giovedì 10 dicembre 2009

A sud la Fiat non riparte



di Maurizio Maggi

Un'agonia di anni per mettere la parola fine all'auto a Termini Imerese. Dopo fiumi di incentivi. Illusioni ai dipendenti. E calcoli politici. Ora tutto rischia di ripetersi con i nuovi progetti. Che per qualcuno finiranno in un altro buco nero Chissà se Mario Draghi pensava anche ai duemila lavoratori di Termini Imerese quando, mettendo in campo il prestigio della Banca d'Italia, ha riportato al centro del dibattito politico-economico la questione meridionale. "Le nostre analisi mostrano che i sussidi alle imprese sono stati generalmente inefficaci", ha scandito il governatore: "Si incentivano spesso investimenti che sarebbero stati effettuati comunque; si introducono distorsioni di varia natura penalizzando frequentemente imprenditori più capaci. Non è pertanto dai sussidi che può venire uno sviluppo durevole delle attività produttive". Di certo, alla vigilia del Natale 2009, nello stabilimento Fiat più meridionale d'Italia, 2 mila famiglie (tra i 1.400 dipendenti diretti e quelli del risicato indotto) sanno che per loro l'avventura della grande fabbrica è finita. Dal 2011 a Termini, conclusa la produzione della vecchia Ypsilon, non si costruiranno più automobili. Dopo, ci sarà la riconversione, "con produzioni diverse da quella automobilistica", come Sergio Marchionne, il capo della Fiat, aveva già annunciato a giugno. Quali produzioni, per conto di chi e con quale impegno del gruppo, nessuno lo sa.

Una conclusione annunciata: già all'epoca di Roberto Testore, i vertici Fiat facevano capire che lo stabilimento restava aperto più per ragioni politiche che industriali. Delle immense risorse convogliate al Sud per dare sviluppo e posti di lavoro, la fabbrica siciliana voluta da Torino non è l'unico esempio, ma è quello che oggi appare paradigmatico: un progetto che ha sfidato le diseconomie (lì il costo di produzione lievita di mille euro per auto) per cogliere qualche contingente opportunità di mercato. Disegni industriali di lungo termine, neanche a parlarne. Cosa diceva infatti Marchionne nel luglio del 2005 a un manipolo di gestori di fondi internazionali? "Termini Imerese? Non lo chiuderò, perché se lo faccio elimino 30 milioni di euro all'anno di inefficienze, ma perdo il 2-3 per cento di quota di mercato in Sicilia, dove Fiat va bene". La crisi mondiale delle quattro ruote ha condotto il manager a fare inversione di marcia.


E pensare che, due anni fa, la Fiat aveva pianificato un investimento di 1,3 miliardi di euro per aumentare la produzione (all'epoca, di 80 mila auto) a 200 mila unità. Stato e Regione si volevano impegnare per 325 milioni e a Torino diceva: così pochi?, allora niente raddoppio produttivo. La situazione è precipitata e nei primi 10 mesi del 2009, quando da Termini sono uscite circa 45 mila vetture. D'altronde, già nel 2002, annata nerissima per la Fiat, uno studio di Roland Berger, incaricato dal governo di fare la foto del comparto auto, affermava senza mezze misure: "Rebus sic stantibus nel mercato, è uno stabilimento senza futuro sul lungo periodo: è però possibile guadagnare tempo per permettere la riconversione della forza lavoro su progetti territoriali validi e localmente sostenibili". Marchionne non si occupava ancora di auto e molti dicevano che la sorte di Termini fosse segnata. Ma il tempo non s'è guadagnato, s'è perso.

