la realtà. Tutti hanno il diritto di indignarsi per l’ultimo schiaffo ad un giornalista che aveva come ambizione quella di far conoscere la verità. Non vorremmo pensare che a Barcellona qualcuno avesse molto da proteggere e così poteva saltar fuori un ottimo movente per uccidere...

Fonte:E adesso ammazzateci tutti
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Chi ha ucciso il giornalista Beppe Alfano?
da http://www.imgpress.it/

I tre proiettili esplosi con la calibro 22 lo centrarono mentre era al posto di guida della sua Renault 9, nella centralissima via Marconi, a Barcellona Pozzo di Gotto. L’auto era leggermente accostata al margine destro, con le luci accese e il cambio in folle. Erano da poco passate le dieci di sera quando il giornalista Beppe Alfano fu ammazzato. Gli ingredienti sono di una storia di mafia in piena regola: un cronista rompiscatole, corrispondente del quotidiano catanese La Sicilia ed una cittadina di quarantamila abitanti in mano a spregiudicati uomini d’affari, e nessun testimone oculare. Da quell’8 gennaio del ‘93 sono trascorsi nove anni. La giustizia ha fatto il suo corso con alterne vicende.

Ben quattro i processi celebrati ma nessuna verità definitiva. Certo, esiste un mandante, Giuseppe Gullotti, 41 anni, inteso l’avvocaticchio, per un passato da studente in giurisprudenza, capo mafia della zona, la Cassazione il 23 marzo del 1999, l’ha condannato a 30 anni di reclusione, ma non il sicario che ne portò a compimento il mandato. L’ultimo tassello lo incastra il tribunale di Reggio Calabria, dove la Corte d’Assise d’Appello, ha assolto lo scorso 17 aprile, il presunto esecutore materiale dell’omicidio, il barcellonese Antonino Merlino, 33 anni, che era stato condannato dai giudici di Messina a 21 anni e 6 mesi. Pena in seguito annullata con rinvio dalla Cassazione, che ne disponeva il giudizio a Reggio Calabria. Una sentenza quest’ultima, immediatamente appellata dalla pubblica accusa e dallo stesso avvocato di parte civile Fabio Repici: "Penso che sia giunto il momento che la Procura Distrettuale antimafia di Messina si decida a colpire le responsabilità dei mandanti dell’omicidio appartenenti al terzo livello della mafia barcellonese, partendo dalle rivelazioni del pentito catanese Maurizio Avola".

Richiesta di verità e giustizia che arriva soprattutto dalla famiglia Alfano, demoralizzata e delusa, in modo particolare, dal comportamento tenuto dal giornale per il quale il povero Beppe scriveva, La Sicilia, clamorosamente assente tra le parti civili: "E’ una vergogna – dichiarerà Sonia Alfano, figlia del giornalista – è da nove anni che chiediamo giustizia. I primi a dimenticarsi dell’assassinio di mio padre sono stati proprio i responsabili de La Sicilia. Fino a poche settimane prima della sentenza di Reggio Calabria, abbiamo continuato a sollecitare la loro presenza nel processo. E’ stato inutile. Evidentemente non hanno alcun interesse a rivendicare la memoria di un loro giornalista immolatosi sull’altare della lotta alla mafia". Dimenticanza o paura? "Non abbiamo dimenticato Beppe – ribatte il capo redattore Micio Tempio – prova ne è che tra un mese consegneremo il premio alla sua memoria ad uno dei nostri corrispondenti. Il processo? Purtroppo la difficoltà di mandare avanti un giornale ha impedito di seguire direttamente la vicenda… Si è trattato solo di uno sfortunato infortunio di percorso".

E così, dopo un iter giudiziario tormentato, si riparte alla ricerca dei colpevoli, dopo che le indagini svolte al tempo dai pm messinesi Gianclaudio Mango e Olindo Canali, furono indirizzate sullo scandalo Aias, l’associazione d’assistenza ai disabili. Ai giudici della Corte d’Assise di Messina, spiegarono che quella volta il boss Pippo Gullotti armò la mano di Antonino Merlino per fare una cortesia al presidente dell’associazione Antonino Mostaccio, per porre fine all’inchiesta giornalistica che Alfano stava conducendo sul patrimonio dell’Aias. Una pista cancellata, però, dall’assoluzione, divenuta definitiva in Cassazione nel ‘99 per Mostaccio. E proprio per questo il caso Alfano non è chiuso.

Dal tribunale di Catania, arriva la conferma che su quell’eliminazione si è speculato. Beppe Alfano sarebbe stato ucciso da Cosa Nostra perché aveva scoperto che, dietro il commercio degli agrumi nella zona tirrenica messinese, si nasconderebbero gli interessi economici della Santapaola e d’insospettabili imprenditori legati alla massoneria. Le rivelazioni sconvolgenti sono di Maurizio Avola, 41 anni, pentito di rango, ex sicario di Cosa Nostra, che ha confessato ai magistrati ben ottanta omicidi, tra i quali quello di un altro giornalista siciliano, il direttore dei Siciliani, Pippo Fava. Avola aveva il compito dentro la 'famiglia' di pianificare le azioni per gli omicidi più importanti. Quello di Alfano era uno di questi. "Il vero mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, si chiama Sindoni, è un grosso massone" – dichiarerà il pentito ai sostituti catanesi, Amedeo Bertone e Nicolò Marino -"Sindoni. E’ un potente massone che conosce tutta la magistratura, quella corrotta logicamente: ha importanti amicizie al Ministero e un po' ovunque. Poi, sempre parlando di soldi, tantissimi giri di soldi insieme ai Santapaola, ai barcellonesi, ai messinesi, nel traffico delle arance. L’omicidio Alfano scaturisce perché il giornalista aveva capito chi era il vero boss nella sua zona e che amicizie avesse questa persona, un vero intoccabile. Il periodo non era quello giusto per fare quest’omicidio, però chi era il personaggio gli si doveva fare (non si poteva dire di no, ndr)".