In attesa della presentazione del piano industriale per gli impianti italiani, che la Fiat sottoporrà al ministro Claudio Scajola il 21 dicembre, un bilancio si può già fare. In tanti, sul fronte politico e sindacale, rimproverano alla Fiat di avere intascato una montagna di aiuti pubblici, diretti e indiretti (stime parlano di un miliardo di euro solo per Termini) prima di tirare i remi in barca. Nel solo decennio 88-98, ai sei impianti meridionali del gruppo (tra Abruzzo, Puglia, Campania e Sicilia) sono andati contributi per 1.854 miliardi di lire. È difficile fare i conti precisi di una avventura cominciata nel 1967, quando nasce la Sicilfiat, che per dieci anni avrà come azionista al 40 per cento la Regione Sicilia. "Attenti a definire inutili i soldi pubblici di cui ha beneficiato la Fiat, perché comunque la fabbrica ha creato occupazione e benessere che senza di essa probabilmente non ci sarebbero stati", puntualizza Luca Germano, politologo che insegna a Trieste e ha pubblicato per Il Mulino il volume 'Governo e grandi imprese. La Fiat da azienda protetta a global player'. Considerazioni che non placheranno le polemiche sui denari pubblici puntati su Termini Imerese e, in genere, nel Sud. Il periodo d'oro della fabbrica, che era partita con 350 addetti, sono gli anni Ottanta, quando si raggiunge l'apice occupazione a quota 3.200 addetti. A metà del decennio si avvertono i primi scricchiolii e dopo comincia il declino. Se alla Fiat la produzione di un'auto costa mille euro in più, a Termini, rispetto agli altri impianti, non è colpa della paga orario e neppure delle capacità dei lavoratori di Termini: sono la logistica e la carenza di un indotto che non s'è mai sviluppato (e che costringe la fabbrica a far arrivare dal Continente gran parte della componentistica) ad aver messo il piombo nelle ali alla fabbrica. Conferma Massimo Calearo, eletto deputato per il Pd e poi approdato al gruppo misto, che di mestiere produce accessori per auto: "Nessuno mi ha mai chiesto di aprire un'azienda laggiù e io non ci ho mai pensato, perché i numeri non sono sufficienti a stare in piedi. Però io invito a non immolarsi sull'altare della Fiat: mi risulta che ci siano 3 mila addetti ai call center che rischiano di perdere il lavoro in Sicilia". Peraltro, sul pianeta auto Termini Imerese non è purtroppo un caso isolato, come sostiene Giancarlo Poli, esperto del settore per la società di consulenza strategica AlixPartners: "Alcuni stabilimenti italiani della Fiat, così come di molti altri costruttori europei, con i volumi del periodo crisi/post-crisi saranno sotto la dimensione efficiente minima. Quindi, converrà saturare quelle fabbriche che sono competitivamente meno onerose e affrontare la problematica della chiusura delle altre, un tema che diventerà sempre più scottante".

La parola d'ordine, adesso, è riconversione. Alessandro Albanese, presidente dell'Asi, il locale consorzio per lo sviluppo dell'area industriale, assicura che ci sono almeno una trentina di imprenditori che potrebbero trovare spazio dentro la futura area ex Fiat o nei dintorni. "Bisogna però che la Regione conceda i permessi alla svelta, snellendo le pratiche burocratiche", chiede Albanese, dicendo che alcuni interessati che si sono fatti sotto con impegni precisi, come le due aziende che vorrebbero gettarsi nella generazione di energia, una da oli vegetali, l'altra dal recupero del legno, che impiegherebbero complessivamente altri 300 lavoratori. Ma il caso potenzialmente più vistoso riguarda la Ima di Partinico, la distilleria di Antonina Bertolino, che fattura 70-80 milioni di euro e da anni è alla ricerca di terreno: 20 mila ettari da far coltivare a sorgo, da cui ricavare la materia prima per il bioetanolo, oggi acquistato in Brasile e in altri paesi. Dice la Bertolino (cognata di Angelo Siino, collaboratore di giustizia noto come il 'ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra' fino ai primi anni Novanta): "Se davvero ci sono gli spazi, a Termini, noi siamo disponibili: parlo di un investimento da cento milioni che darebbe lavoro a cento dipendenti nella fabbrica e 3-4 mila persone nella coltivazione, nei trasporti, nella logistica". Sulla riconversione punta sparato pure Riccardo Gallo, già presidente del'Ipi, l'Istituto per la promozione industriale e docente di economia applicata alla Sapienza: "L'Italia è piena di imprenditori che rilevano aziende in crisi e le riconvertono. Ci vuole un progetto che tenga conto delle professionalità che ci sono nell'area e abbia un grande senso dell'interesse pubblico e della solidarietà vera e non piagnona. Bisogna andare lì con gli esperti di outplacement, con la Confindustria Sicilia. Consiglio alla Fiat di concedere un tempo ragionevole per varare un vero piano di riconversione e di fare un bando pubblico, con regole trasparenti e con una dote in natura. Non facendo girare soldi che chissà dove vanno a finire".

ha collaborato Marco Guzzetti
Fonte:
L'Espresso del 08 dicembre 2009

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di Maurizio Maggi

Un'agonia di anni per mettere la parola fine all'auto a Termini Imerese. Dopo fiumi di incentivi. Illusioni ai dipendenti. E calcoli politici. Ora tutto rischia di ripetersi con i nuovi progetti. Che per qualcuno finiranno in un altro buco nero Chissà se Mario Draghi pensava anche ai duemila lavoratori di Termini Imerese quando, mettendo in campo il prestigio della Banca d'Italia, ha riportato al centro del dibattito politico-economico la questione meridionale. "Le nostre analisi mostrano che i sussidi alle imprese sono stati generalmente inefficaci", ha scandito il governatore: "Si incentivano spesso investimenti che sarebbero stati effettuati comunque; si introducono distorsioni di varia natura penalizzando frequentemente imprenditori più capaci. Non è pertanto dai sussidi che può venire uno sviluppo durevole delle attività produttive". Di certo, alla vigilia del Natale 2009, nello stabilimento Fiat più meridionale d'Italia, 2 mila famiglie (tra i 1.400 dipendenti diretti e quelli del risicato indotto) sanno che per loro l'avventura della grande fabbrica è finita. Dal 2011 a Termini, conclusa la produzione della vecchia Ypsilon, non si costruiranno più automobili. Dopo, ci sarà la riconversione, "con produzioni diverse da quella automobilistica", come Sergio Marchionne, il capo della Fiat, aveva già annunciato a giugno. Quali produzioni, per conto di chi e con quale impegno del gruppo, nessuno lo sa.

Una conclusione annunciata: già all'epoca di Roberto Testore, i vertici Fiat facevano capire che lo stabilimento restava aperto più per ragioni politiche che industriali. Delle immense risorse convogliate al Sud per dare sviluppo e posti di lavoro, la fabbrica siciliana voluta da Torino non è l'unico esempio, ma è quello che oggi appare paradigmatico: un progetto che ha sfidato le diseconomie (lì il costo di produzione lievita di mille euro per auto) per cogliere qualche contingente opportunità di mercato. Disegni industriali di lungo termine, neanche a parlarne. Cosa diceva infatti Marchionne nel luglio del 2005 a un manipolo di gestori di fondi internazionali? "Termini Imerese? Non lo chiuderò, perché se lo faccio elimino 30 milioni di euro all'anno di inefficienze, ma perdo il 2-3 per cento di quota di mercato in Sicilia, dove Fiat va bene". La crisi mondiale delle quattro ruote ha condotto il manager a fare inversione di marcia.


E pensare che, due anni fa, la Fiat aveva pianificato un investimento di 1,3 miliardi di euro per aumentare la produzione (all'epoca, di 80 mila auto) a 200 mila unità. Stato e Regione si volevano impegnare per 325 milioni e a Torino diceva: così pochi?, allora niente raddoppio produttivo. La situazione è precipitata e nei primi 10 mesi del 2009, quando da Termini sono uscite circa 45 mila vetture. D'altronde, già nel 2002, annata nerissima per la Fiat, uno studio di Roland Berger, incaricato dal governo di fare la foto del comparto auto, affermava senza mezze misure: "Rebus sic stantibus nel mercato, è uno stabilimento senza futuro sul lungo periodo: è però possibile guadagnare tempo per permettere la riconversione della forza lavoro su progetti territoriali validi e localmente sostenibili". Marchionne non si occupava ancora di auto e molti dicevano che la sorte di Termini fosse segnata. Ma il tempo non s'è guadagnato, s'è perso.