Al pm Bertone che chiederà conto delle dichiarazioni rese in precedenza ai magistrati di Messina sulle modalità dell’omicidio di Beppe Alfano, Avola affermerà d’averle fatte solo su uno dei mandanti, ovvero Giuseppe Gullotti. E alla legittima domanda del procuratore sul perché non avesse subito fatto il nome di Giovanni Sindoni, il collaboratore si giustificherà così: "Perché la massoneria è una cosa che meno si tocca e più tranquilli si sta, perché hanno amicizie un po' in tutti i posti". Solo parole riportate da collaboratori di giustizia de relato? Niente affatto. Maurizio Avola andrà giù secco sull’estremo insulto consumato sulla pelle di Beppe Alfano. Per saperne di più lo abbiamo incontrato in carcere dove in questo periodo sta scontando un periodo di pena. L’ex uomo d’onore del boss Nitto Santapaola è deluso dal comportamento dello Stato. Si sente abbandonato dalle Istituzioni, nonostante non abbia mai smesso di collaborare con la giustizia in questi anni. Lui che è il primo pentito eccellente a svelare ai magistrati di Caltanissetta, Palermo e Firenze, che indagano sui mandanti a volto coperto, i nomi dei personaggi che stanno dietro le stragi del ’92 e ‘93. "La verità su Alfano? Gli inquirenti hanno puntato tutto sulla gestione dell’Aias, sbagliando. Lo dico perché in un primo tempo dovevo preparare proprio io il suo omicidio e quello di Claudio Fava. Marcello D’Agata mi bloccò dicendomi che, per Alfano, ci avrebbero pensato i barcellonesi, Pippo Gullotti e Giovanni Sindoni. Anche i killers sono del luogo. Due.

Un uomo di copertura, armato con una pistola di grosso calibro per l’eventuale colpo di grazia e quello che ha materialmente sparato con la calibro 22, una pistola che usano solo i professionisti. La 'famiglia' Santapaola ha dato l’assenso. Ho svelato solo ora i nomi dei veri mandanti del delitto Alfano perché prima era pericoloso… Prendete i mandanti esterni alle stragi. Si corre il rischio che ti prendano per pazzo. Esiste una 'superloggia', una sorta di nuova P2 che ha deciso certe cose in Italia. Non ho raccontato questa verità ai giudici di Messina, proprio perché sapevo che Giovanni Sindoni è amico d’alcuni magistrati corrotti. I miei interlocutori sono i giudici della Dda di Catania, Amedeo Bertone e Nicolò Marino". Dunque, il clan Santapaola sarebbe stato costretto a piegarsi alle esigenze di un uomo "forte" pur comprendendo che ammazzare un giornalista a Barcellona Pozzo di Gotto, proprio dove si nascondeva il boss Nitto, era "come mettergli l’esercito dietro la casa". Beppe Alfano, forse per caso, aveva individuato un’alternativa ai soliti affari messi in piedi nel barcellonese.

Il mercato degli agrumi conduce direttamente alla frode delle sovvenzioni agroalimentari dell’Unione europea, "pratica" comune quasi ovunque nel Mezzogiorno. Il fatturato si calcola sia vicino ai mille miliardi annui, con società fantasma che utilizzano anche il giro di fatturazioni fasulle. Inoltre, sui camion che trasportano arance i boss possono far viaggiare anche la droga. E nell’ambito della gestione del mercato agrumicolo si possono guadagnare soldi grazie al mercato delle eccedenze e alla trasformazione industriale del frutto. Sono ormai note le vicende che coinvolgono, suo malgrado, l’Aima, l’Azienda di Stato per gli interventi sul mercato agrumicolo. Il giro vorticoso di subappalti rende quasi impossibile riuscire a districarsi in quello che è un labirinto "aziendale".

E Beppe Alfano tutto questo l’aveva capito. L’8 gennaio 1993 un uomo lo ha avvicinato mentre stava rincasando. Lui ha accostato sulla destra e messo in folle. Ha abbassato il finestrino del passeggero e da lì gli sono stati esplosi tre proiettili contro. A volte il boia uccide perché qualcuno lo vuole, mandando al diavolo contraddittorio e diritti della difesa. Beppe Alfano non può più difendersi dalle maldicenze e dalla povertà investigativa. Per onorarne meglio la memoria, sarebbe il caso di provare a rivedere certezze che fanno a pugni con la realtà. Tutti hanno il diritto di indignarsi per l’ultimo schiaffo ad un giornalista che aveva come ambizione quella di far conoscere la verità. Non vorremmo pensare che a Barcellona qualcuno avesse molto da proteggere e così poteva saltar fuori un ottimo movente per uccidere...

Fonte:E adesso ammazzateci tutti

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