In attesa della presentazione del piano industriale per gli impianti italiani, che la Fiat sottoporrà al ministro Claudio Scajola il 21 dicembre, un bilancio si può già fare. In tanti, sul fronte politico e sindacale, rimproverano alla Fiat di avere intascato una montagna di aiuti pubblici, diretti e indiretti (stime parlano di un miliardo di euro solo per Termini) prima di tirare i remi in barca. Nel solo decennio 88-98, ai sei impianti meridionali del gruppo (tra Abruzzo, Puglia, Campania e Sicilia) sono andati contributi per 1.854 miliardi di lire. È difficile fare i conti precisi di una avventura cominciata nel 1967, quando nasce la Sicilfiat, che per dieci anni avrà come azionista al 40 per cento la Regione Sicilia. "Attenti a definire inutili i soldi pubblici di cui ha beneficiato la Fiat, perché comunque la fabbrica ha creato occupazione e benessere che senza di essa probabilmente non ci sarebbero stati", puntualizza Luca Germano, politologo che insegna a Trieste e ha pubblicato per Il Mulino il volume 'Governo e grandi imprese. La Fiat da azienda protetta a global player'. Considerazioni che non placheranno le polemiche sui denari pubblici puntati su Termini Imerese e, in genere, nel Sud. Il periodo d'oro della fabbrica, che era partita con 350 addetti, sono gli anni Ottanta, quando si raggiunge l'apice occupazione a quota 3.200 addetti. A metà del decennio si avvertono i primi scricchiolii e dopo comincia il declino. Se alla Fiat la produzione di un'auto costa mille euro in più, a Termini, rispetto agli altri impianti, non è colpa della paga orario e neppure delle capacità dei lavoratori di Termini: sono la logistica e la carenza di un indotto che non s'è mai sviluppato (e che costringe la fabbrica a far arrivare dal Continente gran parte della componentistica) ad aver messo il piombo nelle ali alla fabbrica. Conferma Massimo Calearo, eletto deputato per il Pd e poi approdato al gruppo misto, che di mestiere produce accessori per auto: "Nessuno mi ha mai chiesto di aprire un'azienda laggiù e io non ci ho mai pensato, perché i numeri non sono sufficienti a stare in piedi. Però io invito a non immolarsi sull'altare della Fiat: mi risulta che ci siano 3 mila addetti ai call center che rischiano di perdere il lavoro in Sicilia". Peraltro, sul pianeta auto Termini Imerese non è purtroppo un caso isolato, come sostiene Giancarlo Poli, esperto del settore per la società di consulenza strategica AlixPartners: "Alcuni stabilimenti italiani della Fiat, così come di molti altri costruttori europei, con i volumi del periodo crisi/post-crisi saranno sotto la dimensione efficiente minima. Quindi, converrà saturare quelle fabbriche che sono competitivamente meno onerose e affrontare la problematica della chiusura delle altre, un tema che diventerà sempre più scottante".

La parola d'ordine, adesso, è riconversione. Alessandro Albanese, presidente dell'Asi, il locale consorzio per lo sviluppo dell'area industriale, assicura che ci sono almeno una trentina di imprenditori che potrebbero trovare spazio dentro la futura area ex Fiat o nei dintorni. "Bisogna però che la Regione conceda i permessi alla svelta, snellendo le pratiche burocratiche", chiede Albanese, dicendo che alcuni interessati che si sono fatti sotto con impegni precisi, come le due aziende che vorrebbero gettarsi nella generazione di energia, una da oli vegetali, l'altra dal recupero del legno, che impiegherebbero complessivamente altri 300 lavoratori. Ma il caso potenzialmente più vistoso riguarda la Ima di Partinico, la distilleria di Antonina Bertolino, che fattura 70-80 milioni di euro e da anni è alla ricerca di terreno: 20 mila ettari da far coltivare a sorgo, da cui ricavare la materia prima per il bioetanolo, oggi acquistato in Brasile e in altri paesi. Dice la Bertolino (cognata di Angelo Siino, collaboratore di giustizia noto come il 'ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra' fino ai primi anni Novanta): "Se davvero ci sono gli spazi, a Termini, noi siamo disponibili: parlo di un investimento da cento milioni che darebbe lavoro a cento dipendenti nella fabbrica e 3-4 mila persone nella coltivazione, nei trasporti, nella logistica". Sulla riconversione punta sparato pure Riccardo Gallo, già presidente del'Ipi, l'Istituto per la promozione industriale e docente di economia applicata alla Sapienza: "L'Italia è piena di imprenditori che rilevano aziende in crisi e le riconvertono. Ci vuole un progetto che tenga conto delle professionalità che ci sono nell'area e abbia un grande senso dell'interesse pubblico e della solidarietà vera e non piagnona. Bisogna andare lì con gli esperti di outplacement, con la Confindustria Sicilia. Consiglio alla Fiat di concedere un tempo ragionevole per varare un vero piano di riconversione e di fare un bando pubblico, con regole trasparenti e con una dote in natura. Non facendo girare soldi che chissà dove vanno a finire".

ha collaborato Marco Guzzetti
Fonte:
L'Espresso del 08 dicembre 2009

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